Il funzionario britannico EyeMark Smith, che si è dimesso, afferma che Israele sta perpetrando crimini di guerra alla luce del sole

Redazione

19 agosto 2024-Middle East Eye

Ex diplomatico afferma di aver sollevato preoccupazioni, anche con David Lammy, sulla complicità del Regno Unito ma di aver ricevuto una risposta “insoddisfacente”.

Il funzionario britannico che si è dimesso perché preoccupato del fatto che il governo sia complice di crimini di guerra a causa delle continue vendite di armi a Israele ha affermato lunedì che l’esercito israeliano sta commettendo atrocità “in modo flagrante, palese e sistematico”.

“Ciò a cui assistiamo sono spaventosi atti di violenza perpetrati contro i civili e contro le loro proprietà”, ha affermato Mark Smith, già autore principale della valutazione più importante che regola la legalità delle vendite di armi nel Regno Unito presso la direzione Medio Oriente e Nord Africa del Foreign Office [il ministero degli Esteri britannico, ndt.], in un’intervista a BBC Radio 4.

Smith afferma che questo disinteresse “è profondamente preoccupante. È mio dovere, in quanto dipendente pubblico, sollevare la questione”, e ha invitato altri funzionari “ad unirsi ai numerosi colleghi che hanno sollevato preoccupazioni su questo problema”.

Smith è il primo funzionario britannico di cui si è venuti a conoscenza a essersi dimesso a causa della guerra di Israele a Gaza. Ma dal 7 ottobre tra i dipendenti pubblici è cresciuta l’inquietudine per le continue vendite di armi del Regno Unito a Israele.

A maggio un ex funzionario pubblico che lavorava sulla politica degli aiuti internazionali ha riferito su Declassified UK [principale sito di analisi della politica estera e militare britannica, ndt.] che circa 300 dipendenti del Foreign Office avevano formalmente sollevato preoccupazioni sulla complicità della Gran Bretagna nei crimini di guerra israeliani a Gaza.

A luglio, il sindacato dei servizi pubblici e commerciali (PCS), che rappresenta i dipendenti pubblici britannici, ha richiesto un incontro con l’Ufficio di Gabinetto [dipartimento esecutivo del governo britannico, ndt.] in merito alla guerra a Gaza e alle sue implicazioni per i dipendenti pubblici.

Nel suo primo giorno in carica il ministro degli Esteri David Lammy ha dichiarato di aver richiesto una revisione completa del rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele.

A luglio alcune fonti hanno riferito a MEE che il Regno Unito avrebbe probabilmente introdotto restrizioni sulle vendite di armi a Israele, ma successivi resoconti del Times e del Guardian hanno suggerito che la decisione è stata ritardata a causa di difficoltà legali nel definire le armi di fabbricazione britannica utilizzate da Israele nella sua guerra a Gaza e quelle utilizzate per la difesa.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La battaglia quotidiana per sopravvivere al genocidio di Gaza

Yousef Aljamal

14 Agosto 2024 – +972magazine

Ricavare tende dai paracadute degli aiuti umanitari, aspettare per giorni una lattina di fagioli, riaprire tombe per seppellire altri martiri: ecco cosa devono affrontare i palestinesi.

Dal 7 Ottobre la mia vita è divisa tra due universi paralleli. Nel primo porto avanti come al solito la mia vita di tutti i giorni qui in Turchia, dove lavoro, vado a trovare i miei amici, faccio le commissioni, mi prendo cura dei miei parenti più stretti. Nel secondo sono invece immerso nel flusso quotidiano di notizie sulla morte, la distruzione, lo sfollamento e la paura che la mia famiglia, i miei amici e i miei vicini a Gaza stanno subendo, e provo ad aiutarli per quanto mi è possibile.

La mia famiglia a Gaza si considera tra le più fortunate: hanno un tetto sopra la testa. Al momento trentacinque dei miei parenti condividono la casa sovraffollata dei miei genitori nel campo profughi di Nuseirat, al centro della Striscia di Gaza. A gennaio sono stati provvisoriamente sfollati quando Israele ha emanato ordini di evacuazione e mandato i carri armati nel campo, ma in seguito sono riusciti a tornare.

Considerato che circa il 90 % dei 2,3 milioni di residenti sono sfollati e vivono in tende di fortuna, rifugi male equipaggiati, o per strada, la mia famiglia se la cava meglio di molti altri. Anche loro devono però affrontare quotidianamente gravi difficoltà e umiliazioni, forzati come sono a bere acqua contaminata e vagare alla ricerca di cibo e del necessario per cucinare.

Giorni di coda per due lattine di fagioli

L’“assedio totale” di Gaza attuato da Israele a partire da ottobre ha portato a una vera e propria carestia nell’intera Striscia. Gli aiuti umanitari sono stati trattenuti ai punti d’accesso e il poco che è entrato è risultato del tutto inadeguato, mentre a maggio la distruzione e l’occupazione del valico di Rafah – attraverso il quale era passata fino a quel momento la maggior parte degli aiuti – ha reso la situazione ancora più catastrofica.

Anche il molo costruito dagli Stati Uniti al largo della costa di Gaza si è rivelato inefficace, poiché consentiva la consegna di una quantità modica in rapporto al trasporto via terra, ed è stato smantellato dopo 25 giorni. Gli aiuti paracadutati hanno arrecato più danni che altro, essendo spesso caduti su case e tende palestinesi e avendo addirittura ucciso diverse persone.

Per ricevere quel poco di aiuto che è disponibile i residenti [di Gaza ndt.] devono fare code molto lunghe; in certi casi, alcuni amici sono stati in coda per giorni per avere due lattine di fagioli e qualche biscotto. Quel che è peggio, avendo Israele regolarmente ostacolato l’ingresso degli aiuti, i residenti sono stati male dopo aver mangiato carni in scatola che erano scadute mentre venivano trattenute per settimane sul lato egiziano del valico di Rafah. “Nemmeno i gatti volevano mangiare quella carne”, mi ha riferito Abdullah Eid, mio vicino ventisettenne di Nuseirat.

Quando gli aiuti vengono distribuiti a Gaza, i residenti ricevono piccole quantità di farina – anch’essa in parte scaduta. Ma poiché la maggior parte delle panetterie non sono più in grado di lavorare, Eid ha raccontato, “dobbiamo comprare grano [che arriva nei pacchetti di aiuti], macinarlo a mano e cucinarlo a casa. Il gas da cucina è estremamente raro e costoso, quindi dobbiamo usare il legno recuperato dalle case bombardate e dagli alberi sradicati dagli attacchi aerei”. Alcune persone hanno anche costruito forni da pane realizzati con argilla, sterco di animali e paglia.

Poco dopo l’inizio della guerra Israele ha chiuso le condutture che rifornivano Gaza di acqua, e l’interruzione degli aiuti che passavano dal valico di Rafah da maggio ha reso l’acqua in bottiglia sempre più difficile da trovare. Le cisterne di acqua collegate alle abitazioni delle persone sono state in larga parte distrutte dagli attacchi aerei israeliani. L’acqua del rubinetto, proveniente dalla falda acquifera di Gaza, è contaminata da acque provenienti dalle fognature e dal mare, eppure le persone non hanno altra scelta se non quella di avvalersene per bere, lavarsi e cucinare, cosa che ha provocato molti casi di gastroenterite ed epatite. Le malattie della pelle sono in aumento ed è stata trovata la poliomelite nelle acque reflue.

Alcuni impianti di desalinizzazione di modeste dimensioni sono in funzione, mentre alcune moschee e altre istituzioni hanno i propri impianti di purificazione, quindi i residenti si mettono in coda anche per l’acqua. “Portiamo secchi d’acqua per lunghe distanze per poter andare in bagno, lavarci e fare il bucato”, ha detto Eid. “Ti assicuro, anche se sono uomo e giovane, la mia schiena è stremata”.

Nel caldo torrido dell’estate, amici e famiglia riescono a fare una doccia soltanto ogni 7-10 giorni, non c’è shampoo, e alcuni prodotti per l’igiene personale avariati hanno favorito il diffondersi di infezioni della pelle.

Affittare ciabatte per un’ora

Mentre la qualità della vita a Gaza si deteriorava, il costo della vita aumentava esponenzialmente. Al mercato il prezzo di beni di prima necessità come carne, farina, acqua e ortaggi è aumentato tra le 25 e le 50 volte rispetto a prima della guerra.

“Stiamo tutti morendo lentamente”, mi ha detto Eid. “Non siamo più in grado di procurarci il cibo [per le nostre famiglie]. Un sacco di farina che solitamente costava 30 NIS [8 dollari] adesso ne costa 500 [137 dollari], ed è molto difficile da ottenere. In una casa servono quattro sacchi di farina al mese a causa del gran numero di persone che vi si sono concentrate. Vediamo le conseguenze nei corpi dei nostri bambini”.

La maggior parte delle persone è rimasta senza lavoro per 10 mesi e stenta a permettersi questi prezzi. Mio fratello Ismail, di 32 anni, fumatore, lamenta “la vertiginosa crescita del prezzo delle sigarette”, e aggiunge: “Cose che prima avresti comprato senza esitare sono diventate troppo care o troppo rare”.

Persino trovare dei contanti è sempre più difficile. Quasi tutte le banche e gli sportelli bancomat di Gaza hanno smesso di funzionare. Nella regione centrale di Gaza la maggior parte delle persone paga generose commissioni per ottenere contanti sia presso le agenzie di cambio sia presso le filiali della Banca di Palestina – l’unica banca che rimane aperta nella città di Deir Al-Balah – dove si affrontano code di ore, se non giorni, per avere piccole somme. L’11 di agosto la filiale è stata presa d’assalto da uomini armati le cui identità e intenzioni sono ignote.

Israele ha bloccato l’importazione di contante nella Striscia ed effettuare un bonifico a favore di un conto di Gaza dall’estero è costoso, poiché le agenzie di cambio trattengono fino al 25% della somma trasferita come commissione. Le banconote sono talmente usate da perdere di valore – anche se si creano così nuovi posti di lavoro per le persone che tentano di guadagnare qualche soldo riparandole – e le bande criminali sfruttano la mancanza di contanti gestendo il mercato nero.

La maggior parte dei gazawi è stata inizialmente sfollata durante l’inverno, ma poiché l’ingresso di vestiti è stato proibito da Israele, scarpe e abbigliamento estivi sono scarsi e le persone fanno quello che possono per riutilizzare o convertire le poche cose che rimangono. Ismail, mio fratello, rideva mentre mi diceva che i palestinesi a Gaza “sono arrivati a prendere in affitto le ciabatte per un’ora o due per meno di un dollaro”. Per quanto comiche possano sembrare, queste storie la dicono lunga sulle condizioni in cui la gente di Gaza sta vivendo, privati delle più basilari necessità – e facendo qualunque cosa in loro potere per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie.

