Il Watermelon Index individua e denuncia le imprese complici della guerra di Israele a Gaza

Oscar Rickett

19 novembre 2024 – Middle East Eye

Progressive International ha lanciato uno strumento che consente ai lavoratori di contestare l’appoggio delle aziende a Israele

Una nuova banca dati di oltre 400 imprese che operano in Gran Bretagna e che sono considerate complici della guerra di Israele contro Gaza è stata lanciata da un collettivo di sindacati e organizzazioni guidato da Progressive International [organizzazione internazionale fondata da famosi politici di sinistra di vari Paesi, ndt.].

Il Watermelon Index [Indicatore dell’anguria, simbolo della Palestina, ndt.], che l’organizzazione di sinistra descrive come “uno strumento per la resistenza guidata dai lavoratori contro l’occupazione e il genocidio in Palestina”, consentirà ai dipendenti di mettersi in comunicazione tra loro e con attivisti per contestare i loro datori di lavoro riguardo ai rapporti con Israele. Tra le imprese inserite nella lista ci sono Barclays, la società di navigazione Maersk, il gigante del commercio in rete Amazon, l’azienda informatica Microsoft e l’agenzia di affitti per le vacanze Airbnb.

Oltre a queste multinazionali c’è una schiera di altre attività in rapporto con Israele, in attività che includono la finanza, le assicurazioni, la tecnologia, la logistica e l’energia. Progressive International sta concentrando i suoi sforzi in questi settori.

Secondo Progressive International la complicità di una compagnia con la guerra di Israele contro Gaza va misurata in base “alle diverse caratteristiche dell’appoggio, anche finanziario, militare, diplomatico, culturale, commerciale e sociale” che fornisce.

Il Watermelon Index contiene anche dettagli sulle campagne guidate dai lavoratori che sono state organizzate contro la guerra e include strumenti che permettono ai lavoratori di organizzarsi e mettersi in contatto tra loro.

Da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza in seguito agli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas, sindacati e altre organizzazioni palestinesi hanno chiesto un embargo delle armi e dell’energia e ai lavoratori di tutto il mondo di agire contro la complicità dei loro datori di lavoro con Israele.

Le forze israeliane hanno ucciso circa 44.000 palestinesi a Gaza, devastando nel contempo l’enclave costiera ed estendendo la guerra al Libano.

Proteste di massa hanno avuto luogo con frequenza quasi settimanale nelle città dell’Occidente, tra cui Londra, ma la Gran Bretagna, gli USA e altri governi occidentali continuano ad armare Israele e a fornirgli appoggio non solo diplomatico.

È in questo contesto che è stato lanciato il Watermelon Index.

James Schneider, direttore per la comunicazione di Progressive International, dice a Middle East Eye: “Il ceto politico-mediatico dell’Occidente non vuole contestare il genocidio che arma e sostiene. Dobbiamo prendere l’iniziativa noi, ovunque siamo, per contrastare i gravissimi crimini contro i palestinesi.”

Schneider ha affermato che molte persone che lavorano per imprese presenti nella banca dati possono non essere consapevoli dei rapporti di queste con Israele e quindi potranno utilizzare il Watermelon Index come un modo per mettersi in contatto con altri lavoratori filo-palestinesi.

Lavoratori contro la guerra di Israele

Questo tipo di azioni guidate dai lavoratori si sono viste durante tutta la guerra. Secondo il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) l’11 novembre i lavoratori del porto di Tangeri si sono rifiutati di caricare una nave della Maersk con “un carico contenente equipaggiamento militare”.

“Chiunque accolga le navi israeliane non è uno di noi” hanno scandito i manifestanti in Marocco, mentre Maersk ha affermato che il carico non includeva affatto “armi da guerra o munizioni”.

Altrove portuali di Spagna, Italia, Belgio, Namibia e India si sono rifiutati di movimentare materiale militare destinato a Israele. Pressioni di sindacati e manifestanti giapponesi hanno obbligato il gigante del commercio Itochu a interrompere la collaborazione con la principale impresa militare privata israeliana, Elbit Systems.

“La macchina da guerra israeliana è in grado di agire grazie all’appoggio finanziario, militare, diplomatico e culturale che riceve da imprese di tutto il mondo. Migliaia di aziende, in misura maggiore o minore, sono complici,” afferma Kimia Talebi, promotrice del Watermelon Index di Progressive International.

“I lavoratori di queste imprese hanno il potere di mettere i bastoni tra le ruote della macchina da guerra. E molte migliaia di loro, come i lavoratori indiani di 11 porti, si stanno rifiutando di caricare armamenti che potrebbero essere usati per uccidere palestinesi.”

Talebi sostiene che la gente dovrebbe “utilizzare l’Index per trovare le campagne in corso contro la complicità aziendale o contattarci per avere supporto nell’organizzarne altre,” con Progressive International e altre associazioni che intendono agevolare campagne guidate dai lavoratori contro la complicità con le azioni di Israele.

Altre organizzazioni e sindacati coinvolti nel Watermelon Index includono Palestinian Youth Movement, Workers for a Free Palestine, Campaign Against Arms Trade, United Tech and Allied Workers, No Tech for Apartheid, Energy Embargo for Palestine, Organise Now!, Disrupt Power e il Movement Research Unit [Movimento Giovani Palestinesi, Lavoratori per una Palestina Libera, Campagna contro il Commercio di Armi, Lavoratori Uniti della Tecnologia, Nessuna Tecnologia per l’Apartheid, Embargo Energetico per la Palestina, Organizzatevi Ora!, Disturbare il Potere e il Movimento Ricerca Unita].

Il Palestinian Youth Movement ha già ottenuto un certo successo con la sua campagna Smascherare Maersk. Ciò ha incluso la pubblicazione di una ricerca critica relativa all’uso del porto di Algeciras da parte del gigante delle spedizioni navali che ha trasportato un cargo di armamenti in Israele, nonostante l’embargo sulle armi deciso dalla Spagna. Gli attivisti sono riusciti in seguito a ottenere che il governo spagnolo bloccasse la partenza di due navi di Maersk che portavano un carico di armi verso Israele.

No Tech for Apartheid, un altro collaboratore del Watermelon Index, ha guidato una campagna organizzando sit-in di massa, petizioni e picchetti che chiedevano di porre fine al progetto Nimbus, un contratto tra Google, Amazon e Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Uno sguardo sulla guerra di Israele contro gli attivisti stranieri che aiutano i palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

17 novembre 2024 – Haaretz

Nell’ultimo anno il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha iniziato a mettere in pratica una politica di espulsione degli attivisti stranieri filo-palestinesi, molti dei quali americani, con una serie di pretesti. Il risultato: un picco nel numero di attivisti costretti ad andarsene

Quando circa un mese fa l’attivista americano per i diritti umani Jaxson Schor, 22 anni, è stato arrestato in Cisgiordania, non capiva cosa stesse succedendo. Quella mattina era uscito con diversi altri attivisti stranieri per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive vicino al villaggio di Qusra nella zona di Nablus quando all’improvviso i soldati lo hanno chiamato. “Mi hanno detto ‘Ciao, ciao’ e mi hanno chiesto il passaporto”, ricorda. “Gliel’ho dato e ho chiesto se c’era un qualche problema”.

I soldati gli hanno detto che non gli era permesso stare lì. “È stato molto surreale”, aggiunge, e descrive il seguito di una lunga giornata caratterizzata da interrogatori in una stazione di polizia, accuse di essere “un sostenitore di Hamas”, umiliazioni da parte della polizia e un’udienza presso la Population and Immigration Authority [Autorità su Popolazione e Immigrazione, ndt.]. Al termine della disavventura il suo visto e quello di un altro attivista arrestato insieme a lui sono stati revocati. E così i due stranieri venuti in Israele con l’intento di fare volontariato con i palestinesi si sono ritrovati espulsi dal Paese.

Non sono gli unici. L’anno scorso sempre più attivisti stranieri giunti per fare del volontariato con i palestinesi sono stati espulsi. I dati ottenuti da Haaretz mostrano che dall’ottobre 2023 almeno 16 di questi attivisti sono stati estradati da Israele dopo essere stati arrestati in Cisgiordania con l’accusa di varie violazioni.

L’avvocato Michal Pomeranz, che ha rappresentato alcuni degli attivisti espulsi, afferma che c’è stato un aumento del numero di arresti di volontari stranieri con falsi pretesti, nel tentativo di fare pressione su di loro affinché se ne andassero. “La situazione non è sorprendente alla luce del carattere dei decisori al governo, ma è esasperante”, afferma Pomeranz. “È inquietante e basata su analisi fittizie”.

Non è un caso che il numero di espulsioni sia aumentato, è anzi il risultato di una politica dichiarata del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che viene realizzata sul campo tramite una stretta cooperazione tra l’esercito, la polizia e la Population and Immigration Authority. Nel quadro di tale politica negli ultimi mesi Ben-Gvir ha ordinato che gli attivisti stranieri vengano interrogati presso l’Unità Centrale di Polizia di Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania occupata, ndt.], incaricata dei crimini gravi nel distretto di polizia che controlla i territori della Cisgiordania.

Parallelamente la sottocommissione della Knesset per la Giudea e la Samaria, guidata dal parlamentare Tzvi Succot (Partito del Sionismo Religioso), si è occupata ampiamente e approfonditamente della questione. Negli ultimi mesi la sottocommissione ha dedicato almeno cinque sessioni alla questione e ha invitato a partecipare rappresentanti dell’esercito e della polizia. Secondo Succot in queste sessioni i rappresentanti dell’esercito hanno riferito che ai soldati è stato chiesto di fotografare gli attivisti e i loro passaporti e di consegnare gli attivisti o la loro documentazione alla polizia.

