“Inaccettabile”: Israele spara sulla missione di pace ONU in Libano, il mondo reagisce

Redazione

10 ottobre 2024 – Al Jazeera

La forza di interposizione in Libano dice che l’attacco contro i caschi blu è stato un atto “deliberato” dell’esercito israeliano.

Le forze armate israeliane hanno fatto fuoco contro il quartier generale UNIFIL nel Libano meridionale, ferendo due caschi blu indonesiani.

UNIFIL – la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite – ha dichiarato giovedì che due caschi blu sono rimasti feriti quando un carro armato israeliano ha aperto il fuoco contro una torre di osservazione del quartier generale della missione nella città di confine di Naqoura, provocandone la caduta.

Qualsiasi attacco contro le forze di pace è una “grave violazione del diritto umanitario internazionale”, ha dichiarato l’UNIFIL in un comunicato.

La missione di pace, che conta 10.000 unità da 50 paesi ed è stata fondata nel 1978, ha dichiarato che le forze israeliane hanno “deliberatamente” fatto fuoco contro le sue postazioni lungo il confine.

Ecco alcune reazioni all’attacco:

Nazioni Unite

Jean-Pierre Lacroix, sottosegretario generale dell’ONU per le missioni di pace, ha detto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “la protezione e la sicurezza” delle forze di pace in Libano sono “sempre più a rischio”.

Ha detto che le attività operative sono pressoché ferme dal 23 settembre, data in cui Israele ha lanciato un’ondata di attacchi contro le roccaforti di Hezbollah in Libano.

“Le forze di pace sono rinchiuse all’interno delle loro basi, dove passano considerevoli periodi di tempo nei rifugi”, ha detto, aggiungendo che l’UNIFIL è pronto a collaborare a ogni sforzo per giungere a una soluzione diplomatica.

“L’UNIFIL ha il compito di sostenere l’attuazione della risoluzione 1701, ma dobbiamo sottolineare che spetta alle parti stesse provvedere all’attuazione delle disposizioni di questa risoluzione”, ha dichiarato durante una riunione di emergenza dei 15 membri del Consiglio.

La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assegna all’UNIFIL il compito di aiutare l’esercito libanese a mantenere il confine meridionale con Israele libero da armi e personale armato all’infuori di quello dello Stato libanese.

Il portavoce UNIFIL Andrea Tenenti ha detto ad Al Jazeera che l’attacco costituisce un’evoluzione “molto grave”.

Tenenti ha spiegato che Israele aveva chiesto precedentemente che le forze di pace abbandonassero “certe posizioni” vicino al confine, ma “abbiamo deciso di rimanere perché è importante che la bandiera dell’ONU continui a sventolare nel sud del Libano”.

“Se la situazione diventa tale da rendere impossibili le operazioni della missione nel sud del Libano… spetterà al Consiglio di Sicurezza decidere come procedere”, ha detto.

“Per il momento restiamo, stiamo cercando di fare tutto quello che possiamo per monitorare e fornire assistenza”, ha aggiunto Tenenti.

Indonesia

Il ministro degli Affari Esteri Retno Marsudi ha confermato venerdì che due caschi blu indonesiani sono stati feriti nell’attacco e sono sotto osservazione in ospedale.

“L’Indonesia condanna fermamente l’attacco” ha dichiarato. “Attaccare personale e beni dell’ONU è una grave violazione del diritto umanitario internazionale”.

L’Indonesia, critico accanito di Israele e sostenitore della Palestina, al momento ha circa 1.232 unità dispiegate con UNIFIL in Libano.

Israele

L’esercito israeliano sostiene che le sue truppe hanno aperto il fuoco vicino a una base UNIFIL dopo aver dato istruzione alle forze di pace nella zona di rimanere in spazi protetti.

Ha affermato in un comunicato che i combattenti di Hezbollah operano dall’interno e nelle vicinanze di aree civili nel sud del Libano, incluse aree vicine alle postazioni UNIFIL.

L’esercito dice che “sta operando nel Libano meridionale e mantiene una comunicazione costante con UNIFIL”.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che consiglia di spostare le forze di pace cinque chilometri a nord “finché la situazione lungo la Linea Blu rimane esplosiva a causa dell’aggressione da parte di Hezbollah”, facendo riferimento alla linea di demarcazione tra Libano e Israele [la Linea Blu è la linea di demarcazione provvisoria tra gli Stati di Israele e Libano tracciata dall’ONU nel 2000, dopo il ritiro dal Libano dell’esercito israeliano che lo aveva invaso nel 1982. n.d.t.].

United States

La Casa Bianca è “molto preoccupata” dai resoconti secondo i quali Israele ha fatto fuoco sul quartier generale della missione di pace ONU nel sud del Libano, ha detto un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

“A quanto ci risulta Israele sta conducendo operazioni mirate vicino alla Linea Blu per distruggere infrastrutture di Hezbollah che potrebbero essere usate per minacciare cittadini israeliani”, ha detto il portavoce. “Nel portare avanti queste operazioni è fondamentale che le forze di pace dell’ONU non siano minacciate”.

Italia

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l’attacco alle basi UNIFIL “del tutto inaccettabile”.

“Questo non è stato uno sbaglio né un incidente”, ha detto Crosetto in conferenza stampa.

“Potrebbe costituire un crimine di guerra e rappresenta una gravissima violazione del diritto militare internazionale”, ha detto.

Ha aggiunto che ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedergli spiegazione dell’attacco.

Francia

Il Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri ha condannato l’attacco e ha detto di attendere una spiegazione da Israele circa il perché l’attacco abbia avuto luogo.

“La Francia esprime la sua più profonda preoccupazione per gli attacchi di cui UNIFIL è stata fatta bersaglio e condanna ogni attacco alla sicurezza di UNIFIL”, recita un comunicato del Ministero.

“La protezione delle forze di pace è un dovere per tutte le parti coinvolte nel conflitto”, ha aggiunto il comunicato.

Spagna

Il Ministero degli Affari Esteri ha definito l’attacco una “grave violazione della legge internazionale”.

“Il governo spagnolo condanna fermamente l’attacco israeliano che ha colpito il quartier generale UNIFIL a Naqoura”, ha detto il Ministero in un comunicato, aggiungendo che la sicurezza delle forze di pace è “garantita”.

Irlanda

Il capo di governo irlandese Simon Harris ha condannato l’attacco e ha detto che “fare fuoco in prossimità di truppe o strutture UNIFIL è un atto sconsiderato e deve cessare”.

L’Irlanda contribuisce alla missione di pace con circa 370 soldati.

Turchia

“L’attacco israeliano alle forze dell’ONU, preceduto dai massacri di civili a Gaza, in Cisgiordania e in Libano esprime la percezione da parte di Israele che i suoi crimini resteranno impuniti”, ha detto il Ministero degli Affari Esteri.

“La comunità internazionale è tenuta ad assicurarsi che Israele rispetti le leggi internazionali”, ha detto il Ministero in un comunicato.

La Turchia conta cinque unità nel personale del quartier generale UNIFIL e contribuisce alla Task Force marittima UNIFIL con una “corvetta/fregata”.

Unione Europea

Il rappresentante per gli Affari Esteri Josep Borrell ha detto che l’attacco contro le forze di pace, le cui postazioni sono ben note, è un “atto inammissibile, per il quale non c’è giustificazione”.

“Due caschi blu sono stati feriti e questo è inaccettabile. Ogni attacco deliberato contro le forze di pace è una grave violazione della Legge Umanitaria Internazionale e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Israele ha il dovere di rispettarle entrambe. È necessaria una piena assunzione di responsabilità”, ha scritto Borrell su X.

Ha inoltre ribadito il “pieno sostegno” dell’Unione Europea all’UNIFIL.

Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha detto: “Un attacco contro una missione di pace ONU è irresponsabile, non è accettabile e per questo facciamo appello a Israele e facciamo appello a tutte le parti affinché rispettino la legge umanitaria internazionale”.

Cina

Il portavoce del Ministero degli Esteri Mao Ning ha detto venerdì che la Cina esprime “seria preoccupazione e ferma condanna” per l’attacco dell’esercito israeliano “contro basi e postazioni di osservazione UNIFIL, che ha causato il ferimento di personale UNIFIL”.

Canada

“Il Canada chiede la protezione delle forze di pace e degli operatori umanitari, e chiede a tutte le parti di rispettare la legge umanitaria internazionale”, recita un comunicato del Ministero degli Affari Esteri.

Il Canada, che si è dimostrato ampiamente favorevole all’offensiva militare israeliana in Libano, ha detto che l’attacco contro le forze di pace ONU è “allarmante e inaccettabile”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




78 palestinesi uccisi e 340 demolizioni registrate a Gerusalemme dal 7 ottobre 2023

Redazione di MEMO

9 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Ieri la Palestinian Press Agency [agenzia di stampa palestinese, ndt.] (SAFA) ha riferito che il governatorato di Gerusalemme ha affermato che dal 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno ucciso 78 palestinesi, ne hanno arrestati 1.791 e hanno effettuato 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer nel governatorato.

In un rapporto che dettaglia la situazione a Gerusalemme durante l’ultimo anno, il governatorato ha evidenziato la crescita senza precedenti di incursioni nella moschea di Al-Aqsa. Ha registrato che 50.475 coloni hanno preso d’assalto la moschea, azione che è parte di un più ampio piano per imporre divisioni temporali e spaziali sul luogo santo.

In aggiunta il rapporto ha rivelato che Gerusalemme ha visto una campagna senza precedenti di sfollamenti forzati di palestinesi dai loro quartieri storici come Sheikh Jarrah e Silwan che l’occupazione cerca di svuotare dei loro abitanti per far posto ai coloni illegali.

Durante lo scorso anno la demolizione ed il sequestro di case palestinesi non sono cessati ma sono sistematicamente raddoppiati per creare una nuova situazione funzionale al progetto di colonizzazione, con 340 demolizioni e operazioni con i bulldozer registrate nel governatorato.

Inoltre nel rapporto si afferma che l’occupazione ha imposto un soffocante assedio economico ai palestinesi di Gerusalemme, limitando il movimento di beni e persone, insieme a misure arbitrarie contro commercianti e investitori gerosolimitani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




‘Il senso di colpa del sopravvissuto è straziante’: il dolore di aver perso 21 familiari in un attacco aereo a Gaza

Kaamil Ahmed

9 ottobre 2024 – The Guardian

Il giornalista Ahmed Alnaouq, che vive a Londra, incanala il dolore dando voce a giovani scrittori palestinesi attraverso la sua piattaforma

Una raffica di messaggi in piena notte ha rivelato ad Ahmed Alnaouq che la casa della sua famiglia a Deir al-Balah non era il posto più sicuro a Gaza – come lui aveva creduto. E’ stato in quella notte di autunno circa un anno fa che ha saputo che quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata in un attacco aereo israeliano.

A migliaia di chilometri di distanza, a Londra, si era svegliato improvvisamente provando una profonda inquietudine, dice. Pochi minuti prima suo padre, i suoi fratelli, i suoi figli ed un cugino erano stati uccisi – 21 familiari tutti insieme.

Quella bomba quel giorno ha cambiato la mia vita per sempre. Vivo qui (a Londra), ma loro sono tutto ciò a cui tengo”, dice Alnaouq.

Solo un cugino e suo figlio sono sopravvissuti all’attacco, che sarebbe stato ancora peggiore se fosse avvenuto pochi giorni prima. Più di 50 parenti erano ammassati nella casa a causa della sua presunta sicurezza, proprio nel centro di Deir al-Balah nella parte centrale della Striscia di Gaza – molto lontano da Gaza City, che fino allora era stata l’epicentro delle operazioni israeliane. Ma molti di quei parenti sono andati via appena prima dell’attacco del 22 ottobre.

Alnaouq aveva sperimentato la perdita di familiari uccisi in guerra già prima del conflitto dell’anno scorso. Nella guerra a Gaza del 2014 suo fratello fu ucciso in un altro attacco aereo israeliano. Il dolore che ha provato allora, dice, era diverso. Quella volta dovette piangere solo un fratello, ma questa volta ha perso la sua intera famiglia. Quando pensava ad una persona, sentiva che i suoi pensieri scivolavano verso un’altra.

Inoltre quando suo fratello venne ucciso lui viveva a Gaza sotto l’assedio imposto da Israele, che lo costrinse ad occuparsi della propria sopravvivenza anche durante il lutto. Questa volta, lontano da Gaza, ha provato un senso di colpa nuovo per lui.

Ha incanalato quel senso di colpa parlando senza sosta a favore dei palestinesi – soprattutto quelli di Gaza – anzitutto attraverso la sua piattaforma per giovani scrittori palestinesi, ‘Non siamo numeri’.

Sono più determinato. La motivazione è cento volte più forte di quanto sia mai stata. Non si tratta solo della mia famiglia, ma anche di tutto ciò che sta avvenendo in Palestina, perché adesso tutto è ingigantito”, dice. “Ora vedo la gente con cui vivevo, la mia famiglia, che viene bombardata e io sono qui a Londra, nel Regno Unito, in un Paese che è complice in un modo o nell’altro.”

Era scettico sullo scrivere per un pubblico internazionale, che secondo lui non capiva i palestinesi e li vedeva unicamente attraverso la lente della violenza, ma la piattaforma è decollata.

E’ stata utile per far crescere scrittori in lingua inglese fornendo sessioni di formazione e mettendoli in relazione con tutor all’estero. Molti di quegli scrittori adesso lavorano nel giornalismo, fonti cruciali per riferire dall’interno di Gaza, soprattutto dal momento che Israele non autorizza i giornalisti stranieri a entrare. Altri gestiscono blog o scrivono poesie che consentono una visione alternativa della vita quotidiana nella Striscia.

L’organizzazione ha subito delle perdite – l’ufficio che veniva usato dagli scrittori per riunirsi e fare formazione è stato bombardato e l’anno scorso quattro membri e il co-fondatore sono stati uccisi.

Ma il gruppo produce più contenuti che mai, pubblicando ogni giorno e cercando di pagare gli scrittori con l’aiuto di donazioni – cosa che prima non faceva, ma che è più propenso a fare ora che così tanti si trovano in gravi necessità.

Alnaouq dice che il gruppo ad un certo punto dovrà ripensare a come supportare i tanti scrittori che sono adesso dispersi in tutta Gaza, in Egitto o ancora più lontano. Al tempo stesso si stanno preparando a pubblicare due antologie del lavoro dell’organizzazione che usciranno il prossimo anno, che lui spera forniranno uno sguardo su ciò che è la vita a Gaza, soprattutto prima della guerra.

La gente in occidente pensa che tutti i nostri problemi siano iniziati il 7 ottobre, ma per capire Gaza non consideratela a partire dal 7 ottobre, leggete le nostre storie”, dice Alnaouq.

