Il nuovo status quo dopo l’attacco israeliano contro il nord della Cisgiordania

Qassam Muaddi

30 agosto 2024 – Mondoweiss

La vecchia politica israeliana di contenimento della resistenza armata in Cisgiordania è finita. Ora i palestinesi si stanno chiedendo se la guerra contro Gaza si sia estesa alla Cisgiordania.

La continua offensiva militare israeliana contro le città di Jenin, Tulkarem e Tubas, nel nord della Cisgiordania, è ora entrata nel suo terzo giorno. L’esercito israeliano ha insistito nel descriverla come l’invasione più vasta della Cisgiordania dall’operazione “Scudo di Difesa” nel 2002, un messaggio destinato soprattutto all’opinione pubblica israeliana e forse anche inteso a terrorizzare i palestinesi come una forma di guerra psicologica – il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha affermato che Israele dovrebbe fare i conti con la Cisgiordania nello stesso modo in cui lo sta facendo con Gaza, anche “evacuando temporaneamente” gli abitanti.

Le attuali dimensioni dell’operazione “Campi Estivi”, come Israele l’ha denominata, finora non è stata delle dimensioni dell’invasione della Cisgiordania di 22 anni fa, ma in ogni caso i palestinesi si chiedono: questo è l’inizio per noi di quello che sta toccando a Gaza?

Fin dalle prime ore dell’occupazione le forze israeliane hanno isolato Jenin e assediato il suo ospedale pubblico, mentre altre forze hanno fatto irruzione nei campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Fara’a a Tubas. Per molti aspetti non si è trattato di uno spettacolo inconsueto in questi campi anche prima del 7 ottobre. La repressione israeliana contro la resistenza armata nel nord della Cisgiordania e altrove è progressivamente aumentata dalla fine del 2021.

La nascita della Brigata Jenin, seguita da quella delle Brigate di Tubas e Tulkarem e del Covo dei Leoni a Nablus, di breve durata, hanno sfidato seriamente i tentativi israeliani di conservare la stabilità in Cisgiordania mentre espandeva il suo progetto di colonizzazione.

Le aree di Jenin, Tubas, Tulkarem e Nablus sono diventate sempre più difficili da attaccare per le forze israeliane, obbligando Israele a militarizzare ulteriormente queste zone e a far ricorso ad attacchi aerei e ai blindati.

Ciò ha cambiato il contesto della sicurezza in Cisgiordania per un intero anno prima del 7 ottobre.

Un’estensione della guerra a Gaza?

Dal 7 ottobre Israele ha incrementato le sue incursioni nelle città del nord della Cisgiordania, soprattutto nei campi profughi che sono serviti come rifugio per i gruppi della resistenza. La strategia israeliana è stata prevenire l’ulteriore sviluppo di attività armate palestinesi in risposta all’operazione Inondazione al-Aqsa e per neutralizzare la Cisgiordania come fronte aggiuntivo della guerra contro Gaza. Mentre la Cisgiordania nel suo complesso è stata largamente pacificata, il nord era rimasto un campo di battaglia attivo. Invece di essere scoraggiati, a Tulkarem, Jenin e altrove i gruppi della resistenza hanno incrementato le loro capacità, soprattutto in termini di produzione di ordigni artigianali. Poi la resistenza armata ha iniziato a diffondersi nelle zone rurali del nord della Cisgiordania, segnando un incremento della presenza di gruppi armati.

Con il passare dei mesi la retorica degli alleati di Netanyahu, come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, hanno chiesto sempre più insistentemente un’azione decisiva in Cisgiordania, per estendervi la guerra totale contro Gaza. Ciò è stato accompagnato da un aumento dell’espansione delle colonie e delle misure per l’annessione, con Smotrich e Ben-Gvir che spingevano in questa direzione con il sostegno della loro base popolare dei coloni militanti.

Tuttavia il continuo impegno di Israele a Gaza e la sua impossibilità di dichiarare una vittoria militare decisiva contro Hamas ha reso più difficile aprire nuovo fronte di guerra la Cisgiordania, soprattutto con un secondo fronte aperto contro Hezbollah lungo il confine meridionale del Libano.

Nel contempo negli ultimi mesi la guerra a Gaza si è trasformata in una guerra di attrito, aumentando le pressioni interne ed esterne su Netanyahu per porvi fine. È qui che entra in gioco l’attacco contro la Cisgiordania.

Mentre si prevede che Israele esaurisca e riduca le operazioni a Gaza, ora si attende che estenda le operazioni in Cisgiordania per prolungare il più possibile lo stato di guerra, dato che gli interessi di Netanyahu sono in linea con la continuazione dello scenario di tensione. Se è così, ciò significa che l’attacco in Cisgiordania è solo nelle sue fasi iniziali; quando le forze israeliane si ritireranno da Gaza saranno libere di intensificare la pressione in Cisgiordania.

Oltretutto la Cisgiordania è di importanza strategica per Israele, dato il suo tentativo di annettere vaste zone dell’Area C, che comprende oltre il 60% della sua estensione. Questo piano è il fulcro del progetto politico della destra israeliana, che attualmente domina anche la politica di Israele. In più la vicinanza geografica della Cisgiordania con il centro di Israele e la porosità del muro di separazione rendono intollerabile per Israele l’idea di un progetto di resistenza armata in Cisgiordania.

Cambiamento di strategia

Le ultime operazioni israeliane in Cisgiordania hanno già ucciso 17 palestinesi, tra cui due gemelli adolescenti. Ha distrutto più infrastrutture nelle città prese di mira, mentre decine di abitanti sono stati arrestati. Mentre questa situazione diventa gradualmente lo status quo in Cisgiordania, quello che emerge è un cambiamento nella strategia israeliana. Avremmo già potuto rendercene conto dal 7 ottobre, ma le ultime operazioni in Cisgiordania lo hanno messo chiaramente a fuoco: è il passaggio da una politica di contenimento a una di attacco intensificato.

Per anni Israele ha seguito la politica di evitare gravi disordini e conservare la stabilità impegnandosi in ridotte incursioni in Cisgiordania, soprattutto scatenando grandi campagne di arresti che, in molti casi, sono stati per loro natura preventivi. Dal 7 ottobre questa politica ha lasciato il posto a quella di terrorizzare la popolazione palestinese nel suo complesso: non è solo una campagna per prevenire la rivolta contro i gruppi della resistenza armata, ma una guerra contro la società palestinese in Cisgiordania come mezzo per scoraggiarla dal resistere.

Indipendentemente dal fatto che la guerra in Cisgiordania sia un’estensione di quella contro Gaza, ciò che è chiaro è che stiamo entrando in una nuova fase della politica israeliana nei confronti della Cisgiordania. Anche se la guerra a Gaza finisse domani, la Cisgiordania ora diventerà la nuova arena dell’escalation e dell’espansione annessionista della colonizzazione nel futuro immediato. Il vecchio status quo di una stabilità artificiosa è stato distrutto e non c’è ritorno al passato. Ciò favorisce sia le ambizioni di colonizzazione israeliane, ma è anche a suo discapito, in quanto ciò rischia di provocare un’esplosione in Cisgiordania e nell’intera regione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cimitero dei numeri – Israele trattiene 552 corpi, inclusi quelli di decine di minori

Redazione di Palestine Chronicle e WAFA

27 agosto 2024 – Palestine Chronicle

Le istituzioni hanno sottolineato che “è arrivato a 552 il numero dei corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e nelle celle frigorifere.”

Martedì le Istituzioni dei Prigionieri e la Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri hanno riferito che le autorità dell’occupazione israeliana continuano a trattenere 552 corpi, inclusi 256 nei cosiddetti cimiteri dei numeri [in cui sono sepolti in forma anonima palestinesi uccisi da Israele, ndt.], insieme a centinaia della Striscia di Gaza.

Questa informazione è stata rilasciata in una dichiarazione congiunta dalla Palestine Prisoners Society [Società dei Prigionieri Palestinesi] (PPS), dalla Commissione di Detenuti ed Ex-Detenuti, dalla Fondazione Damir per i Diritti Umani e dalla Campagna Nazionale per il Recupero dei Corpi dei Martiri, in coincidenza con il Giorno Nazionale per il Recupero dei Corpi che cade annualmente il 27 agosto.

Le istituzioni hanno sottolineato che “il numero di corpi trattenuti nei cimiteri di numeri e celle frigorifere è arrivato a 552, inclusi 256 nei cimiteri dei numeri e 296 dal ritorno della politica di detenzione nel 2015.”

Le organizzazioni hanno anche osservato che i corpi trattenuti includono 9 donne, 32 prigionieri, 55 minori, 5 individui dai territori del 1948 [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] e sei palestinesi rifugiati dal Libano.

La dichiarazione riferisce inoltre che “dall’inizio dell’aggressione israeliana il 7 ottobre, l’occupazione ha aumentato la detenzione dei corpi, dal momento che sta trattenendo 149 corpi e questo numero costituisce più della metà di quanti sono stati sequestrati dal 2015, osservando che questo dato non include i [corpi dei] martiri detenuti nella Striscia di Gaza.”

In più la dichiarazione aggiunge che “il numero [di corpi] di persone detenuti a Gaza dall’occupazione è stimato intorno alle centinaia, ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale da parte dell’occupazione riguardo l’effettivo numero di corpi di martiri ad oggi a Gaza.”

Nel frattempo, decine di civili e di famiglie di coloro i cui corpi sono trattenuti dall’occupazione israeliana oggi hanno preso parte a proteste nei governatorati di Ramallah, Jenin e Nablus chiedendo che le autorità israeliane restituiscano i corpi trattenuti dei palestinesi uccisi dall’esercito israeliano.

Genocidio in corso

Facendosi beffe della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede il cessate il fuoco immediato, Israele ha fronteggiato una condanna internazionale durante la sua brutale offensiva in corso contro Gaza.

Attualmente sotto accusa davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi, dal 7 ottobre Israele sta conducendo una devastante guerra contro Gaza.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza 40.476 palestinesi sono stati uccisi e 93.647 feriti durante il genocidio israeliano in corso a Gaza a partire dal 7 ottobre.

Inoltre almeno 11.000 persone, presumibilmente morte sotto le macerie delle loro case dappertutto nella Striscia, non sono conteggiate.