La collaborazione fattiva dell’esercito è fondamentale, poiché sono i soldati che, per la maggior parte, eseguono gli arresti sul campo. Un documento ottenuto da Haaretz indica che l’esercito non esita a mettere in pratica la visione di Ben-Gvir e Succot. Nel documento, una lettera del GOC [comandante generale dell’esercito) Avi Bluth inviata dal Comando Centrale a una coalizione di organizzazioni di sinistra chiamata Olive Picking Partners Forum [forum degli attivisti volontari nella raccolta delle olive, ndt.], si afferma esplicitamente che “Il Comando Centrale impedirà e farà rispettare [sic] l’ingresso di attivisti stranieri che arrivano nei siti di raccolta delle olive con l’obiettivo di creare attriti”. In risposta a una domanda di Haaretz il portavoce dell’esercito israeliano ha negato che ci siano istruzioni ai soldati di arrestare gli attivisti stranieri.

Nel frattempo sembra che la collaborazione sia produttiva: la polizia riferisce che dall’inizio di quest’anno sono stati indagati 30 attivisti stranieri. Secondo i dati ottenuti da Haaretz, la maggior parte di coloro che sono stati espulsi sono stati interrogati con l’accusa di aver commesso reati minori come ostacolare un agente di polizia o un soldato durante lo svolgimento dei suoi doveri o la disobbedienza a un ordine in un’area militare interdetta. Tuttavia, alcuni sono stati indagati anche per reati più gravi come il sostegno a un’organizzazione terroristica o l’istigazione.

Dopo l’interrogatorio alcuni dei detenuti sono stati inviati a un’udienza presso la Population and Immigration Authority e successivamente espulsi, in quanto sospettati di aver commesso reati e col pretesto di violazione delle condizioni del loro visto. Altri non sono stati formalmente espulsi ma costretti di fatto a lasciare il Paese dalla polizia, che ha trattenuto i loro passaporti fino a quando non hanno presentato un biglietto aereo. In tutti i casi nella dichiarazione rilasciata sugli arresti la polizia si è assicurata di segnalarli come “anarchici”, assecondando la politica del ministro Ben-Gvir.

Sospetto: sostegno al terrorismo

Schor afferma che da quando è arrivato in Cisgiordania in agosto la maggior parte della sua attività lì consisteva nel fornire una “presenza protettiva”, ovvero accompagnare le comunità palestinesi con l’obiettivo di proteggere gli abitanti dall’esercito o dai coloni. Questo, dice, è ciò che stava facendo alla fine dell’estate quando è stato arrestato e gli è stato confiscato il passaporto. Per tre ore è stato trattenuto sul posto, mentre attivisti di destra documentavano l’arresto e dicevano agli amici di Schor che era proibito filmare o scattare foto e che lo avrebbero “buttato fuori” da Israele.

Uno di loro era Bnayahu Ben Shabbat, dell’organizzazione di destra Im Tirtzu. Alla fine è arrivata la polizia e hanno ammanettato i due volontari. Solo allora, afferma Schor, gli è stato detto che l’area era stata designata come zona militare interdetta. A quel punto è stato trasferito alla stazione di polizia, gli è stato sequestrato il cellulare e gli è stato comunicato che era in arresto con l’accusa di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti, di aver violato un ordine relativo ad un’area militare interdetta e di aver sostenuto un’organizzazione terroristica.

Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto cosa stesse facendo in Cisgiordania, chi gli avesse indicato dove recarsi e chi fosse il “capo” della raccolta delle olive. Aggiunge che chi faceva da interprete in simultanea era inesperto e che gli ha persino urlato contro. In seguito a Schor è stato chiesto se avesse partecipato a una manifestazione di Hamas contro Israele, e ha risposto negativamente. Mi hanno detto che stavo mentendo e che ero venuto per combattere gli ebrei e per svolgere azioni terroristiche e che mi avrebbero cacciato dal Paese”, racconta. “Mi hanno chiesto più e più volte se stessi combattendo contro gli ebrei”.

Dopo di che hanno mostrato a Schor quattro sue fotografie. Dice che una di queste era stata scattata da un soldato, un’altra da un colono, una terza era stata presa da un social network e la quarta da un sito di notizie che aveva pubblicato la documentazione di una manifestazione a Ramallah a cui aveva partecipato qualche giorno prima. Ciò ha suscitato il sospetto che fosse stato pedinato anche prima del suo arresto. Alla fine dell’interrogatorio, racconta Schor, un poliziotto gli ha chiesto se fosse un anarchico e se fosse ebreo e gli ha detto: “Noi c’eravamo prima di te e Israele starà qui dopo di te”, e poi ha aggiunto: “Ti butteremo fuori da Israele per sempre”.

Dalla stazione di polizia Schor e l’altro attivista arrestato con lui sono stati portati per un’udienza presso la Population and Immigration Authority, dove i loro visti sono stati revocati. Nell’ultimo anno altri tre attivisti sono stati espulsi da Israele con una procedura simile, in seguito ad un’udienza ufficiale presso l’Authority. Ad altri sette è stato confiscato il passaporto dalla polizia, ed è stato restituito solo dopo la presentazione di un biglietto aereo; a tre è stato offerto il rilascio durante l’indagine a condizione che lasciassero il Paese e a uno, un ebreo britannico di nome Leo Franks, non è stato rinnovato il visto. Successivamente il suo passaporto è stato confiscato e la procedura che aveva iniziato per l’aliyah, l’immigrazione in Israele, è stata bloccata.

Una condotta simile si ritrova anche nella trascrizione dell’udienza di un attivista inglese espulso ad aprile, arrestato a Masafer Yatta in Cisgiordania con l’accusa di aver violato un divieto relativo ad un’area militare interdetta e di aver ostacolato un soldato nello svolgimento dei suoi compiti. Durante l’udienza all’attivista è stato chiesto perché fosse venuto in Israele insieme alle seguenti domande: “Hai visto che Israele sta attaccando i palestinesi e sei venuto per questo?” “Perché sei andato in giro con una macchina fotografica e hai scattato foto ai soldati? Ci sono delle ragioni particolari?” “Vuoi documentare gli attacchi dei soldati contro i palestinesi?”

Secondo l’avvocato Pomeranz, la Population and Immigration Authority non era tenuta ad accettare le considerazioni della polizia riguardo agli attivisti, specialmente nei casi in cui non erano stati portati in tribunale per la custodia cautelare o non erano stati incriminati. L’udienza presso l’Authority ha lo scopo di consentire loro di esporre le loro versioni e servire da premessa per giungere alla decisione se espellerli o meno.

Donne aggredite’

Gli attivisti in Cisgiordania provengono da vari Paesi, tra cui Stati Uniti, Belgio e Inghilterra: alcuni di loro affermano di aver sentito parlare per la prima volta della possibilità di andarci tramite post sui social media, altri grazie a conoscenze. I loro numeri non sono molto alti, con una stima di poche decine di arrivi ogni anno.

Il numero raggiunge il picco con l’avvicinarsi della stagione della raccolta delle olive, che è considerata a rischio. Nell’ultimo anno, affermano gli attivisti, il loro numero è cresciuto. Molti sono arrivati ​​di recente in risposta a un appello dell’organizzazione palestinese Faz3a (Fazaa), che mette in contatto gli attivisti stranieri con le comunità palestinesi minacciate. Altri sono collegati al più veterano e noto International Solidarity Movement (noto come ISM), in parte perché nel 2003 una delle sue attiviste, Rachel Corrie, è stata uccisa da un bulldozer dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un’altra delle sue attiviste, Ayşenur Ezgi Eygi, una donna turco-americana, è stata uccisa a settembre a Beita, vicino a Nablus, dal fuoco vivo dell’esercito israeliano.

Di recente il lavoro degli attivisti stranieri in Cisgiordania si è insediato in un appartamento nel villaggio di Qusra. L’11 ottobre i soldati dell’IDF hanno sfondato la porta e perquisito il posto. Secondo gli attivisti i soldati hanno rovistato tra i loro effetti personali, fotografato i loro passaporti e arrestato un attivista palestinese residente nel villaggio. Inoltre, affermano, i soldati hanno esaminato le lettere scritte dagli attivisti che se ne erano andati.

Sebbene non siano qui da molto alcuni degli attivisti hanno già sperimentato violenze estreme. Ad esempio Vivi Chen, una residente del New Jersey giunta in Cisgiordania a luglio, afferma di aver già assistito a due aggressioni da parte di coloni che l’hanno segnata. “Sono rimasta così sorpresa perché loro [i coloni] erano ragazzi adolescenti e stavano aggredendo con tutta la loro forza donne che avrebbero potuto essere le loro madri”, afferma riferendosi ad un fatto avvenuto il 21 luglio a Qusra. Riguardo ad un altro più grave incidente racconta che cinque giovani palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri, alcuni sparati dall’esercito.

Un’altra attivista, Lu Griffen, una siriana-americana di 22 anni, racconta che il 4 settembre, durante la sua seconda settimana in Cisgiordania, è stata violentemente aggredita dai coloni mentre accompagnava un pastore a Qusra. “Hanno iniziato a lanciarci pietre. Stavo correndo e una pietra mi ha colpito la testa e me l’ha spaccata”, racconta. Ricorda che anche dopo essere caduta i coloni hanno continuato a lanciare pietre su di lei e hanno spruzzato su di lei e gli altri dello spray al peperoncino.