Crede che possano gettare un po’ di luce sul sentimento di disperazione che ha invaso il territorio palestinese.

Arrivano ancora ad Alnaouq notizie di morte da Gaza. A settembre gli hanno detto che una cugina e i suoi tre figli sono stati uccisi. Si chiede che cosa sia accaduto a molti altri con cui ha perso i contatti.

Alnaouq definisce Gaza una “cartina di tornasole” per la moralità del mondo, per vedere se si alzerà in piedi e porrà fine alla violenza.

L’eliminazione di Hamas non giustifica l’uccisione dell’intera popolazione di Gaza”, dice. “Ogni singolo giorno, per un anno, abbiamo visto cose che non si potranno mai cancellare. Abbiamo assistito a cose che non potremo mai dimenticare, sentito storie che non possiamo ignorare”, dice.

Da allora sono stato molto, molto impegnato a parlare della Palestina e della mia famiglia. Le persone dall’esterno potrebbero pensare che io sono più privilegiato degli altri palestinesi e forse lo sono, perché ho il mio lavoro qui, vivo bene”, dice.

Ma la vita non ha alcun significato – il senso di colpa del sopravvissuto è straziante. Anche quando faccio qualcosa di buono, vinco un premio, nulla ha significato, la vita non ha nessun significato.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Mustafa Barghouti riflette sul futuro della lotta palestinese in un periodo di genocidio e pulizia etnica

Redazione

7 ottobre 2024 – Mondoweiss

In un’intervista con Mondoweiss, il Segretario generale del Palestinian National Initiative, il dott. Mustafa Barghouti riflette sull’importanza dell’unità nazionale palestinese, sulle sfide che la lotta palestinese deve affrontare e sul diritto di resistere.

Il dott. Mustafa Barghouti è un medico e politico palestinese, segretario generale del Palestinian National Initiative [partito politico socialdemocratico, ndt.], da lui fondato nel 2002. Barghouti è anche noto per aver fondato nel 1979 la Palestinian Medical Relief Society, che fornisce servizi medici ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Nell’anno trascorso dopo il 7 ottobre 2023 ha avuto uno spazio rilevante sia nei media in lingua inglese che in quelli in lingua araba come importante sostenitore dell’unità nazionale palestinese e dell’organizzazione di immediate elezioni democratiche come requisito urgente per affrontare la minaccia di genocidio e pulizia etnica a cui sono sottoposti i palestinesi. Nel corso dell’anno trascorso ha sostenuto con forza i diritti dei palestinesi a resistere all’occupazione e all’apartheid, a Gaza e ovunque. Mondoweiss ha discusso con il dott. Barghouti il ​​2 ottobre 2024, per riflettere sul genocidio in corso iniziato un anno fa e su cosa ha significato per la lotta palestinese.

Mondoweiss: È passato un anno intero da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza e ora si è esteso a una guerra regionale che coinvolge Hezbollah e, ​​potenzialmente, l’Iran. Cosa ha pensato quando un anno fa Hamas ha lanciato il suo attacco a sorpresa? Si aspettava che la risposta israeliana sarebbe stata un genocidio come quello di cui è stato testimone?

Mustafa Barghouti: Nessuno si aspettava che il comando della seconda brigata israeliana per forza e dimensioni, [la Brigata di Gaza dell’esercito israeliano] avrebbe ceduto in quel modo. Ciò ha portato a molti fatti che, secondo me, non erano mai stati pianificati, come la cattura di civili. C’è stato un certo livello di caos. Non sapevo, ovviamente, che ci sarebbe stato un attacco del genere, ma mi aspettavo una sorta di esplosione [da Gaza], perché Israele stava ignorando qualsiasi richiesta di porre fine a questo stato di assedio. Abbiamo assistito a una situazione caratterizzata da 57 anni di continua occupazione israeliana. La pulizia etnica durava da 76 anni. L’assedio di Gaza stava diventando insopportabile. Stiamo parlando di 17 anni di assedio a Gaza che hanno portato a una situazione in cui le persone erano private quasi del tutto dell’energia elettrica, solo poche ore al giorno, il 24 percento dell’acqua era inquinata o salata, l’80 percento dei giovani laureati era disoccupato e non c’era solo un completo disastro economico ma una totale perdita di speranza. Penso che quando siamo arrivati ​​a quel momento, il 7 ottobre, sia diventato chiaro a tutti i palestinesi che Israele non aveva alcun piano per una risoluzione pacifica di questa situazione.

Il nuovo governo israeliano è un governo fascista con persone come [il ministro delle Finanze Bezalel] Smotrich e [il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar] Ben-Gvir, che sono loro stessi coloni e sono stati precedentemente accusati dal sistema giudiziario israeliano di essere membri di gruppi terroristici. Hanno dichiarato chiaramente che il piano israeliano è di riempire la Cisgiordania di coloni e insediamenti coloniali in modo che i palestinesi perdano ogni speranza di avere un proprio Stato e debbano scegliere tra andarsene, che equivale ad una pulizia etnica, vivere in uno stato di sottomissione, cioè di apartheid, o morire, il che costituisce genocidio. In realtà, questa è una politica israeliana dichiarata ufficialmente. Quindi, naturalmente, le persone si aspettavano una sorta di reazione rivolta a tirarci fuori da una situazione terribile in cui Israele stava letteralmente distruggendo la causa palestinese. Netanyahu è stato molto chiaro sui suoi piani. Ha dichiarato che l’obiettivo della normalizzazione con i Paesi arabi sarebbe stato quello di liquidare la causa palestinese.

E se ciò non bastasse, appena due settimane prima del 7 ottobre Netanyahu è comparso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e ha mostrato una mappa di Israele che includeva tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e le alture del Golan e una mappa del nuovo Medio Oriente, che sta cercando di costruire, come ha detto, per i prossimi 50 anni.

Facciamo un balzo in avanti fino a oggi. Israele ha annunciato di aver lanciato un’invasione terrestre “limitata” del Libano meridionale. Allo stesso tempo i combattimenti a Gaza per ora hanno rallentato, ma gli attacchi aerei e i massacri contro la popolazione civile continuano regolarmente e la probabilità di un cessate il fuoco sembra ora più lontana che mai. Come pensa si evolverà la situazione, sia a Gaza che in termini di escalation regionale?

Innanzitutto, bisogna capire che Israele in realtà non ha ridotto le sue operazioni a Gaza. Continua, forse in misura minore rispetto a prima, ma hanno già distrutto quasi l’80 percento di tutte le case di Gaza, parzialmente o completamente. Hanno distrutto tutte le università. Hanno distrutto la maggior parte delle scuole. Hanno distrutto 34 ospedali su 36. Hanno stipato più di 1,7 milioni di persone in un’area che non supera i 31 Km quadrati. In media vediamo uccidere 50-100 persone ogni giorno.

E contemporaneamente stanno invadendo il Libano. Non credo a quello che dicono, che Israele effettuerà un’operazione limitata in Libano. Secondo me, cercheranno di condurre un’operazione militare di terra che seguirà due direttrici; una verso il fiume Litani, nel tentativo di spingere tutti dalla sponda meridionale a quella a nord del fiume, e forse oltre, e allo stesso tempo un’altra ala della missione militare israeliana andrà nella valle della Beqaa, nel tentativo di tagliare fuori ogni contatto tra Siria e Libano.

Secondo me Israele sta pianificando di occupare completamente il sud del Libano, e forse di più, per molto tempo e in maniera definitiva. L’unica cosa che li potrebbe fermare sarebbe l’ammontare delle perdite che potrebbero subire in seguito ai combattimenti con Hezbollah. Nient’altro li fermerà.

Questo solleva la questione: quando Biden, il Presidente francese, e altri leader occidentali si azzardano a dire che Israele ha il diritto di difendersi, significa che il diritto all’autodifesa include l’invasione di altri Paesi, il bombardamento di altre capitali e l’occupazione di terre di altri popoli? E se Israele ha il diritto di difendersi, anche i palestinesi, dato che sono sotto occupazione, hanno il diritto di difendersi? Ciò che vediamo qui è un orribile doppio standard. È scioccante vedere la Francia dichiarare di aver partecipato alla difesa di Israele dai razzi iraniani insieme agli Stati Uniti e ad alcuni altri Paesi della regione. Qualcuno di loro ha mai preso in considerazione di partecipare alla protezione di civili palestinesi innocenti quando 51.000 di loro sono già stati uccisi, compresi i 10.000 ancora dispersi sotto le macerie? Il numero di palestinesi uccisi dopo questa guerra a Gaza probabilmente supererà i 100.000 se includiamo coloro che moriranno di malattie e i feriti che moriranno per mancanza di cure mediche.

L’Iran ha già lanciato contro Israele un attacco missilistico senza precedenti, ma ha attaccato solo installazioni militari. Ciò che è interessante qui è che sia Hezbollah che Hamas stanno attaccando solo installazioni militari, mentre Israele sta bombardando una popolazione civile.

E pensa, quindi, che questa situazione potrebbe degenerare in una guerra regionale nel caso Israele non fosse disposto a ritirarsi dal Libano meridionale, se effettivamente lo occuperà?

Assolutamente. Penso che sia esattamente ciò che Netanyahu vuole. Vuole trascinare la regione in una guerra. Vuole trascinare gli Stati Uniti, o forse ha già un piano congiunto con gli Stati Uniti, perché non penso che Biden abbia bisogno di essere trascinato. C’è già dentro. È complice di questo genocidio. Penso che stia cercando di portare gli Stati Uniti in guerra in modo che attacchino o partecipino all’attacco dell’Iran. Penso che questo sia uno dei suoi obiettivi principali, distruggere le capacità nucleari dell’Iran.

E quindi che ruolo ha Gaza in tutto questo?

A mio parere, il piano originale di Netanyahu era di ripulire etnicamente Gaza. E non lo ha nascosto. Lo ha detto il secondo giorno di guerra, l’8 ottobre. Il suo portavoce militare, Richard Hecht, ha dichiarato che tutti i gazawi avrebbero dovuto essere sfrattati nel Sinai. Hanno fallito. Hanno fallito a causa della fermezza e dell’eroismo del popolo palestinese a Gaza, ma anche perché l’Egitto non ha collaborato. L’Egitto si è reso conto che se i palestinesi fossero stati spinti nel Sinai, sarebbe stato un enorme disastro per la sicurezza dell’Egitto e una minaccia per la sicurezza nazionale. Dal momento che Netanyahu non è riuscito a condurre una pulizia etnica completa, sta conducendo un genocidio a Gaza.

Ma penso che il suo obiettivo finale una volta che avrà finito con il Libano, sarà quello di cercare di sfrattare tutti dalla parte nord di Gaza e di annetterla a Israele. Questo sarebbe il piano B per una completa annessione della Striscia o la totale pulizia etnica della popolazione di Gaza. Ma ciò non significa necessariamente che avrà successo.

E in quel caso il resto di Gaza continuerebbe ad assistere a una guerra “a bassa intensità“?

Andrà avanti. Netanyahu ha già dichiarato che continuerà l’occupazione israeliana di Gaza. Vuole creare una sorta di struttura civile di collaborazionisti che lavoreranno sotto l’occupazione israeliana, come cercarono di fare con le Leghe dei villaggi in Cisgiordania durante gli anni ’80 [sotto la totale giurisdizione militare israeliana, ndt.].

Facciamo un passo indietro. I palestinesi soffrono di una profonda frammentazione politica, forse oggi più che mai. Più di recente a Pechino ci sono stati colloqui sul raggiungimento di un’unità nazionale. Qual è il significato di questi colloqui e pensa che ci sarà qualche risultato?

Ci sarà qualche risultato se l’Autorità Nazionale Palestinese accetterà di applicarne i contenuti. Finora non è successo.

Naturalmente questi colloqui sono stati significativi, sia a Mosca che a Pechino. Ho personalmente redatto entrambi gli accordi in collaborazione con altri. L‘accordo a Pechino era più chiaro, più specifico. Includeva tre passaggi molto specifici [verso l’unità nazionale]. Il primo è la formazione di un governo di consenso nazionale unificato, che sarebbe responsabile sia della Cisgiordania che di Gaza, garantendone l’unità e impedendo il piano di Netanyahu di separare le due entità l’una dall’altra. Il secondo passaggio richiederebbe un incontro della cosiddetta leadership palestinese ad interim, o leadership unificata, secondo il nostro precedente accordo al Cairo nel 2011. E il terzo passaggio comporterebbe l’incontro di tutti i leader delle fazioni palestinesi per redigere un piano di attuazione di tutte queste decisioni.

L’accordo afferma che il presidente dovrebbe avviare consultazioni immediate per formare un governo di consenso nazionale, ma sfortunatamente non lo ha fatto. Finora, l’Autorità Nazionale Palestinese non si è mossa in quella direzione. Finché non lo farà, questo accordo rimarrà sulla carta.

Lei ha sostenuto pubblicamente, in tutte le sedi, la resistenza a Gaza e in tutta la Palestina, e il ruolo che ha svolto sui media nell’ultimo anno è stato quello di sviluppare un discorso che sostenga la resistenza. Durante il genocidio a Gaza è stato sottolineato dall’Autorità Nazionale Palestinese e dai suoi sostenitori che la resistenza, in particolare la resistenza armata, porterebbe solo alla nostra distruzione e servirebbe come scusa da parte di Israele per [portare avanti] il genocidio e la pulizia etnica. Come risponde a questo?

Coloro che si oppongono alla resistenza armata si oppongono a qualsiasi forma di resistenza, non solo a quella armata. Si oppongono anche alla resistenza pacifica e non violenta. Mi conosce, sono stato un sostenitore e un attivista della resistenza non violenta per tutta la vita. Ma dico ciò che dice il diritto internazionale. Sto difendendo il diritto delle persone sotto occupazione a resistere in tutte le forme. Il diritto internazionale afferma che le persone sotto occupazione militare, ovunque si trovino, hanno il diritto di resistere all’occupazione in tutte le forme, comprese quelle militari, purché rispettino il diritto umanitario internazionale.

Israele non sta solo arrestando le persone impegnate nella resistenza armata. Sta arrestando anche le persone che si impegnano nella resistenza con discorsi e scritti e in altri tipi di resistenza pacifica.

E a proposito, Hamas ha mantenuto la resistenza non violenta per almeno cinque anni, tra il 2014 e il 2019. La risposta israeliana è consistita in dure violenze contro le marce pacifiche organizzate a Gaza e in Cisgiordania.

