FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Chi è favorevole a un massacro a Gaza?

Gideon Levy, 15 giugno 2017, Haaretz

Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima ed il massacro avrà inizio.

Israele e Gaza non sono di fronte ad un’altra guerra, né stanno gridando ad un’altra “operazione” o “attacco”. Questa mistificante terminologia ha lo scopo di fuorviare e banalizzare ciò che rimane della coscienza.

Ciò che è in questione ora è il rischio di un altro massacro nella Striscia di Gaza. Sotto controllo, misurato, non troppo massiccio, ma pur sempre un massacro. Quando dirigenti, politici e commentatori israeliani parlano di “prossimo round”, stanno parlando del prossimo massacro.

Non si farà una guerra a Gaza perché là non c’è nessuno che possa combattere contro uno degli eserciti più potentemente armati del mondo, anche se in televisione il commentatore sulle questioni militari Alon Ben David dice che Hamas può mettere in campo quattro divisioni. Non ci sarà neppure alcuna prodezza (israeliana) a Gaza, perché non vi è niente di eroico nell’attaccare una popolazione indifesa. Ed ovviamente non ci sarà moralità o giustizia a Gaza, perché non c’è moralità o giustizia nell’attaccare una gabbia chiusa piena di prigionieri che non hanno nemmeno dove fuggire, se potessero.

Allora chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un massacro. E’ di questo che si parla adesso in Israele. Chi è per un massacro e chi è contrario? Sarà un bene per Israele? Contribuirà alla sua sicurezza ed ai suoi interessi o no? Abbatterà il governo di Hamas o no? Sarà vantaggioso per la “base” del Likud o no? Israele ha un’alternativa? Ovviamente no. Qualunque attacco a Gaza finirà in un massacro. Nulla può giustificarlo, perché un massacro non può essere giustificato. Perciò dobbiamo domandarci: siamo a favore o contro un altro massacro a Gaza?

I piloti stanno già scaldando i motori in pista, altrettanto pronti sono gli artiglieri e le soldatesse che brandiscono i comandi a distanza. Un’altra ora senza elettricità a Gaza e verrà dato il segnale: razzi Qassam. Ancora una volta Israele sarà la vittima, e milioni di israeliani torneranno nei rifugi. Siamo usciti da Gaza e guardate che cosa abbiamo ottenuto. Oh, Hamas, il più crudele di tutti, che ama la guerra.

Quale altro modo ha Gaza per ricordare al mondo la propria esistenza e la sua sofferenza disumana, se non i razzi Qassam? Sono stati tranquilli per tre anni e adesso sono i soggetti della ricerca coordinata di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese: un grande esperimento sugli esseri umani. Un’ora di elettricità è sufficiente per l’esistenza umana? Forse lo sono 10 minuti? E che cosa accade agli umani del tutto senza elettricità? L’esperimento è al suo culmine, gli scienziati trattengono il respiro. Quando cadrà il primo razzo? Quando seguirà il massacro?

Sarà più tremendo dei due precedenti, perché la storia insegna che ogni “operazione” israeliana a Gaza è peggiore della precedente. Confrontiamo l’ “Operazione Piombo Fuso” (a fine 2009), con 1300 morti palestinesi, 430 dei quali bambini e 111 donne, con l’ “Operazione Margine Protettivo” (estate 2014), con 2.200 morti, 366 dei quali bambini, di cui 180 neonati e 247 donne. Complimenti per il progresso e l’aumento del numero di bambini uccisi. La nostra forza aumenta da un’operazione all’altra. Avigdor Lieberman ha promesso che questa volta si avrà la vittoria decisiva. In altre parole, questa volta il massacro sarà più tremendo di tutti i precedenti, se è mai possibile prendere sul serio qualunque cosa dica questo ministro della Difesa.

Non è il caso di dilungarsi sulle sofferenze di Gaza, comunque non interessano a nessuno. Per gli israeliani Gaza era ed è un covo di terroristi. Non ci sono persone come loro laggiù. Queste sono le menzogne che diciamo su Gaza. Là l’occupazione è finita, ha ha ha. Tutti i suoi abitanti sono assassini. Costruiscono tunnel per il terrorismo invece di inaugurare impianti ad alta tecnologia. No, davvero, come mai Hamas non ha sviluppato Gaza? Come osano? Come hanno potuto non impiantare un’industria sotto assedio, non sviluppare l’agricoltura in prigione e l’alta tecnologia in una gabbia?

Ed un’altra bugia che diciamo su Gaza – abbatteremo il governo di Hamas. Non è possibile e inoltre Israele non lo vuole veramente.

I numeri dei morti appaiono sistematicamente sui nostri schermi, senza significato per nessuno. Centinaia di bambini morti, chi può concepire una cosa simile? L’assedio non è un assedio e nemmeno il pensiero di un’ora di blocco dell’elettricità a Tel Aviv nel caldo asfissiante dell’estate provocherebbe un briciolo di empatia verso coloro che vivono quasi del tutto senza elettricità, ad un’ora di distanza da Tel Aviv.

Quindi continuiamo ad occuparci dei fatti nostri – la parata del gay pride, le agevolazioni edilizie per le giovani famiglie, l’insegnante pedofilo. E quando cade un razzo Qassam faremo finta di stupirci e, per la nostra sacra auto-vittimizzazione, i bravi piloti decolleranno all’alba, verso il prossimo massacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Quanti coloni vivono davvero in Cisgiordania? Lo rivela un’inchiesta di Haaretz

Yotam Berger – 15 giugno 2017Haaretz

israeliana in Cisgiordania è cresciuta di 330.000 persone ■ Le colonie dal 1967 ad oggi – un’analisi approfondita

La popolazione ebraica in Cisgiordania è aumentata di oltre 330.000 persone e negli ultimi trent’anni sono stati edificati otto insediamenti in Cisgiordania. Haaretz ha scoperto che attualmente in Cisgiordania vivono più di 380.000 coloni, oltre il 40% dei quali fuori dai blocchi di insediamenti.

Negli ultimi anni parecchi politici si sono uniti ai dirigenti dei coloni parlando dell’obiettivo di insediare un milione di israeliani in Cisgiordania come un’opzione realistica. Ritengono che, se questo accadesse, non sarebbe più possibile dividere la zona e disegnare una mappa per due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese. Sostengono che un’evacuazione di quelle dimensioni diventerebbe impossibile anche se fosse al potere la sinistra.

Di fatto già oggi sarebbe difficile tracciare una simile mappa, perché negli ultimi 50 anni le colonie si sono sparse ovunque nei territori occupati, per cui circa 170.000 coloni vivono al di fuori dei blocchi di insediamenti.

I dati dell’Ufficio Centrale di Statistica mostrano che il 44% dei circa 380.000 coloni della Cisgiordania – esclusa Gerusalemme est – vive al di fuori dei blocchi.

Una semplice occhiata a una mappa del 1968 mostra cinque colonie scarsamente popolate oltre la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima del ’67, ndt.]. La loro fondazione fu sponsorizzata dal Partito Laburista, che decise di colonizzare la Cisgiordania, secondo qualcuno per ragioni di sicurezza. Comunque Pinchas Wallerstein, l’ex-capo del consiglio regionale di Mateh Binyamin e uno dei leader del movimento dei coloni “Gush Emunim”, è convinto che negli anni precedenti al sovvertimento politico del 1977 i coloni hanno accumulato un notevole debito nei confronti del partito Laburista.

Tutte le fasi dello sviluppo di Ariel furono approvate dal partito Laburista,” afferma. “La strada che attraversa la Samaria [parte settentrionale della Cisgiordania secondo la definizione israeliana, ndt.], Givat Zeev, Ma’aleh Adumim, Beit Horon –tutto è opera dei laburisti.”

Il partito Laburista può aver iniziato la costruzione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ma lo spettacolare incremento del numero dei coloni iniziò dopo che il Likud, guidato da Menachem Begin, prese il potere. Subito dopo le elezioni del 1977, c’erano 38 insediamenti in Cisgiordania con un totale di 1.900 residenti. Un decennio dopo la popolazione dei coloni era di quasi 50.000- [che vivevano] in più di 100 insediamenti.

Anche le dimensioni e le caratteristiche cambiarono sotto i governi della destra.

“Prima che il Likud salisse al potere c’era solo una colonia urbana – Kiryat Arba [colonia di fondamentalisti nazional-religiosi nei pressi di Hebron, ndt],” afferma il professor Hillel Cohen, direttore del “Centro Cherrick per lo Studio del Sionismo” all’Università Ebraica. Negli anni successivi, sostiene, furono costruite cittadine in tutta la Cisgiordania.

“E’ stata una politica del governo aumentare il numero di ebrei nei territori [occupati]. Fecero piani quinquennali, decennali, parlarono di come raggiungere 100.000, poi 300.000 e poi mezzo milione (di coloni),” sostiene.

Cohen dice che Ariel Sharon giocò un ruolo fondamentale nell’espansione delle colonie in Cisgiordania. “Per lui la ragione che stava dietro l’espansione delle colonie era escludere la possibilità della costituzione di uno Stato palestinese,” sostiene.

Negli anni 1977-1984 il governo fece tutto quanto in suo potere per espandere le colonie, ha scritto la professoressa Miriam Billig dell’università di Ariel in un articolo intitolato “L’ideologia e la creazione delle colonie in Giudea e Samaria” (2008).

Sostiene che lo slancio si ridusse quando venne formato il governo di unità nazionale, a metà degli anni ’80. Quando Yitzhak Rabin formò il suo governo nel 1992 lo Stato smise di costruire nuove colonie. Ma, afferma, non pochi insediamenti erano già stati costruiti e molti israeliani vi affluirono.

Nel 1997, a un anno dal primo mandato di Benjamin Netanyahu come primo ministro, c’erano circa 150.000 coloni in Cisgiordania. Due decenni dopo il numero dei coloni è vicino ai 400.000, esclusi i quartieri di Gerusalemme est oltre la Linea Verde.

Questi dati non includono i coloni che vivevano negli avamposti illegali. Secondo “Peace Now” [organizzazione pacifista israeliana, ndt.], ci sono circa 97 avamposti illegali in tutta la Cisgiordania. Hagit Ofran, capo del progetto “Settlement Watch” [Osservatorio degli insediamenti] del movimento [dei coloni], afferma che sono abitati da parecchie migliaia di coloni.

La componente di più rapido incremento demografico dei coloni: gli ultra-ortodossi

A differenza dell’impressione che i coloni e la “gioventù delle colline” [gruppi di giovani estremisti molto violenti che fondano avamposti illegali, ndt.] siano fatti della stessa pasta dei “nazional-religiosi” [gruppi fondamentalisti religiosi che sostengono la “redenzione” di tutte le terre che dio avrebbe donato agli ebrei, ndt.], la popolazione [ebraica] in Cisgiordania è diversificata. Nel 2015 solo 100.000 coloni vivevano in comunità prevalentemente nazional-religiose, mentre 164.000 vivevano in comunità laiche o miste.

Ma i coloni devono il loro rapido aumento alla popolazione ultra-ortodossa [che si dedica esclusivamente allo studio dei testi sacri e alla preghiera, ndt.], che non attraversa normalmente la Linea Verde per ragioni ideologiche.

