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Un’ avvocatessa olandese determinata ad ottenere giustizia per la gente di Gaza

Amira Hass, 27 giugno 2017 Haaretz

Liesbeth Zegveld è convinta che un tribunale olandese possa istruire una causa contro pezzi grossi dell’esercito israeliano per l’uccisione di sei palestinesi

Che cosa hanno in comune l’isola di Giava in Indonesia, la FIFA, una falsa accusa in Libia ed il campo profughi di Bureij nella Striscia di Gaza? Condividono tutti una stessa avvocatessa olandese, Liesbeth Zegveld, che sfida i termini di prescrizione e i limiti nazionali di giurisdizione quando si tratta di crimini nei confronti della vita umana commessi da potenti.

Martedì scorso ha inviato una notifica di chiamata in correità all’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz ed al comandante delle forze aeree israeliane Amir Eshel, chiedendo loro di comunicarle entro sei settimane se si assumono la responsabilità dell’uccisione di sei membri della famiglia di Ismail Ziada, un cittadino olandese, nel corso dell’operazione ‘Margine Protettivo’ a Gaza nel 2014, e se intendono risarcirlo per i danni.

La notifica informa che, se non intendono farlo, lei ed il suo cliente intenteranno una causa civile accusandoli di crimini di guerra presso un tribunale olandese. Il giudice esaminerà in primo luogo la questione se un tribunale olandese abbia giurisdizione sul caso.

Zegveld riferirà alla corte il caso di un medico palestinese, Ashraf al-Hajuj: nel 2000 lui e cinque infermiere bulgare che lavoravano in un ospedale libico furono ingiustamente accusati di aver infettato dei bambini con il virus HIV. Solo la pressione internazionale li salvò dalla pena di morte. Dopo che Hajuj tornò in Olanda si rivolse alla Zegveld, che citò in giudizio 12 alti ufficiali libici per tortura e trattamento inumano.

Fece riferimento al principio di giurisdizione universale – in altri termini, per la gravità del crimine, la corte ha il diritto di giudicare a prescindere dal luogo in cui sia avvenuto il crimine. Sostenne inoltre che Hajuj non avrebbe avuto possibilità di un equo processo se avesse fatto causa in Libia. La sua opinione venne accettata. Nel marzo 2012 la corte gli riconobbe 1 milione di euro di risarcimento.

Nel caso di Ziada, la Zegveld intende dimostrare al giudice olandese che i palestinesi non hanno possibilità di un equo processo in Israele e che in quel Paese non si procede realmente ad indagini sulle denunce di crimini di guerra.

Zegveld, dello studio legale sui diritti umani Prakken d’Oliveira di Amsterdam, è specializzata in responsabilità per violazioni di diritti umani e rappresenta le vittime di guerra. L’obbiettivo non è il risarcimento economico, ma molto di più, afferma. Il caso dell’Indonesia lo conferma: nel 2008 Zegveld ha chiesto risarcimento al governo olandese un risarcimento per diverse vedove e bambini di circa 400 indonesiani uccisi dall’esercito olandese il 9 dicembre 1947 nel villaggio di Rawagede, sull’isola di Giava. All’epoca, le uccisioni erano considerate una legittima attività di repressione contro gli oppositori del governo coloniale olandese, la loro guerriglia e le attività terroristiche.

Anzitutto Zegveld riuscì a superare i termini di prescrizione. Lei ed i suoi colleghi allora scoprirono che quanto accaduto a Rawagede non era un incidente isolato. Infatti nel 1968 un’indagine promossa dal governo rivelò alcuni massacri di civili indonesiani commessi dall’esercito olandese, presentati come casi sporadici.

Così, per decenni l’Olanda ha mantenuto la sua limpida immagine. L’azione legale per conto delle vittime 60 anni dopo il crimine ha contribuito ad aprire crepe nell’amnesia della pubblica opinione. Ha anche incoraggiato la tendenza a condurre studi accademici su quegli anni, in cui l’Olanda ha rifiutato con spietata ostinazione di dire addio alla sua redditizia colonia. Nella sua tesi di dottorato, lo storico Rémy Limpach è giunto alla conclusione che vi fu violenza strutturale e sistematica.

Ciò ha spianato la strada perché l’Olanda risarcisse le vittime e si scusasse per i suoi crimini a Rawagede. A fine 2016 il governo olandese ha annunciato il finanziamento di uno studio sulla condotta dell’esercito in quegli anni.

Ma ci sono anche le sconfitte: a gennaio, un tribunale svizzero ha respinto l’istanza di Zegveld per conto di due sindacati – uno in Bangladesh e l’altro in Olanda – contro la FIFA per aver scelto il Qatar come Paese ospite della Coppa del Mondo del 2022. Lei ha sostenuto che, poiché l’organo internazionale di governo del calcio non ha richiesto una riforma delle leggi sul lavoro del Qatar, si rendeva responsabile del danno sistematico ai lavoratori dell’edilizia.

