Rapporto OCHA del periodo 8 – 21 febbraio 2022

In Cisgiordania, in tre episodi separati, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo cinque palestinesi, incluso un minore [seguono dettagli].

Il 14 febbraio, a Silat al Harithiya (Jenin), un ragazzo 17enne è stato ucciso e altri dieci palestinesi sono rimasti feriti, nel corso di una demolizione punitiva (vedi sotto) in cui i palestinesi hanno sparato e lanciato pietre e bottiglie incendiarie contro le forze israeliane, che hanno sparato proiettili veri. L’8 febbraio, nella città di Nablus, tre palestinesi sono stati uccisi da un’unità israeliana sotto copertura; secondo le autorità israeliane, i tre erano membri di un gruppo armato palestinese che aveva compiuto attacchi contro le forze israeliane. Una organizzazione israeliana per i diritti umani ha indagato sull’episodio ed ha espresso preoccupazione per il possibile “uso eccessivo della forza” ed “esecuzioni extragiudiziali”. In Cisgiordania, in seguito all’accaduto, palestinesi hanno svolto dimostrazioni; in alcuni casi i partecipanti hanno lanciato pietre, mentre le forze israeliane hanno sparato lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri, con almeno 46 palestinesi feriti (vedi sotto). Il 15 febbraio, all’ingresso di An Nabi Salih (Ramallah), un 19enne palestinese è stato colpito a morte con arma da fuoco, mentre giovani palestinesi lanciavano pietre contro forze israeliane nei pressi di una torre militare. Secondo una fonte medica, il giovane sarebbe stato colpito alla parte bassa della schiena da brevissima distanza. Non sono stati segnalati feriti israeliani.

In Cisgiordania, un totale di 544 palestinesi, inclusi 54 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane [seguono dettagli]. La maggior parte dei feriti (442) sono stati registrati nel contesto di manifestazioni diverse; la cifra include i circa 344 feriti segnalati in cinque proteste contro gli insediamenti: vicino a Beita, Beit Dajan e Burqa (tutti in Nablus). In una delle citate manifestazioni a Beita, due palestinesi addetti al primo soccorso sono stati colpiti e feriti da proiettili veri e da proiettili di metallo rivestiti di gomma, e due ambulanze hanno subito danni. Ai checkpoint di Beit El (Ramallah) e di Huwwara e agli ingressi di Al Funduq (Qalqiliya) e Burqa (Nablus), nel corso di manifestazioni contro l’uccisione di tre palestinesi (vedi sopra), sono stati segnalati altri 67 feriti circa. 24 feriti sono stati segnalati a Sheikh Jarrah, ed in altre zone di Gerusalemme Est, in manifestazioni di solidarietà con le famiglie a rischio di sgombero forzato. In due episodi occorsi a Burqa (Nablus), in seguito all’ingresso di coloni israeliani in villaggi palestinesi (vedi sotto), 54 persone sono rimaste ferite allorquando palestinesi hanno lanciato pietre contro le forze israeliane e queste ultime hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni. Ulteriori 48 feriti sono stati segnalati ad Al Lubban ash Sharqiya, Abu Dis e Seikh Jarrah (vedi sotto).

Il 9 e il 21 febbraio, forze israeliane hanno bloccato l’ingresso principale di Al Lubban ash Sharqiya (Nablus), ostacolando l’accesso di circa 2.800 persone ai mezzi di sussistenza e ai servizi. Il primo blocco è stato effettuato quando coloni israeliani si sono radunati all’ingresso del villaggio, per protestare contro il continuo lancio di pietre contro i loro veicoli da parte di palestinesi. Nella seconda circostanza, secondo quanto riferito, palestinesi avevano lanciato pietre contro le forze israeliane, che hanno sparato lacrimogeni, alcuni dei quali sono finiti all’interno del complesso di due scuole; due studenti sono stati curati per aver inalato gas lacrimogeno, e le lezioni sono state sospese per un giorno; secondo il preside della scuola, tale sospensione ha riguardato almeno 700 studenti. Inoltre, l’8 febbraio, le forze israeliane hanno bloccato la strada principale che collega l’Università Al Quds con la città di Abu Dis a Gerusalemme. Palestinesi hanno lanciato pietre contro forze israeliane, che hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e lacrimogeni, ferendo sette palestinesi, di cui uno con proiettili veri.

In Cisgiordania forze israeliane hanno effettuato 139 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 198 palestinesi. Almeno tre delle operazioni hanno innescato scontri durante i quali sono state lanciate pietre contro forze israeliane che hanno sparato proiettili veri, proiettili di gomma e gas lacrimogeno: quattro palestinesi sono stati feriti. Il governatorato di Ramallah ha registrato il numero più elevato di operazioni (30) e il governatorato di Gerusalemme il maggior numero di arresti (62).

A Sheikh Jarrah, palestinesi, coloni israeliani e forze di polizia si sono scontrati quasi ogni giorno. Trentacinque palestinesi sono stati feriti da forze israeliane e almeno 16, tra cui un minore, sono stati arrestati dalla polizia israeliana. La tensione è salita in previsione dello sgombero forzato, poi sospeso (vedi sopra) e a seguito dell’estemporaneo insediamento, vicino alle case dei palestinesi, dell’ufficio di un membro del parlamento israeliano che intendeva protestare per riferiti attacchi incendiari contro coloni del quartiere.

In Area C e a Gerusalemme Est, adducendo la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito, confiscato o costretto i proprietari a demolire 29 case di proprietà palestinese ed altre strutture [seguono dettagli]. Di conseguenza, sono state sfollate 23 persone, inclusi undici minori, e sono stati colpiti i mezzi di sussistenza di altre 300 circa. Complessivamente, in Area C, sono state demolite 24 strutture, tre delle quali erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Queste [24] includevano tre strutture situate in due Comunità pastorali nel sud di Hebron, in aree designate dalle autorità israeliane come “zone di tiro” per l’addestramento militare. Cinque strutture sono state demolite a Gerusalemme Est; due dalle autorità e tre dai proprietari per evitare le tasse comunali ed i possibili danni agli effetti personali e alle strutture vicine. Nella Comunità di pastori di Ras at Tin (Ramallah), le autorità israeliane hanno emesso un ordine di avvertimento contro una scuola [palestinese] finanziata da donatori; già nel settembre 2020, in due momenti diversi, parti della scuola furono abbattute.

Il 14 febbraio, a Silat al Harithiya (Jenin), le autorità israeliane, per motivi “punitivi”, hanno demolito con esplosivo il secondo piano di un edificio residenziale a due piani, sfollando una famiglia composta da sei persone, tra cui quattro minori. La casa è una delle tre per le quali le autorità israeliane hanno programmato la demolizione, in quanto appartenenti alle famiglie di tre uomini accusati di essere coinvolti nell’uccisione di un colono israeliano avvenuta il 16 dicembre. Durante la demolizione il primo piano dell’edificio ha subito gravi danni ed è stato dichiarato inabitabile; di conseguenza, altre due famiglie, composte da nove persone, inclusi tre minori, sono state sfollate.

In Cisgiordania, nel corso di quattro episodi, coloni israeliani hanno ferito otto palestinesi e persone conosciute come coloni israeliani, o ritenute tali, hanno danneggiato proprietà palestinesi in 23 casi [seguono dettagli]. Sette palestinesi sono rimasti feriti e almeno cinque auto e altre proprietà sono state vandalizzate a Burqa e Al Ganoub (Hebron). In sei casi, circa 330 alberi e alberelli di proprietà palestinese sono stati sradicati o vandalizzati vicino agli insediamenti israeliani intorno a Salfit, Yasuf e Kafr ad Dik (tutti nel governatorato di Salfit), Surif (Hebron), Kafr Ra’i (Jenin) e Shufa (Tulkarm ). Secondo fonti della Comunità e testimoni oculari, a Sheikh Jarrah, coloni hanno forato i pneumatici di 13 auto di proprietà palestinese e hanno recintato un terreno davanti a una casa. Altri sei attacchi sono stati registrati intorno a Ramallah, Nablus, Salfit e Hebron, tra cui l’irruzione in case, il furto di attrezzature agricole e il danneggiamento di un impianto idrico e di condutture idriche. In quattro circostanze, nella Comunità di Mak-hul, nella valle del Giordano settentrionale (Tubas), coloni hanno attaccato pastori palestinesi e le loro mucche causando danni al raccolto. In altri tre casi, nei circondari di Gerusalemme, Hebron e Nablus, coloni hanno lanciato pietre contro veicoli palestinesi, ferendo un palestinese e provocando danni ad almeno tre veicoli. Nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni hanno lanciato pietre contro tre case palestinesi.