“E’ una combinazione di necessità e della decisione dei dirigenti della comunità” afferma Cohen. “La scarsità di abitazioni, sia a Bnei Brak che a Gerusalemme [le due città in cui si concentrano gli ultra-ortodossi, ndt.], ha aperto la strada alla creazione di comunità chassidiche (in Cisgiordania).

“All’inizio pochi ultra-ortodossi si sono stabiliti a Immanuel [colonia israeliana in Cisgiordania, ndt.],” afferma Wallerstein. “Ma questa cittadina da sola non ha risolto i loro problemi abitativi. Il criterio della comunità ultra-ortodossa per decidere dove vivere è la vicinanza con la città da cui provengono.” Così nel corso degli anni sono state fondate grandi colonie di ultra-ortodossi, come Beitar Illit per i coloni provenienti da Gerusalemme e Modi’in Illit per quelli provenienti da Bnei Brak. In totale, nel 2015 circa 118.000 coloni stavano vivendo in colonie ultra-ortodosse.

Quell’anno circa il 65% dei coloni abitava in insediamenti urbani. La popolazione di quelle cittadine è aumentata principalmente negli anni ’90 e all’inizio dei 2000.

Oltre alle politiche del governo per espandere le cittadine in Cisgiordania, vi hanno contribuito anche nuovi immigrati, soprattutto dall’ex-Unione Sovietica.

Cohen afferma: “Nuovi immigrati dall’ex-Unione Sovietica si sono stabiliti ad Ariel ed a Ma’aleh Adumim, e alcuni russi anche a Kiryat Arba. Qualcuno è arrivato in Cisgiordania più tardi, dopo essersi inserito nella classe media.”

Molti coloni non si sono spostati in Cisgiordania per ragioni ideologiche, ma per migliorare le proprie condizioni di vita, dato che lì i prezzi delle case sono più bassi. La storica Idith Zertal, co-autrice con Akiva Eldar del libro “Lords of the Land” [“Signori della terra”, non tradotto in italiano, ndt.] crede che questa descrizione sia adeguata soprattutto per gli anni ’87-’97.

“E’ un periodo in cui molti si sono spostati verso le colonie per ragioni economiche, molto meno per ragioni ideologiche. Ciò spiega anche l’incremento di abitanti nelle cittadine – le persone che cercavano un appartamento sono andate nelle cittadine.”

Sostiene che le città della Cisgiordania sono state costruite su terreni vicini a centri urbani all’interno della Linea Verde [cioè di Israele]. “Per esempio Ma’aleh Adumim è un’estensione di Gerusalemme, ” afferma. “Una persona che ha un appartamento di 50-60 mq a Gerusalemme può comprarne uno quasi tre volte più grande per meno danaro di quello che pagherebbe per quello più piccolo. Penso che potrebbe essere la ragione principale per un incremento così intenso.”

D’altra parte Billig ritiene che questa spiegazione sia troppo semplice. “So che c’è una tendenza a sostenere che molti coloni vogliano migliorare le proprie condizioni abitative, ma si tratta di entrambe le cose. Alcuni che vivevano in appartamenti piccoli si sono spostati in altri più grandi, ma gran parte di loro ha fatto il contrario,” afferma.

Oggi la costruzione delle colonie è diversa, dice: “Oggi stanno costruendo appartamenti più piccoli, di cui c’è una grande domanda.”

“I coloni veterani ideologicamente estremisti sono oggi molto pochi, non penso che siano più del 5%,” sostiene Zertal.”Al contrario, è cresciuto un gruppo ideologicamente diverso, composto dai figli e dai nipoti del vecchio gruppo. Oggi è l’avanguardia e sono in molti.”

“I primi coloni non hanno mai parlato il linguaggio della “gioventù delle colline” – che spiega tutto. I veterani sapevano come giocare sul piano politico e manipolare il sistema politico. I “giovani delle colline” non hanno rapporti con quel sistema, né fanno alcun ragionamento politico. Vivono nella loro bolla messianica,” afferma.

Uno dei cambiamenti importanti in Cisgiordania negli ultimi 15 anni è stata la costruzione del muro di separazione. Billig afferma che, prima che venisse costruito, i coloni temevano che avrebbe impedito a nuovi coloni di arrivare. Ma nei fatti la barriera non sembra averne scoraggiati molti.

“La barriera ha un’influenza molto marginale,” dice. “In un certo momento ha ridotto i prezzi, ma poi sono di nuovo risaliti. A lungo termine, non vedo niente di veramente significativo.”

Ofran è d’accordo: “Il numero di coloni oltre la barriera è aumentato dopo che è stata costruita, ma questo non c’entra niente con il muro. La calma ha consentito alla gente di tornare a quei luoghi, così come la politica di Netanyahu di approvare nuove costruzioni nelle colonie.”

Nel 2015 circa 214.000 coloni vivevano nei blocchi di insediamenti, mentre 170.000 vivevano in 106 colonie al di fuori dei blocchi.

Modi’in, una cittadina totalmente all’interno della Linea Verde, è diventata una specie di “blocco centrale” per colonie come Nili e Hashmona’im in Cisgiordania.

“Negli ultimi anni Modi’in è diventata il loro centro urbano,” dice Cohen.

L’Ufficio Centrale di Statistica non ha mai fatto un elenco dettagliato del numero di coloni che vivono in ogni insediamento. Negli anni ’60 e ’70 alcune colonie sono state considerate troppo piccole per farvi un censimento, e si presumeva che avessero meno di 50 abitanti. Neppure gli insediamenti illegali o non autorizzati apparivano nei censimenti dell’ufficio finché non venivano legalizzati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Se Israele fosse furbo

Sara Roy su Gaza

London Review of Books – 15 giugno 2017

La mia ultima visita a Gaza è stata nel maggio 2014, appena prima che Israele scatenasse l’operazione “Margine protettivo”, un attacco che ha causato la morte di oltre duemila gazawi – tra combattenti e civili – e la distruzione di 18.000 abitazioni.

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Quando ci sono tornata, meno di tre anni dopo, i cambiamenti erano evidenti ovunque. Ma due cose mi hanno particolarmente colpita: l’attuale impatto devastante dell’isolamento di Gaza dal resto del mondo, durato un decennio, e la sensazione che un crescente numero di persone stia raggiungendo il limite della sopportazione.

Gaza si trova in una situazione di shock umanitario, dovuta principalmente al blocco israeliano, appoggiato dagli USA, dall’UE e dall’Egitto, e che ora sta iniziando il suo undicesimo anno. A Gaza, storicamente luogo di scambi e di commercio, rimane relativamente poco per la produzione e l’economia dipende ora in gran parte dal consumo. Benché un recente allentamento delle restrizioni israeliane abbia portato a un leggero incremento delle esportazioni agricole verso la Cisgiordania e Israele – di gran lunga i principali mercati di Gaza –, questi non sono sufficienti a rilanciare i suoi deboli settori produttivi. La debolezza di Gaza, pianificata con attenzione e realizzata con successo, ha lasciato quasi metà della forza lavoro senza alcun mezzo di sostentamento. La disoccupazione – soprattutto giovanile – è la condizione caratterizzante della vita. Attualmente sfiora circa il 42% (è stata anche più alta), ma tra i giovani (tra i 15 ed i 29 anni) arriva al 60%. Ognuno è assillato dalla necessità di trovare un lavoro o un qualsiasi mezzo per guadagnare denaro. “I salari controllano la mente delle persone,” mi ha detto un abitante.

La principale fonte di tensioni politiche tra il governo di Hamas a Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania è il costante rifiuto da parte del presidente [dell’ANP] Abbas, che controlla i cordoni della borsa, di pagare i salari ai dipendenti del governo di Hamas. Mi è stato ripetutamente detto che, se Abbas volesse conquistarsi l’appoggio degli abitanti di Gaza, tutto quello che dovrebbe fare sarebbe pagare i loro salari ai dipendenti pubblici. Poiché non ha intenzione di farlo –egli sostiene che i soldi sarebbero distratti a favore dell’ala militare di Hamas – è in gran parte responsabile delle sofferenze di Gaza. Il rifiuto di Abbas è ancora più insopportabile perché ha continuato a pagare l’intero importo dei salari – in genere tra i 500 ed i 1.000 $ al mese, una somma notevole oggi a Gaza – ad almeno 55.000 impiegati pubblici di Gaza che lavoravano per l’ANP prima che Hamas prendesse il controllo del territorio.

Questa gente è stata pagata per non lavorare per il governo di Hamas. Pagare i loro stipendi costa all’ANP 45 milioni di dollari al mese, denaro in buona misura fornito dall’Arabia Saudita, dall’UE e dagli USA. Pagare le persone perché non lavorino ha istituzionalizzato un’altra distorsione nell’economia profondamente deteriorata di Gaza. Tuttavia recentemente Abbas ha tagliato questi salari di una percentuale tra il 30% ed il 70%, per esercitare pressione sul governo di Hamas affinché rinunci al controllo su Gaza. “O Hamas ci restituirà Gaza,” Abbas ha minacciato, “oppure dovrà farsi totalmente carico della sua popolazione.” Secondo il mio collega Brian Barber, attualmente a Gaza, “il taglio dei salari da parte di Abbas è giunto come un terremoto.”

Il bisogno è ovunque. Ma la novità è il senso di disperazione, che si può avvertire nei limiti che le persone sono ora disposte a superare, limiti che una volta erano inviolabili. Un giorno una donna ben vestita, con il volto completamente coperto da un niqab, è arrivata all’hotel in cui alloggiavo per chiedere l’elemosina. Quando le è stato gentilmente chiesto dal personale dell’albergo di andarsene, si è rifiutata in modo aggressivo ed ha insistito per rimanere, obbligando il personale ad accompagnarla fuori con la forza. Non stava implorando di chiedere l’elemosina, ma lo pretendeva. Non avevo mai visto una cosa simile prima d’ora a Gaza. Un altro giorno un ragazzo è venuto al nostro tavolo chiedendo soldi per la sua famiglia. Nel momento in cui ho tirato fuori il mio borsellino, il personale si è avvicinato e lo ha cortesemente fatto uscire. Non ha opposto resistenza. Era istruito e ben vestito e mi sono messa a pensare che avrebbe dovuto essere a casa a studiare per un esame o al mare con i suoi amici. Invece gli è stato chiesto di andarsene dall’hotel e di non tornarci.

Forse l’indicatore più preoccupante della disperazione della gente è l’incremento della prostituzione – in una società tradizionalista e conservatrice. Anche se a Gaza la prostituzione, in scala ridotta, è sempre stata presente, è sempre stata considerata immorale e disonorevole, comportando gravi conseguenze sociali per la donna e per la sua famiglia. Poiché le risorse familiari sono scomparse, sembra che ciò stia cambiando. Un noto e molto rispettato professionista mi ha detto che donne, molte delle quali ben vestite, sono andate nel suo ufficio per sedurlo e “non per somme elevate”. (Mi ha anche detto che, a causa dell’incremento della prostituzione, è diventato più difficile per le ragazze sposarsi – “nessuno sa chi è intatta”. Famiglie lo pregano di fornire alle loro figlie un “luogo sicuro e decente”, assumendole nel suo ufficio.) Un altro amico mi ha detto di aver visto al ristorante una giovane donna che cercava di adescare un uomo mentre i suoi genitori sedevano ad un tavolo vicino. Quando gli ho chiesto come spiegava un comportamento così incomprensibile, mi ha risposto: “La gente che vive in un contesto normale si comporta normalmente; chi vive in un contesto anomalo non lo fa.”

