Ha denunciato il silenzio di una prestigiosa rivista medica sull’Olocausto. Ora indaga su come la rivista tratta le notizie su Gaza.

Jonah Valdez

17 ottobre 2024, The Intercept

Durante un simposio ad Harvard una storica che ha denunciato il silenzio del New England Journal of Medicine sulle atrocità naziste ha evidenziato il trattamento riservato dalla rivista a Gaza.

All’inizio di quest’anno due storici della medicina di Harvard hanno pubblicato un articolo su come una delle principali riviste mediche americane abbia intenzionalmente ignorato le atrocità naziste degli anni ’30 e ’40. L’articolo ha rivelato che il New England Journal of Medicine, una delle più longeve e prestigiose pubblicazioni mediche della nazione, scelse di non occuparsi delle politiche sanitarie razziste e antisemite del regime nazista, delle uccisioni di massa e della sperimentazione medica e, in un caso, elogiò il sistema sanitario nazista per il suo approccio alla salute pubblica.

Mercoledì il New England Journal of Medicine ha tenuto un convegno in cui i redattori, Joelle M. Abi-Rached e Allan M. Brandt, hanno potuto presentare le loro scoperte, e Abi-Rached ha colto l’occasione per criticare la rivista per aver reiterato oggi quegli errori.

“Il silenzio della rivista in merito alla polverizzazione del sistema sanitario a Gaza, all’attacco implacabile di Israele contro gli operatori sanitari, alla creazione di un disastro umanitario e sanitario pubblico e all’utilizzo della fame come arma è simile o diverso dal suo silenzio durante l’Olocausto?” ha affermato Abi-Rached verso la fine del suo discorso, intervenendo on-line da Parigi. “Come si spiega la rimozione della tragica situazione dei palestinesi dalle pagine della rivista? Cosa intendiamo per le caratteristiche delle politiche della salute se ignoriamo proprio la condizione, la salute e il benessere delle popolazioni emarginate e vulnerabili?”

Abi-Rached, recentemente fuggita dalla campagna di bombardamenti israeliana in Libano, dove è cresciuta e ha insegnato, ha chiesto perché la rivista non avesse ancora pubblicato alcun articolo sui palestinesi e Gaza.

Durante il suo discorso Abi-Rached ha ammonito che la distruzione a Gaza è parte di “una significativa erosione” delle leggi e del quadro umanitario internazionale nati dalla seconda guerra mondiale e dopo le atrocità dell’Olocausto. Ha poi osservato che nessuno dovrebbe sorprendersi che il suo articolo con Brandt, pubblicato durante la guerra a Gaza, abbia “suscitato reazioni così forti tra medici, esperti di sanità pubblica e altro personale sanitario, e il grande pubblico, che è rimasto giustamente sconvolto dal silenzio della rivista riguardo alla sofferenza dei palestinesi”.

Ha affermato che è compito degli storici, delle riviste mediche e delle università parlare e sollevare tali questioni per fare i conti sia con il passato che con il presente, riferendosi alla guerra di Israele a Gaza come “la crisi morale più allucinante del nostro tempo”.

“Quello che sta accadendo oggi a Gaza è senza precedenti. Supera di gran lunga le violazioni della imparzialità medica viste in El Salvador, Cile, Nicaragua, Guatemala, Siria, Sudan o Ucraina”, ha continuato Abi-Rached. “Stiamo assistendo oggi allo stesso deliberato e sistematico attacco contro il personale sanitario, non solo a Gaza, ma anche in Libano, dove il conflitto si è trasferito estendendosi”. (il termine “imparzialità medica” si riferisce al principio di salvaguardare l’accesso alle cure mediche in tempo di guerra).

Le osservazioni di Abi-Rached giungono in un momento in cui molti nella comunità medica stanno denunciando apertamente le atrocità commesse dall’esercito israeliano, in gran parte indotti dall’impegno di operatori sanitari che nel corso dell’ultimo anno si sono presi cura di pazienti all’interno degli ospedali di Gaza.

Più di recente Feroze Sidhwa, un chirurgo che ha lavorato all’ospedale europeo di Khan Younis, a Gaza, per due settimane tra marzo e aprile, ha scritto un editoriale per il New York Times basato sulle osservazioni di 65 medici, infermieri e paramedici che si sono occupati di pazienti durante la guerra. I medici hanno fornito immagini radiografiche che mostravano proiettili conficcati nei crani e nelle vertebre dei pazienti. Molti hanno riferito di aver curato molti bambini, spesso sotto i 12 anni, colpiti alla testa o al torace. Dei detrattori pro-Israele hanno respinto le prove come “modificate digitalmente o completamente falsificate” e il Times ha preso l’insolita decisione di pubblicare una nota in cui confermava [la veridicità del] l’articolo dopo aver svolto “ulteriori indagini di revisione sulle nostre precedenti risultanze”.

Durante la guerra a Gaza, l’esercito israeliano ha preso di mira gli ospedali con ripetuti attacchi aerei e operazioni di terra. All’inizio di questa settimana, lo studente palestinese diciannovenne Shaban al-Dalou è stato visto bruciare vivo mentre era collegato a una flebo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’ospedale di Al-Aqsa ha incendiato le tende di centinaia di sfollati che vi si erano rifugiati.

Negli ultimi 12 mesi più di 800 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza e la maggior parte dei suoi ospedali sono stati distrutti dagli attacchi israeliani o fanno fatica a funzionare per la mancanza di risorse dovuta al blocco in corso delle forniture mediche.

In Libano, dove Israele ha recentemente intensificato i suoi attacchi con intensi bombardamenti e attacchi aerei su vasta scala, nelle ultime settimane circa metà dei suoi centri medici e cliniche sono stati chiusi a causa di danni strutturali o della loro vicinanza ai bombardamenti.

L’articolo di Abi-Rached E Brandt, “Nazism and the Journal”, ha ricevuto ampia attenzione dopo la sua pubblicazione a marzo, inclusa una copertura da parte del New York Times. Anche all’epoca l’assenza [sul New England Journal of Medicine] di un articolo sulla guerra di Israele a Gaza e la sua incapacità di tracciare linee di connessione tra l’Olocausto e quello che esperti hanno definito un genocidio in corso dei palestinesi hanno generato una protesta da parte di altri professionisti nel campo medico.

Mercoledì, dopo il discorso di Abi-Rached, nella sala conferenze della Countway Library della scuola sono scoppiati applausi tra la folla da parte di diverse decine di persone.

Eric Rubin, caporedattore del New England Journal of Medicine, ha risposto alle osservazioni di Abi-Rached riconoscendo che la rivista non ha ancora pubblicato alcun lavoro su Gaza. “Non significa che non pubblicheremo su Gaza”, ha detto, aggiungendo di essere aperto all’idea. Tuttavia, ha detto che è stato difficile trovare una voce unica sull’argomento.

“Secondo me, non basta dire ‘Gli attacchi agli ospedali sono malvagi’. È stato detto ovunque, non siamo gli unici a dirlo. Non basta dire che la imparzialità medica è un valore importante”, ha detto Rubin. “Quindi cosa possiamo dire che possa cambiare il modo di pensare delle persone?”

“E non sono sicuro di quale possa essere, ma ci piacerebbe essere in grado di creare una prospettiva unica”, ha aggiunto. “Non credo che l’abbiamo ancora trovata e penso che sia quello che stiamo cercando”.

Ha anche riconosciuto la portata del dissenso. Dopo la pubblicazione del numero sulle ingiustizie storiche, che includeva l’articolo di Abi-Rached e Brandt, un certo numero di lettori ha annullato i propri abbonamenti per protesta, ha detto Rubin. Gaza è ancora più spinosa, ha detto.

“Abbiamo sentito che nella sala esistono fondate controversie che non sono così nette“, ha detto Rubin, riferendosi a una domanda precedente di un partecipante.

Prima che Rubin prendesse la parola un partecipante, che ha detto che la sua famiglia vive in Israele dalla sua creazione nel 1948 e la cui figlia ha perso un’amica durante gli attacchi del 7 ottobre, ha sostenuto che l’imparzialità medica è stata “distrutta da entrambe le parti” e ha sottolineato il rifiuto di Hamas verso servizi medici forniti dalla Croce Rossa, come richiesto dal diritto internazionale. Ha anche menzionato l’accusa secondo cui Hamas usa gli ospedali “come copertura per attività militari”. Funzionari israeliani e statunitensi spesso affermano che Hamas usa gli ospedali e altre infrastrutture civili come scudo, ma le affermazioni si sono dimostrate esagerate o infondate.

Il partecipante si è identificato come co-presidente del Jewish Employee Resource Group [Organizzazione di sostegno ai dipendenti ebrei, ndt.] presso il Mass General Brigham [sistema sanitario integrato senza scopo di lucro impegnato nella ricerca medica, insegnamento e cura dei pazienti negli USA, ndt.] e ha aggiunto che un sondaggio condotto tra il personale ebreo dell’ospedale ha mostrato che un quarto di loro ha paura di lavorare in ospedale e più di due terzi “si sentono incapaci di dichiarare completamente la propria identità nel contesto lavorativo“.

“In entrambi i contesti vorremmo che ci fosse imparzialità in merito, in modo che il personale ebraico non provasse tali sentimenti, e allo stesso modo, nel contesto del conflitto bellico, le strutture sanitarie e l’assistenza sanitaria fossero considerate uno spazio neutrale da tutte le parti”, ha affermato.

Brandt, coautore insieme a Abi-Rached, ha risposto deplorando quella che considera l’erosione delle Convenzioni di Ginevra attraverso i vari conflitti in tutto il mondo e ha parlato della necessità di ripristinare la fiducia in tali norme istituzionali.

Abi-Rached ha poi respinto l’argomento “entrambe le parti” del partecipante, sostenendo che la sua logica è “un po’ pericolosa”.

“Si dovrebbe ricordare” che l’idea che “il solo fatto che combattenti o militanti vengano curati in ospedale sia una giustificazione o un pretesto sufficiente per bombardarlo, e così facendo causare ancora più danni, è esattamente ciò che i fascisti hanno storicamente usato come scusa“, ha detto, facendo riferimento a una citazione del dittatore italiano Benito Mussolini che giustificava la sua campagna di bombardamenti sugli ospedali etiopi negli anni ’30.

Abi-Rached aveva già fatto riferimento agli effetti delle guerre di Israele sul sistema sanitario in Libano in un articolo del Boston Review pubblicato all’inizio di questo mese. Nell’articolo ha descritto i momenti in cui decine di pazienti si sono riversati nell’ospedale di Beirut in cui lavorava in seguito agli attentati israeliani attraverso le esplosioni dei cercapersone.

“Siamo diventati oggetto di una macabra sperimentazione”, ha scritto. “Nuove armi vengono testate, studiate e perfezionate su vite considerate sacrificabili, con l’approvazione delle più potenti democrazie occidentali”.

“La guerra in corso fa parte dell’espansione di Eretz Israel [Grande Israele, la biblica “terra promessa”, ndt.], con sempre più colonie illegali, guidata dal messianismo del governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu?” ha continuato Abi-Rached. “Potrebbe essere spiegato dal trauma duraturo dell’Olocausto che persiste ancora generazioni dopo, con un inquietante trasferimento dell’odio per i nazisti sugli “arabi” che in primo luogo non hanno avuto nulla a che fare con l’Olocausto?”

Jonah Valdez

Jonah Valdez è un reporter di The Intercept che si occupa di politica, politica estera degli Stati Uniti, Israele e Palestina, questioni relative ai diritti umani e ai movimenti di protesta per la giustizia sociale.