In 50 casi, persone conosciute come palestinesi, o ritenute tali, hanno lanciato pietre contro veicoli israeliani, ferendo cinque coloni israeliani e provocando danni ai veicoli.

Nell’area di Ibziq, nella Valle del Giordano, in più occasioni, tra il 9 e l’11 febbraio, le forze israeliane hanno costretto almeno sette famiglie palestinesi a evacuare le loro case, per la maggior parte della giornata, per far posto ad esercitazioni militari israeliane. Quarantadue persone, tra cui 17 minori, sono state temporaneamente sfollate. Le forze israeliane hanno anche condotto esercitazioni militari intorno alle Comunità di pastori di Bardala, Khirbet Samra ed Ein al Hilwa, nella valle del Giordano settentrionale, in un’area designata da Israele come “zona di tiro”, interrompendo le attività lavorative di sussistenza e l’accesso ai servizi e, in un caso, causando danni alla rete idrica e alle colture.

Vicino alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa di Gaza, in almeno 25 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, a quanto riferito per far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [loro imposte]. Ciò [il numero di casi di fuoco di avvertimento] rappresenta un incremento di oltre il 200% rispetto alla media bisettimanale registrata nel 2021. Al largo della costa settentrionale di Gaza, le forze israeliane hanno arrestato sette pescatori, tra cui tre minori ed hanno confiscato la loro barca, prima di liberarli tutti. Per due volte, ad Est di Rafah e di Khan Younis, le forze israeliane [sono entrate nella Striscia] ed hanno spianato terreni vicini alla recinzione, causando danni ad almeno 1,5 ettari di terra coltivata.

Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 22 febbraio, vicino al villaggio di Al Khadr (Betlemme), le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 13 anni. Secondo le autorità israeliane, il ragazzo aveva lanciato una bottiglia incendiaria contro le forze israeliane

Il 22 febbraio, un tribunale israeliano ha sospeso lo sgombero forzato di una famiglia palestinese dalla loro casa a Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est). Lo sgombero, conseguente ad una causa legale avviata dai coloni, era previsto per marzo e la sospensione fornisce alla famiglia una tregua temporanea, fino a quando non sarà fissata una ulteriore udienza in tribunale.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Dopo che Gerusalemme ha appoggiato l’Ucraina, la Russia condanna l’“occupazione” israeliana delle Alture del Golan

Jonathan Lis

24 febbraio 2022 – Haaretz

Ore prima degli attacchi russi contro l’Ucraina, il rappresentante della Russia all’ONU ha espresso “preoccupazione” riguardo ai progetti israeliani di espansione nel nord, affermando che la Russia non riconosce la sua sovranità sulla regione.

Mercoledì la Russia ha condannato l’occupazione israeliana delle Alture del Golan ed ha affermato di non riconoscere la sovranità israeliana sulla regione.

“Siamo preoccupati per gli annunciati progetti di Tel Aviv di estendere le attività di colonizzazione nelle Alture del Golan occupate, che contrastano direttamente con le disposizioni della Convenzione di Ginevra del 1949,” ha affermato il rappresentante della Russia alle Nazioni Unite Dmitry Polyanskiy qualche ora prima che giovedì il presidente russo Vladimir Putin lanciasse attacchi su vasta scala in tutta l’Ucraina.

Parlando alla riunione mensile del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Medio Oriente egli ha sottolineato “l’immutata posizione della Russia, in base alla quale non riconosciamo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, che sono parte inalienabile della Siria.”

Mercoledì pomeriggio il ministero degli Esteri israeliano aveva reso pubblico il primo comunicato di appoggio all’Ucraina dall’inizio del conflitto. Riflettendo la complicata posizione in cui si è trovato Israele riguardo alla crisi, nella dichiarazione, in cui si afferma il sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, Israele evita deliberatamente di menzionare la Russia o il presidente Putin.

Israele ha tutto l’interesse a mantenere una posizione neutrale per evitare un conflitto che renderebbe difficile continuare gli attacchi in Siria, dove la Russia ha una presenza militare.

Il comunicato, che è stato approvato dal primo ministro Naftali Bennett, dal ministro degli Esteri Yair Lapid e dal ministro della Difesa Benny Gantz, esprime anche la disponibilità di Israele a trasferire immediatamente assistenza umanitaria all’Ucraina e afferma che Israele è impegnato nel dialogo con i suoi partner per riprendere il percorso diplomatico.

Mentre in via ufficiale gli ucraini si sono rifiutati di commentare la dichiarazione di mercoledì, una fonte diplomatica che ha chiesto di rimanere anonima in quanto non autorizzata a trattare pubblicamente dell’argomento, ha affermato che non è tale da essere accolta positivamente dal suo governo.

“È meglio di niente, ma non è la dichiarazione che ci attendevamo,” ha detto la fonte ad Haaretz. Parlando per telefono mercoledì dalla città ucraina occidentale di Lviv, l’ambasciatore israeliano in Ucraina Michael Brodsky ha detto ad Haaretz che, mentre il comunicato non costituisce un’esplicita condanna della Russia, esso è “molto più duro della nostra posizione usuale.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Soldati israeliani uccidono un palestinese di 14 anni nella Cisgiordania occupata

Redazione

22 febbraio 2022 – Redazione Middle East Eye

Il padre di Mohammed Shehadeh racconta a Middle East Eye che i soldati israeliani gli hanno impedito di vedere suo figlio pochi istanti prima che morisse per un colpo di arma da fuoco al petto.

Il padre di un ragazzo palestinese di 14 anni colpito a morte dalle forze israeliane martedì racconta a Middle East Eye che i soldati israeliani gli hanno impedito di vedere suo figlio prima che morisse.

Nella città occupata di al-Khader, in Cisgiordania, vicino a Betlemme i soldati hanno sparato all’adolescente Mohammed Shehadeh, accusato dall’esercito israeliano di aver lanciato una bottiglia molotov contro le auto di passaggio.

Il padre di Mohammed, Rizk Shehadeh, 48 anni, racconta che suo figlio era con degli amici quando è iniziata la sparatoria. Mohammed è stato colpito al petto, afferma Shehadeh.

Shehadeh racconta a MEE che quando è arrivato sulla scena della sparatoria è stato affrontato dai soldati israeliani. “Ho detto loro: ‘Questo è mio figlio e voglio vederlo.’ Il soldato mi ha detto: ‘Se non te ne vai, ti sparo.’ Poi ho saputo che mio figlio era morto”.

“Gli spari erano mirati ad uccidere”

Ahmed Salah, un attivista locale ad al-Khader, afferma che a Mohammed, che era suo cugino, è stata tesa un’imboscata dall’esercito e che il soldato che gli ha sparato gli ha “sparato addosso – gli spari avevano lo scopo di uccidere”.

L’esercito israeliano in una nota dichiara “Le truppe hanno sparato a uno dei sospetti mentre lanciava una bottiglia molotov e lo hanno colpito”.

La barriera di separazione israeliana attraversa al-Khader, separandola dalla Route 60. Salah, l’ex sindaco della città Adnan Sbeih e molti altri hanno affermato che il quattordicenne Mohammed è stato colpito dagli spari sul lato del muro verso al-Khader.

“La distanza tra il muro e il luogo in cui Mohammed è stato ucciso è di 300 metri”, riporta Salah a MEE. “Ciò significa che Mohammed non rappresentava alcun pericolo significativo per l’esercito o per i coloni, anche se ipotizziamo che Mohammed volesse lanciare pietre da quella distanza. Vista la distanza non poteva far danni”.

“Mohammed non rappresentava un pericolo per nessuno”, ha aggiunto Salah. “Non so come un bambino di 14 anni possa essere pericoloso per un soldato pesantemente armato. L’esercito cerca di uccidere chiunque sia presente in quella zona”.