Griffen spiega di essere stata attratta dall’attivismo in Cisgiordania dopo aver partecipato all’inizio di quest’anno alle proteste contro la guerra nei campus degli Stati Uniti. “È difficile spiegare come mi sento: l’indignazione, la tristezza. Qui la situazione è semplicemente sconvolgente”, dice. “Ho trascorso parte della mia vita in una zona di guerra, ma in quel momento non potevo fare nulla per il mio popolo siriano. E ora che sono abbastanza grande ho tempo, non ho figli o responsabilità che mi trattengano, non c’è niente che voglio fare di più che andare ad aiutare i palestinesi come loro ci stanno chiedendo”.

Indubbiamente però l’evento più traumatico per gli attivisti è stato l’uccisione dell’attivista turco-americana Ezgi Eygi. “All’inizio non credevo fosse morta”, ricorda Chen. “Quando è caduta e sono corsa da lei, potevo sentire il suo polso e ho detto ‘Sopravviverà’.” L’esperienza è stata particolarmente difficile, dice, a causa della diffamazione del nome e dell’attività di Ezgi Eygi. “Molti di noi hanno finito per scrivere le proprie ultime volontà come precauzione, perché vorremmo rendere le cose più facili alle nostre famiglie nel caso in cui accada qualcosa.”

Chen collega la morte di Ezgi Eygi a un incidente che l’ha preceduta nello stesso luogo: il ferimento di unattivista americana durante una manifestazione nel villaggio di Beita. “Se il governo americano avesse condannato l’uccisione di una cittadina americana in quel momento, non avrebbero avuto l’audacia di uccidere un altro straniero”, aggiunge. Secondo l’IDF, un’indagine preliminare sulla morte di Ezgi Eygi ha concluso che non sarebbe stata colpita intenzionalmente. La divisione investigativa criminale della polizia militare ha avviato un’indagine sull’incidente.

Dirgli addio’

Alcuni membri della Knesset, in particolare Tzvi Succot, hanno un problema di vecchia data con gli attivisti stranieri e sostengono che stanno causando danni allo Stato di Israele. All’interno del sottocomitato che presiede, Succot è molto impegnato nelle misure contro gli attivisti. “La legge afferma che chiunque entri nel Paese e violi i termini del suo visto può essere espulso”, dice ad Haaretz. “Quei ragazzi sono un danno strategico. In definitiva, le campagne contro Israele e le sanzioni provengono da loro. E quindi, quando vengono e molestano i soldati o entrano in un’area militare interdetta o commettono la più piccola infrazione, lo Stato di Israele deve dire loro addio/congedarli“.

Durante la conversazione con Haaretz Succot ha continuato a ripetere che il suo problema con gli attivisti consiste nel fatto che starebbero promuovendo un boicottaggio contro Israele. La sua argomentazione si basa sulla legge sull’ingresso in Israele del 2017, che proibisce di concedere un visto a chiunque promuova un boicottaggio dello Stato.

Nel frattempo Succot afferma di stare attualmente lavorando a una legislazione con l’obiettivo di istituire un’organizzazione statale che monitorizzi gli attivisti stranieri mentre sono in Israele e decida la loro espulsione nel caso che dopo il loro ingresso si scopra che abbiano fatto degli appelli al boicottaggio. “Al momento questo non sta accadendo, e quindi la soluzione tampone in questo momento è che se qualcuno viola le condizioni del visto, la legge consente di revocarlo”, aggiunge.

Il monitoraggio degli attivisti durante la loro permanenza in Israele, afferma, è attualmente svolto da organizzazioni civili senza scopo di lucro. Afferma che il recente aumento dell’attività sulla questione è il risultato di un coordinamento rafforzato tra l’IDF, la polizia e il Ministero dell’Interno. “Un soldato sul campo che incontra qualcuno del genere che violi la legge sa di dover registrare i suoi dati personali e il suo passaporto e inviarli alla polizia e poi al Ministero dell’Interno. Da lì, spiega, il passo verso la revoca del visto o l’espulsione dal Paese è breve.

La questione del boicottaggio è emersa nell’inchiesta sull’attivista Michael Jacobsen, 78 anni, dello Stato di Washington. Dopo la sua espulsione Succot ha rilasciato un comunicato stampa di encomio in cui ha ringraziato, tra gli altri, un’organizzazione non-profit chiamata The Legal Forum for the Land of Israel. Il 10 ottobre Jacobsen, che ha militato nell’esercito americano durante la guerra del Vietnam, stava accompagnando un palestinese che pascolava un gregge a Masafar Yatta. Ricorda che un soldato che ha identificato come colono gli ha chiesto il passaporto e poi gli ha detto che era ricercato dalla polizia. “Ha chiesto: ‘sei un membro dell’ISM [International Solidarity Movement]’, e io ho detto di no. E poi ha chiesto ‘sei un ebreo?’ e io ho detto di no, e lui [ha chiesto] ‘sei un terrorista?’ E io ho detto ‘no, sono un turista”.

Jacobsen è stato arrestato e portato alla stazione di polizia. Afferma che durante il tragitto ha cercato di scoprire perché lo stavano arrestando, ma non ha ricevuto informazioni. “Mi hanno detto che ero un terrorista perché ero un membro del BDS”, ha aggiunto, riferendosi al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Alla stazione di polizia è stato interrogato con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento dei suoi doveri e di soggiorno illegale, un sospetto basato sull’accusa attribuitagli di sostegno al boicottaggio. “Chi ha condotto l’interrogatorio è stato molto borioso e maleducato con me”, racconta. “Ha detto che ero coinvolto in cinque diverse organizzazioni terroristiche”, ha continuato Jacobsen, citando le cinque come IHH Humanitarian Relief Foundation, Meta Peace Team, International Solidarity Movement, BDS e MPT.

Jacobsen afferma che Meta Peace Team è un’organizzazione di attivisti che gli ha fornito una formazione sulla resistenza non violenta, mentre IHH è un’organizzazione ombrello sotto la cui egida ha partecipato nell’aprile di quest’anno alla flottiglia verso Gaza per portare cibo e attrezzature mediche nella Striscia. Durante l’interrogatorio gli è stata anche mostrata la documentazione sulla sua attività presso Veterans for Peace in Corea del Sud, dove ha lavorato con i dimostranti contro l’istituzione di una base navale. Alla fine dell’interrogatorio gli è stata data una scelta. Poteva rimanere in stato di arresto o poteva essere inviato al confine con la Giordania. Ha scelto di andarsene, senza [partecipare ad] un’udienza presso la Population and Immigration Authority e senza sapere se sarebbe mai potuto tornare in Israele.

A ottobre due attivisti tedeschi sono stati espulsi da Israele in modo simile. Sono stati arrestati con l’accusa di aver ostacolato un agente di polizia nell’adempimento del suo dovere, di riunione illegale e di far parte di un’organizzazione terroristica. Il sospetto di riunione illegale è stato attribuito a causa della loro appartenenza all’International Solidarity Movement, nonostante in Israele l’organizzazione non sia stata messa al bando.

La loro detenzione è stata prorogata due volte, e poi la polizia ha offerto loro la possibilità di scegliere tra lasciare il Paese o affrontare un’altra richiesta di proroga della loro detenzione. Se ne sono andati. Di recente la polizia ha fatto un’offerta simile a due donne americane, una suora e una pensionata di 73 anni, arrestate a South Hebron Hills con l’accusa di aver ostacolato un soldato nell’adempimento del suo dovere. Dopo il loro rifiuto, sono state rilasciate con un divieto di ingresso di due settimane in Cisgiordania.

Dalla sua attuale residenza negli Stati Uniti Jacobsen afferma che il fatto che la sua attività non violenta sia stata definita terroristica lo ha portato a opporsi alle azioni di Israele con ancora più veemenza: “Ok, mi chiami terrorista? Allora esprimerò le mie opinioni su ciò che sta facendo lo Stato sionista di Israele come attività terroristiche. In effetti, lo Stato di Israele sta usando tattiche terroristiche, sicuramente in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza”.

L’unità portavoce dell’IDF ha risposto: “Le forze di sicurezza, la polizia israeliana e l’amministrazione civile stanno agendo per consentire agli abitanti della zona di raccogliere le olive sui terreni di loro proprietà e, allo stesso tempo, stanno agendo per mantenere la sicurezza dei civili e delle comunità israeliane. In generale, non ci sono istruzioni per arrestare gli attivisti stranieri”. Il portavoce ha aggiunto che la decisione di effettuare una perquisizione nella casa degli attivisti a Qusra è derivata da una “segnalazione di attività insolite” in quel sito.

Per quanto riguarda la sparatoria contro l’attivista americana a Beita ad agosto l’esercito ha aggiunto che ciò sarebbe avvenuto dopo una segnalazione di “violento disturbo dell’ordine pubblico durante il quale i terroristi hanno lanciato pietre contro i militari, che hanno risposto utilizzando mezzi per disperdere le dimostrazioni e sparando in aria”. Hanno anche aggiunto che la segnalazione “è nota ed è in corso una verifica“.