Ricavare tende dai paracadute

Anche prima del 7 ottobre, sotto il blocco militare imposto da Israele, i palestinesi di Gaza non avevano più di qualche ora di elettricità al giorno e facevano affidamento su metodi alternativi di produzione dell’energia elettrica come generatori e pannelli solari.

Dopo che Israele ha imposto l’“assedio totale” il carburante necessario ad alimentare i generatori è presto diventato di difficile reperimento. Mentre le batterie delle automobili e altre batterie più piccole potevano essere fonti di energia all’inizio della guerra, ora sono ormai per la maggior parte esaurite. Di conseguenza la maggior parte dei gazawi, inclusa la mia famiglia, usa i pannelli solari per ricaricare i propri telefoni in modo da poter comunicare con i propri cari e leggere le notizie – per la maggior parte replay degli stessi orrori che stanno vivendo.

Molti residenti già possedevano pannelli solari, altri li hanno acquistati da coloro le cui case sono state bombardate o pagano i vicini per usare i loro. Attualmente però i pannelli solari scarseggiano e sono estremamente costosi – e sono stati presi di mira dagli attacchi aerei israeliani.

Con la penuria di carburante, la maggior parte delle persone non possono più permettersi il lusso di spostarsi in automobile. Alcuni usano carretti trainati da asini, mentre la maggior parte è costretta a camminare. Gli asini, scherzano i gazawi, si sono dimostrati più utili di molti governi e attori internazionali.

La mia famiglia si considera fortunata perché la loro casa è ancora in piedi, anche se sovraffollata di parenti. La maggior parte dei gazawi è stata sfollata più volte, e adesso centinaia di migliaia vivono in campi di tende, dove sono costretti a usare bagni e docce in comune e a costruirsi il proprio rifugio – una capacità che molti sviluppano per necessità.

Le tende sono fatte di qualunque materiale sia disponibile: legno, nylon, tessuti o anche i resti dei paracadute usati per i lanci di aiuti umanitari. Durante l’inverno le tende offrivano scarsa protezione dagli elementi; ora, nel pieno della calura estiva, sembrano dei forni.

Seppellire nuovi martiri in vecchie tombe

Uno dei momenti più difficili durante gli ultimi dieci mesi è stato a maggio, quando mio padre è mancato. Aveva problemi cronici relativi ai livelli di zucchero nel sangue e alla pressione, aveva avuto diversi ictus – cosa che più recentemente aveva portato a diagnosticargli la sindrome di Dejerine Roussy. Sono riuscito a fargli avere i farmaci necessari soltanto attraverso una delegazione internazionale che era entrata a Gaza.

Mio padre sentiva che il suo tempo stava per finire e non voleva lasciare Gaza, finché un ictus cerebrale gli ha tolto la vita. Ho passato lunghe ore al telefono cercando di aiutare a salvarlo, ma alla fine, con la mancanza di medicine nella Striscia, ne siamo usciti sconfitti.

Purtroppo il caso di mio padre è tutt’altro che unico tra le migliaia di palestinesi malati cronici o terminali a Gaza, i quali da tempo sotto il blocco israeliano stentano ad avere cure adeguate. In particolare molti pazienti oncologici negli anni hanno perso la vita nell’attesa che Israele permettesse loro di lasciare la Striscia. Alcuni pazienti ricevono il permesso per una seduta di chemioterapia, cui però non fanno seguito ulteriori permessi. L’esercito ha anche ricattato alcuni pazienti oncologici, offrendo permessi medici solo se in cambio avessero accettato di collaborare con i servizi israeliani.

L’Ospedale dell’Amicizia Turco-Palestinese nella città di Gaza, che era stato il principale centro per il trattamento del cancro nella Striscia da quando aveva aperto nel 2017, a novembre ha esaurito le scorte di carburante e ha smesso di funzionare. L’esercito israeliano ha in seguito occupato la struttura per utilizzarla come base.

“La guerra e l’assedio sono particolarmente difficili per pazienti come noi che non possono ricevere i trattamenti o la necessaria diagnostica per immagini, e non c’è nessuno che segua l’evolversi della nostra condizione” mi ha detto Najwa Abu Yousef, il mio vicino cinquattottenne, paziente oncologico. “Sopravviviamo mangiando il cibo in scatola inviato con gli aiuti, ma non è sano e le persone malate come me non dovrebbero mangiarlo. La mia salute si è gravemente deteriorata, e da ottobre ho perso conoscenza due volte – entrambe per circa 10, 15 minuti – a causa della malattia e del mio debole sistema immunitario”.

A Gaza non sono risparmiati neanche i morti, cui sono negati il rispetto e la dignità di un funerale adeguato. Gli attacchi israeliani hanno ucciso così tanti palestinesi – per il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime ammonta attualmente a circa 40.000, più altri 10.000 che si stimano sepolti sotto le macerie delle proprie case – che le loro famiglie hanno dovuto seppellirli in fosse comuni, o aprire di nuovo le tombe di membri della famiglia precedentemente deceduti per seppellirvi i nuovi martiri.

Nessuno dovrebbe vivere così. Abbiamo urgentemente bisogno che gli Stati Uniti e l’azione internazionale fermino il genocidio. Ogni giorno i palestinesi si svegliano e vanno a dormire tra notizie di morte. Il suono delle bombe e dei droni è diventato la colonna sonora delle loro vite. I gazawi passano ogni momento chiedendosi: quando finirà questo incubo?

Yousef Aljamal è originario del campo profughi di Al-Nuseirat a Gaza. È il Coordinatore per Gaza del Programma di Attivismo per la Palestina presso il Comitato di Servizio degli Amici Americani. Aljamal è dottore di ricerca in Studi Mediorientali, ricercatore senior non residente presso il Centro Hashim Sani per gli Studi sulla Palestina, Università della Malesia.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Tamer si è offerto volontario come paramedico a Nablus. È stato ucciso da un missile israeliano mentre era al lavoro

Gideon Levy, Alex Levac

17 Agosto 202-Haaretz

Un paramedico volontario di 21 anni è stato ucciso in un campo profughi palestinese da un missile israeliano, nonostante indossasse il corpetto arancione che lo identificava come membro del personale medico. È morto il giorno previsto per il matrimonio di sua sorella. Da quando è iniziata la guerra a Gaza l’esercito israeliano ha intensificato i suoi attacchi aerei anche in Cisgiordania.

Quel giorno i genitori erano andati in città per consegnare gli inviti al matrimonio della figlia maggiore. Tornati a casa a Balata, hanno scoperto che il figlio era stato convocato d’urgenza in un luogo del campo profughi in seguito all’ennesima incursione delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, n.d.t.]. Paramedico, indossava il suo kit di pronto soccorso a tracolla e il giubbotto arancione fosforescente del personale medico.

Poco tempo dopo le schegge di un missile sparato da un drone nel cuore del campo densamente popolato hanno colpito il cervello di questo paramedico volontario di 21 anni, Tamer Saker. È morto per le ferite sei giorni dopo all’ospedale Rafidia di Nablus ed è stato dichiarato morto in quello che avrebbe dovuto essere il giorno delle nozze di sua sorella. Invece della gioiosa celebrazione per la quale i loro genitori avevano consegnato gli inviti si è tenuto un funerale ed è stato un giorno di lutto e di dolore.

Questa settimana il viaggio da e per Balata [dei due giornalisti, n.d.t.] è stato lungo e arduo. Il checkpoint di Hawara, l’ingresso principale a Nablus, è stato completamente chiuso da quando è scoppiata la guerra nella Striscia di Gaza. A Deir Sharaf, il checkpoint occidentale, due soldati della riserva stavano lentamente controllando i documenti di identità di alcuni degli autisti delle numerose auto. Il traffico era bloccato per chilometri.

Guidare attraverso la città stessa è un’esperienza altrettanto deprimente. Nablus, un tempo il cuore economico della Cisgiordania, ha perso questo status molto tempo fa e si sta gradualmente svuotando. Non c’è lavoro e non c’è denaro: il duro trattamento ai posti di blocco scoraggia le persone delle aree circostanti e i cittadini arabi di Israele dal fare acquisti lì, inoltre alla gente del posto, insieme ad altri palestinesi della Cisgiordania, è stato vietato di lavorare in Israele. Il traffico è scarso e i negozi sono in gran parte deserti; in effetti molti di loro hanno chiuso. A ogni semaforo decine di giovani inattivi cercano di vendere bottiglie d’acqua o una tazza di caffè agli automobilisti per 1 shekel (circa 25 centesimi). Nablus sembra sempre più una città che sta morendo.

Nel campo di Balata, uno dei più grandi e combattivi della Cisgiordania, la situazione è ovviamente molto peggiore. A causa del pericolo che gli israeliani corrono nei territori, peggiorato in questi giorni, questa settimana siamo andati velocemente a casa dei Saker, insieme a due ricercatori sul campo per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, Salma a-Deb’i e Abd al-Karim Sa’adi, senza gironzolare per i vicoli. Ma anche a una rapida occhiata sembravano più vuoti che in passato.

Tamer, il paramedico volontario, viveva al secondo piano di un edificio al centro del campo, con i genitori e quattro fratelli. Una nicchia chiusa da una tenda nel soggiorno era la sua stanza. Dopo la sua morte i genitori non l’hanno più toccata: il letto è sfatto come se il figlio potesse tornare da un momento all’altro e ridistendersi lì. La cassetta rossa del pronto soccorso che aveva portato con sé quel giorno fatale, il 27 luglio, è appoggiata sul letto sotto la sua foto. Era un bel ragazzo.

Il giubbotto arancione brillante che indossava, come quello dei paramedici e delle équipe mediche di tutto il mondo, non c’è. L’indumento macchiato di sangue è stato preso dai suoi compagni volontari come ricordo. I suoi genitori ce ne mostrano una foto su un telefono. Da una borsa gialla Mohammed, il fratello minore di Tamer, di 12 anni, estrae i vestiti che Tamer indossava, anche loro macchiati di sangue: jeans blu, una maglietta, scarpe da ginnastica nere. Sua madre, Sawad, ci mostra due buchi nei jeans che, secondo la famiglia, sono la prova che è stato colpito dai soldati dopo che la scheggia lo ha colpito alla testa.

Jalal, il padre, ha 51 anni, è un autista che si guadagna da vivere facendo consegne occasionali; sua moglie ne ha 42. La coppia ha avuto tre figli, tra cui Tamer, e due figlie. La loro casa a Balata è modesta e affollata. Tamer ha studiato per diventare elettricista e ha trovato lavoro come tale. Inoltre negli ultimi 13 mesi aveva trovato il tempo di fare il paramedico volontario nell’ambito di Karama (“Dignità”), un’organizzazione di giovani del campo che seguono un corso da paramedici sotto gli auspici dell’organizzazione della Mezzaluna Rossa e vengono chiamati durante i raid dell’esercito israeliano o altri incidenti. Una delle condizioni per ricevere il permesso da paramedico è l’impegno a non intervenire direttamente negli scontri con l’esercito.