L’esercito israeliano dichiara che i soldati hanno prestato assistenza medica a Mohammed sul posto, dove in seguito è stato dichiarato morto. Tuttavia Salah e organi di stampa palestinesi affermano che a un’équipe medica della Mezzaluna Rossa è stato impedito di raggiungerlo.

La testata giornalistica palestinese Wafa ha riferito che gli scontri tra le forze israeliane e i palestinesi ad al-Khader sono continuati nella tarda serata di martedì.

L’uccisione di Mohammed Shehadeh arriva una settimana dopo che le forze israeliane hanno sparato e ucciso diversi palestinesi.

Il 15 febbraio, all’ingresso del villaggio di Nabi Saleh, a nord-ovest di Ramallah, Nihad al-Barghouti, 20 anni, è morto per ferite da proiettile intorno al bacino dopo essere stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco esploso dai soldati israeliani.

Alcuni giorni prima, Mohammad Akram Abu Salah, 17 anni, è stato colpito alla testa dalle truppe israeliane mentre prendevano d’assalto il villaggio di Silat al-Harithiya, nella tarda serata di domenica, per demolire la casa di un uomo accusato di aver ucciso un colono israeliano.

Il gruppo per i diritti dei minori Defense for Children International – Palestine (DCI) ha affermato martedì che Israele continua a trattenere i corpi di nove minori palestinesi uccisi dalle sue forze armate. Tutti e nove avevano meno di 18 anni al momento della loro morte, avvenuta tra il 2016 e il dicembre 2021, i due più giovani erano quindicenni: Yousef Mohammad Odeh di Jenin e Mohammad Nidal Musa di Nablus.

La DCI ha dichiarato a dicembre che il 2021 è stato l’anno più letale per i minori palestinesi dal 2014: le forze israeliane hanno ucciso 76 palestinesi sotto i 18 anni, 15 dei quali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est e 61 nella Striscia di Gaza assediata.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele ha molto da perdere da una guerra Russia-Ucraina

Anshel Pfeffer

24 gennaio 2022 – Haaretz

Essendo uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca, Israele cercherà di tenersi in disparte se le due parti entreranno in guerra.

L’ottobre scorso, nell’incontro con Vladimir Putin a Sochi, Naftali Bennett si è offerto di organizzare un vertice tra il presidente russo e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelenskyy. Secondo un articolo di Barak Ravid su Walla [sito internet israeliano di informazione, ndtr.], la proposta è stata avanzata dal primo ministro israeliano con il benestare di Zelenskyy, ma Putin ha rifiutato. Pochi mesi prima, il predecessore di Bennett, Benjamin Netanyahu, aveva fatto un’offerta simile a Putin, anch’essa respinta.

Un vertice Russia-Ucraina a Gerusalemme avrebbe effettivamente senso per tutta una serie di elementi. Israele è uno dei pochi Paesi ad avere stretti legami diplomatici sia con Kiev che con Mosca. Si tratterebbe di un volo breve da entrambe le capitali, come testimonia l’afflusso di decine di jet d’affari russi e ucraini all’aeroporto Ben Gurion ogni fine settimana e durante le festività religiose.

Israele è sia un comodo luogo di incontro per le classi oligarchiche di entrambi i Paesi sia, nei momenti di tensione, anche un rifugio e una sede di riunioni. Durante il precedente conflitto tra le due parti nel 2014 le hall degli alberghi di lusso di Tel Aviv erano piene della crema delle élite economiche russe e ucraine, che trovavano qui un rifugio finché la tempesta non fosse passata.

Israele è anche uno dei pochi posti al mondo in cui, a causa di accordi discreti, coloro che temono per la propria vita a causa della longa manus delle agenzie di intelligence russe hanno la garanzia di non subire dei danni. Acerrimi rivali come l’oligarca favorito di Putin, Roman Abramovich, e il miliardario nazionalista ucraino Ihor Kolomoyskyy, possiedono case sontuose in Israele.

Putin e Zelenskyy si sentirebbero entrambi a casa in Israele anche grazie alle centinaia di migliaia di loro connazionali russi e ucraini emigrati in Israele negli ultimi tre decenni. Russia e Ucraina rimangono in cima alla lista dei Paesi da cui gli ebrei fanno l’aliya [l’emigrazione ebraica in Israele, ndtr.].

C’è ancora un altro motivo per cui i leader israeliani sarebbero felici di fare tutto il possibile per ridurre le tensioni che potrebbero portare a una guerra Russia-Ucraina. Molto semplicemente, Israele ha molto da perdere se ciò accadesse.

Mentre i principali alleati strategici di Israele negli ultimi 50 anni sono stati gli Stati Uniti – e la situazione rimarrà tale nel prossimo futuro – da quando Putin è salito al potere e ha intrapreso l’aggressiva politica estera post-sovietica della Russia, Israele si è trovata a dover fare i conti con una crescente attenzione nei confronti degli interessi del Cremlino. Soprattutto negli ultimi anni, sotto i presidenti Barack Obama, Donald Trump e ora Joe Biden, gli Stati Uniti hanno ridotto la propria presenza in Medio Oriente, creando un vuoto da riempire a favore della Russia.

Israele si trova in una posizione piuttosto peculiare per quanto riguarda le sue alleanze militari. Non è un membro della NATO, e ciò non è mai stato in previsione. Ma negli ultimi anni ha avuto legami militari sempre più stretti con la maggior parte dei membri dell’alleanza occidentale, comprese frequenti esercitazioni congiunte in Israele e in quei Paesi. Per quanto in queste esercitazioni l’obiettivo nascosto non sia mai stata specificamente la Russia, o qualsiasi altro Paese, gli eserciti che vi partecipano insieme usano dottrine e protocolli della NATO, mentre il nemico immaginario ha sistemi d’arma di fabbricazione russa.

D’altra parte negli ultimi sei anni e mezzo – dal dispiegamento russo in Siria – Israele ha coordinato strettamente le sue operazioni aeree con la Russia contro obiettivi iraniani in quell’area. Sebbene Israele non informi direttamente i russi degli obiettivi previsti, sia il sistema per evitare un conflitto tra i due eserciti che i taciti accordi tra il Cremlino e Gerusalemme hanno consentito a Israele di continuare ad operare sulla Siria senza scontrarsi con le forze russe.

Il rapporto con la NATO è una risorsa strategica per Israele, ma il coordinamento con la Russia in Siria è una necessità cruciale. Nei giorni scorsi gli aerei da combattimento russi hanno svolto – e trasmesso sulla televisione di Stato russa – un’esercitazione congiunta con l’Aeronautica militare siriana, sorvolando la parte della Alture del Golan controllata dai siriani, cosa che potrebbe essere stato un promemoria per Israele riguardo le regole sul campo.

Un’altra considerazione strategica è la speranza di Israele di vendere gas naturale ai Paesi europei. I piani per realizzare nel Mediterraneo orientale un gasdotto da Israele alla Grecia, e da qui al resto del continente, sono attualmente sospesi. Tuttavia, se dovesse scoppiare una guerra e una possibile cessazione delle forniture di gas russo all’Europa occidentale in pieno inverno diventasse realtà, ci sarebbe una domanda di gas israeliano per mitigarne la carenza. Israele sarebbe ovviamente felice di venderlo, ma sarebbe anche preoccupato che ciò non venga visto come una mossa anti-russa.

E inoltre c’è la costante preoccupazione di Israele per le comunità ebraiche che si troverebbero in pericolo nel caso e nel momento in cui scoppiassero le ostilità.

Al momento non vi è alcun segno di un aumento delle richieste di aliya dall’Ucraina, ma le cose potrebbero cambiare molto rapidamente. Putin è sempre stato vicino a personalità ebraiche e ha ostentatamente represso l’antisemitismo. Lo stesso Zelenskyy è ebreo e anche il governo ucraino è stato molto preoccupato di mostrare che protegge le comunità ebraiche. Ma la realtà persiste: entrambi i Paesi hanno profonde tradizioni di ebreo-fobia che tradizionalmente si manifesta in tempi di guerra e caos.

La capacità di Israele di dare un contributo nell’evacuazione degli ebrei ucraini dalla zona di guerra in caso di necessità dipenderà in larga misura dalla sua abilità nel mantenere le sue relazioni con entrambe le parti.

