Analisi| Il successore di Nasrallah potrebbe anteporre la sopravvivenza di Hezbollah alla guerra contro Israele

Zvi Bar’el

28 settembre 2024 – Haaretz

L’Iran affronta la sfida strategica di evitare che i libanesi insorgano contro la sua influenza e al contempo portare avanti lo sforzo diplomatico per la revoca delle sanzioni

Nota redazionale: l’articolo che segue rappresenta un punto di vista israeliano chiaramente connotato. Vi sono alcuni giudizi impliciti e soprattutto omissioni, riguardo ad esempio ai costi umani della situazione determinata dagli attacchi israeliani in Palestina e in Libano. La risposta militare iraniana contro Israele, per quanto moderata, ha in parte smentito le previsioni del commentatore. Abbiamo ritenuto che fosse il caso di tradurlo in quanto presenta comunque un quadro della complessità dell’attuale situazione regionale, che favorisce le mire israeliane.

Al momento la rosa dei candidati alla successione di Hassan Nasrallah come segretario generale di Hezbollah comprende due nomi: Hashem Safi al-Din e Naim Kassem.

Safi Al-Din è capo del Consiglio Esecutivo di Hezbollah, nato nel 1964, cugino di Nasrallah e parente acquisito di Qassem Soleimani, il comandante della “Brigata santa” [spesso chiamata Forza Quds dalla stampa occidentale, è l’unità delle guardie rivoluzionarie responsabile delle operazioni oltreconfine n.d.t.] che fu ucciso dagli Stati Uniti nel 2020.

Il Consiglio esecutivo funge per Hezbollah come una sorta di governo, ne gestisce le operazioni relative agli affari civili ed economici, ne coordina la propaganda, ne amministra la giustizia, gli affari interni e le relazioni estere. In questo modo Hezbollah è diventato in Libano un governo parallelo a quello ufficiale, guidato per gli ultimi tre anni dal primo ministro ad interim Najib Mikati.

Come Nasrallah, Safi Al-Din operava sotto il patrocinio di Imad Mughniyeh, comandante militare di Hezbollah che fu ucciso a Damasco nel 2008. Secondo gli studiosi che si occupano di Hezbollah, era candidato alla posizione di segretario generale dopo l’omicidio mirato di Abbas Musawi nel 1992.

Anche Naim Qassem, vice di Nasrallah, 70 anni, è stato indicato come possibile sostituto, ma è considerato più una figura simbolica, benché dotto studioso di religione e tenuto in alta considerazione nel Consiglio della Shura di Hezbollah. È stato tra i fondatori di Hezbollah e tra coloro che ne hanno determinato l’ideologia, ma ha poca esperienza sul piano militare e amministrativo, essendosi occupato perlopiù di questioni culturali ed educative. È stato a capo del Consiglio esecutivo, sotto Musawi prima e Nasrallah poi, fino al 1994, quando è stato sostituito da Safi Al-Din.

La rapidità con cui il successore sarà scelto, ufficialmente dalla Shura ma di fatto da Teheran, è di importanza fondamentale per dimostrare che Hezbollah continua a funzionare nonostante il duro colpo inflitto ai suoi vertici e la perdita del suo capo. Occorre nominare una serie di alti funzionari che redigano un rapporto sulla situazione tattica e che siano un riferimento per le centinaia di migliaia di libanesi sciiti le cui vite oggi come ieri dipendono dall’organizzazione.

Il nuovo capo avrà inoltre il compito di ripristinare lo status politico di Hezbollah in Libano non solo in quanto responsabile della lotta contro Israele, ma come organizzazione responsabile della risorsa più preziosa per l’Iran in Medio Oriente sul piano strategico, diplomatico e ideologico. Anche se il comando militare di Hezbollah è stato distrutto, l’organizzazione controlla ancora l’infrastruttura civile ed economica, come anche il potere politico di determinare il futuro del Libano sia a breve che a lungo termine.