Israele afferma che il 7 ottobre, durante l’operazione Inondazione di Al-Aqsa, sono stati uccisi 1.200 soldati e civili. I media israeliani hanno pubblicato rapporti secondo cui quel giorno molti israeliani sono stati uccisi dal “fuoco amico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il ministro israeliano Ben-Gvir dice che costruirebbe una sinagoga sul complesso di Al-Aqsa

Redazione Al Jazeera

26 agosto 2024  Al Jazeera

Molte critiche ai commenti “pericolosi” del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che sfidano lo status quo

Un ministro israeliano di estrema destra ha suscitato indignazione dicendo che, se potesse, costruirebbe una sinagoga ebraica nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, rafforzando la narrazione secondo cui il luogo sacro musulmano e simbolo nazionale palestinese è in pericolo.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha più volte ignorato il divieto del governo israeliano che da tempo proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo, ha detto lunedì alla radio dell’esercito che se fosse possibile costruirebbe una sinagoga nel complesso di Al-Aqsa, noto agli ebrei come il Monte del Tempio.

Il complesso di Al-Aqsa è il terzo luogo più sacro dell’Islam e un simbolo dell’identità palestinese. Gli ebrei lo considerano anche il sito del Primo e del Secondo Tempio, quest’ultimo distrutto dai Romani nel 70 d.C.

“Se potessi fare tutto ciò che voglio metterei una bandiera israeliana sul sito”, ha detto Ben-Gvir nell’intervista.

Alla ripetuta domanda da parte del giornalista se, nel caso fosse di sua competenza, costruirebbe una sinagoga in quel luogo, Ben-Gvir alla fine ha risposto: “Sì”.

Secondo lo status quo pluridecennale garantito dalle autorità israeliane, agli ebrei e ad altri non musulmani è consentito visitare il complesso nella Gerusalemme est occupata durante orari specifici, ma non è loro consentito pregare lì o esporre simboli religiosi.

Ben-Gvir è stato criticato anche da alcuni ebrei ortodossi che considerano il sito un luogo troppo sacro perché gli ebrei possano entrarvi. Secondo i principali rabbini, è vietato a qualsiasi ebreo entrare in qualsiasi parte di Al-Aqsa a causa della sua santità.

Negli ultimi anni le restrizioni al complesso sono state violate sempre più spesso da nazionalisti religiosi radicali come Ben-Gvir, provocando talvolta scontri con i palestinesi.

Considerata un tempo un movimento marginale, la campagna per costruire un “Terzo Tempio” su Al-Aqsa sta crescendo in Israele, e molti palestinesi vedono parallelismi con quanto accaduto a Hebron, dove la Moschea Ibrahimi, conosciuta anche come la Grotta dei Patriarchi, è stata ripartita.

Da quando nel dicembre 2022 è entrato in carica come Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir ha visitato il luogo santo almeno sei volte, suscitando severe condanne.

Il complesso della moschea di Al-Aqsa è amministrato dalla Giordania, ma di fatto l’accesso al sito è controllato dalle forze di sicurezza israeliane.

Ben-Gvir ha detto alla radio dell’esercito che agli ebrei dovrebbe essere permesso di pregare nel complesso.

“Gli arabi possono pregare dove vogliono, quindi gli ebrei dovrebbero poter pregare dove vogliono”, ha detto, sostenendo che “la politica attuale consente agli ebrei di pregare in quel luogo”.

Diversi politici ebrei ultra-ortodossi hanno già denunciato i tentativi di Ben-Gvir di incoraggiare la preghiera ebraica ad Al-Aqsa.

Uno di loro, il Ministro degli Interni Moshe Arbel, ha precedentemente definito “blasfemia” i commenti di Ben-Gvir sull’argomento, aggiungendo che “il divieto della preghiera ebraica sul Monte del Tempio è la posizione di tutti i grandi uomini di Israele da generazioni”.

“Pericoloso”

La Giordania ha risposto alle ultime osservazioni di Ben-Gvir.

“Al-Aqsa e i luoghi santi sono un luogo di culto solo per i musulmani”, ha detto in una nota il portavoce del Ministero degli Esteri giordano Sufian Qudah.

“La Giordania prenderà tutte le misure necessarie per fermare gli attacchi ai luoghi santi” e “sta preparando i documenti legali necessari per agire nei tribunali internazionali contro gli attacchi ai luoghi santi”, ha detto Qudah.

Anche diversi funzionari israeliani hanno condannato Ben-Gvir, mentre una dichiarazione dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu afferma che “non vi è alcun cambiamento” nella politica attuale.

“Sfidare lo status quo del Monte del Tempio è un atto pericoloso, non necessario e irresponsabile”, ha detto il Ministro della Difesa Yoav Gallant su X.

“Le azioni di Ben-Gvir mettono in pericolo la sicurezza nazionale dello Stato di Israele”.

Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha detto su X che i ripetuti commenti di Ben-Gvir dimostrano che “Netanyahu ha perso il controllo del suo governo”.

Il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeineh ha avvertito che “Al-Aqsa e i luoghi santi sono una linea rossa che non permetteremo assolutamente venga toccata”.

Hamas, con cui Israele è impegnato in un’aspra guerra nella Striscia di Gaza, ha affermato che i commenti del Ministro sono “pericolosi” e ha invitato i paesi arabi e islamici “ad assumersi la responsabilità di proteggere i luoghi santi”.

Il Ministero degli Esteri egiziano ha invitato Israele a rispettare i suoi obblighi come potenza occupante e a fermare le dichiarazioni provocatorie volte ad aumentare le tensioni, ha riferito Egyptian Ahram Online.

“Queste dichiarazioni ostacolano gli sforzi per raggiungere una tregua e un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e rappresentano una seria minaccia per il futuro di una soluzione definitiva della questione palestinese, basata sulla soluzione dei due Stati e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente lungo i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale”, si legge nella nota.

I commenti di lunedì sono arrivati ​​meno di due settimane dopo che Ben-Gvir aveva suscitato indignazione – anche in influenti rabbini israeliani – visitando il complesso con centinaia di sostenitori, molti dei quali sembravano pregare apertamente in violazione alle norme dello status quo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Editoriale: il terrorismo ebraico è esploso e nulla lo ostacola. Potrebbe far crollare Israele

25 agosto 2024 –Haaretz

La lettera del capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno di Israele e territori occupati, n.d.t.] , Ronen Bar, inviata al primo ministro, ai membri del gabinetto e al procuratore generale, in cui egli avverte che il terrorismo ebraico è un pericolo per l’esistenza dello Stato, costituisce un chiarissimo segnale di allarme.

In qualsiasi Paese normale non ci sarebbe alcuna esitazione nel fare la cosa giusta. La destra radicale verrebbe cacciata dal governo e si ordinerebbe ai servizi di sicurezza di trattare il terrorismo ebraico con la stessa durezza con cui trattano il terrorismo palestinese. Ciò che è scritto nella lettera del capo dello Shin Bet è inquietante. Descrive un cambiamento nella natura delle attività terroristiche ebraiche “da attività segrete mirate ad attività ad ampio raggio alla luce del sole. Dall’uso di un accendino all’uso di armi da guerra, a volte con armi distribuite legalmente dallo Stato. Dalla fuga dalle forze di sicurezza all’attacco alle forze di sicurezza. Dall’isolamento dall’establishment al ricevere legittimità da alcuni funzionari dell’establishment”.

Bar scrive che, se Israele continua a negare l’amara verità che un’erbaccia selvatica ebraica cresciuta nei territori è ormai fuori controllo, il terrorismo ebraico farà crollare Israele. “Il fenomeno dei ‘giovani delle cime delle colline’ [gruppi di coloni molto violenti piazzati in insediamenti in posizione elevata che fungono da “avanguardie” per attaccare i vilaggi palestinesi, n.d.t.] è da tempo diventato una base per commettere violenze contro i palestinesi”.

Sottolinea che non vi è più paura di essere trattenuti in custodia amministrativa, il che deriva dalle “condizioni che vengono loro concesse in prigione e dal denaro che ricevono dopo il loro rilascio da membri della Knesset, oltre alla legittimazione e alle lodi che ricevono per le loro azioni. Ciò è accompagnato da una campagna di delegittimazione contro i servizi di sicurezza [lo stesso Shin Bet,n.d.t.]”. Bar avverte che il terrorismo ebraico potrebbe accendere un ulteriore fronte di guerra.

Il capo dello Shin Bet racconta anche dell’inazione della polizia e del sostegno segreto che i terroristi ebrei ricevono dalla polizia. Menziona specificamente Ben-Gvir e la sua visita al complesso del Monte del Tempio [la Spianata delle Moschee, n.d.t.] in occasione del Tisha B’Av [un giorno del calendario lunare ebraico che commemora una serie di eventi luttuosi tra cui la distruzione del primo e secondo Tempio, n.d.t.]. Bar sottolinea molto chiaramente che ciò “ha creato un rischio molto significativo per la sicurezza nella regione”.

Dopo la pubblicazione della lettera di Bar, in una riunione del governo Ben-Gvir ha chiesto il suo licenziamento. Netanyahu e altri ministri hanno sostenuto Bar, il che ha portato Ben-Gvir ad abbandonare la seduta. Ma l’esperienza dimostra che se la sua base è arrabbiata, Netanyahu cambierà idea. Bar è da un po’ di tempo sulla lista degli obiettivi dei Bibi-isti [seguaci di Netanyahu, n.d.t.] e dei Kahanisti [seguaci del defunto rabbino Kahan, tra cui Ben-Gvir, a suo tempo dichiarato terrorista dallo stesso Israele, n.d.t.] . In seguito alla sua lettera di avvertimento gli attacchi di questi settori contro di lui non faranno che aumentare.

La persona che ha legato il suo destino politico alla destra radicale, che ha legittimato il Kahanismo, che ha dato il controllo del governo a Ben-Gvir e ha messo i territori nelle mani di Smotrich [altro esponente dell’estrema destra dei coloni, n.d.t.] è l’ultima persona adatta a combattere il terrorismo ebraico.

Ogni giorno in cui il governo di ultra-destra continua a esistere sotto Netanyahu è un giorno in cui Israele sprofonda sempre più in un abisso dal quale sarà difficile uscire. Questo governo deve essere sostituito immediatamente.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, come pubblicato in Israele nelle edizioni del giornale in ebraico e inglese.

[traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti]




La disumanizzazione dei palestinesi da parte della società israeliana è ormai assoluta

Meron Rapoport

23 agosto 2024 – + 972 Magazine

In passato in Israele il dibattito etico in merito alle sue azioni militari poteva essere limitato e ipocrita, ma almeno esisteva. Non questa volta.

Alle 5:40 del mattino del 10 agosto il portavoce delle IDF ha inviato un messaggio ai giornalisti per informarli di un attacco aereo israeliano su un “quartier generale militare situato nel complesso scolastico di Al-Taba’een vicino a una moschea nell’area di Daraj [e] Tuffah, che funge da rifugio per degli abitanti di Gaza City”.

“Il quartier generale”, continuava il portavoce, “è stato utilizzato dai terroristi dell’organizzazione terroristica di Hamas per nascondersi e da lì hanno pianificato e promosso attacchi terroristici contro le forze delle IDF e i cittadini dello Stato di Israele. Prima dell’attacco sono state prese varie misure per ridurre possibili danni ai civili, tra cui l’uso di munizioni di precisione, equipaggiamento visivo e informazioni di intelligence”.