E il contesto di Gaza è in grande misura anomalo. Almeno 1 milione 300.000 persone su 1 milione 900.000, cioè il 70% della popolazione (altre stime sono più alte), ricevono assistenza umanitaria internazionale, la maggior parte della quale è in derrate alimentari (zucchero, riso, olio, latte), senza le quali la maggioranza non potrebbe soddisfare le proprie necessità vitali. A metà dello scorso anno 11.850 famiglie, circa 65.000 persone (da un massimo di 500.000 durante il culmine del conflitto del 2014), erano ancora sfollate interne, di cui 7500 famiglie, circa 41.000 persone, avevano urgente necessità di un rifugio e di contributi in denaro. Ho scritto altrove dell’aumento della percentuale di suicidi a Gaza; i mezzi sono vari – impiccarsi, darsi fuoco, gettarsi dall’alto, con overdose di droga, ingerire pesticidi o spararsi. La percentuale dei divorzi, che una volta era solo del 2%, ora rasenta il 40%, secondo personale medico dell’ONU e locale. Un funzionario dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] riferisce: “Ci sono 2.000 conflitti domestici al mese nel campo di Shati, e la polizia non può occuparsene. I soli tribunali ricevono centinaia di denunce al mese. Il governo di Hamas non può occuparsi della grande quantità di problemi” – che includono l’aumento nell’uso delle droghe.

È importante ricordare che circa i tre quarti degli abitanti di Gaza hanno meno di 30 anni e rimangono confinati a Gaza, senza poter lasciare il territorio; la maggioranza non l’ha mai fatto. In mezzo a questo sfacelo, sempre più giovani si sono rivolti alla militanza come mezzo di sostentamento, unendosi a varie organizzazioni armate o estremiste per garantirsi un lavoro retribuito. Una serie di persone mi ha detto che il crescente sostegno alle fazioni estremiste a Gaza non deriva da convinzioni politiche o ideologiche – come sostengono queste fazioni – ma dalla necessità della gente di provvedere alle proprie famiglie. Molte, forse la maggior parte, delle reclute dei gruppi affiliati allo Stato Islamico hanno deciso di aderire perché questo garantisce un reddito. Allo stesso tempo, Hamas fa di tutto per garantire abbastanza fondi per continuare a pagare i salari della sua ala militare, le brigate al-Qassam, che a quanto si dice ha visto anch’essa un incremento nei propri ranghi. Pare che i giovani disoccupati di Gaza abbiano di fronte due opzioni: unirsi a un gruppo militare o perdere ogni speranza.

Se gli israeliani fossero furbi,” mi ha detto un musulmano praticante, “aprirebbero due o tre zone industriali, farebbero una verifica di sicurezza, controllerebbero nella lista dei più ricercati tra noi e li assumerebbero. Al-Qassam scomparirebbe molto rapidamente e tutti quanti saremmo più sicuri…Le moschee si vuoterebbero.” Mi è stato detto che molti giovani hanno lasciato al-Qassam dopo aver ottenuto un lavoro in uno dei progetti edilizi di Gaza, perché non vogliono trasformare la loro nuova casa in un possibile bersaglio degli israeliani. Un imprenditore locale ha detto: “Quello di cui abbiamo bisogno sono fabbriche israeliane e manodopera palestinese. Un sacco di cemento dà lavoro a 35 persone a Gaza; con un lavoratore in Israele si hanno sette persone a Gaza che si augurano la sicurezza di Israele. Immagina il marchio ‘prodotto a Gaza’. Avremmo un mercato regionale e si venderebbe come il pane. Gaza ne trarrebbe beneficio, e lo stesso sarebbe per Israele. Tutto quello che vogliamo sono frontiere aperte per esportare”. I gazawi sono intraprendenti e ingegnosi – e disperatamente desiderosi di lavorare e di occuparsi di nuovo dei loro figli. Invece sono obbligati ad una avvilente dipendenza dagli aiuti internazionali, che vengono forniti dagli stessi Paesi che contribuiscono alla loro inanità. Questa politica non è solo politicamente abbietta: è anche vergognosamente stupida.

A Gaza non tutti sono poveri. Un piccolo gruppo – il numero che ho sentito fare in continuazione è 50.000 – è relativamente benestante, con una ricchezza derivante a volte dal commercio attraverso i tunnel, oggi quasi del tutto finito, che una volta permetteva all’economia di funzionare, persino di prosperare, sotto la pressione del blocco israeliano. Ora che a Gaza si produce così poco, l’economia dipende da loro in modo diverso: i privilegiati riempiono gli hotel, i supermercati e i ristoranti che sono comparsi per rispondere alla loro domanda – i ristoranti, a quanto sembra, sono una delle attività che producono ancora profitti. Qualcuno sostiene che questo segno di benessere mostra che le condizioni a Gaza sono molto migliori di come vengono in genere descritte; altri le hanno definite “un segno positivo di normalizzazione”. Ma come la grande maggioranza dei gazawi, anche i ricchi sono condizionati e confinati, furiosi e umiliati dalla loro impossibilità di vivere liberamente e senza la sensazione di avere un futuro prevedibile. Uno degli uomini d’affari più ricchi e di maggior successo di Gaza ha passato con me un pomeriggio a descrivere con dettagli minuziosi le restrizioni imposte alla sua attività da Israele, che era stato un mercato fondamentale: “Gli israeliani stanno distruggendo i miei affari, la mia possibilità di lavorare, e perché? Ci schiacciano, schiacciano, schiacciano, e a quale scopo?” I ricchi vivono bene ma non possono comprare la propria libertà. Questo è ciò che li unisce al resto di Gaza, anche se hanno poche cose in comune con quelli che non sono della loro classe. A Gaza la differenza tra la ricchezza e la povertà è molto visibile, ma sono anche molto vicine: la distanza tra le due può a volte essere misurata in metri. Un pomeriggio sono andata con un amico svedese in uno dei migliori ristoranti di Gaza, pieno di famiglie ben vestite, con tutti i ragazzini che giocavano con i loro iPhone. Quanti di loro sono entrati nel campo di rifugiati di al-Shati, a pochi passi dal ristorante? Molti –probabilmente la maggioranza – non si cono mai stati.

A Gaza le persone considerate veramente privilegiate non sono necessariamente quelle con una grande quantità di denaro. Sono persone con una fonte di reddito regolare: fino a poco tempo fa, quegli impiegati stipendiati dall’ANP per non lavorare, le persone che lavorano per l’UNRWA, per le Ong internazionali, per le istituzioni pubbliche e private e quelli (non molti) che hanno un lavoro autonomo prospero, in genere commercianti. Le persone cercano di aiutarsi a vicenda, ma fare la carità non è più l’atto spassionato di una volta. Un amico di una importante famiglia di Gaza mi ha descritto il suo dilemma: “Dopo aver pagato le mie tasse ad Hamas, le nuove imposte che saltano fuori in continuazione, le spese per la famiglia, il cibo e l’aiuto per gli amici, sto esaurendo le mie finanze. Presto dovrò vendere qualche proprietà. Sì, sto molto meglio di molta gente di qui e faccio quello che posso per aiutare altre persone, ma come andrà a finire? La tragedia di questa situazione è che gli amici ti vedono come una fonte di danaro. E l’amicizia finisce quando non gliene puoi più dare. Pensa a cosa ci vuole per fare in modo che la gente si comporti in questo modo. Pare che nessuno prenda in considerazione la pressione necessaria per cambiare i valori di riferimento di una persona. È a questo che siamo ridotti. Gaza non è mai stata così.”

Anche Hamas è ossessionata dalla questione della sopravvivenza. Dato che negli ultimi anni le risorse del governo si sono ridotte, ha tentato di compensare la carenza di fondi del settore pubblico “taglieggiando la gente per soldi”, secondo la definizione di un analista, imponendo una serie di provvedimenti che producono entrate– nuove tasse, imposte, multe e aumenti di prezzo – che vengono percepite come un’estorsione. Il prezzo delle sigarette recentemente è triplicato da 8 a 25 shekel [da 2,03 a 6,33 €]; le imposte trimestrali sulla proprietà sono raddoppiate; una nuova “tassa sulla pulizia” viene ora imposta per la pulizia delle strade e per i servizi igienici e le patenti di guida devono essere rinnovate ogni sei mesi al costo di 600 shekel [152 €] – una somma irraggiungibile per la maggioranza dei gazawi. Non aver pagato può determinare la confisca della patente, seguita da quella dell’auto. Una fonte mi ha spiegato che, poiché poche persone hanno i soldi per pagare tutte queste tasse e le multe, i funzionari di Hamas prendono di mira quelli che lo fanno ed hanno criteri variabili per quelli che hanno meno mezzi. Queste misure sembrano efficaci, almeno per quanto riguarda la raccolta di risorse. Quanto ad Hamas, mi è stato detto che “la pressione a cui è sottoposta, come tutti noi, è considerevole, ma non si piegheranno. Semmai sono diventati più violenti. Prima Hamas non era così. La necessità estrema di autoconservazione li sta portando lontano dalla politica.”

Non c’è molto di più che Hamas possa fare per rafforzare il suo controllo su Gaza: nel suo ambito di competenza, così come con Israele, il suo controllo è praticamente totale. Così le sue priorità, mi è stato detto, ora si stanno spostando dal consolidamento del potere – in sé un obiettivo ridotto, considerando la sua insistenza iniziale su una forte ideologia islamista – a una “modalità di semplice sopravvivenza”. Si dice che la costruzione di tunnel sia ricominciata alacremente sotto le strade di Gaza City. Pare che i nuovi tunnel siano profondi 150 metri, una parte di una più vasta, oscura infrastruttura che, in caso di conflitto, porterebbe i dirigenti di Hamas relativamente al sicuro sotto terra. Non ho potuto verificare niente di ciò, ma alcune delle persone che conosco e di cui mi fido a Gaza pensano che sia vero. Supponendo che abbiano ragione, ne segue una conclusione naturale: Israele – con il consenso de facto di Hamas – per distruggere i tunnel dovrebbe radere al suolo interi quartieri. I dirigenti di Hamas sperano che Israele non arriverebbe a questo estremo, ma sembra che siano disposti a correre il rischio. La sensazione di accerchiamento di Hamas può anche risultare evidente dal modo in cui pare che la sua ala militare sia sempre più presente nella presa di decisioni politiche e nel governo – un cambiamento che è risultato chiaro quest’anno con l’elezione di Yahya Sinwar a capo dell’ala politica di Hamas a Gaza. Sinwar, che ha passato più di 20 anni nelle carceri israeliane, è stato uno dei fondatori delle brigate al-Qassam. Benché non sia ancora chiaro cosa la sua elezione comporterà per Gaza e per Israele, un analista ha affermato: “Gaza è in subbuglio.”