È molto importante, soprattutto per i nostri giovani, capire che l’oppressore, il colonizzatore, l’aggressore, cerca sempre di impedire alle persone sotto oppressione di esercitare il loro diritto di resistere all’ingiustizia. Frantz Fanon ha parlato del diritto delle persone oppresse di praticare violenza contro la violenza dell’oppressore, ma ciò che vediamo qui è una situazione ancora peggiore, in cui l’oppressore sta cercando di impedire ai palestinesi di resistere in qualsiasi forma. Se ti impegni nella resistenza militare, ti accusano di terrorismo. Se fai resistenza pacifica, ti accusano di violenza. Se fai resistenza con scritti e discorsi, ti accusano di provocazione o istigazione. Se sei uno straniero che sostiene la causa palestinese sei accusato di antisemitismo e se sei un ebreo che sostiene i diritti dei palestinesi, sei definito un ebreo che odia se stesso.

È un’intera serie di slogan ideologici e tattici utilizzati dall’establishment israeliano per negare al popolo il diritto di resistere. È solo un altro modo per disumanizzare i palestinesi. Il 7 ottobre la prima mossa israeliana è stata quella di disumanizzare Hamas e disumanizzare immediatamente i palestinesi in generale. Ecco perché Gallant ci ha chiamato animali umani. E l’obiettivo è giustificare l’uccisione di civili e di bambini. Perché, per loro, non siamo esseri umani.

Quindi la sua risposta ad alcune delle critiche da parte di palestinesi è che Israele non ha bisogno di una scusa per portare a termine ciò che sta facendo.

Ovviamente no. Il crimine peggiore al mondo è dare la colpa alla vittima. È assolutamente inaccettabile incolpare la vittima per ciò che l’aggressore le sta facendo.

E riguardo alla questione dell’unità nazionale: diciamo che domani l’Autorità Nazionale Palestinese accetti una sorta di governo di unità. Cosa significa quel governo di unità quando c’è un disaccordo fondamentale non solo su come resistere all’occupazione israeliana, ma anche se resisterle o meno?

Beh, certo, questo è un problema importante. Ma secondo me le due cause principali della divisione interna palestinese sono le seguenti:

In primo luogo, il disaccordo sul programma. L’Autorità Nazionale Palestinese e, in larga misura, i rappresentanti del Comitato Esecutivo dell’OLP, hanno creduto ad Oslo, non solo come accordo ma come approccio, il che significa che credono che il problema possa essere risolto attraverso negoziati con la parte israeliana anche quando abbiamo uno squilibrio di potere gravemente distorto a vantaggio degli interessi di Israele. Quella linea si basava su due illusioni: la prima illusione era che il movimento sionista e Israele come establishment fossero pronti per un compromesso con i palestinesi (la realtà ha dimostrato che non sono pronti per questo, come è stato dimostrato quando la Knesset israeliana ha deciso di non consentire uno Stato palestinese) e, in secondo luogo, penso che l’intera idea di un compromesso sia stata demolita quando la Knesset israeliana ha approvato la legge sullo Stato-nazione, che afferma che l’autodeterminazione nella terra della Palestina storica è esclusiva del popolo ebraico.

Quindi la linea di Oslo è fallita e Israele l’ha uccisa. E l’approccio, che faceva affidamento su un compromesso, è fallito. L’altra illusione su cui si basava questo approccio era che gli Stati Uniti potessero mediare tra palestinesi e Israele. Anche ciò è fallito perché gli Stati Uniti sono totalmente dalla parte di Israele.

Poiché questa linea è fallita, l’elemento programmatico della divisione interna è crollato. È scomparso.

Il secondo elemento della divisione interna era legato all’esistenza di una competizione per l’autorità tra Fatah e Hamas. Siamo onesti e ammettiamolo. Hamas gestiva Gaza. Fatah gestiva la Cisgiordania. Oggi non c’è più alcuna Autorità. Gaza è occupata e la Cisgiordania è completamente occupata. Quindi non c’è motivo di competizione per un’Autorità che non esiste: è un’Autorità senza autorità.

Ma c’è ancora un disaccordo fondamentale sulla strategia. Nemmeno sulla resistenza, ma sull’idea di resistenza.

Assolutamente, perché alcune persone sono ancora bloccate nel credere a Oslo e sognano ancora di recuperare ciò che è stato perso. Ma ora sono una minoranza molto piccola. Ecco perché diciamo che la strada verso l’unità inizia attraverso due fasi. La fase intermedia è trovare un modo per scendere a compromessi e creare una sorta di leadership unificata provvisoria, perché la crisi in cui ci troviamo non può aspettare e i rischi che corriamo sono troppo grandi. E la seconda fase è portare a elezioni libere e democratiche che includano i palestinesi in Palestina e fuori dalla Palestina. Solo allora la gente deciderà quale strategia adottare democraticamente.

Ovviamente, devo dirle che se avessimo avuto le elezioni nel 2021 forse non avremmo avuto questa guerra.

Si riferisce a quando il presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese ha annullato le elezioni usando Gerusalemme come scusa? La scusa era che ai palestinesi di Gerusalemme non sarebbe stato permesso dagli israeliani di partecipare perché avevano documenti di residenza permanente israeliani, corretto?

Esatto. Era una scusa, perché quando ci siamo incontrati in Egitto con tutte le fazioni palestinesi avevamo un piano per aggirare la questione, e tutti erano d’accordo con questo piano. Avremmo tenuto le elezioni a Gerusalemme senza il permesso israeliano, senza dare a Israele il potere di veto sulle nostre elezioni, e il nostro piano era di distribuire 150 urne in tutta Gerusalemme, e poi di utilizzare 20 telecamere per monitorare ogni urna. E lasciare che Israele provasse a fermarci. Sono sicuro che se avessimo adottato quel sistema il numero di giovani palestinesi che avrebbero votato a Gerusalemme sarebbe stato molto più alto del numero di palestinesi che avrebbero votato in conformità con gli accordi di Oslo, perché sarebbe stato un atto di sfida e resistenza contro le autorità israeliane. Ma sfortunatamente, le elezioni sono state annullate. Se avessimo tenuto le elezioni nessun partito avrebbe avuto la maggioranza assoluta. E a proposito, questo vale per la situazione odierna, secondo tutti i sondaggi.

Perché ora abbiamo un sistema completamente proporzionale. Se avessimo avuto un governo pluralistico, un sistema pluralistico, allora penso che questo avrebbe creato una situazione in cui il blocco o l’assedio di Gaza probabilmente avrebbero potuto essere spezzati. E forse non avremmo avuto questa guerra.

Molti hanno detto che la Cisgiordania non ha avuto un ruolo importante nel sostenere Gaza e nel resistere all’occupazione. La gente di Gaza sperava che ci sarebbe stata un’intifada popolare che avrebbe creato un fronte comune nella guerra. Qual è la sua valutazione sul ruolo della Cisgiordania e cosa pensa che le impedisca di avere un ruolo più attivo nella resistenza?

Non sono mai stato d’accordo, e non mi piace affatto nessun approccio che separi la Cisgiordania da Gaza e Gerusalemme dalla Cisgiordania. Guardi, c’è stato un tempo in cui la maggior parte delle attività di resistenza si svolgevano qui in Cisgiordania. E la gente urlava: “Dov’è Gaza? Perché Gaza non fa nulla?” C’è stato un tempo nel 2021 in cui il fulcro prevalente della lotta palestinese era a Gerusalemme, finché Gaza non è intervenuta. Quindi non sono d’accordo con questo tipo di separazione. Penso che dal 2015 la Cisgiordania stia vivendo una nuova forma di Intifada.

Le persone sono obbligate a resistere a causa dell’espansione degli insediamenti israeliani, a causa di ciò che Israele sta cercando di fare. E sfido coloro che dicono che la Cisgiordania non stia partecipando, perché l’esercito israeliano non può entrare in nessuna città, nessun villaggio, nessun centro abitato, nessun campo senza affrontare una crescente resistenza popolare. Ma in Cisgiordania le condizioni sono diverse, in termini di presenza dell’esercito israeliano e in termini di numero di persone arrestate. Stiamo parlando di circa 11.000 persone finora. E ciò ha anche a che fare con il comportamento passivo, negativo e non costruttivo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Dobbiamo capire che gli obiettivi della lotta sono molti. In questo senso, il primo obiettivo della lotta palestinese oggi è rimanere in Palestina, essere risoluti e rimanere. Il fatto che il numero di palestinesi rimasti in Palestina anche dopo la cacciata del 70% del popolo palestinese [nella Nakba, ndt.] sia ora maggiore del numero di ebrei israeliani, è il più grande problema e il più importante punto debole del movimento sionista. Ed è per questo che credo che la questione del rimanere in Palestina sia del tutto essenziale.

E non si tratta solo di restare. Le persone qui, la presenza demografica, non sarebbero state così efficaci se non avessimo resistito. Quindi il primo traguardo è che le persone restino. Il secondo è che resistano all’ingiustizia, all’occupazione e all’apartheid. Ed è per questo che non biasimo i palestinesi del 1948 [quelli rimasti in Palestina dopo fondazione di Israele e la Nakba ndt.] se non sono così attivi sotto il regime fascista. Finché vivono in Palestina e vi rimangono.

Dopo Gaza la Cisgiordania sarà la prossima?

La Cisgiordania è l’obiettivo principale prima di Gaza. Ciò che accade a Gaza è a causa della Cisgiordania. Netanyahu vuole annettere la Cisgiordania. E non solo Netanyahu e il suo governo, ma l’establishment sionista nel suo complesso. Ma non possono annettere la Cisgiordania con tutte queste persone al suo interno. Ecco perché stanno combinando l’espansione degli insediamenti coloniali e l’annessione graduale con lo spostamento dei palestinesi, sia con la forza che creando difficili condizioni sociali ed economiche. Ed è per questo che dobbiamo capire che l’obiettivo principale di tutto questo attacco è la Cisgiordania, inclusa, ovviamente, Gerusalemme.

Netanyahu dice apertamente che sta correggendo l’errore di Ben-Gurion, ovvero il fatto che non abbia cacciato i palestinesi rimasti nel 1948 e occupato la Cisgiordania e Gaza espellendone la popolazione.

Netanyahu pensa anche di correggere l’errore di Rabin, che prese in considerazione la possibilità, o il potenziale, di un qualche tipo limitato di autogoverno palestinese.

E in terzo luogo, pensa di correggere l’errore di Sharon, che ha dovuto ritirarsi da Gaza [nel 2005]. Questa è la mentalità di Netanyahu: Si considera il più grande leader sionista dopo Jabotinsky. Il suo obiettivo principale è l’annessione totale di tutta la Palestina, e oltre. Ha sentito cosa ha detto Trump; ha appena scoperto che Israele è molto piccolo e deve espandersi.

Pensa che ci sia spazio per la speranza in mezzo a questa disperazione?

, c’è molta speranza. C’è speranza nella resilienza delle persone. C’è speranza nella resistenza delle persone. Credo nella generazione più giovane in Palestina. Penso che stiano mostrando fantastici esempi di resilienza e resistenza. Non parlo solo di resistenza militare o anche di resistenza civile. Parlo anche di questo fantastico movimento che attraversa la generazione palestinese più giovane in tutto il mondo, specialmente in Paesi come gli Stati Uniti e l’Europa, dove c’è un’intera nuova generazione di palestinesi che si è rigenerata e rimotivata.

Penso che il 7 ottobre abbia restituito motivazione ad un’intera generazione palestinese ovunque. E penso che questo apra la strada a un nuovo tipo di unità palestinese attorno a un progetto unificato che include tutti i palestinesi ovunque vivano, sia in Palestina che fuori dalla Palestina.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come Netanyahu ha strappato la sconfitta dalle fauci della vittoria

David Hearst

7 ottobre 2024 MiddleEast Eye

La brutale risposta di Netanyahu al 7 ottobre ha vanificato decenni di sforzi con progressivo successo da parte di Israele e degli Stati Uniti per convincere i governi arabi ad abbandonare la causa nazionale palestinese

L’anno scorso nessun commentatore del 7 ottobre – me compreso – poteva prevedere che la guerra sarebbe stata combattuta con tanta ferocia per un anno. Un anno fa nessuno aveva previsto che Israele avrebbe combattuto più a lungo di quanto non abbia fatto quando ha fondato il suo Stato nel 1948. Da allora tutte le guerre combattute da Israele sono state brevi dimostrazioni di forza assoluta.

Non perché non ci abbia provato.

Israele ha bombardato Gaza riportandola all’età della pietra. Oltre il 70 % delle case è stato danneggiato o distrutto. Israele sta ora facendo lo stesso con Tiro, i sobborghi meridionali di Beirut e molte altre parti del Libano meridionale.

Nessuno sta alzando bandiera bianca. Né ci sono segnali significativi di rivolta da parte di una popolazione che ora vive in tende, che ha perso oltre 41.000 persone direttamente a causa dei bombardamenti e tre o quattro volte di più in morti indirette.

Il Lancet [prestigiosa rivista medica inglese, ndt.] ha affermato che il numero effettivo di morti potrebbe superare i 186.000 se si prendono in considerazione altri fattori come le malattie e la mancanza di assistenza sanitaria.

Queste persone stanno morendo di fame. Sono afflitte da malattie. Stanno per affrontare un secondo inverno in tenda. Vengono bombardate ogni giorno. E tuttavia non si sottometteranno. Una simile portata di sofferenza non è mai stata inflitta a nessuna generazione precedente.

Ogni palestinese vivo oggi conosce la posta in gioco. E tuttavia non fuggiranno. La maggior parte preferirebbe morire piuttosto che cedere la propria terra e le proprie case all’occupazione.

Due strategie

Fin dall’inizio di questa guerra ci sono state due strategie molto chiare da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del leader di Hamas Yahya Sinwar.

Netanyahu aveva dichiarato quattro obiettivi dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele: liberare gli ostaggi, annientare tutti i gruppi di resistenza in Palestina e Libano, porre fine al programma nucleare iraniano e indebolire il suo asse di resistenza e dare un nuovo ordine alla regione, con Israele al vertice.

Come è risultato presto chiaro alle famiglie degli ostaggi, così come allo stesso team di negoziazione, Hamas e William Burns direttore della CIA che ha supervisionato i colloqui, Netanyahu non aveva alcuna intenzione di riportare a casa gli ostaggi.

Ha cercato di far credere a Israele che fare pressione su Hamas avrebbe garantito un rilascio più rapido degli ostaggi. Questa era una evidente sciocchezza, poiché la stragrande maggioranza degli ostaggi (ce ne sono solo 101 ancora a Gaza) muore a causa delle bombe e dei missili sganciati da Israele. Tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre cercavano di consegnarsi.

Per il governo di destra di Netanyahu le vite degli ostaggi sono secondarie rispetto all’obiettivo di annientare Hamas. Se gli ostaggi fossero tornati, Netanyahu potrebbe ora trovarsi ad affrontare una lunga pena detentiva.