Poco dopo questo annuncio immagini scioccanti della scuola di Al-Taba’een hanno circolato in tutto il mondo, mostrando ammassi di carne smembrata e resti umani raccolti in sacchi di plastica. Le immagini sono state accompagnate da resoconti in base ai quali nell’attacco israeliano erano stati uccisi circa 100 palestinesi, e molti altri erano stati ricoverati in ospedale. La maggior parte delle vittime è stata uccisa durante il fajr, la preghiera dell’alba, in uno spazio apposito all’interno del complesso scolastico.

Come prevedibile, nelle ore e nei giorni successivi si è sviluppata una guerra di narrazioni sul numero di vittime civili. Il portavoce delle IDF ha pubblicato le foto e i nomi di 19 palestinesi che, a suo dire, erano “operativi” di Hamas o della Jihad islamica uccisi nell’attacco; a molti è stata data l’etichetta senza specificare la loro presunta posizione o grado.

Hamas ha negato le accuse. Anche l’Euro-Med Human Rights Monitor ha contestato le informazioni dell’esercito israeliano: la ONG ha scoperto che alcune delle persone sulla lista dell’esercito erano state in effetti uccise in precedenti attacchi a Gaza, che altre non erano mai state sostenitrici di Hamas e che alcune si opponevano addirittura al gruppo. L’esercito ha poi pubblicato un elenco aggiuntivo di altri 13 palestinesi che, a suo dire, erano operativi [di Hamas] uccisi nel bombardamento.

Mentre solo un’indagine indipendente può determinare in modo definitivo l’identità di tutte le vittime dell’attacco, la dichiarazione iniziale del portavoce delle IDF è indicativa del drammatico cambiamento che la società israeliana ha subito per quanto riguarda la vita dei palestinesi a Gaza.

L’annuncio delle IDF affermava esplicitamente che la scuola “serve come rifugio per gli abitanti di Gaza City”, il che significa che le IDF sapevano che i rifugiati erano fuggiti lì per paura dei bombardamenti dell’esercito. La dichiarazione non affermava che ci fossero stati attacchi con armi da fuoco o missili dalla scuola, ma che “i terroristi di Hamas … hanno pianificato e promosso … atti terroristici” da essa. Né affermava che i civili che si erano rifugiati nella scuola avevano ricevuto alcun avvertimento, solo che l’esercito aveva usato “armi di precisione” e “intelligence”. In altre parole, l’esercito ha bombardato un rifugio affollato conoscendo benissimo quali mortali conseguenze il suo assalto avrebbe inflitto.

Come se affamare milioni di persone fosse un hobby

Non dovrebbe sorprendere che i media israeliani abbiano appoggiato le affermazioni del portavoce delle IDF. Nel caso dei clamorosi fallimenti della sicurezza che hanno portato al 7 ottobre, ai media israeliani, e in particolare ai media di destra, è consentito essere critici e scettici nei confronti dell’esercito. Ma quando si tratta di uccidere i palestinesi, questo scetticismo viene buttato fuori dalla finestra: a Gaza, l’esercito ha sempre ragione.

“In guerra le scuole sono off limits”, ha scritto su Haaretz il prof. Yuli Tamir, ex ministro dell’Istruzione israeliano. “Non c’è un solo comandante che dirà: ‘Basta così’?” La risposta è un sonoro no. Ogni guerra comporta un certo livello di disumanizzazione del nemico. Ma sembra che nell’attuale guerra a Gaza la disumanizzazione dei palestinesi sia quasi assoluta.

Dopo ogni guerra combattuta dagli israeliani negli ultimi decenni ci sono state pubbliche manifestazioni di rimorso. Il che è stato spesso criticato come logica di “sparare e piangere”, ma almeno i soldati piangevano.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 è stato pubblicato il libro di enorme successo “The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War” [Il Settimo Giorno: testimonianze dei soldati sulla Guerra dei Sei Giorni, ndt.] , contenente testimonianze di soldati che cercavano di confrontarsi con i dilemmi morali che avevano affrontato durante i combattimenti. Dopo i massacri di Sabra e Shatila del 1982 centinaia di migliaia di israeliani, tra cui molti che avevano prestato servizio nella guerra del Libano, scesero in piazza per protestare contro i crimini dell’esercito.

Durante la prima Intifada molti soldati denunciarono gli abusi sui palestinesi. La seconda Intifada diede vita alla ONG Breaking the Silence. Il discorso morale sull’occupazione potrebbe essere stato ristretto e ipocrita, ma esisteva.

Non questa volta. L’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 40.000 palestinesi, circa il 2% della popolazione della Striscia. Ha causato il caos totale, distruggendo sistematicamente quartieri residenziali, scuole, ospedali e università. Negli ultimi dieci mesi centinaia di migliaia di soldati israeliani hanno combattuto a Gaza, eppure il dibattito morale è quasi inesistente. Il numero di soldati che hanno parlato dei loro crimini o difficoltà morali con una seria riflessione o con rammarico, anche in forma anonima, può essere contato sulle dita di una mano.

Paradossalmente la distruzione insensata e gratuita che l’esercito sta causando a Gaza può essere vista attraverso le centinaia di video che i soldati israeliani hanno filmato e inviato ad amici, familiari o partner in segno di orgoglio per le loro azioni. È dalle loro riprese che abbiamo visto le truppe far saltare in aria le università di Gaza, sparare a caso contro le case e distruggere un impianto idrico a Rafah, per citare solo alcuni esempi.

Il generale di brigata Dan Goldfuss, comandante della 98a divisione, la cui lunga intervista nel momento in cui andava in pensione è stata presentata come esempio di comandante che sostiene i valori democratici, ha affermato: “Non provo pena per il nemico… non mi vedrete sul campo di battaglia provare pena per il nemico. O lo uccido o lo catturo”. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi dal fuoco dell’esercito, o sui dilemmi che hanno accompagnato tale massacro.

Allo stesso modo, il tenente colonnello A., comandante del 200° squadrone che gestisce la flotta di droni dell’aeronautica militare israeliana, all’inizio di questo mese ha rilasciato un’intervista a Ynet in cui ha affermato che durante la guerra la sua unità aveva ucciso “6.000 terroristi”. Quando gli è stato chiesto un commento sull’operazione di salvataggio per la liberazione a giugno di quattro ostaggi israeliani, che ha portato all’uccisione di oltre 270 palestinesi ha risposto: “Come si identifica un terrorista? Abbiamo portato l’attacco contro il lato della strada per allontanare i civili, e chiunque non fosse fuggito, anche se disarmato, per quanto ci riguardava era un terrorista. Tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”.

Questa disumanizzazione ha raggiunto nuovi vertici nelle ultime settimane con il dibattito sulla legittimità dello stupro dei prigionieri palestinesi. In una discussione sulla rete televisiva popolare Channel 12, Yehuda Shlezinger, un “commentatore” del quotidiano di destra Israel Hayom, ha chiesto di istituzionalizzare lo stupro dei prigionieri come parte della pratica militare. Almeno tre parlamentari del partito al governo Likud hanno anche sostenuto che ai soldati israeliani dovrebbe essere consentito di fare qualsiasi cosa, incluso lo stupro.

Ma il primato va al ministro delle Finanze e vice del ministero della Difesa di Israele, Bezalel Smotrich. Il mondo “non ci lascerà causare la morte di fame di 2 milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché i nostri ostaggi non saranno restituiti”, si è lamentato in una conferenza a Israel Hayom all’inizio di questo mese.

Le osservazioni sono state fortemente condannate in tutto il mondo, ma in Israele sono state accolte con indifferenza, come se far morire di fame milioni di persone fosse solo un banale passatempo. Se i semi della disumanizzazione non fossero già stati piantati e ampiamente legittimati, Smotrich non avrebbe osato dire una cosa del genere pubblicamente. Dopotutto vede con quanta prontezza il governo e l’esercito israeliani abbiano abbracciato di fatto il suo “Piano Decisivo” per Gaza.

Finché li uccidiamo, meritano di morire”

Quando parliamo della corruzione morale portata dall’occupazione, spesso ricordiamo le parole del prof. Yeshayahu Leibowitz. Nell’aprile del 1968, prima che passasse un anno dall’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, scrisse: “Lo Stato che governa una popolazione ostile di 1,4-2 milioni di stranieri diventerà necessariamente uno Stato Shin Bet [l’intelligence del ministero degli interni israeliano, ndt], con tutto ciò che questo implica riguardo al carattere dell’istruzione, della libertà di parola e di pensiero e della governance democratica. La corruzione, che è una caratteristica di tutti i regimi coloniali, contagerà anche lo Stato di Israele”.

Quando consideriamo l’abisso morale in cui si trova oggi la società israeliana è difficile non attribuire a Leibowitz una capacità profetica. Ma un esame attento delle sue parole rivela un quadro più complesso.

Si potrebbe sostenere che l’Israele del 1968 fosse ancora meno democratico di oggi. Era uno Stato monopartitico governato dal Mapai (il predecessore dell’attuale Partito Laburista), che escludeva non solo i suoi cittadini palestinesi, liberati da solo due anni dalla legge marziale israeliana, ma anche gli ebrei mizrahi dei Paesi arabi e musulmani, e teneva all’angolo gli ebrei religiosi e ultra-ortodossi. I media israeliani difficilmente criticavano il governo e i libri di testo scolastici da cui ho studiato negli anni ’60 e ’70 non erano particolarmente progressisti.

Al di qua della Linea Verde [confine degli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] Israele è molto più liberale oggi di quanto non lo fosse nel 1968. Sempre più donne occupano posizioni direttive, per non parlare delle persone LGBTQ+, la cui stessa esistenza era un crimine. Economicamente Israele è un Paese molto più libero rispetto all’economia statalista centralizzata degli anni ’60 (e le disuguaglianze sono cresciute di conseguenza), e il Paese è molto più connesso al resto del mondo.

Si potrebbe sostenere che questa non è una contraddizione, ma che si tratta piuttosto di processi complementari. L’occupazione non ha solo arricchito Israele (nel 2023, ad esempio, le esportazioni militari hanno raggiunto un record di 13 miliardi di dollari), ma lo ha aiutato a mantenere due sistemi di governo paralleli (colonialismo e apartheid nei territori occupati e democrazia liberale per gli ebrei all’interno della Linea Verde) e forse anche due sistemi morali paralleli. La sconnessione tra l’espansione dei diritti dei cittadini israeliani e la cancellazione dei diritti dei sudditi palestinesi è diventata una parte inscindibile dello Stato. “Villa nella giungla” non è solo un termine pittoresco, descrive l’essenza del regime israeliano.