Le amministrazioni statunitensi succedutesi non hanno mancato di notare l’equilibrismo di Israele quando si tratta della Russia e hanno cercato di smarcarlo, con scarso successo. In passato Israele ha rifiutato di unirsi alle condanne degli interventi russi promosse dagli Stati Uniti. Sotto pressione russa Israele ha anche interrotto gli accordi sulla sicurezza e i trattati sulle armi, prima con la Georgia nel 2008, alla vigilia dell’invasione russa, e poi con l’Ucraina in anni più recenti.

Naturalmente Israele spera di mantenere il suo status di alleato più vicino e affidabile dell’America in Medio Oriente. Ma quando si tratta di Putin, e di qualsiasi guerra o invasione che egli stia pianificando, vuole rimanere rigorosamente in disparte.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele guarda a un nuovo tipo di regime in Cisgiordania, ma il mondo vede l’apartheid

Shaul Arieli

22 febbraio 2022 – Haaretz

Israele non considera l’enclave né occupata né “territorio liberato”. La Cisgiordania resta quindi abbandonata a sé stessa.

All’inizio di febbraio Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che Israele mantiene un sistema di apartheid contro i palestinesi. Questo documento potrebbe rivelarsi un trailer per la commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, istituita a seguito dei combattimenti con Gaza dello scorso maggio. Il rapporto della commissione dovrebbe essere pubblicato a giugno e potrebbe affermare che Israele è uno stato di apartheid. Il governo israeliano deve eliminare questa minaccia attuando una linea politica chiara in Cisgiordania.

La politica ambigua del governo precedente sul futuro del territorio non è più accettabile per la maggior parte della comunità internazionale. Quella politica vede le cose nel seguente modo: non annetteremo [la Cisgiordania, ndtr.], ma non creeremo nemmeno uno Stato palestinese, manterremo lo status quo ma amplieremo gli insediamenti coloniali, applicheremo la legge ma non contro gli ebrei rivoltosi e gli avamposti coloniali illegali, parleremo con il presidente palestinese Mahmoud Abbas ma solo di ciò che vogliamo, manterremo Gerusalemme unita ma investiremo solo nei quartieri ebraici.

Dal 1967 Israele è impegnato in una guerra di retorica basata su una terminologia fuorviante che dichiara che i territori occupati sono territori “liberati” o “posseduti“. In tal modo Israele cerca di giustificare le sue azioni contrarie al diritto e alle risoluzioni internazionali.

I governi israeliani sono sempre stati consapevoli dello status legale della Cisgiordania. Un cablogramma top secret del ministero degli Esteri a Yitzhak Rabin del 1968, quando era ambasciatore israeliano a Washington, affermava che “la nostra linea era e rimane quella di evitare fermamente di discutere con gli stranieri della situazione nei territori sulla base degli Accordi di Ginevra… Un nostro esplicito riconoscimento dell’applicabilità degli Accordi metterebbe in luce seri problemi… riguardanti demolizioni di case, espulsioni, insediamenti coloniali e così via”.

Questa consapevolezza non ha mai impedito ai governi laburisti di intraprendere le iniziative di colonizzazione, violando il principio di temporalità previsto dalle leggi sull’occupazione [sulla base della convenzione dell’Aja del 1907 loccupazione è concepita come una situazione transitoria destinata a concludersi già nel corso del conflitto o, al più tardi, al termine delle ostilità, con il ritiro delle truppe occupanti ed il ripristino della piena sovranità dello Stato occupato ndtr.] Tali leader citavano esigenze di sicurezza e affermavano che i territori sarebbero stati “trattenuti” fino al raggiungimento di un accordo diplomatico. Come scrisse Rabin nel suo libro del 1979 Le memorie di Rabin, il governo adottò una chiara politica di sicurezza: dove colonizzare e dove no.

La Corte Suprema ha accolto l’argomento della sicurezza. “Sono consapevole del fatto che stiamo parlando di una popolazione civile… In questo contesto, accetto l’argomento del generale Orli secondo cui una presenza civile in questi punti delicati è la soluzione necessaria”, scrisse nel 1978 la giudice Miriam Ben-Porat .

Allo stesso tempo il governo ha collaborato con il movimento di insediamento nazionalista messianico [movimento dei coloni nazional-religiosi in Cisgiordania, ndtr.]. Il 27 settembre 1967, il colonnello Shlomo Gazit scrisse al capo di stato maggiore dell’esercito israeliano. La lettera si riferiva all'”avamposto di Gush Etzion”. Affermava: Per coprire le esigenze dello Stato l’avamposto dei giovani religiosi a Gush Etzion sarà registrato come avamposto militare di Nahal. Istruzioni in tal senso saranno date ai coloni”.

L’Alta Corte di Giustizia ha cercato di porre fine a questa politica menzognera nel caso Elon Moreh [colonia insediata nei dintorni di Nablus, ndtr.] del 1979, in cui ha cambiato rotta e ha stabilito che la terra palestinese di proprietà privata non può essere sequestrata per stabilire insediamenti coloniali giustificati con l’argomento di esigenze di sicurezza. La corte ha anche dato la priorità allo stato di diritto rispetto alla “promessa divina”. “Questa istanza fornisce una risposta definitiva all’argomento che cerca di interpretare la storica promessa biblica al popolo ebraico come un diritto prioritario di proprietà“, ha scritto il giudice Moshe Landoy.

Nel corso dei decenni la comunità internazionale ha rifiutato la politica israeliana, rifiuto sancito nella risoluzione 2334 delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016 in cui si afferma che gli insediamenti coloniali israeliani stabiliti nelle terre palestinesi occupate dal 1967, inclusa Gerusalemme est, non hanno valore legale e violano il diritto internazionale.

Il Consiglio di Sicurezza ha anche affrontato gli obiettivi della colonizzazione e i mezzi per raggiungerli. Nella risoluzione 2334 ha condannato tutte le misure volte ad alterare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio Palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, inclusa, tra l’altro, la costruzione e l’espansione di insediamenti coloniali, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e lo sfollamento di civili palestinesi, in violazione del diritto umanitario internazionale e delle relative risoluzioni”.

Negli ultimi dieci anni il governo israeliano ha deciso di continuare le violazioni sopra elencate. Ha approvato la creazione di una nuova colonia, Amihai, e autorizzato 22 avamposti coloniali illegali. Ha ampliato la separazione tra i due sistemi giudiziari, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi. Ha aumentato di un terzo il numero dei coloni.

Ha approvato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative. Ha realizzato 67 fattorie e una vasta area industriale a Samaria, nel nord della Cisgiordania. Ha stanziato 13 miliardi di shekel (3,5 miliardi di euro) per la pavimentazione delle strade e ha demolito migliaia di case palestinesi.

Nell’ultimo decennio, Israele ha anche ulteriormente violato il suo principale obbligo ai sensi del diritto internazionale: garantire il ripristino dell’ordine pubblico. In primo luogo, ha creato 135 avamposti coloniali, illegali anche secondo la legge israeliana. Li ha collegati al sistema stradale e alla rete elettrica. E negli ultimi anni, con il termine fuorviante “giovani colonie”, ha cercato di regolamentare il loro status e le loro infrastrutture attraverso leggi antidemocratiche.

In secondo luogo, il governo non ha intrapreso le azioni necessarie nei confronti dei rivoltosi ebrei che commettono violenze contro palestinesi, israeliani, soldati israeliani e polizia israeliana. Gli ordini del ministro della pubblica sicurezza alle IDF [forze di di difesa israeliane: l’esercito israeliano, ndtr.], i cui soldati sono stati presenti alla maggior parte di questi incidenti, non vengono eseguiti. Il ministro ha affermato che le IDF devono “agire per mantenere la sicurezza e l’ordine in Giudea e Samaria [nomi israeliani di due regioni rispettivamente a sud e a nord di Gerusalemme; conquistate da Israele nella guerra del 1967, sono considerate dall’ONU e dalla Corte internazionale di giustizia territori occupati, ndtr.] esercitando l’autorità assegnata alle IDF ai sensi della legge, in cooperazione e in coordinamento con la polizia israeliana”.