La polizia israeliana ha risposto: “La polizia israeliana attua l’applicazione della legge con tutti i mezzi legali contro gli attivisti israeliani e stranieri che agiscono illegalmente interferendo con l’attività operativa delle forze di sicurezza e dimostrando sostegno e condivisione nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Dall’inizio dell’anno circa 30 attivisti stranieri sono stati indagati per ostacolo e provocazione contro le forze di sicurezza, e incitamento, sostegno e incoraggiamento verso le organizzazioni terroristiche Hamas e Hezbollah. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese al termine del loro interrogatorio e per altri è stata tenuta un’udienza dalla Populating and Immigration Authority, al termine della quale è stato revocato il loro permesso di soggiorno in Israele ed è stato proibito per il futuro l’ingresso nel Paese”.

La Population and Immigration Authority ha risposto: “Di norma un cittadino straniero che entra in Israele con un visto turistico è tenuto a rispettare lo scopo per cui è stato concesso il visto. Un turista che sfrutta la concessione del visto per altre attività, tra cui una condotta di disturbo contro le forze dell’ordine, viola le condizioni per cui è stato concesso il visto ed è consentito annullare il visto e richiedere la sua espulsione dal Paese. In pratica, stiamo parlando di una manciata di incidenti e solo di quelli in cui la polizia presenta prove di reati penali commessi dal titolare del visto”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La sindaca di Amsterdam ritratta l’uso della parola ‘pogrom’ in relazione alle violenze Maccabi-Ajax

Rayhan Uddin

18 novembre 2024 – Middle East Eye

Femke Halsema ha detto che Israele ha ‘raggirato’ le autorità olandesi e che la descrizione di quanto avvenuto è ‘stata usata come propaganda’ 

La sindaca di Amsterdam ha ritrattato le frasi che descrivevano come un “pogrom” i disordini avvenuti all’inizio del mese dopo l’incontro calcistico fra le squadre israeliana e olandese e ha detto che Israele ha “raggirato” le autorità olandesi sui dettagli riguardanti i fatti.

La sindaca Femke Halsema è intervenuta sabato sera nel corso del programma News Hour trasmesso dalla rete nazionale olandese NPO

Il 6 e 7 novembre i tifosi al seguito del team Maccabi Tel Aviv hanno causato disordini in varie parti della capitale olandese scandendo slogan razzisti anti-arabi prima dell’incontro Uefa Europa League contro l’Ajax, la squadra di Amsterdam. 

La notte prima dell’incontro si erano anche visti dei tifosi strappare almeno due bandiere palestinesi da quelli che sembrano edifici residenziali. Dopo tali provocazioni, prima e dopo la partita, sono scoppiati degli scontri che si sono prolungati fino a tarda notte fra la tifoseria del Maccabi e giovani olandesi. 

Si è visto come un numeroso gruppo di tifosi del Maccabi si sia armato di bastoni, tubi e pietre per scontrarsi con i giovani olandesi. Le immagini postate sulle reti sociali mostrano delle persone che aggrediscono e mettono in fuga alcuni tifosi israeliani.

Halsema ha detto a News Hour che dopo la partita, per due ore, fra le 24.30 e le 2.30 di notte, violenti incidenti non limitati solo ai tifosi si sono improvvisamente estesi a tutta la città.

Ha poi aggiunto che verso le 2.30 in città “è ritornata alla calma”.

 “Abbiamo poi visto che sull’idea che ci eravamo fatta siamo stati completamente raggirati da Israele perché alle 3 di notte il primo ministro Netanyahu ha fatto una conferenza stampa da Israele su ciò che era successo ad Amsterdam mentre noi stavamo ancora ricostruendo i fatti,” ha detto. 

‘Non è quello che volevo’

Il giorno dopo gli scontri, nel corso di una conferenza stampa Halsema ha detto che “gli eventi a cui abbiamo assistito richiamano alla mente i pogrom”. Circa il 75% degli abitanti ebrei olandesi è stata uccisa durante l’Olocausto. 

Domenica è stato chiesto ad Halsema se confermasse quelle parole.  

“Per prima cosa permettetemi di dire che sono state usate le parole ‘caccia all’ebreo’. La gente andava ‘a caccia di ebrei’, chiedeva i passaporti. Quella notte e nelle prime ore dell’alba ho parlato al telefono con molti abitanti di Amsterdam ebrei, con molte emozioni. E quello che volevo esprimere principalmente era la tristezza e la paura fra ebrei che abitano ad Amsterdam,” ha detto. 

“Ma devo dire che nei giorni successivi ho visto come la parola ‘pogrom’ è diventata molto politica ed è stata trasformata in propaganda.” 

Halsema ha detto che il governo israeliano ha parlato di un ” pogrom palestinese nelle strade di Amsterdam”, aggiungendo che poi il termine pogrom è stato usato da politici olandesi “per discriminare contro abitanti marocchini e musulmani di Amsterdam”. 

“Quella non era la mia intenzione. Non era quello che intendevo.”

Quando le è stato di nuovo chiesto se userebbe la parola “pogrom”, Halsema ha risposto: “No, no. Se avessi saputo che sarebbe stata usata in questo modo politicamente e propagandisticamente, non avrei voluto aver nulla a che fare con tutto ciò.”

“Non ho fatto un paragone diretto ma ho detto che potevo capire i sentimenti e che volevo esprimere dolore. Ma non sono uno strumento di una battaglia politica nazionale e internazionale.”

 I commenti di Halsema sono stati descritti dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar come “assolutamente inaccettabili”. 

“Centinaia di tifosi israeliani andati ad assistere a una partita di calcio sono stati inseguiti e aggrediti, presi di mira da una folla che chiedeva loro i passaporti per controllare se erano cittadini dello Stato ebraico. Non ci sono parole per questo se non pogrom,” ha detto Saar in un post su X. 

Ha sostenuto che non è stato Israele il primo a usare il termine pogrom per descrivere gli eventi, ma che sono stati i politici olandesi, inclusa il leader di estrema destra Geert Wilders. 

All’inizio di questo mese Nicholas McGeehan, uno dei fondatori di FairSquare, [organizzazione non-profit contro violazioni dei diritti umani, ndt.] ha detto a Middle East Eye che i tifosi del Maccabi Tel Aviv sono noti per i loro inni razzisti. 

“Il razzismo e la violenza dei tifosi del Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam, ben documentati e dimostrati, riflettono la violenza del governo israeliano a Gaza e in Libano,” ha detto McGeehan.

“Ciò non scusa quella inflitta ai fan del Maccabi Tel Aviv, ma presentarli come vittime innocenti di antisemitismo è una grave distorsione dei fatti.”

La scorsa settimana Nora Achahbar, la sottosegretaria di Stato olandese, di origini marocchine, si è dimessa dal governo per i commenti razzisti che ha detto di aver sentito da colleghi di governo in relazione agli eventi di Amsterdam. 

In seguito alle dimissioni la coalizione olandese, dominata dal Partito per la Libertà di estrema destra di Wilders, è quasi caduta, ma è sopravvissuta dopo un incontro di emergenza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Docente ebrea licenziata per post antisionisti

Nora Barrows-Friedman 

17 Novembre 2024 Electronic Intifada

Negli Stati Uniti gli studenti e i docenti continuano a resistere alle misure repressive delle amministrazioni universitarie volte a soffocare o addirittura criminalizzare ogni discorso a sostegno dei diritti dei palestinesi – mentre il genocidio a Gaza continua.

Accanto alle università statunitensi d’élite che chiamano la polizia antisommossa contro i propri studenti che fanno sit-in di protesta, o che tentano di impedire del tutto agli studenti di condurre proteste, alcune università hanno cercato di classificare l’ideologia politica del sionismo come un genere di identità protetta per definire il discorso antisionista come incitamento all’odio razzista.

“Da quando sono insegnante ho tenuto corsi sulla Palestina: è sempre stata centrale o costitutiva nel lavoro che svolgo”, ha detto Maura Finkelstein a The Electronic Intifada Podcast.

Finkelstein, studiosa di antropologia e scrittrice, ha insegnato al Muhlenberg College di Allentown, Pennsylvania, per nove anni.

Teneva un corso di Antropologia della Palestina, un corso che, dice, era stato approvato dal college. Ma nonostante fosse di ruolo è stata licenziata a maggio 2024 per i suoi post sui social media a sostegno dei diritti dei palestinesi e contro l’ideologia politica del sionismo, un provvedimento che è stato interpretato come avvertimento per gli altri professori anti-genocidio.

Il licenziamento è seguito a mesi di mirate persecuzioni da parte di gruppi di lobbisti e di singoli individui israeliani che hanno fatto pressione sull’università affinché licenziasse Finkelstein accusandola di “odio verso gli ebrei” per i suoi principi antisionisti. Finkelstein è ebrea.

The Intercept [organizzazione giornalistica americana di sinistra senza scopo di lucro, ndt.] ha riferito che Finkelstein “è stata oggetto di una campagna di migliaia di email anonime generate da bot, inviate ogni minuto per oltre 24 ore agli amministratori della scuola nonché a organi di informazione e politici locali per chiederne la rimozione”. L’amministrazione del college ha detto a Finkelstein che “numerose famiglie di studenti avevano chiamato per esprimere preoccupazione per le sue opinioni”, nota The Intercept. “Una petizione Change.org avviata a fine ottobre da anonimi ‘ex studenti e sostenitori del Muhlenberg College’ che chiedeva il licenziamento di Finkelstein per presunta retorica ‘pro-Hamas’ ha ottenuto oltre 8.000 firme”.