Ma Hamas viene criticata, soprattutto tra i giovani. Su Facebook, Twitter e WhatsApp ci sono commenti, seguiti da decine di migliaia di persone, che criticano il suo uso della religione come uno strumento coercitivo e come una giustificazione per quello che altrimenti potrebbe essere visto come cattiva amministrazione. Nel contempo, sembra che stia aumentando il volontariato, e sono comparse una serie di iniziative che cercano di affrontare a modo loro la difficile situazione di Gaza. Senza un’autorità di coordinamento centralizzata questi tentativi sono inevitabilmente limitati, ma sono costanti. Comprendono la riorganizzazione dell’agricoltura di piccole dimensioni, il monitoraggio dei diritti umani, servizi di riabilitazione per la salute mentale, interventi sull’ ambiente e innovazione tecnologica. Una maggiore attenzione è sempre stata posta su quest’ultima. Gaza ha una popolazione di talento esperta in tecnologia; se mai ci fosse la pace, sostiene un investitore americano, “il settore di internet di Gaza la farebbe diventare un’altra India.’ Il numero di utenti di internet a Gaza viene indicato come uguale a quello di Tel Aviv, e un piccolo numero è già sub-contrattista di compagnie in India, Bangladesh e Israele.

Ma quello che colpisce veramente nella caratteristica della vita a Gaza è il ridimensionamento delle ambizioni. Date le enormi difficoltà della vita quotidiana, le necessità banali – avere cibo sufficiente, vestiti, elettricità – per molti esistono solo come aspirazioni. La gente è diventata più ripiegata su se stessa e concentrata, comprensibilmente, su di sé e sulla propria famiglia. Quando un amico ha chiesto ad alcuni dei suoi studenti cosa volessero veramente, le loro risposte hanno incluso: “un paio di pantaloni nuovi”, “una maglietta nuova” e “ un gelato del negozio di via Omar al-Mukhtar.” Perché fare dei progetti quando non c’è la possibilità di realizzarli? Sono rimasta colpita anche da quanto poco sapessero della Prima Intifada e degli accordi di Oslo i giovani ma istruiti adulti che ho incontrato, in quanto erano concentrati sul presente. In altre parole, non solo si sentono lontani da un futuro possibile, ma sono anche tagliati fuori dal loro passato molto recente – e dalle molte lezioni importanti in esso contenute. Un economista mi ha detto: “Le persone hanno paura di entrare nel mondo, o vi entrano sulla difensiva e armati. La nostra apertura al mondo è ristretta e sempre più persone hanno paura di lasciare Gaza perché non sanno come affrontare il mondo esterno. La gente deve imparare a pensare in modo più complessivo. Altrimenti siamo perduti.”

Cosa vogliono gli israeliani?” mi è stato chiesto in continuazione, e ognuno di quelli che mi facevano la domanda mi scrutava, a volte in modo implorante, per avere una risposta, per un’opinione che chiaramente sentivano di non avere. Perché Gaza è punita in un modo così spietato, e che cosa pensa veramente di guadagnarci Israele? Una persona di alto livello sosteneva che dal 50% al 60% di Hamas rinuncerebbe a qualunque rivendicazione su Gerusalemme in cambio della riapertura del valico di Rafah [tra Gaza e l’Egitto, ndt.]. Israele ha esaurito tutti i modi a sua disposizione per far pressione su Gaza. Quando ai gazawi era consentito lavorare in Israele, Israele aveva uno strumento di pressione: poteva chiudere le frontiere ed ottenere qualunque concessione desiderasse. Ora anche questo punto di forza è finito, e tutto quello che resta è la minaccia – una politica nei confronti di Gaza che non deriva da un qualche senso o logica, ma da quello che una volta Ehud Barak ha definito “inerzia”. Secondo un articolo di Haaretz, “negli ultimi quattro anni la commissione sicurezza di Israele non ha tenuto un solo incontro sulla politica israeliana riguardante Gaza.” In quale momento la minaccia smette di funzionare come forma di coercizione? Cosa spera di guadagnare Israele dal suo prossimo attacco contro Gaza, quando la gente là parla già di intere famiglie sterminate come di un normale argomento di conversazione?

Se gli israeliani stessero pensando con lucidità, ha detto una persona, “ne potrebbero beneficiare tutti. Tutto quello che devono fare è darci una possibilità di vivere una vita normale e tutti questi gruppi estremisti sparirebbero. Hamas sparirebbe. La comunità, non i carri armati e gli aerei dell’esercito israeliano, deve fare i conti con…. questi gruppi. La nostra generazione vuole fare la pace ed è sciocco da parte di Israele rifiutarla. La prossima generazione non sarà così disponibile come lo siamo noi. È questo che Israele vuole veramente?” Il ministero dell’Interno ha informato che nei primi sei mesi del 2016 a Gaza sono nati 24.138 bambini, con una media di 132 al giorno. Nel solo agosto 2016 sono nati 4961 bambini, cioè 160 al giorno: più di sei bambini ogni ora e uno ogni nove minuti. La distanza tra Gaza City e Tel Aviv è di circa 70 chilometri. “Cosa farà Israele quando a Gaza vivranno cinque milioni di palestinesi?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Importanti politici israeliani esaltano un libro che sostiene che gli arabi dovrebbero essere rinchiusi in campi di internamento

Chaim Levinson | 9 giugno 2017 | Haaretz

Nota redazionale: riteniamo interessante per il lettore tradurre il seguente articolo di Haaretz in quanto evidenzia quale sia il livello di razzismo contro i palestinesi con cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabo-israeliani) che si manifesta non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra i politici e gli accademici ebreo-israeliani. Oltre al contenuto del libro, la presenza entusiastica di 400 membri del Likud, al governo da molti anni, e le dichiarazioni di alcuni ministri e parlamentari del principale partito del Paese rappresentano un indicatore significativo quanto preoccupante della situazione politica israeliana. Infine, il ragionamento relativo al rapporto costi/benefici della presenza di una minoranza araba in Israele, di chiara impronta ultra-liberista, evidenzia uno degli aspetti più inquietanti del discorso proposto dal professore in questione.

Circa 400 esponenti del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di uno storico che afferma che gli arabi israeliani “eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato”[in realtà i palestinesi con cittadinanza israeliana non possono fare il servizio militare ndt] e “consumano più di quello che producono

Mercoledì notte politici del Likud hanno partecipato alla presentazione di un libro di un esperto di Islam, ma non è stata la tipica festa [per l’uscita] del libro. L’autore, lo storico Raphael Israeli, sostiene che gli arabo-israeliani sono la quinta colonna che approfitta dello Stato” e che non possono essere integrati nella società israeliana.

Egli ha persino espresso ammirazione per l’internamento dei cittadini giapponesi da parte degli americani nella Seconda Guerra Mondiale e ha criticato il fatto che gli arabi “non vengano confinati in campi [di prigionia]”

Il libro in ebraico è: “ La minoranza araba in Israele: processi evidenti e nascosti”. Israeli, professore emerito di storia del Medio Oriente, dell’Islamismo e della Cina all’Università ebraica, ha anche insegnato all’Università di Haifa. Egli è già conosciuto per la sua critica alle società islamiche, e in special modo alla comunità arabo-israeliana.

L’editore del libro è un membro del Likud, Eliyahu Gabbay, un ex parlamentare nella Knesset del Partito Nazionale Religioso. Il progetto è stato finanziato da un uomo d’affari di Miami, Haim Yehezkel.

L’evento, alla presenza di circa 400 esponenti del Likud, si è tenuto all’Hotel Ramat Gan’s Kfar Maccabiah. Hanno parlato noti membri del Likud, compresi il ministro dei Trasporti Yisrael Katz, il presidente della Coalizione [di governo] David Bitan e il parlamentare Miki Zohar. Tutti i partecipanti hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

Nel frattempo, un foglio fatto circolare ha fornito proposte per trattare “minacce e boicottaggi contro chi presta servizio nelle forze di sicurezza” e altri mali quali “ bigamia, poligamia con più donne, alcune importate da Gaza e dalla Giordania, l’occupazione di terra statale e l’istigazione contro lo Stato”.

L’emozione è stata forte, Israeli se n’è persino uscito con una virulenta protesta contro il ruolo della Suprema Corte in Israele. Alcuni partecipanti hanno gridato insulti contro i parlamentari arabi apostrofandoli come “traditori”e chiedendo la loro cacciata dalla Knesset. Un partecipante ha chiesto il ripristino della legislazione militare nei riguardi della comunità araba israeliana, terminata nel 1966.

Nel libro di 240 pagine, che non contiene note o fonti, Israeli afferma che l’elemento nazionalistico e islamico presente nell’identità degli arabi israeliani impedisce loro di integrarsi in Israele e, grazie alla sinistra ingenua, questa minoranza costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele

Il successo del progresso tecnico a Tel Aviv e a Ra’anana deriva da iniziative private costituite da imprese che hanno osato rischiare, qualche volta fallendo, qualche volta con successo. C’è qualcuno che stia impedendo agli imprenditori arabi di attivarsi e iniziare, investire e assumersi dei rischi nel fondare con successo nuove aziende a Sakhinin?” Israeli scrive, riferendosi a una cittadina arabo-israeliana nel nord.

Investono in hummus e in automobili di lusso e si lamentano che lo Stato non investa su di loro o in strutture industriali nelle loro aree.” Osem, Tnuva e Strauss non sono nemmeno state impiantate dallo Stato” egli aggiunge, riferendosi a tre delle maggiori imprese del settore alimentare di Israele.

Israeli scrive che può darsi che la comunità araba venga discriminata nei finanziamenti, ma riguardo al pagamento delle imposte vale il contrario. “Gli imprenditori ebrei pagano allo Stato che finanzia i propri cittadini arabi, che pagano meno tasse. D’altra parte gli arabi eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato e il loro tasso di criminalità è il doppio della media nazionale. Consumano più di quello che producono,” egli scrive.

Ricevono un ammontare enormemente maggiore in sussidi di quello che pagano al nostro ministero delle Finanze. Se gli arabi israeliani non sono soddisfatti del livello al quale approfittano dello Stato, che trovino un altro Paese che che li vizi ancor di più e offra loro quello che nessun Stato arabo o islamico farebbe…. questa richezza non è stata accumulata grazie a loro, ma nonostante il fatto che siano un pesante fardello per lo Stato ebraico, economicamente, socialmente e riguardo alla sicurezza.

Israeli suggerisce che gli arabi israeliani e gli ebrei ultra ortodossi sono dei parassiti della società. “Se non fosse per (gli arabo-israeliani) e per gli ebrei parassiti come loro, il prodotto interno lordo pro capite in Israele salirebbe perfino oltre il livello di quello europeo,” egli scrive.

anche chi è discriminato, quindi, se non i componenti della maggioranza ebraica? Il PIL pro capite in Israele ha ragiunto il suo livello attuale non per merito del governo, ma per quello degli imprenditori ebrei che hanno tratto benefici per sé e per l’economia, con vantaggi anche per gli arabi.”

