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Ahed Tamimi rilasciata dal carcere israeliano, giura di proseguire la resistenza

MEE ed agenzie

domenica 29 luglio 2018, Middle East Eye

L’adolescente dice che ora intende diventare avvocatessa per contribuire ulteriormente alla causa palestinese, e rende omaggio alle donne ancora incarcerate

Ahed Tamimi, la ragazza palestinese imprigionata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano ed icona della resistenza contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania, è stata rilasciata domenica dopo otto mesi [di carcere].

Tamimi, che aveva 16 anni al momento dell’arresto, ha giurato di continuare la sua lotta contro l’occupazione israeliana.

Continuerò a seguire le lezioni all’università e studierò legge in modo da poter rappresentare la causa del mio Paese in ogni consesso internazionale ed essere in grado di difendere la causa dei prigionieri, “ha detto Tamimi durante una conferenza stampa seguita alla sua scarcerazione.

Il carcere mi ha insegnato molte cose, sono stata in grado di immaginarmi il modo giusto per inviare il messaggio della mia patria,” ha aggiunto, stando accanto ad un albero con due tronchi, che è stato addobbato come una fionda con una gomma alla base – simboli della resistenza palestinese.

Ovviamente sono molto contenta di essere tornata con la mia famiglia, ma la gioia è solo parziale per via delle prigioniere che sono ancora in carcere,” ha detto.

In precedenza, quando ha lasciato la prigione israeliana, Tamimi ha reso onore a tutte le donne palestinesi attualmente incarcerate da Israele.

Tutte le carcerate sono forti, e ringrazio tutte quelle che mi sono state accanto mentre ero in carcere,” ha detto ai giornalisti, indossando la kefiah, la sciarpa simbolo dei palestinesi.

Il caso di Tamimi è finito sulle prime pagine di tutto il mondo quando è stata arrestata in seguito a una lite con soldati israeliani che rifiutavano di andarsene da casa sua a Nabi Saleh, un villaggio della Cisgiordania.

Il 15 dicembre, poche ore prima dell’arrivo dei soldati nella casa di Tamimi, la famiglia era stata informata che le forze israeliane avevano sparato alla testa del cugino quindicenne di Ahed, Mohammed.

Turbata, la famiglia ha chiesto che i soldati se ne andassero dalla casa. Quando si sono rifiutati, Ahed gli si è scagliata contro.

Sua madre ha ripreso dal vivo su Facebook il fatto, e quando le autorità israeliane hanno utilizzato la registrazione come prova per arrestare Tamimi, l’adolescente è diventata un caso celebre per i sostenitori dei palestinesi.

L’attenzione dei media

Tamimi ha ottenuto appoggio in tutto il mondo.

Amnesty International ha condannato l’arresto, affermando che ha violato le leggi internazionali e sottolineando che l’arresto di minorenni dovrebbe essere usato solo come soluzione estrema.

Attualmente Israele sta tenendo in prigione circa 300 minorenni.

Omar Shakir, di Human Rights Watch, domenica ha twittato che “l’arresto da parte di Israele per 8 mesi di una minorenne per aver invitato a protestare e aver preso a schiaffi un soldato riflette una discriminazione endemica, l’assenza di un giusto processo e maltrattamenti nei confronti di ragazzi.

Ahed Tamimi è libera, ma centinaia di minori palestinesi rimangono rinchiusi con una scarsa attenzione ai loro casi,” ha aggiunto.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha acclamato l’adolescente, mentre poco dopo il suo arresto un gruppo interpartitico di parlamentari britannici ha rilasciato una dichiarazione affermando che era stata “presa di mira” e ha condannato le tattiche israeliane.

Di fronte ad una simile attenzione dei media ed alle critiche, una grande tensione ha circondato il rilascio di Tamimi.

Desiderose di evitare la stampa, le autorità israeliane hanno cambiato per tre volte il luogo e il momento del suo rilascio.

Originariamente avrebbe dovuto essere liberata al posto di controllo di Jibara, presso Tul Karem. Alla fine Israele ha affermato che l’avrebbe rilasciata al posto di controllo di Rantis, a un’ora di macchina da lì, mettendo in agitazione i suoi familiari per raggiungere il luogo in tempo.

Decine di parenti, i suoi familiari più stretti e i suoi amici, insieme a molti giornalisti, hanno atteso Tamimi fino da domenica mattina presto.

Si sono riuniti anche gli oppositori di Tamimi, insieme a coloni israeliani che vivono illegalmente nella Cisgiordania occupata, comparsi per sventolare la bandiera israeliana.

Icona della resistenza

Quando finalmente Tamimi è stata rilasciata, suo padre Bassem l’ha abbracciata ed ha accompagnato l’adolescente attraverso la folla di giornalisti e sostenitori, che gridavano: “Vogliamo vivere in libertà.”

Dal posto di controllo di Rantis Tamimi si è diretta alla tomba del leader palestinese Yasser Arafat a Ramallah, dove ha lasciato qualche fiore.

Poi è andata in visita alla casa di un parente ucciso dalle forze israeliane durante una manifestazione.

Tamimi ha anche incontrato Abbas, che in seguito l’ha descritta come “un modello di resistenza civile pacifica…, che dimostra al mondo che noi, popolo palestinese, rimarremo forti e tenaci sulla nostra terra, a qualunque prezzo.”

Sabato la polizia israeliana ha arrestato due artisti italiani e un palestinese per aver dipinto un enorme murale del volto di Tamimi sul muro di separazione israeliano a Betlemme.

Secondo una dichiarazione della polizia israeliana, i tre sono stati arrestati “per sospetto danneggiamento e atti di vandalismo contro la barriera di sicurezza nella zona di Betlemme.”

La dichiarazione afferma che i tre, che erano mascherati, “hanno illegalmente disegnato sul muro e quando i poliziotti di frontiera sono intervenuti per arrestarli, hanno cercato di scappare con la loro auto, che è stata bloccata dalle forze [di polizia].”

La polizia israeliana è intervenuta nonostante il murale di 4 metri fosse stato dipinto sul lato di Betlemme del muro, che apparentemente dovrebbe essere sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dipingere sul muro, con icone della resistenza palestinese come Arafat e Leila Khaled [militante del gruppo marxista palestinese Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha partecipato a due dirottamenti aerei, ndtr.] disegnate da artisti, è un fatto frequente.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La realtà e la sua maschera

Giorgio M., Cruciati C., Israele, mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo, Edizioni Alegre, Roma, 2018, 15 €.

Amedeo Rossi

Il libro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati, giornalisti de “Il Manifesto”, rappresenta un utile strumento per fare un bilancio di 70 anni della nascita di Israele, ma soprattutto per misurare quanto la realtà storica e l’attualità siano lontane dall’opinione corrente su questa vicenda.

Il libro è strutturato in due parti e tre appendici: una cronologia fondamentale, un glossario e alcune immagini relative a questioni affrontate nei precedenti capitoli. Nella prima parte gli autori ripercorrono la storia del sionismo dalle sue origini nel XIX° secolo alla fondazione dello Stato di Israele. Nonostante le differenze tattiche tra le sue varie correnti, dal capitolo emerge una sostanziale condivisione dell’obiettivo da raggiungere, e ciò implicasse la negazione del diritto dei palestinesi alla terra su cui avevano vissuto per secoli. Anzi, nel negare la loro stessa esistenza, in quanto intralcio per la realizzazione del progetto sionista. Questa è stata una delle ragioni delle aspre critiche nei confronti del movimento da parte di intellettuali ebrei, tra cui Martin Buber, Hannah Arendt, Marek Edelman, Noam Chomsky. Oltre all’estrema coerenza e determinazione con cui i dirigenti sionisti, contro ogni ragionevolezza, hanno perseguito, realizzato ed ampliato il sogno di Herzl, emerge la spietatezza nei confronti della popolazione autoctona che ha guidato l’azione politica sionista fin dai primi tempi. Gli autori citano ad esempio Israel Zangwill, scrittore ebreo britannico: “Non esiste alcuna ragione particolare perché gli arabi debbano restare aggrappati a questi pochi chilometri di terra. Ripiegare le tende e andarsene di soppiatto è la loro proverbiale abitudine. Che lo facciano anche ora […] Dobbiamo garbatamente convincerli a mettersi in marcia.” Il brano mette in luce gli stereotipi orientalisti del suo autore e la convinzione che i palestinesi avrebbero facilmente lasciato posto ai nuovi venuti. I sionisti si resero presto conto che invece erano tenacemente legati alla propria terra, e passarono a metodi tutt’altro che “garbati”.

La seconda parte costruisce, per lo più attraverso una serie di interviste ad intellettuali sia israeliani che palestinesi, una sorta di mosaico a partire da alcune questioni cruciali che costituiscono la narrazione prevalente sul conflitto israelo-palestinese. E’ su questi punti che si è costruito il mito citato nel titolo del volume: il rapporto tra ebrei, Olocausto e Israele; la Palestina, i palestinesi e gli ebrei prima e dopo la nascita di Israele, tra ritorno negato agli uni e “ritorno” promesso agli altri; il sionismo e i Israele come esperienze socialiste; la questione di stretta attualità dei diritti di cittadinanza e nazionalità tra ebrei e palestinesi in Israele; il rapporto tra antisemitismo e filo-sionismo; infine, l’idea di Israele come parte dell’Occidente e quindi dei palestinesi come intrusi.

I capitoli-interviste sono sintetici ma ricchi di notazioni e spunti interessanti. Per ragioni di spazio mi limiterò a citarne solo alcuni.