In precedenza è stato redattore del Los Angeles Times, dove è entrato a far parte del giornale come membro inaugurale della L.A. Times Fellowship. Per il Times, Valdez ha scritto articoli su giustizia ambientale, gentrificazione, trasporti, lavoro, cultura pop e l’industria di Hollywood. Valdez ha iniziato a occuparsi di notizie locali per il Southern California News Group. I suoi lavori si possono trovare anche su The Guardian, Voice of San Diego e San Diego-Union Tribune. È cresciuto a San Diego e ora risiede a Los Angeles, dove scrive anche poesie e sta lavorando alla sua prima raccolta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dopo che Israele ha ucciso il leader di Hamas Washington spinge per consegnare la Palestina all’Arabia Saudita

Aída Chávez

18 ottobre 2024- The Intercept

Intenzionati a realizzare un “mega-accordo” di sicurezza con l’Arabia Saudita, il Congresso e l’amministrazione Biden vedono la loro occasione.

Il capo di Hamas, Yahya Sinwar, è stato ucciso mercoledì in uno scontro tra Israele e i militanti nella Striscia di Gaza.

Sinwar, l’architetto degli attacchi del 7 ottobre, era uno dei principali obiettivi di Israele. Dopo mesi in cui Israele ha affermato che Sinwar si nascondeva nei tunnel dietro “scudi umani”, il leader di Hamas è stato gravemente ferito dal fuoco dei carri armati mentre si trovava in superficie e da solo, seduto su una sedia coperta di polvere in un appartamento in rovina, secondo le riprese dei droni diffuse dall’esercito israeliano.

Sinwar era stato descritto prima del suo omicidio come un ostacolo importante al cessate il fuoco a Gaza. Invece di concentrarsi su quell’obiettivo, tuttavia, alti funzionari statunitensi e membri del Congresso di entrambi i partiti hanno approfittato della scomparsa di Sinwar per promuovere un programma molto più ampio, tra cui un cenno alla fase successiva delle ambizioni geopolitiche americane. Dopo la notizia della morte di Sinwar il senatore Richard Blumenthal, rappresentante del Connecticut, ha affermato in un post su X: “Dopo recenti conversazioni con i leader di Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ho una fondata speranza che la morte di Sinwar crei opportunità davvero storiche per la sicurezza di Israele, la cessazione dei combattimenti e la pace e la stabilità regionali attraverso la normalizzazione delle relazioni. Bisogna cogliere l’attimo”.

Appena sotto la superficie delle osservazioni di Blumenthal c’è un mega-accordo ampiamente discusso che creerebbe di fatto a Gaza una neo-colonia del regime del Golfo sostenuto dagli Stati Uniti, impegnerebbe gli Stati Uniti ad andare in guerra per l’Arabia Saudita e ci farebbe sprofondare in una nuova guerra fredda con la Cina. I legislatori mirano a collegare queste politiche di vasta portata alla ricostruzione di Gaza per far sì che sia più difficile opporsi all’accordo. Il patto verrebbe imposto al popolo palestinese. I membri del Congresso sono stati espliciti sulla loro visione per il futuro della Palestina e della regione.

“Una nazione sovrana indipendente chiamata ‘Palestina’ con garanzie che rassicurino Israele sul fatto che in futuro non ci siano altri 7 ottobre”, ha affermato il senatore Lindsey Graham, rappresentante del Sud Carolina, in una recente intervista. “Sarà più simile a un emirato che a una democrazia. MBS e MBZ negli Emirati Arabi Uniti arriveranno e ricostruiranno Gaza… creeranno un’enclave in Palestina”, riferendosi a Mohammed bin Salman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, e al presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Graham, uno dei più assertivi falchi del Congresso, ha anche elogiato Blumenthal per essere “un democratico che cerca di ottenere voti” per un accordo che richiede agli Stati Uniti di “andare in guerra per l’Arabia Saudita”.

Nonostante le affermazioni di volere giustizia per i palestinesi o di sostenere una soluzione a due Stati, i funzionari americani fanno pochi accenni all’autodeterminazione palestinese. Nessuno dei piani postbellici offerti comporta un’elezione o un processo che avrebbe consentito ai palestinesi di avere voce in capitolo sul loro futuro dopo aver sopportato l’emergenza umanitaria della guerra israeliana contro di loro.

L’eredità di Biden

Mentre alcuni membri, come il deputato Adam Schiff, democratico della California, hanno focalizzato la loro risposta alla morte di Sinwar più strettamente sulla fine della guerra a Gaza, molte figure influenti di Capitol Hill l’hanno collegata a una visione regionale più ampia.

Il presidente della commissione per le relazioni estere del Senato Ben Cardin, democratico del Maryland, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha chiesto agli Stati Uniti di “tracciare un percorso che rifiuti di accettare una regione in conflitto perpetuo” e invece abbracci “un futuro che soddisfi le aspirazioni di pace, sicurezza, prosperità, dignità e riconoscimento reciproco per israeliani e palestinesi e per tutti i popoli della regione”.

Giovedì il Segretario di Stato Antony Blinken ha parlato con il Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Qatar, nonché con il Ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan, del “lavoro per riportare a casa gli ostaggi, porre fine alla guerra a Gaza e tracciare un percorso che consentirà alla popolazione di Gaza di ricostruire le proprie vite e realizzare le proprie aspirazioni liberi dalla guerra e dalla morsa di Hamas”, secondo un tweet del Dipartimento di Stato.

I funzionari del Presidente Joe Biden hanno spinto per un accordo con l’Arabia Saudita durante tutto il suo mandato, considerandolo cruciale per l’eredità del presidente. I funzionari statunitensi erano sul punto di finalizzare un accordo prima che venisse ostacolato dagli attacchi di Hamas. Solo un mese dopo il 7 ottobre un ex consigliere senior di Biden in Medio Oriente, Brett McGurk, ha delineato la strategia in un blog dell’Atlantic Council.

Secondo il nuovo libro di Bob Woodward “War” in un incontro poco prima dell’attacco del 7 ottobre Graham ha detto a Biden che solo un democratico avrebbe potuto garantire un trattato di difesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita. “Ci vorrà un presidente democratico per convincere i democratici a votare per andare in guerra per l’Arabia Saudita”, avrebbe detto Graham.

Biden avrebbe risposto: “Facciamolo”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il “patto del silenzio” tra gli israeliani e i loro media

Edo Konrad

16 ottobre 2024 +972 Magazine 

I media israeliani, da tempo ossequienti, hanno badato l’anno scorso a infondere nel pubblico un senso di giustizia per la guerra su Gaza. Invertire questo indottrinamento, afferma l’osservatore mediatico Oren Persico, potrebbe richiedere decenni.

A metà della nostra conversazione Oren Persico fa una confessione sorprendente. Il veterano giornalista israeliano, il cui lavoro negli ultimi due decenni è stato per la maggior parte di monitorare i media del suo paese, non guarda i notiziari israeliani più popolari. “Non ci riesco proprio”, mi dice Persico, che dal 2006 lavora come redattore per il sito israeliano di controllo monitoraggio dei media The Seventh Eye. “È deprimente e irritante: è propaganda, sono pieni di bugie. È in sostanza un’immagine speculare della società in cui vivo, ed è difficile per me gestire la discordanza tra la mia visione del mondo e ciò che mi circonda. Devo mantenere la sanità mentale”. Invece di guardare le tv Persico si tiene aggiornato scorrendo i siti di notizie, i social media e guardando clip selezionate che le persone gli inviano.

Ma neanche spegnere la TV può fermare la dissonanza e la disperazione che prova Persico, ulteriormente aumentate dopo i massacri guidati da Hamas il 7 ottobre e il successivo assalto che dura ormai da un anno dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Quando è iniziata la guerra i media israeliani si sono trovati in una fase critica, gestendo il trauma di una nazione scossa da una violenza senza precedenti che si è rapidamente ripiegata in una percezione profondamente radicata di vittimismo storico. Le emittenti hanno risposto a questo trauma nazionale, nota Persico, scivolando ulteriormente nelle grinfie della propaganda sancita dallo Stato. Mentre i giorni di brutale violenza si trasformavano in settimane e mesi, i media israeliani sono tornati agli schemi familiari: radunarsi attorno alla bandiera, amplificare le narrazioni dello Stato ed emarginare qualsiasi copertura critica della brutalità di Israele a Gaza, per non parlare del mostrare immagini o raccontare storie di sofferenza umana tra i palestinesi nella Striscia.

Il percorso verso questa situazione è stato spianato molto tempo fa. Il panorama mediatico israeliano, che Persico afferma essere sempre stato asservito all’establishment politico e militare, nell’ultimo decennio è stato sottoposto a una pressione incessante da parte di Benjamin Netanyahu; il primo ministro israeliano ha cercato di trasformarlo in uno strumento per esercitare il potere e, in ultima analisi, garantire la propria sopravvivenza politica. I media commerciali, più interessati a mantenere gli spettatori che a sfidare il potere, sono caduti preda della strategia di Netanyahu: coercizione, autocensura e pressione economica. Negli ultimi anni si è assistito anche alla rapida ascesa di Now 14 (generalmente noto come Canale 14), la versione israeliana di Fox News, che si è apertamente allineata a Netanyahu e ora sta sfidando il dominio di lunga data di Canale 12. Offre agli spettatori non solo notizie ma anche dibattiti anti-palestinesi spesso palesemente genocidari, elaborati come intrattenimento.

L’abile uso da parte di Netanyahu di canali di propaganda come Channel 14, così come dei social media, lo ha aiutato a plasmare un seguito devoto che lo difende e lo rafforza contro le pressioni nazionali e internazionali. In un’intervista con +972, che è stata abbreviata e rivista per chiarezza, Persico riflette sul ruolo storico dei media nella negazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, sul loro fallimento nel mettere in discussione l’establishment politico e sulla quasi totale mancanza di solidarietà per i giornalisti palestinesi sotto i bombardamenti a Gaza.

Parlami del panorama dell’informazione in Israele nel periodo precedente il 7 ottobre.

Il 6 ottobre i media israeliani, pubblici o privati, in televisione, alla radio o su internet, erano indeboliti e assediati a seguito di oltre un decennio di persistente lotta del primo ministro Benjamin Netanyahu per controllarli. Mentre alcuni organi di stampa erano semplicemente diventati uno strumento della guerra di propaganda di Netanyahu, altri si sono gradualmente sottomessi alle sue pressioni, sostenendo gli alleati del primo ministro e i suoi argomenti nelle loro trasmissioni.

[Solo pochi mesi prima del 7 ottobre] il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi aveva annunciato un disegno di legge per riformare il panorama dei media, basato sul desiderio di chiudere la Public Broadcasting Corporation di Israele [conosciuta familiarmente come KAN] e di “prendersi cura” [cioè stabilire il controllo] del settore dei media privati. Tutto ciò è stato fatto con gli slogan di “apertura del mercato” e “rimozione delle barriere”, slogan che in realtà significano aprire la strada agli organi di stampa che servono gli interessi di Netanyahu e nel contempo limitare gli organi di stampa che lo criticavano.

Quali misure hanno adottato negli ultimi decenni Netanyahu e i suoi consecutivi governi per reprimere la stampa?

Dal 1999 [quando perse le elezioni dopo il suo primo mandato da primo ministro] Netanyahu ha etichettato i media come suoi rivali e ha gradualmente consolidato la sua base in una lotta populista contro di essi. Ciò è particolarmente vero dal 2017, quando sono esplosi i suoi numerosi scandali legali, tutti direttamente correlati a tentativi di controllare i media.

Nell’ultimo decennio Netanyahu ha cercato di chiudere Channel 10; ha cercato di minare la supremazia di Yedioth Ahronoth nella stampa israeliana; ha presumibilmente promesso a un magnate dei media cambiamenti normativi vantaggiosi in cambio di una copertura positiva di sé e della sua famiglia e ha meticolosamente piazzato suoi sostenitori in ogni singolo possibile canale israeliano, da Channel 12 e Israeli Army Radio a i24 e KAN.

E tuttavia non possiamo dare tutta la colpa al primo ministro. Netanyahu sta operando in un paese in cui la maggior parte dei canali di informazione sono di proprietà privata e dove il pubblico si sta spostando a destra. Quei canali privati non vogliono perdere spettatori e lettori. Non possono vendere pubblicità se non hanno un pubblico, e non possono mantenere il loro pubblico se mostrano cose che lo indispongono.