Secondo la visione dell’attuale governo, che si è impegnato ad effettuare dei cambiamenti, la Cisgiordania non è un territorio occupato. La prova di ciò può essere vista nelle sue azioni in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni. Non è interessato a stabilire il futuro della Cisgiordania attraverso dei negoziati. Non considera la Cisgiordania un “territorio occupato”, in quanto viola il principio della temporalità espandendo le colonie. Il governo non considera la Cisgiordania neppure un “territorio liberato”, in quanto negli Accordi di Abramo si è impegnato a non annetterla.

Lo status della Cisgiordania è quindi quello di un territorio abbandonato i cui abitanti palestinesi sono discriminati. L’Autorità Nazionale Palestinese non può far rispettare la legge e l’ordine nella maggior parte delle aree della Cisgiordania, poiché ha autorità solo sul 40% del territorio, che è diviso in non meno di 169 isole separate. Nell’Area C, controllata da Israele, ci sono due sistemi giudiziari: uno per gli israeliani e uno per i palestinesi.

Il mondo chiama questo apartheid. Non solo Israele non applica le leggi sull’occupazione militare, ma ignora anche le proprie leggi e le risoluzioni del governo. Permette a una minoranza radicale di determinare il carattere dello Stato e la sua immagine nel mondo. La Startup Nation [dal titolo di un libro del 2009 sulla crescita economica di Israele, ndtr.] sta cercando di inventare una nuova start up, a quanto pare, sotto forma di un nuovo regime. Ma a differenza dell’alta tecnologia e dell’agricoltura, il mondo non è realmente interessato a questa “innovazione” e la considera semplicemente apartheid.

Il fatto che Israele appartenga alla famiglia delle nazioni, impedendone così un’emarginazione, ha un’importanza senza precedenti. Dovremmo ricordare al primo ministro Naftali Bennett – che crede che il mondo si “abituerà” a tutti i capricci di Israele – ciò che il primo ministro David Ben-Gurion disse ad Haaretz il 2 ottobre 1959.

Chiunque creda che oggi si possano risolvere semplicemente attraverso la forza militare questioni di ordine storico tra le nazioni non sa in quale mondo viviamo… Ogni questione locale oggi diventa internazionale, quindi il nostro rapporto con le nazioni del mondo è non meno importante della nostra forza militare”.

L’ultimo libro del dottor Shaul Arieli è l’opera in lingua ebraica del 2021 “12 miti israeliani sul conflitto israelo-palestinese”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta lasciando fare all’estrema destra l’escalation a cui mira?

Oren Ziv

20 febbraio 2022 – +972 Magazine

La scorsa settimana +972 Magazine si è unito a The Intercept [sito di inchieste giornalistiche in inglese e portoghese, ndtr.] e Local Call [sito di informazione in ebraico di cui +972 Magazine è la versione in inglese, ndtr.] per pubblicare una storia molto approfondita su come l’8 febbraio a Nablus le forze israeliane hanno ucciso in pieno giorno tre giovani palestinesi membri delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa. [Vedi articolo di Zeitun ]Mentre le autorità hanno sostenuto che gli agenti della polizia di frontiera responsabile delle morti avevano solo risposto al fuoco quando stavano cercando di arrestare i tre, testimoni oculari e video resi pubblici giorni dopo le uccisioni non lasciano dubbi: gli agenti avevano l’incarico di ammazzarli.

Il giorno dopo l’aggressione l’atmosfera a Nablus è rimasta tesa, molti abitanti erano troppo scioccati e spaventati per parlare. Dalla Seconda Intifada Israele ha smesso quasi del tutto di procedere ad assassinii mirati in Cisgiordania, e tra i palestinesi c’è un crescente timore che l’esercito possa riprendere quella prassi. I membri della famiglia di due delle vittime palestinesi hanno persino detto che nei mesi che hanno preceduto l’uccisione avevano ricevuto ripetute telefonate minatorie dallo Shin Bet [agenzia di intelligence interna israeliana, ndtr.] che chiedeva di consegnare i loro figli o fratelli, “altrimenti…”.

Mentre stavamo facendo la nostra inchiesta l’esercito ha ucciso altri due palestinesi. Domenica nel nord della Cisgiordania i soldati hanno sparato e ucciso Muhammad Akram Ali Taher durante la demolizione di una casa per ritorsione: lo stabile era di proprietà di un palestinese sospettato di essere stato coinvolto nell’uccisione di un colono nell’avamposto estremista di Homesh. Il mercoledì seguente i soldati hanno colpito a morte Nihad Amin al-Barghouti nel villaggio di Nabi Saleh.

L’assassinio di Nablus segnala davvero un tentativo da parte di Israele di dar fuoco alle polveri in Cisgiordania? Hanan Ashrawi, esponente del Consiglio Legislativo Palestinese, crede di sì. “Si è trattato di un atto di provocazione inteso a trasmettere ai dirigenti palestinesi il messaggio che ‘qui comandiamo noi’,” afferma. “Parlano di ridurre il conflitto, ma lo stanno estendendo.”

Nel contempo il parlamentare di estrema destra della Knesset Itamar Ben-Gvir era impegnato, per la seconda volta, a piazzare a Sheikh Jarrah un “ufficio parlamentare” improvvisato, che di fatto ha funzionato come avamposto dei coloni, questa volta davanti alla casa della famiglia Salem. I Salem, che lo scorso mese hanno affrontato ripetute violenze da parte dei coloni, sono minacciati da un’imminente espulsione dal quartiere.

Al suo arrivo Ben-Gvir era accompagnato da decine di poliziotti che hanno preso di mira gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah invece che Ben-Gvir e i coloni.

Sia lui che i palestinesi ricordano che l’ultima volta che era andato nel quartiere [si riferisce al maggio 2021, ndtr.] per provocare disordini è finita con una guerra e violenze in tutta la Palestina: a Gerusalemme, a Gaza, a Ramle, a Lydda e altrove.

Gli assassinii a Nablus sono stati autorizzati dal governo israeliano. A Sheikh Jarrah la violenza è messa in atto da un “estremista” kahanista [seguace del defunto rabbino Kahane, razzista e suprematista ebraico, ndtr.]. Nessuno dei due ha ancora provocato una ripetizione degli avvenimenti del maggio 2021 [la guerra contro Gaza e gli scontri nei territori occupati e in Israele, ndtr.]. Ma se c’è qualcosa che possiamo imparare dal maggio scorso è che persino incidenti sporadici possono portare a un incremento della violenza. Ed è molto probabile che in Israele ci sia chi – il primo ministro Naftali Bennett come il deputato Itamar Ben-Gvir, – è interessato proprio a questo.

La scorsa settimana la violenza si è diffusa da Nablus a Sheikh Jarrah alla Città Vecchia di Gerusalemme, dove estremisti di estrema destra hanno tenuto un piccolo corteo ed hanno aggredito gli astanti palestinesi. Poiché le provocazioni dei coloni avanzano lentamente più vicino alla Città Vecchia e alla Moschea di Al-Aqsa, ci sono molte probabilità che l’opinione pubblica palestinese, a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza o all’interno di Israele, scenda in strada come ha fatto lo scorso anno.

Oren Ziv è un fotogiornalista e socio fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Alla polizia non importa”: la violenza armata travolge la comunità araba israeliana

Bethan McKernan e Quique Kierszenbaum a Bir al-Maksur

21 febbraio 2022 – The Guardian

Il numero dei palestinesi uccisi cresce di anno in anno mentre le armi rubate all’esercito israeliano proliferano nelle strade

C’è una pausa nella pioggia e il sole splende sugli aranceti di Bir al-Maksur, un tranquillo villaggio beduino vicino a Nazareth, nel nord di Israele.

Ad Ammar, tre anni, sarebbe piaciuto giocare nelle pozzanghere dopo l’acquazzone invernale davanti alla casa della famiglia Hujarat, dice sua zia. Ma due giorni fa il bambino è stato ucciso in un parco giochi da una pallottola vagante sparata durante un inseguimento fra auto e la famiglia in lutto sta cercando di dare un senso al modo in cui la sua vita è finita.

Alla polizia non importa quello che succede ai palestinesi, così (le gang) sanno che possono uccidere dei bambini che giocano e non succederà niente. Siamo così arrabbiati,” dice Imam, il cugino di Ammar, seduta vicino ad Aisha, la mamma del piccolo. Ancora stordita dallo shock, Aisha incrocia le mani in grembo, gli occhi arrossati dal pianto.