Lo storico palestinese Salim Tamari smentisce una delle asserzioni della narrazione sionista: il fatto che il nazionalismo palestinese sia stato una reazione tardiva al sionismo. Secondo Tamari in realtà tra la fine dell’XIX° secolo e i primi del XX° si era risvegliato tra i palestinesi un sentimento nazionale anti-turco prima e antisionista poi. In particolare divenne centrale la questione delle terre: “I sionisti compravano terreni per dare vita a colonie per ebrei e cacciavano via i contadini palestinesi che in molti casi le avevano coltivate per generazioni, sebbene per conto dei proprietari. E questo problema rappresentò un punto centrale per la mobilitazione nazionalista palestinese.” La citazione per un verso individua nel problema della terra e non nell’odio razziale o religioso la causa dei primi conflitti tra palestinesi e sionisti. Dall’altro evidenzia una delle caratteristiche costanti del progetto sionista: separare la popolazione autoctona dalla terra. Ciò ebbe in Palestina, come in altre realtà coloniali pre-capitaliste, effetti dirompenti sulla popolazione e sull’economia locali.

Il risultato di questo processo viene analizzato in un capitolo successivo, costruito con inserti di un’intervista a Wasim Dahmash, docente di lingua e letteratura araba all’università di Cagliari, che riguarda il “ritorno” degli ebrei e la contemporanea espulsione dei palestinesi. Si tratta di una situazione caratterizzata da una serie di palesi contraddizioni. Agli ebrei di qualunque Paese al mondo viene concessa l’aliyah (letteralmente la “salita”, dalla diaspora alla biblica terra degli antenati), ai palestinesi è negato questo diritto e vengono considerati “infiltrati”, ed alcuni di quelli rimasti nello Stato d’Israele sono considerati “presenti assenti”. La recentissima legge, approvata a luglio relativa allo “Stato-Nazione ebraico” attribuisce valore costituzionale alle discriminazioni cui è già soggetto il 20% della popolazione non ebraica di Israele e di cui parla un capitolo del libro.

Due capitoli si occupano invece del mito relativo ad Israele come Paese “socialista”, che in Occidente ha affascinato parte della sinistra. Il primo riguarda l’Histadrut, il sindacato sionista. Esso si adeguò a quanto affermato da Ben Gurion già nel 1934: “Se non facciamo ogni genere di lavoro, facile e difficile, specializzato e non, se resteremo dei meri proprietari, questa patria non sarà mai nostra.” Il corollario di questa affermazione è stata naturalmente l’espulsione della maggioranza dei palestinesi. Tuttavia Israele ha utilizzato prigionieri arabi della guerra del ’48 come lavoratori forzati internati in veri e propri lager, e l’Histadrut è stato un sindacato di regime. È dal sindacato che nacque la principale milizia armata sionista, l’Haganah. Dopo la fondazione di Israele, fino al 1959 ai palestinesi con cittadinanza israeliana venne negata l’iscrizione al sindacato e imposte discriminazioni salariali. Un sindacalista britannico ha affermato: “Il principale ruolo di Histadrut non era la difesa dei salari e le condizioni di lavoro dei suoi membri ma la colonizzazione della Palestina […] Histadrut fu un sindacato capitalista.” Dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, ai lavoratori palestinesi nelle colonie o in territorio israeliano è stato imposto il pagamento delle quote sindacali senza però il godimento dei relativi diritti assistenziali e previdenziali.

Il secondo riguarda il modello del kibbutz, a lungo considerato come una sorta di comune. In realtà anch’esso è strettamente legato all’ideologia sionista, che esclude i palestinesi, ed anzi è stato storicamente uno degli strumenti per la loro espulsione dalle terre. È significativa a questo proposito la citazione presente nel libro dell’episodio narrato in un’intervista da Moshe Dayan, protagonista della vittoria militare del ’67: una delegazione di membri di kibbutz del nord di Israele si recò dall’allora primo ministro Levy Eshkol per intimargli di aprire le ostilità contro la Siria per occupare le fertili terre del Golan. Nel capitolo Sergio Yahni, giornalista e analista di origini argentine che ha vissuto a lungo in un kibbutz, racconta il ruolo attivo dei kibbutzim nel Palmach, reparto d’élite dell’Haganah, responsabile di massacri ed espulsioni di palestinesi. Inoltre per molti anni nei kibbutz non vennero accolti gli ebrei provenienti dai Paesi arabi. A partire dagli anni ‘80, con l’avanzare delle politiche neoliberiste, anche queste esperienze comunitarie sono diventate sempre più marginali o si sono trasformate a tutti gli effetti in aziende di tipo capitalistico.

In estrema sintesi, questo libro ricostruisce un’immagine di Israele ben lontana da quella più diffusa e mette in luce quello che hanno rappresentato e continuano a rappresentare il sionismo e il suo Stato, non solo negli anni di Netanyahu e dell’estrema destra al potere, ma fin dalle loro origini: nazionalismo, colonialismo e, con la nascita dello Stato di Israele, regime di apartheid, per certi versi peggiore di quello sudafricano. Lo denunciano, inascoltati, anche intellettuali e giornalisti israeliani, lo tacciono invece i nostri mezzi di comunicazione ed i nostri politici.

C’è da sperare che il lavoro di Giorgio e Cruciati non venga letto solo nella ridotta cerchia di chi già è impegnato nella lotta a favore dei diritti del popolo palestinese, ma soprattutto da chi continua a credere al mito dell’”unica democrazia del Medio Oriente”.




Vi racconto la giornata dei martiri bambini. Reportage da Gaza est

Patrizia Cecconi

28 luglio 2018, Pressenza

Sono le 3 del pomeriggio. Il sole anche oggi brucia la pelle e fa stringere gli occhi. Qui a Malaqa a quest’ora siamo ancora pochissimi e nessuno è vicino alla rete. Si sentono tre, quattro, cinque colpi secchi. Vengono dalla parte israeliana. Ma non c’è ancora nessuno, che fanno i killer? Scaldano i fucili?

Roger, il ragazzo che mi accompagna, uno degli skater più bravi di Gaza e, quando può, anche studente di italiano, mi dice che oggi sarà una giornata molto rischiosa anche se ci saranno molti bambini perché il tema della Grande marcia oggi è l’omaggio ai martiri bambini che Israele ha ucciso in questi mesi. Tutti i venerdì mi dicono che è molto pericoloso e lo so. Staremo attenti. Come sempre del resto. Oggi non vorrei rilasciare interviste ma farne. Comincio proprio con Roger chiedendogli “Ma tu perché sei qui?” la sua risposta è precisa, formata da tre frasi “Per condividere con gli altri il mio desiderio di libertà” poi gira la testa verso il confine e aggiunge “la mia libertà è oltre la rete, dove c’è la nostra terra che abbiamo il diritto di recuperare”. Bene, in tre frasi ha citato la risoluzione Onu 194 e la necessità di rompere l’assedio, praticamente gli obiettivi per cui è nata la grande marcia del ritorno.

Intanto i cecchini seguitano a sparare. L’orecchio ormai è abituato e sa distinguere il rumore dei colpi sparati dalle jeep da quello dei fucili degli snipers. Forse veramente si stanno allenando al tirassegno perché non c’è motivo di sparare, le migliaia di persone arriveranno dopo.

A fine giornata si conteranno lungo tutto il confine due morti e circa 160 feriti. I martiri sono Ghazi Abu Mustafa, un uomo di 43 anni che camminava sulle stampelle, perché già ferito in precedenza da questi soldati, e che voleva avvicinarsi alla recinzione. Sua moglie, un’infermiera che partecipava alla marcia occupandosi dei feriti lo aveva dissuaso, ma deve essere stato un boccone molto ghiotto per il killer con la divisa dello Stato ebraico che lo ha mirato alla testa. Succedeva più a sud, al border di Khan Younis e la notizia è arrivata tramite gli altoparlanti proprio mentre a Malaqa un cecchino colpiva un ragazzo a pochi metri dalla rete e i soccorsi correvano verso di lui caricandolo in ambulanza. Poi, più tardi, arrivava la notizia del secondo martire, quasi un bambino, al border di Rafah, Madj Ramzi Al Sarri, quattordici anni. I cecchini hanno sparato alla testa anche a lui.

I cecchini israeliani possono farlo, nessuno li accuserà per questo. Insieme al bambino e all’uomo uccisi vengono scarnificati piano piano i principi base della moderna democrazia, ma il mondo sembra non accorgersene e seguita a tenere regolari rapporti con questo Stato di Israele, ormai per sua propria legge Stato Ebraico, quindi etnico-religioso, rendendo impunito ogni crimine che oltre a massacrare il popolo palestinese ferisce, portando gradualmente al suo annichilimento, il Diritto internazionale.

A Malaqa è andata meglio che a al sud. Si pensava a un morto ma era “solo” gravemente ferito. I colpi secchi hanno accompagnato l’intero pomeriggio, intervallati da quelli più gonfi e più sordi sparati dalle jeep e provocando diversi feriti, sia per proiettili vivi che per inspirazione di tear gaz. I copertoni bruciati, il cui fumo nero e tossico ha sollecitato l’attenzione ecologista di alcuni sionisti nostrani, hanno salvato anche oggi parecchie vite, ma le ambulanze hanno fatto comunque molti viaggi.
Le ambulanze! Sì, una delle cose impressionanti di questa Grande marcia è il numero delle ambulanze. Un numero altissimo perché è dato per scontato che ci saranno ogni volta centinaia di feriti. Lo sanno le organizzazioni internazionali e sovranazionali, lo sanno e ne conoscono l’essenza criminale ma sono impotenti. O conniventi.