Finkelstein ha detto a The Electronic Intifada che uno dei suoi post sui social media, la ripubblicazione sul suo account personale della dichiarazione del poeta palestinese americano Remi Kanazi di rifiuto di normalizzare il sionismo, ha provocato la condanna di uno studente di Muhlenberg che non aveva mai frequentato le sue lezioni. “Poiché lo studente si identificava come sionista e poiché credeva che sionismo ed ebraismo fossero la stessa cosa, [lo studente ha affermato che] stavo violando la politica di non discriminazione sulle pari opportunità, il che sostanzialmente avrebbe negato allo studente l’accesso all’istruzione”, ha detto Finkelstein.

E ha spiegato che, nonostante lo studente non la conoscesse, “ha dato per scontato dai post sui social media che non sarebbe stato al sicuro nella mia classe. La cosa è passata attraverso un’indagine lunga tre mesi e mezzo, è passata attraverso vari comitati di docenti, personale e amministrativi, e mi è stato detto che ero stata licenziata per giusta causa, il che significa che non ho ricevuto il TFR”.

“Coincidenza perfetta”

Finkelstein afferma che secondo l’ Associazione Americana dei Professori Universitari (AAUP) è la prima professoressa di ruolo a essere licenziata dall’ottobre 2023 per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi. “Certo, ci sono stati casi in passato”, nota, citando il licenziamento del professor Steven Salaita da parte dell’Università dell’Illinois nel 2014 [per tweet giudicati antisemiti di protesta contro il bombardamento di Gaza, ndt.] così come “innumerevoli professori associati, professori assistenti in visita, docenti, altri docenti a contratto che hanno perso i loro contratti, che hanno perso il lavoro senza lo stesso tipo di causa che avrebbe causato indignazione”.

La paura, dice, per gli accademici che adesso vengono sanzionati,è che se viene divulgata la vicenda non lavoreranno mai più nell’istruzione superiore. E penso che questa sia una minaccia reale”. Nel suo caso, spiega Finkelstein, si cristallizzano almeno due delle grandi criticità dell’istruzione superiore in questo momento. Una è la “costante erosione dei finanziamenti federali, del sostegno federale [che] ha fatto sì che queste istituzioni siano completamente, o quasi completamente, dipendenti dalle tasse universitarie e dal sostegno dei donatori”, il che crea un modello finanziario che “in realtà non riguarda l’istruzione ma la raccolta di fondi”, dice.

La seconda criticità è che gli amministratori sono nella condizione per cui “non sanno cosa sia l’ebraismo. Non sanno cosa sia il sionismo. Probabilmente non sanno molto delle decisioni che prendono. Ciò che sanno è [che] se si alienano la base finanziaria tracolleranno”. Finkelstein dice di capire perché alcuni professori abbiano paura di parlare in difesa della Palestina e potenzialmente perdere il lavoro. Ma, aggiunge, i suoi colleghi non dovrebbero autocensurarsi. “Dobbiamo tutti parlare della Palestina. Dobbiamo tutti fare lezioni sulla Palestina perché, teoricamente, non possono licenziarci tutti.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una e-mail interna rivela che il New York Times ha bloccato un’inchiesta sugli ultras israeliani

Asa Winstanley

18 novembre 2024 – The Electronic Intifada

Il New York Times ha bloccato un’inchiesta di uno dei suoi stessi reporter sulle violenze dei facinorosi israeliani ad Amsterdam all’inizio del mese.

In una e-mail interna del Times, inavvertitamente condivisa con The Electronic Intifada, il reporter olandese Christiaan Triebert ha spiegato a un manager di aver proposto “un’indagine visiva che stavo conducendo sugli eventi del [6-8 novembre] ad Amsterdam”.

“Purtroppo il servizio è stato bloccato”, ha scritto. “Mi dispiace che la prevista indagine visiva momento per momento non sia stata portata avanti”.

“È stato molto frustrante, a dir poco”, ha scritto Triebert.

L’e-mail era indirizzata al senior manager del Times Charlie Stadtlander, ex addetto stampa dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e dell’esercito americano.

Triebert sembrava interessato a realizzare un reportage che facesse chiarezza, rimediando alla falsa narrazione insistentemente avanzata dal suo stesso giornale secondo la quale i tifosi israeliani sarebbero stati vittime di violenze di gruppo dettate dall’odio per gli ebrei.
La corrispondenza intercorsa venerdì tra Triebert e Stadtlander è scaturita dalle richieste di commento di
The Electronic Intifada al Times in merito al resoconto altamente fuorviante che il giornale aveva fatto della violenza dei facinorosi israeliani ad Amsterdam.

Come il reporter ha spiegato mercoledì sul livestream di The Electronic Intifada, il giornale ha di fatto capovolto la realtà.

Le prove che anche un solo attacco antisemita abbia avuto luogo ad Amsterdam sono ancora esattamente zero, per non parlare del “pogrom” che i funzionari del governo israeliano hanno immediatamente evocato.

Il Times è finito sotto tiro per aver utilizzato un video di violenze di ultras israeliani ad Amsterdam la scorsa settimana per affermare l’esatto contrario di ciò che il video mostrava in realtà.

Il Times ha affermato che il filmato girato da un fotoreporter olandese mostrava “attacchi antisemiti” contro gli israeliani, anche se in realtà mostrava la violenza dei facinorosi israeliani contro un cittadino olandese.

Per diversi giorni il filmato è stato messo in cima al servizio dell’8 novembre sugli eventi di Amsterdam della sera precedente.

Ma martedì il giornale è stato costretto a rettificare dopo che la creatrice del video – la fotoreporter olandese Annet de Graaf – ha condannato pubblicamente i media internazionali per aver etichettato erroneamente il suo video come prova di “attacchi antisemiti” contro i tifosi di calcio israeliani.

In realtà, il video mostra un’orda di decine di ultras israeliani che attaccano una persona dopo che la loro squadra, il Maccabi Tel Aviv, ha perso una partita in trasferta per 5-0 contro la squadra olandese dell’Ajax il 7 novembre.

Il manager del NY Times Stadtlander ha dichiarato venerdì a The Electronic Intifada che, dopo la correzione, il giornale aveva “rimosso il video su richiesta dell’autrice”.

Ma de Graaf ribadisce che questo non è vero. “Non ho assolutamente detto questo”, ha dichiarato venerdì per telefono a The Electronic Intifada. “Non è vero quello che il capo redattore [Stadtlander] vi sta dicendo nell’e-mail. Non è vero”.

Alla richiesta di un commento Stadtlander ha rifiutato di rispondere, scrivendo solo che “la dichiarazione che vi ho rilasciato ieri sera costituisce il nostro commento sulla questione”.

Minimizzare la violenza genocida israeliana

Nessuno dei quattro autori dell’articolo – John Yoon, Christopher F. Schuetze, Jin Yu Young e Claire Moses – ha risposto alle richieste di commento di Electronic Intifada.

Stadtlander nega di aver avuto alcun ruolo nel commissionare o rivedere l’articolo.

Dopo che The Electronic Intifada ha ricevuto l’e-mail di Triebert, “inavvertitamente copiata”, Stadtlander ha inviato un’altra e-mail in quello che sembra essere un tentativo di limitare i danni.

Vi afferma che “il prezioso lavoro che Christiaan [Triebert] e altri del suo team stavano facendo non è diventato un pezzo a sé stante” perché “molto del materiale è stato incorporato” in un altro articolo che il Times aveva pubblicato.

Ma il pezzo che Stadtlander ha linkato è l’ennesimo insabbiamento della violenza israeliana ad Amsterdam – uno dei tanti pubblicati dal Times.

Offusca o inverte completamente causa ed effetto e minimizza gli attacchi israeliani contro i cittadini olandesi, basandosi quasi interamente sulle dichiarazioni degli ultras israeliani.

Inoltre sminuisce un video dei tifosi del Maccabi che tornano da Amsterdam all’aeroporto di Tel Aviv cantando uno slogan apertamente genocida, in cui esultano per il fatto che a Gaza “non ci sono più bambini”, minimizzandolo come semplici “canti provocatori contro arabi e gazawi”.

Agenda anti-palestinese

Che la redazione del Times avesse un’agenda pro-Israele fin dall’inizio della sua copertura dell’incidente è evidente dalla lettura della prima versione del pezzo, ancora disponibile negli archivi online.

Quella versione non includeva il video di Annet de Graaf e non conteneva alcuna prova – o anche solo un’accusa – di antisemitismo, a parte le affermazioni infondate di funzionari del governo israeliano.

Una delle fonti principali citate in quella versione era Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza Nazionale di estrema destra, che vuole espellere tutti i palestinesi. “I tifosi che sono andati a vedere una partita di calcio sono vittime di antisemitismo e sono stati attaccati con una crudeltà inimmaginabile solo perché ebrei”, ha dichiarato Ben-Gvir.

Tuttavia, tutti i riferimenti a Ben-Gvir sono stati rimossi dall’articolo in meno di due ore.

Ad oggi, il New York Times ha pubblicato più di una dozzina di articoli sostanzialmente incentrati sulla violenza ad Amsterdam.

Si tratta di un numero sorprendentemente alto se confrontato, ad esempio, con il modo in cui il giornale ha ignorato o costantemente minimizzato i gravi crimini perpetrati dagli israeliani in Palestina, tra cui le sistematiche e ben documentate aggressioni sessuali e gli stupri di prigionieri palestinesi da parte delle forze israeliane.