I giovani paramedici hanno un gruppo WhatsApp usato per comunicare tra loro 24 ore su 24, 7 giorni su 7, raccontano i genitori di Tamer. I volontari rispondono alle emergenze a piedi o tramite un’ambulanza anche in situazioni incredibilmente pericolose. Il sabato in questione Tamer non era uscito di casa per tutto il giorno, il che era molto insolito per lui, dicono ora. Ha chiamato la madre un paio di volte e quando i genitori sono tornati a casa, verso le 15:00, lo hanno trovato addormentato nel letto della sorella, anche questo molto insolito per lui. Jalal e Sawad sono poi andati a distribuire gli inviti per il matrimonio della figlia Raniya, di 23 anni. Il matrimonio si sarebbe dovuto svolgere in una sala per banchetti a Nablus il 2 agosto.

Poco dopo le 15,30 Tamer ha ricevuto un messaggio dal gruppo Karama che diceva che l’esercito stava facendo irruzione nel campo. Pochi minuti dopo è arrivato un secondo messaggio: “Numerose forze dell’esercito hanno fatto irruzione, abbiamo bisogno di te”.

Tamer ha indossato il giubbotto, ha preso il kit di pronto soccorso e si è precipitato verso il centro del campo dove si era radunata la maggior parte delle truppe. Testimoni oculari hanno raccontato che i soldati sparavano indiscriminatamente a quasi tutto ciò che si muoveva. Secondo alcune fonti le truppe erano arrivate a bordo di decine di veicoli. Per quanto ne sappiamo, i soldati erano all’inseguimento di un giovane ricercato di circa 17 anni, Luay Misheh. Un drone israeliano volteggiava in cielo.

All’improvviso si è udita una forte esplosione. Il drone aveva sparato un missile nel cuore del campo nel punto in cui si trovava Misheh. È stato ucciso sul colpo. Tamer, in piedi a pochi metri di distanza, è stato colpito alla testa da schegge. Altri due giovani sono rimasti feriti nell’attacco: Mohammed Abu Masalem, 12 anni, e Ahmed al-Masari, 20 anni, che ha riportato ferite molto gravi. Un altro volontario di Karama, Tamer Abu Rawais, 25 anni, si è rotto una gamba mentre cercava di fuggire.

I Saker affermano che testimoni oculari hanno riferito loro che dopo che Tamer è crollato a terra ferito sono arrivati ​​dei soldati che apparentemente pensavano fosse la persona ricercata e gli hanno sparato alle gambe. Non c’è alcuna conferma di quelle ferite nel referto medico dell’ospedale Rafidia, che menziona solo la ferita alla testa. La polizia palestinese sta indagando. In ogni caso ci sono voluti circa 45 minuti perché il giovane privo di sensi raggiungesse l’ospedale vicino dopo essere stato ferito, perché i soldati ne hanno ostacolato l’evacuazione.

Questa settimana il portavoce del reparto dell’IDF ha rilasciato la seguente risposta ad Haaretz: “Il 27 luglio è avvenuta un’operazione di brigata con l’obiettivo di sventare atti di terrorismo nel campo di Balata. Durante l’operazione i soldati dell’IDF sono stati fatti segno di colpi di armi da fuoco e sono stati lanciati contro di loro ordigni esplosivi e hanno risposto sparando ai terroristi. Le circostanze dell’evento devono ancora essere chiarite.

Sottolineiamo che i soldati dell’IDF non hanno impedito l’evacuazione dei feriti dal sito. Il livello di rischio sul campo era elevato e pertanto l’arrivo dell’ambulanza sul posto è stato ritardato.”

Nel frattempo i genitori di Tamer erano tornati a casa da Nablus e suo padre era uscito di nuovo. Nel pomeriggio un parente ha chiamato Sawad e ha chiesto di suo figlio: voleva scoprire se sapeva cosa era successo. Nel frattempo il fratello minore di Tamer, Mohammed, il cui soprannome è Hamudi, ha detto a Sawad che Tamer era stato gravemente ferito. Lei ha chiamato suo marito e i due si sono precipitati al Rafidia, dove hanno visto il figlio con la testa fasciata e diversi tubi attaccati al corpo. I medici hanno detto loro che tutto ciò che potevano fare era pregare. Nei giorni successivi [i genitori, n.d.t.] non si sono quasi mai mossi dal suo letto.

Tamer è morto alle 22 di venerdì 2 agosto, il giorno previsto per il matrimonio di Raniya, che ovviamente era stato provvisoriamente annullato. A quel punto della sera Sawad aveva appena lasciato l’ospedale ed era tornata a casa per riposare; suo padre, suo fratello e le sue sorelle erano con Tamer.

Ora nel loro soggiorno c’è una foto del giovane ucciso, membro di un circolo ippico, a cavallo, che li guarda dall’alto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Con una storica inversione di tendenza la principale associazione di accademici statunitensi approva il boicottaggio di Israele

Redazione di MEMO

13 agosto 2024 – Middle East Monitor

Sull’onda della sentenza dello scorso mese della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che ha accusato Israele di praticare l’apartheid, con una radicale inversione di tendenza l’associazione americana dei professori universitari (AAUP) ha ribaltato la sua tradizionale opposizione ai boicottaggi academici. La decisione della CIG, insieme alla sua indagine in corso sulle accuse di genocidio da parte di Israele a Gaza e la possibilità per i leader israeliani di dover fronteggiare mandati d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), sembra aver sollecitato l’AAUP a rivedere la sua posizione di lungo corso sui boicottaggi academici.

L’AAUP, un sindacato impegnato a salvaguardare la libertà accademica con 500 sedi in campus sparsi in tutti gli Stati Uniti, ha approvato una nuova dichiarazione che segna un allontanamento dalla precedente posizione articolata nel suo rapporto del 2006 “Sui boicottaggi accademici”. Dalla sua fondazione nel 1915, l’AAUP ha aiutato a modellare la formazione superiore americana sviluppando standard e procedure per mantenere la qualità della formazione e della libertà accademica nelle scuole superiori e nelle università americane. La nuova politica dell’AAUP riconosce che in determinate circostanze i boicottaggi accademici possano essere legittime risposte. Nella dichiarazione si afferma che “i boicottaggi accademici non sono di per sé violazioni della libertà accademica; piuttosto possono essere considerati legittime risposte tattiche a condizioni che sono fondamentalmente incompatibili con la missione dell’istruzione superiore.”

Fondamentalmente l’AAUP ora ritiene che “singoli membri delle facoltà e studenti dovrebbero essere liberi di soppesare, valutare e dibattere sulle specifiche circostanze che diano luogo a richieste di boicottaggi accademici sistematici e di fare le proprie scelte relative alla partecipazione ad essi.” L’organizzazione ritiene che agire diversamente contravverrebbe alla libertà accademica.

La dichiarazione è attenta a delineare i confini delle pratiche accettabili di boicottaggio. Afferma esplicitamente che i boicottaggi academici non dovrebbero includere delle verifiche di carattere politico o religioso né dovrebbero prendere di mira singoli accademici impegnati in pratiche universitarie ordinarie. Invece i boicottaggi dovrebbero “indirizzarsi solo contro istituzioni di istruzione superiore che violano la libertà accademica e i diritti fondamentali su cui tale libertà si fonda.

Mentre la dichiarazione dell’AAUP non cita specificatamente Israele, la tempistica di questo cambiamento di politica, che avviene dopo la sentenza della CIG e in mezzo a molteplici indagini sulla campagna militare israeliana a Gaza che ha ucciso circa 40.000 palestinesi, principalmente donne e minori, suggerisce fortemente che la situazione nell’enclave assediata abbia giocato un ruolo fondamentale nel provocare questa revisione. Questo cambiamento di politica da parte dell’AAUP si avvicina maggiormente alle azioni effettuate da altre associazioni accademiche negli ultimi anni. Per esempio una decina di anni fa l’American Studies Association [Associazione per gli Studi Americani] ha approvato misure per boicottare le università israeliane e l’American Anthropological Association [Associazione Antropologica Americana] lo scorso anno ha fatto altrettanto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Come la crescita della violenza israeliana in Cisgiordania sta alimentando la resistenza palestinese

Miriam Barghouti

12 agosto 2024 – The New Arab

Approfondimento: dall’inizio della guerra a Gaza Israele ha ucciso in Cisgiordania oltre 600 palestinesi, con violenti raid, migliaia di arresti e attacchi sempre più frequenti da parte dei coloni.

Secondo il Ministero della Salute palestinese nel corso dell’attacco sono stati uccisi almeno dieci palestinesi. Oltre che a Jenin, è stata lanciata un’altra operazione militare contro Tubas, 22 km a sud-est della città, durante la quale le forze militari israeliane hanno ucciso altri quattro palestinesi, tra cui un minore.

Solo tre giorni prima, il 3 agosto, l’esercito israeliano ha effettuato un attacco su larga scala contro il campo profughi di Tulkarem, 50 km a sud-est di Jenin, in cui sono stati uccisi almeno nove palestinesi. Con l’attacco a Jenin, il numero di palestinesi uccisi in Cisgiordania nella sola prima settimana di agosto è salito a 26.

Tra le preoccupazioni per un’imminente guerra regionale, i palestinesi stanno già affrontando un ampliamento e un’intensificazione delle operazioni militari israeliane in Cisgiordania. Secondo l’UNRWA la situazione in Cisgiordania si sta deteriorando giorno per giorno a causa di quella che l’organizzazione ha definito la “guerra silenziosa” di Israele contro i palestinesi.

Dall’ottobre 2023, e nell’arco di 10 mesi, l’esercito israeliano ha ucciso in Cisgiordania più di 634 palestinesi, di cui almeno un quinto bambini e minorenni. Questo è il tasso più alto di palestinesi uccisi a seguito dell’occupazione militare israeliana in Cisgiordania da quando, nel 2005, l’ONU ha iniziato a documentare le vittime.

Operazioni militari israeliane e resistenza in Cisgiordania

“Quando Israele avrà finito con Gaza verrà in Cisgiordania per fare esattamente la stessa cosa”, ha detto Abu Al-Awda, un disertore delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e combattente delle Brigate Jenin, a The New Arab nell’ottobre 2023, appena due settimane dopo l’aggressione militare israeliana a Gaza.

Come previsto da Abu Al-Awda, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, da novembre dell’anno scorso le operazioni militari israeliane in Cisgiordania sono aumentate a un ritmo “allarmante”.

Tuttavia questa intensificazione della violenza in Cisgiordania non è né nuova né improvvisa. Negli ultimi tre anni le città e i villaggi palestinesi in Cisgiordania hanno dovuto affrontare un volume senza precedenti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato, aggressioni guidate dai militari durante le quali sono stati commessi omicidi extragiudiziali e un’allarmante escalation della pratica israeliana di detenere palestinesi senza processo o accusa, compresi bambini e minorenni.