A Malaqa i tear gaz, oggi, sono arrivati da terra e dal cielo ed hanno colpito anche il personale di un’ambulanza. La scena sembrava da film: l’ambulanza corre nel budello sterrato che dal confine porta alla strada principale, è il percorso normale. Ma si ferma e si buttano fuori, sdraiandosi a terra, gli operatori sanitari. Stanno male, hanno inspirato il gas tossico dei lacrimogeni israeliani. Arrivano le barelle di altre ambulanze che caricano i più gravi e partono al volo verso l’ospedale. Intanto in cielo si sono levati gli aquiloni. Alcuni hanno la fiammella in fondo alla coda. I ragazzi che ne manovrano il filo li lasceranno al vento quando saranno sulla rete dell’assedio. Da quel momento andranno liberi e porteranno il loro messaggio attraverso quella fiammella. Forse bruceranno qualche stoppia e gli agricoltori chiederanno il rimborso alle assicurazioni dichiarando danni esagerati. Ormai le compagnie assicuratrici hanno scoperto il gioco, ma a Netanyahu è più utile far credere che siano stati gli aquiloni a bruciare ettari di campi. Se così fosse Gaza avrebbe un’arma semplice e imbattibile e forse Israele sarebbe costretto, finalmente, a rispettare la legalità internazionale come mandano a dire proprio quegli aquiloni che vorrebbero tornare ad essere solo un gioco.

Ma qui di voci straniere che rinforzino il messaggio degli aquiloni non ce ne sono, solo oggi finalmente ho visto un altro internazionale, rispondeva ai giornalisti palestinesi. Stampa e Tv era in grande abbondanza oggi. Ma tutta informazione interna. Per l’estero è routine e quindi non ci sono inviati. Quelli che ne parlano – a parte pochissime eccezioni – le notizie le ricevono normalmente dall’IDF e non corrono rischi di carriera nel trasmetterle in quella versione.

Oggi non voglio rilasciare interviste ma farne e mi dirigo verso un gruppo di donne. In realtà sono stata catturata dall’attenzione che loro mi hanno rivolto e vogliono farmi delle domande. In fondo è normale, gli stranieri sono una rarità. Faremo delle interviste incrociate. Una delle donne porta il niqab ed ha una gruccia alla quale si appoggia per camminare. E’ stata ferita due settimane fa ma appena ha potuto è tornata alla Great march. Si chiama Samia, Samia Jaber e non ha problemi a darmi il suo nome intero. Suo marito è stato imprigionato dagli israeliani per 12 anni. Ha 7 figli e il più grande, 13 anni, partecipa regolarmente alla marcia. Tutte le donne del gruppo mi danno il loro nome e mi raccontano qualcosa della loro storia. Etaf, Ilaf, Tagreed, Nabila, Ridah, Nashreeem, tutte sono passate per l’ospedale in uno di questi 18 venerdì, ma tutte stanno qui. Sono “hard” le donne di Gaza! Tutte vogliono foto ricordo, le facciamo. Mi chiedono di portare la loro voce in Italia. Ecco, lo sto facendo, anche se la mia non è una voce molto alta. Mi dicono di mettere anche il loro nome, non hanno problemi ad essere pubblicate, vogliono solo che si sappia cosa significa vivere a Gaza e cosa significa chiedere la pace e avere come risposta l’esercito pronto a uccidere. Tra loro c’è una donna più avanti negli anni, una donna molto magra, con un viso ossuto e volitivo. Porta un cappello con la visiera parasole sopra l’ijiab e parla, parla ininterrottamente e non lascia quasi il tempo a Roger di tradurre. E’ Etaf e tutte la rispettano riconoscendola come “l’organizzatrice del caucciù”, un vero boss che coordina l’arrivo e la distribuzione dei copertoni che ormai possono essere chiamati salvavita dato che disorientano la mira dei cecchini. Chiedo loro quale futuro prevedono per la grande marcia. Le risposte sono comuni, “la grande marcia non si può fermare”, ok, ma questo non è il futuro. Mi rispondono ancora che non si fermeranno allora devo cambiare domanda, chiedo se sono affiliate a qualche fazione politica e ridono. Una di loro risponde che la politica che le interessa è il recupero della libertà dall’assedio. Le altre annuiscono. In un’altra intervista una giovane donna, quella che in realtà mi avvicina per intervistarmi ma, appunto, è una giornata di interviste incrociate, mi dice che lei è di Giaffa. Avrà al massimo 35 anni e quindi non è possibile sia nata a Giaffa, ormai israeliana fin dal 1948. Ma la marcia del ritorno è per il rispetto della Risoluzione 194, quella che appunto riconosce il diritto a tornare nelle case da cui sono stati cacciati i palestinesi nel “48, e la sua famiglia è stata cacciata da Giaffa. Quella è la sua origine. Mi presenta le sue amiche, due giornaliste e una docente universitaria. Il loro inglese non è migliore del mio ma ci si intende. Dove l’inglese arranca usano l’arabo e Roger traduce. Faccio anche a loro la stessa domanda che faccio a tutti: cosa vi aspettate dal futuro della grande marcia. Tutte e tutti mi sembra abbiano chiaro che con la grande marcia, sul breve periodo, non otterranno nulla. Eppure, e qui c’è un’altra prova della straordinarietà di questo popolo, eppure si fa. Si fa perché ci sono dei principi irrinunciabili. Si fa perché farla sedimenta il diritto a far riconoscere i propri diritti.

“Si fa perché i figli non abbiano da vergognarsi dei genitori” mi dice Tagreed. Si fa perché a Gaza non si può vivere così,” i nostri giovani vogliono scappare. Viviamo di sussidi. I nostri giovani hanno un livello di istruzione generalmente molto alto ma sono disoccupati perché l’economia di Gaza è morta.” Vogliamo la libertà, come aveva detto Etaf, “la boss del caucciù” con aria definitoria “o libertà o morte” e Ridah aveva aggiunto “raggiungeremo una delle due”.

Intanto i cecchini sparano, le ambulanze corrono, i gas si infittiscono. Ci avviciniamo un po’ al border, restando sempre a non meno di cento metri. I ragazzini sono tanti, onorano i loro coetanei caduti ma in realtà per loro è quasi un gioco. Roger scruta sempre il cielo e a un certo punto dice che dobbiamo allontanarci e tornare nella zona delle tende. Mi dice una cosa incomprensibile sia in arabo, e questo è abbastanza normale, che in inglese. Ho imparato, in questi tanti venerdì passati al border, a dare ascolto ai miei accompagnatori, tutti nel ruolo affettuoso di bodyguard. Ho fatto bene e l’unico danno riportato è stata qualche leggera inalazione di gas. Non riesco a capire cosa mi dice indicando il cielo, credo voglia mostrarmi un aquilone e invece ora lo vedo, è un puntino lontano, sembra un ragno, è un drone che si sta avvicinando. I droni possono portare la morte e comunque qui porteranno i gas lanciati dal cielo che si sommeranno a quelli delle jeep. Ora lo vedono anche gli altri. Tutti provano a capire dove si dirige per allontanarsi. Riesco a prendere qualche foto mentre lancia i gas. Torniamo alle tende.

Sotto il grande tendone delle conferenze i bambini hanno le foto dei loro coetanei uccisi appese ai palloncini che lasceranno volare. Non portano fiammelle, non sono pericolosi. Portano una condanna morale ma i soldati dell’IDF “rispettano gli ordini” e quindi non si sentono condannabili, non conoscono né scrupolo, né rimorso. Sono la perfetta rappresentazione di cui Hanna Arendt ha dato magistrale spiegazione ne “La banalità del male”. Comunque i palloncini volano con i loro ritratti appesi andando verso il cielo.

Sul palco si alternano bambini e adulti e infine un bambino di una decina d’anni considerato un enfant prodige per la sua voce canterà. Lo avevo conosciuto in un’altra occasione, si chiama Mohammad e canta una canzone ritmata e coinvolgente. Chiedo a Roger cosa significhino alcune strofe che sembrano coinvolgere più di altre. “Al Gazaw alh soet” mi scrive sul mio blocco. Mi dice che la traduzione non rende e mi aggiunge un’altra frase. Nell’insieme il significato sembra essere più o meno questo: “Alziamo le nostre voci, i gazawi non hanno paura, solleviamo le nostre voci, non abbiamo paura di Israele”. Già, questo è il clima che in tutti questi venerdì ho respirato lungo il border. A Rafah o a Khuza’a o ad Abu Safia o a Malaqa o ad Al Bureji il clima sostanzialmente è stato questo. Le parole iniziali di Roger alla mia domanda “perché stai qui” completano la canzone del bambino sul palco: “per condividere col popolo il mio sogno di libertà”.

Ancora due morti uccisi per pura crudeltà ancora tanti feriti, ma la marcia continua. Sotto una sola bandiera: quella palestinese. Perché, come canta il piccolo Mohammed, i gazawi non hanno paura.




Israele colpisce a morte un giovane palestinese a Gaza durante le proteste di venerdì

Redazione di MEE

venerdì 27 luglio 2018Middle East Eye

Il ministero della Salute di Gaza afferma che durante le proteste di venerdì ci sono state due vittime, tra cui un ragazzino di 14 anni

Due palestinesi, tra cui un ragazzino di 14 anni, sono stati uccisi durante una protesta per commemorare i minorenni uccisi durante mesi di manifestazioni nella Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute di Gaza ha confermato le due vittime e ha detto che il quarantatreenne Ghazi Abu Mustafa è stato colpito direttamente alla testa da cecchini israeliani a est di Khan Younis.