Anche se Israele riuscisse a distruggere l’intero arsenale missilistico con cui Hezbollah lo minaccia, le armi che rimangono in mano all’organizzazione saranno ancora sufficienti a intimidire il fronte interno libanese fintantoché il paese non disporrà di un vero esercito, equipaggiato e addestrato, che possa tenere testa a Hezbollah. L’Iran teme che questa leva possa ora perdere la sua efficacia in seguito ai duri colpi subiti da Hezbollah, cosa che potrebbe portare i libanesi a rialzare la testa, considerato il caro prezzo sostenuto per una guerra che non è la loro, la cui ragione non è la difesa della patria ma il sostegno ad Hamas.

Nonostante le aspre critiche che si sono intensificate durante la guerra, in particolare nelle ultime due settimane, i libanesi e i rivali politici di Hezbollah non sono ancora scesi in piazza per contestare l’organizzazione.

Ma nella storia recente del Paese i libanesi hanno già dato diverse prove della loro forza. Nel 2005, in seguito all’omicidio del primo ministro Rafik al-Hariri, hanno cacciato le forze siriane fuori dal Paese, mentre nel 2008 hanno contrastato violentemente Hezbollah in uno scontro che ha lasciato sul terreno decine di morti. Hanno rovesciato governi e costretto ministri alle dimissioni, e soprattutto, a differenza di Gaza, hanno un Paese dotato di un assetto collettivo nazionale che essi ritengono essere stato compromesso dall’Iran per mezzo di Hezbollah.

Poiché i servizi sanitari e sociali di Hezbollah non sono più in grado di sopperire ai bisogni dei feriti o di più di un milione di libanesi sfollati dalle loro case, il gruppo è costretto a fare affidamento sui servizi dello stesso governo che aspirava a sostituire, e la sfida strategica per l’Iran è di evitare una situazione in cui il Paese e la sua popolazione respingano, o almeno erodano, lo status di Hezbollah come partito che determina la politica e il carattere della Nazione.

“Possiamo aspettarci che Yahya Sinwar [capo di Hamas] annunci un accordo su un cessate il fuoco per salvare il Libano ed Hezbollah?” ha recentemente chiesto con puntuto sarcasmo a un ospite il conduttore di un programma di informazione dell’emittente saudita Al-Hadath (un canale di Al-Arabiya, che è stata creata per competere con Al Jazeera).

La possibilità di quello scambio di ruoli che il presentatore ha cercato di suggerire, nel quale sono Hamas e i suoi capi a spendersi in “supporto” di Hezbollah, è adesso per l’Iran un grosso problema, che riguarda non solo lo status di Hezbollah ma quello di tutti gli alleati subalterni della Repubblica Islamica. In qualità di coordinatore e guida della “sala operativa” congiunta del “fronte di supporto” durante la guerra di Gaza, Nasrallah ha assunto a livello regionale un’importanza superiore a quella del comandante della “Brigata santa” delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Esmail Ghaani.

Ora l’Iran potrebbe subire le ripercussioni non solo della minaccia al controllo di Hezbollah in Libano, ma anche contro la posizione delle milizie sciite pro-iraniane in Iraq e degli Houthi in Yemen, anche se questi ultimi non si coordinano necessariamente con l’Iran. Nonostante la scorsa settimana i rispettivi rappresentanti di queste organizzazioni fiancheggiatrici si siano impegnati a mandare migliaia di combattenti in Libano se Israele avesse lanciato un’operazione di terra, e anche ad attaccare obiettivi americani in Siria e Iraq, non è certo che l’Iran accetterà, per il timore di trascinare l’Iraq nella campagna – questa volta contro gli Stati Uniti. E non è solo con l’Iraq che l’Iran potrebbe entrare in conflitto.

Se l’Iraq manderà migliaia di combattenti in Libano, essi avranno bisogno del consenso della Siria per attraversare il suo territorio. Damasco, che per adesso non ha preso parte al “fronte di supporto” né di Hamas né di Hezbollah, comportandosi come se questo fosse un dramma che non la riguarda, non vorrà impegnarsi attivamente in una campagna che farebbe del regime un bersaglio di attacchi diretti da parte di Israele.