L’attuale governo fascista ha sconvolto quello che un tempo era un equilibrio più delicato. Trasformando il “liberalismo” in un nemico, politici come Yariv Levin, Simcha Rothman e i loro soci stanno cercando di abbattere la barriera tra i mondi paralleli attraverso il loro colpo di stato giudiziario. Le posizioni di rilievo assegnate a razzisti e fascisti come Smotrich e Itamar Ben Gvir hanno contribuito a questo processo.

Di fronte alle atrocità inflitte da Hamas il 7 ottobre il discorso di questi fascisti israeliani rimane la voce principale nel dibattito pubblico, poiché il presunto Israele liberale, che ha ignorato l’occupazione per anni, non ha saputo collocare la violenza di Hamas in un contesto più ampio di oppressione strutturale e apartheid. È così che siamo arrivati ​​al punto in cui nella società israeliana dominante non c’è una vera opposizione alla totale disumanizzazione dei palestinesi.

La macchina per uccidere israeliana non sa come fermarsi, ha scritto Orly Noy di +972 e Local Call su Facebook dopo il bombardamento della scuola di Al-Tabaeen, perché agisce per inerzia e tautologia. Sta agendo per inerzia perché fermarla costringerebbe Israele a interiorizzare ciò che ha causato, quale atrocità dalla portata epocale è iscritta nel suo nome… Ed è qui che entra in gioco il ragionamento tautologico: finché uccidiamo, è ovvio che loro meritano comunque di morire”. Proprio come ha detto il comandante del 200° Squadrone qualche giorno dopo.

Tuttavia, all’interno della Linea Verde ci sono ancora una società civile e un campo liberale che detengono un potere considerevole, come si vede nelle manifestazioni settimanali contro il governo. La domanda è cosa succederà se si raggiungerà un cessate il fuoco e la “macchina di sterminio” israeliana sarà costretta a fermarsi. Parti della società israeliana si renderanno conto che la violenza sfrenata che Israele ha scatenato dal 7 ottobre, e le forze di disumanizzazione che la guidano, minacciano l’esistenza stessa dello Stato?

“Il silenzio è abietto”, ha scritto Ze’ev Jabotinsky nella poesia che è diventata l’inno del movimento sionista revisionista Beitar, il capostipite del Likud. Il fatto che Netanyahu e i suoi partner abbiano bisogno del rumore di una guerra incessante è chiaro. La domanda è perché il campo liberale stia zitto.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele progetta una colonia su un sito patrimonio UNESCO, mentre aumentano i furti di terra

Tamara Nassar

23 Agosto 2024 – Electronic Intifada

Quando la scorsa settimana un gruppo di più di 100 ebrei facinorosi, a volto coperto e armati di pistole e fucili automatici, ha ucciso un palestinese, ne ha feriti altri e ha appiccato il fuoco a diverse abitazioni nella cittadina palestinese di Jit, nel nord della Cisgiordania occupata, il governo israeliano li ha prontamente condannati.

“É una minoranza di estremisti che danneggia la comunità dell’insediamento rispettosa della legge e l’intero insediamento, nonché il nome e lo status di Israele nel mondo”, ha scritto, su X – già Twitter – Isaac Herzog, il presidente di Israele.

Secondo quanto riferito, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto che “i responsabili di ogni illecito” siano arrestati e processati.

Infatti, sono stati arrestati in tutto ben quattro coloni.

Il Palestinian Center for Human Rights [Centro Palestinese per i Diritti Umani] riferisce che i coloni hanno sparato agli abitanti palestinesi del villaggio, lanciato pietre contro le loro case e dato alle fiamme i loro automezzi.

I coloni hanno sparato al ventitreenne Rashid Mahmoud al-Sadeh che, colpito al petto, è morto sul colpo.

Dopo un’ora dall’inizio dell’assalto dei coloni l’esercito israeliano ha preso parte all’aggressione, disperdendo con la forza i palestinesi e “impedendo loro di spegnere le fiamme che avvolgevano le case e i veicoli”.

L’esercito israeliano “ha sparato in aria sia proiettili che candelotti di gas lacrimogeno e non ha intrapreso nessuna azione per fermare la furia dei coloni”. Al contrario, si sono assicurati che i coloni potessero ritirarsi dal villaggio in sicurezza.

Le forze di occupazione israeliane hanno chiuso le vie d’accesso al villaggio, bloccando ambulanze e paramedici.

“Questo crimine fa parte di una più ampia ondata di violenze istigate dalla campagna di continuo incitamento [all’odio] che alcuni ministri israeliani stanno mettendo in atto”, ha dichiarato il PCHR.

“Questi attacchi sono incoraggiati dall’impunità istituzionalizzata e dal sostegno incessante da parte dei vertici politici e militari di Israele nei confronti delle violenze dei coloni”.

I coloni sono lo Stato

Le dichiarazioni del governo israeliano secondo le quali una manciata di coloni sono le mele marce di un cesto altrimenti “rispettoso della legge” sono un tentativo di distogliere l’attenzione da coloro ai quali i coloni obbediscono, e di nascondere il il progetto di colonizzazione nel suo insieme.

I coloni sono la fanteria dello Stato colonizzatore di Israele e, come dimostra il recente attacco a Jit, agiscono d’intesa con l’esercito.

L’impennata di violenze da parte dei coloni dopo il 7 ottobre non è riconducibile ad una minoranza di fuorilegge, come vorrebbero invece far credere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Negli ultimi mesi Stati Uniti, Francia, Regno Unito e altri alleati di Israele che hanno sempre sostenuto le sue azioni a Gaza hanno annunciato sanzioni contro un piccolo numero di coloni israeliani.

Questo è un evidente tentativo di distogliere l’attenzione dalla loro complicità nel genocidio dei palestinesi a Gaza, mentre promuove l’idea, falsa, che le violenze dei coloni siano dovute a poche mele marce. Le sanzioni, se fossero minimamente serie, dovrebbero essere contro Israele e i suoi dirigenti, non contro alcuni individui isolati.

I coloni sono indispensabili per la politica israeliana di colonizzazione di insediamento, la quale è intrinsecamente violenta e si sta intensificando mentre l’attenzione di tutti è catturata dal genocidio dei palestinesi a Gaza.

“La violenza dei coloni è inseparabile dal disegno politico israeliano nel suo insieme, finalizzato a stabilire la propria sovranità sulla Cisgiordania e proseguire il piano di pulizia etnica dei palestinesi,” ha affermato il CPDU.

Quando Herzog, il presidente israeliano, parla di “comunità dell’insediamento rispettosa della legge”, fa riferimento unicamente alla legge israeliana – il rispetto della quale peraltro è raramente imposto ai coloni.

In realtà le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e nelle alture del Golan, che appartengono alla Siria, costituiscono una violazione della legge internazionale e sono considerate un crimine di guerra.

Costruendo colonie Israele commette violazioni dei diritti umani contro la popolazione palestinese sotto occupazione, inclusi demolizioni di case, espulsioni forzate e furto di terre.

Un insediamento in un sito UNESCO

Nel frattempo il governo israeliano premedita di costruire insediamenti per soli ebrei nel territorio del villaggio palestinese di Battir, dichiarato nel 2014 sito UNESCO Patrimonio dell’umanità.

La designazione dell’UNESCO intendeva proteggere lo straordinario e antico paesaggio agricolo di Battir e la sua cultura dal piano israeliano di costruirvi il muro di separazione.

“Il paesaggio culturale di Battir comprende antichi terrazzamenti, siti archeologici, tombe scavate nella roccia, torri agricole e soprattutto un sistema idrico intatto, costituito da un insieme di vasche e canali”, scrive l’UNESCO. “L’integrità di questo sistema idrico tradizionale è garantita dalle famiglie di Battir, che da esso dipendono”.

L’ente culturale mondiale aggiunge che “il sistema di distribuzione dell’acqua usato dalle famiglie di Battir è la testimonianza di un antico sistema egalitario di distribuzione”.

L’Amministrazione Civile – il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana – ha rivelato questo mese la mappa della “linea blu” intorno al territorio di Battir, destinandolo a sito di costruzione per la colonia denominata Nahal Heletz.

La “linea blu” delimita un terreno che il governo israeliano dichiara “territorio dello Stato”, destinandolo così al furto e alla colonizzazione. Per la maggior parte questo territorio è composto da terre private, abitate e lavorate dalle famiglie di Battir da generazioni – come del resto ovunque in Cisgiordania, che Israele sta colonizzando.

I trucchi pseudo-legali israeliani sono una farsa finalizzata a giustificare quello che a tutti gli effetti è un furto di terra palestinese a mano armata.

Serve “a legittimare l’impresa di colonizzazione”, commenta l’osservatorio [israeliano] sugli insediamenti Peace Now.

Ma i palestinesi non hanno mezzi adeguati per difendere i loro diritti nel sistema legale israeliano, nel quale molti giudici sono essi stessi coloni.

L’occupazione aveva inizialmente previsto poco più di 12 ettari per la costruzione dell’insediamento. Secondo Peace Now la nuova “linea blu” annette altri 60 ettari per il potenziale sviluppo futuro – tutti all’interno del sito UNESCO patrimonio dell’umanità.

“La nuova colonia a Nahal Heletz creerà un’enclave isolata in profondità nel territorio palestinese”, ha aggiunto l’associazione. Ma si tratta indubbiamente soltanto del punto di partenza per future espansioni.

Nahal Heletz è uno dei cinque insediamenti approvati dal governo israeliano a giugno, quattro dei quali erano in precedenza avamposti – un termine che Israele usa per i nuovi piccoli insediamenti creati dai coloni in aperta violazione delle stesse normative israeliane.

“Il ritmo delle dichiarazioni di linee blu e territori dello Stato è senza precedenti”, dice Peace Now.

Netanyahu e Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze di estrema destra, “stanno portando avanti senza tregua annessioni di fatto, ignorando palesemente la convenzione UNESCO di cui Israele è firmatario”, afferma Peace Now.

Fatti sul terreno

Quando la scorsa settimana gli è stato chiesto della colonia prevista a Battir, il portavoce [aggiunto n.d.t.] del Dipartimento di Stato statunitense Vedant Patel ha detto che “ognuno di questi nuovi insediamenti ostacolerebbe lo sviluppo economico e la libertà di movimento dei palestinesi”.

Cosa non priva di interesse, Patel non ha menzionato in alcun modo il fatto che le colonie israeliane violano le leggi internazionali.

Quando gli è stato chiesto se l’opposizione statunitense agli insediamenti potrebbe impedirne la costruzione, Patel ha liquidato l’espansione delle colonie come “un’iniziativa unilaterale israeliana” e non ha proposto nessuna azione statunitense per fermarla.