Ha aggiunto che 85 persone sono rimaste ferrite durante le proteste di venerdì, cinque delle quali in modo grave.

Venerdì sono stati feriti anche tre paramedici e quattro donne.

Queste ennesime vittime si sono avute mentre i palestinesi della Striscia di Gaza continuavano le proteste contro l’occupazione israeliana come parte della “Grande Marcia del Ritorno”.

I palestinesi a Gaza hanno approfittato della protesta del venerdì di questa settimana per ricordare i minori uccisi da Israele dall’inizio delle proteste. Piccole bare sono state portate da ragazzini per ricordare i palestinesi uccisi e sono state intonate preghiere funebri in ricordo.

Durante le proteste sono state anche portate immagini del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente USA Donald Trump con la scritta “assassino”.

Abdullah al-Qaoud, 15 anni, si è rivolto ai manifestanti di oggi a Gaza prima che Israele iniziasse a sparare sui manifestanti.

Oggi porto la piccola bara di Iman Hijo, il martire dell’Intifada. Forse il mio feretro sarà portato durante future marce del ritorno, ma la nostra lotta continuerà e le nostre richieste non cambieranno,” ha detto Qaoud.

Ognuno di loro ha una storia che l’Occidente e il mondo arabo conoscono attraverso le informazioni dei loro mezzi di comunicazione.”

Portiamo queste bare oggi come messaggio al mondo. La politica di uccisione deliberata di minori e la violazione dei loro diritti devono finire.”

La Grande Marcia del Ritorno è stata organizzata dai palestinesi di Gaza per chiedere il diritto al ritorno e la fine dell’assedio contro Gaza e dell’occupazione israeliana.

(traduzione di Amedeo Rossi)





Lo Stato di Israele, ora etnocratico (eufemismo di razzista) anche per legge.

Ugo Giannangeli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo sul sito un interessante contributo di Ugo Giannangeli, giurista e militante della causa palestinese, sugli aspetti politici e giuridici della legge costituzionale sullo Stato-Nazione da poco approvata dal parlamento israeliano e su cui abbiamo già proposto una serie di articoli tradotti ed inseriti nel sito.

Ebbene sì, alla fine ce l’hanno fatta! La Knesset, nella notte tra il 18 e il 19 luglio ha votato la legge fondamentale (Basic law, la 14ª dello Stato) per cui Israele è Stato ebraico, per gli ebrei, degli ebrei, solo per gli ebrei e degli ebrei di tutto il mondo. Era nell’aria da tempo, da anni. Si attendeva solo il momento propizio. Ora è arrivato. Come dargli torto?

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu nel dicembre 2016 condanna la politica di colonizzazione e ne ordina la cessazione, richiamando tutte le precedenti risoluzioni disattese, ma la colonizzazione prosegue senza un attimo di interruzione; anzi, con legge retroattiva si regolarizzano anche gli avamposti illegali secondo la stessa legge israeliana.

Il 14 maggio 2018 Trump festeggia il 70° anniversario della Nakba spostando l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, come preannunciato mesi prima e nonostante il voto della Assemblea generale dell’ONU del dicembre 2017 contrario al riconoscimento di fatto di Gerusalemme capitale di Israele, in ennesimo spregio del diritto internazionale, nella fattispecie della risoluzione che vuole la città sottoposta a speciale regime (status internazionale).

Il Giro d’Italia 2018 parte da Israele dove si corrono le prime tre tappe; si mobilita il movimento di solidarietà internazionale con la causa palestinese, si smaschera l’operazione “Bartali salvatore di ebrei e giusto tra le nazioni” ma le tappe si svolgono regolarmente senza altre significative reazioni.

Infine il test decisivo per saggiare il livello di impunità raggiungibile: dal 30 marzo 2018 in poi i cecchini dell’esercito israeliano, contrabbandato come il più etico del mondo, sparano sulla popolazione di Gaza ammassata vicino al confine per rivendicare il diritto al ritorno già riconosciuto sin dal 1948 con la risoluzione Onu numero 194; uccidono 140 persone e ne feriscono oltre 15.000; sparano su donne, bambini, giornalisti, medici, infermieri. La comunità internazionale reagisce con blande parole di biasimo per l’uso eccessivo della forza.

Dopo questi crimini e queste provocazioni impunite come dare torto ad Israele se pensa che sia giunto il momento per sancire con legge quella che è sempre stata la realtà sul campo?

L’Alta corte di giustizia da anni aveva preparato il terreno. Due sentenze del 2013 sono particolarmente significative a conclusione di un lunghissimo iter giudiziario: una causa è stata promossa dalla associazione Ani Israeli (Io sono israeliano) rappresentata da 21 membri tra cui il presidente Uzzi Ornan, professore emerito di lingua ebraica ; l’altra dal professor Uzzi Ornan personalmente. I ricorrenti chiedevano di essere registrati come cittadini israeliani in base alla residenza e non come ebrei in virtù del diritto di ritorno ai sensi dell’articolo 2 della legge sulla cittadinanza del 1952. La corte ha dato loro torto. Si legge in sentenza: “Il concetto che l’ebraismo non è solo religioso ma anche una appartenenza nazionale è elemento fondamentale del sionismo”. In un altro caso, quello dei beduini del Negev, la corte giunge a parlare esplicitamente di razza: gli insediamenti beduini devono essere sradicati per fare posto a “insediamenti di coloni ebrei etnicamente puri” ( ethnically pure Jewish settlers ).

Vediamola, allora, questa legge.

Israele è definito Stato nazione del popolo ebraico e, all’articolo 1, la legge stabilisce che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”.

L’articolo 3 sancisce che Gerusalemme, integra e unita, è la capitale di Israele.

L’articolo 4 declassa la lingua araba da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale.

L’articolo 5 afferma che lo Stato è aperto alla immigrazione ebraica e al ritorno degli esuli.

L’articolo 6 sancisce lo speciale rapporto tra lo Stato e gli ebrei nel mondo di cui Israele si proclama difensore e garante.

L’articolo 7 afferma che lo sviluppo di insediamenti ebraici è un valore nazionale e Israele lo incoraggia e promuove.

Il contrasto totale con il diritto internazionale è messo nero su bianco; si sancisce la legittimità della conquista territoriale con la forza; si proclama e, di fatto, si rivendica la extra-legalità dello Stato ebraico.

Gli ebrei sono non solo un popolo (con buona pace di Shlomo Sand e il suo “L’invenzione del popolo ebraico”) ma anche una Nazione senza limiti territoriali. A proposito: non un cenno nella legge ai confini dello Stato; non un cenno alla Costituzione in attesa di promulgazione dal 1948. Del resto, tante volte notabili israeliani hanno affermato che la Costituzione non serve quando ci sono già Talmud e Torah, testi di cui però Israel Shahak offre una lettura preoccupante, si vedano i passi sulla superiorità dell’ebreo rispetto al gentile in “Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni”.

La Repubblica islamica dell’Iran, l’acerrimo nemico, ha una Costituzione ispirata sì all’Islam ma che sancisce il rispetto dei diritti dei non musulmani (art.14), conferisce libertà religiosa alle minoranze riconosciute: ebrei, cristiani e zoroastriani (art.13) e, all’art.3 punto 5, rigetta il colonialismo.

La diversa religione dei cristiani e dei musulmani con cittadinanza israeliana (il 20% degli israeliani) li priva della autodeterminazione riservata, ex articolo 1, ai soli ebrei. Il discrimine non è la cittadinanza ma la religione professata o, meglio ancora, l’essere ebreo e il non esserlo!

Potrebbe prestarsi a dubbi interpretativi (ma solo per gli ingenui) il testo sul ritorno degli esuli di cui non è precisata la religione: “Lo Stato è aperto alla immigrazione ebraica e al ritorno degli esuli”. Un giurista pignolo potrebbe validamente sostenere che se per esuli il legislatore avesse voluto riferirsi ai soli ebrei, si tratterebbe di una inutile ripetizione a fronte della già citata immigrazione ebraica. L’apertura al ritorno degli esuli potrebbe allora riguardare i palestinesi della diaspora, cacciati nel 1948 e nel 1967. Perché un ebreo di Manhattan mai stato in Israele è esule più di un palestinese di Jenin cacciato dalla casa ove la sua famiglia è vissuta per secoli? Il giurista pignolo dimostrerebbe con questa interpretazione una sottile capacità ermeneutica ma anche una grande ingenuità: gli esuli sono sempre e solo gli ebrei.

La legge in esame si pone in contrasto non solo con il diritto internazionale ma anche con la Dichiarazione di fondazione dello Stato di Israele e con alcune affermazioni di illustri statisti israeliani tra cui uno dei padri fondatori della patria, Ben Gurion. La Dichiarazione di fondazione dello Stato di Israele del 14 maggio 1948 recita: “ lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del Paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia, sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”.

Sul diritto all’autodeterminazione Ben Gurion è stato esplicito: “Il diritto all’autodeterminazione è un principio universale. Siamo stati, sempre e dovunque, tra i più ferventi sostenitori di questo principio. Siamo radicalmente per il diritto all’autodeterminazione di ogni popolo, di ogni individuo, di ogni gruppo umano e va da sé che il popolo arabo di Palestina ha il diritto di autodeterminarsi. Questo diritto non è limitato e non potrà essere condizionato dai nostri interessi… È possibile che la realizzazione delle aspirazioni dei palestinesi ci crei gran difficoltà ma questa non è una ragione per negare i loro diritti “. (Cristina Tani, I palestinesi e l’occupazione israeliana, p.260)

È il caso di segnalare che un tentativo del partito arabo Balad ed altri di far definire Israele come lo Stato di tutti i suoi cittadini è caduto nel vuoto perché in contrasto con la decisione di renderlo Stato solo del popolo ebraico. Qualche ottimista ha messo in evidenza che la legge è passata ma molti sono stati i voti contrari ( 55 contro 62 favorevoli). Prima di valutare positivamente questo dato penso che si dovrebbero conoscere le motivazioni dei voti contrari che potrebbero riguardare non il merito ma aspetti secondari del testo oppure la scelta dei tempi oppure l’opportunità politica ( in tal senso il presidente Rivlin e il Procuratore generale, come riferito da Gideon Levy su Internazionale del 19 luglio 2018).

