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La crisi del NYT riguardo a Tom Cotton rievoca i suoi editoriali che giustificavano il massacro dei manifestanti a Gaza

Philip Weiss e James North

5 giugno 2020 – Mondoweiss

Nelle ultime 24 ore le reti sociali hanno dimostrato il proprio immenso potere nella generale condanna su Twitter della decisione del New York Times di pubblicare un editoriale del senatore dell’Arkansas Tom Cotton che chiedeva di schierare l’esercito USA per reprimere la rivolta diffusa in tutto il Paese. Migliaia di critiche hanno affermato che il Times ha violato la sua stessa politica di non pubblicare i sostenitori della violenza. Dopo parecchie ore il Times ha difeso la decisione in base alla libertà di parola, e il caporedattore ha persino affermato che gli editoriali sono “accurati approfondimenti in buona fede delle questioni del giorno,” ma poi il giornale ha cambiato idea ed ha affermato che probabilmente non avrebbe dovuto pubblicare l’articolo di Cotton. È stata un’incredibile retromarcia, inimmaginabile nei giorni in cui i lettori dovevano a scrivere lettere ai direttori dei giornali.

La débâcle dell’editoriale di Cotton, benché sia ovviamente una diretta conseguenza dell’uccisione da parte della polizia di George Floyd, sta anche riproponendo questioni riguardo a come il giornale informa su Israele. Ecco alcuni esempi. L’editorialista Bari Weiss ha difeso l’articolo di Cotton affermando su Twitter che un progressista della vecchia guardia del giornale era stato travolto da giovani “impegnati” dello staff spinti dalle emozioni (“il diritto delle persone a sentirsi sicuri dal punto di vista emozionale e psicologico prevale su quelli che in precedenza erano considerati fondamentali valori progressisti, come la libertà di parola”).

Weiss è stata derisa per questa affermazione in parte perché ha iniziato la sua carriera pubblica cercando di far tacere un dibattito sulla questione israeliana alla Columbia University, partecipando ad una campagna agghiacciante che chiedeva all’amministrazione di licenziare docenti filo-palestinesi. Come ha scritto Steven Salaita [accademico USA di origine araba, ndtr.]:

“A quelli di voi che sostengono Bari Weiss: non siate così dannatamente vaghi su questo argomento. Lei non stava cercando di far licenziare “i professori con cui non era d’accordo”. Stava tentando di far licenziare docenti ARABI E MUSULMANI perché è una fanatica filo-israeliana. Il nome del problema è: repressione sionista.”

Rula Jebreal [nota giornalista e scrittrice palestinese con cittadinanza israeliana e italiana che vive nelgi USA, ndtr.] ha scritto:

“Bari Weiss, che difende sistematicamente il razzismo e l’apartheid di Israele, ha condotto una campagna di odio per far tacere accademici arabi, ha denigrato i suoi colleghi neri, orripilati dall’idea di pubblicare un editoriale fascista durante la rivolta contro la violenza della polizia razzista, in quanto ‘per lo più giovani impegnati.’ Qualche alleato.”

L’editoriale di Cotton è anche un promemoria del fatto che sulle sue pagine di editoriali il New York Times ha pubblicato quattro difese del massacro da parte di Israele di manifestanti nonviolenti presso la barriera di Gaza nel 2018 e non ha mai fatto marcia indietro, benché sul nostro sito Donald Johnson abbia ripetutamente sollevato questa questione.

Riguardo a Gaza Bret Stephens ha scritto che i palestinesi sono responsabili delle uccisioni e delle mutilazioni a causa di una “cultura della…violenza.” Shmuel Rosner ha fatto un discorso trumpianamente fascista: “A volte non c’è nessuna scelta migliore che essere chiari, essere fermi, tracciare una linea che non può essere attraversata da quanti ti vogliono danneggiare.” Matti Friedman ha affermato che “Israele ha avuto le mani legate e che forse avrebbe dovuto fare di più. Una risposta più aggressiva avrebbe impedito ulteriori azioni di questo tipo e salvato vite a lungo termine?” Thomas Friedman ha accusato i dirigenti palestinesi per “le morti tragiche e inutili di circa 60 gazawi (il 20 marzo) incoraggiando il loro corteo.”

Quell’anno Israele ha ucciso più di 200 manifestanti, di cui 59 il giorno in cui Trump ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme, e ne ha mutilati migliaia in quelli che organizzazioni per i diritti civili hanno definito crimini di guerra.

Ieri almeno un commentatore su Twitter ha chiesto perché Bari Weiss e Bret Stephens lavorino nel giornale, visti i loro provati precedenti di incompetenza. La principale risposta è che da lungo tempo il quotidiano ha un legame stretto con il sionismo e lo zelo a favore di Israele è il valore fondamentale sia di Weiss che di Stephens.

Altri giornalisti del Times non hanno fatto mistero delle proprie passioni filo-sioniste. L’ex responsabile delle pagine editoriali Max Frankel ha rivelato di aver scritto di persona tutti gli editoriali su Israele: “Ero molto più profondamente fedele a Israele di quanto osassi affermare,” ha scritto nelle sue memorie. Thomas Friedman lo scorso anno ha detto che ogniqualvolta ciò sia necessario difenderà Israele: (“Israele mi aveva già convinto di primo acchito… In tempi di crisi so dove sarò. Quando lo Stato ebraico fosse minacciato!). David Brooks ha affermato di avere “un occhio di favore” per Israele e che i palestinesi sono da considerare responsabili del fatto che non ci sia pace. Il giornalista d’inchiesta Ronen Bergman recentemente ha lodato l’organizzazione lobbistica di destra AIPAC [principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] per aver appoggiato Israele. E durante un attacco israeliano contro Gaza l’ex-caporedattrice dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren ha affermato che i palestinesi sembrano “un po’ troppo insistentemente noiosi” riguardo alle morti di membri della loro famiglia rispetto agli israeliani che sono “traumatizzati” dalla violenza.

Tuttavia Bari Weiss e Bret Stephens risaltano persino in mezzo a questa lista di filo-sionisti. Il sostegno ad Israele è sempre stato al centro della loro carriera giornalistica e si stenta a trovare un qualunque altro argomento che li appassioni allo stesso livello.

L’argomento della libertà di parola potrebbe essere più convincente se il Times avesse mai pubblicato editoriali antisionisti. Lo ha fatto molto di rado. Dove sono Rashid Khalidi e Ian Lustick, che ultimamente hanno entrambi pubblicato libri in cui sostengono che il paradigma dei due Stati è finito?

Le caratteristiche filo-sioniste del New York Times non sono una cospirazione. Il giornale è tradizionalmente solito appoggiare Israele e ovviamente assume persone che condividono il suo punto di vista. Sfortunatamente, e tristemente, questa tendenziosità non analizzata ha obbligato il maggior quotidiano americano a sostenere la violenta risposta alle richieste dei diritti umani da parte dei palestinesi.

In questi giorni l’unica cosa corretta da fare è chiedere se il giornale abbia una tendenziosità simile contro gli afroamericani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)