Nessuna discussione sui media israeliani odierni sarebbe completa senza parlare di Canale 14, che ha raggiunto una posizione eccellente sulla scena e potrebbe anche superare Canale 12 in termini di predominio.

Channel 14 è nato da Jewish Heritage Channel, una piccola e quasi fallita stazione dedicata a programmi di contenuto religioso che non aveva la licenza per la trasmissione di notizie. Ma gradualmente Netanyahu e i suoi alleati hanno iniziato a erodere quelle normative: alla fine gli è stata concessa una licenza per trasmettere notizie ed è diventato il gruppo di propaganda a tutti gli effetti che conosciamo oggi.

Anche se è ora il secondo canale più popolare in Israele, riceve ancora benefici come se fosse il piccolo gruppo che era all’inizio. Oggi è di proprietà del figlio di un oligarca che ha stretti legami con Netanyahu e che presumibilmente ha legami con Vladimir Putin e altri loschi figuri.

All’inizio del 2023, con l’esordio della revisione giudiziaria, molti organi di informazione si sono ricordati del loro scopo e ruolo: trattare in modo critico i nodi di potere del Paese, sia delle élite economiche che della classe dirigente. Channel 14, d’altra parte, ha continuato a essere in totale sintonia con il governo.

Gli spettatori di Channel 14 formano anche una sorta di comunità. I sondaggi mostrano costantemente che, a differenza di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, i cui spettatori vagano tra le stazioni, gli spettatori del Canale 14 sono fedeli alla rete [e non cercano notizie o analisi su altri canali].

Significa che se Netanyahu si svegliasse una mattina e decidesse di prendere una certa posizione, Channel 14 trasmetterebbe quel messaggio ai suoi telespettatori?

Come l’intero apparato mediatico che Netanyahu ha costruito, che viene spesso soprannominato la “macchina del veleno” e che fa uso sia di media convenzionali che dei social, Channel 14 è uno strumento di propaganda. È concepito come un divertimento: offre intrattenimento alle masse.

Sembra molto simile a ciò che Donald Trump e Fox News fanno negli Stati Uniti. Com’è la cosa su Channel 14?

Gli israeliani sono impegnati da oltre un anno in una guerra sanguinosa e il messaggio che ottengono da Channel 14 è la sensazione che stiamo vincendo, che la vita è bella. Il canale enfatizza i successi militari di Israele minimizzandone i fallimenti e calunnia altri canali di notizie per aver seminato panico e disfattismo.

Ad esempio, dopo l’attacco di domenica con un drone a una base militare dell’IDF che ha ucciso quattro soldati e ne ha feriti decine di altri, i siti dei media israeliani hanno mantenuto la notizia come titolo principale per tutta la notte e nella mattinata. Non è stato così per Channel 14, che l’ha tenuta come notizia principale sul suo sito web per mezz’ora, dopodiché l’ha sostituita con un sondaggio che dimostrava come la maggior parte degli israeliani sostenga un attacco all’Iran.

Channel 14 prende di mira anche i “nemici comuni” (altri organi di stampa, l’élite dell’esercito e il procuratore generale) accusandoli di collusione contro il governo e incolpandoli della situazione attuale di Israele. È zeppo di incitamento, propaganda e teorie cospirative che fanno appello al desiderio di vendetta del pubblico dopo il 7 ottobre. I commentatori che appaiono a “The Patriots”, il talk show di punta del canale condotto da Yinon Magal, invocano regolarmente il genocidio e lo sterminio [dei palestinesi]. Molti spettatori sono contenti di vedere questo, conferma ciò che già sentono.

Sembra che la popolarità di Channel 14 sia nata dal nulla. Come è successo?

Dal momento in cui i media tradizionali in Israele si sono ribellati alla riforma giudiziaria, gli ascolti di Channel 14 hanno iniziato a crescere rapidamente. Il secondo aumento degli ascolti si è verificato subito dopo il 7 ottobre. Entrambi questi aumenti rappresentano la capacità del canale di conformare il suo pubblico come comunità. Dopo due o tre settimane in cui è comparsa una sorta di “unità nazionale” a seguito agli attacchi di Hamas, i media israeliani sono rapidamente tornati alle loro precedenti posizioni pro o anti-Netanyahu. Subito dopo l’attacco ci sono state diverse voci su Channel 14 che hanno incolpato il primo ministro per quanto accaduto il 7 ottobre, ma anche loro hanno rapidamente ripiegato sulla linea del partito. La continua crescita e popolarità di Channel 14 dopo il 7 ottobre è, a mio avviso, lo sviluppo più significativo che c’è stato nei media israeliani dopo il massacro.

Ma le dimostrazioni di retorica estremista e guerrafondaia non sono certo limitate a Channel 14. Le abbiamo viste praticamente su ogni singolo canale di informazione generalista dopo il 7 ottobre, indipendentemente dal fatto che fossero o meno critici nei confronti di Netanyahu.

Hai ragione: l’intero pubblico israeliano ha virato bruscamente a destra e, per la prima volta nella sua storia, Channel 12 [il canale privato più visto in Israele, ndt.] sta subendo una forte concorrenza da parte di Channel 14. Ha commesso il classico errore di cercare di essere gradito a tutti, compresi i fascisti che guardano Channel 14, e quindi fornisce spazio anche a persone come Yehuda Schlesinger [che ha chiesto di rendere ufficiale la politica dello stupro dei detenuti palestinesi nel centro di detenzione di Sde Teiman]. Bisogna ricordare che i giornalisti in Israele fanno parte della società israeliana. Conoscono persone che sono state uccise o rapite il 7 ottobre. Conoscono soldati a Gaza.

Certo, ma hanno anche la responsabilità di denunciare al pubblico cosa sta succedendo, e non solo agli israeliani. Altrimenti non adempiono al loro compito.

È vero, ma mi sembra anche che il loro comportamento, per cui tralasciano la loro integrità giornalistica per creare una sorta di unità con il pubblico, sia una risposta naturale e umana a seguito di un evento così traumatico. Non penso che sia una cosa buona, penso che sia un errore. Ma non credo ci si possa aspettare da loro qualcosa di diverso.

Non è che gliela fai troppo facile?

I giornalisti israeliani ritengono sia loro dovere patriottico concentrarsi sulla nostra condizione di vittime, ignorare le vittime dall’altra parte e risollevare il morale nazionale, in particolare quello dei soldati israeliani. Credo che una cosa patriottica da fare sarebbe fornire informazioni affidabili al pubblico in modo che possa formarsi una reale visione globale di ciò che sta accadendo intorno a loro. Altrimenti la società israeliana, o qualsiasi altra società, avrà una comprensione distorta della realtà, basata su ignoranza, menzogne e negazione. Questo porta a società deboli che possono disgregarsi molto facilmente. Dire la verità avrebbe l’effetto esattamente opposto, ma qui i giornalisti non ci credono.

I media israeliani mostrano al pubblico cosa sta facendo l’esercito ai palestinesi a Gaza?

No.

Riportano le violazioni israeliane dei diritti umani in Cisgiordania?

No.

Denunciano le ripetute bugie del portavoce dell’IDF?

No.

Capisco il tuo punto di vista sulle prime settimane in cui i giornalisti erano profondamente traumatizzati, ma siamo a un anno dal 7 ottobre e i giornalisti stanno ancora, per la maggior parte, abdicando alle loro responsabilità quando si tratta di affrontare le questioni fondamentali. Hanno semplicemente smesso di occuparsene?

L’intera società israeliana ha molti anni di esperienza nell’ignorare i nostri crimini contro i palestinesi – che si tratti della Nakba, che è un argomento completamente tabù, o dell’occupazione militare in corso su milioni di persone. I media e gli spettatori sono coinvolti in una sorta di patto del silenzio: il pubblico non vuole sapere, quindi i media non ne parlano. Questi meccanismi psicologici erano già così radicati che quando è successo il 7 ottobre sono rientrati in azione e sono solo diventati più forti. Ciò a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è il risultato di un processo decennale di educazione sia dei giornalisti che degli spettatori sul fatto che ci sono cose di cui semplicemente non parliamo e che non mostriamo nei notiziari. La maggior parte dei giornalisti che lavora in quelle emittenti popolari sa cosa sta succedendo, ma non vuole scontentare i propri spettatori per paura di perdere ascolti. Potrebbero volerci decenni per invertire questo tipo di indottrinamento.

Fanno finta che queste cose non esistano?

I media tradizionali capiscono che le violazioni dei diritti umani non sono qualcosa da celebrare, quindi semplicemente le ignorano. Non vediamo titoli sul Ministero della Salute di Gaza che denuncia che 40.000 palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Non vediamo storie umane di palestinesi sotto i bombardamenti israeliani. Non sentiamo parlare delle malattie che stanno devastando la Striscia. Personalmente quello che ho sentito dai giornalisti è che “adesso semplicemente non è il momento di parlare di questi problemi.”

Ogni volta che si accende una di queste televisioni si rivivono costantemente gli orrori del 7 ottobre, sia attraverso le storie dei sopravvissuti che attraverso nuovi reportage investigativi. Che tipo di effetto ha questo sul pubblico israeliano?

Il 7 ottobre è stato l’evento che ha riportato gli ebrei israeliani nella posizione della vittima storica. Le immagini dei kibbutz e delle città israeliane invasi e dei massacri da parte degli uomini armati di Hamas ci ricordano le immagini storiche dell’Olocausto. Non è uno scherzo: siamo una società profondamente post-traumatica che deve ancora superare l’Olocausto, e quel giorno è stata la prima volta in cui lo Stato che avrebbe dovuto impedire che si verificassero nuovi olocausti non è riuscito a farlo. E pure la propaganda che abbiamo visto nell’ultimo anno nei notiziari non fa che rafforzare e giustificare la violenza di Stato contro i palestinesi. Fornisce la logica per fare tutto il necessario per annientare coloro che vengono ritratti come un “male assoluto”. In definitiva, infonde negli israeliani un senso di rettitudine, che è necessario durante una lunga guerra senza una chiara data di fine.

Quanto è grande l’influenza che i media israeliani hanno realmente sul pubblico, soprattutto quando così tante persone hanno accesso ad altre forme di informazione sui social media?

Se in passato il ruolo dei media era quello di mediare e organizzare la realtà [per lo spettatore], il ruolo centrale dei media israeliani oggi è quello di segnare sia i confini della legittimità rispetto al discorso pubblico, sia di individuare chi è autorizzato a partecipare a quel discorso. Se si guarda Channel 2, ad esempio, si vedrà che quando si tratta di questioni militari sono ex militari, per lo più uomini, a partecipare ai dibattiti.

È anche difficile evitare un’altra dimensione del ruolo dei media: fornire una piattaforma e spesso porgere il braccio agli sforzi dell’hasbara israeliana [attività di pubbliche relazioni per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.] con influencer come Yoseph Haddad [arabo-israeliano forte sostenitore delle politiche israeliane, ndt.] che appaiono regolarmente nei vari programmi di informazione.

Definitivamente. L’hasbara è molto in auge e i media, sia privati che pubblici, la offrono al pubblico perché è ciò che il pubblico vuole. Si è arrivati ​​al punto che nella prima metà del 2024 più di 1/3 di tutte le apparizioni di “esperti arabi” nei media israeliani è stato di Yoseph Haddad. Va bene che lo invitino, ma non rappresenta in alcun modo la maggioranza dei cittadini palestinesi di Israele.

Israele si vanta spesso di avere una stampa libera estremamente critica nei confronti del governo. È vero?

In ogni evento [storico] importante, i media israeliani sono sempre stati fedeli all’establishment politico e militare del Paese, che si trattasse di una guerra, di un piano di pace o di un programma economico. Fino alla revisione giudiziaria erano in accordo con praticamente ogni mossa politica importante del governo. Sono molto critici nei confronti di Netanyahu perché è un bugiardo corrotto che chiaramente antepone i suoi interessi privati ​​a quelli dello Stato. Ma non sono critici nei confronti dell’esercito o dello Stato stesso. Vale la pena ricordare che nel 2002 ci fu un’enorme onda di indignazione pubblica quando Israele assassinò il leader di Hamas [Salah Mustafa Muhammad Shehade] e uccise 14 membri della sua famiglia, tra cui 11 bambini. Ma un’occupazione continua che non riceve quasi nessuna copertura mediatica porta anche a un’erosione sia dell’indignazione pubblica che degli standard giornalistici. Oggi, l’esercito non ha problemi a uccidere 14 persone se ciò significa eliminare un membro di basso rango di Hamas, e i media, a parte giornali come Haaretz, lo assecondano.