Negli ultimi tre anni l’esercito israeliano ha battuto ripetutamente il record di uccisioni di palestinesi in Cisgiordania, con una quasi totale assenza a livello internazionale di accertamento delle responsabilità. Oltre agli attacchi dei coloni, che includono linciaggi e incendi dolosi con famiglie bruciate all’interno delle loro case, l’esercito e la polizia israeliani hanno intensificato le esecuzioni sommarie a distanza ravvicinata di civili palestinesi.

In tale contesto ha continuato a crescere lo scontro armato contro l’esercito israeliano, in particolare nelle aree a nord della Cisgiordania, vale a dire Nablus, Jenin e in seguito Tulkarem e Tubas.

Come a Gaza, l’esercito israeliano sta ora intensificando in Cisgiordania l’uso bellico dei droni, incluso l’Hermes 450. Mentre l’esercito israeliano afferma di aver preso di mira i gruppi di resistenza palestinese, che l’esercito definisce “cellule terroristiche”, la stragrande maggioranza di persone uccise non sono combattenti, con le violente distruzioni compiute dall’esercito dirette prevalentemente a infrastrutture civili.

“Questo fa parte della politica israeliana”, ha detto Abu Jury, un combattente della Brigata Tulkarem, al The New Arab appena un giorno dopo l’assalto su larga scala in cui nove persone sono state uccise e parti del campo ridotte in macerie. “Prendono di mira i civili per fare pressione sui combattenti. Noi della brigata Tulkarem, prima delle bombe siamo rimasti quasi due settimane senza acqua”, spiega.

Da Gaza alla Cisgiordania: diversa intensità, stessa strategia

Nel corso degli anni i palestinesi della Cisgiordania sono stati gradualmente ridotti ad uno stato di deprivazione simile a quello di Gaza.

Oltre all’evidente aumento della violenza da parte dei coloni e dell’esercito israeliani, i politici di Israele hanno favorito la deprivazione dei palestinesi di risorse essenziali per la sopravvivenza come l’acqua, in particolare acqua potabile, elettricità e libertà di movimento.

Con i jet da guerra che volteggiavano sopra le loro teste e il rischio di un assassinio mirato in qualsiasi momento, Abu El-Izz, un combattente veterano della PIJ [la Jihad Islamica in Palestina, ndt.] con le Brigate Jenin, ha spiegato a The New Arab perché si è unito alla resistenza armata, prima in segreto e poi come membro effettivo della brigata.

“Quando sono stato arrestato dall’esercito israeliano [nel 2002], chi mi interrogava ha detto ‘sei [appena] venuto fuori dal ventre di tua madre e sei [già] un vandalo'”, racconta. Rievocando la sua prigionia a soli 15 anni, ora ne ha 37, Abu El-Izz ricorda la sua risposta al suo interrogatore. “Gli ho detto: non capisci che sono le tue azioni a legittimare lo scontro?”.

“Guarda, in fondo siamo studenti della libertà“, dice Abu El-Izz. “Chiunque si unisce a noi da tutto il mondo, non importa quale sia il suo background, lo accogliamo. La resistenza, armata o disarmata, è benvenuta, finché l’obiettivo è perseguire la libertà“, sottolinea.

Secondo Abu El-Izz, “è pericoloso ridurre ciò che sta accadendo ai palestinesi alla cronologia del 7 ottobre”. L’anziano combattente scoraggia qualsiasi domanda su possibili timori che ciò che sta accadendo a Gaza possa arrivare in Cisgiordania.

È riduttivo e ingenuo suggerire che la guerra di Israele contro di noi sia iniziata lo scorso autunno. Hanno intrapreso una guerra contro di noi e hanno intensificato ogni anno i loro attacchi.

Isolare e istillare la paura: Al di là dei bombardamenti a tappeto

Come Abu El-Izz, il 51enne Abu El-Azmi sottolinea che la “guerra silenziosa” di Israele contro i palestinesi, in particolare in Cisgiordania, è stata condotta in modi e forme diversi.

Di sinistra, Abu El-Azmi si considera un alleato delle Brigate Jenin nonostante non sia un combattente. “Non sono solo le bombe”, dice Abu El-Azmi a The New Arab. “Siamo incatenati da un milione di catene, e sono tutte illusioni”, ha spiegato Abu Al-Azmi. “Dobbiamo spezzare queste catene”.

Lo squilibrio di potere tra l’esercito israeliano e i gruppi armati palestinesi è così netto che è quasi incomprensibile come i palestinesi possano continuare a resistere con fucili M16 obsoleti, molotov, pietre e IED [Improvised Explosive Device: ordigni esplosivi improvvisati, ndt.] artigianali contro alcune delle tecnologie belliche più avanzate e gli aiuti militari internazionali a disposizione di Israele.

A Gaza c’è una modalità più strutturata e organizzata per le operazioni di resistenza armata condotte dall’ala militare di Hamas, le Brigate Qassam, e l’ala armata della Jihad islamica palestinese (PIJ), le Brigate Al-Quds. A differenza di Gaza in Cisgiordania la resistenza assume una forma meno strutturata, che si esprime principalmente attraverso interventi individuali che operano da aree specifiche come il campo profughi di Jenin, il campo profughi di Tulkarem, Nablus e Tubas.

Invece di operare attraverso una specifica affiliazione politica le brigate palestinesi in Cisgiordania sono motivate da un impulso individuale. “Devi acquistare la tua pistola, imparare a usarla e poi impegnarti nella resistenza”, spiega Abu El-Izz.

Questa differenza nella struttura è dovuta in gran parte alla sorveglianza israeliana e al contatto con i palestinesi in Cisgiordania in un modo diverso da Gaza. Mentre Gaza è stata posta sotto un assedio militare per quasi due decenni, per cui i palestinesi avevano una conoscenza di Israele mediata solo dal suono dei droni e delle bombe che cadevano dal cielo, i palestinesi in Cisgiordania affrontano un contatto diretto con l’esercito israeliano a causa della presenza di colonie illegali. La presenza di colonie è anche ciò che ostacola la capacità di Israele di bombardare a tappeto la Cisgiordania fino ad annientarla.

Con ciò, l’asfissiante sorveglianza e la detenzione di massa dei palestinesi sono diventate una pratica comune israeliana in Cisgiordania. “Prima che con le bombe la guerra contro di noi è psicologica”, sottolinea Abu El-Azmi. “Anzitutto instillano la paura nella comunità in modo che si abbia paura l’uno dell’altro prima di avere paura dell’esercito israeliano”, dice.

Abu El-Azmi è molto amato dalla sua comunità ed è conosciuto nelle Brigate Jenin come un uomo che non esita a dare rifugio e a offrire supporto ai combattenti ricercati da Israele, rendendolo un bersaglio da assassinare.

“Ricordi circa qualche settimana fa quando l’esercito israeliano ha legato un uomo ferito alla jeep militare come scudo umano?”, dice uno dei combattenti della brigata, indicando Abu Azmi. “L’obiettivo di quell’incursione era Abu Azmi”.

Questa pratica di non prendere di mira solo i palestinesi e i combattenti politicamente attivi, ma chiunque mostri simpatia e relazioni con loro è stata un protocollo comune di “deterrenza” da parte di Israele.

La stessa strategia viene usata contro gli attori regionali che intervengono o mostrano sostegno alla causa della liberazione palestinese. La dottrina Dahiya usata in Libano nel 2006, che ha comportato l’uso di una forza sproporzionata contro le infrastrutture civili, è emblematica.

Il tentativo di Israele di riformulare il contesto

Per decenni i palestinesi hanno dovuto affrontare una rigida politica di isolamento e separazione progettata dall’apparato di sicurezza israeliano.

Secondo Abu El-Izz, mentre la resistenza armata palestinese è cresciuta in Cisgiordania negli ultimi tre anni, “ciò che ha fatto il 7 ottobre è stato costringere tutti a guardare in questa direzione”.

“Tutto ciò che sta accadendo oggi è solo una parte di ciò che è accaduto in Palestina dal 1948, non si può separare”, afferma.

Secondo il combattente veterano, la provocazione di Israele di una guerra regionale è dovuta proprio a questo cambiamento di percezione. “È indubbio che gli sforzi internazionali, sia a livello regionale che altrove, richiedano di fermare la guerra e di rimettere al centro la Palestina nei termini di una causa di liberazione”, dice Abu El-Izz a The New Arab.

“Non si tratta solo di resistenza locale e regionale”, ha aggiunto. “Bisogna anche guardare agli studenti di tutto il mondo che hanno avuto il coraggio di parlare contro Israele sottolineando il tema della liberazione”.

Forse è per questo che la provocazione intenzionale di Israele nei confronti delle potenze regionali, insieme al contemporaneo rifiuto di mostrare un minimo sforzo di affrontare la questione della liberazione della Palestina, è vista come un tentativo di ostacolare la ricerca della libertà palestinese. “Ovviamente l’occupazione israeliana rifiuta questa idea [di liberazione] e vuole continuare le sue violazioni, la sua occupazione e aggressione in tutte le terre palestinesi”, afferma Abu El-Izz.

Dopo l’assassinio mirato del rappresentante politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran il 31 luglio, avvenuto solo poche ore dopo l’uccisione del comandante di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut il 30 luglio, la maggior parte dei colloqui diplomatici si è spostata sulle preoccupazioni per una guerra regionale.

“La barbarie di Israele sta cercando di espandere la sua guerra a livello regionale per facilitare il nostro continuo massacro”, spiega Abu El-Izz. “Ecco perché non puoi ignorare e non menzionare la liberazione della Palestina nel valutare tutti gli sviluppi in corso”.

Mentre le potenze regionali sono gli unici attori che forniscono una parvenza di supporto, offrendo una pur esile speranza di fermare le pratiche israeliane di pulizia etnica, la scissione del conflitto regionale dalla liberazione palestinese tiene nascosto un punto più fondamentale.

Per i palestinesi l’obiettivo esplicito di Israele di cacciarli dalle loro terre con la morte o la fuga andrà avanti, che ci sia o meno una guerra regionale.

Mariam Barghouti è una scrittrice e giornalista che vive in Cisgiordania. Si occupa della regione da dieci anni nella veste di reporter e analista, è stata principale corrispondente per la Palestina per Mondoweiss ed è membro del Marie Colvin Journalist Network [comunità online di giornaliste arabe, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Coloni israeliani puntano una pistola alla testa di una bambina palestinese di 3 anni in Cisgiordania

Redazione

11 agosto 2024-The New Arab

Quando una famiglia palestinese diretta a Nablus ha sbagliato strada ed è entrata in un insediamento i coloni si sono scatenati e li hanno attaccati bruciando la loro auto e prendendoli a sassate.