Ammar è la prima vittima del 2022 della violenza armata che sta travolgendo la comunità araba in Israele: l’anno scorso 127 persone, un record, hanno perso la vita e dal 2013 i numeri salgono di anno in anno. Al tempo stesso proliferano le armi illegali nelle strade. Alcuni stimano centinaia di migliaia di armi, quasi tutte rubate da depositi militari israeliani o contrabbandate dalla Giordania.

La violenza delle bande fa sì che i due milioni della minoranza araba in Israele abbiano più probabilità di essere uccisi da connazionali arabi che i palestinesi in Cisgiordania lo siano dalle forze di sicurezza israeliane. A oggi l’assunto prevalente nella polizia, secondo un alto funzionario israeliano, si può riassumere così: “Fino a quando si ammazzano fra di loro, è un problema loro.”

Dei 9 milioni della popolazione israeliana, circa il 20% si identifica come arabo, inclusi beduini, drusi e palestinesi musulmani e cristiani. In teoria a loro sono garantiti gli stessi diritti civili e politici dei cittadini ebrei; in pratica queste comunità subiscono gravi discriminazioni istituzionalizzate.

Nei quartieri arabi ed etnicamente misti del Paese la crisi della violenza armata è una cupa dimostrazione dei problemi che devono affrontare le minoranze che vivono nello Stato ebraico.

Le reti del crimine organizzato sono profondamente radicate nella società araba che si rivolge ai boss mafiosi per dei prestiti quando le banche israeliane respingono le loro richieste. Corruzione ed estorsioni nella politica locale sono diffuse come i racket della protezione.

La comunità non si fida e teme la polizia, il che porta i cittadini palestinesi di Israele a rivolgersi per risolvere dispute ai metodi tradizionali come la sulha, un meccanismo di soluzione dei conflitti, in questo contesto di solito fra clan o famiglie rivali.

Ma con i giovani arabi, i più colpiti dalla crisi della disoccupazione causata dal Covid-19, le strade sono ora piene di manovali ben armati desiderosi di portare a segno attacchi per i loro boss o, per il giusto prezzo, di eseguire vendette su commissione. Il risultato sta lacerando il tessuto sociale che sostiene queste comunità marginalizzate.

Nel mese scorso il Guardian ha incontrato nella centrale Lod [Lydd in arabo] e in altre città nel “triangolo arabo” di Israele più di una decina di persone che hanno perso persone care innocenti a causa del crimine armato.

Nell’agosto del 2020 a Rambla Sharifa, moglie di Mohamed Abu Muamar e amata insegnante del posto, è stata uccisa sotto il fuoco incrociato mentre stava al lavandino in cucina nell’appartamento della famiglia al secondo piano. L’hanno trovata morta dopo che il figlio di due anni della coppia ha cercato di svegliarla. “Non posso lavorare, sono in difficoltà con i bambini. Adesso non riesco neppure a ritornare nell’alloggio,” dice il marito. “È troppo doloroso.”

Altre uccisioni sono atti calcolati di brutalità. Nel maggio scorso il figlio più giovane di Chitam al-Wahwah, Anas, un diciottenne, studente modello e volontario del servizio ambulanze, è stato ucciso nella sua auto mentre lei gli era accanto nel sedile del passeggero. Il caso ha fatto pensare a una rappresaglia per i misfatti di un lontano membro della famiglia.

Talvolta le faide si inaspriscono grazie alla diffusa disponibilità di armi. Lo scorso marzo a Qalansawe, Abier Hatib e Zahya Nasra, vicini di casa, hanno perso i figli adolescenti, grandi amici, quando dei membri di un clan rivale ha aperto il fuoco contro un gruppo di ragazzi in giro durante il weekend. Originariamente lo scontro era iniziato mesi prima per una lite su un parcheggio.

Anche i femminicidi commessi dai partner e da altri uomini della famiglia sono in aumento.

Molti in questa comunità sono stati gravemente colpiti nel 1948 (dopo la guerra legata alla creazione di Israele]. La gente fu cacciata e finì in povertà. Dovettero ricominciare tutto da capo così ovviamente c’è criminalità,” dice Fida Sh’hade, appartenente al consiglio di Lod, una delle molte donne arabe in Israele che aiuta a organizzare le famiglie delle vittime in una nuovo e attiva lobby politica che si chiama ‘Mothers for life’ [Madri per la vita].

Quello che sta succedendo ora è la realtà di ciò che capita quando scuole, lavori, opportunità sono negate a un intero popolo. Circa un decennio fa la polizia colpì la mafia ebraica, mise in prigione i capi delle famiglie. Israele ha la migliore infrastruttura di sicurezza del mondo, ma nel nostro Paese la polizia non riesce a catturare alcuni teenager arabi con pistole? Ma dai! Dimostra esattamente quanto contiamo noi come cittadini.”

L’anno scorso è stato risolto solo circa un quarto dei casi di omicidio di arabi contro circa il 70% degli omicidi di cittadini ebrei, una disparità che, come dichiarato dalla polizia israeliana in un’email, rispecchia il fatto che le indagini degli omicidi sono “dense di ostacoli”, inclusa la “mancanza di cooperazione da parte dei cittadini”.

Comunque tutte le famiglie incontrate dal Guardian hanno detto che le loro offerte di aiuto per le indagini o per richieste di informazioni sui progressi nella soluzione dei loro casi sono stati ignorati. Abu Muamar, che ha accettato di testimoniare contro gli assassini di sua moglie, ha ricevuto minacce di morte dalla gang, ma nessun tipo di aiuto dalla polizia, eccetto un posto di controllo a un’estremità della strada in cui abita.

Il nuovo governo di coalizione di Israele, che per la prima volta include un partito arabo, ha fatto della lotta al crimine nella comunità araba una promessa centrale agli elettori, mettendo a bilancio 1 miliardo di shekel (273 milioni di euro) per aumentare le stazioni di polizia nelle città arabe e per creare un’unità speciale dedicata agli affari della comunità araba.

Comunque Omer Barlev, ministro del governo israeliano per la pubblica sicurezza, responsabile della polizia, ha riconosciuto in un’intervista che ci vorrà tempo prima che la gente “si convinca che veramente c’è stato un cambiamento”.

Negli ultimi sei mesi c’è stato un balzo del 30% nel numero di persone arrestate e portate in giudizio,” dice. “Prima le cose non erano mai state fatte con l’intensità con cui le facciamo oggi.”

Per le vittime che stanno organizzandosi e sostenendosi grazie a Mothers For Life, l’associazione di coordinamento che per la prima volta ha portato alla ribalta politica voci di donne, i cambiamenti non stanno avvenendo abbastanza in fretta.

A Bir al-Maksur, il villaggio natio di Ammar Hujarat, la casa della famiglia è piena di vicini, parenti e sconosciuti arrivati da tutte le parti per fare le condoglianze.

In questo momento la solidarietà di tutte queste persone, musulmani, cristiani, ebrei, è la sola cosa che mi dà forza,” dice Aisha, la mamma del piccolo. “Credo nella bontà delle persone. Non mi sarei mai aspettata che una cosa simile succedesse a noi … spero che questa rabbia serva a qualcosa. Gli omicidi devono finire.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il New York Times continua a tacere sul rapporto sull'”apartheid” di Amnesty

James North

18 Febbraio 2022-Mondoweiss

Il rapporto sull’apartheid di Amnesty viene oscurato perché il New York Times rifiuta di darne notizia.

Bret Stephens, l’editorialista filo-israeliano del New York Times, è in un dilemma lacerante. Stephens, che ha vissuto in Israele e diretto il quotidiano di destra Jerusalem Post, non perde occasione di correre in difesa di questo paese. Quindi quando Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto del 1° febbraio che accusa Israele di essere caratterizzato da “apartheid” Stephens deve aver acceso il suo computer per rispondere.

Ma poi deve essersi fermato e aver pensato che, in realtà, il modo migliore in cui il Times poteva parare il colpo di Amnesty era fingere che il rapporto di Amnesty con le prove dell’apartheid non fosse mai comparso. Quindi, sebbene dal 1° febbraio abbia pubblicato due editoriali, non ha detto nulla. Probabilmente stringe i denti per la frustrazione.