“Vi siete opposti a centinaia di annunci di nuove colonie, e sono state tutte costruite. Allora che senso ha continuare a dire che vi opponete?” ha chiesto il corrispondente della BBC Tom Bateman.

“Ci preme chiarire quali siano la nostra prospettiva e il nostro punto di vista”, ha replicato Patel.

Ciò schematizza bene il processo, che ha inizio con il furto di terra palestinese da parte di coloni cosiddetti “estremisti” e culmina in fatti sul terreno che gli Stati Uniti sono più che disposti a tollerare.

Il governo israeliano permette ai coloni di creare avamposti, li aiuta a farlo e infine li riconosce ufficialmente.

Una volta che gli insediamenti hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale dal governo israeliano, gli Stati Uniti reagiscono con vuote formule retoriche sull’espansione delle colonie come ostacolo alla moribonda “soluzione a due Stati”.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA dal 7 ottobre i coloni hanno condotto almeno 1.270 attacchi contro i palestinesi.

Questo numero comprende gli attacchi che hanno provocato ferite ai palestinesi e danni alla proprietà.

I coloni israeliani minacciano i palestinesi con armi da fuoco, vandalizzano le loro proprietà, ostacolano il loro accesso all’acqua, distruggono i loro alberi, danneggiano i loro veicoli, rubano le loro beni, li intimidiscono e aggrediscono fisicamente.

Questa violenza è pianificata e calcolata con l’intento di terrorizzare i palestinesi al punto da farli desistere dal coltivare o accedere alle loro terre, in modo che i coloni possano impossessarsene, lo Stato israeliano possa riconoscere ufficialmente il furto e gli Stati Uniti infine fare pressione sui palestinesi affinché accettino dei “compromessi”, rinunciando alla terra rubata in futuri accordi “di pace”.

Dal 7 ottobre 2023 a metà agosto di quest’anno nella Cisgiordania occupata Israele ha demolito, confiscato o costretto a demolire più di 1.400 strutture di proprietà palestinese, più di un terzo dei quali edifici residenziali.

Si tratta del doppio delle demolizioni in rapporto allo stesso periodo prima del 7 ottobre.

Queste demolizioni hanno spinto fuori dalle loro case circa 3.200 palestinesi, 1.400 dei quali bambini.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




USA: il movimento filopalestinese si fa sentire alla CND del 2024

Maysa Mustafa

20 agosto 2014 – Middle East Eye

Manifestanti a Chicago e in rete hanno messo sotto pressione il partito Democratico dal primo giorno della Convenzione di Chicago.

Dopo un solo giorno dal suo inizio la Convenzione Nazionale Democratica ha già provocato scompiglio tra le mura dell’United Center [il centro congressi in cui si svolge la convenzione, ndt.], nelle strade di Chicago e sulle reti sociali.

Nell’evento, che si svolge ogni quattro anni, i delegati del partito Democratico nominano formalmente i propri candidati alla presidenza e alla vice-presidenza e decidono il programma del partito in vista delle elezioni che si terranno più avanti quest’anno.

Ma dato che la vicepresidente Kamala Harris e il governatore Tim Walz sono già stati nominati candidati di quest’anno, la Convenzione è consistita in interminabili discorsi di lode ad Harris e al presidente Joe Biden (soprattutto per la sua decisione di rinunciare alla corsa presidenziale), in critiche a Donald Trump e al partito Repubblicano ed è stata una tribuna per molti movimenti per evidenziare le questioni di cui si occupano, come i movimenti per il lavoro e per il diritto all’aborto.

Per chi fa parte del movimento filo-palestinese la Convenzione è valsa da microcosmo della relazione tra i sostenitori della Palestina e il partito Democratico, non solo da quando è iniziata la guerra di Israele contro Gaza ma negli ultimi decenni.

Per esempio la Convenzione è iniziata con una accettazione nella loro terra da parte dei dirigenti del Prairie Band Potawatomi Nation Tribal Council [Consiglio Tribale della Nazione Potawatomi della Zona della Prateria]: il vice capo Zach Pahmahmie e il segretario del Consiglio della Tribù Lorrie Melchior. Sono saliti sul palco per accogliere il partito Democratico “nelle loro ancestrali terre”.

“Siamo qui, insieme sulle nostre terre ancestrali della Nazione Potawatomi della Zona della Prateria e delle nostre nazioni sorelle Potawatomi. Onoriamo anche lo spirito delle altre nazioni tribali che hanno viaggiato verso ovest in questa bellissima zona. Un benvenuto alla Convenzione Nazionale Democratica nelle nostre terre d’origine. Questa terra ha e sempre avrà una grandissima importanza per i suoi custodi originari, i nostri antenati e le nostre attuali comunità,” ha detto Pahmahmie.

In rete molti hanno notato l’ironia del ferreo sostegno del partito Democratico a Israele, che solo da ottobre ha espulso con la forza 1.9 milioni di palestinesi dalla propria patria, come una testimonianza dell’incoerenza delle convinzioni del partito quando si tratta dei palestinesi.

Sul palco principale Gaza è stata citata molte volte. Il presidente Biden ha affermato che “continuerà a lavorare per portare a casa gli ostaggi, porre fine alla guerra a Gaza e portare pace e sicurezza in Medio Oriente.”

La parlamentare di New York Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto eco al messaggio di Biden al partito e detto che Harris ha “lavorato instancabilmente per garantire il cessate il fuoco a Gaza e portare a casa gli ostaggi.” I sostenitori [dei palestinesi] affermano che questi messaggi sono stati più frustranti che confortanti per chi si aspettava che gli USA ritirassero il loro incrollabile appoggio finanziario e morale a Israele.

L’avvocatessa e attivista palestino-americana Noura Erakat ha affermato che i discorsi non sono stati altro che “mistificatori”.

Un altro ha detto che questi messaggi sono pericolosi in quanto minimizzano il ruolo degli USA nella guerra di Israele contro Gaza, che da ottobre finora ha ucciso più di 40.000 palestinesi.

Proteste

Sia dentro che fuori dalla CND si sono tenute proteste contro la complicità dell’amministrazione Biden-Harris nella guerra.

Domenica durante la festa di benvenuto della Convenzione una persona ha preso d’assalto il palco prima di strappare il microfono e dire: “Sono morti in 150.000. State finanziando un genocidio.”

Lunedì un gruppo di membri della CND ha srotolato uno striscione che diceva: “Smettete di armare Israele”. I partecipanti che si trovavano nei pressi hanno tentato di impedire la vista dello striscione con cartelli su cui si leggeva “Noi amiamo Joe” e “USA”. Il pubblico ha risposto con lo slogan “Noi amiamo Joe”, mentre lo striscione veniva portato via.

Nel contempo alcuni delegati avrebbero usato i propri cartelli “Noi amiamo Joe” per colpire in testa delegati filopalestinesi. Una di quelli che sono stati colpiti è Nadia Ahmad, che portava un hijab. In un’altra azione di protesta vari delegati della CND si sono tappati la bocca durante il discorso del presidente Biden.

“Volevamo trasmettere il messaggio che non siamo d’accordo con quello che sta facendo Biden. Ha finanziato il genocidio del popolo palestinesi ormai da 10 mesi,” ha detto Sabrine Odeh, delegata dello Stato di Washington e organizzatrice dei delegati Non Impegnati [che non avevano garantito il voto a Biden durante la Convenzione per protesta contro la sua politica in Medio Oriente, ndt.].

E nelle strade di Chigaco migliaia di persone si sono radunate per protestare contro il partito e la Convenzione. Pare che quando la CND è iniziata il numero di quanti la proteggevano fosse più alto dei partecipanti.

La tensione tra i manifestanti e le centinaia di poliziotti presenti ai comizi e ai cortei era alta.

L’ Associated Press ha informato che 13 dimostranti sono stati arrestati dopo che avevano “sfondato” la protezione costruita per la convention.

Il messaggio delle proteste è stato molto specifico: imporre un embargo alle armi contro Israele.

L’accademica Eman Abdelhadi ha parlato a un comizio affermando che il partito Democratico deve “guadagnarsi i (nostri) voti”.

Un traguardo storico ma non un obiettivo raggiunto

In risposta alle proteste annunciate, la CND ha tentato di arrivare a un compromesso con i partecipanti che hanno fatto pressione per la fine della guerra contro Gaza organizzando un gruppo di discussione con il movimento dei Non Impegnati sulla situazione critica del popolo palestinese.
Il gruppo di discussione non è stato ripreso dalla televisione e si è tenuto in un luogo a 5 km dal centro principale della Convenzione. Era composto da un chirurgo che ha trattato palestinesi a Gaza, un ex membro della DNC, attivisti del partito e uno dei dirigenti del movimento dei Non Impegnati.

Una dei partecipanti, Hala Hijazi, ha detto di essere da molto tempo democratica e di aver raccolto oltre due milioni di dollari per il partito, ma di partecipare al gruppo di discussione perché più di 100 membri della sua famiglia erano stati uccisi a Gaza.

Benché molti abbiano festeggiato come un progresso che nella CND sia stato dato spazio alla lotta dei palestinesi, essi hanno anche evidenziato che non è questo l’obiettivo finale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele è una cattiva notizia, ma perché non ne sentiamo parlare nei media tradizionali?

Yvonne Ridley

20 agosto 2024, Middle East Monitor

All’inizio di quest’anno un sondaggio mondiale ha dimostrato che i media meno affidabili al mondo sono quelli della Gran Bretagna. È stato un sondaggio schiacciante. L’influente Edelman Trust Barometer [la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche al mondo, ndt.], ha rivelato come il giornalismo britannico sia precipitato in fondo alle annuali classifiche con solo il 31% delle persone che affermano di fidarsi dei media. Parlando da giornalista ed ex dipendente di Fleet Street [sede dei maggiori quotidiani inglesi fino agli anni Ottanta e sinonimo di giornalismo britannico, ndt.] non sono rimasta del tutto sorpresa, avendo assistito al degrado della carriera che ho scelto da quasi 50 anni. Naturalmente, Edelman è un’agenzia di pubbliche relazioni quindi è stata probabilmente troppo diplomatica nello spiegare la perdita di fiducia che ha portato al crollo della tiratura dei giornali e delle cifre di ascolto televisivo, ma lasciate che lo faccia io per loro.

Quando è stato rivelato, il pubblico è rimasto scioccato dall’insaziabile appetito per le esclusive sulla famiglia reale, come ha rivelato in tribunale il principe Harry durante gli storici processi per intercettazione telefonica. Dopo aver parlato inizialmente del Mirror Group Newspapers [il gruppo che pubblica Daily Mirror, ndt.], il reale ribelle ha poi ottenuto il diritto di presentare un reclamo contro il Daily Mail per raccolta illegale di informazioni. La fiducia del pubblico è stata scossa anche quando presentatori televisivi molto amati e rispettati sono stati colpiti da scandali inizialmente e violentemente smentiti da Huw Edwards della BBC, Phillip Schofield di ITV e Dan Wootton di GB News. I loro datori di lavoro sono stati tutti accusati di insabbiamento per proteggere le loro star.