La corte sentenziò che il riferimento a cambiamenti nella legislazione del lavoro era vago e senza effetti giuridici. Ma Zegveld non si arrende: “Limiteremo il caso all’assegnazione della Coppa del Mondo al Qatar e tralasceremo il dovere della FIFA da quel momento in poi di monitorare da quel momento in poi la situazione dei diritti umani in Qatar”, ha detto. “Agli occhi del tribunale svizzero, la FIFA non è nella posizione di controllare la situazione in Qatar (il che purtroppo è lontano dalla realtà, ma la corte non era chiaramente disponibile ad approfondire i fatti.) Perciò la nostra argomentazione sarà: poiché la situazione dei diritti umani in Qatar è pessima, cosa nota alla FIFA, esso fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere ammesso.”

Basandosi sugli stessi principi, con la stessa determinazione e ostinazione Zegveld sta programmando di gestire la causa della famiglia Ziada. Il 20 luglio 2014 una bomba colpì la loro casa a Bureij uccidendo sette persone: la madre settantenne di Ismail Ziada, Muftiah, i suoi figli Jamil, Yousef e Omar, la moglie di Jamil, Bayan ed il loro figlio dodicenne Shaban. Venne anche ucciso un altro uomo in visita alla casa: Muhammed Maqadma, un membro di Iz al-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Un altro ospite fu gravemente ferito.

Un obbiettivo legittimo?

Durante la guerra di Gaza del 2014 Israele ha adottato una politica di bombardamento delle case insieme ai loro abitanti. In 70 casi indagati dall’associazione per i diritti umani B’Tselem, la grande maggioranza delle 606 persone uccise non erano membri di organizzazioni armate palestinesi. Oltre il 70% erano minori di 18 anni, maggiori di 60 o donne.

Il 20 luglio l’aviazione israeliana bombardò otto case abitate in diversi luoghi della Striscia. I morti in questi bombardamenti furono 76. Lo stesso giorno l’esercito israeliano uccise in totale 214 persone in tutta Gaza. Secondo le indagini di B’Tselem, 73 di loro appartenevano a formazioni armate (coloro che partecipavano al conflitto, secondo la definizione di B’Tselem) e 140 no. La posizione di un uomo risultava non chiara. 27 vittime erano bambini sotto i 5 anni, 35 avevano dai 6 ai 17 anni, 29 erano donne e 12, compresa Muftiah Ziada, avevano oltre 60 anni.

Se Zegveld supererà l’ostacolo della competenza giurisdizionale, la corte affronterà il punto sostanziale: la casa degli Ziada era un obbiettivo legittimo? Se Gantz e Eshel decideranno di non rispondere, il processo avrà luogo in loro assenza ed i fatti esposti dalla denuncia verranno accettati così: danno a persone innocenti, sproporzionato, in contraddizione col diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Se i due decideranno di difendersi in qualche modo, il dibattimento inizierà dai fatti.

Alcune settimane dopo l’uccisione della famiglia, Iz al-Din al-Qassam ha diffuso le ultime volontà, registrate precedentemente, del fratello di Ismail, Omar. A Gaza dicono che questa era la procedura che i membri dell’organizzazione seguivano quando ritenevano che la guerra stesse per scoppiare. “Sono il martire vivente”, afferma davanti alla telecamera, dicendo addio alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli ed agli amici di Iz al-Din al-Qassam, incoraggiandoli a continuare nella preghiera e nella resistenza.

Per circa sette minuti legge le proprie volontà con volto inespressivo e occhi asciutti. Versa lacrime solo quando cita i nomi degli amici che presto incontrerà in paradiso. Il suo corpo, in pantaloni corti, è stato trovato sotto le macerie della casa. La notizia sul sito web della Procura militare relativa alla decisione dell’Avvocatura Generale militare di chiudere l’inchiesta sull’uccisione della famiglia Ziada affermava che nella casa si trovava un comando operativo ed un centro di controllo e che tra i morti, oltre a Maqadma, vi erano tre “miliziani armati delle organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica” membri della famiglia Ziada.

“Si uccide un’intera famiglia e poi si mette su internet qualcosa di simile a molte altre dichiarazioni”, ha detto Zegveld. “E’ come un comunicato stampa. Qual è il merito della questione? Quali le prove? E la trasparenza? Una telefonata da una casa privata, anche se si tratta di un membro di Hamas, non trasforma la casa in un centro di comando e di controllo. La legge dice: in caso di dubbio, chiunque è un civile.

Se ci sono prove che vi fossero membri militari attivi di Hamas, allora si entra nella vera questione del diritto umanitario, che implica proporzionalità e distinzione e misure precauzionali. E’ tempo che un tribunale discuta di questo.”

E’ ottimista sulle chance della denuncia?