Ma evidentemente non è riuscito a annientare Hamas, e quindi ha velocemente iniziato una nuova guerra con il Libano e Hezbollah. Hamas ha ancora il controllo di Gaza e fino ad ora, nonostante due tentativi di sostituire il governo della Striscia, non è emersa nessun’altra forza credibile a Gaza.

Hamas ricompare ovunque non ci siano truppe israeliane. Nel giro di poche ore appaiono agenti di polizia in borghese a risolvere le controversie.

All’inizio Israele ha cercato di spazzare via la leadership di Hamas. Ha ucciso i primi e i secondi ranghi dei funzionari che gestivano il governo, la maggior parte dei quali in un massacro fuori dall’ospedale al-Shifa. Ma uno spaccato di ciò che sta realmente accadendo a Gaza è stato offerto dall’ultimo annuncio di Israele di aver ucciso tre alti funzionari di Hamas: Rawhi Mushtaha, capo del governo e primo ministro de facto, Sameh al-Siraj, che deteneva il dicastero della Sicurezza nell’ufficio politico di Hamas e Sami Oudeh, comandante della Strategia generale di sicurezza di Hamas.

L’attacco aereo è avvenuto tre mesi fa e nessuno si è accorto della loro assenza. Questo perché Hamas ha continuato a funzionare indipendentemente da quali leader fossero vivi o morti.

In passato, gli assassinii avevano portato a un periodo di incertezza per Hamas. Era accaduto dopo l’uccisione di Abdel Aziz al-Rantisi nel 2004. Ma oggi non funziona e non funziona nemmeno con questa generazione di combattenti.

L’uccisione dei capi è strettamente tattica e di breve durata. Fornisce agli assassini un sollievo temporaneo. La leadership di Hezbollah è stata effettivamente messa a dura prova da una serie di colpi di intelligence, a partire dall’esplosione di migliaia di cercapersone e walkie-talkie trappola. Ma non è stata bloccata come forza combattente, come sta scoprendo l’unità di ricognizione della Brigata Golani.

A lungo termine, i leader vengono sostituiti, le scorte vengono rifornite e le memorie vendicate.

Il ruolo dell’Iran

La colpa di ciò è principalmente di Israele, che ha deliberatamente distrutto le vecchie regole di combattimento. Un presunto obiettivo è ora ritenuto una causa sufficiente per uccidere 90 innocenti attorno a lui, che sia effettivamente presente o no. Un attacco aereo su un bar in Cisgiordania ha spazzato via un’intera famiglia. Diciotto palestinesi sono morti, tra cui due bambini fatti a pezzi. Se lanciare missili contro i bar è inteso come messaggio, sta avendo l’effetto opposto.

I martiri sono i più efficaci nel reclutare militanti.

Lo stesso vale per tutti i gruppi di resistenza, grandi o piccoli, consolidati da tempo o appena nati. Ogni volta che le truppe israeliane lasciano Jenin, Tulkarem o Nablus, pensano di aver ucciso per sempre la sua resistenza. Ogni volta, tornano per affrontare altri combattenti.

Il terrore di Israele genera solo altro terrore. La distruzione di Beirut Ovest nel 1982 ha ispirato l’attacco di Osama bin Laden alle Torri Gemelle nel 2001.

Il terzo obiettivo di Netanyahu è quello di annientare l’Iran come potenza nucleare e regionale, un obiettivo che precede di diversi decenni il 7 ottobre.

Al momento in cui scriviamo si sta aspettando la risposta di Israele al lancio di 180 missili balistici iraniani, alcuni dei quali hanno raggiunto i loro obiettivi.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dovuto rapidamente ritrattare le sue affermazioni sul consentire a Israele di attaccare le installazioni petrolifere dell’Iran dopo che gli è stato fatto notare che l’Iran potrebbe chiudere di colpo lo Stretto di Hormuz.

Nessuno è più nervoso degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo davanti ad un attacco israeliano all’Iran. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno già avuto un assaggio di cosa accadrebbe ad Aramco [compagnia petrolifera nazionale saudita, ndt.] e alle esportazioni di petrolio se le installazioni petrolifere dell’Iran venissero attaccate.

Ecco perché gli stati del Golfo hanno rilasciato una dichiarazione in cui dichiarano la loro neutralità, aggiungendo che non avrebbero permesso agli Stati Uniti di utilizzare nessuna delle loro basi aeree per un attacco all’Iran.

Ma la verità storica è che l’Iran non è mai stato centrale per la causa palestinese. È entrato nella mischia solo dopo la rivoluzione nel 1978. Per più di 100 anni i palestinesi hanno combattuto da soli. A volte con l’aiuto degli Stati arabi, prima l’Egitto, poi la Siria, poi l’Iraq, ma per lo più la loro lotta è stata solitaria.

Il programma nucleare dell’Iran è irrilevante per la lotta palestinese. Il fattore più importante è la determinazione del popolo palestinese a vivere nella propria terra.

La vera minaccia per Israele non viene dall’Iran. Viene da un giovane palestinese a Jenin, o da un’ex guardia di sicurezza presidenziale a Hebron, o da un palestinese con cittadinanza israeliana a Nakab.

Tutti loro hanno tratto le proprie conclusioni dalla disperazione dell’occupazione sotto la quale hanno vissuto. Nessuno ha avuto alcun bisogno di un incoraggiamento da Teheran.

Dittature feroci

Il quarto obiettivo di Netanyahu è riordinare la regione con a capo Israele. I funzionari israeliani adorano informare i giornalisti statunitensi sulle parole private di sostegno che Israele sta ricevendo dai leader arabi “sunniti moderati” per il suo programma di dominio regionale. Con “moderati” intendono filo-occidentali. Sono tutte dittature feroci.

Ma, di nuovo, Israele e gli Stati Uniti commettono ripetutamente lo stesso errore confondendo le parole private di sostegno dei ricchi e obbedienti con la volontà dei popoli che affermano di rappresentare.

Fulgido esempio dei ricchi e docili, l’arcipragmatico principe ereditario Mohammed bin Salman è stato ampiamente ed erroneamente citato per sostenere la visione che nei loro cuori i governanti arabi si preoccupassero poco della Palestina.

Il titolo del suo colloquio con Antony Blinken, segretario di Stato degli Stati Uniti, era la citazione: “Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no”.

Ma la citazione completa era questa: “Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, ha spiegato il principe ereditario a Blinken. “La maggior parte di loro non ha mai saputo molto della questione palestinese. E quindi ne sono venuti a conoscenza per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo abbia un esito”. Più il regime è autocratico e più il suo sovrano si sente instabile in tempi di crisi regionale, più deve prestare attenzione alla rabbia popolare per la Palestina. È il suo tallone d’Achille. La tirannia non sopprime o distoglie il sostegno alla Palestina. Lo amplifica.

Di conseguenza, Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, ha annunciato che il regno avrebbe normalizzato le relazioni con Israele solo dopo la creazione di uno Stato palestinese.

Questa affermazione può essere ritrattata, ma almeno per ora l’effetto degli Accordi di Abramo nel creare un’alleanza regionale pro-Israele sta svanendo.

L’obiettivo di Sinwar

Consideriamo ora gli obiettivi strategici di Sinwar il 7 ottobre e vediamo quali, se ce ne sono, siano sopravvissuti al passare del tempo.

Sinwar aveva due obiettivi strategici. Ciò che pensa ci è chiaro da due discorsi che ha fatto l’anno prima dell’attacco di Hamas. In uno, nel dicembre 2022, Sinwar ha affermato che l’occupazione deve essere resa più costosa per Israele.

“Intensificare la resistenza in tutte le sue forme e far pagare all'[autorità di] occupazione il conto per l’occupazione e l’insediamento è l’unico mezzo per la liberazione del nostro popolo e per raggiungere i suoi obiettivi di liberazione e ritorno”, ha affermato.

In un altro discorso, Sinwar ha affermato che i palestinesi dovevano mettere Israele davanti ad una scelta chiara.

“O lo costringiamo ad applicare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, (cioè) ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti, liberare i prigionieri e (permettere) il ritorno dei rifugiati”, ha affermato.

“O noi, insieme al mondo, lo costringiamo a fare queste cose e a realizzare la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati, compresa Gerusalemme, oppure rendiamo questa occupazione in palese contraddizione con l’intera volontà internazionale, isolandolo così in modo energico e totale, e poniamo fine al suo processo di integrazione nella regione e nel mondo intero”.

Primo, Hamas ha certamente reso l’occupazione più costosa per Israele.

Dall’inizio della guerra, sono stati uccisi 1.664 israeliani, di cui 706 soldati, 17.809 sono rimasti feriti e circa 143.000 persone sono state evacuate dalle loro case, secondo il Jerusalem Post.

Il denaro ha iniziato a fuggire dal paese. Nonostante il ritorno di molti dei 300.000 riservisti ai loro posti di lavoro, l’Economist riferisce: “Tra maggio e luglio i deflussi dalle banche del paese verso istituzioni straniere sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, arrivando a 2 miliardi di dollari. I responsabili delle politiche economiche di Israele sono più preoccupati che mai dall’inizio del conflitto”.

La maggiore conseguenza del 7 ottobre

Ma è a livello psicologico che il 7 ottobre ha inferto il colpo più duro.

Il crollo improvviso e completo dell’esercito israeliano un anno fa ha provocato un enorme shock da cui Israele deve ancora riprendersi. Ha messo fondamentalmente in discussione il ruolo principale dello Stato nella difesa dei suoi cittadini.

Ha fatto sentire tutti gli israeliani meno sicuri e questo può spiegare la brutalità della risposta militare, nonostante i profondi dubbi dei responsabili della sicurezza.

Se il video di un combattente di Hamas che telefona a casa a sua madre a Gaza vantandosi di quanti ebrei ha ucciso è inciso nella memoria di David Ignatius [opinionista del Washington Post, ndt.], che dire delle migliaia di post di TikTok che i soldati israeliani hanno postato vantandosi dei loro crimini di guerra? Che effetto hanno sull’editorialista del Washington Post? Lui, come altri, li ha oscurati.

Perché accettare la narrazione secondo cui il 7 ottobre è stato l’Olocausto di Israele significa indossare i paraocchi. Significa escludere e giustificare tutto ciò che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi, indipendentemente da famiglia, clan o storia, una barbarie e una disumanità ben più grandi di quanto chiunque avrebbe potuto pensare possibile in uno Stato avanzato, urbano e istruito il 6 ottobre.

Qui, finalmente, arriviamo al maggiore risultato dell’attacco di Hamas.

Il 6 ottobre la causa nazionale palestinese era morta, se non sepolta. Dopo più di 30 anni dagli accordi di Oslo, Gaza era totalmente isolata. Il suo assedio era permanente e a nessuno importava.

Nel settembre 2023 Netanyahu rivendicò la vittoria all’ONU agitando una mappa in cui la Cisgiordania non esisteva.

C’era solo un punto nell’agenda regionale ed era l’imminente normalizzazione dei rapporti dell’Arabia Saudita con Israele. La regione era la più tranquilla da decenni, o almeno così scrisse con sicurezza Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nella versione originale di un suo saggio per Foreign Affairs.

“Sebbene il Medio Oriente rimanga afflitto da questioni eterne, la regione è più tranquilla di quanto non sia stata da decenni”, scrisse in quella versione originale. Inutile dire che dovette velocemente modificarla.

Alla soglia della vittoria

Sotto la leadership di destra più estrema della sua storia, lo spazio per la pace era stato abbandonato e così anche la separazione. Conquistando la terra e mantenendola, Israele era sull’orlo della vittoria. Dopo il 7 ottobre, il sostegno alla resistenza armata in Cisgiordania è ai massimi storici. L’attacco di Hamas ha rimesso la resistenza armata all’ordine del giorno come modo per realizzare il suo programma di liberazione. Se gli accordi di Oslo fossero riusciti a produrre uno Stato palestinese entro cinque anni dalla firma, un movimento come Hamas non sarebbe esistito. O, se lo fosse, si sarebbe comportato come un gruppo scissionista dell’IRA, incapace di cambiare il corso degli eventi. Oggi, Hamas ha cambiato il corso degli eventi perché il percorso pacifico verso un fattibile Stato palestinese è stato bloccato. Ogni discorso su un processo di pace era un miraggio delle dimensioni della corazzata Potemkin.

Oslo non solo non è riuscita a creare uno Stato palestinese. Ha creato le condizioni affinché lo Stato israeliano si espandesse e prosperasse come mai prima in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Questo è stato il fattore più importante nel convincere una nuova generazione di giovani palestinesi a vendere i loro taxi e negozi in cambio di armi.

Quando le Brigate Qassam hanno attaccato il sud di Israele, quei giovani non hanno avuto molto bisogno di essere convinti. Un anno dopo, l’ala armata di Hamas ha raggiunto lo status di eroe in Cisgiordania, Giordania, Iraq e, credo, in gran parte dell’Egitto e del Nord Africa.

Hamas in questo momento spazzerebbe via Fatah se mai fosse consentito che si tenessero elezioni libere come è successo nel 2006.

A livello regionale l’asse della resistenza, che per gran parte del periodo successivo alla Primavera araba era stato un espediente retorico, è diventato un’alleanza militare funzionante.

Hezbollah, che a lungo aveva cercato di prendere le distanze dalle operazioni di Hamas, è ora sotto attacco e in guerra tanto quanto Hamas lo è sempre stato. Milioni di libanesi sono fuggiti dalle loro case e Beirut sta vivendo molto dello stesso terrore a causa dei droni e dei bombardieri israeliani che ha vissuto Gaza City.

La Palestina è tornata al suo legittimo posto, che è quello di occupare un ruolo chiave nel determinare la stabilità della regione.

Ribaltati decenni di sforzi statunitensi e israeliani

La brutale risposta di Israele al 7 ottobre ha invertito decenni di sforzi israeliani e statunitensi per convincere gli arabi che la Palestina non poteva più rappresentare un veto alle relazioni arabo-israeliane.

Oggi quel veto è più forte che mai.

Il cambiamento è stato ancora più evidente a livello globale, sostenuto dall’irrefrenabile desiderio dell’alleanza occidentale di trovare un nemico. Fino a poco tempo fa, erano i sovietici. Poi l’islamismo radicale ha brevemente preso il posto di minaccia globale. 

Ora è l’alleanza dei dittatori di Russia, Cina e Iran, tutti alla ricerca di sfere di interesse, a minare l’ordine mondiale, secondo l’ultimo saggio del segretario di Stato americano Blinken su Foreign Affairs.

Come se gli Stati Uniti non stessero cercando una sfera di interesse globale. Né le affermazioni di Sullivan né quelle di Blinken su Foreign Affairs resistono.

Ma come risultato della sua guerra, Israele ha perso il Sud del mondo e anche gran parte dell’Occidente.