Venerdì quando una famiglia palestinese ha sbagliato strada entrando in un insediamento nella Cisgiordania occupata i coloni israeliani scatenati hanno puntato una pistola alla testa della bambina di tre anni, li hanno presi a sassate e hanno bruciato la loro auto.

Secondo i media israeliani, la famiglia Al-Jaar stava viaggiando verso la città di Nablus, nella Cisgiordania occupata, quando ha sbagliato strada entrando nell’insediamento  Giva’at Ronen.

Nofa, la madre, ha detto al sito di notizie israeliano Ynet che il sistema di navigazione che stavano usando in auto li ha tratti in inganno portandoli fuori dalla strada principale in una strada secondaria che conduce all’insediamento israeliano.

Ha raccontato: “Loro [i coloni] hanno iniziato a rincorrerci. Abbiamo girato [l’auto] perché volevamo scappare da, ma non c’era via d’uscita. Non potevamo tornare indietro, non potevamo andare avanti…”.

Ha proseguito: “Molte persone sono corse nella nostra direzione, due avevano le pistole. Dopo aver rotto tutti i finestrini uno ha puntato la pistola e la nostra bambina ha iniziato a urlare. Hanno chiesto, ‘siete dei territori? Venite da Gaza? Avete qualcuno di Gaza? ‘Vogliamo uccidervi’ ci hanno detto”.

Il rapporto afferma che i coloni hanno poi spruzzato la famiglia con gas lacrimogeni, allontanandoli e hanno preso a sassate la loro auto.

“Abbiamo chiamato la polizia, ma non abbiamo riscontrato alcun senso di urgenza”, ha detto la famiglia a Ynet.

Nofa ha aggiunto: “…Cosa abbiamo fatto? Abbiamo visto la morte davanti ai nostri occhi. Volevano ucciderci. Dopo di che hanno bruciato la nostra auto prima che arrivasse la polizia. Hanno puntato una pistola alla testa della mia bambina di tre anni”.

Il sito israeliano N12 News ha riferito che i membri della famiglia hanno riportato ustioni e contusioni dopo essere stati attaccati dai coloni e hanno dovuto essere trasferiti al Rabin Medical Centre-Beilinson Campus per le cure.

Le forze di sicurezza israeliane hanno dichiarato al sito israeliano Maariv News che l’attacco costituisce una “grave escalation nelle azioni degli attivisti di destra” e che è stata avviata un’indagine dall’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet.

I media israeliani hanno anche riferito che la polizia ha aperto un’indagine sull’attacco.

Dall’inizio della guerra di Israele a Gaza il 7 ottobre, c’è stato un aumento della violenza, dei raid e degli arresti contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata. Secondo Amnesty International da ottobre Israele ha compiuto “uccisioni illegali, anche usando la forza letale senza necessità o in modo sproporzionato durante le proteste e i raid per arrestare palestinesi, negando l’assistenza medica ai feriti”.

Gli israeliani hanno ucciso oltre 500 palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 7 ottobre e ne hanno arrestati almeno altri 10.000. Peace Now, un’organizzazione non-profit, ha affermato che Israele ha sequestrato 23,7 kmq di terra palestinese mentre infuria la guerra in corso a Gaza, rendendo quest’anno il più alto per numero di sequestri di terre da parte di Israele negli ultimi tre decenni.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Indagini iniziali di Euro-Med Monitor non scoprono alcuna prova di presenza militare nel luogo del massacro alla Tab’een School di Gaza.

Redazione di Euro-Med Human Rights Monitor

11 agosto 2024 – Euro-Med Human Rights Monitor

Territori palestinesi – Indagini preliminari di Euro-Med Human Rights Monitor non hanno scoperto alcuna prova o indicazione di attività militari o combattenti nella Tab’een School di Gaza City, la cui sala di preghiera è stata presa di mira da Israele provocando un brutale massacro che è costato la vita a oltre 100 palestinesi.

Al contrario, il luogo è risultato essere una serie di stretti edifici con parti aperte tra loro e prive di ogni attrezzatura, dove decine di famiglie palestinesi si erano rifugiate dopo essere state forzatamente sfollate dalle proprie case e alcune delle quali da quel momento sono state completamente cancellate dall’anagrafe.

La squadra sul campo e un team legale di Euro-Med Monitor hanno realizzato un’inchiesta e una ricerca preliminare presso la Tab’een School, che aveva dato rifugio a oltre 2.500 sfollati a Gaza City. La squadra ha raccolto dati, registrato le dichiarazioni di testimoni e sopravvissuti e ispezionato il luogo dopo l’attacco. Secondo ogni informazione e testimonianza disponibile nella scuola non c’erano né assembramenti né centri militari ed essa non era mai stata usata per finalità militari. Alcuni sopravvissuti hanno testimoniato che la scuola forniva un rifugio a centinaia di bambini le cui famiglie vi si sentivano al sicuro.

Oltretutto la struttura ridotta della scuola e la mancanza di rampe di lancio e ripari avrebbero reso impossibile che il luogo venisse utilizzato per operazioni militari. La struttura angusta e gli spazi ristretti dell’edificio lo rendevano inadatto a operazioni militari che richiedessero organizzazione e assistenza logistica. Secondo testimonianze raccolte da civili sfollati lì, la scuola era usata come rifugio d’emergenza per civili che fuggivano da zone demolite, non per attività o infrastrutture militari. Di conseguenza l’attacco contro la scuola è stato ingiustificato ed ha palesemente violato le leggi umanitarie internazionali.

Il bombardamento israeliano ha preso specificamente di mira la sala di preghiera in cui all’alba gli sfollati stavano pregando, così come la sala di preghiera superiore utilizzata per ospitare donne e bambini. Rapporti preliminari indicano che nell’attacco l’esercito israeliano ha fatto esplodere tre bombe fabbricate negli USA che hanno una terribile capacità di bruciare, liquefare e distruggere corpi. In seguito a ciò oltre 100 palestinesi sono stati uccisi, comprese parecchie famiglie e importanti accademici delle università di Gaza, tra cui il professor Youssef Al-Kahlout, docente di lingua araba.

A causa dell’enorme potere distruttivo delle bombe i corpi delle vittime sono stati ridotti a brandelli bruciati, insieme a numerose gravissime ferite. Secondo la Difesa Civile palestinese di Gaza alcune delle bombe usate contro la scuola affollata di profughi pesavano approssimativamente mille chili.

La giustificazione dell’esercito israeliano per il massacro, sulla base del fatto che l’esercito aveva preso di mira un luogo militare, è infondata e in ogni caso non può giustificare l’uccisione di così tanti civili. Israele continua ad uccidere, bruciare e ferire centinaia di civili e poi sostiene che le zone colpite contenevano istallazioni o comandanti militari, senza offrire una prova concreta o permettere a istituzioni internazionali indipendenti di confermare la veridicità di queste affermazioni.

Israele deve essere vincolato dai principi delle leggi umanitarie internazionali, soprattutto quelle relative alla distinzione, proporzionalità, necessità militare, a prendere le precauzioni necessarie e al dovere di proteggere i civili. Ciò richiede decidere sulla miglior linea d’azione delle operazioni militari e il tipo di armamenti da utilizzare con la specifica valutazione della riduzione delle perdite civili.

In base allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale ogni violazione di queste norme delle leggi umanitarie internazionali è vista come un crimine di guerra. L’attacco contro la Tab’een School è una flagrante violazione di queste regole ed è solo uno degli attacchi militari che Israele ha realizzato direttamente e indiscriminatamente contro i civili, che è una componente essenziale del crimine di genocidio che Israele ha commesso nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre.

Mohammed Al-Kahlout, uno sfollato vittima dell’attacco alla scuola, ha affermato alla squadra di Euro-Med Monitor di non aver visto alcun combattente né presenza militare nella scuola mentre vi si trovava: “Ero pronto per andare a pregare e per pochi minuti non sono stato uno di loro,” ha continuato. “Tre missili o grosse bombe sparate da aerei israeliani hanno provocato il massacro. Mi sono sentito terrorizzato. Quando sono arrivato corpi e membra erano mutilati e bruciati; c’erano ammassi di carne bruciata. Dopo parecchie settimane nella scuola non ho visto alcuna presenza di miliziani armati o manifestazioni. Ho sempre pregato nella sala di preghiera e tutti erano civili. Sia il mio parente, il professor Youssef Al-Kahlout, che numerosi civili sono stati uccisi nell’attacco. Sopra la sala di preghiera c’era quella delle donne, che era stata destinata ad accoglierle, e tutte quelle che vi si trovavano sono state uccise.”

Susan Mohammed Al-Barawi, una rifugiata nella Tab’een School, ha rilasciato la seguente testimonianza alla squadra di Euro-Med Monitor: “Stavamo dormendo. Ci siamo svegliati al suono di un’esplosione e un incendio. Abbiamo lasciato la nostra classe e abbiamo trovato un incendio che divampava nella sala di preghiera. La sala di preghiera delle donne nella Tab’een School si trova direttamente sopra quella degli uomini. Dopo che le loro case sono state prese di mira molte famiglie sono state obbligate all’evacuazione. Almeno trenta famiglie con bambini e donne anziane si trovavano nella scuola. I missili sono stati lanciati in mezzo a loro, uccidendone molti. Quelli che sono sopravvissuti hanno subito gravi ustioni o l’amputazione di arti. Ho visto feriti con gli intestini che gli uscivano fuori. Ragazzine, la più grande delle quali di 13 anni, un’altra di 10 anni e alcune di soli due anni sono state tra le vittime”.

Mahmoud Nidal Al-Basyouni, un bambino che ha perso il padre nell’esplosione nella sala di preghiera, ha rilasciato la seguente testimonianza: “Oggi all’alba mio padre è andato per la preghiera del mattino nella sala di preghiera della scuola. Mentre la mia famiglia dormiva, mi sono svegliato. Quando ho visto cadere il missile ho capito che ci sarebbero state vittime e che stava per avvenire un massacro, ma non avevo idea che mio padre sarebbe stato uno di loro. Ho visto l’incendio provocato dal fatto che siamo stati presi intenzionalmente di mira. Ho pianto per mio padre, mio nonno, mio zio e molti dei padri dei bambini che sono stati colpiti durante la preghiera del mattino nella sala di preghiera e a cui non abbiamo potuto dire addio. Nella sala di preghiera ho visto corpi mutilati e brandelli di carne. Il bombardamento è avvenuto in modo inaspettato e senza alcun preavviso o avvertimento precedente.”

Nel tentativo di giustificare il massacro l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione che contiene i nomi e le immagini di 19 palestinesi. Il comunicato sostiene che gli individui erano membri del Jihad Islamico, di Hamas e dei loro apparati militari.