Ma Stephens non è solo. Il New York Times non ha ancora pubblicato una sola parola sul fondamentale rapporto di Amnesty. Sono passati 18 giorni e ancora non è apparso nulla sul giornale di un rapporto che politici, il Dipartimento di Stato e molti gruppi ebraici hanno fatto il possibile e l’impossibile per condannare.

La cosa stupefacente è che il New York Times continua a fare affidamento su Amnesty International per informazioni sulle violazioni dei diritti umani in altri paesi, purché non siano Israele/Palestina.

Fino ad ora in questo mese i giornalisti del Times hanno citato Amnesty in tre diversi articoli, dopo aver fatto affidamento sulle notizie fornite dall’organizzazione sette volte a gennaio. I giornalisti del Times hanno citato Amnesty nove volte a dicembre. Ciò significa quasi una volta ogni tre giorni.

Thomas Friedman è un altro editorialista del Times, supposto esperto del Medio Oriente, che ha tenuto la bocca ben tappata sul verdetto di apartheid di Amnesty, ma il suo silenzio lascia meno sorpresi. Questo sito ha già notato come Friedman abbia l’abitudine di nascondersi quando le notizie da Israele/Palestina non sono buone.

La cancellazione delle notizie da parte del New York Times è ancora più importante di quanto non sarebbe stato un paio di decenni fa. All’epoca, un certo numero di giornali regionali statunitensi gestiva uffici esteri, che fornivano canali alternativi di informazione. Oggi la maggior parte di essi ha chiuso. La copertura televisiva delle notizie dall’estero, sia in rete che via cavo, è ridicolmente inadeguata o inesistente. (La National Public Radio, che vanta all’infinito la qualità dei suoi programmi di notizie, ha pubblicato un solo pezzo sull’apartheid di Israele sul suo sito web. Nelle trasmissioni radiotelevisive i suoi annunciatori non hanno detto una parola.)

Il Times stabilisce la programmazione, almeno negli Stati Uniti. Se il giornale avesse pubblicato anche un solo articolo di cronaca o di opinione, il rapporto di Amnesty non sarebbe stato oscurato.

A quanto pare un giornalista del Times ha cercato di accennare alle notizie di Amnesty. Patrick Kingsley, il capo dell’ufficio di Gerusalemme, ha fatto un valido rapporto sulla violenza dei “coloni” israeliani in Cisgiordania. Entrambi gli schieramenti gli richiedevano di includere anche resoconti di attacchi palestinesi ai coloni, ma infine ha aggiunto questa frase straordinaria:

I coloni beneficiano di un sistema legale a due livelli in cui i coloni che commettono violenza sono raramente puniti, mentre i sospetti palestinesi sono spesso arrestati e perseguiti dai tribunali militari.

Questo era il luogo ideale per presentare il rapporto di Amnesty. Quello che Kingsley ha descritto – “un sistema legale a due livelli” – è un esempio da manuale di “apartheid”. Ma non è venuto fuori nulla. Kingsley è come un membro dell’Unione degli scrittori sovietici dopo il mite disgelo dei primi anni ’60. Gli è permesso accennare alla verità, purché rimanga vago e indiretto.

Intanto possiamo simpatizzare con Bret Stephens. È seduto su uno dei filoni di notizie più preziosi al mondo, ma non può dire una parola sul suo argomento prediletto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I soldati israeliani uccidono 2 adolescenti palestinesi in 24 ore, 5 palestinesi in una settimana

Yumna Patel

15 febbraio 2022 – Mondoweiss

Martedì pomeriggio le forze israeliane hanno sparato e ucciso ad un adolescente palestinese nel villaggio occupato di Nabi Saleh, in Cisgiordania, portando a cinque il numero totale di palestinesi uccisi da Israele nell’ultima settimana.

Martedì pomeriggio i soldati israeliani hanno sparato e ucciso un adolescente palestinese nel villaggio occupato di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, in Cisgiordania, portando a cinque il numero totale di palestinesi uccisi da Israele nell’ultima settimana.

Il giovane, identificato come Nihad Barghouti, residente nella città di Kufr Ein, sarebbe stato colpito all’addome durante gli scontri a Nabi Saleh tra l’esercito israeliano e dei palestinesi.Barghouti è il quinto palestinese, e il secondo adolescente, ucciso dalle forze israeliane in Cisgiordania nel corso di una settimana.

Secondo Defense for Children International – Palestina (DCIP) [organizzazione non governativa indipendente che sostiene e promuove i diritti dei minori, ndtr.] dei cecchini israeliani erano appostati intorno al villaggio. Quando un palestinese armato avrebbe sparato contro jeep militari israeliane, i soldati israeliani hanno aperto violentemente il fuoco verso l’area da cui provenivano i colpi.

Tuttavia, DCIP afferma che, dopo che gli scontri erano cessati, i soldati israeliani “all’improvviso e senza preavviso” hanno iniziato a sparare indiscriminatamente contro la folla di palestinesi ferendo decine di persone.

Tra i feriti, colpito ad un’occhio, c’era Abu Salah, mentre suo cugino è stato colpito alla mano nel tentativo di aiutarlo. DCIP afferma che i due sono stati colpiti da un cecchino posizionato a circa 250 metri (820 piedi) di distanza mentre scappavano.

Martedì 8 febbraio a Nablus, nel corso di un’incursione mirata, i soldati israeliani hanno sparato, uccidendoli, a tre palestinesi in quello che il Ministero della Salute palestinese ha condannato come un “assassinio”.

I tre palestinesi sono stati identificati come Adham Mabrouka, Ashraf Mubaslat e Mohammed al-Dakhil, tutti membri delle Brigate dei Martiri al-Aqsa [ala militante armata del partito al-Fath, ndtr.] di Fatah.

I militari israeliani, che viaggiavano sotto copertura su veicoli con targa palestinese, hanno circondato il veicolo dei tre uomini e hanno aperto il fuoco su di esso in pieno giorno, inondando l’auto di proiettili. Foto e video del veicolo lo mostrano crivellato da decine di fori di proiettile.

Il Ministero degli Affari Esteri palestinese ha condannato Israele per la sua atroce brutalità”, affermando in una nota: Questo crimine fa parte di una serie di criminali esecuzioni sul campo effettuate dalle forze di occupazione secondo le istruzioni e le direttive dei livelli politici e militari.”

Dall’inizio del 2022 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso 11 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In tutto il mondo il gruppo NSO scosso dalle critiche e dalle cause legali.

Tamara Nassar

15 febbraio 2022 – The Electronic Intifada

Dopo un anno particolarmente negativo, la società di spyware israeliana NSO Group inizia il 2022 sempre più assediata da critiche e cause legali.

Dopo essere stata quasi portata alla rovina da cause legali e liste di esclusione nel 2021, la famigerata compagnia di spionaggio è coinvolta in uno scandalo nazionale secondo cui la sua tecnologia è stata utilizzata per spiare i cittadini israeliani.

La rivista economica israeliana Calcalist ha rivelato di recente che la polizia israeliana ha utilizzato Pegasus, il programma simbolo dell’azienda, per spiare alti funzionari del governo, giornalisti, personaggi pubblici e leader delle proteste.

Sindaci di diverse città israeliane, il personale di un importante quotidiano israeliano e funzionari di diversi ministeri erano fra gli hackerati dal malware.

Anche la cerchia ristretta dell’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stata presa di mira, inclusi due consiglieri e suo figlio Avner Netanyahu.

Anche Emi Palmor, l’ex direttore generale del ministero della giustizia, è stato spiato dal programma. In particolare, Palmor ha trascorso anni presso il ministero della giustizia israeliano a imporre la censura ai discorsi dei palestinesi prima di essere assunta dal consiglio di sorveglianza di Facebook.

Calcalist ha riferito che la polizia israeliana stava essenzialmente cercando attività di spionaggio anche prima che fosse stata aperta una indagine contro gli obiettivi e senza mandati giudiziari”.

Lo spyware Pegasus è uno degli strumenti più sofisticati conosciuti nel settore della sorveglianza. Dopo averlo installato con successo sul telefono di un bersaglio, coloro che spiano possono estrarre una quantità impressionante di dati, incluse immagini, registrazioni, schermate, password oltre a e-mail e messaggi di testo.