Purtroppo c’è un aspetto che non è stato trattato da Edelman, ma merita più che un’indagine. Sto parlando del modo disonesto in cui i media hanno trattato gli eventi nella Palestina occupata, in particolare la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, sia nei titoli che nel contenuto degli articoli. Grazie alla rigorosa ricerca del Glasgow University Media Group, rinomato a livello mondiale, abbiamo due libri di grande impatto che esaminano la copertura mediatica del conflitto in Medio Oriente e l’impatto che ha sull’opinione pubblica. Bad News From Israel e More Bad News From Israel sono stati entrambi scritti da giornalisti professionisti e semplici testimoni che hanno indagato come il pubblico comprenda le notizie e come l’opinione pubblica sia plasmata dai resoconti dei media.

Nel più vasto studio del genere mai intrapreso il defunto e molto stimato Greg Philo e Mike Berry si sono concentrati sui notiziari televisivi, illustrando le principali differenze nel modo in cui vengono rappresentati israeliani e palestinesi, incluso il modo in cui vengono mostrate e descritte le vittime e la presentazione delle motivazioni e delle ragioni di entrambe le parti.

Combinando queste scoperte con un’ampia ricerca sul pubblico che ha coinvolto centinaia di partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Germania, More Bad News From Israel è stato descritto come “una lezione magistrale per comprendere come le persone percepiscono il conflitto grazie ai pregiudizi dei media”.

Tuttavia, gli eventi del 7 ottobre in Israele, quando Hamas ha scatenato l’audace Operazione Al-Aqsa Flood, sembrano aver cambiato radicalmente il modo in cui il pubblico generale riceve le notizie. Ad esempio, TikTok è diventato il servizio di notizie in più rapida crescita, fornendo notizie di eventi in diretta e in tempo reale a chiunque segua il social network.

Le immagini erano spesso crude e scioccanti e fornivano un servizio di informazione che pochi di noi avevano mai incontrato prima. Grazie alle Forze di Difesa israeliane, ovvero l’esercito di TikTok, i cui soldati hanno filmato generosamente i propri crimini di guerra e crimini contro l’umanità, il pubblico ha potuto guardare un genocidio in streaming live sui propri iPad e smartphone. Con tanti eroici cittadini giornalisti sul campo, la raccolta di notizie è diventata una competizione che ha lasciato indietro i media tradizionali a fornire la copertura degli stessi eventi ma in modo edulcorato e diluito. Israele ha ostacolato la copertura delle notizie non solo bandendo i giornalisti occidentali da Gaza, ma anche uccidendo deliberatamente i giornalisti arabi sul campo a Gaza per Al Jazeera e altri canali di informazione del Medio Oriente.

Sui social media la censura dei contenuti è praticamente inesistente e quindi, che lo volessimo o no, abbiamo visto genitori sconvolti piangere sui loro bambini senza testa e altre immagini orribili di neonati, bambini, donne e anziani fatti a pezzi dalle bombe statunitensi e britanniche. In una scuola delle Nazioni Unite utilizzata come rifugio pubblico, i palestinesi pregavano all’alba quando sono stati colpiti dalle bombe israeliane. Abbiamo visto parenti “versare” ciò che restava delle loro famiglie sterminate in buste di plastica per la spesa.

Non sono certo della legalità del tipo di bombe sganciate a Gaza: Israele ha una lunga storia nell’ignorare le leggi internazionali in generale, non da ultimo per quanto riguarda la legalità dell’uso di certi tipi di bombe, ma i medici hanno riferito di aver visto cadaveri in condizioni orribili come non avevano mai visto prima. Avendo avuto accesso ai video espliciti e ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano (molti dei quali filmati dalle loro stesse mani, probabilmente con loro grande rammarico se e quando saranno sul banco degli imputati all’Aja), il resoconto addomesticato dei media mainstream è servito solo a evidenziare le inadeguatezze del giornalismo in Occidente.

Un esempio di titoli fuorvianti e di disumanizzazione dei palestinesi è avvenuto il mese scorso, quando la BBC ha riferito dell’uccisione di un giovane uomo con sindrome di Down che è stato sbranato a morte dai cani da attacco dell’esercito israeliano. Il clamore per la gestione “vergognosa” della storia ha spinto la BBC a riscrivere il titolo e il contenuto, per poi vedere l’ambasciata israeliana a Londra sporgere una denuncia quando è stata detta la verità. Ed è questo il problema. Quando i media britannici forniscono resoconti veritieri e non modificati degli eventi a Gaza i lettori e gli spettatori che non hanno accesso ai social media sono scioccati, alcuni sono persino increduli.

Secondo l’apprezzato giornalista israeliano Gideon Levy, che scrive senza timore per Haaretz, anche i media in Israele, ad eterna vergogna, più o meno proteggono gli israeliani da ciò che viene realmente fatto in loro nome sul campo a Gaza (e nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est).

In quanto emittente nazionale britannica finanziata con fondi pubblici, in questo paese è la BBC che riceve la maggior parte delle critiche. Ha fallito miseramente l’esame esterno quando sono state esaminate quattro settimane di copertura diurna trasmesse dal primo canale della BBC dell’assalto israeliano a Gaza a partire dal 7 ottobre. Il successivo rapporto di Open Democracy ha rivelato che i giornalisti hanno usato le parole “omicidio”, “omicida”, “omicidio di massa”, “omicidio brutale” e “omicidio spietato” un totale di 52 volte per riferirsi alle morti israeliane, ma mai in relazione alle morti palestinesi.

Per di più molte organizzazioni giornalistiche devono ancora correggere o scusarsi per la famigerata fake news dell’anno scorso secondo cui Hamas avrebbe decapitato 40 bambini il 7 ottobre.

Si dice che uno dei peggiori trasgressori sia il destrorso Daily Mail, che questa settimana ha pubblicato in prima pagina un articolo sui parlamentari del partito laburista nel nuovo governo di Keir Starmer. Il Mail ci ha raccontato con le sue solite enfatiche invettive che più della metà dei parlamentari avrebbe preso soldi dai sindacati per correre per le elezioni generali di luglio.

Dei 404 parlamentari laburisti eletti, il Mail ha detto che 213 “hanno rastrellato la bellezza di 1,8 milioni di sterline dai dirigenti sindacali da quando sono state indette le elezioni a maggio”, aggiungendo: “È la prima volta che l’entità delle donazioni dei sindacati ai parlamentari nel nuovo governo è stata messa a nudo scatenando ieri sera nuove accuse secondo cui il partito laburista è ‘in mano’ ai suoi ‘padroni pagatori’ con aumenti salariali anti-inflazione offerti senza vincoli”.

L’intera storia ha sostanzialmente messo in discussione l’imparzialità dei parlamentari laburisti, la cui influenza potrebbe essere stata comprata dai sindacati che cercano di migliorare gli stipendi dei membri – che sono insegnanti, medici di base, medici giovani, infermieri e ferrovieri “a cui sono già stati offerti aumenti salariali anti-inflazione”. L’ex ministro conservatore degli Interni e degli Esteri James Cleverly ha affermato: “Questo dimostra la misura allarmante in cui il partito laburista è in mano ai suoi padroni del sindacato. I parlamentari di Keir Starmer hanno intascato quasi 2 milioni di sterline dai sindacati, mentre i contribuenti sono costretti a finanziare i premi salariali anti-inflazione del partito laburista a quegli stessi sindacati. Per quanto tempo ancora Keir Starmer venderà influenze in questo modo?”

Ha ragione, ovviamente, ma Cleverly non ha detto una parola sull’influenza acquistata dai Labour Friends of Israel (LFI) di Westminster [che dal 1957 cerca di rafforzare il legame tra il Labour Party e l’Israeli Labour Party, ndt.] e dalla sua controparte conservatrice. Nemmeno una parola. Il Daily Mail pensa ovviamente che un partito politico di sinistra che prende soldi dai sindacati di sinistra meriti un’attenzione in prima pagina, ma che dire dello stesso partito che prende soldi dai lobbisti di destra centrati sul miglioramento dello status di uno stato alieno nei corridoi del potere di Westminster?

Secondo l’organizzazione giornalistica DeclassifiedUK, LFI ha finanziato più della metà dei ministri del governo britannico. Alcuni dei colleghi più fidati di Keir Starmer che siedono nel gabinetto britannico hanno rastrellato centinaia di migliaia di sterline in contanti da diversi lobbisti pro-Israele. I principali beneficiari includono lo stesso Starmer, il suo vice primo ministro Angela Rayner, il cancelliere Rachel Reeves, il ministro degli Esteri David Lammy e il ministro degli Interni Yvette Cooper. Jonathan Reynolds, che gestisce le esportazioni di armi in Israele come segretario al commercio del Regno Unito, così come la mente elettorale del Labour Pat McFadden, le cui responsabilità ora includono la sicurezza nazionale, hanno entrambi beneficiato di donazioni da parte di lobbisti pro-Israele. LFI porta i parlamentari in missioni di “inchiesta” nella Palestina occupata. I principali finanziatori individuali includono gli imprenditori pro-Israele Trevor Chinn e Stuart Roden.

L’European Leadership Network (ELNET) è un altro gruppo di pressione che mira a rafforzare i legami tra Israele e l’Europa. Ha sborsato soldi per viaggi di piacere in Israele per i membri dello staff parlamentare. Uno di loro ha detto a OpenDemocracy: “C’era un programma chiaro e ovvio per assicurarsi che le persone avessero una posizione pro-Israele quando entravano nel governo”, aggiungendo che, dopo essere tornati dal viaggio, una figura di spicco dell’ambasciata israeliana ha chiesto: “Ti è piaciuto il viaggio che ti abbiamo fatto fare?”

Tra i finanziatori di ELNET c’è il miliardario americano Bernie Marcus, sostenitore di Donald Trump e uno dei principali donatori dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), spesso accusato di esercitare un’influenza indebita sulla politica statunitense e che ha già speso milioni di dollari per influenzare i risultati delle elezioni primarie in America.

“Il valore delle donazioni o dell’ospitalità ammonta a oltre 430.000 sterline, con le organizzazioni che hanno pagato i parlamentari conservatori in carica per visitare Israele in 187 occasioni”, ha affermato DeclassifiedUK a maggio.

Sicuramente la minaccia rappresentata da una potenza nucleare straniera che ha un’influenza indebita su entrambi i lati della Camera dei Comuni avrebbe dovuto far venire la bava alla bocca al Daily Mail, ma la storia è stata ampiamente ignorata. Eppure, se fosse stata Mosca e non Tel Aviv ad acquistare influenza con parlamentari e governi sarebbe stata la notizia di prima pagina ogni giorno per settimane e mesi.

