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C’è bisogno di una nuova strategia per impedire la totale ebraizzazione della moschea di Ibrahimi

Lama Khater

17 agosto 2021 Middle East Monitor

Diversi giorni fa le autorità di occupazione hanno avviato l’attuazione di un nuovo progetto di ebraizzazione nelle vicinanze della moschea di Ibrahimi [Abramo ndt] nella città di Hebron. L’obiettivo apparente di questo progetto è costruire un ascensore per facilitare l’assalto dei coloni alla moschea, la cui costruzione comporterà il sequestro circa 300 metri quadrati dei cortili e delle strutture della moschea. Tuttavia il progetto ha l’obiettivo di ebraizzare completamente la moschea e renderla un sito esclusivamente ebraico, oltre a controllare il più possibile la terra e gli immobili circostanti.

Il problema di Hebron con l’ebraizzazione è stato e continuerà ad essere difficile. La sua causa principale è l’esistenza di un quartiere esclusivamente di coloni nel cuore della città, che si è ampliato con il sequestro di molte proprietà immobiliari possedute dai palestinesi nella Città Vecchia di Hebron, dove si trova la Moschea di Ibrahim. A causa di questa presenza ebraica a Hebron, nel 1997 è stato stipulato lo sciagurato accordo di Hebron, derivante dagli accordi di Oslo. L’intesa ha diviso Hebron in due aree, una sotto il controllo palestinese e l’altra sotto il controllo israeliano, e quest’area comprende gran parte del sud e dell’est della città, inclusa la Moschea di Ibrahim.

L’accordo prevede la riapertura di via Al-Shuhada nella città, chiusa e controllata dalle forze di occupazione, ma queste ultime non hanno mai attuato le disposizioni dell’accordo. Invece l’hanno sfruttato per estendere la loro operazione di ebraizzazione della città e hanno espulso i palestinesi dalla zona meridionale attraverso restrizioni sistematiche per i palestinesi, a cominciare dal massacro della moschea di Ibrahim nel 1994, quando venne temporalmente e spazialmente divisa tra i coloni ebrei e i musulmani [nel 1994 un fondamentalista sionista entrò in divisa nella sala di preghiera riservata ai fedeli musulmani, aprì il fuoco e uccise trenta persone e ne ferì 125, ndt.]. Tuttavia la situazione della moschea ora è tale da essere sul punto di diventare un sito puramente ebraico, poiché i dintorni della moschea, compresi i cortili, gli ingressi e le aree palestinesi limitrofe sono considerati caserme militari, intersecate da diverse barriere e posti di blocco. Ai palestinesi non è permesso accedere all’area con le loro auto, mentre i coloni possono attraversare le barriere. I cortili della moschea sono riservati ai coloni. Inoltre chiunque riesca ad arrivare in quest’area deve sorbirsi i commenti razzisti e gli incitamenti a uccidere gli arabi da parte di giovani coloni e dei loro anziani.

È risaputo che il progetto di occupazione israeliano aveva come giustificazione morale un mito religioso senza fondamento che rivendicava il diritto alla terra di Palestina; la prosecuzione di questo progetto resterà legata alla necessità di controllare i siti religiosi musulmani in Palestina, specialmente quelli altamente simbolici, come la Moschea Al-Aqsa e la Moschea di Ibrahim. Ciò significa che la lotta per questi luoghi è essenziale per l’identità palestinese e richiede un grande ed eccezionale sforzo che scaturisca dalla consapevolezza della realtà dei pericoli che minacciano questi luoghi santi.

Oggi Hebron sta affrontando una grande sfida, ed è a un bivio: o opporsi a questo progetto mobilitando la popolazione e creando le condizioni per contrastarlo, oppure ignorare ciò che sta accadendo, per poi dover affrontare una realtà amara: la perdita della moschea per i musulmani. Ciò costringerà i palestinesi rimasti a lasciare le loro case e proprietà sotto la pressione dell’espansione delle colonie e dei feroci attacchi dei coloni contro i restanti abitanti di quell’area.

E’vero che la sfida è grande e quasi supera la capacità dell’opinione pubblica, delle fazioni palestinesi e delle loro limitate potenzialità, ma è possibile invertire l’equazione che rende la vita difficile per i palestinesi. Questo può essere fatto cercando di rendere difficile la vita dei coloni invece di lasciare che siano loro a rendere difficile la vita dei palestinesi. È necessaria una nuova equazione che richiede volontà e iniziativa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)