La copertura del Times non comprende solo numerosi articoli di cronaca che senza fondamento presentano le violenze di Amsterdam come “antisemite”, ma anche articoli di opinione con titoli incendiari come “Amsterdam odia gli ebrei – come Gaza”, “Una ‘caccia agli ebrei’ mondiale” e “L’era del pogrom ritorna”.

La volontà del Times di dipingere falsamente Israele e gli israeliani come vittime in questo caso ricorda il modo in cui il Times ha insistentemente avanzato la narrazione, ormai smentita, di “stupri di massa” da parte di combattenti palestinesi il 7 ottobre 2023, compreso il falso reportage del suo corrispondente di punta Jeffrey Gettleman.

Questa propaganda di atrocità mascherata da giornalismo è stata usata per giustificare il genocidio di Israele a Gaza.

Un nuovo fronte nella guerra genocida di Israele?

Nella mail interna del Times a Stadtlander, il giornalista Christiaan Triebert spiega che, dopo una conversazione con de Graaf, ha “contattato gli autori dell’articolo per affrontare le inesattezze fattuali che conteneva”.

Triebert ha scritto di non essere sicuro su “quale sia la motivazione che ha portato a cancellare il video piuttosto che includere i dettagli nell’articolo. Penso che sarebbe stato utile avere il video con il contesto che mostrava i tifosi israeliani che attaccavano un uomo”.

La stessa De Graaf ha più volte chiarito la questione, come ammette anche la rettifica del Times.

“Quello che ho spiegato a diversi canali mediatici è che i tifosi del Maccabi hanno deliberatamente scatenato la rivolta davanti alla stazione centrale al ritorno dalla partita”, ha scritto la de Graaf su X, noto anche come Twitter.

Un filmato degli stessi fatti, condiviso su un canale Telegram israeliano, mostra l’attacco degli ultras del Maccabi da un’angolazione diversa, apparentemente girato da uno di loro. Il canale ha falsamente affermato in ebraico che il video mostrava i tifosi del Maccabi Tel Aviv “violentemente attaccati nell’ultima ora da decine di rivoltosi palestinesi”.

C’è anche un video completo della furia degli ultras israeliani, realizzato dal popolare YouTuber olandese Bender, che riprende lo stesso episodio.

Il teppismo calcistico israeliano in Europa sembra essere diventato l’ultimo fronte globale di Israele nella sua guerra genocida a Gaza.

Giovedì sera, gli ultras israeliani hanno attaccato i tifosi della Francia durante una partita della Lega Europea delle Nazioni a Parigi tra le due squadre.

Il giornalista britannico Peter Allen ha riferito di essere stato testimone di “orrende violenze” da parte degli israeliani. Ha detto di aver “parlato con tre soldati fuori servizio provenienti da Tel Aviv, mentre uno indossava apertamente” una maglietta dell’esercito israeliano.

Residente a Parigi da molti anni, Allen collabora con molti media internazionali, e occasionalmente con The Electronic Intifada.

Nonostante la presenza del presidente francese Emmanuel Macron, la partita è stata pesantemente boicottata: la Reuters ha riferito che lo Stade de France era pieno per appena un quinto e che a Parigi si sono svolte proteste contro l’evento.

Si è trattato della più bassa affluenza di pubblico per una partita casalinga nella storia della nazionale francese.

Asa Winstanley è un giornalista investigativo che vive a Londra. È redattore associato di The Electronic Intifada e co-conduttore del nostro podcast.
È autore del bestseller Weaponising Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn [Strumentalizzare l’antisemitismo. Come la lobby israeliana ha fatto cadere Jeremy Corbin, ndt.] (OR Books, 2023).

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




ONU: l’85% delle richieste di aiuti umanitari nel nord di Gaza bloccati o ritardati da Israele

  1. Redazione di MEMO

12 novembre 2024 – Middle East Monitor

Le Nazioni Unite hanno riferito che lo scorso mese l’85% delle sue richieste di concordare l’invio di convogli di aiuti ed ingressi umanitari nel nord di Gaza sono stati o bloccati o ritardati dalle autorità israeliane.

Secondo un portavoce dell’ONU, Stephane Dujarric, l’UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs [ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha inoltrato 98 richieste di accesso per il passaggio attraverso un posto di controllo nella Gaza Valley, ma solo 15 sono state approvate.

Egli ha annunciato che “negli ultimi tre giorni équipe dell’OCHA, di agenzie ONU che si occupano di diritti umani e di altre organizzazioni umanitarie hanno visitato nove luoghi a Gaza City per valutare i bisogni di centinaia di famiglie sfollate, molte delle quali stanno tornando nel nord di Gaza.”

Dujarric ha espresso serie preoccupazioni per i palestinesi ancora nel nord di Gaza a causa del blocco ancora in corso, sollecitando Israele a permettere operazioni umanitarie essenziali.

Inoltre, secondo un portavoce ONU un nuovo rapporto redatto da OCHA rivela inoltre che a ottobre organizzazioni umanitarie hanno presentato 50 richieste per entrare a Gaza nord, delle quali 33 sono state rigettate e 8 sono state accolte ma hanno subito ritardi che hanno inciso negativamente sulle loro missioni.

Il rapporto è stato pubblicato nel mezzo di una crescente crisi umanitaria, dato che la parte settentrionale di Gaza presenta gravi condizioni di carestia dopo 50 giorni durante i quali non è stato permesso l’ingresso di aiuti o approvvigionamenti. Le agenzie ONU avvertono che le centinaia di migliaia di abitanti dell’area stanno sperimentando estrema violenza, inclusi trasferimento forzato e carenze di cibo e risorse potenzialmente mortali.

Decine di migliaia di palestinesi, incluse decine di pazienti in tre ospedali nel nord della Striscia di Gaza, sono “in immediato pericolo di morte per fame o di conseguenze di lungo periodo sulla salute” ha avvertito domenica l’Euro-Med Human Rights Monitor.

Il Monitor ha aggiunto che “l’uso della denutrizione come arma di guerra da parte di Israele è parte del genocidio in corso nella Striscia, che include anche uccisioni di massa e trasferimenti forzati.”

Dall’attacco di Hamas dello scorso anno Israele ha continuato una devastante offensiva contro Gaza, nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che chiede un immediato cessate il fuoco.

Da allora sono state uccise più di 43.600 persone, per la maggior parte donne e minori, e altre circa 103.000 ferite, secondo fonti della sanità locale.

Israele deve inoltre affrontare una accusa di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia per le sue azioni contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un ministro israeliano di estrema destra sta ordinando preparativi per l’annessione della Cisgiordania

Redazione di Al Jazeera

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Smotrich, il ministro israeliano delle Finanze, spera che il neoeletto presidente USA Trump sosterrà il piano per annettere la Cisgiordania occupata nel 2025.

Bezalel Smotrich, ministro israeliano delle Finanze di estrema destra, ha ordinato preparativi per l’annessione della Cisgiordania occupata prima dell’insediamento del neoeletto presidente USA Donald Trump nel gennaio 2025.

Lunedì in una dichiarazione Smotrich ha espresso la sua speranza che la nuova amministrazione a Washington riconoscerà l’iniziativa di Israele per rivendicare la “sovranità” sul territorio occupato.

Oltre al suo incarico alle finanze Smotrich, lui stesso un abitante di una colonia israeliana illegale, detiene anche una posizione nel Ministero della Difesa da cui sovrintende l’amministrazione della Cisgiordania occupata e delle sue colonie.

2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria,” ha scritto Smotrich su X, usando i nomi biblici con cui Israele si riferisce alla Cisgiordania occupata.

Lunedì, in un incontro della sua fazione di estrema destra nel parlamento israeliano o Knesset, Smotrich ha accolto con favore l’elezione di Trump e la sua vittoria contro Kamala Harris e ha detto di aver dato istruzioni alla Direzione delle colonie e dell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa di gettare le basi per l’annessione.

Ho ordinato l’inizio del lavoro da parte di professionisti per preparare le infrastrutture necessarie per esercitare la sovranità israeliana su Giudea e Samaria,” ha detto, “non ho dubbi che il presidente Trump, che ha mostrato coraggio e determinazione nelle sue decisioni durante il suo primo mandato, sosterrà lo Stato di Israele in questa decisione,” ha aggiunto.

Smotrich ha detto che nella coalizione al governo in Israele ci sono un ampio accordo su questa iniziativa e un’opposizione alla formazione di uno Stato palestinese.

L’unico modo di rimuovere questo pericolo dal programma è di esercitare la sovranità israeliana sulle colonie in Giudea e Samaria,” ha dichiarato.

Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto che le considerazioni di Smotrich confermano le intenzioni del governo d’Israele di annettere la Cisgiordania occupata in violazione del diritto internazionale.

Noi riteniamo le autorità israeliane di occupazione completamente responsabili delle ripercussioni di tali pericolose politiche. Gli Stati Uniti sono anche responsabili del continuo sostegno offerto all’aggressione israeliana”, ha detto.

Gideon Saar, ministro degli Esteri israeliano, ha detto che mentre i leader del movimento dei coloni possono essere fiduciosi che Trump potrebbe essere incline a sostenere tali decisioni il governo non ha preso alcuna decisione.

Nessuna decisione è stata presa a proposito,” ha detto Saar lunedì nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme.

L’ultima volta in cui abbiamo discusso il tema è stato durante il primo mandato di Trump,” ha detto. “E quindi diciamo che se sarà pertinente verrà ridiscusso anche con i nostri amici a Washington.”