Sono questo tipo di propaganda e pregiudizi sfacciati che hanno minato la fiducia del pubblico nei media. Possiamo tutti vedere che si stanno verificando un genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma perché le atrocità viste quotidianamente sui social media non vengono riportate in modo imparziale e completo dai media tradizionali? Con storie trapelate di censura in giornali come il New York Times, dove ai giornalisti è vietato usare la parola “genocidio”, non c’è da stupirsi che le persone non si fidino più delle fonti di notizie tradizionali. Ciò che la BBC, il NYT e altri media tradizionali non riescono a realizzare è che, sanificando il proprio linguaggio e le proprie immagini, sono complici dell’omicidio di bambini innocenti come Hind Rajab, stanno dando luce verde ai crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione e stanno insabbiando l’intento omicida, anzi, genocida, di Israele.

“Non riesco proprio a capire perché i colleghi giornalisti che scrivono i copioni usati nei notiziari televisivi e nei media online stiano perseguendo questa narrazione edulcorata e forse razzista”, ho scritto a febbraio. Questo in relazione all’omicidio di Hind Rajab, sei anni. Lei e la sua famiglia sono stati massacrati dai soldati israeliani, ma un articolo pubblicato online dalla BBC era intitolato “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto”, sottintendendo che fosse morta per cause naturali. Eppure la bambina è stata chiaramente uccisa in un atto omicida che rientra chiaramente nella definizione di crimine di guerra, così come i due medici che hanno cercato di salvarla. A meno che o fino a che i media tradizionali non riconoscono la forza distruttiva insita nella funesta ideologia chiamata sionismo, allora per quel che concerne la raccolta di notizie, i giornali e i notiziari televisivi diventeranno superflui. Forse è questo l’obiettivo di Israele: se uccide i giornalisti non conformi e i loro organi di stampa e controlla chi ha accesso ai suoi campi di sterminio, allora sarà in grado di manipolare ciò che il mondo è in grado di vedere e come viene riferito, e quando. Lo stato canaglia dell’apartheid sarà quindi in grado di continuare a uccidere i palestinesi con ancora più impunità di quanta ne goda al momento. Potreste pensare che stia scherzando, ma la cosa è già evidente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Guerra contro Gaza: sei ostaggi israeliani ritrovati morti a Gaza, probabilmente uccisi da Israele

Redazione di MEE

20 agosto 2024 – Middle East Eye

L’esercito israeliano ha ritrovato i corpi di sei ostaggi a Gaza, di cui cinque probabilmente uccisi in un tunnel dopo un attacco israeliano.

Martedì a Gaza durante una operazione notturna l’esercito israeliano ha recuperato i corpi di sei ostaggi.

Gli ostaggi, che erano stati presi vivi il 7 ottobre, sono stati identificati come Avraham Munder, Chaim Peri, Yoram Metzger, Alex Dancyg, Nadav Popplewell e Yagev Buchshtab.

Hamas aveva precedentemente annunciato le morti di cinque prigionieri, affermando che essi sono stati uccisi in seguito ad attacchi israeliani.

L’operazione israeliana ha avuto luogo nell’area di Khan Younis, e l’esercito afferma che durante la missione non è avvenuto alcun combattimento.

Ufficiali della difesa israeliana credono che i prigionieri siano morti dove sono stati trovati i loro corpi. Resoconti suggeriscono che un incendio provocato da un precedente attacco possa aver esalato biossido di carbonio che ha invaso il tunnel provocando la morte dei cinque ostaggi. Tuttavia una autopsia israeliana indica che Yoram Metzger possa essere stato ucciso da un colpo di arma da fuoco.

I corpi sono stati riportati in Israele e 109 prigionieri rimangono in detenzione.

Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha affermato che le circostanze delle morti sono ancora sotto inchiesta e che i risultati saranno condivisi con le famiglie e con l’opinione pubblica una volta che l’inchiesta sarà completata.

Crescenti pressionie su Netanyahu

Dal 7 ottobre, il governo e l’esercito israeliani sono stati irremovibili sul fatto che il metodo migliore per liberare gli israeliani presi come ostaggi fosse una intensa pressione militare.

Circa 240 persone furono portate a Gaza durante le incursioni nelle comunità israeliane del sud. In uno scambio con Hamas a novembre sono state liberate cento persone.

Ma nonostante un numero di pesanti incursioni israeliane per liberare gli ostaggi, molti di loro sono morti in seguito ai bombardamenti israeliani, e ogni morte confermata aggiunge pressione da parte dei familiari sul primo ministro Benjamin Netanyahu e aumenta le richieste per un accordo per un immediato cessate il fuoco.

Circa 56 ostaggi sono stati dati per morti in dieci mesi di guerra. Israele dichiara che la maggioranza è stata uccisa dai carcerieri.

Tuttavia molti sembrano essere stati uccisi dall’incessante attacco contro Gaza da parte di Israele, che ha ucciso ad oggi più di 40.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Incubo a Sde Teiman: la storia mai raccontata di Ibrahim Salem

Yousef M. Aljamal

20 agosto 2024 – Mondoweiss

Ibrahim Salem è stato arrestato dalle forze israeliane a Gaza e trattenuto per 8 mesi, di cui 52 giorni nell’ormai famigerato centro di tortura di Sde Teiman. Salem racconta le torture che ha subito, tra cui abusi fisici, fame e scosse elettriche.

Le forze israeliane hanno arrestato Ibrahim Salem, 35 anni, nel dicembre 2023 presso l’ospedale Kamal Edwan di Jabalia, nella Striscia di Gaza. Era lì con i suoi figli, che si trovavano in terapia intensiva dopo che un attacco aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa di famiglia, uccidendo alcuni dei suoi fratelli, nipoti e pronipoti. Dopo il suo arresto è stato spogliato e tenuto nudo per due giorni in una fossa sotterranea in un luogo sconosciuto e poi trasferito nella prigione del Negev. Dopo essersi lamentato con i suoi carcerieri sul motivo per cui era stato arrestato, è stato trasferito al centro di detenzione di Sde Teiman, dove per 52 giorni ha vissuto “un incubo” fatto tra l’altro di torture, scosse elettriche, percosse, umiliazioni e stupri.

La Cnn ha pubblicato una sua foto diventata virale, in cui compare in piedi con le mani sulla testa come punizione, il che è accaduto dopo aver discusso con un soldato israeliano sul perché avesse lasciato che un uomo anziano si urinasse addosso invece di permettergli di usare il bagno.

Quella che segue è un’intervista esclusiva condotta con Ibrahim Salem l’11 agosto 2024 da Yousef Aljamal, che lavora per il Palestine Activism Program dell’American Friends Service Committee [società religiosa di quaccheri che si batte per la giustizia sociale e i diritti umani, ndt].

Grazie per aver accettato questa intervista. Per favore, si presenti e descriva come è stato arrestato.

Mi chiamo Ibrahim Atef Salem, sono nato nel campo profughi di Jabalia nel 1989. Sono stato arrestato l’11 dicembre presso l’ospedale Kamal Adwan. Ho scelto di non evacuare verso il sud [dopo l’ottobre 2023]. Due giorni prima del mio arresto, la mia casa è stata bombardata in pieno tra le 7:30 e le 8 del mattino mentre le mie sorelle e i miei figli dormivano. Una delle mie sorelle, Ahlam, è stata uccisa e i miei figli sono rimasti feriti. Quando sono stato in grado di cercare i miei figli, li ho trovati in condizioni terribili. Mio figlio Waseem era ferito ed era in coma a causa di una commozione cerebrale. Mia figlia Nana aveva molte ferite, tra cui una frattura completa del cranio. Naturalmente, anche lei era in coma. Mia figlia Fatima, mia moglie e un’altra sorella erano rimaste ferite, ero con loro in ospedale. Dopo sono riuscito a seppellire mia sorella e i nostri parenti nel cortile dell’ospedale.

Il giorno dopo l’esercito israeliano è venuto all’ospedale e ha ordinato a tutti gli uomini di scendere al piano di sotto. Loro sono scesi, ma io no. Dopo due, due ore e mezza, i soldati sono saliti. Mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Ho raccontato loro la mia storia e ho mostrato il referto medico in mio possesso. Prima che l’esercito ordinasse agli uomini di scendere, il medico aveva scritto un referto sulle condizioni dei miei figli, che attestava che non era loro permesso di muoversi e che avevano bisogno di cure. Il soldato ha detto: “Non muoverti”, e ha chiamato un altro soldato. Quando ha letto il referto, ha detto: “Prendetelo”. Mi hanno preso, non so perché; mi hanno preso, e questo è tutto. Dopo di che, siamo scesi. Ho camminato per un po’ con altri uomini, e un soldato ci ha detto: “Fermatevi, toglietevi i vestiti e metteteli a terra”. E’ stato l’inizio della persecuzione, l’inizio dell’umiliazione psicologica che mi tormenta [ancora oggi]..

Ci hanno fatti spogliare e ci hanno portato in un posto sconosciuto, dove ci hanno lasciato nudi per due giorni. Di mattina ci hanno portato al campo di prigionia, che faceva parte di una caserma militare. Restammo lì al freddo e sotto la pioggia, completamente nudi.

Come venivano eseguite le torture in prigione, quanto duravano e quante ore le era concesso di dormire?

Non potevamo dormire. Ad esempio, nel campo di detenzione di Sde Teiman ci lasciavano dormire a mezzanotte e ci davano coperte inutili che non riscaldavano i nostri corpi. Erano sporche e piene di insetti. Alle 4 del mattino, e a volte prima a seconda dell’umore dei soldati, venivamo svegliati da picchiettii, rumori, urla e saltellii sulle lamiere, che ci strappavano al sonno facendoci sobbalzare. Chi si svegliava tardi veniva punito.

In che modo vi punivano?

C’erano diversi tipi di tortura. Essere in prigione di per sé è una tortura perché ti costringono a inginocchiarti dalle 4 del mattino fino a mezzanotte. Questa è tortura. Se ti siedi sul sedere o sul fianco, ti tirano fuori immediatamente e ti tengono sospeso. Devi stare in ginocchio. Tenere qualcuno in ginocchio per 20 ore è una tortura.

C’era anche la tortura psicologica, con cui i soldati maledicevano e umiliavano me, mia madre e mia sorella. Ci facevano maledire le nostre sorelle, ci facevano maledire le nostre madri, ci facevano maledire noi stessi e le nostre mogli. Una volta, mentre ero sotto interrogatorio, l’ufficiale mi ha detto: “Ibrahim, mi dispiace, ma ho delle brutte notizie da darti”. Gli ho risposto: “Dimmi”. Mi ha detto che mio figlio Waseem era morto. Che Dio abbia pietà di lui [piangendo].