La ricerca preliminare del gruppo di Euro-Med ha scoperto che nella sua lista l’esercito israeliano ha utilizzato nomi di palestinesi uccisi nei raid israeliani, alcuni dei quali nel corso di incursioni precedenti, ed hanno preso le loro foto dall’anagrafe civile controllata da Israele.

In seguito al controllo iniziale ha scoperto che tre dei 19 nomi elencati dall’esercito israeliano come “terroristi che sono stati eliminati” nel massacro della Tab’eeb School erano stati uccisi in prima, in precedenti bombardamenti israeliani. Questi tre includono Ahmed Ihab al-Jaabari, ucciso il 5 dicembre 2023, Youssef al-Wadiyya, colpito dall’esercito israeliano due giorni prima del massacro e Montaser Daher, ucciso venerdì in un condominio con sua sorella un giorno prima del massacro.

Tra le vittime anche tre civili anziani che non avevano alcun rapporto con azioni militari, compreso un dirigente della scuola, Abdul Aziz Misbah Al-Kafarna, vice sindaco di Beit Hanoun, un docente universitario e insegnante di arabo, Yousef Kahlout, e sei civili, alcuni dei quali erano persino oppositori di Hamas.

Mentre sostiene fermamente che in base alle leggi umanitarie internazionali non ci sono scuse per l’uso sproporzionato e non necessario della forza e l’uccisione di decine di civili per prendere di mira una specifica persona, Euro-Med sta ancora cercando i nomi restanti.

L’esercito israeliano sta prendendo sempre più di mira scuole che forniscono rifugio alla popolazione sfollata con la forza a Gaza City, uccidendo e ferendo nel frattempo centinaia di civili. Ha anche emanato ordini per l’illegale sfollamento forzato di Gaza dal nord verso il sud, nel sistematico tentativo di sradicare il popolo palestinese dalle proprie case e luoghi di sfollamento, privandoli di ogni stabilità. Lo scopo finale è di svuotare Gaza City, eliminare quanti più membri della sua élite possibile e rendere la città inabitabile, a prescindere dalle esigenze militari.

Negli ultimi dieci mesi l’esercito israeliano sta deliberatamente distruggendo i centri di rifugio rimanenti per negare ai palestinesi quei pochi luoghi rimasti in cui possono cercare protezione dopo la sistematica e vastissima distruzione di case e rifugi, comprese scuole e strutture pubbliche.

Continuando a bombardare tutta la Striscia di Gaza e prendendo di mira luoghi di rifugio, come quelli ospitati dalle scuole dell’UNRWA [agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndt.] la strategia dei bombardamenti israeliani indica chiaramente l’intenzione di distruggere le vite dei palestinesi e di privarli della sicurezza e della stabilità, anche solo temporanee.

Nella Striscia di Gaza i civili hanno pagato il prezzo degli attacchi militari israeliani che violano con impunità le norme del diritto umanitario internazionale, soprattutto i principi di distinzione, proporzionalità ed esigenze militari.

Di conseguenza ogni Paese deve rispettare i propri obblighi internazionali mettendo fine al crimine di genocidio e altre serie violazioni nella Striscia di Gaza da parte di Israele. Devono salvaguardare i civili della Striscia di Gaza, obbligare Israele a sottostare alle leggi internazionali e alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, imporre dure sanzioni contro Israele e tagliare ogni forma di assistenza o collaborazione politica, finanziaria e militare. Ciò include un’immediata interruzione di ogni vendita, esportazione e trasferimento di armi a Israele, compresa l’esportazione di licenze e aiuto militare così come garantire che Israele paghi le conseguenze dei crimini contro il popolo palestinese.

Inoltre i Paesi che aiutano e favoriscono Israele nel mettere in pratica questi crimini, compreso l’aiuto e i rapporti contrattuali in campo militare, dell’intelligence, politico, legale, finanziario, mediatico ed altri che agevolano la perpetuazione di questi crimini, devono essere chiamati a risponderne. Tra questi Paesi il complice più rilevante sono gli Stati Uniti.

I decisori politici e importanti funzionari di questi Stati devono essere resi responsabili da quando hanno collaborato e sono stati complici dei crimini, compreso quello di genocidio, che Israele ha messo in atto nella Striscia di Gaza.

Come parte dei loro vincoli legali internazionali di garantire che tutti quanti commettano crimini internazionali siano chiamati a risponderne, vengano processati e che sia loro impedito di rimanere impuniti, così come di arrestarli e processarli in osservanza delle leggi nazionali e internazionali, a ogni Nazione viene richiesto di iniziare indagini penali e processi davanti ai propri tribunali nazionali. Questa richiesta si basa sulla giurisdizione internazionale.

(traduzione dall’inglese Amedeo Rossi)




Il video della violenza sessuale nella prigione israeliana è l’ulteriore conferma che Sde Teiman è un luogo di torture

Jonah Valdez

9 Agosto 2024 – The Intercept

Le violenze sui palestinesi nella prigione militare israeliana sono denunciate da mesi. Gli Stati Uniti chiedono all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Sde Teiman, prigione israeliana militare segreta nel deserto del Negev, aveva allarmato l’avvocata per i diritti umani Roni Pelli e altri attivisti già dal primo mese di guerra israeliana contro Gaza.

Pelli e i suoi colleghi hanno cominciato a ricevere segnalazioni da informatori circa le pessime condizioni in cui si trovavano i palestinesi detenuti a Sde Teiman. Hanno sentito di casi di violenze commesse da soldati su detenuti palestinesi e, in un caso, di un palestinese che vi era morto.

Da allora i resoconti dei media sulla prigione si sono arricchiti delle testimonianze di palestinesi ex-detenuti e informatori israeliani, i quali raccontavano in maggior dettaglio le sconvolgenti condizioni all’interno della prigione. A Maggio un’inchiesta della CNN aveva rivelato che i detenuti palestinesi erano legati e bendati, costretti per l’intera notte a stare seduti, a volte in piedi, sotto i riflettori, che i palestinesi feriti erano legati ai letti, costretti a indossare pannoloni e nutriti con cannucce, che i soldati picchiavano i detenuti per vendicare gli attacchi del 7 Ottobre, che gli arti dei prigionieri venivano amputati a causa di ferite non medicate dovute ai dispositivi di contenimento e che tali operazioni erano eseguite senza anestesia.

Poco dopo, nello stesso mese di maggio, un’inchiesta dell’Intercept aveva rivelato la scomparsa di centinaia di medici palestinesi detenuti in Israele, riportando la testimonianza di un chirurgo che era stato picchiato e seviziato a Sde Teiman. Un mese dopo, un’ulteriore inchiesta di Haaretz rivelava che l’esercito israeliano stava indagando sulla morte di 48 palestinesi di Gaza che erano sotto custodia israeliana, di cui 36 detenuti a Sde Teiman. I media israeliani hanno cominciato a riferirsi alla prigione come alla “Guantanamo Israeliana”.

In seguito all’inchiesta della CNN Pelli, che rappresenta l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, su mandato di cinque organizzazioni per i diritti umani ha presentato istanza presso la Corte Suprema israeliana affinché il governo chiuda Sde Teiman. Sperano che, se accolta, la loro istanza possa stabilire un precedente che porti alla chiusura di tutte le prigioni militari israeliane.

“Era talmente enorme che non potevamo ignorarlo”, ha dichiarato Pelli a The Intercept.

Mentre in Israele le organizzazioni per i diritti umani e civili si spendevano senza riserve per difendere i diritti dei palestinesi detenuti sia nei campi militari che nelle prigioni del sistema carcerario ufficiale, sulla questione gli Stati Uniti hanno dimostrato scarsa sollecitudine.

Il Dipartimento di Stato [Ministero degli Esteri n.d.t.] statunitense ha commentato i fatti di Sde Teiman solo quando è stato incalzato dai giornalisti in seguito alla diffusione dell’inchiesta della CNN. A maggio il viceportavoce del Dipartimento Vedant Patel ha detto: “stiamo studiando queste e altre accuse di violenze contro detenuti palestinesi”. Questi ha aggiunto che gli Stati Uniti hanno comunicato in modo “chiaro e coerente a ogni nazione, incluso Israele, che deve trattare tutti i detenuti con umanità, dignità, in accordo con la legge internazionale e che deve rispettarne i diritti umani”. Egli ha poi dichiarato che gli Stati Uniti hanno chiesto allo stesso governo israeliano di indagare su tali accuse.

Dopo che l’inchiesta di Haaretz ha dato notizia di decine di morti non ci sono stati nuovi commenti. Più tardi, nella stessa settimana di giugno, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni detentive a Sde Teiman, nella quale sono riportate testimonianze di ex-detenuti secondo le quali i loro carcerieri israeliani li hanno sottoposti a stupro anale per mezzo di un’asta metallica, tra le altre torture. Queste rivelazioni esplosive erano sepolte nella parte finale di un articolo di quasi 4.000 parole, nell’introduzione del quale si menzionavano “pestaggi e altre violenze” e il cui titolo descriveva Sde Teiman come “la base dove Israele ha incarcerato migliaia di Gazawi”. Di nuovo, nemmeno una parola dal governo statunitense.

I funzionari statunitensi non hanno rilasciato ulteriori dichiarazioni su Sde Teiman fino a martedì, quando l’emittente televisiva israeliana Channel 12 ha mandato in onda un video di sorveglianza trapelato da Sde Teiman nel quale si vedono soldati israeliani perpetrare presumibilmente uno stupro di gruppo su di un detenuto palestinese.

Il Dipartimento di Stato ha reagito chiedendo all’esercito israeliano di indagare su sé stesso.

Dieci soldati israeliani sono stati arrestati e sosterranno le accuse derivanti dal presunto stupro di gruppo. Il giorno successivo è stato arrestato un altro soldato, sospettato di aver pestato detenuti palestinesi mentre erano bendati e ammanettati. Sembra che durante l’episodio il soldato si sia filmato.

Un nuovo rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem, basato su anni di segnalazioni di violenze sui palestinesi nelle prigioni israeliane, dimostra che Sde Teiman non è l’unica prigione israeliana dove i palestinesi sono torturati.

Pubblicato questa settimana, un giorno prima che Channel 12 diffondesse il video trapelato [dalla prigione di Sde Teiman], il rapporto di B’Tselem sostiene che la maggior parte dei palestinesi detenuti ha dovuto sopportare violenze e torture sotto custodia israeliana. Il rapporto invita la Corte Penale Internazionale a “investigare e promuovere procedimenti penali contro gli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”. Lo stesso rapporto sostiene che “non ci si può aspettare che gli organismi investigativi israeliani” ritengano il loro stesso governo responsabile di potenziali violenze, poiché “tutti gli apparati di stato, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di tali campi di tortura”.