La Cisgiordania è occupata dal 1967 e da allora le colonie israeliane si sono ampliate nonostante siano illegali ai sensi del diritto internazionale e, nel caso degli avamposti, della legge israeliana.

Smotrich aveva già dichiarato la sua intenzione di estendere la sovranità israeliana sui territori occupati ostacolando la nascita di uno Stato palestinese.

Ha anche minacciato di destabilizzare la coalizione di Benjamin Netanyahu se si negoziasse un cessate il fuoco con Hezbollah sul fronte settentrionale di Israele.

Quando [Smotrich] parla di rafforzare la sovranità israeliana sta parlando dell’annessione della Cisgiordania che fa parte del programma governativo israeliano,” ha detto Nour Odeh di Al Jazeera, che scrive da Amman, Giordania perché ad Al Jazeera è stato proibito di operare da Israele.

Odeh fa osservare che Netanyahu ha anche aggiunto al suo gabinetto un ministro senza portafoglio del partito di Smotrich.

Quando Smotrich parla di annessioni molti osservatori dicono che dobbiamo credergli,” aggiunge.

Durante il suo primo mandato nel 2017 Trump ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele ribaltando decenni di politiche USA e di consenso internazionale. Ha anche sostenuto politiche che hanno consentito la continua espansione delle colonie e proposto un piano per una “entità palestinese” che non avrebbe piena sovranità.

All’inizio dell’anno l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha ceduto un maggiore controllo sulla Cisgiordania occupata all’Amministrazione delle colonie guidata da Smotrich, conferendole competenze in ambiti che vanno dai regolamenti sugli edifici alla gestione di terreni agricoli, parchi e foreste.

Da quando è entrato nella coalizione governativa di Netanyahu Smotrich ha apertamente sostenuto l’espansione delle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata quale passo verso un’eventuale annessione.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un’inconsapevole auto-rappresentazione mentale è la fonte del genocidio

Richard Forer

11 novembre 2024 – The Palestine Chronicle

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi

Uno degli argomenti “storici” più comuni che la maggioranza dei sionisti usa a difesa delle incessanti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e delle generazioni che hanno messo i palestinesi sotto occupazione è che la parte ebraica ha accettato il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 mentre la parte araba lo ha respinto. Pertanto è colpa dei palestinesi se non c’è pace, è colpa loro se sono sotto occupazione, è persino colpa loro se l’esercito israeliano ha passato l’anno scorso a Gaza a “difendere” il proprio Paese principalmente da donne e bambini.

I sionisti non vogliono conoscere la storia. Per loro è pura malignità. Quindi la totalità della loro conoscenza del piano di spartizione delle Nazioni Unite o di qualsiasi altro evento con cui colpevolizzano gli arabi è costituita da argomenti pretestuosi, i cui resoconti distorcono automaticamente, per negarla o giustificarla, l’oppressione israeliana sul popolo indigeno. I sionisti interpretano come minacce mortali alla loro immagine di sé qualsiasi cosa metta in discussione le frasi ad effetto di uno o due slogan a cui si aggrappano per dimostrare l’innocenza israeliana e la colpevolezza palestinese, e faranno o diranno qualsiasi cosa per illudersi di aver almeno temporaneamente estinto la minaccia, incluso accusare di antisemitismo chiunque consideri Israele come ingiusto e disumano.

In base a ciò possono convincersi che ogni critica è inaffidabile e può essere liquidata a priori. Ma non possono sottrarsi alla responsabilità per il loro ruolo nella sofferenza di un intero popolo perché, nel loro inconscio, la possibilità di potersi sbagliare evoca la stessa paura della morte che proverebbero se si trovassero di fronte a un plotone di esecuzione nazista.

Non ho mai incontrato un difensore di Israele che fosse ragionevolmente informato della storia. Questo perché non vogliono conoscere la storia. Ancora più rivelatrice è la realtà che l’Israele che stanno difendendo non esiste. È un’immagine idealistica nella loro mente che proiettano sull’Israele che esiste, l’Israele che dal momento della sua nascita ha espulso, espropriato, assassinato e calunniato i palestinesi. Allo stesso modo, non si preoccupano di Israele. Ciò che gli interessa è mantenere, a tutti i costi, la loro immagine ideale di Israele.

Israele è un sostituto di sé stessi. Quando difendono o si preoccupano di “Israele”, stanno realmente e semplicemente difendendo le loro presunte, limitate e mortali identità, la loro immagine di sé. E poiché, consapevolmente e inconsapevolmente, interpretano la critica a Israele come una minaccia mortale, motivo per cui non vogliono conoscere la storia, non c’è limite a ciò che faranno per difendere le convinzioni e le rappresentazioni che emanano dalle loro presunte identità e le rafforzano. Manderanno i loro figli in guerra prima di interrogarsi sulla propria identità.

A qualcuno di loro ho detto che se fossi stato rapito da bambino e cresciuto come musulmano in Arabia Saudita, è improbabile che sarei stato il difensore di Israele che sono stato. Avrei avuto lo stesso corpo con gli stessi geni ma con una visione del mondo completamente diversa.

A loro non importa. Niente di tutto ciò ha importanza per loro. La loro lealtà incondizionata è rivolta alle loro presunte identità, indipendentemente dal fatto che, in larga misura, le loro identità siano il prodotto di una qualche condizione in cui sono stati cresciuti.

Incorporando Israele nelle loro presunte identità, i sionisti vedono lo Stato ebraico nel modo in cui vogliono vedere sé stessi, come giusto e umano, e poiché si sono convinti che non difenderebbero mai l’ingiustizia e la disumanità, anche Israele è, ipso facto, giusto e umano.

Se il velo che maschera l’ingiustizia e la disumanità di Israele cadesse dai loro occhi, i sionisti vedrebbero quegli stessi caratteri in sé stessi.

In tutti i casi, tranne alcuni rarissimi, l’immagine di sé, l’identità del loro ego interpreterebbe un confronto di questo genere come una minaccia mortale, e contemplare la morte è insopportabile perché suscita una paura esistenziale, ma poiché la paura esistenziale è il prisma attraverso cui vedono il confronto Israele-Palestina, sono smarriti.

La necessità di evitare un confronto interiore che susciti questa paura e smarrimento è il motivo per cui è così difficile convincere i sionisti a istruirsi sulla storia documentata. Non solo sono troppo spaventati per comprendere che un impegno sincero nell’apprendere la storia documentata potrebbe alleviare il loro smarrimento e ripristinare la loro umanità, non sanno nemmeno di essere confusi. Né sanno contemplare la propria disumanità. Non possono nemmeno ammettere di non aver mai studiato la storia. Lo smarrimento è anche il motivo per cui i sionisti insistono nel volere la pace mentre allo stesso tempo giustificano il genocidio che Israele ha minacciato di perpetrare più di un anno fa.

Determinato a impossessarsi di tutta la Palestina, dal 1948 Israele ha ignorato numerose opportunità di pace che avrebbero potuto rendere superflue le ostilità odierne, ma i sionisti non vogliono saperlo. Né vogliono sapere che, anziché condurre una guerra difensiva, Israele ha deliberatamente assassinato, fatto morire di fame, torturato e ripulito etnicamente una popolazione per lo più indifesa, e che il suo esito preferito è la morte perché i palestinesi morti non possono fare irruzione nei kibbutz. La negazione è di gran lunga preferibile all’assumersi la responsabilità del proprio ruolo nella sofferenza di milioni di palestinesi o del proprio ruolo nelle condizioni che hanno contribuito all’assalto di Hamas il 7 ottobre 2023.

Tutti sono capaci di giustificare il proprio comportamento, persino Hitler, Biden, Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich, gli ultimi tre membri della coalizione di governo di Israele che l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert definisce “macellai, killer, assassini e terroristi”.

Ecco i fatti chiave sulla divisione con cui i sionisti non vogliono avere nulla a che fare. Nel 1947 l’ONU formò l’UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina) per decidere se la divisione fosse una soluzione valida all’impasse ebraico-araba. Il Comitato concluse che la divisione avrebbe privato i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione. Consapevole che la Gran Bretagna voleva porre fine al suo mandato e lasciare la Palestina, e che le bande terroristiche ebraiche (Irgun, Stern Gang) erano così feroci che opporsi alla divisione avrebbe potuto portare a un aumento della violenza, approvò comunque la divisione.

Per più di un decennio i leader ebrei hanno chiarito che la spartizione sarebbe stata il primo passo verso la conquista di tutta la Palestina.

Il primo presidente di Israele Chaim Weizmann: “Gli ebrei sarebbero degli sciocchi a non accettare [la spartizione] anche se [la terra loro assegnata] fosse grande quanto una tovaglia”.

Il primo Primo Ministro di Israele David Ben-Gurion: “Quando saremo diventati una potenza forte come risultato della creazione di uno Stato, aboliremo la spartizione e ci espanderemo in tutta la Palestina”.

Il piano di spartizione delle Nazioni Unite diede il 56 % della Palestina e l’80 % della costa alla parte ebraica, pose Gerusalemme e Betlemme, l’1% della Palestina, sotto un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite e lasciò il restante 43% della loro patria ai palestinesi. Entro una settimana dalla sua approvazione, la parte ebraica violò l’accordo trasferendo il rabbinato capo a Gerusalemme.