“Il non funzionamento del diritto internazionale è dimostrato in modo esemplare in Israele e Palestina”, dice Zegveld. “Israele ha un sistema discriminatorio molto subdolo, che dall’esterno sembra un sistema funzionante. C’è una quantità di norme e tu pensi che DEVE essere un ottimo sistema, ma è finalizzato a confondere e ingannare. Tanto per dire che per la corte sarà un grosso problema. Io non vedo l’ora di porre quella questione. Anche se perdiamo, occorre chiarirla.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE A SOSTEGNO DELLE VITTIME DELLA TORTURA, ADDAMEER EVIDENZIA GLI ABUSI SISTEMATICI DA PARTE DALLE FORZE ISRAELIANE  

26/06/2017-

Nella giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, Addameer, associazione per i diritti umani dei prigionieri, afferma che i prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti continuatamente a torture fisiche e psicologiche da parte delle forze israeliane.

Le autorità d’occupazione praticano la tortura e i maltrattamenti in modo sistematico, in contrasto con il diritto internazionale, che vieta la tortura fisica e psicologica. Le Convenzioni sui diritti umani, tra cui la Convenzione contro la tortura, di cui Israele è paese firmatario, così come la quarta convenzione di Ginevra, vietano l’uso della tortura senza eccezioni.

In occasione della giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, il problema dei prigionieri palestinesi ha un’importanza speciale. Dal 1967, 73 prigionieri palestinesi sono deceduti a causa delle torture subite durante gli interrogatori. L’ultimo caso è quello di Arafat Jaradat, morto il 23 febbraio 2013 a seguito delle torture subite durante gli interrogatori. L’esperto di patologia forense, Dr. Sebnem Korur Fincanci, incaricato di indagare sul caso, è arrivato alla conclusione: “Arafat Jaradat è stato picchiato duramente la detenzione, con conseguente sindrome da Stress respiratorio acuto, che lo ha portato alla morte in carcere il 23 febbraio 2013.” [1] Nonostante questo, fino ad oggi, nessun funzionario israeliano è stato accusato per la morte di Jaradat.

I prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti a tortura e maltrattamenti fin dal momento dell’arresto, quando i soldati allo scopo di arrestarli, entrano forzatamente nelle loro case prima dell’alba, ai posti di blocco militari, sulle strade pubbliche o quando viaggiano ai posti di confine. Mentre i tempi e luoghi possono variare per quanto riguarda l’arresto dei detenuti palestinesi, la politica di aggressioni fisiche contro di loro è sistematica e praticata in modo capillare, indipendentemente dalle condizioni di salute, sesso o età.

I prigionieri palestinesi sono spesso sottoposti a tortura psicologica e fisica durante l’interrogatorio. Nel corso della detenzione, l’interrogatorio può durare fino a 75 giorni e le visite dell’avvocato possono essere negata per i primi 60 giorni. Le forme di tortura ed i maltrattamenti impiegati contro i prigionieri palestinesi comprendono: isolamento prolungato dal mondo esterno; condizioni di detenzione disumane; uso eccessivo di bende e manette; schiaffi e calci; privazione del sonno; negazione di cibo e acqua per lunghi periodi di tempo; diniego di accesso ai servizi igienici; diniego di accesso alle docce o al cambio di vestiti per giorni o settimane; esposizione a condizioni estreme di freddo o di caldo; abuso di posizioni; urla ed esposizione a rumori; insulti e imprecazioni; arresto di membri della famiglia o minacce di arrestarli;  abusi sessuali; schiaffi, calci e colpi; violento scuotimento.

Le confessioni estratte attraverso queste pratiche illegali sono quindi ammesse in tribunale. Queste politiche sono praticate in diretta violazione del diritto internazionale, tra cui l’articolo 2, paragrafo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), ratificata da Israele il 3 ottobre 1991, che richiede ad ogni stato firmatario di impedire l’uso della tortura e le pratiche associate. In questo giorno, Addameer sottolinea che ci sono 6200 prigionieri politici palestinesi che continuano a subire maltrattamenti e torture sistematiche ed intenzionali.

 Addameer si rivolge quindi al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres chiedendogli di far pressione su Israele affinché si attenga agli obblighi sanciti dal diritto internazionale, e affinché consenta ai relatori speciali delle Nazioni Unite e al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura di visitare le prigioni e i centri di detenzione – al fine di monitorare e studiare le condizioni e le accuse di tortura.

Addameer invita inoltre le Nazioni Unite e i singoli Stati contraenti ad invocare la Corte Penale Internazionale (CPI) affinché indaghi sul reato di tortura e sui maltrattamenti che sono commessi sistematicamente contro i prigionieri e i detenuti palestinesi.

 [1] Il Comitato Pubblico contro la tortura e Al-Haq, 4 aprile 2014. “L’esperto internazionale di patologia forense ha detto: il detenuto palestinese Arafat Jaradat è stato torturato, e questo ha causato la sua morte mentre era in un carcere israeliano”: ahttp://www.alhaq.org/advocacy/topics/right-to-life-and-body-integrity/794-joint-press-statement-the-public-committee-against-torture-in-israel-and-al-haq