La Palestina è diventata la causa numero uno al mondo per i diritti umani ed è in cima all’agenda degli sforzi per garantire la giustizia internazionale, con processi in corso presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Ha scatenato il più grande movimento di protesta della storia recente nel Regno Unito.

Questione di tempo

Delle due strategie, sembra funzionare quella di Sinwar. Che lui viva o muoia, quell’agenda ha già un suo inarrestabile slancio.

Incoraggiato dalla debolezza di Biden, dal possibile arrivo di Donald Trump che ora afferma che Israele è troppo piccolo, Netanyahu potrebbe ingannarsi e pensare di poter occupare la parte settentrionale di Gaza e il sud del Libano.

L’annessione dell’Area C, che comprende la maggior parte della Cisgiordania, è quasi certamente prossima.

Ma ciò che Netanyahu non sarà in grado di fare a Gaza, in Libano o in Cisgiordania è finire ciò che ha iniziato.

Ciò che ha costretto Ariel Sharon a ritirarsi da Gaza, o Ehud Barak dal Libano, si applicherà alle forze israeliane che Netanyahu tenta di installare a Gaza e in Libano con sempre più vigore. È solo questione di tempo.

Questa guerra ha spogliato Israele della sua immagine sionista liberale, l’immagine del nuovo arrivato che cerca di difendersi in un “vicinato ostile”.

È stata sostituita dall’immagine di un orco regionale, uno Stato genocida senza bussola morale, che usa il terrore per sopravvivere. Un tale Stato non può vivere in pace con i suoi vicini. Schiaccia e domina per sopravvivere.

La guerra di Netanyahu è a breve termine e tattica. La guerra di Sinwar è a lungo termine. Serve a far capire a Israele che se vuole la pace non potrà mai mantenere le terre che ha occupato.

La guerra di Netanyahu dura da un anno e può continuare solo nello stesso modo in cui è iniziata, infliggendo al Libano meridionale la stessa devastazione che ha inflitto a Gaza. Non c’è retromarcia. La guerra di Sinwar è appena iniziata.

Chi vincerà? Dipenderà dal grado di resilienza degli oppressi. Mi sorprenderei se non ci fossero quelli che dicono: “Ne abbiamo abbastanza, vogliamo fermarci”.

Ma passato un anno lo spirito di resistenza è alto e continua a crescere. Se ho ragione, questa lotta è solo all’inizio.

L’equazione del potere in Medio Oriente è effettivamente cambiata, ma non a favore di Israele o dell’America.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cinque cose che abbiamo imparato dal 7 ottobre

Noura Erakat

8 ottobre 2024-Mondoweiss

Nota del direttore: questa è la trascrizione di un discorso pronunciato da Noura Erakat il 30 agosto 2024 a Chicago come parte di un panel intitolato “All Eyes on Palestine”, alla conferenza “Socialism” a Chicago. Viene riproposto qui come parte della serie Mondoweiss Reflections on a Genocide.

È il giorno 329. La situazione sul campo a Gaza è solo peggiorata. Un quarto di milione di palestinesi probabilmente morirà di fame, carestia e malattie. Nelle parole di Lara Elborno, ogni giorno è il giorno peggiore, e peggiore di quello a cui abbiamo già assistito. Sistematiche violenze sessuali su detenuti palestinesi, rifugiati bruciati vivi in ​​tende di plastica che li hanno soffocati prima che si sciogliessero sulla pelle, epidemia di poliomielite e ora un’incursione totale nella Cisgiordania in quella che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito essere un progetto di pulizia etnica dal fiume al mare.

Questo orrore è amplificato dal fatto che segue tre decisioni della Corte internazionale di giustizia e una richiesta della Corte penale internazionale di mandati di arresto per il capo di Stato e il ministro della Difesa di Israele. Dopo che abbiamo completamente sfatato le bugie più razziste su atrocità che non hanno mai avuto luogo. Persino dopo che una parte solitamente silenziosa degli israeliani ha urlato a gran voce, questo genocidio coloniale continua con crescente crudeltà e un’incessante fornitura di armi che tu e io abbiamo pagato. Non ci sono più parole e certamente ancor meno c’è bisogno di esperti.

Quindi offro umilmente cinque lezioni che il genocidio a Gaza ci ha insegnato.

1. Ha esibito la permanente natura coloniale del diritto internazionale

Per quasi 11 mesi, abbiamo assistito a un genocidio coloniale e all’incapacità del diritto internazionale e delle istituzioni legali di fermarlo. Questo fallimento riflette la natura della Convenzione sul genocidio stessa, che è stata promulgata nel 1948, non perché sia ​​la prima o la peggiore campagna per l’annientamento di un popolo, ma perché è la peggiore che si sia verificata all’interno delle coste europee [nel bacino del Mediterraneo, ndt.]. L’esclusione dei popoli indigeni, africani e asiatici dall’ambito del danno riflette in parte lo sviluppo delle leggi di guerra come progetto europeo che ha deliberatamente relegato i non europei a un “altro selvaggio” non idoneo allo status di civile. La bozza finale della Convenzione sul genocidio ha rimosso la violenza coloniale dal suo ambito e ha rappresentato un’umanità eurocentrica. L’incapacità di arginare il genocidio oggi illumina il fatto che non esiste un diritto internazionale ma un diritto per l’Europa e un diritto per tutti gli altri.

Ecco perché questa battaglia è stata anche ciò che lo studioso palestinese Nimer Sultany ha descritto come “un’epica battaglia legale tra il Sud del mondo e il Nord del mondo”. Si noti come, con poche eccezioni degne di nota, gli Stati del Sud del mondo siano intervenuti presso la Corte internazionale di giustizia per sostenere il Sudafrica, mentre gli stati del Nord del mondo sono intervenuti a nome di Israele. Si noti inoltre come il defunto presidente della Namibia abbia detto alla Germania di non avere autorità per commentare cosa sia e cosa non sia genocidio e che il Nicaragua abbia intentato una causa contro la Germania per complicità nel genocidio. E sebbene il diritto internazionale non sia riuscito a fermare questo, le sentenze internazionali hanno catalizzato [il dibattito sulle ndt.] armi e le sanzioni diplomatiche.

Il fatto più significativo è che ci ha permesso di passare dal discutere della legalità delle operazioni di Israele al descriverle in blocco come illegittime. Questa guerra non è progettata per liberare i prigionieri o distruggere Hamas, ma per spopolare la Striscia di Gaza e continuare la Nakba. Il ritorno della Nakba come cornice attraverso cui comprendere la condotta di Israele dal 1948 a oggi riflette il successo dei palestinesi nell’utilizzare nuovamente il diritto internazionale al servizio della loro emancipazione anche mentre ci troviamo di fronte all’espressione più estrema del progetto eliminazionista del sionismo da generazioni.

2. Questo è un genocidio statunitense dei palestinesi

Nei primi sei giorni della campagna di Israele l’amministrazione Biden ha inviato 6.000 bombe. Questa settimana ha inviato 50.000 tonnellate di armi, cioè l’equivalente di oltre 3 bombe atomiche sganciate su una popolazione assediata a cui è stato negato un alloggio sicuro e qualsiasi mezzo necessario per sopravvivere. Gli Stati Uniti hanno abbinato questo con la concessione di immunità [a Israele ndt.] al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con il sabotaggio diretto dei negoziati di cessate il fuoco.

Significativamente l’amministrazione Biden ha facilitato questa operazione di morte in violazione delle sue stesse leggi e della volontà popolare dei suoi elettori mostrando la crisi della cosiddetta democrazia. Peggio ancora, sta andando ulteriormente oltre per fabbricare il consenso e reprimere il dissenso. Ad esempio, con un voto bipartisan di 269-144, la Camera ha approvato un emendamento per vietare al Dipartimento di Stato di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza sulle vittime palestinesi, nonostante ai giornalisti internazionali venga rifiutato l’ingresso, i giornalisti palestinesi siano presi di mira e le agenzie delle Nazioni Unite come l’UNRWA siano calunniate, non lasciando così altre fonti affidabili da citare.

Nonostante il ruolo degli Stati Uniti nel genocidio ampie fasce di americani insistono sul fatto che ci sia una differenza tra ciò che accade “qui” e “là”. Ricordiamoci [invece ndt.] di una relazione diretta evidenziata da ciò che l’artista e politico martinicano Aime Cesaire ha chiamato “effetto boomerang”. Ciò che viene dispiegato nelle geografie coloniali si manifesta all’interno della relativa metropoli. Ciò è più evidente oggi nella polizia statunitense.

Il sociologo Julian Go fa risalire la militarizzazione della polizia statunitense alla guerra ispano-americana del 1898, quando gli Stati Uniti divennero una potenza imperiale nelle Filippine, Guam, Porto Rico, Cuba, Haiti, Nicaragua e la Repubblica Dominicana, catalizzando la trasformazione dell’esercito statunitense in una forza in grado di proteggere i possedimenti coloniali, come dimostrato dai cambiamenti rivoluzionari nelle forze di polizia negli Stati Uniti, quando furono trasformate e “crearono una catena di comando gerarchica, … metodi operativi e tattici tra cui sorveglianza, mappatura, polizia preventiva, addestramento alle armi e unità di polizia a cavallo”. La polizia statunitense riflette l’esercito imperiale statunitense, come dimostrato dall’occupazione di Ferguson [quartiere nero di St. Louis dove nel 2014 si verificarono gravi incidenti a seguito dell’uccisione da parte della polizia di un ragazzo disarmato n.d.t.] e dalla repressione delle rivolte nere più in generale.

Oggi vediamo questo effetto nell’impiego di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso dei manifestanti contro Cop City [costruzione di un’enorme accademia di polizia vicino ad Atlanta, n.d.t.], nella censura dei libri e nell’autorizzazione all’ingresso della polizia nei campus universitari. Potrebbe essere facile descrivere i palestinesi come l’agnello sacrificale per promuovere un programma progressista, ma sarebbe una lettura totalmente errata. Siamo i canarini nella miniera di carbone e la prima linea di ciò che sta arrivando per tutti. Lasciarci morire non vi rende più sicuri.

3. Le università sono un’estensione dell’apparato coercitivo dello Stato

Abbiamo visto come le università siano la più grande fonte di repressione per studenti e docenti. Ad aprile diversi agenti di polizia si sono gettati sul professore della Washing University, Steve Tamari. È stato preso a pugni, colpito al corpo, preso a calci e trascinato per aver continuato a manifestare con i suoi studenti. La polizia gli ha rotto diverse costole e una mano e all’arrivo in ospedale il medico gli ha detto che era fortunato a essere vivo. Ciò che è diventato chiaro è che piuttosto che essere il luogo di produzione di conoscenza e di dissenso, l’università è un’estensione di un apparato coercitivo dello Stato.

Ci sono molte spiegazioni per questo, ma una di queste ha a che fare con i finanziamenti pubblici. Le università sono state soggette alle peggiori misure di austerità. Hanno compensato questa mannaia attraverso donazioni da parte di aziende, in particolare produttrici di armi, che hanno ricevuto molti sussidi pubblici. Mentre il governo taglia i finanziamenti alle università li aumenta alle industrie di armi che a loro volta finanziano le università, coinvolgendole nel complesso militare-industriale.

Nel 2020, il finanziamento USG [United State Government] a Lockheed Martin da solo ha superato tutti i finanziamenti al DOE [Dipartimento dell’Energia, n.d.t.]. Non sorprende che la spesa federale per i produttori di armi sia aumentata vertiginosamente dopo l’11 settembre. Queste aziende traggono profitto in tre modi: fornitura di armi, sicurezza privata e ricostruzione, dimostrando di trarre profitto sia dall’alimentare la guerra sia dalla gestione delle sue conseguenze.

Sono proprio queste aziende a tenere a galla le università: alla Johns Hopkins, ad esempio, negli ultimi dieci anni l’università ha ricevuto il doppio dei soldi dai contractor della difesa rispetto alle tasse universitarie. Oggi, il Pentagono alimenta un quarto delle entrate universitarie. L’università funziona di concerto con il complesso militare-industriale e dipende da questa alleanza.

4. Il sionismo non ha basi morali su cui reggersi

Anche se non siamo riusciti a fermare un genocidio abbiamo reso evidente la bancarotta morale del sionismo, anche se in realtà è proprio Israele ad averne il merito. Lo Stato e la società israeliani ci hanno detto che per sentirsi al sicuro devono spopolare la Striscia di Gaza per “finire il lavoro”. La società israeliana chiede più stupri, più uccisioni, si prendono gioco dei palestinesi che muoiono di fame e vengono fatti a pezzi, i suoi soldati si stanno esercitando ad uccidere bambini, fanno saltare in aria le moschee come annunci di nozze e indossano la biancheria intima di donne recluse come espressione della loro mascolinità. I ​​coloni sionisti americani stanno lasciando Hyde Park e Park Slope per colonizzare le terre palestinesi e poi chiedono che i palestinesi vengano uccisi a causa di quanto sia pericolosa [la loro presenza] mentre si lamentano che “gli insediamenti coloniali si fanno una cattiva reputazione”.

Il sionismo ha storicamente avuto un’influenza morale significativa tra gli americani, comprese persone che potremmo ammirare come W.E.B. DuBois che vedeva nel sionismo un modello per la liberazione delle persone oppresse. Oggi la gente non si schiera per difendere il sionismo. Al contrario, c’è una maggioranza silenziosa che teme il rischio di attacchi, molestie, doxing [raccolta e diffusione di informazioni personali con intenti malevoli, ndt.], perdita del lavoro. Il sionismo è così debole che oggi deve essere mantenuto attraverso la forza coercitiva.

L’AIPAC, che prima operava in silenzio, deve brandire rumorosamente il suo bastone punitivo. Ha versato non meno di 100 milioni di dollari nelle elezioni statunitensi. In particolare, ha speso 8,4 milioni di dollari per fermare la campagna di Cori Bush e se ne è preso il merito, dicendo che “pro-Israele è una buona politica, una buona politica, per entrambe le parti”. Ma, in particolare, i suoi annunci non hanno detto una PAROLA sulla Palestina o su Israele, si sono concentrati sui voti persi e sulla legge sulle infrastrutture. Peggio ancora, ha sostituito Bush con Wesley Ball, il procuratore che ha assolto Darren Wilson[ poliziotto imputato per l’uccisione di un afroamericano,ndt], a Ferguson dicendo che non c’erano abbastanza prove contro l’imputato e mostrando la volontà dell’AIPAC di smantellare i programmi progressisti e anti-carcerari per proteggere Israele. La loro aggressività è un’indicazione della loro debolezza.