Quando durante una conferenza stampa mercoledì gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero chiesto un’indagine indipendente in riferimento al rapporto, il portavoce del Dipartimento di Stato Matt Miller ha rifiutato di discuterne e ha detto “Dovrei esaminare le specifiche indagini indipendenti richieste ed esprimere un giudizio nel merito”. Ha affermato che l’esercito israeliano deve indagare su sé stesso.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha detto che l’esercito israeliano “respinge le accuse di violenza sistematica, incluse quelle di violenza sessuale, nelle proprie strutture detentive” e ha affermato che esso osserva la legge israeliana così come quella internazionale. L’esercito ha indicato l’arresto dei soldati sospettati nel caso delle violenze di Sde Teiman come prova del fatto che esso fa rispettare tali leggi quando esse vengono violate.

Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle richieste di commenti.

Le prove di violenze in quella di Sde Teiman e in altre prigioni sono soltanto le ultimissime rivelazioni di violenze commesse dall’esercito israeliano, i cui comandanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Nonostante le prove, gli Stati Uniti continuano a finanziare la guerra di Israele contro Gaza, cui hanno contribuito con più di 15 miliardi di dollari dal 7 Ottobre.

Eitay Mack, un altro avvocato per i diritti umani israeliano, il quale ha rappresentato i palestinesi incarcerati dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per prevenire violazioni dei diritti umani come quelle che si sono viste a Sde Teiman.

Egli ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno il potere di emettere sanzioni contro singole unità dell’esercito. I 10 soldati israeliani arrestati nel caso del presunto stupro di gruppo di Sde Teiman fanno parte dell’unità dell’esercito israeliano Force 100. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni contro coloni israeliani che hanno commesso violenze contro i palestinesi in Cisgiordania. Mack ha anche menzionato la legge Leahy, una legge del 1997 che proibisce agli Stati Uniti di prestare assistenza a “qualsiasi unità delle forze di sicurezza di un paese straniero se il Segretario di Stato ha informazioni credibili che quell’unità ha commesso una grave violazione dei diritti umani”.

L’amministrazione del presidente Joe Biden ha mostrato una certa riluttanza a mettere condizioni agli aiuti militari, anche quando essa ha ammesso di aver fornito a Israele armi [tali] da commettere possibili violazioni della legge internazionale.

“Gli Stati Uniti dovrebbero applicare le proprie regole sugli aiuti militari – dovrebbero usarle per fare pressione su Israele”, ha detto Mack. “Io non credo che i governi del mondo agiscano secondo morale”, ha aggiunto, “ma gli Stati Uniti dovrebbero applicare la legge, la legge Leahy, se non altro per rispettare la procedura”.

Mack ha ammesso che punire singole unità coinvolte nelle violenze di Sde Teiman non risolverebbe il problema delle violenze capillarmente diffuse in tutto il sistema delle prigioni israeliane.

Le prigioni militari, come quella di Sde Teiman, sono strutture detentive costruite all’interno di basi militari israeliane, dove i detenuti sono spesso trattenuti in attesa di essere interrogati. Esse sono del tutto estranee al Servizio Carcerario Israeliano, le cui strutture sono gestite da guardie civili e funzionari. Che i secondini commettessero violenze sui palestinesi detenuti in entrambi i tipi di prigione era cosa nota ben prima del 7 Ottobre, e i prigionieri palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati sono soggetti a corti militari anziché civili – cosa che ha contribuito a orientare organizzazioni come la Corte di Giustizia Internazionale nel concludere che il sistema legale israeliano è una forma di apartheid.

Mack ha detto di aver rappresentato un palestinese della Cisgiordania occupata che mentre si trovava in una prigione del Servizio Carcerario Israeliano è stato afferrato per il collo da un agente israeliano, tirato su e scaraventato sul pavimento della sua cella, riportandone la frattura dello zigomo.

Nonostante questo, le strutture afferenti al Servizio Carcerario Israeliano tendenzialmente offrono condizioni migliori rispetto al loro equivalente militare, letti migliori, miglior cibo e maggiori possibilità di movimento. Dall’inizio della guerra a Gaza però, Mack e Pelli hanno notato che le prigioni del Servizio Carcerario Israeliano hanno precluso ai palestinesi ogni contatto con il mondo esterno. Ai detenuti è stato impedito di comunicare con le loro famiglie e con i loro avvocati, mentre è stata limitata la libertà di movimento all’interno delle strutture, poste in regime di isolamento.

Insieme al suo gruppo, ACRI, Pelli ha presentato un’ulteriore istanza alla Corte Suprema con l’obbiettivo di permettere alla Croce Rossa l’accesso all’interno di prigioni e campi militari, in modo da garantire ai detenuti adeguate cure mediche – il che è obbligatorio sia per la legge israeliana che per quella internazionale. Alla Croce Rossa è stato invece negato l’accesso a ogni prigione dall’inizio della guerra. L’istanza menziona le morti di almeno due detenuti in campi militari e altri sei nelle prigioni del Servizio Carcerario Israeliano, due dei quali mostravano “segni di gravi violenze” sui loro corpi. La corte deve ancora deliberare in materia, mentre il governo continua a chiedere proroghe nel procedimento.

Ad Aprile Pelli ha presentato ancora un’altra istanza, chiedendo che il Servizio Carcerario Israeliano mettesse fine a “una politica della denutrizione nei confronti dei prigionieri e detenuti palestinesi”, cosa che – ha argomentato – è di fatto una forma di tortura e viola la legge internazionale. Dal 7 di Ottobre, si legge nel documento, questa politica ha lasciato che i prigionieri soffrissero di una fame estrema e costante, oltre che di una pessima qualità del cibo. L’istanza riporta testimonianze di palestinesi ex detenuti che hanno perso decine di chili, tra i quali un diabetico che è stato costretto a mangiare dentifricio per alzare i livelli di zucchero nel proprio sangue.

Secondo l’ONG per i diritti umani HaMoked, che si occupa della popolazione carceraria israeliana ed è stata tra le organizzazioni che hanno presentato l’istanza per la chiusura di Sde Teiman, dal 7 Ottobre il numero di palestinesi imprigionati è quasi raddoppiato, dai 5.192 prima della guerra ai 9.623 di inizio luglio, cosa che ha esacerbato il già preesistente problema del sovraffollamento. Più di 4.000 detenuti palestinesi sono in detenzione amministrativa, detenzione che può essere prolungata indefinitamente e senza accuse. Molti sono rilasciati dopo settimane di detenzione senza accuse.

Il rapporto di B’Tselem cita le istanze presentate da Pelli e dalla sua organizzazione, dove le prigioni sono definite come “un buco nero normativo” in cui “i palestinesi non hanno diritti né protezioni”.

Il rapporto dice che gli incarcerati sono per la maggior parte uomini e ragazzi, anche se dal 7 Ottobre non mancano donne e bambini. “Alcuni sono in prigione semplicemente per aver espresso solidarietà per le sofferenze dei palestinesi”, si legge nel rapporto. “Altri sono stati presi in custodia nel corso delle attività militari nella Striscia di Gaza, per il solo motivo di ricadere sotto la vaga definizione di ‘uomini in età di combattimento’. Alcuni sono stati imprigionati perché sospettati, fondatamente o meno, di operare in organizzazioni armate palestinesi o di sostenerle”.

Lo stesso rapporto mette in luce le testimonianze dirette di 55 palestinesi che sono stati detenuti nelle prigioni israeliane, tra i quali 21 provenienti da Gaza e 4 con cittadinanza israeliana. Hanno denunciato “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazione e degradazione, deliberata denutrizione, condizioni forzosamente insalubri, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose; confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

Un palestinese che è stato detenuto a Sde Teiman ha riferito a B’Tselem di essere stato condotto insieme ad altri in un magazzino, dove è stato costretto a denudarsi e inginocchiarsi prostrato mentre i soldati lo interrogavano e picchiavano. Durante lo spostamento verso un’altra struttura, lui e altri venivano picchiati se parlavano o facevano qualche rumore. Durante i pestaggi è rimasto ferito alla gamba sinistra. Mentre il dolore alla gamba era in seguito andato intensificandosi per diversi giorni, i soldati hanno ignorato le sue lamentele e lo hanno colpito alla gamba ferita. La gamba dovette infine essere amputata. Ciò non è bastato a mettere fine alle torture, poiché l’uomo ha riferito di essere stato costretto a restare in piedi per ore sulla gamba rimastagli, in modo da impedirgli di dormire. É stato in seguito rilasciato e restituito alla sua famiglia a Gaza senza che nessuna accusa venisse formulata a suo carico, dice il rapporto.

B’Tselem sostiene nel suo rapporto che le violenze fanno parte di una politica sistematica intesa a torturare i palestinesi, implementata dal Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che supervisiona il Sistema Carcerario Israeliano, con il sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e di tutto il governo israeliano.

“Il problema principale è che non si tratta solo delle strutture militari [come Sde Teiman]”, dice Pelli. “Oggi, sotto queste condizioni e con questo ministro, tutto è terribile”.

Sde Teiman è tornata al centro dell’attenzione a fine luglio, quando una folla di estremisti di destra ha fatto irruzione nella base dopo che inquirenti militari vi si sono recati per interrogare i soldati sospettati dello stupro di un prigioniero palestinese. La folla si è introdotta anche in un’altra base, dove i soldati erano stati condotti per essere interrogati. Ben Gvir ha definito “niente meno che vergognoso” lo “spettacolo” della polizia che andava a interrogare i soldati – che egli chiama “i nostri eroi migliori”. L’incidente ha messo in evidenza la crescente polarizzazione tra il governo di estrema destra del primo ministro e il comando militare del paese.

Gli arresti non sono un segnale di maggiore responsabilità da parte del governo, secondo Mack, ma sono decisioni politiche prese dal Generale Maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, procuratore capo militare in entrambe i casi. Anche prima della diffusione del video, la vittima dello stupro ha ricevuto cure mediche in un ospedale pubblico civile dove il personale medico ha riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale, ha detto Mack, cosa che ha costretto l’esercito a indagare.

“È un fallimento totale”, dice, incolpando Tomer-Yerushalmi per quella che considera una risposta morbida alle precedenti accuse di violenze sui prigionieri durante la guerra.

Le udienze relative all’istanza di chiusura di Sde Teiman sono proseguite fino a mercoledì di questa settimana, quando i manifestanti di destra hanno interrotto i lavori. Nel corso del procedimento, i manifestanti hanno regolarmente criticato Pelli e i suoi colleghi come “traditori” o difensori dei militanti di Hamas, racconta Pelli.

Durante l’udienza, gli avvocati dell’esercito hanno sostenuto che non ci sono più problemi a Sde Teiman, poiché hanno ridotto la popolazione carceraria da più di 700 a meno di 30 detenuti temporanei a breve termine. I militari hanno affermato che i prigionieri rimanenti non rappresentano un rischio per la sicurezza e non sono più legati o bendati, a differenza dei precedenti detenuti della struttura.