Cosa avrebbero potuto invece fare i media nella loro copertura mediatica dopo il 7 ottobre? Che differenza avrebbero potuto fare?

Per prima cosa durante quei primi giorni dopo l’attacco i media hanno fatto un lavoro eccezionale in un momento in cui il resto delle istituzioni israeliane semplicemente non funzionava. I media hanno portato immagini al pubblico, [hanno aiutato ad] assistere i rifugiati del sud e coloro che sono sopravvissuti al massacro, fornendo letteralmente la logistica alle persone perché lo Stato semplicemente non stava funzionando. Nessuno sta costringendo il pubblico israeliano a non sapere cosa succede a Gaza e in Cisgiordania. Chi vuole saperlo può rivolgersi al New York Times o a The Guardian. Immaginate di prendere Haaretz o +972 e trasformarli in un canale di notizie mainstream: cambierebbe qualcosa? Forse un po’, ma qui stiamo parlando di annullare generazioni di indottrinamento.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a una sorta di euforia pubblica dopo gli attacchi ai cercapersone e l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e di seguito abbiamo visto Amit Segal e Ben Caspit di Channel 12 mescersi bicchieri e brindare alla sua morte in TV. Questa euforia si è estesa all’invasione israeliana del Libano meridionale e all’assalto al nord di Gaza come parte di quello che è noto come il “Piano dei generali” per liquidare efficacemente l’area. Cosa pensi di questa apparente atmosfera di festa negli studi dei notiziari?

I successi israeliani in Libano sono stati accolti con grande clamore e celebrazione. Nei giorni successivi a queste “vittorie” c’è stata pochissima discussione sui media sul significato geopolitico del fatto, al di là del danno arrecato da Israele a Hezbollah che gli esperti hanno affermato potrebbe portare alla sua dichiarazione di sconfitta. Nessuno si è alzato e ha dato una valutazione realistica del fatto che stiamo entrando in una fase in cui vedremo [un aumento di] razzi e droni in tutto il nord.

La cosa ricorda quanto accaduto subito dopo l’attacco di Hamas, quando i media hanno affermato che l’operazione sarebbe durata solo alcune settimane o qualche mese. [Hanno ignorato completamente il fatto che] nel 2014 l’IDF stimava che la rioccupazione della Striscia avrebbe potuto richiedere cinque anni e avrebbe causato la morte di decine di migliaia di palestinesi e israeliani. Nel 2014 Netanyahu avrebbe fatto trapelare questa valutazione a Channel 2 proprio perché era consapevole dei costi altissimi e non voleva rioccupare militarmente Gaza. Perché i media non ricordano al pubblico quelle valutazioni? Perché Udi Segal, il giornalista di Channel 2 che per primo aveva riferito quella valutazione non ne parla oggi? Sono sicuro che ci siano considerazioni simili riguardo a Hezbollah, ma quando l’esercito israeliano ha iniziato la sua invasione i media hanno affermato che sarebbe durata solo poche settimane. Questo ci riporta alla prima guerra del Libano, quando i media avevano fatto affermazioni molto simili sulla durata dell’operazione [l’esercito israeliano sarebbe rimasto nel Libano meridionale per quasi due decenni].

Secondo il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi Israele ha ucciso 168 giornalisti palestinesi a Gaza dall’ottobre scorso. Quanta solidarietà c’è tra i giornalisti israeliani e le loro controparti palestinesi a Gaza, o con i giornalisti di Al Jazeera a cui è stato vietato di lavorare in Israele e i cui uffici a Ramallah sono stati perquisiti e chiusi dalle forze israeliane a settembre?

Zero. Verso la fine dell’anno scorso stavo aiutando Reporter Senza Frontiere a organizzare una petizione di solidarietà dei giornalisti israeliani per i loro colleghi palestinesi. Dissi loro che nessuno, a parte alcune persone della sinistra radicale, avrebbe firmato quel tipo di dichiarazione, e invece mi sono offerto di provare a far firmare ai giornalisti israeliani una petizione che chiedeva ai media di mostrare di più ciò che stava accadendo a Gaza, perché pensavo che saremmo stati in grado di farla firmare a più giornalisti tradizionali. Semplicemente non è successo. Pochissime persone hanno voluto firmare. Ciò che i giornalisti israeliani non capiscono è che quando il governo approva la “Legge Al Jazeera”, in definitiva si tratta di qualcosa di molto più grande che semplicemente prendere di mira un canale. L’attuale legge riguarda il bando di agenzie di stampa che “mettono a repentaglio la sicurezza nazionale”, ma vogliono anche dare al ministro israeliano delle Comunicazioni il diritto di impedire a qualsiasi rete di informazione straniera che potrebbe “danneggiare il morale nazionale” di operare in Israele. Ciò che il pubblico israeliano non capisce è che i prossimi in lista sono BBC Arabic, Sky News Arabic e CNN. Dopodiché arriveranno ad Haaretz, Canale 12 e Canale 13.

Pensi che accadrà?

Stiamo andando verso un regime autocratico stile Orbán, con tutto ciò che ne consegue: nei tribunali, nel mondo accademico e nei media. Certo che è possibile. Sembrava irrealistico 10 anni fa, poi è sembrato più realistico cinque anni fa quando sono esplosi gli scandali legali di Netanyahu relativi ai media. Poi è diventato ancora più verosimile con la revisione giudiziaria, e oggi ancora di più. Non ci siamo ancora, ma siamo sicuramente sulla buona strada.

Edo Konrad è ex caporedattore di +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questa è la prima guerra dell’apartheid di Israele?

Oren Yiftachel 

15 ottobre 2024 – +972 magazine

Tutt’altro che privo di una strategia politica, Israele sta combattendo per rafforzare il progetto suprematista che ha costruito per decenni tra il fiume e il mare.

Durante lo scorso anno molti hanno sostenuto che il disastro del 7 ottobre – il più grande massacro di civili israeliani nella storia del Paese – è stato un segnale del fatto che lo status quo di occupazione permanente è crollato. Sotto il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu Israele ha portato avanti una politica di “gestione del conflitto” a lungo termine per rafforzare l’occupazione e la colonizzazione delle terre palestinesi mentre conteneva la frammentata resistenza palestinese. Ciò implicava finanziare un Hamas “dissuaso”, che vari leader israeliani consideravano come “una risorsa”.

È vero che in seguito al 7 ottobre alcuni aspetti di questa strategia sono falliti, soprattutto l’illusione che il progetto nazionale palestinese potesse essere schiacciato, o che Hamas ed Hezbollah potessero essere tenuti a bada in assenza di un qualunque accordo politico. Anche il concetto secondo cui la colonizzazione ebraica potesse garantire la sicurezza lungo i confini e le frontiere di Israele, un mito sionista di lunga data, è stato distrutto: oltre al profondo trauma e al dolore sofferti da decine di comunità frontaliere ebraiche, circa 130.000 israeliani provenienti da più di 60 luoghi all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.] sono sfollati, e molti di loro lo sono tuttora.

Altri esperti hanno sostenuto che la guerra israeliana a Gaza, e ora in Libano, è priva di una strategia politica “per il giorno dopo”, ed è combattuta solo a favore della sopravvivenza politica di Netanyahu. Ma, diversamente dall’opinione popolare, un’analisi realistica dell’anno trascorso mostra che in questa guerra Israele continua a promuovere un obiettivo strategico inequivocabile: conservare e rafforzare il regime di supremazia ebraica sui palestinesi dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. In questo senso gli ultimi 12 mesi possono essere meglio compresi come la “prima guerra dell’apartheid” di Israele.

Mentre le precedenti otto guerre hanno tentato di creare un nuovo ordine geopolitico o sono state limitate a zone specifiche, l’attuale intende rafforzare il progetto politico suprematista che Israele ha costruito su tutto il territorio e che l’attacco del 7 ottobre ha sostanzialmente sfidato. Di conseguenza c’è anche un netto rifiuto di esplorare ogni via di riconciliazione o persino un cessate il fuoco con i palestinesi.

L’ordine suprematista di Israele, che una volta era definito “strisciante” e più di recente “apartheid profondo”, è storicamente ben radicato. È stato mascherato negli ultimi decenni dal cosiddetto processo di pace, promesse di una “occupazione temporanea” e affermazioni secondo cui Israele non aveva “partner” con cui negoziare. Ma negli ultimi anni la realtà del progetto di apartheid è diventata sempre più evidente, soprattutto sotto il governo di Netanyahu.

Oggi Israele non fa alcun tentativo di nascondere le sue intenzioni suprematiste. La legge dello Stato-Nazione del 2018 ha dichiarato che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente del popolo ebraico” e che “lo Stato vede lo sviluppo della colonizzazione ebraica come un valore nazionale.” Facendo un passo ulteriore, il manifesto dell’attuale governo israeliano (noto come i suoi “principi guida) nel 2022 ha affermato con orgoglio che “il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile a ogni area della Terra di Israele”, che, nel lessico ebraico, include Gaza e la Cisgiordania, e si impegna a “promuovere e sviluppare colonie in ogni parte della Terra di Israele”.

Lo scorso luglio la Knesseth ha votato con una maggioranza schiacciante il rifiuto della creazione di uno Stato palestinese. E quando Netanyahu parla all’ONU, come ha fatto due settimane fa, le cartine che mostra descrivono chiaramente questo progetto: uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, con i palestinesi destinati ad esistere ai margini invisibili della sovranità ebraica come abitanti di seconda o terza classe.

Ironicamente e tragicamente gli attacchi terroristici di Hamas e dei suoi alleati negli ultimi tre decenni, così come la loro retorica di negazione dell’esistenza di Israele e che propugna un futuro Stato islamico dal fiume al mare, sono stati invocati come pretesto per l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. I massacri del 7 ottobre possono quindi essere criticati non solo come criminali e profondamente immorali, ma anche come una “ribellione boomerang”, che torna indietro per consentire una violenza brutale contro il popolo palestinese e danneggia gravemente la loro giusta lotta per la decolonizzazione e l’autodeterminazione. L’offensiva di Hezbollah nel nord ha aggiunto altra benzina al fuoco della ribellione boomerang, che a sua volta brucia chi l’ha perpetrata.

Reprimere i palestinesi, cementare la supremazia ebraica

Per oltre 75 anni Israele ha violentemente dominato, espulso ed occupato i palestinesi. Ma questa storia di oppressione impallidisce in confronto con le distruzioni operate contro i gazawi nell’ultimo anno, quello che molti esperti hanno definito un genocidio.

In seguito al “disimpegno” israeliano e a 17 anni di assedio soffocante contro l’enclave controllata da Hamas, agli occhi degli israeliani Gaza è diventata simbolo di una visione distorta della sovranità palestinese. Pertanto, molto più che combattere miliziani o cercare vendetta per il 7 ottobre, i massicci bombardamenti, la pulizia etnica e l’eliminazione della grande maggioranza delle infrastrutture civili della Striscia, compresi ospedali, moschee, industrie, scuole e università, da parte di Israele sono un attacco diretto alla possibilità della decolonizzazione e autodeterminazione dei palestinesi.

Nell’anno trascorso, immersi nella nebbia di questo massacro contro Gaza, anche l’occupazione coloniale della Cisgiordania ha accelerato. Israele ha introdotto nuove misure di annessione amministrativa; la violenza dei coloni si è ulteriormente intensificata con l’appoggio dell’esercito; sono stati fondati decine di nuovi avamposti, contribuendo all’espulsione delle comunità palestinesi; città palestinesi sono state sottoposte a chiusure che ne hanno soffocato l’economia; la repressione violenta della resistenza armata da parte dell’esercito israeliano ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla Seconda Intifada, soprattutto nei campi profughi di Jenin, Nablus e Tulkarem. La già tenue distinzione tra aree A, B e C è stata completamente cancellata: l’esercito israeliano agisce liberamente in tutto il territorio.