5. Razzismo e potere: l’invisibilità e il potere dei palestinesi

Il razzismo sta facendo un lavoro enorme in questo momento per preparare il pubblico al massacro di massa dei palestinesi e per rendere invisibile il nostro potere. In linea con gli storici stereotipi islamofobi e antisemiti i palestinesi sono stati razzializzati come estranei che non possono integrarsi nella società occidentale, ma stanno invece pianificando di imporre una “Sharia strisciante”. Sono al di fuori della modernità, troppo religiosi e intrinsecamente violenti, sono una minaccia per gli altri e persino per sé stessi a causa degli stereotipi coloniali sugli uomini di colore che sono pericolosi per le loro stesse donne. È questo inquadramento razziale che fa apparire i palestinesi anche come una popolazione in eccesso che può essere sacrificata.

Questo discorso è così disumanizzante che l’indignazione per l’attacco di Israele ai civili non si è verificata, se non per la prima volta ad aprile, in occasione dell’attacco a sette operatori umanitari del World Central Kitchen. L’attacco ha finalmente spinto il comitato editoriale del Wall Street Journal a mettere in discussione la guerra di Israele, notando che non aveva “raggiunto nessuno dei suoi obiettivi di guerra, ovvero restituire tutti gli ostaggi… e scacciare con successo Hamas da Gaza” concludendo che, nonostante i guadagni tattici, una vittoria strategica era lontana.

I nostri 35.000 morti non sono stati sufficienti a far giungere a questa conclusione, né i 4 bambini prematuri che sono marciti nelle incubatrici [rimaste senza elettricità, n.t.d.], né la voce di Hind Rajab che supplicava che qualcuno la salvasse o l’immagine di ciò che restava dei corpi a Sidra Hassouna, appesi alla trave di ciò che restava della loro casa. Gli orrori di Al Shifa non sono stati sufficienti: non i 300 morti, non i corpi in decomposizione devastati e divorati da cani e gatti, non i cadaveri le cui braccia erano legate con lacci e con ferite da arma da fuoco da esecuzione, non lo sventramento del più grande ospedale del nord: le nostre vite non sono state sufficienti, non avevamo nemmeno i requisiti per una presunzione di innocenza.

E proprio mentre veniamo ridotti a nulla, il nostro potere viene apertamente negato. Come ha sottolineato Yazan Zahzah, sono stati i palestinesi e il movimento anti-genocidio a rendere chiaro che Biden non era idoneo a candidarsi e tuttavia il nostro ruolo non viene nemmeno riconosciuto. Ora l’intera elezione presidenziale potrebbe essere decisa dal campo anti-genocidio, tanto che il Partito Democratico, in un altro tentativo di gaslighting [far passare qualcuna/o per pazza/o, n.d.t.] e deviazione di responsabilità, ha descritto i nostri appelli a porre fine ai massacri come pro-Trump

È stato il nostro potere a catalizzare la petizione del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia e i mandati di arresto della Corte Penale internazionale. È stato il nostro potere a catalizzare una divisione tra il Nord e il Sud del mondo e a mettere in luce la natura coloniale del mondo. È stato il potere della nostra gente in Palestine Action a chiudere tre società Elbit nel Regno Unito, la prima a Cambridge. È stato il nostro potere a costringere la compagnia assicurativa francese AXA a disinvestire tutti i soldi da tutte le principali banche israeliane. Nelle parole di Rafeef Ziadah, che non poteva essere con noi stasera, i palestinesi hanno insegnato la vita al mondo, come i sei prigionieri che hanno usato dei cucchiai per uscire da una delle prigioni di massima sicurezza del mondo. Come la dottoressa Amira Al Souli che ha sfidato il fuoco dei cecchini per raccogliere il corpo di un paziente caduto. Come i giornalisti cittadini palestinesi Bisan Owda e Hind Khoudary che continuano a fare reportage sul terreno sapendo benissimo che il loro gilet da stampa è un bersaglio per i cecchini israeliani.

È il nostro popolo, che è ancora in piedi oggi nonostante 11 mesi di bombardamenti da parte di una potenza nucleare, sostenuta da una superpotenza globale e alimentata da armi provenienti da Regno Unito, Germania e Italia… è la nostra prima linea nell’organizzazione della diaspora in tutto il mondo di giovani palestinesi, prevalentemente donne con l’hijab, che sono l’epitome del femminismo e del potere in questo momento che sfidano le aspettative e stabiliscono nuovi standard.

Siamo potere. Siamo vita. Siamo vittoriose.

[Noura Saleh Erakat è un’attivista palestinese-americana, professoressa universitaria, studiosa di diritto e avvocata per i diritti umani]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Innegabile” – Indagine conferma la presenza dell’esercito israeliano quando Hind Rajab è stata uccisa a Gaza

Redazione

8 ottobre 2024 – Palestine Chronicle

Sky News ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa rilasciati dall’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

Anche se l’esercito israeliano nega di essersi trovato nella zona il giorno in cui Hind Rajab, 6 anni, è stata uccisa a Gaza insieme a sei membri della sua famiglia, un’indagine di Sky News ha scoperto che la presenza dell’esercito nella zona è “innegabile”. Anche due paramedici che stavano cercando di salvarla sono stati uccisi.

L’emittente televisiva ha analizzato immagini satellitari e comunicati stampa dell’esercito israeliano e ha intervistato esperti di armi e di medicina legale.

I fatti risalgono al 29 di gennaio, quando Hind e i suoi parenti stavano cercando di scappare dal quartiere di Tel al Hawa, che – come ha riportato l’agenzia di stampa Anadolu – quel giorno era sotto attacco israeliano.

La famiglia si è divisa in due gruppi. Mentre i più si sono messi in marcia, Hind è salita su una piccola automobile nera con altre sei persone, segnatamente: lo zio della madre, Bashar Hamada; sua moglie, Ana’am; i loro quattro figli Layan, Raghad, Sarah e Mohammad.

Pochi minuti dopo la partenza, l’automobile è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco nelle vicinanze di un distributore di benzina, a soli 350 metri dal suo punto di partenza.

La madre di Hind, Wissam Hamada, che era a piedi, ha assistito all’attacco ma non si è subito resa conto che l’auto di sua figlia era presa di mira.

Urla disperate

Dopo ore di tentativi per mettersi in contatto con i passeggeri del veicolo, la quindicenne Layan è riuscita a rispondere a una telefonata. Ha raccontato che tutte le persone all’interno “dormivano” e che lei e Hind erano state ferite.

Infine Layan ha passato il telefono a Hind, le cui disperate urla di aiuto sono state presto zittite da nuovi colpi di arma da fuoco.

La Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha tentato di inviare un’ambulanza ma ha richiesto l’autorizzazione da parte dell’esercito, dovendo entrare in quella che era diventata un’area militare soggetta a restrizioni.

Nonostante dopo diverse ore avesse ricevuto il via libera, l’operazione di salvataggio è finita in tragedia. Un colpo di artiglieria ha distrutto l’ambulanza partita dall’ospedale Al-Ahli mentre si avvicinava alla scena, uccidendo entrambi i paramedici a bordo.

Presenza di veicoli militari

Gli analisti di Sky News hanno ottenuto immagini satellitari ed esaminato i comunicati stampa dell’esercito israeliano, giungendo alla conclusione che diversi veicoli militari erano in azione nelle immediate vicinanze al momento dei fatti, contrariamente alle dichiarazioni dell’esercito israeliano.

L’emittente ha preso in esame le immagini satellitari del 29 gennaio, il giorno dell’attacco in questione.

“Si vedono almeno 15 veicoli militari nel quartiere di Tel al Hawa – dove è stata trovata l’automobile della famiglia. Il veicolo militare più vicino è a soli 300 metri. Una di queste foto è stata scattata alle 16.31 ora locale – poco più di un’ora prima che la Croce Rossa Palestinese ricevesse l’autorizzazione a mandare un’ambulanza”, si legge nell’articolo.

“Le immagini satellitari scattate nei giorni successivi all’attacco mostrano quanto consistente sia rimasta la presenza dell’esercito, con almeno 13 veicoli militari il 7 febbraio. Un giorno dopo, l’8 di febbraio, almeno nove veicoli militari sono stati visti nelle vicinanze dell’Università Islamica di Gaza”, prosegue l’articolo.

Arma di grosso calibro”

L’esercito israeliano ha dapprima negato ogni coinvolgimento, per poi ritirare un comunicato stampa che invece ne tradiva la presenza nel quartiere di Tel al Hawa al momento dell’attacco.

I danni subiti dall’ambulanza, che giorni dopo è stata ritrovata carbonizzata e abbandonata, suggeriscono che sia stata colpita da un’arma di grosso calibro, mentre l’automobile della famiglia recava decine di fori di proiettile sul fianco destro.

Sky News ha analizzato riprese sia della macchina che dell’ambulanza allo scopo di accertare i danni ai veicoli. Citando Amael Kotlarski, un dirigente del settore armamenti di JANES, agenzia privata che si occupa di analisi di sicurezza e difesa [tra le più accreditate al mondo nel campo dell’OSINT, ovvero intelligence basata sulla raccolta e analisi di dati pubblicamente disponibili, n.d.t.], riferisce che i danni dimostrano che “l’ambulanza è stata colpita da ‘un’arma di grosso calibro’, il proiettile della quale ha lasciato un foro di uscita riconoscibile sul retro del veicolo”.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato che, a causa dei ripetuti episodi in cui i paramedici sono stati presi di mira dall’esercito israeliano, le sue ambulanze non entrano in zone militari in assenza di previa autorizzazione.

Secondo l’esercito israeliano tuttavia l’ambulanza non avrebbe fatto alcuna particolare richiesta autorizzazione, dato che al momento non c’erano forze dispiegate nell’area.

Voglio giustizia”

Sky News ha detto di aver “geolocalizzato i filmati divulgati dall’esercito israeliano il 10 febbraio, che mostrano tre unità – la 401ma brigata, Shayetet 13 e il 52mo battaglione – in azione a meno di 650 metri dall’automobile in cui Hind è stata trovata”.

“Mentre non è chiaro in quale data precisa siano stati realizzati i filmati divulgati, la presenza dell’esercito israeliano nella zona è innegabile”, afferma l’emittente.

La madre di Hind, Wissam Hamada, chiede che “coloro che hanno commesso questo crimine spietato” siano “chiamati a risponderne”.

“Voglio giustizia per mia figlia”, ha detto a Sky News.

Il 30 aprile, gli studenti in protesta della Columbia University hanno occupato Hamilton Hall e l’hanno ribattezzata Hind’s Hall, lasciando cadere un grande striscione dalle finestre sopra l’ingresso dell’edificio.

Macklemore, cantante e autore americano, ha intitolato in suo onore due canzoni, Hind’s Hall e Hind’s Hall 2.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Analisi| Perché l’Occidente appoggia ancora Israele nonostante un anno di guerra con Hamas ed Hezbollah

Anshel Pfeffer

6 ottobre 2024 – Haaretz

In seguito al 7 ottobre pochi in Israele si aspettavano che la “finestra di legittimità” per distruggere Hamas sarebbe rimasta aperta per un anno intero. Ma i calcoli dell’Occidente, dettati da considerazioni pragmatiche e non dalle immagini della strage a Gaza, non implicano un assegno in bianco per un altro anno di guerra a Gaza, in Libano o contro l’Iran.

Il 7 ottobre al calar del sole, 12 ore dopo che Hamas aveva lanciato il suo attacco da Gaza e persino prima di aver compreso l’intera portata di quello che era appena successo, i politici israeliani si chiedevano quanto tempo avessero per la rappresaglia.

Era scontato che ora ci sarebbe stata una guerra a Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] sarebbero entrate per distruggere le capacità militari di Hamas. Ma quanto tempo avrebbero avuto per farlo? Per mezzo secolo in ogni guerra, dalla campagna del Sinai nel 1956 alla Seconda Guerra in Libano del 2006, a un certo punto Israele è stato obbligato a smettere di combattere e a ritirarsi. La comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, aveva chiesto una sospensione, facendo pressione su Israele perché accettasse un cessate il fuoco.

Nelle menti di quanti hanno pianificato questa guerra non c’erano dubbi che anche il tempo a disposizione di Israele per distruggere Hamas sarebbe stato limitato. Avrebbero avuto, affermavano, “una finestra di legittimità”. E ogni finestra a un certo punto si chiude.

In quei primi giorni, pochi, se non nessuno, si aspettavano che la finestra sarebbe rimasta aperta per un anno intero e che, nel momento del primo anniversario, le IDF sarebbero state ancora operative senza vincoli a Gaza.

La fase iniziale della campagna di terra a Gaza iniziata il 27 ottobre, il devastante attacco di blindati contro Gaza City, era pensata in buona misura con questo in mente: che si trattasse di una breve finestra in cui Israele avrebbe colpito al cuore delle strutture militari e governative di Hamas a Gaza. Che in un qualunque momento in un futuro prossimo le pressioni internazionali avrebbero chiuso quella finestra.

Eppure un anno dopo la finestra è ancora aperta. I tentativi dell’amministrazione Biden e di altri governi di chiuderla sono stati poco convinti. Non ci sono state vere sanzioni, mentre l’embargo sulle armi è stato minimo. Le vere pressioni sono state per consentire l’ingresso di aiuti umanitari e cercare di limitare le dimensioni della campagna militare (come il ritardo nell’entrare a Rafah questa primavera), ma non per porre fine alla guerra.

Ci sono moltissime spiegazioni per questa mancanza di concrete pressioni. Una è la relazione unica del presidente Joe Biden con Israele e la debolezza di altri leader occidentali che sono preoccupati di disordini interni.

Un’altra è il momento in cui è scoppiata la guerra, che è giunta nell’anno di elezioni presidenziali negli USA. Anche il fatto che i Paesi arabi con cui Israele ha già rapporti diplomatici non abbiano minacciato di interromperli è un fattore. Perché l’Occidente dovrebbe impegnarsi quando gli arabi si limitano a fare bei discorsi in pubblico e in privato sperando che Israele la faccia finita con Hamas?

Tutti questi fattori ed altri hanno avuto un peso. Tuttavia c’è una realtà sottesa che in qualche modo è stata trascurata in buona parte dell’informazione e che spiega la riluttanza ad applicare il tipo di pressione a cui Israele non sarebbe in grado di resistere.

Nell’attuale situazione geopolitica, con gli Stati Uniti e i suoi alleati che affrontano sfide in tutto il mondo, dall’Ucraina al Venezuela fino a Taiwan, Israele è parte fondamentale dell’alleanza, fornendo tecnologie ed esperienze militari e scontrandosi nel contempo con l’Iran, un anello fondamentale nell’alleanza rivale.

Potrebbe non essere una cosa che incontra il favore generale, soprattutto nel momento in cui Israele è guidata da un leader impopolare, ma l’Occidente ha bisogno di Israele come alleato e questo è il limite reale a ogni pressione. Quello che Israele porta all’alleanza può essere sintetizzato in due parole.