Secondo l’autore, gli arabo-israeliani vivono in semi autonomia “ accaparrando” più risorse di quelle che forniscono o che meritano, ma “non alzerebbero un dito per migliorare la loro situazione economica”

Riguardo ai sentimenti degli arabo-israeliani verso lo Stato, Israeli scrive che “non li abbiamo visti mettersi in fila per donare il sangue per i feriti delle guerre di Israele, oppure essere presenti per sostituire il personale mandato a combattere ai confini, per proteggere anche loro.”

Egli dice che non è così che una minoranza che vuole integrarsi dovrebbe comportarsi.

Egli scrive: “Questo è il comportamento di una quinta colonna, non di cittadini leali. Mentre non li abbiamo sentiti esaltare i progressi scientifici e tecnici del loro Paese, dei cui risultati desiderano usufruire completamente, hanno espresso ammirazione per la capacità di Saddam Hussein di attaccare Israele, per la combattività di Hezbollah e per l’abilità della Jihad islamica di colpire al cuore il loro Paese.”

Nel suo capitolo finale Israeli intende risvegliare l’opinione pubblica israeliana che secondo lui sembra non accorgersi del pericolo. Egli ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna ha imprigionato persone che il ministero dell’Interno riteneva sospette e che gli Stati Uniti hanno messo in campi di internamento i cittadini di origine giapponese.

Ma dice che l’indebolita Israele ha perso la voglia di esistere come Stato ebraico, e “sebbene gli arabi s’identifichino apertamente con il nemico, non gli succederà niente di male. Non soltanto non vengono rinchiusi nei campi di internamento, ma possono stare nel nostro parlamento.”

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Annettere Israele alle colonie

Oren Yiftachel

Haaretz, 12 giugno 2017

I leader dei coloni ne hanno abbastanza dell’interminabile dibattito israeliano sull’annessione dei territori occupati. Così, invece di star lì ad aspettare, hanno cominciato ad annettere Israele alle colonie.

“Abbiamo trovato una soluzione creativa al problema, come si fa nelle colonie. Li abbiamo sloggiati: dov’è il problema?” ha detto Yair Maayan, che vive nella colonia di Nokdim e, all’interno  dell’ufficio del Primo Ministro, è a capo dell’Autorità per lo sviluppo e l’insediamento dei Beduini. Stava parlando nel corso di una recente puntata dello show televisivo Hamakor (“La Sorgente”), a proposito del villaggio beduino non riconosciuto di Umm al-Hiran. Questa disinvolta dichiarazione ci dice qualcosa sui metodi usati dal progetto per popolare il Negev con gli Ebrei, un progetto che il governo ha promosso da molti anni e che danneggia fortemente i Beduini.

Quella dichiarazione rivela anche un altro, più profondo, processo che sta cambiando la situazione tra il fiume Giordano e il Mediterraneo e che si può descrivere come una “annessione alla rovescia.” I leader dei coloni, le loro organizzazioni e i loro sostenitori ne hanno avuto abbastanza dell’interminabile dibattito sull’annessione dei territori e di tutte le risposte evasive senza seguito da parte del governo di Benjamin Netanyahu. E allora, invece di star lì ad aspettare, hanno cominciato ad annettere Israele alle colonie.

In pratica, vogliono cancellare la Linea Verde, ma solo per gli Ebrei, lasciando i Palestinesi senza diritti. In questo modo non fanno altro che trasformare il silenzioso apartheid di oggi in un aperto e dichiarato regime di apartheid. Questo sta avvenendo su tre fronti principali: quello strategico, quello legale e quello pubblico.

Sul fronte strategico, certe operazioni governative che sono consuete nelle colonie sono straripate ormai da anni all’interno di Israele. La più evidente è la violenza contro i cittadini beduini del sud, tra cui il numero record di oltre 1000 demolizioni di case all’anno (molte più di quelle distrutte in Cisgiordania). Al tempo stesso, Israele ha annullato le richieste di terra da parte dei Beduini, in modo simile a come tratta i proprietari di terra in Cisgiordania.

Intanto, come in Cisgiordania, Israele sta istituendo nuove comunità per soli Ebrei, sotto la guida della Divisione Colonie dell’Organizzazione Mondiale Sionista, un organismo che poteva precedentemente operare solo nei territori occupati. Sta anche adottando pratiche importate dalla Cisgiordania, come l’insediamento di gruppi “di nucleazione” in tutto il paese e soprattutto nelle città in sviluppo e nel cuore dei quartieri arabi delle città israeliane, come Jaffa e Acri. Allo stesso modo, dozzine di fattorie individuali costruite illegalmente da Ebrei sono state “imbiancate”, cioè in altre parole sono state legalizzate, proprio come gli avamposti non autorizzati della Cisgiordania.

Sul fronte legale, l’esempio più notevole è la legge per l’esproprio retroattivo di terre, una legge promossa dai rappresentanti dei coloni e che per la prima volta permetterà di applicare ufficialmente una legge della Knesset in un’area che si trova al di là dei confini. Questa è una pratica che è stata usata da anni in modo non ufficiale, oppure mediante l’escamotage di ordinanze emesse dal comando militare in Cisgiordania.

La nuova proposta di una “legge per lo stato-nazione ebraico” comprende anche clausole per dare la priorità alla giurisprudenza ebraica, ciò che offrirà ai coloni che vivono al di là dei confini dello stato una condizione di privilegio rispetto ai cittadini arabi di Israele.

Altre mosse avanzate per accelerare l’annessione comprendono la legalizzazione degli avamposti non autorizzati, la continua registrazione di terre coltivate palestinesi come terre di proprietà dello stato, il riconoscimento della Ariel University da parte del Consiglio dell’Educazione Superiore e l’estensione della legge penale e dellalegge fondamentale israeliana agli Ebrei della Cisgiordania, ma non ai Palestinesi. Questa annessione inversa è particolarmente appariscente nel momento in cui, in occasione del cinquantenario della guerra dei sei giorni del 1967, i comitati della Knesset hanno tenuto sessioni speciali col Yesha Council delle colonie ebraiche per celebrare i 50 anni dalla “liberazione” dei territori.

Sul terzo fronte, quello pubblico, c’è una campagna per intimidire e mettere a tacere chi si oppone alle colonie e all’annessione. Qui spiccano soprattutto le attività di organizzazioni di destra come Regavim, Im Tirtzu e l’Istituto per le Strategie Sioniste. La campagna comprende un costante attacco alle organizzazioni per i diritti umani e continui tentativi di mettere a tacere insegnanti universitari e ricercatori dell’opposizione. Per esempio, imponendo un codice etico e organizzando comitati di controllo nelle università.

All’interno di questa campagna, ad attivisti che si oppongono all’occupazione, tra cui alcuni dei più importanti intellettuali ebrei del mondo come Noam Chomsky e Judith Butler, è stato impedito l’ingresso in Israele. Questi sforzi per zittire gli oppositori hanno raggiunto anche il mondo artistico, con tentativi di cancellare spettacoli e progetti che hanno a che fare con l’occupazione e con l’oppressione dei Palestinesi.

Si possono capire le attività dei coloni, che hanno interesse a portare avanti i loro obiettivi di lungo termine. È più difficile capire il silenzio della maggioranza degli Israeliani, che accettano apatici la situazione.

Saprà la maggioranza degli Israeliani svegliarsi e impedire questa annessione inversa e la sua degenerazione in apartheid? Arriverà il giorno in cui nascerà uno stato palestinese e Yair Maayan non potrà più dire ammiccante che abbiamo copiato all’interno di Israele le politiche della Cisgiordania? Non c’è occasione migliore di questo cinquantenario per cominciare un profondo cambiamento, invocato ormai da 50 anni in questa terra contesa.

Oren Yiftachel

Collaboratore di Haaretz

Il Prof. Yiftachel insegna geografia politica e pianificazione urbanistica all’Università Ben Gurion del Negev.

Traduzione di Donato Cioli

A cura di Assopace Palestina




La mossa con cui Israele e USA immobilizzano la Palestina.

Rashid Khalidi

The Nation, 5 giugno 2017

L’occupazione israeliana è possibile solo grazie al sostegno incondizionato degli USA, ma il giorno del giudizio si avvicina.

In questo 50° anniversario della più lunga occupazione militare della storia moderna, c’è chi festeggia. È del tutto appropriato che questi festeggiamenti includano una sessione congiunta del Congresso americano con la Knesset israeliana, mediante una connessione video. È appropriato perché il controllo israeliano su Gerusalemme Est, sulla Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulle alture del Golan è possibile soltanto grazie al continuo sostegno ricevuto dagli USA a partire dal giugno 1967 e proseguito fino ad oggi. Questa quindi non è solo un’occupazione israeliana. In effetti, fin dall’inizio è stata un’impresa congiunta, un condominio israelo-americano, per così dire. Anche se le varie forme di violenza necessarie per mantenere un controllo straniero su quasi 5 milioni di persone sono state gestite interamente da Israele, il peso dell’operazione in termini di soldi, armi e diplomazia è stato sostenuto soprattutto dall’America.

Fino a che punto il sostegno americano sia la condizione sine qua non di questa cinquantennale occupazione si può vedere dalla differenza tra il modo in cui le conquiste di Israele del 1967 sono state trattate dall’amministrazione Johnson e successive, e il modo in cui il presidente Eisenhower reagì alle conquiste della guerra del 1956. In quest’ultimo caso, la reazione USA fu inequivocabile ed energica: pochi giorni dopo l’attacco israelo-anglo-francese all’Egitto, Washington fece approvare una risoluzione ONU che chiedeva l’incondizionato e immediato ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Sinai che aveva occupato. Sotto la forte pressione americana, Israele ubbidì a denti stretti nel giro di sei mesi.

Io stesso, quando avevo 18 anni, il 9 giugno 1967 fui testimone di un episodio che indicava quanto erano cambiate le cose dal 1956. Nel quarto giorno della guerra, ero seduto nella tribuna del pubblico al Consiglio di Sicurezza (mio padre lavorava per il Segretariato ONU e io ero a casa dopo il college). Vidi l’ambasciatore americano Arthur Goldberg fare ostruzionismo per ore, per impedire che il Consiglio obbligasse Israele a interrompere quella che sembrava un’avanzata inesorabile verso Damasco. Malgrado successive risoluzioni per una tregua del Consiglio di Sicurezza, e grazie al tacito sostegno degli USA, quell’avanzata non si fermò fino al giorno successivo.

Ma il peggio doveva ancora venire. Mentre nel 1956 passarono solo alcuni giorni prima che l’ONU intervenisse, ci vollero ben cinque mesi perché fosse approvata una risoluzione sulla guerra del 1967. E quando ciò avvenne, il 22 novembre 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza si ispirava essenzialmente ai desiderata di Israele, con l’indispensabile appoggio degli Stati Uniti. La risoluzione 242 non era affatto categorica, anzi: il ritiro di Israele dalle zone appena conquistate era subordinato al raggiungimento di confini “sicuri,” termine che si è dimostrato infinitamente flessibile nel vocabolario israeliano. Questa flessibilità ha permesso 50 anni di ritardo per quanto riguarda i territori occupati di Palestina e Siria. In aggiunta, nella sua versione inglese, la 242 non chiedeva il ritiro da tutta la terra presa nella guerra di giugno, ma solo “da territori occupati” durante il conflitto. Col largo sostegno americano, Israele è riuscita a far passare carrozza e cavalli attraverso quello che sembrava un piccolo varco.