Nel contempo Israele ha accentuato l’oppressione dei palestinesi all’interno della Linea Verde e la loro condizione di cittadini di seconda classe. Ha intensificato le pesanti restrizioni sulla loro attività politica attraverso maggiori controlli, arresti, licenziamenti, sospensioni e vessazioni. I dirigenti arabi sono etichettati come “sostenitori del terrorismo” e le autorità stanno attuando un’ondata senza precedenti di demolizioni di case, soprattutto nel Negev/Naqab, dove nel 2023 il numero di demolizioni (che hanno raggiunto la cifra record di 3.283) è stata superiore al numero totale per gli ebrei in tutto lo Stato. Allo stesso tempo la polizia ha rinunciato del tutto ad affrontare il grave problema del crimine organizzato nelle comunità arabe. Quindi possiamo notare una strategia comune in tutti i territori controllati da Israele per reprimere i palestinesi e cementare la supremazia ebraica.

La crescente offensiva in Libano — che è stata lanciata per respingere i dodici mesi di aggressioni di Hezbollah contro il nord di Israele, ma ora sta diventando un attacco massiccio contro tutto il Libano — e lo scambio di colpi con l’Iran sembrano annunciare una fase nuova e a livello regionale della guerra. Ciò è chiaramente legato all’agenda geopolitica dell’impero americano, ma serve anche a distrarre l’attenzione dalla crescente oppressione dei palestinesi.

Un altro fronte della guerra dell’apartheid viene condotto contro gli ebrei israeliani che lottano per la pace e la democrazia. I continui tentativi del governo Netanyahu di indebolire la (già ridotta) indipendenza del potere giudiziario consentirà ulteriori violazioni dei diritti umani aumentando il potere dell’esecutivo, attualmente composto dalla coalizione più a destra che Israele abbia mai conosciuto. Stiamo già vedendo gli effetti della caduta di Israele in un governo autoritario. il Paese è invaso dalle armi grazie alla decisione del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di distribuire decine di migliaia di fucili, soprattutto a sostenitori del suprematismo ebraico che vivono nelle colonie della Cisgiordania o nelle aree di confine. Il ministro delle Finanze e governatore di fatto della Cisgiordania Bezalel Smotrich, lui stesso un colono irriducibile, ha destinato grandi somme di fondi pubblici per progetti di colonizzazione. E il governo ha di fatto messo a tacere ogni critica contro la guerra criminale di Israele scatenando gravi violenze poliziesche contro manifestanti antigovernativi e contro la guerra, incitando contro istituzioni accademiche, intellettuali e artisti e diffondendo discorsi tossici e accusatori contro i “traditori” di sinistra.

Una dimensione particolarmente rivoltante della guerra dell’apartheid è l’abbandono da parte del governo degli ostaggi rapiti da Hamas, il cui potenziale ritorno minaccia il governo mettendo in evidenza il fiasco del 7 ottobre. Nel contempo la loro presenza nei tunnel di Hamas impedisce al governo di continuare la sua criminale, e largamente inefficace, “pressione militare” a Gaza, che minaccia ogni possibilità che gli ostaggi ritornino vivi. Quindi, sfruttando la sofferenza e lo shock delle famiglie degli ostaggi, il governo consente che noi ci troviamo di fronte a un continuo stato di emergenza che preclude l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulle negligenze che hanno portato ai massacri del 7 ottobre.

Un nuovo orizzonte politico

Guardando al futuro vale la pena di ricordare che l’apartheid non è solo un abisso morale e un crimine contro l’umanità, è anche un regime instabile, caratterizzato da continue violenze che non risparmiano nessuno e danni estesi per l’economia e l’ambiente.

Nonostante il considerevole appoggio che riceve tra gli ebrei in Israele e all’estero, e dai governi occidentali che scandalosamente ne garantiscono l’impunità, il regime israeliano è lungi dall’essere vittorioso nella sua prima guerra dell’apartheid. Le forze che gli si oppongono stanno crescendo non solo tra i palestinesi e nei Paesi arabi vicini, ma anche tra gli ebrei della diaspora e la più vasta opinione pubblica sia nel Nord che nel Sud globali. L’Israele dell’apartheid ha già perso la battaglia etica, ma perdere le alleanze internazionali, i rapporti commerciali, le prospettive economiche e i legami culturali e accademici potrebbe obbligare il governo a porre fine alla guerra per la supremazia ebraica.

Eppure questo non è un risultato inevitabile. Richiede una significativa mobilitazione globale per imporre le leggi internazionali, così come un’alleanza tra ebrei e palestinesi che sfidi e rompa l’ordine dell’apartheid di separazione, segregazione e discriminazione legalizzate. La lotta necessaria è civile e non violenta: lotte simili contro i regimi di apartheid in tutto il mondo come in Irlanda del Nord, nel Sud degli Stati Uniti, in Kosovo o in Sudafrica hanno avuto successo quando hanno abbandonato la violenza che prendeva di mira i civili e si sono concentrate su campagne civiche, politiche, legali ed etiche.

La lotta richiede anche un orizzonte politico che risponda ai continui fallimenti della divisione della terra tra il fiume e il mare. Il movimento per la pace “Una Terra per Tutti: due Stati una Patria”, un’iniziativa unitaria tra israeliani e palestinesi, ha articolato tale visione basata sull’uguaglianza individuale e collettiva. Questo modello confederale di due Stati, con libertà di movimento, istituzioni comuni e una capitale condivisa, può offrire un’uscita dal crescente apartheid e contribuire a disegnare un orizzonte verso un futuro di riconciliazione e pace. Solo l’adozione di tali prospettive può garantire che la prima guerra dell’apartheid sia anche l’ultima.

Il professor Oren Yiftachel è un ricercatore di geografia politica e giuridica e attivista per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Mia sorella è stata il 166° medico ad essere assassinato a Gaza

Ramzy Baroud

15 ottobre 2024 – Middle East Monitor

La vostra vita andrà avanti. Con nuovi avvenimenti e nuovi volti: i volti dei vostri figli, che riempiranno la casa di chiasso e risate.

Queste sono state le ultime parole scritte da mia sorella in un messaggio a una delle sue figlie.

La dottoressa Soma Baroud è stata assassinata il 9 ottobre quando gli aerei da guerra israeliani hanno bombardato il taxi che la trasportava insieme ad altri sfiniti abitanti di Gaza nei pressi della rotonda di Bani Suhaila vicino a Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Ancora non so se stesse andando all’ospedale in cui lavorava o se lo stesse lasciando per tornare a casa. Ma che importanza ha?

La notizia del suo assassinio (che è stato un omicidio politico; Israele ha deliberatamente preso di mira e ucciso 986 operatori sanitari, tra cui 166 medici) è arrivata tramite una schermata copiata da una pagina Facebook: Aggiornamento: questi sono i nomi dei martiri dell’ultimo bombardamento israeliano su due taxi nella zona di Khan Yunis…” Seguiva un elenco di nomi. “Soma Mohammed Mohammed Baroud” era il quinto della lista, il numero 42.010 nell’elenco sempre più lungo dei martiri di Gaza.

Mi rifiutavo di credere alla notizia, anche quando altri post hanno iniziato a spuntare ovunque sui social media, indicando il suo nome come il quinto, a volte sesto nella lista dei martiri dell’attacco aereo di Khan Yunis.

Ho continuato a chiamarla, più e più volte, sperando che la linea gracchiasse un po’ e dopo un breve silenzio la sua voce gentile e materna dicesse: “Marhaba Abu Sammy. Come stai, fratello?” Ma non ha mai risposto alla chiamata.

Le avevo ripetuto che non doveva preoccuparsi di inviare elaborati messaggi scritti o audio, data la precarietà della connessione Internet e dell’energia elettrica.

Ma passavano diversi giorni senza che scrivesse, spesso a causa della mancanza di una connessione Internet. Poi, arrivava un messaggio, anche se mai breve. Buttava giù un fiume di pensieri, passando dalla sua lotta quotidiana per sopravvivere alle paure per i figli, alla poesia, a un versetto del Corano, a uno dei suoi romanzi preferiti e così via.

“Sai, quello che hai detto l’ultima volta mi ricorda Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez”, mi ha detto in più di un’occasione, prima di portare la conversazione sui più complessi pensieri filosofici. Ascoltavo e ripetevo semplicemente: “Sì… assolutamente… sono d’accordo… al cento per cento”.

Per noi Soma era una figura straordinaria. Questo è esattamente il motivo per cui la sua improvvisa mancanza ci ha scioccati fino all’incredulità. I ​​suoi figli, sebbene cresciuti, si sono sentiti orfani. Ma non diversamente dai suoi fratelli, me compreso.

Ho scritto di Soma come personaggio centrale nel mio libro My Father Was a Freedom Fighter [Mio padre è stato un combattente per la libertà, ndt], perché era davvero centrale nelle nostre vite e nella nostra stessa sopravvivenza in un campo profughi di Gaza.

Primogenita e unica figlia femmina, dovette sobbarcarsi una quota di lavoro e aspettative molto più grandi rispetto a noi. Era solo una bambina quando il mio fratello maggiore, Anwar, ancora neonato, morì in una clinica dell’UNRWA nel campo profughi di Nuseirat a causa della mancanza di medicine. Allora conobbe la sofferenza, il tipo di sofferenza che con il tempo si trasformò in uno stato di dolore permanente che non l’avrebbe mai abbandonata fino al suo omicidio a Khan Yunis per opera di una bomba israeliana fornita dagli Stati Uniti.

Due anni dopo la morte di Anwar nacque un altro bambino. Abbiamo chiamato anche lui Anwar, in modo che potesse portare avanti l’eredità del primo ragazzo. Soma amava il nuovo arrivato, e nei decenni a venire ha mantenuto con lui un’amicizia speciale.

Mio padre iniziò la sua esistenza come lavoratore minorile, poi combattente nell’Esercito di Liberazione della Palestina, agente di polizia durante l’amministrazione egiziana di Gaza, poi di nuovo lavoratore, perché si rifiutò di unirsi alla polizia di Gaza finanziata da Israele dopo la Naksa [lo sfollamento di circa 280.000-325.000 palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, ndt.] del 1967 (la Guerra dei sei giorni).

Un uomo intelligente, di sani principi e intellettuale autodidatta, mio ​​padre fece tutto il possibile per garantire un minimo di dignità alla sua piccola famiglia; e Soma, da bambina, spesso scalza, lo sostenne in ogni momento del suo cammino. Quando decise di diventare un commerciante, come quando comprava oggetti scartati e strani in Israele e li riconfezionava per venderli nel campo profughi, Soma fu la sua principale aiutante. Nonostante la guarigione della pelle i tagli sulle dita dovuti al confezionamento, uno ad uno, di migliaia di rasoi, rimasero come testimonianza della difficile esistenza vissuta.

“Il mignolo di Soma vale più di mille uomini”, ripeteva spesso mio padre, per ricordarci, per quanto fossimo cinque ragazzi, che nostra sorella sarebbe sempre stata l’eroina principale della storia della famiglia. Ora che è una martire, quel lascito è stato assicurato per l’eternità.

Anni dopo i miei genitori la mandarono ad Aleppo per conseguire una laurea in medicina. Tornò a Gaza, dove trascorse oltre tre decenni a curare le sofferenze degli altri, ma mai la sua.

Ha lavorato, tra l’altro, all’ospedale Al-Shifa e al Nasser Hospital. In seguito, ottenne un’altra specializzazione in medicina di base e aprì una clinica tutta sua. Non faceva pagare i poveri e faceva tutto il possibile per curare le vittime della guerra.