Una volta, durante la tortura e l’interrogatorio, un soldato mi ha chiesto con atteggiamento molto ostile dove fossero i miei figli e dove mi avessero arrestato. Gli dissi che ero stato portato via da Kamal Adwan. Mi ha domandato cosa stessi facendo lì e gli ho risposto che stavo seppellendo mia sorella. Poi mi ha chiesto dove avevo seppellito mia sorella e io risposi che era a Kamal Adwan. Voleva sapere il luogo esatto, così gli mostrai dove l’avevo sepolta. Allora mi ha mostrato una foto di una ruspa che trasportava i cadaveri. E’venuto fuori che le ruspe avevano scavato l’intera area e portato via i corpi.

Mi ha chiesto: “Quanti corpi c’erano?” Sei, ho risposto. Poi mi ha mostrato una foto in cui c’erano tre corpi sulla lama della ruspa e tre a terra. Ho indicato i corpi sulla ruspa e ho detto: “Quei tre sono mia sorella e i suoi due figli. Li ho seppelliti io e li riconosco”. Ho domandato: “Cosa volete da questi corpi? Perché li avete presi?” Ho pianto a lungo. Poi ha detto: “Voi siete dei bastardi e dei bugiardi. Come puoi piangere su un cadavere mentre quando ti ho detto che tuo figlio era morto, non hai reagito?” Gli ho risposto: “Questo cadavere ha una sua santità e sacralità per noi, il che significa che è proibito anche solo toccarlo”.

Quanto spazio avevi per muoverti in prigione?

A Sde Teiman non c’è spazio. Non mi era nemmeno permesso di andare in bagno; le guardie continuavano a tergiversare quando glielo chiedevo. Nel Negev c’è solo una pausa e potevo muovermi solo durante quel lasso di tempo. Uscivo alle 13:30 per la pausa. Normalmente, nelle prigioni [dei centri di detenzione israeliani], ci sono tre pause: una al mattino, una al pomeriggio e una alla sera.

Ci concedevano una pausa di un’ora alle 13:30, il momento più caldo e peggiore della giornata, e non ci permettevano di stare lontani dal sole anche se non avevamo l’energia per camminare. Se non camminavamo, venivamo puniti. Dovevamo camminare per tutto il campo di detenzione, circa un dunam (1.000 metri quadrati), con tende sparse ovunque. Abbiamo finito per camminare in un’area di circa 200 metri.

In che modo le guardie carcerarie trattavano i prigionieri palestinesi?

Era orribile. Nella prigione del Negev, durante la nostra pausa di un’ora, se le guardie vedevano due persone andare in bagno o fare qualsiasi cosa mentre loro si trovavano nella torre di guardia, urinavano in una bottiglia e ce la rovesciavano addosso. Ci fermavano e ce la rovesciavano addosso. Ci dicevano di sollevare la testa e di guardarli, e nel momento in cui li guardavamo, ci rovesciavano addosso l’urina e ci insultavano. Se qualcuno li insultava o semplicemente chiedeva perché lo stessero facendo ci punivano ordinandoci di rimanere in piedi per più di due o tre ore, a seconda di quanto fossimo fortunati.

Com’era la qualità del cibo che vi veniva dato?

Non c’era quasi cibo. Non ne vedevamo quasi mai. Alcuni prigionieri riuscivano a prendere del cibo dal carceriere. Impedivamo ai prigionieri che avevano del cibo di avvicinarsi a noi perché spesso era disgustoso. A volte il cibo arrivava con mozziconi di sigaretta dentro. Le ciotole in cui veniva servito il cibo sembravano non essere state lavate da mesi. A un certo punto, abbiamo chiesto di lavarle noi stessi, ma i soldati si sono rifiutati e si sono scagliati contro di noi per questo.

Come comunicava con la famiglia? Come aveva le loro notizie?

Non avevo contatti con la mia famiglia e non sapevo nulla di loro [mentre ero in prigione]. Quando sono stato rilasciato e sono sceso dall’autobus a Khan Younis, ho chiesto: “Dove siamo?” Mi hanno risposto: “Sei al confine tra Khan Younis e Deir al-Balah, nella zona di Khan Younis”. Ho detto: “Sono del nord; non ci sto a far niente qui. Perché mi avete portato a Khan Younis?” Ho chiesto se potevo andare a nord e il soldato ha detto: “No, c’è un posto di blocco lungo la strada; non puoi andarci”.

Gli ho detto che non volevo scendere dall’autobus lì. Come avrei potuto vedere i miei figli? Volevo vedere i miei figli e la mia casa. Allora il soldato accanto a me mi ha dato un pugno sull’orecchio e ha detto: “Scendi qui, non sono affari miei”. Appena sceso dall’autobus, ho chiamato la mia famiglia e mia moglie. Ho chiesto prima dei bambini. Mia moglie mi ha detto che Waseem era uscito dal coma il mese prima, il che significava che era rimasto in coma per oltre sei mesi. Ho ringraziato Dio e gli ho chiesto come stava. Ha detto: “Grazie a Dio, sta bene, ma ha bisogno di cure e di un intervento chirurgico. Nana sta bene, Fatima sta bene, grazie a Dio, ma anche loro hanno bisogno di un intervento chirurgico”.

Le ho detto: “passami uno dei miei fratelli con cui parlare, chiunque si trovi nelle vicinanze”. Poi ho chiesto a mio padre: “Papà, voglio chiederti una cosa”. Ha detto di sì e gli ho chiesto dei corpi dei miei fratelli, Ahlam e Muhammad. Ha detto: “Figlio mio, i soldati israeliani li hanno presi da Kamal Adwan”. Mi sono ricordato di quando il carceriere mi aveva mostrato le foto e l’incubo è diventato realtà. Per me era un incubo; ne avevo davvero paura.

Hai avuto modo di conoscere in prigione qualcuno e di apprendere le sue vicende?

Certo, ho avuto modo di conoscere alcuni prigionieri. Abbiamo parlato mentre eravamo nel Negev, dove vivevamo insieme e conversavamo. Nella caserma di Sde Teiman ho fatto delle conoscenze ma eravamo bendati, quindi non potevamo vederci.

Ognuno ha la sua storia. La mia foto diventata virale, in cui venivo torturato, costretto a stare in piedi per sei ore con le mani sulla testa solo perché avevo protestato contro un carceriere che ha costretto un anziano palestinese a farsi la pipì addosso. La scena catturata nella foto non era nulla in confronto alle altre punizioni che abbiamo subito. Ovviamente c’è indignazione per questo – le persone dovrebbero essere indignate – ma ci sono cose più gravi che sono successe. Ad esempio, gli insulti che abbiamo sopportato, ci hanno privato della nostra dignità! Stare seduti in ginocchio per 20 ore, non è forse una punizione più grande? Le scosse elettriche che abbiamo sopportato, il freddo che ci ha quasi reso inabili.

Sono stato interrogato forse 10 o 12 volte, mi venivano poste le stesse domande e venivano ripetute ogni volta le stesse cose. Ogni volta che andavo all’interrogatorio i soldati israeliani mi facevano spogliare e poi rivestire. Quando entri nella stanza, devi toglierti i vestiti e quando torni nella stanza, devi toglierli di nuovo. Non è un insulto e una vergogna?

C’erano soldatesse che ci colpivano sulle parti sensibili del corpo, e altri prigionieri si rifiutavano di parlarne, forse per imbarazzo. Una volta, un tizio si è seduto accanto a me e si è aperto. Gli ho chiesto: “Cosa ti è successo?” Lui ha risposto: “Dovresti chiedere cosa non mi è successo! Mi è successo di tutto; mi hanno fatto di tutto”. Questo mi è bastato per capire cosa aveva passato.

Cosa ha causato la debolezza fisica nel tuo corpo?

Mancanza di cibo, torture e percosse: c’erano molte torture. Ho le costole rotte, i denti rotti. Cosa pensi che abbiamo mangiato? Non ci portavano nemmeno abbastanza cibo. Al Negev il cibo che arrivava veniva distribuito tra 150 persone. Giuro su Dio che la porzione destinata a 150 persone non sarebbe stata sufficiente per sole cinque persone. Ma abbiamo dovuto dividerla tra di noi.

Abbiamo saputo che in prigione sei stato portato nel reparto clinico. Perché?

Un giorno mi si sono rotte le costole a causa delle percosse e delle torture. Anche dopo avermi rotto le costole, le guardie mi colpivano volutamente lì. Inoltre prima di essere arrestato avevo subito un’operazione al rene e la ferita era visibile. Quando mi spogliavo, vedevano la ferita e mi colpivano lì apposta. Un giorno mi hanno colpito molto forte con un bastone: è stato atroce. Ero esausto, molto stanco; sono rimasto così per due o tre giorni, incapace di alzarmi o di fare qualsiasi cosa, e urinavo sangue. Il sergente ha detto a una guardia che ero in condizioni talmente pessime che se fossi rimasto lì, sarei potuto morire o sarebbe potuto succedermi qualcosa di terribile.

Dopo circa tre giorni hanno accettato di portarmi in clinica. Al mio arrivo, il medico mi ha detto che avevo bisogno di un intervento chirurgico e che avrebbero eseguito una procedura endoscopica per valutare le mie condizioni. Mi hanno fatto la procedura endoscopica, o almeno così la chiamavano. Non lo so nemmeno per certo perché persino il medico mi picchiava e mi umiliava. Quando ho fatto delle domande al medico, lui non ha risposto.

Ho lasciato il reparto due giorni dopo e sono stato portato dentro per l’interrogatorio. Mi chiedevo: “Cosa ho fatto? Sono un civile, un barbiere. Qual è la mia colpa? Per favore, spiegatemelo così posso capire. Perché tutte queste torture, umiliazioni e percosse? Perché sono stato imprigionato per così tanto tempo? Qual è la mia accusa?” Alla fine, il giudice non è riuscito a trovare alcuna accusa contro di me. Tutti gli altri con me sono stati accusati di essere “combattenti illegali”, ma non mi è mai stato detto quale fosse la mia accusa.

Ibrahim Salem ora vive in una tenda a Khan Younis. Soffre di un grave disturbo post-traumatico da stress (PTSD) ed evita di stare vicino alle recinzioni. Il suo corpo è smagrito. Ha vissuto un incubo che è stato fotografato e fatto trapelare, lasciando i suoi familiari sopravvissuti a svegliarsi un giorno con una foto di lui che veniva torturato a Sde Teiman. Ibrahim vuole saperne di più sulle sue condizioni di salute e sapere quale intervento gli hanno eseguito i dottori israeliani. Il sogno di Ibrahim è di potersi riunire ai suoi figli nel nord di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)