Altre frasi della 242, come il passaggio che sottolinea “l’inammissibilità di acquisire territori con la guerra,” sembrano messe lì per bilanciare quelle importanti concessioni fatte alla posizione di Israele. Tuttavia, quali siano le parti veramente importanti della 242 è indicato da quella sessione congiunta del Congresso e della Knesset a cui accennavo, al culmine di 50 anni di accondiscendenza americana rispetto a un’occupazione che in pratica è coperta dai soldi, dalle armi e dall’appoggio diplomatico americano. Tra l’altro, questa è un’occupazione di cui il governo israeliano nega l’esistenza, e che il presidente americano non ha ritenuto degna di essere ricordata neanche una volta col suo nome durante la sua recente visita in Palestina e Israele.

Val la pena ricordare un altro punto cruciale della 242. All’inizio, il conflitto in Palestina era di tipo coloniale, tra la maggioranza palestinese indigena e il movimento sionista che cercava di ottenere la sovranità nel paese alle spese –e, alla fine, al posto– di quella maggioranza. La natura di questo conflitto era stata in parte riconosciuta dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. Il primo avrebbe dovuto essere più grande del secondo, anche se a quel momento la proprietà ebraica di terra era meno del 7% del totale e gli arabi costituivano il 65% della popolazione e, in via di principio, avevano pieno diritto all’autodeterminazione in tutto il territorio di quello che giustamente consideravano ancora il loro paese.

La risoluzione 242 rappresentò un regresso anche rispetto al livello di bassa marea in cui si trovavano i palestinesi. Nel testo della risoluzione del 1967 non sono nominati né i palestinesi né il loro diritto a uno stato e al ritorno nelle loro case e nelle loro terre, cose che invece erano state confermate in precedenti risoluzioni, tutte appoggiate dagli Stati Uniti. C’è solo un blando riferimento a “una giusta soluzione del problema dei rifugiati.”

Ignorare arrogantemente la popolazione indigena, i suoi diritti e i suoi interessi è in effetti una tipica mossa coloniale, ed è quella che ha aperto la strada all’impresa israeliana d’insediamento coloniale che ha prosperato per 50 anni nei territori occupati. Va da sé che questo è avvenuto col pieno appoggio degli USA, anche se accompagnato da tiepide critiche. Il ministro degli esteri britannico Lord Balfour si era cimentato nella stessa manovra un secolo fa, non menzionando mai le parole ‘palestinese’ o ‘arabo’ nella sua famosa dichiarazione del 2 novembre 1917 in cui prometteva l’appoggio britannico per una “casa nazione” in una Palestina che all’epoca aveva una maggioranza araba del 94%.

Ignorando allo stesso modo i palestinesi e concedendo a Israele quello che voleva, la risoluzione 242 rappresentava così una rivoluzione diplomatica che era totalmente favorevole alla superpotenza regionale che si era appena ingrandita. Questa risoluzione, stilata dall’ambasciatore britannico Lord Carandon –che ripeteva il copione britannico di non prendere in considerazione i palestinesi– e fatta approvare dagli Stati Uniti, è diventata il banco di prova per la pace arabo-israeliana. Vista la sua origine perversa, non sorprende che questa mal concepita risoluzione non ha prodotto pace, ma è stata invece la foglia di fico per una interminabile occupazione militare delle terre di Siria e Palestina.

La scena a cui ho assistito il 9 giugno 1967 al Consiglio di Sicurezza era solo un indizio della grande svolta promossa dal presidente Johnson e dai suoi consiglieri entusiasti di Israele, tra cui Clark Clifford (che era stato determinante nel consigliare al presidente Truman di sostenere Israele nel 1947 e 1948), Arthur Goldberg, McGeorge Bundy, Abe Fortas, e i fratelli Walt ed Eugene Rostow. Costoro, insieme ad altri, avevano fatto in modo che, prima della guerra di giugno 1967, Israele ricevesse il preliminare via libera americano per sferrare il primo colpo contro gli eserciti arabi, cosa che non era stata fatta al tempo dell’avventura israeliana di Suez messa in atto nel 1956 insieme a Francia e Gran Bretagna. Alcuni di questi consiglieri ebbero un ruolo nella trattativa di quella che divenne la risoluzione 242.

Nel 1967 Israele aveva già cominciato a ricevere alcune consegne di armi americane, anche se vinse la guerra di quell’anno soprattutto con armi francesi e britanniche, così come aveva fatto nel 1956. All’indomani della sua schiacciante vittoria del 1967, Israele divenne un importante alleato nella Guerra Fredda, iniziando un rapporto molto più stretto con gli Stati Uniti e contro gli stati arabi che erano allineati con l’Unione Sovietica. Col passare del tempo, questa alleanza con Israele è diventata più stretta di quella con qualunque altra nazione; infatti l’aiuto militare è salito a più di 1 miliardo di dollari all’anno dopo il 1973, e a più di 4 miliardi annui oggi (e questo aiuto va a un paese relativamente ricco, con un reddito annuo pro capite di quasi 35.000 dollari). Dal 1967 Israele è stato coccolato dagli Stati Uniti, sia che le sue azioni aiutassero gli interessi USA sia che li danneggiassero. Questa intimità è arrivata al punto che esponenti politici di ambedue le parti competono uno con l’altro nel proclamare che non lasceranno “nemmeno uno spiraglio” tra le posizioni dei due paesi.

Nonostante le esaltazioni di questa unità di vedute tra dirigenti americani e israeliani per quanto riguarda il sostegno all’ininterrotto processo di occupazione e colonizzazione della Palestina, il giorno del giudizio si avvicina. Ce ne sono avvisaglie da tutte le parti. Intanto, il partito democratico è spaccato tra i dirigenti della vecchia guardia che sono ciecamente pro-israeliani e una base più giovane e più aperta che è in grado di vedere cosa sta veramente accadendo in Palestina. La risoluzione approvata il 21 maggio dal partito democratico della California è un segno dei tempi. Questa risoluzione condanna l’incapacità degli ultimi governi di ”fare passi concreti per cambiare lo status quo e dar luogo a un vero processo di pace”, al di là di qualche blanda critica all’occupazione. E continua disapprovando “gli insediamenti illegali nei territori occupati” e chiedendo una “giusta pace basata sulla piena eguaglianza e sicurezza sia per gli ebrei che per i palestinesi,” oltre ad “autodeterminazione, diritti civili, e benessere economico per il popolo palestinese.”

Cinquanta anni dopo l’euforia che in Israele e a Washington accompagnò l’inizio dell’occupazione, la nascita di un nuovo stato d’animo si può avvertire nei campus universitari, tra i più giovani –tra cui molti ebrei americani– le minoranze, alcune chiese, sinagoghe, associazioni accademiche, sindacati e la base del partito democratico. C’è naturalmente una potente e ben finanziata controffensiva verso questo risveglio, che ha connessioni con l’amministrazione Trump e con la dirigenza del partito democratico ed è riecheggiata dalla gran parte dei principali media. La si riconosce al colmo dell’isteria nei suoi tentativi di soffocare in molti stati il dibattito con mozioni anti-BDS (19 delle quali già convertite in legge), così come nel bando israeliano all’ingresso nel paese di sostenitori del BDS e alle leggi contro gli israeliani che appoggiano il BDS.

Ma anche se queste misure possono avere qualche effetto, non possono alla lunga sopprimere il disgusto che le politiche di Israele hanno prodotto in tanti americani e tanti cittadini di altri paesi. Il sostegno dall’esterno è stato sempre un elemento cruciale nella contesa sulla Palestina. Nei primi decenni dopo la dichiarazione Balfour, l’impresa sionista non avrebbe potuto imporsi senza l’aiuto determinante della Gran Bretagna. Allo stesso modo, Israele non avrebbe potuto mantenere per 50 anni la sua occupazione senza il supporto americano. La reazione quasi isterica alla crescita nel mondo di critiche all’occupazione militare israeliana di terre arabe e alla sua impresa coloniale, mostra che i leader israeliani e i loro sostenitori americani sono perfettamente consapevoli di queste nuove realtà. La tragedia è che ci son voluti quasi 70 anni dalla guerra del 1948 e 50 anni dal 1967 per arrivare a questo punto, che è solo l’inizio del cammino verso la piena uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti civili, la sicurezza e il benessere economico sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi.

Rashid Khalidi, “Edward Said Professor” di Studi Arabi alla Columbia University, è autore del recente Brokers of Deceit: How the U.S. Has Undermined Peace in the Middle East.

https://www.thenation.com/article/israeli-american-hammer-lock-palestine/

www.assopacepalestina.org

Traduzione di Donato Cioli




Seguire il percorso della causa palestinese a partire dal 1967

Nadia Hijab, Mouin Rabbani, 5 giugno 2017 Al-Shabaka

Guardando al passato

Alla vigilia del 5 giugno 1967 i palestinesi erano dispersi tra Israele, la Cisgiordania (inclusa Gerusalemme est) governata dalla Giordania, la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto e le comunità di rifugiati in Giordania, Siria, Libano e altri Paesi più lontani.

Le loro aspirazioni di salvezza ed autodeterminazione poggiavano sugli impegni dei leader arabi a “liberare la Palestina” – che all’epoca si riferiva a quelle parti della Palestina mandataria che erano diventate Israele nel 1948 – e soprattutto sul carismatico leader egiziano Gamal Abdel-Nasser.

La Guerra dei Sei Giorni, che portò all’occupazione israeliana dei territori palestinesi di Cisgiordania, Gerusalemme est e Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, apportò drastiche modifiche alla geografia del conflitto. Produsse anche un profondo cambiamento nella politica palestinese. Con una netta rottura rispetto ai decenni precedenti, i palestinesi divennero padroni del proprio destino invece che spettatori di decisioni regionali ed internazionali che influivano sulle loro vite e determinavano la loro sorte.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che era stata fondata nel 1964 sotto l’egida della Lega Araba nel suo primo incontro al vertice, nel 1968-69 fu surclassata dai gruppi guerriglieri palestinesi che si erano sviluppati clandestinamente dagli anni ’50, con a capo Fatah (il movimento nazionale di liberazione palestinese). La sconfitta araba del 1967 determinò un vuoto in cui i palestinesi riuscirono a ristabilire l’egemonia sulla questione della Palestina, a trasformare le componenti disperse della popolazione palestinese in un popolo unito e in un soggetto politico ed a porre la causa palestinese al centro del conflitto arabo-israeliano.