Come equipe hanno voluto mettere in primo piano i diritti delle donne all’assistenza medica e hanno ampliato la visione della medicina di base includendovi il trauma psicologico, con particolare enfasi sulla centralità e sulla vulnerabilità delle donne in una società dilaniata dalla guerra.

Quando mia figlia Zarefah è riuscita a farle visita a Gaza poco prima della guerra in corso mi ha poi raccontato che “quando zia Soma entrava in ospedale un seguito di donne, medici, infermiere e altro personale medico la circondava in totale adorazione”.

A un certo punto sembrava che tutte le sofferenze di Soma stessero finalmente dando i loro frutti: una bella casa a Khan Yunis, con un piccolo uliveto e qualche palma; un marito amorevole, docente di legge e infine preside della facoltà di giurisprudenza di una prestigiosa università di Gaza; tre figlie e due figli, con titoli di studio che spaziano dall’odontoiatria alla farmacia, dal diritto all’ingegneria.

Anche sotto assedio la vita, almeno per Soma e la sua famiglia, sembrava gestibile. È vero, non le è stato permesso di lasciare la Striscia per molti anni a causa del blocco, e quindi per anni e anni ci è stata negata la possibilità di vederla. È vero, era tormentata dalla solitudine e dall’isolamento: da qui la sua storia d’amore con García Márquez e la costante citazione del suo principale romanzo. Ma almeno suo marito non è stato ucciso o andato disperso. La sua bella casa e la clinica erano ancora in piedi. E lei viveva e respirava, comunicando i suoi preziosi spunti filosofici sulla vita, la morte, i ricordi e la speranza. E poi…

“Se solo potessi trovare i resti di Hamdi, così potremmo dargli una degna sepoltura”, mi ha scritto lo scorso gennaio, quando circolava la notizia che suo marito fosse stato giustiziato da un quadrirotore israeliano a Khan Yunis. Poiché il suo corpo era scomparso si aggrappava a una flebile speranza che fosse ancora vivo. I suoi ragazzi, d’altra parte, continuavano a scavare tra le macerie e i detriti della zona in cui Hamdi era stato colpito, sperando di trovarlo e dargli una degna sepoltura. Spesso durante i loro tentativi di dissotterrare il corpo del padre venivano attaccati dai droni israeliani. Scappavano e poi tornavano con le loro pale per continuare il loro triste compito.

Per sfruttare al meglio le possibilità di sopravvivenza la famiglia di mia sorella decise di dividersi tra campi profughi e altre abitazioni nel sud di Gaza. Ciò significava che Soma doveva spostarsi e viaggiare costantemente, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi, tra città, villaggi e campi profughi, solo per controllare i suoi figli, dopo ogni incursione e ogni massacro.

Queste speranze semplici e ragionevoli sembravano un miraggio, soprattutto quando il mese scorso la sua casa nella zona di Qarara, a Khan Yunis, è stata demolita dall’esercito israeliano. “Il mio cuore soffre”, ha scritto. “Tutto è andato. Tre decenni di vita, di ricordi, di conquiste, tutto trasformato in macerie”.

Ha sottolineato che quella storia non parlava di pietre e cemento. “È molto più grande. È una storia che non può essere raccontata del tutto, per quanto a lungo scriva o parli. Sette anime hanno vissuto qui. Si mangiava, beveva, rideva, si litigava e, nonostante tutte le sfide della vita a Gaza, siamo riusciti a ritagliare per la nostra famiglia una vita felice”.

Pochi giorni prima di essere uccisa mi ha detto che aveva dormito in un edificio semidistrutto di proprietà dei suoi vicini a Qarara. Mi ha mandato una foto scattata da suo figlio, mentre era seduta su una sedia improvvisata sulla quale pure dormiva, in mezzo alle rovine. Appariva stanca, molto stanca.

Non c’era niente che potessi dire o fare per convincerla ad andarsene. Ha insistito dicendo che voleva tenere d’occhio le macerie di ciò che restava della sua casa. La sua logica non aveva senso per me. L’ho supplicata di andarsene. Mi ha ignorato e ha continuato a inviarmi foto di ciò che aveva recuperato dalle macerie, una vecchia foto, un piccolo ulivo, un certificato di nascita…

Il mio ultimo messaggio per lei, poche ore prima che venisse uccisa, è stato una promessa che quando la guerra fosse finita, avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per risarcirla per tutto questo. Che l’intera famiglia si sarebbe incontrata in Egitto, o in Turchia, e l’avremmo ricoperta di regali e di un amore familiare sconfinato. Ho concluso con: “Cominciamo a pianificare ora. Qualunque cosa tu voglia. Dillo e basta. In attesa delle tue istruzioni…” Non ha mai visto il messaggio.

Anche quando il suo nome, come l’ennesima vittima del genocidio israeliano a Gaza, è stato menzionato nelle notizie palestinesi locali, mi sono rifiutato di crederci. Ho continuato a chiamare. “Per favore, Soma, per favore, rispondi”, supplicavo.

Solo quando è comparso un video in cui dei sacchi bianchi per cadaveri arrivavano al Nasser Hospital sul retro di un’ambulanza ho pensato che forse mia sorella se n’era davvero andata.

Alcuni sacchi recavano i nomi delle altre persone menzionate nei post sui social media. Ogni sacco è stato portato fuori separatamente e appoggiato a terra. Un gruppo di persone piangenti in lutto, uomini, donne e bambini, si sono precipitate ad abbracciare il corpo, urlando le stesse grida di agonia e disperazione che hanno accompagnato dal primo giorno questo genocidio in atto.

I suoi colleghi hanno trasportato il suo corpo adagiandolo delicatamente a terra. Stavano per aprire il sacco per confermare la sua identità. Ho distolto lo sguardo.

Mi rifiuto di vederla sotto altri aspetti se non quello che desiderava: una persona forte, che esprimeva amore, gentilezza e saggezza; qualcuno il cui “mignolo vale più di mille uomini”.

Ma perché continuo a controllare i miei messaggi nella speranza che mi scriva per dirmi che tutta la faccenda è stata un grosso, crudele malinteso e che sta bene?

Mia sorella Soma è stata sepolta sotto un piccolo cumulo di terra, da qualche parte a Khan Yunis.

Niente più messaggi da lei.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore del Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e ribellione nelle prigioni israeliane, ndt.] (Clarity Press). Baroud è un Ricercatore Senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Opinione| Una volontaria e invisibile barriera protettiva dalle fiamme taglia fuori gli israeliani da quello che sta succedendo a Gaza

Noa Landau

16 ottobre 2024 – Haaretz

Si suppone che viviamo in un luogo e un tempo in cui la maggior parte delle informazioni importanti per la nostra vita siano pubbliche e accessibili. I mezzi di comunicazione in Israele sono liberi di raccontare (con l’eccezione di specifiche restrizioni censorie), chiunque può connettersi a internet e il governo non limita l’accesso alle reti sociali.

Tuttavia pare esserci un’enorme distanza nelle informazioni, e di conseguenza anche nella consapevolezza, tra gli israeliani e il resto del mondo quando si tratta della guerra in Medio Oriente. Un esempio recente di ciò è l’attacco aereo delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] di lunedì nei pressi dell’ospedale Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia di Gaza. Mentre gli utenti di internet in tutto il mondo potevano vedere gli orribili video del fuoco che l’attacco ha appiccato in una tendopoli per le persone sfollate dalla guerra, è probabile che in Israele persino oggi solo poche persone siano al corrente dell’incidente.

Secondo le informazioni almeno quattro persone sono state uccise, incluse una donna e un bambino, e almeno 43 ferite nell’incidente. Rispetto all’irragionevole livello di sofferenza e sangue che proviamo ogni giorno questo non è un evento “eccezionale”. Eppure ha suscitato una risposta relativamente dura del governo USA, che ha persino depositato un’esplicita protesta a Israele. Non è sicuro che molti israeliani abbiano neppure sentito parlare della protesta, ma quelli che l’hanno fatto devono aver faticato a capirla.

La spiegazione dell’inusuale condanna sta negli stessi video, che mostrano – non c’è, né ci dovrebbe essere, un modo migliore per dirlo– persone bruciate vive. “Le immagini e i video di quello che sembra essere gente sfollata bruciata viva in seguito a un attacco aereo israeliano è profondamente sconvolgente,” ha affermato lunedì sera in un comunicato un portavoce del Consiglio della Sicurezza Nazionale USA.

La maggior parte delle persone che hanno visto tali immagini, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, faticherà ad accettare come giustificazione dichiarazioni riguardo a un “attacco mirato contro terroristi che stavano operando all’interno di un centro di comando e di controllo”. Anche le fredde spiegazioni del tipo “è la guerra” sono insoddisfacenti.

Allora, senza leggere o ascoltare almeno una descrizione orale dei video, è difficile comprendere la reazione internazionale a questo incidente e la posizione prevalente riguardo alla guerra. Ma, benché non ci siano limitazioni ufficiali sui media o sulle reti sociali che impediscano agli israeliani la visione dell’incidente, la sua copertura giornalistica è stata rappresentata da qualche sintetico articolo sui siti web, centrati per lo più sulla reazione degli USA.

La cosa più facile da fare a questo proposito è incolpare i media israeliani per non aver fatto il loro lavoro. In un editoriale Ido David Cohen conclude che le vittime di Gaza sono diventate invisibili, la maggior parte dei giornalisti israeliani è rappresentata da portavoce dell’esercito israeliano, il discorso è dominato dall’estremismo e arabi e palestinesi sono esclusi dagli studi radiofonici e televisivi.

Non è una novità, ma come in altri campi della vita questa tendenza è diventata più estrema e così lo sono l’autocensura per ragioni “patriottiche” e le censure commerciali, queste ultime per non perdere spettatori e annunci pubblicitari.

La scorsa settimana in un’intervista con Christiane Amanpour trasmessa sulla CNN il 3 ottobre la giornalista investigativa israeliana Ilana Dayan ha affermato che i media israeliani “non stanno informando abbastanza” sulla “tragedia a Gaza”. Ha ragione. La destra la attacca aggressivamente per questo, in modo vergognoso, ma bisogna anche chiederle: Ilana, che cosa ha impedito a te di informare su di essa?

L’autocensura dei media israeliani non è l’unica spiegazione. Non solo gli israeliani sono emotivamente immersi soprattutto nella loro ansia e nelle loro enormi sfide, ma c’è anche l’algoritmo delle reti sociali, che isola il mondo di ognuno in modo che sia esposto solo a quello che l’algoritmo determina in anticipo che gli possa piacere.

In un mondo che si presume sia più che mai aperto, siamo intrappolati in bolle chiuse come mai prima d’ora. E proprio come l’attuale erosione dei valori democratici non è operata dai carrarmati nelle strade ma piuttosto da dirigenti che vengono eletti, la disconnessione dal flusso di informazioni e il controllo della consapevolezza non vengono necessariamente realizzati attraverso la censura ufficiale, ma piuttosto da forze volontarie e invisibili.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Accademici israeliani aprono la strada nell’invocare l’”azione di sterminio” dei palestinesi

Nadav Rapaport

14 ottobre 2024-Middle East Eye

Professori di studi del Medio Oriente nelle migliori università israeliane giustificano apertamente l’affamare i civili di Gaza per spianare la strada alla campagna militare dell’esercito

Uzy Raby, professore di Storia, è uno degli esperti di Medio Oriente più apprezzati dai media israeliani.

Il docente senior del dipartimento di Storia mediorientale e africana dell’Università di Tel Aviv ha sostenuto senza mezzi termini la necessità di affamare i civili nel nord di Gaza che non seguono l’ordine dell’esercito israeliano di evacuare a sud.

“Chiunque rimanga lì sarà giudicato dalla legge come terrorista e subirà un processo di morte per fame o sterminio”, ha affermato durante un’intervista televisiva il mese scorso.

Poi, parlando di un possibile attacco a Beirut, ha ribadito lo stesso ragionamento.

“Bisogna infliggerla [la guerra] alla popolazione”, ha affermato Raby.