Pelli ha argomentato che le loro condizioni di vita sono ancora in violazione del diritto internazionale, in quanto i prigionieri continuano a essere tenuti in gabbie senza letti o servizi igienici adeguati e viene ancora negato loro l’accesso alla Croce Rossa o agli avvocati. Ha anche avvertito che la popolazione carceraria potrebbe aumentare di nuovo in qualsiasi momento durante la guerra in corso.

“Non si può scattare un’istantanea di questa giornata, se è estremamente dinamica”, ha detto Pelli. “Perché se domani l’IDF entrerà [in un villaggio] a Gaza e tratterrà tutti gli uomini, prenderà 200 persone… quali sono i limiti? La guerra non è finita”.

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2024

L’articolo è stato aggiornato per includere il commento di un portavoce dell’esercito israeliano ricevuto dopo la pubblicazione.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




ESCLUSIVO: l’amministrazione Biden invia 6.500 munizioni a Israele, nonostante l’incessante massacro di civili a Gaza

Prem Thakker

9 agosto 2024 – ZETEO

Mentre le richieste di un embargo sulle armi a Israele aumentano, gli USA approvano la vendita di munizioni per attacchi diretti combinati (JDAM) per il valore di 262 milioni di dollari.

Il Dipartimento di Stato ha notificato formalmente al Congresso una vendita diretta di 6.500 munizioni per attacchi diretti combinati (JDAM) ad Israele – mentre si fanno più forti le richieste di un embargo sulle armi al governo accusato di crimini di guerra.

Le JDAM sono sistemi di assistenza utilizzati per convertire le bombe non mirate in bombe “intelligenti” più precise. L’ordine giunge dopo che l’invio, del valore di 262 milioni di dollari, a maggio era stato posticipato, in quanto sotto riesame. Zeteo è venuto a sapere che la vendita adesso verrà portata a compimento.

Il precedente riesame era dovuto al fatto che gli USA cercavano di impedire che le forze israeliane conducessero un’importante invasione sul campo a Rafah – dove i militari hanno comunque bombardato parecchi obbiettivi ed hanno mantenuto per mesi una forte presenza sul terreno.

Sarah Leah Whitson, direttrice esecutiva di ‘Democracy for the Arab World Now’ (DAWN), ha detto che era “stupefacente” che l’amministrazione procedesse con la vendita.

E’difficile capire come l’amministrazione Biden possa giustificare l’invio ad Israele di nuove armi, nonostante la persistente resistenza israeliana a qualunque richiesta da parte dell’amministrazione di un minimo di moderazione e nonostante il palese dato di fatto che simili vendite violano i principi stessi delle leggi statunitensi che proibiscono l’invio di armi a brutali aggressori come Israele”, ha detto in una dichiarazione.

Le JDAM sono formalmente giustificate come mezzi per le forze militari per condurre attacchi più precisi e “minimizzare” i danni ai civili. Intanto si ritiene che questi dispositivi siano stati usati nel devastante attacco israeliano alla tendopoli di al-Mawasi che ha ucciso almeno 90 persone e ne ha ferite altre 300.

E’spaventoso che l’amministrazione Biden continui a fornire a Israele ulteriori armi di offesa, in aggiunta ai 3,5 miliardi di finanziamenti militari vincolati (FMF) sbloccati oggi a Israele”, ha detto a Zeteo Yasmine Taeb, esperta di politica estera e direttrice politica dell’associazione per i diritti civili ‘MPower Action’. “Milioni di americani chiedono un embargo sulle armi a Israele e sperano che Kamala Harris, come nuova candidata alle presidenziali del partito democratico, delinei un nuovo corso riguardo a Gaza. Gli elettori vogliono e meritano garanzie che gli USA applicheranno le proprie leggi e rispetteranno il diritto umanitario internazionale”.

Mercoledì la vicepresidente Kamala Harris è stata interrotta da manifestanti in un comizio a Detroit, Michigan. Harris, la presumibile candidata democratica alle presidenziali, ha subito legittimato i manifestanti. “Sono qui perché noi crediamo nella democrazia. La voce di ciascuno è importante”, ha detto. “Ma adesso sto parlando. Sto parlando.”

Kamala, Kamala non puoi nasconderti! Noi non voteremo per il genocidio”, hanno continuato a gridare.

Sapete che c’è? Se volete che vinca Donald Trump, continuate così. Altrimenti, sto parlando io”, ha risposto Harris, provocando la folla a gridare ‘Kamala’.

Gli organizzatori di “Uncommitted” (non coinvolti) – un’iniziativa di base che ha portato centinaia di migliaia di americani ad abbandonare il voto alle primarie per protesta contro l’incondizionato supporto dell’amministrazione Biden-Harris alla guerra di Israele a Gaza – hanno detto che due dei loro capi hanno parlato con Harris mentre era a Detroit. Hanno chiesto un incontro con lei per discutere ulteriormente le richieste di un embargo sulle armi e di un cessate il fuoco permanente. Harris “ha manifestato la propria comprensione e ha espresso un’apertura ad un incontro con i capi di ‘Uncommitted’ per discutere di un embargo sulle armi.”

Tuttavia il consigliere per la sicurezza nazionale della Vicepresidente, Phil Gordon, giovedì ha utilizzato Twitter per assicurare al governo israeliano che Harris non avrebbe sostenuto un embargo sulle armi, ma “continuerà a lavorare per proteggere i civili a Gaza e far rispettare il diritto umanitario internazionale.”

E venerdì l’amministrazione Biden-Harris è andata avanti approvando il massiccio invio anche mentre il governo israeliano continua ad affrontare una serie di accuse di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

Raed Jarrar, direttore del gruppo di sostegno di DAWN, ha detto che il Congresso proporrà una risoluzione congiunta di disapprovazione per bloccare la vendita. “La supervisione e il dibattito del Congresso sono indispensabili, dato il caos all’interno del personale dirigente della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della Difesa, che ha portato ad un’ondata senza precedenti di dimissioni di dirigenti riguardo al continuo sostegno alla guerra di Israele a Gaza.”

La notizia della vendita di armi è giunta un giorno dopo che le forze israeliane hanno bombardato obbiettivi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 40 persone, secondo medici palestinesi. La cifra ufficiale dei morti fornita dal Ministero della Sanità di Gaza si avvicina ora a 40.000.

Il governo israeliano sta anche affrontando una sequela di orribili accuse di abusi sessuali contro palestinesi detenuti. Mentre le accuse sono state avanzate per mesi, un video diffuso recentemente mostra soldati israeliani che scortano un detenuto palestinese dietro una fila di schermi di protezione, dove pare abbiano violentato sessualmente un prigioniero, portando alla necessità di cure mediche.

Sempre venerdì il Segretario di Stato Antony Blinken ha informato il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant di aver concluso l’indagine sul battaglione israeliano “Netzah Yehuda” per violazioni di diritti umani – decidendo di non comminare sanzioni all’unità. Il Dipartimento di Stato ha detto che l’unità è stata “sottoposta ad efficaci misure correttive”. Tra le violazioni di diritti umani l’unità è accusata dell’uccisione di un settantottenne palestinese-americano dopo averlo arrestato e poi lasciato legato, imbavagliato, bendato ed esposto al freddo della notte. Lui ha avuto un infarto mentre era ancora legato.

Josh Paul, un consigliere di alto livello di DAWN che ha rassegnato le dimissioni dal Dipartimento di Stato per protesta contro la politica USA sulla guerra di Israele a Gaza, ha detto che gli USA stanno dicendo al mondo che non sono una forza di pace, ma favoriscono altro spargimento di sangue. “La non volontà dell’amministrazione Biden di sottoporre l’unità Netzah Yehudah alle Leggi Leahy (legge USA del 1997 che proibisce ai Dipartimenti di Stato e della Difesa di fornire assistenza militare a unità straniere sospettate di violazioni di diritti umani, ndtr.) non è solo un ulteriore avallo ai crimini di guerra israeliani, ma un vergognoso attacco allo stato di diritto interno”, ha detto in una dichiarazione. “Non so come faccia Antony Blinken a guardarsi allo specchio”.

Intanto la Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente stabilito con sentenza che il governo israeliano sta commettendo atti di apartheid – mesi dopo aver ordinato a Israele di fermare e impedire atti di genocidio. Il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale sta predisponendo mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa israeliano Gallant per crimini di guerra. (Gallant è quello a cui Blinken ha parlato assicurando che gli USA non avrebbero sanzionato la presunta unità criminale di guerra).

Per unire i democratici prima di novembre bisogna che la Vicepresidente Harris affermi chiaramente se intenda o no inviare armi americane che violano il diritto umanitario interno e internazionale ad Israele o a qualunque altro Paese”, ha detto a Zeteo Waleed Shahid, consigliere di ‘Uncommitted’. “Questa questione probabilmente continuerà a dividere la coalizione facendola cadere in errori come le irruzioni per disperdere le manifestazioni, e gli accampamenti studenteschi probabilmente continueranno se lei non metterà in campo una chiara difformità nella politica tra lei stessa e Biden.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Palestina: almeno otto vittime degli attacchi e delle incursioni israeliane nella Cisgiordania occupata

 

Fonti sanitarie affermano che quattro persone sono state uccise nell’area di Jenin e quattro nel distretto di Tubas durante incursioni effettuate di mattina presto

Redazione di MEE

6 agosto 2024 – Middle East Eye

 

Almeno otto palestinesi sono stati uccisi martedì da Israele in attacchi ed incursioni nella Cisgiordania occupata.

La Mezzaluna Rossa palestinese e il ministero della Sanità a Ramallah hanno affermato che durante incursioni effettuate di mattina presto quattro persone sono state uccise nell’area di Jenin e quattro nel distretto di Tubas.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha affermato in una dichiarazione che “ci sono quattro martiri e tre feriti, uno dei quali è in condizioni molto critiche, a causa del bombardamento da parte dell’occupazione di due veicoli nella zona a est di Jenin”, mentre il ministero della Sanità ha affermato che ci sono stati “quattro martiri e sette feriti dal fuoco dell’occupazione nella città di Aqaba nel distretto di Tubas.”

L’agenzia di notizie Wafa ha affermato che gli assassinii sono avvenuti dopo che l’esercito israeliano ha circondato una casa ad Aqaba ed è stato affrontato dagli abitanti.

Israele ha anche affermato, senza entrare in dettagli, di aver condotto due attacchi aerei in Cisgiordania.

Dall’attacco effettuato da Hamas il 7 ottobre almeno 603 palestinesi sono stati uccisi durante raid israeliani nella Cisgiordania occupata.

Nel frattempo, secondo organizzazioni a sostegno dei prigionieri palestinesi, più di 8.000 palestinesi sono stati arrestati.

I prigionieri sono stati sottoposti ad attacchi fisici e ad altre forme di violenza, incluse fame, privazione del sonno, negazione del contatto con i familiari e privazione dell’acqua.

 

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)