Questo, che è stato forse il più importante risultato dell’OLP, ha tenuto alto lo spirito della richiesta palestinese di autodeterminazione, nonostante la miriade di ferite inferte da Israele e da alcuni Stati arabi – e nonostante quelle autoinflitte. Le sconfitte subite dall’OLP sono state molte, anche se è riuscita a porre la questione palestinese ai primi posti dell’agenda internazionale. Vale la pena ripercorrere i successi e le sconfitte dell’OLP per comprendere in che modo il movimento nazionale palestinese è arrivato alla situazione attuale.

La prima vittoria dell’OLP ha anche gettato i semi di una sconfitta. La battaglia di Karameh del 1968 nella Valle del Giordano, in cui i guerriglieri e l’esercito giordano respinsero un corpo di spedizione israeliano molto più potente, guadagnò al movimento molti aderenti palestinesi ed arabi, sia rifugiati, sia guerriglieri, sia uomini d’affari di tutto lo spettro politico. Al tempo stesso, l’implicita minaccia alla monarchia hashemita era evidente e le relazioni palestinesi con la Giordania peggiorarono fino a che l’OLP venne espulso dalla Giordania durante il ‘settembre nero’ del 1970. Questo in pratica ha significato che l’OLP non ebbe più una potenzialità militare credibile contro Israele, ammesso che l’abbia mai avuta. Anche se i palestinesi avrebbero mantenuto un’estesa presenza militare in Libano fino al 1982, si trattava di una misera alternativa alla più lunga frontiera araba con la Palestina storica.

Durante la guerra dell’ottobre 1973, l’Egitto e la Siria ottennero parziali vittorie contro Israele, ma subirono anche gravi sconfitte, dimostrando che anche gli Stati arabi avevano solo limitate possibilità contro Israele. Al tempo stesso, il movimento nazionale palestinese raggiunse il suo culmine a livello internazionale con il discorso del defunto leader palestinese Yasser Arafat all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1974, con il riconoscimento da quel momento dell’OLP come l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. In quello stesso anno l’OLP iniziò anche a porre le basi per una soluzione di due Stati quando il suo parlamento, il Consiglio Nazionale Palestinese, adottò un piano in 10 punti per istituire una “autorità nazionale” in ogni parte della Palestina che era stata liberata.

Il processo fu necessariamente dolorosamente lento, in quanto condusse la maggioranza dei palestinesi a riconoscere che un eventuale Stato palestinese non sarebbe stato stabilito sulla totalità dei territori del precedente mandato britannico. Dal 1974, l’accettazione del dato di fatto di Israele come Stato e la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza sarebbe progressivamente diventato l’obiettivo del movimento nazionale palestinese.

La visita a Gerusalemme dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, che condusse agli Accordi di Camp David del 1979 e al ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, completato nell’aprile del 1982, aprì la strada all’invasione israeliana del Libano nello stesso anno. Il principale obiettivo di Israele era estromettere l’OLP dal Paese e consolidare l’occupazione permanente dei Territori Palestinesi Occupati (TPO). Con l’uscita dal conflitto del più potente degli Stati arabi, la capacità dell’OLP di ottenere una soluzione di due Stati fu gravemente compromessa ed il conflitto arabo-israeliano si trasformò gradualmente in un conflitto iasraelo-palestinese, molto più conveniente per Israele.

Mentre l’OLP cercava di riunificarsi in Tunisia ed in altri Paesi arabi, nei TPO ebbe luogo una delle più grandi sfide ad Israele, con lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, in gran parte guidata da una leadership cresciuta all’interno [della Palestina]. Ciò riportò in auge l’opzione di contrastare in modo vincente Israele sulla base di una mobilitazione di massa non violenta in dimensioni che non si vedevano più dalla fine degli anni ’30.

Tuttavia l’OLP si dimostrò incapace di capitalizzare il successo locale e globale della prima Intifada. Alla fine, la dirigenza dell’OLP in esilio mise i propri interessi, soprattutto l’ambizione di ottenere l’ appoggio dell’Occidente, ed in particolare dell’America, al di sopra dei diritti nazionali del popolo palestinese, espressi nella Dichiarazione di Indipendenza adottata nel 1988 ad Algeri.

Queste contraddizioni divennero palesi nel 1992-93, quando la dirigenza palestinese dovette scegliere se appoggiare la posizione negoziale della delegazione palestinese a Washington, che insisteva su una moratoria totale delle attività di colonizzazione israeliane [in Cisgiordania] come precondizione per accordi transitori di autogoverno, oppure condurre negoziati segreti con Israele che concessero molto meno, ma la riportarono ad una posizione di rilievo internazionale sulla scia del conflitto del Kuwait del 1990-91. In seguito agli accordi di Oslo del 1993, l’OLP riconobbe Israele e il suo “diritto ad esistere in pace e sicurezza”, nel contesto di un documento che non menzionava né l’occupazione, né l’autodeterminazione, né l’esistenza di uno Stato, o il diritto al ritorno. Prevedibilmente, i decenni seguenti hanno visto un’accelerazione esponenziale del colonialismo di insediamento israeliano e l’effettiva vanificazione delle intese per l’autonomia previste in vari accordi israelo-palestinesi.

Guardando avanti

Sotto alcuni aspetti, oggi la situazione è tornata al punto di partenza del 1967. Il movimento nazionale palestinese complessivamente unitario che è stato egemone dagli anni ’60 agli anni ’90 si è disintegrato, forse in modo definitivo. Oggi è diviso tra Fatah e Hamas, con quest’ultimo, insieme alla Jihad islamica, escluso dall’OLP, mentre dilagano le divisioni all’interno di Fatah e dell’OLP. I palestinesi a Gaza soffrono tremendamente sotto un assedio israeliano decennale, che sta peggiorando a causa delle pressioni su Hamas da parte dell’ANP e di Israele. I palestinesi nei campi profughi in Siria e in Libano stanno patendo terribilmente per la guerra civile in Siria e la precedente frammentazione dell’Iraq, ed anche per i conflitti tra differenti gruppi all’interno dei campi.

Quanto ad Israele, il 1967 lo ha trasformato da Stato della regione a potenza regionale. E’ impaziente di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo arabo, usando l’Iran come spauracchio per alimentare questa relazione. A sua volta, vuole usare tale alleanza per imporre un accordo ai palestinesi che di fatto perpetuerebbe il dominio israeliano, ottenendo un trattato di pace finale in cui manterrebbe il controllo della sicurezza nei TPO, conserverebbe le sue colonie e continuerebbe la colonizzazione.

Ma sul percorso di Israele verso la legittimazione dell’occupazione continuano a sussistere ostacoli, che mantengono aperta la porta ad un movimento e ad una strategia palestinesi per ottenere diritti e giustizia. Non è cosa da poco il fatto che, in un lasso di tempo di mezzo secolo, nessuno Stato abbia formalmente approvato l’occupazione israeliana del territorio palestinese – o siriano. Se da un lato i governi europei, ad esempio, hanno temuto che facendolo avrebbero compromesso i loro rapporti con altri Paesi della regione, dall’altro sono anche tra i più impegnati a sostenere un ordine internazionale basato sulle leggi; il ricordo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale non è stato cancellato. Essi quindi non possono riconoscere l’occupazione israeliana, anche se non sono stati in grado di sfidare Israele negli stessi termini con cui hanno affrontato l’occupazione russa della Crimea.

Inoltre l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, poco dopo che lo scorso anno il Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea, rafforza la determinazione dell’Unione Europea a consolidare il proprio potere economico e politico e a ridurre la dipendenza dagli USA per la difesa. Questo offre ai palestinesi un’opportunità per appoggiare le modeste misure europee, come il divieto di finanziare la ricerca delle imprese delle colonie israeliane e l’etichettatura dei prodotti delle colonie, e per promuovere la distinzione tra Israele e la sua impresa coloniale, per usare le parole della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di dicembre 2016.

Israele sta incontrando resistenza anche in situazioni inaspettate. Mentre il movimento nazionale palestinese si è indebolito, il movimento globale di solidarietà con la Palestina, compreso il movimento a guida palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), lanciato nel 2005, è cresciuto rapidamente, soprattutto in seguito ai ripetuti attacchi israeliani alla Striscia di Gaza. Questo contrasta con la situazione negli anni ’70 e ’80, quando l’opinione pubblica occidentale tendenzialmente dava un ampio sostegno ad Israele. Israele sta reagendo ferocemente contro questo movimento, assimilando le critiche ad Israele con l’antisemitismo e istigando i legislatori negli USA ed in Europa a vietare le iniziative di boicottaggio. Tuttavia finora non è riuscito a soffocare il dibattito o a impedire alle chiese e ai gruppi studenteschi in tutti gli USA di sostenere attività di solidarietà con il popolo palestinese.

L’opposizione di Israele è anche indebolita in conseguenza di una terza tendenza che è interamente autoprodotta. Il fatto che sia riuscito a violare impunemente il diritto internazionale con la sua occupazione dei territori palestinesi, così come con i propri cittadini palestinesi, lo sta portando a strafare. Persino la determinazione di Trump a “fare un accordo” che consegnerebbe sicuramente ad Israele vaste porzioni della terra palestinese ed il controllo permanente sulla sicurezza, probabilmente si scontrerà con il sempre più potente movimento di destra [israeliano], che respinge per principio ogni concessione ai palestinesi.

Certo, la crescente ondata di quella che può solo essere definita come legislazione razzista sta palesando non solo le sue azioni attuali, ma anche quelle del periodo precedente e immediatamente successivo al 1948. Per esempio, per citarne solo alcune, la legge sulla cittadinanza e sulla famiglia, prorogata ogni anno dal 2003, nega ai cittadini palestinesi di Israele il diritto a sposare palestinesi dei territori occupati e di parecchi altri Paesi; la continua distruzione di villaggi palestinesi all’interno di Israele, come anche in Cisgiordania; la legge che legalizza retroattivamente il furto di terre private palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò rende impossibile immaginare che Israele accetti valori sia universali che “occidentali”, quali lo stato di diritto e l’uguaglianza.

Un utile indicatore di questo disvelamento è il rapido aumento di ebrei non israeliani che si allontanano sempre più da Israele, comprese associazioni come ‘Jewish Voice for Peace’. Quando prendono la parola, le rituali accuse di antisemitismo sono facilmente confutate ed essi legittimano altri a prendere posizioni simili.

Un altro ambito in cui Israele ha esagerato è stato fare del sostegno ad esso una questione di parte. Dal momento che il partito repubblicano [americano] assicura che non ci sono problemi tra sé ed Israele, l’opinione tra le fila del partito democratico si sposta stabilmente a favore dei diritti dei palestinesi ed i rappresentanti democratici sono lentamente sempre più incoraggiati ad alzare la voce.

Queste tendenze di lungo termine contrarie alle violazioni israeliane delle leggi internazionali non possono di per sé salvaguardare i diritti dei palestinesi. Il passaggio dall’egemonia araba sulla questione della Palestina all’egemonia palestinese alla fin fine ha prodotto il disastro di Oslo. Ciò che è necessario è una formula che unisca la mobilitazione palestinese in patria e all’estero con una strategia araba per conseguire l’autodeterminazione. E, benché gli sforzi per trasformare l’OLP in un reale rappresentante nazionale [del popolo palestinese] siano finora falliti, esistono modi per fare pressione su componenti dell’OLP che ancora funzionano – per esempio, in Paesi dove dei settori di rappresentanza diplomatica palestinese sono tuttora efficienti – allo scopo di rilanciare il programma e la strategia nazionali.