In conclusione si può esclamare: il re è nudo!

Già Gideon Levy ha messo in evidenza come la legge non faccia altro che codificare la realtà; e questo è scioccante, dice Levy, per i progressisti che non vedevano l’apartheid solo perché non codificato come in Sudafrica; che ritenevano Israele democratico perché gli arabi israeliani avevano diritto di voto (anche se mai un arabo è andato e mai potrà andare al governo, ndr) ; che non vedevano la contraddizione nella definizione di Israele Stato ebraico e democratico.

Quali conseguenze ora? La legge potrebbe aprire scenari interessanti. L’articolo che promuove la colonizzazione mette la parola fine alla soluzione “due popoli due Stati”. La legge nel suo complesso mette la parola fine allo “Stato unico bi-nazionale laico e democratico”. Tertium non datur. La storia e la resistenza palestinese diranno.

Qualcosa però si potrebbe fare nel frattempo: espellere Israele dall’Onu. Ora la violazione del diritto internazionale non è solo nei fatti e sul campo ma è scritta, sancita e rivendicata: sulla base di questi principi ora codificati coerentemente Israele ha disatteso tutte le risoluzioni dell’ONU. Coerentemente Lapid ed altri hanno definito il Consiglio dei diritti umani covo di terroristi antisemiti.

Ma se questo è il rapporto tra Israele e l’ONU di cui Israele fa parte come la mettiamo con la risoluzione n.273 dell’11 maggio 1949? Con questa risoluzione l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ammette lo Stato d’Israele (definito “peace-loving State”, uno Stato che ama la pace!!) a far parte delle Nazioni Unite a condizione che Israele metta in opera le risoluzioni Onu sul Piano di partizione della Palestina (risoluzione 181 del 29 novembre 1947) e sul diritto al ritorno dei profughi (risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948). Si legge nella risoluzione n. 273 a pagina 62 “Prendendo atto, inoltre, della dichiarazione con la quale lo Stato di Israele accetta senza riserva alcuna gli obblighi che derivano dalla Carta delle Nazioni Unite e si impegna a osservarli dal giorno in cui esso diventerà membro delle Nazioni Unite. Richiamando le sue risoluzioni del 29 novembre 1947 e spiegazioni fornite davanti alla commissione politica speciale dai rappresentanti del governo di Israele per quanto concerne la messa in opera delle suddette risoluzioni dell’Assemblea Generale… Decide di ammettere Israele all’organizzazione delle Nazioni Unite.”

L’ammissione di Israele nel consesso Onu è quindi sottoposta a condizione e Israele ha accettato la condizione “senza riserva”; la condizione non è mai stata rispettata. Israele non ha titolo per sedere all’Onu e non lo ha mai avuto, ora più che mai essendo legge fondamentale dello Stato la volontà di non adempiere agli obblighi assunti. Ricorrono i presupposti di cui all’art.6 dello Statuto ONU per la “persistente violazione dei principi” della Carta. La decisione spetta alla Assemblea generale su proposta del Consiglio di sicurezza, lo stesso di cui è stata ignorata la risoluzione n.2334 del dicembre 2016.

Come sempre, ovviamente, il problema non è giuridico ma politico; sul piano politico, però, sembrano più che mai mature le condizioni per una azione di contrasto di Israele analoga a quella esercitata a suo tempo contro il Sudafrica.

Salvo voler discriminare i palestinesi anche rispetto ai neri.

Ugo Giannangeli, luglio 2018




La legge sullo Stato-Nazione ebraico: perché Israele non è mai stato una democrazia

Ramzy Baroud

23 luglio 2018, Ma’an News

Il capo della coalizione “Lista Araba Unitaria” [tra partiti arabo-israeliani, ndtr.] alla Knesset (parlamento) israeliana, Aymen Odeh, ha descritto l’approvazione della razzista “Legge sullo Stato-Nazione ebraico” come “la morte della nostra democrazia.”

Veramente Odeh crede che, prima di questa legge, lui abbia vissuto in una vera democrazia? Settant’anni di supremazia degli ebrei israeliani, genocidio, pulizia etnica, guerre, assedi, incarcerazioni di massa, numerose leggi discriminatorie, tutte cose volte alla vera e propria distruzione del popolo palestinese avrebbero dovuto fornire prove sufficienti, per cominciare, che Israele non è mai stato una democrazia.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico non è altro che la ciliegina sulla torta. Ciò fornisce semplicemente gli argomenti di cui avevano bisogno per illustrare meglio il punto a quanti sostengono da sempre che il tentativo di Israele di tenere insieme la democrazia con la superiorità etnica era razzismo travestito da democrazia.

Ora non ci sono più scuse per sfuggire all’obbligo morale. Quelli che insistono nell’appoggiare Israele devono sapere che stanno sostenendo un vero e proprio regime di apartheid.

La nuova legge, approvata dopo qualche polemica il 19 gennaio, ha separato Israele da qualunque pretesa, per quanto falsa, di essere uno Stato democratico.

Di fatto nel suo testo la legge non menziona neanche una volta la parola “democrazia”. Invece sono numerosi e predominanti i riferimenti all’identità ebraica dello Stato, con la chiara esclusione del popolo palestinese dai propri diritti nella sua patria storica:

– “Lo Stato di Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico…

– “La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico.”

– “Lo Stato si impegnerà a garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico…”

– “Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica,” e via di seguito.

Ma più pericoloso di tutti è l’articolo secondo cui “lo Stato vede l’insediamento ebraico come un valore nazionale e si impegnerà a incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e il suo sviluppo.”

È vero, le colonie ebraiche illegali già punteggiano la terra palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme, e all’interno stesso di Israele già esiste una segregazione di fatto. Infatti la segregazione in Israele è così profonda e radicata che negli ospedali israeliani persino i reparti maternità tengono separate le madri in base alla razza.

Tuttavia la formulazione di cui sopra accelererà ulteriormente la segregazione e consoliderà l’apartheid, rendendo il danno non solo intellettuale e politico, ma anche fisico.

Il “Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele Adalah” nella sua “Banca dati delle Leggi discriminatorie” ha documentato un elenco di oltre 65 leggi israeliane che “discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi di Israele e/o palestinesi residenti nei Territori Palestinesi Occupati, (TPO) sulla base dell’appartenenza nazionale.”

Secondo “Adalah”, “queste leggi limitano i diritti dei palestinesi in ogni ambito della vita, dai diritti di cittadinanza al diritto di partecipazione politica, ai diritti sulla terra e abitativi, ai diritti all’istruzione, culturali e nell’uso della lingua, ai diritti religiosi e ai diritti ad un equo processo durante la detenzione.

Mentre sarebbe corretto sostenere che la legge sullo Stato-Nazione rappresenta l’ufficializzazione dell’apartheid in Israele, questa constatazione non deve ignorare la precedente situazione su cui Israele è stato fondato 70 anni fa.

L’apartheid non consiste in una singola legge, ma in un lento, doloroso accumulo di un intricato regime giuridico che è motivato dalla convinzione che un gruppo razziale sia superiore a tutti gli altri.

Non solo la nuova legge eleva l’identità ebraica di Israele ed elimina ogni impegno nei confronti della democrazia, degrada anche lo status di tutti gli altri. Gli arabo-palestinesi, i nativi della terra della Palestina storica su cui Israele è stato fondato, non figurano affatto in modo significativo nella nuova legge. C’è un solo articolo relativo alla lingua araba, ma semplicemente per ridurlo da lingua ufficiale a lingua “specifica”.

La decisione israeliana di astenersi dal redigere una costituzione scritta quando è stato fondato nel 1948 non era casuale. Da allora ha seguito un modello prevedibile in cui ha modificato la situazione sul terreno a favore degli ebrei a spese degli arabo-palestinesi.

Invece di una costituzione, Israele ha fatto ricorso a quelle che ha definito “Leggi Fondamentali”, che hanno consentito la costante formulazione di nuove leggi guidate dall’impegno dello ‘Stato ebraico’ per la supremazia razziale piuttosto che per la democrazia, le leggi internazionali, i diritti umani od ogni altro valore etico.

La legge per lo Stato-Nazione ebraico è in sé una “Legge Fondamentale”. E con questa legge Israele ha fatto cadere l’insensata pretesa di essere ebraico e democratico. Questo compito impossibile è stato spesso lasciato alla Corte Suprema che ha tentato, inutilmente, di raggiungere un qualche equilibrio convincente.

Questa nuova situazione dovrebbe, una volta per tutte, porre fine all’annoso dibattito sulla presunta unicità del sistema politico israeliano.

E dato che Israele ha scelto la supremazia razziale su qualunque pretesa, per quanto flebile, di essere una vera democrazia, anche i Paesi occidentali che hanno spesso difeso Israele devono fare la scelta se desiderano appoggiare un regime di apartheid o combatterlo.