Quello che Israele mette sul tavolo

Come inviato in Ucraina nei primi mesi della guerra nel 2022 mi aspettavo di incontrare reazioni negative alla vergognosa politica israeliana di neutralità in seguito all’invasione russa. Ma in conversazioni e interviste con gli ucraini a ogni livello non sono riuscito a individuare alcun segno di ostilità. Tutti gli ucraini che ho incontrato vedevano Israele come Nazione “sorella del cuore”.

Mentre resistevano contro il più grande e potente invasore russo, Israele e le sue guerre contro i vicini arabi erano un esempio che intendevano emulare. Sorprendentemente stavano dimenticando i calcoli israeliani per la propria sicurezza nazionale per non irritare Vladimir Putin, ma finivano ogni conversazione con “Per favore, mandateci l’Iron Dome”.

Ironicamente, di tutte le cose che Israele potrebbe e dovrebbe aver mandato all’Ucraina il suo sistema di difesa missilistico Iron Dome sarebbe stato il meno utile. Destinato a difendere zone relativamente piccole intercettando razzi a corto raggio, Iron Dome sarebbe stato di scarsa utilità per proteggere le ampie distese dell’Ucraina dall’arsenale russo di missili a lungo raggio. Ma nei 13 anni dalla prima volta che Iron Dome è diventato operativo ha simbolizzato molto più dell’insieme delle sue potenzialità.

Un politico che ha una passione per i simboli è l’ex-presidente USA Donald Trump. Nel suo confuso discorso di accettazione della nomination alla Convenzione Nazionale Repubblicana di luglio ha detto che “Israele ha un Iron Dome [una cupola di ferro]. Hanno un sistema di difesa missilistica. Trecentoquarantadue missili sono stati sparati contro Israele e solo uno lo ha attraversato un poco.”

Non era vero. Iron Dome è stato a malapena coinvolto nell’intercettare oltre 300 missili e droni iraniani in aprile. Ma i fatti hanno contato ben poco per Trump, e non gli hanno sicuramente impedito di promettere che “stiamo per costruire un Iron Dome sul nostro Paese e stiamo per garantire che niente possa arrivare e danneggiare il nostro popolo.”

Ancora una volta Iron Dome come sistema non aiuterà a proteggere gli estesi Stati Uniti d’America, con un oceano da entrambi i lati, dai missili balistici intercontinentali russi o cinesi. Ma Iron Dome significa molto di più.

Iron Dome è diventato un simbolo di quello che Israele mette sul tavolo. È la seconda arma israeliana ad aver raggiunto un tale livello di rappresentatività a livello globale. Il primo è stato l’Uzi, un mitra compatto e resistente sviluppato per l’IDF negli anni ‘50 che, proprio come Iron Dome, ha raggiunto uno status ben al di là del suo reale uso militare.

Di fatto l’Uzi ha raggiunto il suo periodo d’oro nella cultura popolare molto dopo che smettesse di essere utilizzato dalla maggior parte delle unità di combattimento israeliane. Ma negli anni ’80, quando Hollywood produsse i suoi migliori film d’azione, c’era sempre una scena in cui Chuck, Sly o Arnie si aprivano la strada fuori dai guai con un Uzi che riluceva in ognuna delle loro mani.

Fu l’epitome della solidità inventiva di una piccola Nazione assediata che lottava per sopravvivere contro ogni ostacolo. Era piccolo, ingegnoso e mortale, un simbolo adeguato di tutto ciò che Israele era stato nei suoi primi decenni.

Iron Dome non è solo l’arma israeliana più conosciuta, funge da immagine di come Israele è visto oggi in Occidente.

A differenza dell’Uzi, con il suo telaio squadrato e la sua canna schiacciata, non ha una forma definita, solo una fila di anonime cabine e camere di lancio quadrate. Adolescenti eccitabili non possono immaginarsi mentre sparano con esso, alla Stallone, contro i cattivi. Iron Dome è un algoritmo segreto e piccoli sbuffi di fumo nel cielo o lunghe striature gialle di notte.

Non puoi capire come funziona, solo quello che fa, e quello che quei geni di israeliani hanno di nuovo fatto, solo che ora, invece di saldare qualche pezzo stampato di metallo insieme a un’efficiente molla, lo hanno fatto con la matematica e la tecnologia.

Iron Dome è molto più di uno dei sistemi israeliani di missili difensivi multistrato. È la quintessenza di tutto quello che Israele porta nell’alleanza: la tecnologia, la potenza di fuoco, la condivisione del sapere e dell’intelligenza. Un’immagine del valore e dell’esperienza militari che può apprezzare persino un renitente alla leva senza alcuna conoscenza di strategia militare come Trump.

E se persino Trump lo può capire, i dirigenti più consapevoli, che negli ultimi due anni e mezzo, dopo decenni di scarsi finanziamenti destinati alla difesa, mancanza di investimenti nelle industrie militari e una riduzione di personale che ha inviato i reclutatori dei marines USA fino in Micronesia, hanno cercato di capire come l’Occidente possa attrezzarsi per affrontare una Russia rinascente e una sempre più aggressiva Cina, sanno di non poter rinunciare a un piccolo Paese in grado di costruire una potenza militare avanzata con così poche risorse.

Questa immagine di un Israele avanzato ed efficiente ha contribuito a tenere aperta la finestra a Gaza l’anno scorso, anche se molto di quanto è successo negli ultimi 12 mesi, il fallimento totale dell’intelligence e della tecnologia il 7 ottobre e la totale distruzione di Gaza da allora, hanno eroso la sua immagine. Israele è stato in grado di sfruttare la reputazione che si è costruito prima della guerra.

È il processo opposto a quello che è avvenuto nel caso dell’Ucraina dove, alla vigilia dell’invasione russa, l’Occidente stava per rinunciare e ridurre la sua sconfitta offrendo al presidente Volodymyr Zelenskyy un elicottero per portarlo fuori e creare un governo in esilio. Solo quando nei giorni e nelle settimane successivi è emerso che i valorosi ucraini si sono dimostrati abili nel bloccare, dividere e alla fine distruggere sferraglianti colonne corazzate russe l’Occidente ha iniziato ad aumentare il suo sostegno all’Ucraina con armamenti pesanti sempre più avanzati che valgono decine di miliardi di dollari.

Ciò non ha a che fare con la questione morale a favore dell’Ucraina, ma con fornire all’Occidente un conveniente rapporto qualità-prezzo per erodere le capacità della Russia, evidenziare la sua vulnerabilità e dare all’Occidente più tempo per preparare le sue difese. L’Ucraina ha fatto tutto questo dal febbraio 2022, ed è la ragione per cui ora ha una flottiglia di caccia F-16 e centinaia di carri armati occidentali.

La buona sorte di Israele è stata che quando è iniziata la guerra a Gaza non ha dovuto perorare la causa geopolitica. Più di tutti i tentativi propagandistici di mostrare i dettagli delle atrocità del 7 ottobre per controbilanciare le foto dei bambini palestinesi uccisi nelle rovine di Gaza sui media internazionali, quello che ha tenuto l’Occidente dalla parte di Israele è la necessità di tenerselo nell’alleanza.

È per questo che ci è voluto quasi un anno di pressioni politiche interne prima che i leader di Gran Bretagna e Francia, due Paesi che comunque praticamente non vendono armi a Israele, facessero il minimo gesto di bloccare le armi, anche se in realtà i loro servizi militari e di intelligence continuano a cooperare intensamente con Israele.

È la ragione per cui, nonostante la guerra, il più importante sviluppo nel commercio di armi tra Israele e l’Europa è stato il fatto che la Germania ha firmato un contratto da 4.4 miliardi di dollari per comprare il sistema israeliano di difesa missilistica Arrow come pilastro della sua European Sky Shield Initiative [progetto per costruire un sistema di difesa aerea europeo integrato a terra che includa armi contro i missili balistici, ndt.].

Niente di tutto questo significa che Israele abbia un assegno in bianco per un altro anno di guerra, non solo a Gaza, ma neppure contro Hezbollah e l’Iran.

Ciò significa che i calcoli delle capitali occidentali riguardo a se continuare ad appoggiare Israele non sono, e non saranno, dettati dalle foto del massacro di Gaza, ma da quegli stessi calcoli pragmatici che potrebbero essere stravolti da una guerra totale con l’Iran, e il suo più complessivo impatto geopolitico sulle forniture energetiche a livello globale e sulla Cina.

Il pregio dell’israeliano Iron Dome ne ha fatto una risorsa nell’alleanza occidentale e gli ha garantito un anno in cui è stato in grado di operare a Gaza e in Libano con pochissimi limiti. Non sarà più così se il fronte iraniano continua a peggiorare.

Nel secondo anno di guerra potrebbe scoprire che sta diventando più un ostacolo che un vantaggio.

Anshel Pfeffer è l’inviato di The Economist in Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il caos che Israele sta seminando in tutto il Medio Oriente potrebbe ritorcerglisi contro

David Hearst

1 ottobre 2024 MiddleEastEye

Niente più di quello che Netanyahu sta attualmente perseguendo può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace.

Ogni volta che Israele inizia un’altra guerra, prima che piova il fosforo bianco, prima della paura e del panico delle persone che fuggono dalle loro case, prima delle riprese dei sopravvissuti sbalorditi che setacciano le macerie dei palazzi crollati, viene celebrato un rituale.

Si chiama rituale del cessate il fuoco, una pubblica dimostrazione di lavaggio delle mani. È la farsa di fingere che ci siano diplomatici onesti da qualche parte che cercano di esplorare ogni via, che usano tutte le energie per impedire che questo caos inizi.

Molto di questo rituale è coreografato. Altre parti sono improvvisate. Ma siate certi di una cosa: è una pantomima. Non ha alcuna relazione con la realtà.

Poche ore prima che Israele dichiarasse di aver iniziato l’invasione di terra in Libano, in una conferenza stampa a Beirut il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot stava vanamente insistendo che la sua proposta di cessate il fuoco di 21 giorni era “ancora sul tavolo”. Nel contempo gli Stati Uniti, co-sponsor della Francia, stavano informando i giornalisti che i colloqui per il cessate il fuoco erano terminati. Questa posizione è stata ripresa diverse volte nel corso del pomeriggio e le contraddizioni si sono accumulate.

Gli Stati Uniti invocavano una soluzione diplomatica e nello stesso tempo descrivevano l’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah come un “bene assoluto”. Affermando di aver trattenuto Israele in un’operazione limitata al confine, esprimevano anche ansia per l’aspetto umanitario dell’operazione. E si sono impegnati a continuare a lavorare per ridurre le tensioni, pur riconoscendo che Israele è un paese sovrano che prende le proprie decisioni.

Se questa farsa suona orribilmente familiare è perché lo è.

Diamo un taglio al gergo: la conclusione, come ha confermato il Pentagono, è che gli Stati Uniti sostengono un’invasione di terra del Libano e i piani di cessate il fuoco possono andare a farsi benedire.

Desiderio di vendetta

Lo stesso è accaduto a Gaza un anno fa. Il “diritto di Israele a difendersi” è l’abbreviazione di radere al suolo ogni abitato abbastanza sfortunato da trovarsi accanto.

Questa danza macabra ha uno scopo: martedì praticamente tutti i media del mondo occidentale hanno descritto l’operazione in corso in Libano come “mirata” o “limitata” – precisi raid di commando che entrano ed escono – proprio come avevano fatto durante la fase iniziale della guerra su Gaza.

” Ci aspettiamo che non somigli al 2006 [operazione militare di vasta scala dell’esercito israeliano in Libano durata 34 giorni, ndt.]”, ha detto un funzionario statunitense al Washington Post.

Nel frattempo diplomatici e generali israeliani non sono riusciti a trattenersi dal dire la verità. Mike Herzog, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha affermato: “L’amministrazione americana … non ci ha limitato nel tempo. Anche loro capiscono che dopo l’assassinio di Nasrallah c’è una nuova situazione in Libano e c’è la possibilità di rimodellarlo”.

“Rimodellare” il Libano non vuol dire un’operazione mirata limitata al confine. Né la limitazione era nei pensieri di un comandante dell’esercito israeliano che ha osservato: “Abbiamo il grande privilegio di scrivere la storia qui nel nord come abbiamo fatto a Gaza “. In Israele rabbia e discorsi d’odio hanno raggiunto livelli psicotici. Il desiderio di vendetta contro la popolazione di Gaza ha rapidamente trovato un nuovo bersaglio: la popolazione del Libano. Nir Dvori di Channel 12 News ha esultato dicendo che “Nasrallah è morto tra i tormenti” dando la notizia secondo cui il leader di Hezbollah è morto soffocato. Il capo del consiglio comunale di Shlomi [cittadina nel nord di Israele, ndt.] ha salutato l’invasione di terra affermando: “È necessario ripulire l’area”.

Il commentatore politico Ben Caspit ha fantasticato sul “giorno dopo” di tale operazione di pulizia, suggerendo che persino le nonne di qualsiasi combattente della Forza d’élite Radwan di Hezbollah [la cui missione è infiltrarsi nei territori israeliani, ndt.] che avesse attraversato il fiume Litani [confine fra Libano e Israele ndt.] dovrebbero “morire sull’istante”.

È curioso che abbia menzionato il fiume Litani, il cui nome è stato spesso invocato come limite a nord del Libano meridionale che Israele vuole liberare dai razzi di Hezbollah, perché anche questo sta diventando un mito. Le ambizioni militari di questa operazione vanno molto più in profondità nel Libano.

Appena 12 ore dopo che il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato di aver limitato l’operazione di Israele, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione a più di 20 città e villaggi nel Libano meridionale. “Dovete dirigervi immediatamente a nord del fiume al-Awali” vicino a Sidone, ha detto il portavoce dell’esercito Avichay Adraee su X (ex Twitter).

Ridisegnare il Medio Oriente

Questo significa che Israele ha rivendicato come sua area di operazioni militari l’intero Libano meridionale, quasi un terzo del paese. In un colpo solo, Israele ha raddoppiato la sua area di operazioni.

La cosa è in linea con la promessa fatta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un anno fa nelle ore successive all’attacco di Hamas.

“Cambieremo il Medio Oriente”, aveva detto Netanyahu ai funzionari in visita a Gerusalemme dal sud del paese dove Hamas aveva colpito il 7 ottobre 2023.

Jared Kushner, genero dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e investitore immobiliare che ha apparentemente trascorso ore a studiare Hezbollah e si considera un esperto in materia, ha scritto ugualmente su X: “Il 27 settembre [data dell’uccisione di Nasrallah] è il giorno più importante in Medio Oriente dalla svolta degli Accordi di Abramo… Chiunque abbia chiesto un cessate il fuoco al nord si sbaglia. Non c’è ritorno per Israele. Non possono permettersi ora di non finire il lavoro e smantellare completamente l’arsenale che è stato puntato contro di loro. Non avranno mai un’altra occasione”.