Gli hacker possono anche accendere la fotocamera e registrare l’audio da remoto, controllando il dispositivo a piacimento. L’infezione può essere difficile o impossibile da rilevare per un utente medio e in genere richiede l’analisi di esperti.

Calcalist ha scritto: “L’uso di Pegasus non era locale o limitato a un piccolo numero di casi”. Era “uno degli strumenti più efficaci” utilizzati dalla polizia israeliana. Il giornale ha descritto come la tecnologia sia stata utilizzata per ottenere informazioni private sulle attività sessuali di almeno un attivista al fine di ricatto.

Questo richiama alla mente che i membri del ramo dell’intelligence militare israeliana Unit 8200, da cui sono stati reclutati molti lavoratori del gruppo NSO, hanno precedentemente ammesso di aver spiato i dati privati ​​più intimi di palestinesi, comprese le informazioni finanziarie e sessuali, al fine di ricattarli.

In Israele è scoppiata una vasta protesta pubblica e pare che il ministro degli interni, Omer Barlev, si sia mosso per istituire una commissione di indagine sulla questione.

Oltre a dichiarare di dover “capire esattamente cosa è successo”, il primo ministro Naftali Bennett ha totalmente approvato l’uso della tecnologia del gruppo NSO da parte della polizia israeliana per spiare i cittadini palestinesi di Israele.

Bennett la scorsa settimana ha affermato: “Serve uno strumento come questo quando combatti contro famiglie criminali e gravi aggressioni”.

“Non voglio eliminare lo strumento stesso, piuttosto regolarne l’uso.” Bennett ha affermato che tali strumenti sono “molto importanti nella guerra contro il terrorismo”, ma che “non erano destinati a un esteso spionaggio elettronico di cittadini israeliani o di personaggi pubblici nello Stato di Israele”.

Se le auto-indagini di Israele sui suoi crimini contro i palestinesi sono indicative, il gruppo NSO riceverà nella migliore delle ipotesi un buffetto e l’indagine servirà da foglia di fico per rendere accettabili altre faccende simili.

Sin dalla sua fondazione il gruppo NSO ha lavorato fianco a fianco con il ministero della Difesa israeliano e necessita della licenza di quest’ultimo per la vendita [dei suoi programmi all’estero, ndt]. Secondo quanto riferito, l’azienda si appresta a rafforzare gli interessi di Israele all’estero.

Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha riferito domenica che l’agenzia internazionale di spionaggio e omicidi israeliana Mossad ha utilizzato la tecnologia Pegasus del gruppo NSO per spiare cellulari “in modo non ufficiale”.

Il giornale ha affermato che ciò è avvenuto sotto l’ex capo del Mossad Yossi Cohen, citando anonimi dipendenti del gruppo NSO. Questi stessi impiegati hanno aggiunto che funzionari del Mossad hanno frequentato il quartier generale dell’azienda, Herzliya vicino a Tel Aviv, a volte portando “funzionari da paesi stranieri come parte degli sforzi per vendere loro il software”, ha detto Haaretz.

L’FBI acquista Pegasus

Nel frattempo, il gruppo NSO ha anche fatto notizia sulla stampa statunitense per altre accuse di abusi.

Il New York Times Magazine ha rivelato il mese scorso che l’FBI ha acquistato la tecnologia spyware da NSO Group.

Pegasus è stato a lungo commercializzato come uno strumento in grado di hackerare tutti i telefoni tranne quelli americani. In questo modo, Israele ha assicurato agli Stati Uniti che i clienti stranieri di NSO Group non avrebbero spiato gli americani.

“Ma impediva anche agli americani di spiare gli americani”, ha detto il Times.

Quindi il gruppo NSO ha fatto un’eccezione. Ha progettato un programma, chiamato Phantom, che poteva essere venduto esclusivamente alle agenzie governative statunitensi e può essere utilizzato per hackerare numeri di telefono statunitensi.

L’FBI ha acquistato questo programma, ma afferma di non averlo mai usato contro gli americani in attesa di capire se le leggi vigenti gli avrebbero consentito di farlo.

Non è chiaro se l’FBI abbia utilizzato il programma o meno, ma è da notare che anche mentre conduceva discussioni [sul possibile uso dello spyware, ndt] che hanno abbracciato “due amministrazioni presidenziali”, ha rinnovato gli accordi finanziari con NSO Group.

La rivista non sembra mettere in dubbio l’affermazione dell’FBI di aver deciso di “non utilizzare le armi della NSO”.

Sacchi di soldi”

Nel frattempo, un ex vicepresidente di una società di telecomunicazioni con sede in California ha affermato che il gruppo NSO ha offerto alla sua azienda “sacchi di soldi” in cambio dell’accesso alle reti globali di cellulari.

Gary Miller, che all’epoca lavorava per Mobileum, afferma di essere stato coinvolto in una telefonata nel 2017 quando Shalev Hulio, co-fondatore di NSO Group, e un altro rappresentante del gruppo hanno fatto l’offerta.

Dal giugno scorso, Miller lavora per Citizen Lab, una organizzazione di ricerca con sede a Toronto, che ha pubblicato numerosi rapporti e rivelazioni sulla tecnologia del gruppo NSO. Gli analisti del Citizen Lab esaminano i telefoni per trovare tracce di Pegasus.

Curiosamente, Miller è un cliente di Whistleblower Aid, un’organizzazione guidata da figure losche con precedenti stretti legami con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’apparato di intelligence.

Uno dei suoi ultimi maggiori clienti è stata Frances Haugen, l’ex product manager di Facebook che ha fatto trapelare documenti interni che accusavano l’azienda, tra le altre cose, di svilire l’immagine fisica delle ragazze.

Haugen è stata portata davanti al Congresso per fornire argomenti a coloro che chiedono maggiore censura e controllo del discorso pubblico su Facebook con le viste di impedire a paesi come Cina e Iran di utilizzare la piattaforma per fini nefasti – una riproposizione della stessa vecchia narrativa del Russiagate.

È stata acclamata come un’eroica “whistleblower“.

Non è chiaro perché uno come Miller, che ora lavora per una organizzazione che storicamente ha denunciato il NSO, sia il cliente di un tale gruppo.

Tutela e credibilità

In risposta alle cause legali e alle rivelazioni della stampa di come la sua tecnologia sia stata utilizzata in modo improprio per prendere di mira giornalisti, difensori dei diritti umani e politici, la difesa del gruppo NSO è rimasta coerente.

Il gruppo NSO ha ripetutamente affermato di vendere i suoi programmi solo a governi e agenzie governative e di mettere in atto rigide misure di protezione da usi impropri

I recenti scandali dell’azienda di spyware rivelano che l’uso improprio è più diffuso di quanto si pensasse.

Una fonte anonima ha detto a Calcalist che il gruppo NSO è più coinvolto nella gestione dello spyware di quanto affermino.

Secondo la fonte le informazioni più importanti sulle operazioni di spionaggio e le informazioni così ottenute vengono generate e conservate sull’infrastruttura cloud gestita da NSO Group, non dal cliente.

Quindi il gruppo NSO non può rivendicare in toto l’ignoranza o la mancanza di responsabilità per l’uso improprio dei suoi programmi. I suoi servizi non terminano alla fine della transazione, ma comportano un processo continuo in cui l’azienda fornisce costantemente assistenza.

Come ha recentemente dichiarato all’Electronic Intifada Podcast l’economista e ricercatore Shir Hever, non si tratta di una transazione in cui il gruppo NSO invia un “CD ROM” ai suoi clienti e se ne lava le mani. Invece è una transazione basata su una forma di abbonamento che garantisce comunicazioni e assistenza continue da parte dell’azienda.

La stessa fonte ha detto a Calcalist che i “client” possono disabilitare i “log” e quindi nascondere alcune informazioni sugli obiettivi di spionaggio. Ciò suggerisce che il gruppo NSO concede ai suoi clienti la licenza di spiare chi vogliono nell’ombra, indipendentemente dal fatto che rispettino la affermazione di facciata di perseguire i “criminali”.

Se l’attuale scandalo nazionale di NSO Group può dirci qualcosa, è semplicemente che una tecnologia di questo tipo è pronta per gli abusi sia dell’inventore che del cliente. Gli attivisti per i diritti umani e altri attivisti sono destinati a subirne le conseguenze.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)