La dichiarazione iniziale della commissaria agli Affari Esteri dell’UE, Federica Mogherini, è stata banale e debole. “Siamo preoccupati, abbiamo espresso questa preoccupazione e continueremo ad impegnarci con le autorità israeliane in questo contesto,” ha detto, rinnovando il suo impegno per una ‘soluzione dei due Stati’.

Questa non è proprio la dichiarazione adeguata in risposta a un Paese che ha appena annunciato la propria adesione al club dell’apartheid.

L’Ue deve porre fine al suo insulso discorso politico e sganciarsi dall’Israele dell’apartheid, o deve accettare le conseguenze morali, etiche e giuridiche del fatto di essere complice dei crimini israeliani contro i palestinesi.

Israele ha fatto la sua scelta ed è, inequivocabilmente, quella sbagliata. Ora anche il resto del mondo deve fare la sua, sperabilmente quella corretta: stare dalla parte giusta della storia – contro l’apartheid ebraico israeliano e per i diritti dei palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 

 




L’ANP, la CPI e Israele

Richard Silverstein

Lunedì 23 luglio 2018 Middle East Eye

La Corte Penale Internazionale sta finalmente avviando le procedure preliminari nella causa dei crimini di guerra israeliani.

La settimana scorsa la Corte Penale Internazionale (CPI) ha comunicato che avrebbe avviato la fase preliminare di una causa per crimini di guerra presentata dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro Israele.

Un rapporto informativo israeliano ha definito l’iniziativa “quasi senza precedenti”. E’ stata nominata una giuria di tre giudici per l’istruzione della causa: Peter Kovacs (presidente), Marc Perrin de Brichambaut e Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou.

La causa ne richiama alla memoria un’altra: nell’originaria sentenza della CPI che ha ordinato alla procuratrice capo Fatou Bensouda di riaprire il caso della nave Mavi Marmara, Kovacs è stato l’unico giudice a votare contro la riapertura. La procuratrice ha archiviato il caso definitivamente, reputando che la gravità dell’incidente non fosse sufficiente per portarlo di fronte alla corte.

Il 31 maggio 2010 dieci attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, una nave componente di una flottiglia che cercava di rompere l’assedio di Gaza, sono stati uccisi da commandos della marina israeliana. Questo numero non è stato ritenuto sufficientemente alto per una corte che si occupa di “uccisioni di massa.”

Già respinta?

La sensazione è che per quest’ultima causa, la soluzione ci sia già. Con la nomina di Kovacs, un giudice che ha già stabilito che l’uccisione di 10 cittadini turchi da parte delle forze armate israeliane non debba essere indagata, la corte potrebbe aver già rigettato la causa dell’ANP.

Benché l’attuale causa sia stata presentata inizialmente nel 2015, molti osservatori ritengono che il massacro degli ultimi due mesi da parte delle forze israeliane a Gaza abbia spinto la CPI verso un atteggiamento più attivo. La tempistica della CPI nell’annunciare il processo preliminare rivela che l’ANP ha depositato una denuncia alla fine di maggio, chiedendo alla Corte di esaminare le attuali violazioni israeliane del diritto internazionale.

Sembra evidente che la ‘Grande Marcia del Ritorno’ e la risposta vendicativa di Israele – con l’uccisione di 130 palestinesi a Gaza, quasi tutti civili disarmati – sia ciò che ha spinto la Corte Internazionale ad agire.

Nei giorni scorsi i cecchini israeliani hanno ucciso un ragazzino che cercava di scavalcare la barriera installata da Israele. Israele sostiene di dover difendere la sua sovranità territoriale, ma non è chiaro come un ragazzino disarmato metta qualcuno in pericolo, tanto meno la sovranità israeliana. Non riconosce Hamas ed ha rifiutato di definire il proprio confine con la Palestina, inclusa Gaza.

Perché venga riconosciuta e rispettata la sovranità di una Nazione, essa deve negoziare i confini con i suoi vicini. Israele ha ripetutamente rifiutato di farlo, non solo con la Palestina, ma anche con il Libano e la Siria. Nessuno Stato riconosce l’occupazione di Israele della Cisgiordania, di Gaza o delle Alture del Golan. Quindi, non può essere negoziato nessun confine internazionale e la sovranità di Israele non può essere garantita.

Attacco brutale

Dopo la morte del ragazzino Hamas ha lanciato decine di razzi su Israele, ferendo parecchi israeliani, e Israele ha inviato gli F16 di costruzione americana a bombardare Gaza. Israele lo ha descritto come il più brutale attacco sull’enclave dall’ultima vasta invasione, nel 2014.

Due ragazzi che giocavano in un parco pubblico sono stati uccisi dopo che un aereo da guerra ha sganciato una bomba su un vicino grattacielo. L’esercito israeliano ha sostenuto di avere avvertito i civili dell’attacco, come per assolversi da ogni responsabilità, ma non ha fornito prove di questo, anche dopo una richiesta in merito.

E’ strano che pochi mezzi di informazione – come questo israeliano – abbiano riferito dell’importante sviluppo legale che coinvolge la CPI. Il rapporto israeliano ha affermato che se venisse aperta un’inchiesta formale, si tratterebbe di “un passo drammatico che avrebbe conseguenze sullo status di Israele nella comunità internazionale.”

Il comunicato della Corte, di 11 pagine, invita ad informare la popolazione palestinese circa la CPI ed il ruolo che è destinata a giocare nel giudicare il caso, indirizzando il proprio staff a impostare “un sistema di informazione pubblica e attività di sensibilizzazione a beneficio delle vittime e delle comunità palestinesi colpite nella situazione della Palestina e riferire all’Aula, conformemente ai principi stabiliti nella presente decisione.”

Secondo il rapporto informativo israeliano, esso inoltre invita le vittime palestinesi a presentarsi e fornire testimonianza sulle loro sofferenze.

Ostacolo iniziale

Questo è un giorno che Israele ha paventato per anni. Questo è un giorno che ha cercato di evitare come la peste. Ha fatto di tutto per cooptare la CPI.

Il predecessore di Bensouda nel ruolo di procuratore capo, Luis Ocampo, si è venduto al miglior offerente. Ha anche detto che la Corte Suprema israeliana potrebbe legalizzare le colonie ed ha pubblicamente respinto la causa palestinese. La stessa Bensouda ha rifiutato di portare avanti questa causa, ma è stata costretta a farlo dalla giuria sopra menzionata.

Questa notizia non significa che la CPI stia realmente avviando una causa formale contro Israele. Si tratta di una fase processuale preliminare; il caso ha incontrato un iniziale ostacolo sulla strada dell’azione penale formale.

Ma se Israele continua a perseguire i propri interessi con metodi di massacro di massa, come ha fatto per anni, allora il caso potrà superare con successo ogni ostacolo che si troverà di fronte.

Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, che si occupa di rivelare gli eccessi dello stato di sicurezza nazionale israeliano. I suoi lavori sono stati pubblicati su Haaretz, the Forward, the Seattle Times e the Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006, ‘E’ tempo di parlare’ (Verso), e ha scritto un altro saggio nella raccolta ‘Israele e Palestina: prospettive alternative sullo Stato’ (Rowman &Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Con le nuove leggi, Netanyahu sta sequestrando l’ebraismo che conosciamo

David Sarna Galdi

22 luglio 2018 , +972

Il leader della più grande popolazione ebraica del mondo sta abbandonando consapevolmente l’identità ebraica moderna per inaugurare un nuovo ebraismo. Quale? Basta guardare alle leggi dello Stato Nazionale Ebraico e sull’olocausto.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha suscitato le ire del mondo ebraico all’inizio di questo mese quando è apparso alla televisione nazionale per annunciare il suo sostegno a una versione modificata della controversa legge sull’olocausto polacca, una trovata inventata dal governo anti-democratico della Polonia per ottenere il favore della sua base di destra.

La legge mette in serio pericolo la libera discussione sull’Olocausto e presenta una narrazione ripulita del comportamento polacco durante la seconda guerra mondiale: le autorità polacche e la maggior parte dei civili avrebbero fatto di tutto per salvare gli ebrei e il tradimento di un ebreo da parte di un polacco sarebbe una rara anomalia.

I politici di tutto l’arco parlamentare israeliano hanno attaccato il primo ministro. Lo Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha espresso un ufficiale dissenso, mentre lo storico dell’Olocausto Yehuda Bauer, vincitore di un premio Israele, ha lanciato l’accusa più grave, definendo la legge un “tradimento” e una “completa menzogna”.

Poche settimane dopo, Netanyahu ha spinto per l’approvazione alla Knesset della controversa Legge dello Stato Nazionale Ebraico, nonostante le accese e negative reazioni pubblica e istituzionale. La legge è di buon senso in superficie, riaffermando il carattere ebraico di Israele. Lascia subdolamente fuori, tuttavia, qualsiasi impegno alla parità dei diritti, legalizza la preferenza per gli insediamenti ebraici e declassifica lo status dell’arabo da lingua ufficiale dello stato. 

In parole povere, è un gratuito attacco ultranazionalista – una legge razziale che istituzionalizza la discriminazione contro le minoranze di Israele, in particolare gli arabi, che costituiscono il 20% della popolazione. Prima che passasse, migliaia di manifestanti si sono radunati a Tel Aviv per protestare. Un’associazione di 14 organizzazioni ebraiche americane ha ufficialmente espresso la propria disapprovazione e personalità politiche di tutti i partiti si sono opposte alla legge.

La tempistica di queste due leggi apparentemente non correlate esprime il silenzioso colpo di stato di Netanyahu: la revisione calcolata e radicale di ciò che significa essere ebreo.