Secondo Assaf David, co-fondatore del “Forum for Regional Thinking” e responsabile del gruppo “Israel in the Middle East” presso il “Van Leer Jerusalem Institute”, Raby e altri come lui “sono più militanti persino dell’establishment militare-di sicurezza che attualmente guida la guerra di Israele”.

La prova di ciò può essere trovata nel sostegno che alcuni di loro hanno dato al piano dell’ex alto ufficiale israeliano Giora Eiland.

Il piano prevedeva di sfollare con la forza tutti i civili dalla parte settentrionale dell’enclave, o di sottoporli alla fame e alla forza militare, il che, secondo i critici, potrebbe equivalere a pulizia etnica e genocidio.

Occupiamo subito Gaza’

Gli studiosi israeliani del Medio Oriente sono sempre stati piuttosto conservatori sulle questioni israelo-palestinesi e regionali, ha detto David.

Ma da quando è iniziata la guerra nell’ottobre 2023 alcuni di loro hanno sposato un discorso di estrema destra simile alle opinioni estremiste dei ministri più di estrema destra di Israele, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Il dottor Harel Chorev è un altro docente di Medio Oriente presso l’Università di Tel Aviv che ha sostenuto il piano Eilan. Ha detto a Channel 13 che avrebbe “firmato a due mani” il piano poiché è coerente con il suo piano per Gaza.

A marzo, Chorev ha chiesto un’operazione militare a Rafah nonostante le obiezioni degli Stati Uniti. “Rafah deve essere conquistata”, ha detto al quotidiano Maariv.

Il professor Eyal Zisser, vicerettore dell’Università di Tel Aviv e membro del dipartimento di studi sul Medio Oriente, ha chiesto all’esercito israeliano di “occupare subito Gaza”. A giugno, il professor Benny Morris, uno dei principali studiosi del conflitto israelo-palestinese e membro del dipartimento del Medio Oriente presso l’Università Ben-Gurion, ha chiesto in modo sconcertante che Israele sganciasse una bomba nucleare sull’Iran.

Oltre a sollecitare altri potenziali crimini di guerra e l’occupazione della Striscia di Gaza questi accademici stanno anche portando avanti una campagna apertamente disumanizzante contro palestinesi, arabi e musulmani.

Secondo Yonatan Mendel, docente presso il dipartimento di studi sul Medio Oriente alla “Ben-Gurion University of the Negev”, gli accademici israeliani hanno cercato acriticamente di mobilitare il pubblico dietro la devastante campagna dell’esercito a Gaza.

“Le voci che abbiamo ascoltato dagli studiosi [israeliani, n.d.t.] del Medio Oriente non hanno quasi mai messo in discussione il pensiero del pubblico in generale in Israele”, ha detto a MEE.

“Da quando è iniziata la guerra il discorso nei media israeliani è stato molto limitato. Il discorso ruotava attorno a “insieme vinceremo” e vedeva la durissima risposta militare di Israele come l’unica cosa che poteva e doveva essere fatta”, ha detto Mendel.

Una settimana dopo l’inizio della guerra, Raby ha detto che le regole che si applicano all’Occidente non dovrebbero applicarsi al conflitto israelo-palestinese.

“Quando… provi a risolvere i problemi mediorientali in termini occidentali, fallirai”, ha detto.

Il mese scorso Raby ha suggerito che le azioni israeliane dovrebbero essere condite con una speciale “spezia mediorientale”. Come Raby, Chorev ha detto che le cose dovrebbero essere fatte diversamente in Medio Oriente.

Nessun civile innocente

“Alcuni di questi esperti credono che ‘Israele dovrebbe essere orgoglioso del fatto di non essere una democrazia liberale occidentale”, ha detto David. “Vogliono che Israele si unisca al Medio Oriente, ma sulla base di un ordinamento della regione in senso autoritario, poiché pensano che sia l’unico modo in cui Israele possa sopravvivere nell’area”, ha aggiunto.

Secondo Mendel, questa retorica è rappresentata dal famoso commentatore, Eliahu Yusian, un autoproclamato esperto di questioni mediorientali, che afferma che non ci sono “civili innocenti” a Gaza.

“L’establishment voleva sentire una voce [come quella di Yusian] che diceva: ‘Sono barbari. Dovremmo essere barbari come loro'”, ha detto Mendel.

Il professor Avi Bareli, docente di Israele e storia del sionismo alla Ben-Gurion University, ha scritto lo scorso ottobre che i palestinesi sono “una società che adora la morte e innalza la bandiera dell’omicidio”. Ci sono altre voci nel mondo accademico israeliano del Medio Oriente, ma secondo David “purtroppo sono marginali ed emarginate”.

David sostiene che almeno in parte “alcune di queste voci si autocensurano e scelgono di non criticare le mosse politiche e militari di Israele contro i palestinesi e le dichiarazioni dei loro colleghi”.

In effetti le voci non mainstream nelle università israeliane sono sottoposte a una severa sorveglianza.

Secondo un rapporto di “Academia for Equality”, un’organizzazione che lavora per promuovere la democratizzazione, l’uguaglianza e l’accesso al sistema di istruzione superiore, dall’inizio della guerra oltre 160 studenti palestinesi e diversi membri delle facoltà hanno affrontato azioni disciplinari da parte delle loro istituzioni per dichiarazioni sospettate di sostenere Hamas o la lotta palestinese.

Mendel sostiene che “Il mondo accademico israeliano in generale e gli studi mediorientali in particolare avrebbero dovuto fornire un contrappeso molto più forte alla visione ristretta del governo secondo la quale Israele non ha alcuna responsabilità per ciò che accade in Cisgiordania e a Gaza e che l’unico modo per risolvere i suoi problemi politici nella regione è usare l’esercito”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La distruzione del patrimonio culturale a Gaza mira a cancellare – e sostituire – la storia della Palestina

Pilar Montero Vilar

9 ottobre 2024 – The Conversation

Nel 2016 il fotografo inglese James Morris ha dato alle stampe Time and Remains of Palestine (Il tempo e le rovine della Palestina). Le immagini riprodotte in questo libro testimoniano dell’assenza di monumenti architettonici e degli invisibili momenti di storia sepolti tra le macerie e la desolazione della Palestina.

Crocevia tra l’Asia e l’Africa, la Palestina è sempre stata un’area di grande importanza strategica e nel corso della storia è stata abitata da diverse civiltà. Questo vuoto pertanto non si spiega se non con una falsa storia, che origina direttamente dal movimento dei coloni israeliani, il quale cerca di distruggere le tracce materiali di altre culture perché rimandano a un passato molto più complesso di quanto essi vorrebbero ammettere.

Questa complessità è stata minuziosamente dimostrata in un rapporto di Forensic Architecture su un sito archeologico noto come il porto di Anthedon, antico porto marittimo di Gaza, abitato per la prima volta tra il 1100 e l’800 a.C. [agenzia di ricerca multidisciplinare fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman, , fa parte del Comitato Consultivo Tecnologico della Corte Penale Internazionale, ndt]

Ottobre 2023: il costo umano ha la precedenza su quello culturale

Il 7 ottobre 2023, il giorno dopo il 50esimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, gli israeliani celebravano la festività di Simchat Torah (Gioia della Torah). Nel frattempo, il muro costruito da Israele all’interno della Striscia di Gaza veniva superato da più di 1200 membri di Hamas in un attacco a sorpresa. Hanno rapito più di 200 persone e lasciato dietro di sé almeno 1.200 morti e quasi 3500 feriti.

Israele ha prontamente dichiarato lo stato di guerra per la prima volta dal 1973. Il conflitto, che ha da poco superato l’anno di durata, è diventato una catastrofe umanitaria di proporzioni inaudite per 2,3 milioni di palestinesi. I numeri sono sconcertanti: più di 41.000 morti, di cui più di 14.000 bambini, quasi 100.000 feriti e più di due milioni di sfollati.

Un mese dopo lo scoppio della guerra, in occasione della sua 42esima Conferenza Generale, l’UNESCO ha dichiarato che “l’attuale distruzione e annientamento della cultura e del patrimonio a Gaza sono ancora da quantificare, poiché tutti gli sforzi al momento sono concentrati sul salvataggio di vite umane”.

Monitorare il disastro

Le proporzioni della catastrofe umanitaria di Gaza hanno fatto sì che la distruzione su vasta scala di elementi significativi della storia e dell’identità palestinesi potesse passare facilmente in secondo piano. Tuttavia, nell’aprile 2024 il Servizio d’Azione Mine delle Nazioni Unite [agenzia per l’eliminazione delle minacce di mine ed esplosivi, n.d.t.] ha stimato che “a Gaza ogni metro quadrato interessato dal conflitto contiene circa 200 Kg di macerie”.

I beni culturali sono stati un obbiettivo dell’offensiva israeliana sin dall’inizio del conflitto e già a novembre la devastazione delle città settentrionali della Striscia superava di gran lunga quella causata dal famigerato bombardamento di Dresda nel 1945. Non possiamo dimenticare che la Striscia di Gaza è soltanto una ristretta area costiera che misura all’incirca 365 km², ricca di siti storici e archeologici, che la comunità internazionale ha riconosciuto come territorio occupato dal 1967.

Nell’ultimo secolo la ricerca ha individuato a Gaza almeno 130 siti che, in qualità di occupante, Israele è tenuto dalla legge internazionale a proteggere, insieme al resto del patrimonio naturale e culturale della zona. Questi obblighi sono sanciti dalle seguenti convenzioni: Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio (1948); Convezioni di Ginevra (1949) e loro allegati; Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954).

Fino al 17 settembre 2024, l’UNESCO ha accertato il danneggiamento di 69 siti: 10 luoghi di culto, 43 edifici di interesse storico e artistico, due depositi di beni culturali mobili, sei monumenti, un museo e sette siti archeologici. Altri documenti riportano un numero molto più alto di siti interessati. Queste valutazioni sono effettuate in condizioni molto difficili, sotto un bombardamento costante, grazie a testimonianze e studi sul campo e sono corroborate da immagini satellitari.

Un esempio particolarmente eclatante di un sito ridotto in macerie è la Grande Moschea di Gaza, considerata da molti la più antica moschea del territorio oltre che simbolo di resilienza. Anche la Chiesa di San Porfirio – la più antica chiesa cristiana a Gaza, costruita dai crociati nel 1150 – è stata colpita dagli attacchi aerei israeliani.

Anche se Israele non aderisce all’UNESCO – che ha lasciato nel 2018, dopo che gli Stati Uniti sotto la guida di Trump hanno fatto lo stesso – esso è tuttavia vincolato a preservare il patrimonio culturale dalla Convenzione dell’Aja. L’articolo 4 della Convenzione stabilisce che: “Le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni e delle loro immediate adiacenze, o dei loro dispositivi di protezione, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a danneggiamento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.”

La Convenzione dell’Aja ha compiuto settant’anni nel 2024, ma i siti patrimonio culturale UNESCO sono ancora drammaticamente sottoprotetti dai conflitti armati in tutto il mondo.

Genocidio umanitario e culturale

La distruzione del patrimonio culturale di Gaza è legata alla crisi umanitaria in corso. Questo legame è riconosciuto dalla Corte Penale Internazionale, la quale sancisce: “I crimini contro il patrimonio culturale o che lo interessano toccano spesso la nozione stessa di essere umano, talvolta erodendo intere porzioni di storia, ingegno e creazione artistica dell’umanità”.

Molti resoconti e articoli indipendenti hanno cominciato a distinguere specifici aspetti della distruzione a Gaza e a parlare non solo di genocidio, ma anche di genocidio culturale, urbicidio, ecocidio, domicidio e scolasticidio.

Il 29 dicembre 2023 la Repubblica del Sudafrica ha adito la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver violato la Convenzione sul Genocidio del 1948 nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Tra le prove a sostegno della tesi del Sudafrica, Israele è accusato di attaccare infrastrutture al fine di provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, attacchi che hanno lasciato in rovine almeno 318 luoghi di culto cristiani e musulmani insieme a numerosi archivi, biblioteche, musei, università e siti archeologici. Tutto ciò si aggiunge alla distruzione del popolo stesso che ha creato il patrimonio palestinese.