L’Iran ha diverse altre preoccupazioni strategiche che riguardano la sua posizione nella regione e le sue ambizioni politiche. Dall’elezione a presidente di Masoud Pezeshkian, e contestualmente dalla nomina di Mohammad Javad Zarif a vicepresidente per gli Affari Strategici e Abbas Araghchi a ministro degli Esteri – due degli architetti dell’accordo nucleare del 2015 – l’Iran ha lanciato un’offensiva diplomatica internazionale con l’intenzione di ottenere la revoca delle sanzioni che gli sono state imposte.

Poiché Pezeshkian ha annunciato a New York la scorsa settimana [il 24 settembre n.d.t.] che l’Iran è pronto a deporre le armi se Israele farà lo stesso, ed ha ripetutamente dichiarato che l’Iran non cerca una guerra regionale e che ambisce a cooperare per il cessate il fuoco in Libano, un attacco contro Israele da parte dell’Iran o dei suoi fiancheggiatori sarebbe non solo in contraddizione con la strategia dichiarata da Teheran, ma andrebbe chiaramente contro i suoi interessi.

La Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, commentando l’uccisione di Nasrallah, ha dichiarato: “Il destino di questa regione sarà deciso dalle forze della resistenza, Hezbollah in testa”. Ha invitato i musulmani a “stare al fianco del popolo libanese e della fiera Hezbollah con ogni mezzo a disposizione”. Le sue parole potrebbero indicare la politica che guiderà l’Iran. Le “forze della resistenza”, non l’Iran, decideranno, e quando un leader come Khamenei fa appello a “tutti i musulmani” senza chiarire che cosa farà l’Iran significa – almeno per adesso – che l’Iran non ha ancora deciso se e come intervenire.

Chiunque sarà il prossimo comandante di Hezbollah dovrà districarsi in una trama di forze e considerazioni nuove, completamente diverse da quelle che Nasrallah ha costruito nei suoi 32 anni da segretario generale, in cui la sopravvivenza di Hezbollah in Libano è probabilmente molto più importante della guerra contro Israele.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele vede un aumento delle vendite di tranquillanti del 204% dallo scorso ottobre

Redazione di Middle East Monitor

2 ottobre 2024 – Middle East Monitor

Un gruppo di ricerca ha rivelato che le vendite di tranquillanti in Israele sono cresciute in modo consistente dallo scorso ottobre. Secondo Kahn-Sagol-Maccabi (KSM), in confronto con la seconda guerra contro il Libano nel 2006, che aveva visto un incremento del 27% degli acquisti di ansiolitici, c’è stata una crescita senza precedenti del 204% delle vendite di tranquillanti dal 7 ottobre del 2023.

Laddove nel 2006 la crescita delle vendite di tranquillanti venne osservata prevalentemente nel nord della Palestina occupata, il centro di ricerca ha riferito che la crescita negli ultimi dodici mesi è stata riscontrata ovunque nello Stato occupante di Israele.

Il centro di ricerca ha spiegato che lo studio retrospettivo è stato condotto con l’approvazione del comitato di Helsinki con dati anonimi di più di un milione dei membri del Maccabi [associazione sportiva, ndt.] con una età superiore ai 21 anni, come caso di studio delle condizioni ambientali e del loro impatto sullo stress individuale. Lo studio ha preso in considerazione le caratteristiche socio-demografiche come età, genere, area di residenza e condizioni socio-economiche e si è rivolto a modelli di uso di medicinali negli ultimi 19 anni, incluso il 7 ottobre, esaminando il numero di acquisti di ansiolitici.