Abbandonare l’Ebraismo

L’identità ebraica è drasticamente cambiata due volte nella storia. Una prima volta, quando l’esilio trasformò la nazione ebraica in una minoranza dispersa e frantumata, suscettibile sia all’antisemitismo che alla riuscita assimilazione nella diaspora. Gli ebrei cominciarono a guardare, parlare e pensare in modo diverso, in base alla cultura ospite. Alla fine, gli ebrei yemeniti sembravano yemeniti e gli ebrei polacchi, polacchi.

Il progetto sionista ha ridefinito l’ebraismo ancora una volta. Ha cancellato l’immagine dell’ebreo come vittima indebolita e curva nel ghetto, imbastardita dall’esilio. Ha cercato di trasformare ebrei profondamente diversi e lontani in una potente nazione di forti lavoratori / combattenti che parlano una sola lingua.

Dopo l’Olocausto, Israele fu naturalmente ritenuto garante della sicurezza ebraica e rappresentante dei valori ebraici. I leader israeliani della Diaspora, come Moshe Dayan, emblematico generale e ministro, hanno detto chiaramente che il loro governo “non dovrebbe rappresentare solo il popolo di Israele, ma gli interessi di tutti gli ebrei”.

Ma con Netanyahu al timone, Israele ha ripetutamente e intenzionalmente sputato sull’ebraismo mondiale e sulla sua sensibilità. Il risultato? A cinquant’anni dall’euforia che seguì la Guerra dei Sei Giorni, il lontano sionismo idealistico degli ebrei della diaspora zoppica come un cane a tre zampe. Un recente studio del ‘Pew Research Center’ ha rilevato che solo il 35% degli ebrei americani tra il 18 e il 50 anni ha identificato Israele come parte fondamentale della propria identità ebraica.

Un’identità mutata

Non è una coincidenza. Netanyahu ha gettato i dadi e preso la calcolata decisione di abbandonare non solo gli ebrei americani in disaccordo con l’agenda populista in ascesa in Israele, ma proprio l’ebraismo stesso.

Cioè, l’ebraismo come lo conosciamo: ebraismo progressista, erudito, in dialogo con il mondo esterno per migliaia di anni. L’ebraismo le cui maggiori opere e innovazioni si sono sviluppate a Babilonia, in Spagna e in Polonia. L’ebraismo intellettuale che ha assorbito e impollinato l’Illuminismo (Mendelssohn); la filosofia (Buber, Scholem, Marx, Frankl, Arendt); i movimenti americani per l’uguaglianza dei diritti (Steinem, Friedan, Milk); e la cultura (Gershwin, Berlin, Streisand, Mailer, Allen, Marx, Polanski). Un ebraismo tollerante con la sensibilità dello straniero che “ama lo straniero”, come raccomandato 36 volte nella Torah.

Netanyahu vuole buttare tutto questo nel cestino della storia. Vuole mutare l’identità ebraica in hubris ebraica e trasformare Israele nella fortezza murata di una etnocrazia illiberale.

Come altro spiegare l’approvazione di Netanyahu per una maligna legge polacca che dissacra l’Olocausto? Come capire il tradimento di Netanyahu nei confronti degli ebrei riformisti e conservatori nel più sacro spazio comunitario dell’ebraismo? Come spiegare che nel 2016 Netanyahu ha ignorato le lodi del presidente Trump per i neo-nazisti americani e le oltre 190 minacce e attacchi antisemiti negli Stati Uniti? Queste domande hanno acquistato ulteriore rilievo in questa settimana, in cui Netanyahu ha dato il benvenuto al primo ministro ungherese Viktor Orban in visita ufficiale, nonostante la sua retorica antisemita e il suo apprezzamento per politici alleati dei nazisti.

Solo l’anti-ebraismo di Netanyahu può spiegare il nuovo fenomeno di leader come John Hagee, Richard Spencer o per l’appunto Orban, che sono pro-Israele e contemporaneamente denunciati come antisemiti.

Ci sono voci secondo cui la resa di Netanyahu alla legge sull’olocausto fa parte di un quid-pro-quo ideato per trasferire le ambasciate dell’Europa orientale a Gerusalemme. Ci sono ragioni diplomatiche e politiche per tutte le azioni di Netanyahu – ma c’è anche un quadro più ampio. Il leader della più grande popolazione ebraica del mondo sta abbandonando consapevolmente – se non attaccando – l’identità ebraica moderna per inaugurare un nuovo ebraismo. Di che tipo? Basta guardare alle leggi dello stato- nazione ebraico e sull’Olocausto.

Lo stop all’ebraismo di Netanyahu legalizza il furto di terra, limita la libertà di parola della sua stessa gente, maltratta i rifugiati africani, demolisce le comunità israeliane-beduine, discrimina le coppie omosessuali, esclude gli ebrei di sinistra dall’entrare in Israele e mitizza un soldato condannato di omicidio colposo. Non rispetta la lingua delle minoranze native perché è razzista. Demonizza la stampa perché teme la verità. Finanzia la giudaizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania perché è avido e deve cancellare le tracce di qualsiasi narrativa in competizione. Si oppone ai matrimoni LGBT o a qualsiasi matrimonio civile perché è governato da un’intollerante egemonia ortodossa.

Netanyahu immagina il futuro dell’ebraismo non come una piazza con molte differenze, influenze e dibattiti, ma piuttosto come un uccello raro e feroce che sopravvive in gabbia ed è estinto ovunque al di fuori di essa.

David Sarna Galdi è stato redattore del quotidiano Haaretz. Lavora a Tel Aviv per un’organizzazione senza scopo di lucro.

(traduzione di Luciana Galliano)

 




Israele si è finalmente rivelato come Stato etno-religioso

Haidar Eid

22 luglio 2018, Al-Jazeera

L’unica cosa che rimane da fare ai palestinesi è lottare per uno Stato democratico e laico.

In Palestina stiamo affrontando una situazione complicata: abbiamo un progetto di colonialismo di insediamento che nega di esserlo, sostiene di essere una democrazia ed abbiamo le sue vittime, la cui persecuzione è stata ignorata per decenni e la cui lotta di liberazione nazionale è stata diffamata.

I colonizzatori sono riusciti a manipolare la narrazione su quello che sta avvenendo, riscrivendo la storia e occultando i propri crimini. Molti Paesi al mondo hanno creduto alle loro menzogne e adottato un atteggiamento “neutrale”, sostenendo di avere una posizione “equilibrata”.

Cosa c’è di equilibrato, quando una parte possiede uno degli eserciti più avanzati al mondo, finanziato e rifornito da una superpotenza alleata, e l’altra è stata abbandonata sia da alleati che da sostenitori e si può basare solo sulla determinazione e sulla forza del proprio popolo?

Ma queste professioni di “neutralità” ed “equidistanza” non sono più sostenibili. Israele ha smesso di giocare al gioco della finta democrazia e si è dimostrato per quello che è veramente: uno Stato di apartheid. Il 19 luglio la Knesset [parlamento] israeliana ha approvato la cosiddetta “legge per lo Stato-Nazione”, che dichiara Israele “la patria del popolo ebraico”. Ora è ufficialmente uno Stato esclusivamente etno-religioso.

Smascherare lo Stato etno-religioso di Israele

Per noi palestinesi questa legge ribadisce quello che è scontato, ossia che l’ideologia sionista è intrinsecamente razzista e antidemocratica.

L’obiettivo politico del sionismo era determinare artificialmente un cambiamento demografico in Palestina, rendendo maggioranza la minoritaria popolazione ebraica (che nel 1914 costituiva solo il 7,6% della popolazione) per mezzo di una massiccia immigrazione ebraica, la costruzione di insediamenti e l’espulsione dei palestinesi.

Inevitabilmente l’espropriazione di terre venne accompagnata dalla violazione dei diritti della maggioranza palestinese. I sionisti hanno sempre guardato ai palestinesi come invisibili, se non assenti, o piuttosto “presenti assenti” [definizione israeliana di una parte dei palestinesi rimasti o tornati nel territorio del nuovo Stato, ndtr.]. L’identità di quanti rimasero all’interno dei confini di quello che era diventato Israele venne cancellata con il termine “arabo-israeliani” e i loro diritti vennero negati da una miriade di leggi (di cui la “Legge per lo Stato-Nazione” è solo l’ultima riproposizione).

Ciò è dovuto al fatto che, contrariamente al pensiero liberale moderno, in Israele la cittadinanza e la nazionalità sono concetti separati, indipendenti. In altre parole, Israele non è lo Stato dei suoi cittadini, ma lo Stato del popolo ebraico. Quindi i palestinesi in Israele hanno passaporto israeliano ma non hanno gli stessi diritti dei cittadini ebrei.

Con la nuova “Legge per lo Stato-Nazione”, i palestinesi in Israele ora sono considerati “immigrati nativi” o stranieri nella loro stessa patria, perché Israele viene definito da questa legge “la patria storica del popolo ebraico”, ovvero non lo Stato di tutti i suoi cittadini. Questo è il risultato diretto del sionismo e della sua ideologia razzista.

È anche il risultato diretto del prevalere di opinioni antidemocratiche tra gli ebrei israeliani. La contraddizione tra ideali professati e comportamenti concreti, che è stato il meccanismo del cambiamento politico in molti luoghi nel mondo, non esiste in Israele perché nella società israeliana la fede democratica o la democrazia civica sono assenti.

Nella cultura politica e nella prassi israeliane non c’è un impegno per l’uguaglianza di tutti i cittadini. E non c’è tradizione di libertà civili in Israele perché una simile tradizione è incompatibile con il sionismo.