Gaza: un unico grande obbiettivo militare

Nel suo rapporto pubblicato il primo luglio 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, sottolinea come Israele abbia trasformato Gaza nella sua totalità in un “obbiettivo militare”. L’esercito israeliano attribuisce arbitrariamente a moschee, scuole, strutture delle Nazioni Unite, università e ospedali un legame con Hamas, giustificando così la loro distruzione indiscriminata. Dichiarando questi edifici obiettivi legittimi, si sbarazza di ogni distinzione tra obbiettivi civili e militari.

Anche se gli attacchi di Israele contro il patrimonio culturale della Palestina non sono un fenomeno nuovo, l’attuale livello di distruzione nei centri urbani di Gaza è inaudito.

Secondo Albanese, Israele sta cercando di mascherare le proprie intenzioni facendo uso della terminologia della legge umanitaria internazionale. Esso giustifica in tal modo l’uso letale della violenza contro qualsiasi civile palestinese, perseguendo al contempo politiche finalizzate alla distruzione generalizzata del patrimonio e dell’identità culturali palestinesi.

Il suo rapporto conclude inequivocabilmente che le azioni del regime israeliano sono mosse da una logica genocida, una logica che è parte integrante del suo progetto di colonizzazione. Il suo scopo ultimo è di espellere il popolo palestinese dalla sua terra e di spazzare via ogni traccia della sua cultura e della sua storia.

Pilar Montero Vilar,Professoressa ordinaria, principale ricercatrice dell’Osservatorio di Emergenze nel Patrimonio Culturale (www.oepac.es) dell’università Complutense di Madrid

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Bezalel Smotrich sollecita l’estensione dei confini di Israele fino a Damasco

  1. Redazione di MEE

11 ottobre 2024 – Middle East Eye

Il ministro della sicurezza [in realtà è delle Finanze, ndt.] di estrema destra cita l’ideologia della ‘grande Israele’ che prefigura l’espansione in tutto il Medio Oriente.

Il ministro israeliano delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha attirato critiche per aver chiesto in un recente documentario che Israele espanda i suoi confini fino a Damasco.

In una intervista per il documentario In Israele: ministri del caos, prodotto dal canale Arte di un servizio pubblico europeo [canale pubblico franco-tedesco, ndt.], Smotrich ha dichiarato che Israele si espanderà gradualmente e alla fine comprenderà tutti i territori palestinesi ed anche Giordania, Libano, Egitto, Siria, Iraq e Arabia Saudita.

“È scritto che il futuro di Gerusalemme sia di espandersi fino a Damasco” ha affermato, citando l’ideologia del “Grande Israele” che prefigura l’espansione dello Stato in tutto il Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri giordano ha condannato le dichiarazioni incendiarie affermando che hanno reso evidente l’ideologia pericolosa e “razzista” di Smotrich.

Smotrich aveva precedentemente espresso lo stesso concetto al funerale di un attivista del Likud a Parigi. Quando ha parlato da un podio decorato con una mappa di Israele che includeva la Giordania, ha dichiarato che non è mai esistita una cosa chiamata popolo palestinese.

Il ministro degli Esteri francese aveva di conseguenza annunciato che i rappresentanti del governo a Parigi non avevano intenzione di incontrare Smotrich durante la sua visita nel Paese.

Oltre ad essere il ministro delle Finanze, Smotrich adesso ha importanti competenze sulla Cisgiordania occupata.

Ad agosto Smotrich ha espresso supporto al blocco degli aiuti a Gaza affermando che “nessuno ci permetterà di causare la morte per fame di due milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale finché gli ostaggi non saranno restituiti.”

Alla fine di febbraio il ministro ha affermato che lo Stato di Israele dovrebbe “cancellare” il villaggio palestinese di Huwwara dopo che è stato sottoposto ad un violento attacco da parte dei coloni israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La Commissione dell’ONU rileva crimini di guerra e crimini contro l’umanità negli attacchi israeliani alle strutture sanitarie di Gaza e nel trattamento di detenuti e ostaggi

OHCHR

10 Ottobre 2024- OHCHR, Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

GINEVRA (10 ottobre 2024) – La Commissione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati dell’ONU, compresa Gerusalemme est, e Israele, afferma oggi in un nuovo rapporto che Israele ha condotto una concertata politica di distruzione del sistema sanitario di Gaza come parte di una più vasta aggressione a Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l’umanità di sterminio, con continui e deliberati attacchi a personale sanitario e strutture mediche.

La Commissione ha anche indagato sul trattamento dei detenuti palestinesi in Israele e degli ostaggi israeliani e stranieri a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023 ed ha concluso che Israele e i gruppi armati palestinesi sono responsabili di tortura e violenza sessuale e di genere.

Israele deve immediatamente porre fine alla distruzione sfrenata e senza precedenti di strutture sanitarie a Gaza”, ha detto Navi Pillay, a capo della Commissione. “Prendendo di mira le strutture sanitarie Israele sta prendendo di mira il diritto alla salute stesso, con gravi effetti dannosi a lungo termine sulla popolazione civile. I bambini in particolare hanno subito il peso di questi attacchi, subendo direttamente e indirettamente le conseguenze del collasso del sistema sanitario.

Il rapporto ha riscontrato che le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente ucciso, incarcerato e torturato personale medico e preso di mira veicoli medici, contemporaneamente rafforzando l’assedio su Gaza e restringendo i permessi di lasciare il territorio per cure mediche. Queste azioni costituiscono i crimini di guerra di uccisioni e maltrattamenti deliberati e di distruzione di proprietà civile protetta ed il crimine contro l’umanità di sterminio.

Il rapporto afferma che gli attacchi a strutture mediche a Gaza, in particolare a quelle adibite alle cure pediatriche e neonatali, hanno comportato incalcolabili sofferenze per pazienti bambini, inclusi i neonati. Perseverando in questi attacchi Israele ha violato il diritto alla vita dei bambini, ha negato loro l’accesso alle cure di base ed ha deliberatamente inflitto condizioni di vita che portano alla distruzione di generazioni di bambini palestinesi e potenzialmente del popolo palestinese nel suo complesso.

In uno dei casi più eclatanti, la Commissione ha indagato sull’uccisione della bambina di cinque anni Hind Rajab insieme alla sua famiglia allargata, e sul bombardamento di un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese e l’uccisione di due paramedici inviati a soccorrerla. La Commissione ha stabilito su ragionevoli basi che la 162esima divisione dell’esercito israeliano era operativa nella zona ed è responsabile dell’uccisione della famiglia di sette persone, del bombardamento dell’ambulanza e dell’uccisione dei due paramedici al suo interno. Ciò costituisce i crimini di guerra di omicidio volontario e attacco contro obbiettivi civili.

La deliberata distruzione di infrastrutture sanitarie che forniscono cure sessuali e riproduttive, unitamente alla mancanza di accesso e disponibilità dell’assistenza sanitaria, è anche una violazione dei diritti riproduttivi di donne e ragazze e del loro diritto alla vita, alla dignità umana e alla non discriminazione, come il crimine contro l’umanità di altre azioni disumane.

Riguardo alla detenzione dei palestinesi nei campi militari e nelle strutture detentive israeliane, il rapporto ha scoperto che migliaia di bambini e adulti detenuti, molti dei quali in modo arbitrario, hanno subito diffusi e sistematici abusi, violenze fisiche e psicologiche e violenza sessuale e di genere, che configurano il crimine di guerra e il crimine contro l’umanità di tortura e il crimine di guerra di stupro e altre forme di violenza sessuale. Detenuti maschi hanno subito stupri e aggressioni ai propri organi sessuali e riproduttivi e sono stati costretti a compiere atti umilianti e scabrosi mentre erano denudati o spogliati, come forma di punizione o intimidazione per ottenere informazioni. Le morti di detenuti come conseguenza di violenza o negligenza configurano i crimini di guerra di omicidio volontario o assassinio e violazione del diritto alla vita.

I bambini detenuti dalle autorità israeliane sono ritornati a Gaza gravemente traumatizzati, non accompagnati, con scarsa possibilità di rintracciare o comunicare con le loro famiglie.

Il rapporto ha riscontrato che i maltrattamenti istituzionalizzati dei detenuti palestinesi, una consolidata caratteristica dell’occupazione, sono avvenuti agli ordini diretti del ministro israeliano responsabile del sistema carcerario, Itamar Ben Gvir, e sono stati incoraggiati dalle dichiarazioni del governo israeliano che incitano alla violenza e alla vendetta.

I terribili atti di violenza commessi contro i detenuti palestinesi richiedono assunzione di responsabilità e risarcimenti per le vittime”, ha detto Pillay. “La mancata attribuzione di responsabilità per le azioni ordinate da alte autorità israeliane e attuate da singoli membri delle forze di sicurezza israeliane e la crescente accettazione della violenza contro i palestinesi hanno permesso che questi comportamenti continuassero indisturbati divenendo sistematici ed istituzionalizzati.”

Quanto agli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza da gruppi armati palestinesi, il rapporto svela che molti sono stati maltrattati per infliggere loro dolore fisico e grave sofferenza mentale, compresi la violenza fisica, l’abuso, la violenza sessuale, l’isolamento forzato, il limitato accesso alle strutture igieniche, all’acqua e al cibo, le minacce e le umiliazioni. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno costretto gli ostaggi a comparire in video con l’intento di infliggere tortura psicologica alle loro famiglie per raggiungere obbiettivi politici. Parecchi ostaggi sono stati uccisi in prigionia. Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini di guerra di tortura, trattamento crudele e disumano e i crimini contro l’umanità di sparizione forzata ed altri atti inumani che hanno provocato grandi sofferenze o gravi ferite.

I gruppi armati palestinesi devono rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti gli ostaggi israeliani e stranieri trattenuti a Gaza. Gli ostaggi devono essere trattati secondo i requisiti del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale sui diritti umani fino a che non vengano rilasciati”, ha detto Pillay.

La Commissione esorta il governo di Israele a smettere immediatamente di prendere di mira le strutture, il personale e i veicoli sanitari, a porre fine alla illegale e arbitraria detenzione di palestinesi, inclusi bambini, e alla tortura e altri maltrattamenti di tutti coloro che sono stati arrestati o detenuti.

La Commissione chiede al governo dello Stato di Palestina e alle autorità de-facto a Gaza di garantire la protezione e il sicuro rilascio di tutti gli ostaggi immediatamente e senza condizioni e di indagare scrupolosamente e in modo imparziale e perseguire le violazioni del diritto internazionale, compreso il prendere di mira strutture mediche in Israele.

Nel considerare le cause alla radice del conflitto, la Commissione esorta il governo di Israele a rispettare le direttive del parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia, di porre fine all’ occupazione illegale dei territori palestinesi, interrompere nuovi programmi e attività di insediamento, evacuare tutti i coloni e risarcire le vittime. Chiede inoltre ad Israele di rispettare le misure transitorie ordinate dalla Corte Internazionale di Giustizia per impedire la commissione di tutti gli atti previsti nell’ambito di applicazione dell’articolo II(a)-(d) della Convenzione sul Genocidio.

Il rapporto della Commissione verrà presentato alla 79esima sessione dell’Assemblea Generale il 30 ottobre 2024 a New York.

Contesto: Il 27 maggio 2021 il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha incaricato la Commissione di “indagare, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme est, e in Israele, tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e tutte le presunte violazioni ed abusi del diritto internazionale sui diritti umani che hanno preceduto e che hanno seguito il 13 aprile 2021”. La Risoluzione A/HRC/RES/S-30/1 richiedeva inoltre alla Commissione di “indagare tutte le cause che stanno alla base delle ricorrenti tensioni, instabilità e proseguimento del conflitto, inclusa la sistematica discriminazione e repressione sulla base di identità nazionale, etnica, razziale o religiosa.” La Commissione di inchiesta è stata incaricata di riferire annualmente al Consiglio sui Diritti Umani e all’Assemblea Generale, a cominciare rispettivamente da giugno 2022 e settembre 2022.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)