Netanyahu e i suoi sostenitori americani cambieranno il Medio Oriente invadendo il Libano, questo è certo. Ma non esattamente nel modo in cui immaginano. Dopo aver guidato la liberazione del Libano meridionale dopo 18 anni di occupazione e aver guidato la battaglia contro Israele nel 2006, secondo Hezbollah con successo, Nasrallah ha mantenuto tranquillo il confine settentrionale per quasi due decenni.

Sotto il governo di Nasrallah, Hezbollah era totalmente assorbito da un’altra battaglia: la guerra civile in Siria, con molte conseguenze. Ha messo da parte il primato della lotta per liberare la Palestina. E man mano che Hezbollah cresceva in dimensioni e importanza politica, fu più facile da infiltrare per il Mossad israeliano. Alcune delle principali operazioni del mese scorso, come la fornitura di cercapersone e walkie-talkie con trappole esplosive, erano in lavorazione da anni. Anche le posizioni esatte dei bunker di Hezbollah e lo spostamento degli obiettivi tra di essi erano il risultato di anni di lavoro e ricerca.

Un contrasto drammatico

Niente di ciò che è accaduto per dare un colpo mortale a Hezbollah era impreparato, e per questo contrasta così drammaticamente con le difficoltà che Israele ha incontrato nel tentativo di decapitare Hamas a Gaza.

Ma Israele è stato anche aiutato dalla “pazienza strategica” di Hezbollah e dell’Iran e dalla loro mancanza di risposta ai suoi crescenti attacchi ai loro comandanti e leader. Hezbollah non si è mai vendicata per l’assassinio del 2008 di Imad Mughniyeh, leader della sua ala militare. Né ha risposto per le rime all’assassinio dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri all’inizio di quest’anno nel suo centro di Dahiyeh a Beirut.

La mitezza delle risposte di Hezbollah e dell’Iran ha solo dato a Israele la sicurezza di raddoppiare i suoi attacchi in Libano e Siria. 

Ogni volta che accadeva sia Hezbollah che l’Iran si sgolavano a dire di non voler iniziare una guerra con Israele e che la loro campagna era in solidarietà con Hamas a Gaza e si sarebbe fermata nel momento in cui fosse stato raggiunto un cessate il fuoco.

E quando colpivano era generalmente, anche se non esclusivamente, contro obiettivi militari israeliani. I razzi e i video di propaganda di Hezbollah erano dimostrativi, progettati per mostrare il suo potere, non per usarlo.

Col senno di poi, questa strategia si è rivelata un errore strategico che Hezbollah sta pagando oggi, perché ha dato a Israele la sicurezza di fare ciò che sta facendo ora in Libano. Gli attacchi di Israele a Hezbollah hanno superato le risposte di Hezbollah nella misura di cinque a uno.

Non si tratta solo dell’errore di calcolo di coloro che vengono abitualmente definiti estremisti in Libano e Iran. Il presidente iraniano riformista Masoud Pezeshkian ha detto di essere stato tradito dagli americani che avevano promesso un cessate il fuoco a Gaza se l’Iran si fosse astenuto dal rispondere all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran.

È stato il fallimento della moderazione strategica dell’Iran a portare martedì sera al bombardamento di obiettivi in ​​tutto Israele con oltre 180 missili. Dopo l’attacco, Pezeshkian ha continuato a sostenere che l’Iran non vuole una guerra con Israele, ma la politica di moderazione è stata chiaramente abbandonata. Ci si può aspettare che Hezbollah e tutti i gruppi armati in Yemen e Iraq si facciano più attivi.

Ma un errore di calcolo ancora più grande è stato commesso da Israele nel suo desiderio di colpire finché il ferro è caldo. 

Aggressione incontrollata

Israele sta riprogettando l’intero Medio Oriente nell’odio, mentre la questione palestinese rimane irrisolta. È l’ingegneria al contrario di un periodo di tre decenni, dagli Accordi di Oslo, mentre il conflitto palestinese ha perso la sua supremazia e centralità nel mondo arabo.

Niente più dell’aggressività senza freni di Israele può sanare le profonde divisioni nel mondo arabo create dalla controrivoluzione alla Primavera araba.

Quando sganci 80 tonnellate di esplosivo per uccidere Nasrallah e uccidi altre 300 persone nel farlo, lo trasformi da simbolo di resistenza a leggenda.

“Il simbolo è scomparso, la leggenda è nata e la resistenza continua”, è come l’ha espresso il politico libanese Suleiman Frangieh, rampollo di una delle principali famiglie maronite del paese.

Ibrahim al-Amin, direttore di Al Akhbar, giornale vicino a Hezbollah, ha paragonato Nasrallah a Hussain, nipote del profeta Maometto, considerato il terzo imam dell’Islam sciita. Ha scritto: “Sayyed Hassan Nasrallah non si immaginava nel solco di Hussain quando è caduto come martire. Non era nel solco di Hussain quando il mondo lo ha abbandonato. Piuttosto, è nel solco di Hussain che si è alzato e ha combattuto in difesa di un diritto che costa molto ottenere … [Nasrallah] è diventato un simbolo eterno per ogni ribelle di fronte all’ingiustizia e … è stato martirizzato in difesa di Gerusalemme e della Palestina”. Nasrallah aveva un fascino carismatico come oratore per il suo elettorato sciita e le masse filo-palestinesi nel mondo arabo, come l’ex presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva per il movimento nazionalista arabo ai suoi tempi. Da morto Nasrallah promette di arrivare a tanto.

Gravi conseguenze

Naturalmente questa non è la visione delle élite arabe che hanno trascorso gran parte della loro carriera a stringere amicizia con gli Stati Uniti e Israele. Ma anche loro devono riconoscere le passioni che scuotono i loro popoli.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha usato Israele come tragitto per essere preso sul serio da Washington. Ma anche lui è totalmente sincero sui propri limiti come leader.

“Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, avrebbe detto il sovrano trentanovenne al Segretario di Stato americano Antony Blinken all’inizio di quest’anno. “Per la maggior parte di loro, non hanno mai saputo molto della questione palestinese. E quindi la stanno scoprendo per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo trovi un esito.”

Un funzionario saudita ha contestato questo resoconto della conversazione di Mohammed bin Salman con Blinken, che invece è molto verosimile.

Sì, la regione sarà ridisegnata da un Israele che ha rotto il freno.

Niente può convincere i suoi vicini arabi che Israele non può vivere con loro in pace meglio della rotta su cui Israele è attualmente impostato, una rotta che prende di mira e minaccia allo stesso modo cristiani, musulmani, sciiti e sunniti.

Netanyahu, più di chiunque altro, li sta convincendo che un Israele che si comporta in questo modo non appartiene a questa regione.

Ciò avrà profonde conseguenze strategiche per il futuro. Quindi la morte di Nasrallah è davvero un “bene assoluto” per la regione?

Fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’attacco missilistico dell’Iran contro Israele: che cosa sappiamo e che cosa succederà

Redazione Al Jazeera

1 ottobre 2024 Al Jazeera

Israele promette una ritorsione dopo la salva di missili iraniani lanciata in risposta alle uccisioni dei leader di Hamas e Hezbollah.

 

L’Iran la lanciato un attacco senza precedenti contro Israele, lanciando una salva di missili contro il Paese nell’ultima escalation dopo settimane di crescenti violenze e tensioni nella regione.

Martedì i Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran (IRGC) hanno dichiarato di aver lanciato i missili contro Israele in risposta ai mortali attacchi israeliani a Gaza e in Libano e agli assassinii dei massimi leader di IRGC, Hamas e Hezbollah.

Martedì sera sono risuonati gli allarmi in Israele quando i missili sono caduti sulle principali città e cittadine.

Israele e il suo principale alleato, gli Stati Uniti, hanno detto che i loro rispettivi eserciti hanno agito congiuntamente per abbattere la maggior parte dei quasi 200 missili sparati dall’Iran.

L’esercito israeliano ha detto che solo “pochi” colpi sono andati a segno nelle parti centrale e meridionale del Paese, mentre secondo il servizio di soccorso di Israele due persone sono state ferite dalla caduta di un missile nell’area di Tel Aviv.

Ecco ciò che sappiamo sull’attacco e sul contesto più ampio, e ciò che potrebbe succedere adesso.

Che cosa è successo?

  • I dettagli esatti dell’operazione iraniana restano poco chiari, ma IRGC ha affermato in una dichiarazione che i missili erano destinati a “vitali obbiettivi militari e di sicurezza” in Israele.

  • IRGC in seguito ha detto che il suo attacco era destinato specificamente a tre basi militari nell’area di Tel Aviv.

  • L’attacco, accompagnato da un cyberattacco su larga scala, per la prima volta ha impiegato anche i nuovi missili balistici ipersonici Fatah dell’Iran, secondo i media dello Stato iraniano.

  • L’esercito israeliano ha detto di aver intercettato “un gran numero” dei 180 missili balistici lanciati dall’Iran, ma che vi sono stati “isolati” impatti nel centro e nel sud di Israele. IRGC ha detto che il 90% dei missili ha colpito gli obbiettivi.

  • Il consigliere per la Sicurezza Nazionale USA Jake Sullivan ha detto che l’esercito americano “si è strettamente coordinato” con le sue controparti israeliane per abbattere i missili.

  • I caccia torpedinieri USA si sono uniti alle unità di difesa aerea israeliana per lanciare intercettori per abbattere i missili in arrivo”, ha detto Sullivan ai giornalisti alla Casa Bianca.

  • Sullivan ha affermato che non sono state riferite vittime in Israele: “In breve, sulla base di quanto sappiamo al momento, questo attacco sembra essere stato debellato e inefficace”, ha detto.

A che cosa rispondeva l’attacco?

  • IRGC ha detto che l’attacco di martedì era una risposta all’assassinio di Hassan Nasrallah, capo dell’organizzazione libanese Hezbollah, e del comandante dell’IRGC Abbas Nilforoushan la settimana scorsa a Beirut, ed anche all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran a luglio.

  • Esperti hanno avvertito nel corso dell’anno passato che il Medio Oriente era sull’orlo di una guerra regionale nel quadro della guerra di Israele contro la Striscia di Gaza, che ha ucciso più di 41.000 palestinesi da ottobre 2023.

  • L’organizzazione libanese Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi sul nord di Israele dopo l’inizio della guerra di Gaza, sostenendo che intendeva supportare i palestinesi nell’enclave assediata.

  • L’esercito israeliano ha avuto scambi a fuoco con Hezbollah lungo il confine tra Israele e Libano a partire da quel momento, sfollando decine di migliaia di persone in entrambi i Paesi.

  • Nel mese scorso l’esercito israeliano ha incrementato gli attacchi al Libano, colpendo obbiettivi nella capitale Beirut e alimentando ulteriori timori di una guerra totale.

Come hanno reagito i leader mondiali all’attacco iraniano?

  • Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Iran “ha commesso un grosso errore” e “pagherà per questo”.

  • L’inviato di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha detto che il Paese “prenderà tutte le misure necessarie per proteggere i cittadini di Israele”: “Come abbiamo già chiarito alla comunità internazionale, ogni nemico che attacca Israele deve attendersi una dura risposta”, ha scritto Danon sui social media.

  • Il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto in un post su X che l’attacco è stato “una risposta decisiva” alle “aggressioni” di Israele. “Netanyahu deve sapere che l’Iran non cerca la guerra, ma risponde con fermezza ad ogni minaccia”, ha scritto. “Non entrate in conflitto con l’Iran”.

  • Mohammad Javad Zarif, il consigliere strategico di Pezeshkian, ha detto che “l’Iran ha un intrinseco diritto all’autodifesa contro i ripetuti attacchi armati israeliani contro il territorio iraniano e i suoi cittadini.”

  • Hamas, l’organizzazione palestinese che governa Gaza, ha salutato l’attacco iraniano come “eroico” e ha detto che ha inviato “un forte messaggio al nemico sionista e al suo governo fascista che aiuterà a dissuadere e frenare il loro terrorismo.”

  • Gli USA hanno assicurato il proprio “ferreo” appoggio a Israele e il Presidente Biden ha detto che il suo Paese è “pienamente, pienamente, pienamente al fianco di Israele”. Il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha detto che Washington “starà accanto al popolo di Israele in questo momento critico.”

  • Il Pentagono ha anche detto che il Segretario alla Difesa USA Lloyd Austin e il suo omologo israeliano Yoav Gallant hanno discusso “le gravi conseguenze per l’Iran” se avesse lanciato un attacco militare diretto” contro Israele. Non ha specificato quali sarebbero tali conseguenze.

  • La Ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock ha detto che il suo Paese ha messo in guardia l’Iran contro la “pericolosa escalation”, che, ha affermato, “sta spingendo la regione sempre più sull’orlo dell’abisso”.

  • Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha condannato “l’estendersi del conflitto in Medio Oriente con un’escalation dopo l’altra”. In un post su X ha scritto: “Questo deve finire. Abbiamo assolutamente bisogno di un cessate il fuoco.”

Che cosa succederà adesso?

  • Il portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari ha detto che Israele “è assolutamente preparato a difendersi e a vendicarsi” contro l’attacco iraniano, puntualizzando che ciò avverrà “tempestivamente”.

  • Sullivan, il consigliere della Casa Bianca, ha detto ai giornalisti che l’amministrazione Biden “ha chiarito che vi saranno conseguenze – gravi conseguenze – per questo attacco” dell’Iran e gli USA “lavoreranno con Israele per far sì che questo accada”.

  • L’Iran ha messo in guardia Israele contro una risposta a questo attacco, minacciando di lanciare altri missili sul Paese se esso reagisse.

  • Raed Jarrar, direttore del gruppo di sostegno del team di esperti DAWN con sede in USA, ha detto a Al Jazeera che il Medio Oriente si trova ora “in una guerra su scala pienamente regionale” che non finirà senza un cambio nella politica americana. “Non finirà senza che gli Stati Uniti battano i piedi per terra e dicano “Non manderemo altre armi a Israele. Non finanzieremo e aiuteremo i crimini israeliani”, ha detto.

  • Omar Rahman, un membro del Consiglio del Medio Oriente per gli Affari Globali, ha detto che “non c’è dubbio” che Israele risponderà. “Si sta per entrare in quel tipo di azioni di ritorsione, avanti e indietro, che genera una guerra più ampia”, ha detto a Al Jazeera.

  • Rahman ha aggiunto che Israele “ha cercato di provocare questa guerra” con le sue azioni degli ultimi mesi. “Israele è capace di imponenti distruzioni, come vediamo in Libano. Dispone di enormi capacità di intelligence e può provocare davvero una guerra di distruzione. L’Iran, io credo, ha cercato di evitarla, ma sta andando verso qualche forma di guerra con Israele”.

Fonte: Al Jazeera

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)