Quindi si può comprendere l’opposizione dell’establishment alle richieste per la creazione di un unico Stato per palestinesi ed ebrei, uno Stato democratico e laico governato con elezioni parlamentari e il governo della maggioranza nella Palestina storica. Questa idea è stata categoricamente rifiutata dalla società degli ebrei israeliani perché significherebbe di fatto la fine del sionismo.

E, dato che Israele si trasforma concretamente in uno Stato esclusivamente etno-religioso, dobbiamo porre delle domande scomode: ciò significa che anche l’Islam, il Cristianesimo, l’Induismo etc. possono essere la base di Stati moderni? E se noi insistiamo ancora che la religione dovrebbe essere separata dallo Stato, dov’è l’indignazione internazionale? Perché i principali mezzi di comunicazione non sono ossessionati dallo Stato ebraico allo stesso modo in cui lo sono dello “Stato islamico”? In cosa Israele è diverso dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che intendeva costruire uno Stato solo per i musulmani attraverso la violenza e la spoliazione?

La lotta contro l’apartheid è in corso

L’approvazione della “Legge sullo Stato-Nazione” dovrebbe eliminare qualunque dubbio che ci possa ancora essere tra gli osservatori “neutrali” che Israele è, di fatto, uno Stato dell’apartheid.

Proprio come il Sudafrica dell’apartheid diede la cittadinanza ai sudafricani bianchi e relegò i neri in “bantustan indipendenti” [enclave con limitato autogoverno della popolazione nera, ndtr.], il sionismo concede a tutti gli ebrei il diritto di cittadinanza nello Stato di Israele, mentre nega la cittadinanza ai palestinesi – i suoi originari abitanti.

Mentre il Sudafrica dell’apartheid utilizzava la razza per determinare la cittadinanza, lo Stato di Israele utilizza l’identità religiosa per definire la cittadinanza. Proprio come l’apartheid sudafricano emanò leggi che criminalizzavano la libertà di movimento dei neri sulla loro terra ancestrale, Israele controlla ogni aspetto della vita dei palestinesi attraverso le strutture di un’occupazione militare fatta di posti di blocco, strade e colonie solo per gli ebrei e il Muro, insieme a una rete di norme giuridiche.

I paralleli tra Israele e il Sudafrica dell’apartheid sono infiniti. E probabilmente l’unica significativa differenza tra i due è che Israele, con un’impunità senza precedenti, non paga mai per i suoi delitti, come messo in rilievo dagli ultimi crimini di guerra a Gaza.

Cosa rimane al popolo palestinese dopo l’approvazione di questa legge palesemente razzista? Bene, non siamo sicuramente tanto sciocchi da aspettarci qualcosa dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Anni di “negoziati” hanno creato solo bantustan in Cisgiordania e un campo di concentramento a Gaza. I palestinesi fanno ancora le spese di attacchi spietati da parte delle truppe razziste israeliane nascoste nei loro elicotteri ed F16 costruiti negli USA.

Quello che gli inviati USA nella regione hanno cercato di fare è arrivare ad una “soluzione” in linea con le condizioni di Israele, ignorando risoluzioni del Consiglio di Sicurezza [dell’ONU] e leggi internazionali. Né l’attuale amministrazione USA di destra né la codarda UE hanno un piano equo su come risolvere la crisi in Palestina.

L’unica cosa su cui noi palestinesi possiamo contare è la forza della gente, proprio come i sudafricani hanno fatto quando, attraverso una lunga campagna globale, hanno obbligato i governi a boicottare il loro regime di apartheid.

Continueremo ad estendere il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) e a marciare verso la barriera a Gaza finché porremo fine a questa follia. Continueremo anche a lavorare a un modello alternativo, democratico e laico, che garantisca uguaglianza e abolisca apartheid, bantustan e separazione in tutta la Palestina. Non abbandoneremo la lotta.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al-Jazeera.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’ondata di morte degli attacchi israeliani colpisce Gaza

La redazione di MEE

venerdì 20 luglio 2018, middleeasteye.net/

Le forze israeliane hanno sferrato vari attacchi lungo la Striscia di Gaza dopo uno scontro a fuoco con combattenti dell’ala armata di Hamas.

L’offensiva arriva dopo che quattro palestinesi sono stati uccisi da Israele, in seguito al fatto che i combattenti delle brigate di Izzedine al-Qassam hanno sparato alle forze israeliane che presidiano il confine di Gaza. 

L’esercito israeliano ha detto che “gli aerei da caccia dell’IDF [l’esercito israeliano,ndtr.] hanno lanciato un vasto attacco contro gli assalti terroristici legati all’organizzazione terroristica di Hamas in tutta la Striscia di Gaza”.

Venerdì un soldato israeliano era stato ucciso a colpi di arma da fuoco palestinese sul confine di Gaza, ha detto l’esercito, facendo temere lo scoppio di un conflitto più vasto con Gaza.

Quest’ultima escalation segue le proteste settimanali del venerdì da parte dei palestinesi nella zona cuscinetto di Gaza, nel corso delle quali, secondo il ministero della Salute locale, 120 dimostranti sono stati feriti in scontri.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha minacciato una risposta “ancora più dura” a qualsiasi nuovo fuoco missilistico di Hamas – dopo che l’esercito ha riferito di “tre lanci” dal territorio, due dei quali sono stati intercettati.

Tuttavia, venerdì in tarda serata un portavoce di Hamas ha detto che Israele e Hamas hanno accettato di ripristinare la tregua.

“Grazie agli sforzi egiziani e delle Nazioni Unite è stato concordato di tornare ad un periodo di tregua tra [Israele] e le fazioni palestinesi”, ha detto alla Reuters [agenzia di notizie inglese, ndtr.] il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum.

Il ministero della Salute di Gaza ha dichiarato che venerdì pomeriggio il bombardamento israeliano ha ucciso quattro palestinesi e ferito gravemente altri tre a est della città di Khan Younis.

I morti sono Mahmoud Khalil Qishta, 23 anni, ucciso a est di Rafah;, Mohammed Riyad Farahza, 31 anni, e Shahban Rihab Abu Khater, 26 anni, entrambi uccisi a Khan Younis.

Anche Mohammed Badwan è morto dopo essere stato colpito venerdì dal fuoco delle forze israeliane a Gaza City.

L’ala militare di Hamas, le brigate “Izzedine al-Qassam”, ha confermato che i quattro uccisi erano membri del gruppo.

I quattro sono stati uccisi subito dopo che l’esercito israeliano ha riferito che si stava sparando da Gaza verso il sud di Israele.

Gli aerei e i carri armati dell’esercito israeliano hanno colpito “obiettivi militari in tutta la Striscia di Gaza”, ha detto l’esercito in una dichiarazione sui social media, riferendosi probabilmente agli avamposti di Hamas.

Le agenzie di stampa palestinesi hanno diffuso foto che mostrano gli effetti degli attacchi israeliani nel centro di Gaza.

Israele considera Hamas, il partito di governo a Gaza, responsabile di qualsiasi razzo o colpo sparato dall’enclave palestinese, nonostante vi operino vari gruppi armati.

Il violento scontro è avvenuto mentre i palestinesi stavano manifestando lungo il recinto che separa Gaza da Israele per il 17° venerdì consecutivo della Grande Marcia del Ritorno.

La Grande Marcia del Ritorno chiede la fine del blocco di 11 anni messo in atto da Israele contro Gaza e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle terre da cui le loro famiglie sono fuggite durante la costituzione dello Stato di Israele nel 1948.

In una dichiarazione rilasciata giovedì Ashraf al-Qidra, portavoce del ministero della Salute di Gaza, ha detto che dall’inizio della marcia il 30 marzo, l’esercito israeliano ha ucciso almeno 142 palestinesi e ne ha feriti più di 16.000.

L’aggressione di venerdì è arrivata a meno di una settimana dalla serie di attacchi aerei israeliani del 14 luglio, uno dei quali ha ucciso due adolescenti palestinesi di Gaza City.

Israele ha intensificato la sua attività di attacchi aerei contro Gaza, oltre a rafforzare l’assedio che dura da 11 anni, con il preteso obiettivo di dissuadere Hamas dall’invio di aquiloni e palloncini incendiari su Israele.

Le autorità israeliane ritengono Hamas responsabile della Grande Marcia di Ritorno, un’opinione che gli organizzatori della campagna hanno respinto.

I funzionari israeliani si sono palesemente infuriati per l’uso da parte di alcuni manifestanti di aquiloni e palloncini incendiari che oltrepassano la barriera di separazione ed entrano in Israele, sostenendo che gli aquiloni hanno scatenato incendi e danneggiato quasi 3.000 ettari di terreni agricoli e boschi.

I palestinesi considerano quegli economici oggetti volanti uno strumento di resistenza contro le ben armate forze israeliane schierate dietro la barriera, che hanno ucciso decine di manifestanti e ferito migliaia di persone. Non si sono registrate vittime israeliane.

I media israeliani hanno riferito che, nonostante gli appelli di Hamas ai suoi membri affinché smettano di lanciare aquiloni, quelli che li lanciano ma non sono affiliati al gruppo hanno respinto l’appello, impegnandosi a continuare fino a quando il devastante blocco di Gaza esercitato da Israele non sarà revocato.

Venerdì mattina Lieberman aveva accusato Hamas di “costringerci inevitabilmente a una situazione in cui non abbiamo scelta, una condizione in cui dovremo intraprendere una vasta e dolorosa operazione militare”.

Tel Aviv ha anche affermato che le forze israeliane si sono finora “comportate in modo responsabile e con moderazione”.

(traduzione di Luciana Galliano)