Lo studio mostra che il rischio di acquistare un tranquillante a breve termine durante una operazione di sicurezza è il 14% più alto che in tempi normali. Durante la seconda guerra contro il Libano, l’acquisto di tranquillanti tra gli abitanti del nord è stato il 39% più alto che tra quelli delle aree centrali. Durante le operazioni militari nel sud c’è stato un incremento del 18% nell’acquisto di ansiolitici rispetto agli acquisti degli abitanti delle aree centrali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La “vittoria” di Israele ubriaco di potere apre le porte a una guerra senza fine

Lubna Masarwa

30 settembre 2024 – Middle East Eye

Oggi gli israeliani celebrano i loro “successi” in Libano. Ma pagheranno un prezzo enorme nei decenni a venire per la sofferenza che Israele ha inflitto a palestinesi e libanesi.

I media in Israele hanno reagito con euforia all’assassinio di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah.

Nel programma “Meet the Press” di Canale 12 Amit Segal e Ben Caspit hanno brindato con un bicchiere di arak per celebrare la morte di Nasrallah. Paz Robinson, reporter di Canale 13, ha distribuito cioccolatini a Karmiel [cittadina nel nord di Israele, ndt.]. Il Canale 13 è considerato di sinistra.

Il programma di punta di Canale 14, “The Patriots”, si è aperto con canti e festeggiamenti condotti dal presentatore Yinon Magal. Nadav Eyal ha scritto su Ynet: “L’assassinio di [Nasrallah] è un evento di scala regionale e storica”.

La gioia dei media è stata eguagliata dai politici di sinistra e di destra. Noi diciamo per lo più “di destra e di sinistra”

Yair Golan, leader del Partito Democratico ed ex capo del partito Meretz, un tempo considerato il politico di sinistra più popolare del paese, è stato felicissimo dell’assassinio.

Ha scritto su X: “L’assassinio di Nasrallah è un risultato enorme e importante. Una nuova era è iniziata in Medio Oriente”.

Lo spettro politico, che si era profondamente polarizzato sul ritorno degli ostaggi da Gaza, si è riunificato sulla che Israele ritiene di aver ottenuto nell’annientamento della leadership di Hezbollah.

Yair Lapid, leader dell’opposizione, ha scritto: “Facciamo sapere a tutti i nostri nemici che chiunque attacchi Israele morirà”.

Una nuova era?

Ebbro di successo, l’esercito israeliano ha pubblicato un video dei jet in decollo dalla base aerea di Hatzerim nel deserto del Negev che includeva le comunicazioni radio tra un comandante dell’aeronautica e i piloti.

“Credo che oggi abbiate dato uno spettacolo di vittoria” si può sentir dire il maggiore generale Tomer Bar, comandante dell’aeronautica militare israeliana, nella clip distribuita ai giornalisti. “Ben fatto. Immenso orgoglio”. Un pilota risponde: “Raggiungeremo tutti, ovunque”. E nemmeno questo è bastato.

Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano spinge per invadere il Libano meridionale, citando fonti militari che affermano che bisogna cogliere l’attimo di shock e disordine di Hezbollah dopo gli attacchi delle ultime due settimane, prima che l’Iran abbia la possibilità di rifornire le sue scorte di missili.

Altrove è stato riferito che tre unità dell’esercito, circa 3000 uomini, erano state inviate in Cisgiordania.

Guerra su tre fronti, e Israele sta vincendo su ognuno di essi, sembra pensare l’intero paese. Che bel modo di concludere un anno oscuro e di battute d’arresto militari a Gaza.

Israele pensa che un’opportunità d’oro gli si presenti con il presidente americano uscente, Joe Biden, che sta palesemente fallendo nel frenarlo.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ora sfidato Biden tre volte: rioccupando Rafah, non accettando un cessate il fuoco a Gaza con Hamas e ora aprendo un nuovo fronte in Libano. E ogni volta l’ha fatta franca.

La scorsa settimana ci si aspettava che Netanyahu fosse sulla difensiva di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nemmeno un po’. Ha lanciato un grido di sfida. Netanyahu ha alzato il dito medio al suo principale fornitore di armi e alleato. E Israele lo ha applaudito.

Il risultato del rifiuto dell’America di tagliare tutte le forniture di armi a Israele ha delle conseguenze: ora non ci sono più ostacoli alla sua volontà omicida. Non ci sono limiti.