Oggi i palestinesi si trovano senza dubbio nella peggiore situazione che abbiano vissuto a partire dal 1948. Eppure, se mobilitano le risorse che hanno a disposizione – anzitutto e soprattutto il proprio popolo ed il crescente bacino di consenso mondiale nei confronti dei loro diritti e della loro libertà – possono ancora elaborare e mettere in atto con successo una strategia per garantirsi il loro posto al sole.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è direttrice esecutiva di ‘Al-Shabaka: the Palestinian policy network’, che ha co-fondato nel 2009. E’ spesso relatrice di conferenze e commentatrice sui media ed è ricercatrice presso l’Istituto di Studi sulla Palestina. Il suo primo libro, Womanpower: the arab debate on women at work [Manodopera femminile: il dibattito arabo sul lavoro delle donne] , è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è inoltre co-autrice di Citizens apart: a portrait of the palestinian citizens of Israel [Cittadini messi da parte: un ritratto dei cittadini palestinesi di Israele] (I.B. Tauris).

Mouin Rabbani

Il consulente politico di Al-Shabaka Mouni Rabbani è uno scrittore ed analista indipendente specializzato nella questione palestinese e nel conflitto arabo-israeliano. E’ ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina ed è tra i redattori del Middle East Report. I suoi articoli sono usciti anche su The National ed ha scritto articoli di commento per il New York Times.

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente, neutrale e non-profit, il cui obiettivo è educare e favorire il dibattito pubblico sui diritti umani e l’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto del diritto internazionale.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




“Muori, soffri, puttana”

Gideon Levy

Haaretz – 4 giugno 2017

Giovedì scorso è avvenuto un orribile incidente nei Territori Occupati.

Non è stato meno deprecabile del colpo di grazia di Elor Azaria contro un terrorista impossibilitato a offendere [Azaria è un soldato israeliano che ha ucciso un giovane palestinese a terra già ferito, ndt]. Guardando il video che documenta il fatto ti si rivolta lo stomaco. È disgustoso e fa arrabbiare, ma nessun media in Israele, riflettendo la profonda apatia nella quale siamo sprofondati, vi ha dedicato la minima attenzione.

 Quel giorno un gruppo di soldati stava intorno a una ragazza palestinese morente che si contorceva per il dolore, riversa sanguinante sulla strada. I soldati facevano a gara tra di loro per vedere chi l’avrebbe insultata con il linguaggio più spregevole. Questi sono i tuoi soldati, Israele, questo è il loro linguaggio, questi sono i loro valori e principi. A nessuno è venuto nemmeno in mente di prestarle soccorso, nessuno ha pensato di mettere a tacere l’esplosione di odiose oscenità che svolazzavano intorno alla ragazza che stava dissanguandosi fino alla morte. Questo è stato un regalo adeguato alle celebrazioni dell’anniversario [della Guerra del ’67, ndtr.]– dai paracadutisti di bell’aspetto al Muro del Pianto fino a quest’atto bestiale al checkpoint di Mevo Dotan. Cinquant’anni di occupazione ci hanno portato a questo.

 Il video mostra una ragazza palestinese che avanza lentamente verso il checkpoint. Forse qualcuno le ha detto di fermarsi, ma questo nella registrazione non si sente . Non si vede nessun coltello o nemmeno un tentativo di accoltellamento. In seguito si vede la ragazza correre via con due israeliani, forse soldati, che la inseguono alle calcagna. Questo è solo l’inizio. È diventato un’abitudine “neutralizzare” (“aka” in ebraico vuol dire uccidere) giovani maschi e femmine che cercano di ferire i soldati, di solito in un tentativo di procurarsi la morte. Nella maggior parte dei casi queste sono semplicemente esecuzioni. È quasi sempre possibile arrestare gli assalitori senza ucciderli. Ma l’esercito è eroico quando fronteggia giovani donne e ora i suoi soldati sanno solo come uccidere. L’hanno colpita a morte come ci si aspettava da loro.

E allora succede questo: la ragazza giace sulla strada, i soldati armati la circondano come in un rito pagano, vomitando un torrente di insulti. Il video mostra solamente i loro corpi, non i loro visi. Insieme a loro c’è un uomo armato in calzoncini corti, che calza dei sandali, probabilmente un colono. La ragazza si lamenta, si gira , si ripiega su se stessa e geme mentre i soldati dicono: “Spero che tu muoia, figlia di puttana, fanculo, muori, soffri, khaba (kahba in arabo marocchino vuol dire puttana)”. Non si sarebbero comportati così intorno a un cane morente. Durante questi abusi si può sentire qualcuno che chiede “Dov’è il coltello”? , “Non la toccate”, “Sei stupenda”, e, al telefono, “ Dove sei, a casa?”

 Poche ore dopo è morta per le ferite riportate. Nour Iqab Enfeat del villaggio di Yabad, vicino a Jenin, in Cisgiordania, aveva 16 anni. Un soldato ha avuto delle lievi ferite. Soltanto dei soldati vigliacchi ammazzano in questo modo una studentessa.

 Tuttavia, in questo caso l’esecuzione di routine è stata accompagnata da una cerimonia di “requiem” Bisogna averla vista per crederci. Non c’era nemmeno un soldato con un briciolo di compassione o di umanità. Bisogna prendere atto dell’enorme odio che provano i soldati dell’esercito di occupazione verso la nazione che tiranneggiano. Bisogna vedere fino a che punto hanno perso la loro umanità. Come si può rallegrarsi di una studentessa agonizzante? Maledire qualcuno che soffre in quell modo non è meno malvagio di spararle.

 Questa è la lezione che I soldati delle Forze di Difesa Israeliane hanno imparato dal processo Azaria [il tribunale in primo grado gli ha comminato la pena di 18 mesi, mentre per la destra è un eroe, ndtr.]. Invece di sparare lascia che la “terrorista” muoia dissanguata mentre la si insulta. Si sono comportati così non per un desiderio di vendetta a causa del suo tentativo di accoltellare un soldato. L’hanno fatto innanzitutto perché era palestinese. Ovviamente non si sarebbero mai comportati in questo modo se una ragazza colona avesse tentato di ferirli.

 Non è stato il gesto di un individuo. Erano in tanti. Non è stato nemmeno un fatto eccezionale. Questi sono i tuoi soldati, Israele. Qualcuno dovrebbe riferire questo al capo di Stato Maggiore Gadi Eizenkot, che, chissà perché, è percepito come uno a cui preme la moralità dell’IDF. Hai cinque figli, Eizenkot. Cosa penseresti se qualcuno si comportasse in questo modo nei confronti di uno di loro? Cosa penserebbe qualsiasi padre o madre in Israele? Il coltello nelle mani di una studentessa disperata giustifica comportamento di qualunque genere? A questo punto non è chiaro che mandare il proprio figlio a prestare servizio nei territori li trasforma in questo?

Se i soldati di quel checkpoint non saranno processati e puniti, risulterà chiara una cosa: il vero codice morale che prevale nell’IDF è la barbarie.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Oltre il binomio: due Stati, uno Stato, Stato fallito, nessuno Stato

Al Shabaka

 Amal Ahmad – 30 maggio 2017

Benché la comunità internazionale abbia accolto la soluzione dei due Stati fin dall’inizio degli anni ’90, è diventato evidente che la frammentazione del popolo e del territorio palestinesi da parte di Israele durante gli scorsi 50 anni è intesa a rendere impossibile uno Stato palestinese sovrano.

Mentre i politici spiegano questo fatto come il risultato di incomprensioni o opportunità non colte dalle due parti, la spiegazione corretta è che, nei fatti, Israele non vuole i due Stati. Questa conclusione comprometterebbe il suo obiettivo di mantenere diritti privilegiati per gli ebrei israeliani nel territorio sotto il suo controllo. Molti progressisti ora sostengono che uno Stato con pari diritti per tutti sia la logica alternativa. Mentre un simile Stato binazionale potrebbe essere giusto, è altamente improbabile, soprattutto a breve e medio termine.

E’ più probabile un certo numero di alternative più ciniche:

  • Come ha sottolineato l’analista di Al-Shabaka Asem Khalil, un prolungato e intensificato status quo vedrebbe la costante gestione da parte di Israele di un’entità palestinese non sovrana e dipendente in Cisgiordania. Una soluzione provvisoria per Gaza potrebbe essere raggiunta con l’Egitto, con una limitata possibilità di movimento di beni e persone. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rimarrebbe un’élite di intermediari per la popolazione palestinese, e la mancanza di possibilità finanziarie e per lo sviluppo dell’entità palestinese contribuirebbe a renderla uno Stato fallito.

  • Come mostra la mia analisi, con il tempo questo scenario potrebbe diventare più radicato istituzionalmente attraverso una soluzione permanente del non-Stato, in base alla quale Israele controllerebbe per sempre i palestinesi assegnando qualche settore di governo a un’autorità locale non sovrana.

  • Un risultato simile coinvolgerebbe tre Stati, che comprendono Israele, un mini-Stato demilitarizzato nella Striscia di Gaza tenuto sotto controllo dall’Egitto e uno “Stato della Cisgiordania” (dei coloni).

Il caos potenziale del periodo successivo ad Abbas amplifica la plausibilità di questi scenari. Ogni lotta violenta per il potere all’interno di Fatah porterebbe ad un’ulteriore frammentazione e potenzierebbe la capacità di Israele di promuovere la costituzione di uno Stato a Gaza per i palestinesi, rafforzando al contempo la sua presenza in Cisgiordania. Se l’ANP dovesse collassare, un’ondata di emigrazione verso la costa est [del Giordano, cioè in Giordania, ndtr.] potrebbe ulteriormente incentivare la possibilità di questo esito.

Raccomandazioni di politica

1. Chi si occupa seriamente di una soluzione del conflitto israelo-palestinese deve superare il binomio uno o due Stati e discutere le implicazioni di una soluzione del non-Stato per l’autodeterminazione dei palestinesi.

2. I palestinesi devono comprendere la possibilità che lo status quo diventi un’erosione permanente dei loro diritti in assenza di strategie di resistenza che abbiano successo.

3. La comunità internazionale deve abbandonare l’assunto che lo status quo è un periodo di transizione successivo ad Oslo, oltre che l’approccio “aspettiamo e vediamo”. Deve ammettere il fallimento della sua politica e fissare meccanismi di controllo, anche riguardanti le violazioni delle leggi internazionali che minacciano di fossilizzare la situazione di apartheid.

Amal Ahmad, che fa parte di Al-Shabaka, è un economista e ricercatrice palestinese. Amal è stata stagista presso l’Istituto Palestinese di Ricerche Economiche a Ramallah prima di terminare un master in economia dello sviluppo presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra. Il suo lavoro si concentra sui rapporti fiscali e monetari tra Israele e Palestina. E’ anche interessata all’economia politica dello sviluppo in Medio Oriente in generale.

(traduzione di Amedeo Rossi)