Nessuna linea rossa

I piloti e gli operatori di droni israeliani non devono pensare a quanti civili potrebbero essere uccisi da un missile puntato a un presunto obiettivo. La decisione di assassinare è stata recentemente delegata ai comandanti regionali dell’esercito, la cui autorità è stata notevolmente ampliata.

Per risparmiare tempo, non c’è alcun rinvio alla catena di comando. Tutti i civili, in Libano, Gaza e Cisgiordania, sono obiettivi.

I tabù sull’uccisione dei bambini sono scomparsi. Non ci sono confini o linee rosse in questa guerra. Israele può far morire di fame una nazione, ha usato regolarmente torture e stupri nelle sue prigioni e può festeggiare.

Si pensa che Israele abbia ucciso 300 persone nei suoi attacchi a quattro isolati di appartamenti sopra il centro di comando di Hezbollah, la maggior parte dei quali sarebbero civili, e la comunità internazionale è per lo più silenziosa.

Ubriaco di potere, Israele è in preda a una profonda illusione. Forse la più grande fino ad oggi.

Decimarne la leadership e i comandanti senior non ha ucciso né può uccidere Hezbollah stesso, né fermare una nuova generazione di combattenti che si fa avanti che non avrà il controllo della generazione precedente.

Né Israele può garantire chi verrà dopo. Finora Hezbollah non ha preso di mira i civili e non era interessato a impegnarsi in una grande guerra con Israele.

I loro attacchi erano progettati per dimostrare la capacità militare di Hezbollah, non per assestare colpi mortali. Hezbollah ha anche affermato che il loro conflitto sarebbe finito nel momento in cui fosse stato concordato un cessate il fuoco a Gaza.

È quasi certo che questa moderazione scomparirà. Hezbollah non ha scelta. La sua politica è stata spinta su una strada obbligata. Come Hamas, come Gaza, Hezbollah è ora impegnata in un conflitto in cui il suo nemico non solo vuole cacciarlo dal suo insediamento principale, ma distruggerlo del tutto.

Questa è diventata una guerra esistenziale per Hezbollah.

Un prezzo enorme

Cosa succederà ora? Questa è una domanda che Israele raramente si pone in momenti come questo. Né impara dalla storia di questo aspro conflitto.

Questa lunga storia di assassini politici, concepiti per terrorizzare e scoraggiare, non ha comportato un singolo caso in cui l’eliminazione di un capo abbia portato alla fine o alla ritirata di un gruppo militante. Hezbollah ha il dovere di rianimarsi e reagire.

Dimostrando il suo potere e brandendo la sua spada Israele ha creato una generazione di giovani nel mondo arabo che un giorno cercherà vendetta.

Il potere militare ha dei limiti. L’unico modo per Israele di ottenere sicurezza per il suo popolo sarà tornare al tavolo delle trattative e porre fine all’occupazione. Altrimenti tutto ciò che avranno fatto sarà aprire la porta alla guerra per le generazioni a venire.

Israele può trasformare parti del Libano in una Gaza. Può rioccupare il Libano meridionale e la parte settentrionale di Gaza. Può distruggere case e innumerevoli vite. Può fare la guerra all’intera regione. Ma non può ignorare la fonte principale del conflitto, che è la causa nazionale palestinese.

La Palestina è il problema da cui Israele, non importa quante guerre intraprende, non potrà mai sfuggire. E le generazioni future di israeliani pagheranno nei decenni a venire un pesante prezzo per le sofferenze che il loro paese ha inflitto a palestinesi e libanesi.

Oggi gli israeliani celebrano i loro successi in Libano. Ma la vittoria ha un prezzo enorme.

Il “successo” di Israele è stato quello di uccidere circa 1000 libanesi in una settimana, 50 dei quali sono bambini. Ha normalizzato la morte e eliminato le ultime vestigia di umanità.

Le immagini della distruzione a Gaza e in Libano rimarranno impresse nella coscienza collettiva: Israele può far vivere la sua missione nazionale solo uccidendo sempre di più coloro che sono soggetti al suo dominio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)