Sulla base dell’“accettazione” ebraica e del rifiuto palestinese della spartizione, i sionisti insistono sul fatto che Israele ha sempre voluto la pace mentre i palestinesi non l’hanno mai voluta. Come si può credere che Israele si sarebbe accontentato del 56 % della Palestina senza Gerusalemme quando non si è mai accontentato del 78 % della Palestina che ha rubato, per usare le parole di Ben-Gurion, nel 1948? I sionisti ignorano opportunisticamente la dichiarazione di Ben-Gurion secondo cui la spartizione era strumentale al sogno sionista di “espandersi in tutta la Palestina”. Inizialmente la popolazione palestinese sarebbe stata pari al 49 % della popolazione totale dello Stato ebraico diviso. Con un tasso di natalità più elevato, sarebbero diventati la maggioranza nel giro di pochi anni. È del tutto ingenuo pensare che Israele avrebbe accettato un simile risultato.

Come alternativa alla divisione le nazioni arabe avevano proposto un unico Stato con uguali diritti per ebrei e palestinesi. La parte ebraica respinse la loro proposta, principalmente perché dava ai palestinesi gli stessi diritti che dava agli ebrei. Con sorpresa di alcuni, il futuro primo ministro Menachem Begin si preoccupò che la parte araba avrebbe accettato la divisione. Perché? Dal momento che la parte ebraica non aveva mai avuto intenzione di onorare la divisione, sarebbe stato più facile giustificare un’espansione di Israele “in tutta la Palestina” che non rubare uno Stato palestinese che le nazioni arabe avevano già accettato.

La visione del mondo sionista è falsa e disonesta. I sionisti ingannano sé stessi con affermazioni facilmente confutabili. Poi propagandano tali affermazioni a chiunque voglia ascoltare. Peggio ancora la loro visione del mondo nega l’umanità del popolo palestinese. Per evitare di trovarsi faccia a faccia con la propria disumanità i sionisti consegnano al mondo intero una sofferenza senza fine. Un modo per uscire da questo dilemma è non dare nulla per scontato, studiare la storia con l’intento di scoprire la verità e riflettere su chi saremmo senza credenze e rappresentazioni che credono al diritto all’autodeterminazione di un popolo mentre rifiutano quello di un altro.

Richard Forer è l’autore di Wake Up and Reclaim Your Humanity: Essays on the Tragedy of Israel-Palestine (Svegliati e rivendica la tua umanità. Saggi sulla tragedia Israele-Palestina) e Breakthrough: Transforming Fear Into Compassion: A New Perspective on the Israel-Palestine Conflict (La svolta. Trasformare la paura in compassione: una nuova prospettiva sul conflitto Israele-Palestina).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Oltre 300 casi”: le università e gli accademici israeliani affrontano un boicottaggio globale senza precedenti

Redazione di Palestine Chronicle

11 novembre 2024 – Palestine Chronicle

Secondo i dati il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, raggiungendo il numero di oltre 40, seguito dagli Stati Uniti con più di 35.

Secondo Middle East Monitor (MEMO) la rete giornalistica israeliana Channel 12 ha informato che da quando Tel Aviv ha lanciato la sua guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata università e accademici israeliani stanno affrontando un boicottaggio globale senza precedenti.

Citando dati dell’Associazione dei Rettori Universitari Israeliani, secondo MEMO il canale ha affermato che dall’ottobre dello scorso anno sono stati riportati più di 300 casi di boicottaggio accademico di università e accademici israeliani.

In base a questi dati secondo il rapporto il Belgio ha registrato il più alto numero di boicottaggi, superando i 40, seguito dagli Stati Uniti con oltre 35, la Gran Bretagna con più di 20 e l’Olanda con più di 15. Invece l’Italia ha raggiunti più di 10 casi di boicottaggio in seguito a un’iniziativa lanciata dall’Unione dei Docenti Universitari.

Conferenze cancellate, rifiuti

Il boicottaggio globale delle università israeliane si è manifestato in varie forme, compresi 50 casi in cui articoli scientifici scritti da studiosi israeliani sono stati rifiutati, 30 conferenze di accademici israeliani cancellate e in altri 30 casi docenti stranieri si sono rifiutati di partecipare a conferenze scientifiche e giornate di studio organizzate da università israeliane.

I dati mostrano che in 30 casi collaborazioni scientifiche tra Israele e università straniere e programmi per lo scambio di studenti sono stati sospesi.

Il boicottaggio globale delle università israeliane ha incluso molte discipline, comprese storia, diritto, archeologia, studi ebraici, culture, scienze naturali e ingegneria.

I dati indicano che “la situazione è particolarmente grave” in Belgio, dove circa 15 borse di studio universitarie sono state annullate, oltre al rifiuto di rilasciare raccomandazioni e rapporti a ricercatori israeliani e ignorando messaggi scritti o verbali da parte loro.

Effetti a lungo termine

L’ex-portavoce del ministero degli Esteri, Emmanuel Nahshon, incaricato di combattere il boicottaggio accademico per conto dell’Associazione delle Università Israeliane, ha affermato che “il boicottaggio accademico è una delle principali sfide nel contesto internazionale che le università israeliane devono affrontare dal 7 ottobre.”

Nahson avrebbe aggiunto che il boicottaggio accademico è significativamente aumentato in seguito alla guerra che minaccia di prendere di mira lo status delle università israeliane.

Ha notato che l’associazione ha formato un gruppo di lavoro che utilizzerà mezzi legali, internazionali ed altri per “ridimensionare” il più possibile l’impatto della campagna di boicottaggio globale che le istituzioni e i ricercatori israeliani devono affrontare.

“Sfortunatamente stimiamo che questa lotta sarà a lungo termine e siamo pronti a questo attraverso un lavoro coordinato tra le università israeliane e con l’aiuto dei nostri amici in tutto il mondo,” ha aggiunto.

A livello internazionale, e soprattutto negli USA, le università hanno affrontato pressioni da iniziative degli studenti perché disinvestissero dalle istituzioni israeliane e boicottarle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




No, per la Palestina e il Medio Oriente Trump non sarà peggio di Biden

Muhannad Ayyash – Professore di sociologia alla Mount Royal University di Calgary, Canada.

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Perché l’amministrazione Biden ha semplicemente continuato la politica estera della prima amministrazione Trump nella regione.

All’indomani della vittoria elettorale dell’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, molti osservatori hanno previsto che la sua amministrazione sarebbe stata di gran lunga peggiore per la Palestina e il Medio Oriente. La sua retorica filo-israeliana e le sue minacce di bombardare l’Iran, dicono, sono indicative delle sue intenzioni in politica estera.

Ma un più attento esame della politica estera statunitense negli ultimi otto anni rivela che non cambierà niente di sostanziale per il popolo palestinese e per la regione nel suo insieme. L’amministrazione del presidente Joe Biden infatti ha di fatto continuato le politiche della prima presidenza Trump senza significativi cambiamenti. Certo, ci potrebbero essere sorprese e sviluppi imprevisti, ma la seconda amministrazione Trump continuerà nella stessa direzione che ha stabilito già nel 2017 e che Biden ha deciso di mantenere nel 2021.

Questa politica estera ha tre elementi principali. Il primo è la decisione di abbandonare ogni residua finzione circa il sostegno statunitense a favore di una “soluzione a due Stati”, in virtù della quale la Palestina godrebbe di piena autodeterminazione e sovranità all’interno dei confini del 1967 e avrebbe Gerusalemme Est come capitale.

La prima amministrazione Trump ha chiarito questo punto spostando l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, accettando l’annessione israeliana di territori palestinesi, incentivando l’espansione degli insediamenti coloniali illegali e sostenendo la creazione di una “entità palestinese” priva di sovranità.

Quello che l’amministrazione Trump ha offerto ai palestinesi è un po’ di sostegno economico in cambio della rinuncia ai loro diritti politici e aspirazioni di autodeterminazione.

Mentre l’amministrazione Biden ha sostenuto a parole la “soluzione a due Stati”, essa non ha fatto niente per promuoverne la realizzazione. Anzi, essa ha continuato le politiche avviate dall’amministrazione Trump che pregiudicano tale soluzione.

Biden non ha chiuso l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non ha fatto nulla per fermare l’espansione delle colonie o per contrastare gli sforzi israeliani tesi all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata. Sebbene siano state applicate alcune sanzioni a coloni israeliani come singoli individui, si è trattato in gran parte di una mossa simbolica che non ha ostacolato il progredire degli insediamenti coloniali o l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre.

Inoltre l’amministrazione Biden ha accettato l’idea che qualsivoglia futuro Stato palestinese non avrà pieni diritti di autodeterminazione e sovranità.

Lo possiamo asserire perché l’amministrazione Biden sostiene che si può arrivare a uno Stato palestinese soltanto “attraverso negoziati diretti tra le parti”. Ma poiché Israele ha fatto capire sia a livello politico che legislativo che non accetterà mai uno Stato palestinese, la posizione dell’amministrazione Biden significa di fatto il rifiuto dell’autodeterminazione e della sovranità palestinesi.

Il secondo elemento della politica estera Trump-Biden è l’avanzamento della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele attraverso gli Accordi di Abramo. La prima amministrazione Trump ha avviato questo percorso con accordi di normalizzazione tra Israele e Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’amministrazione Biden ha seguito con decisione questo percorso, profondendosi in sforzi considerevoli per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Non fosse per il genocidio in corso da un anno, ormai questo accordo di normalizzazione sarebbe già stato ottenuto.

Il percorso degli Accordi di Abramo comporta essenzialmente che gli Stati arabi riconoscano la piena sovranità di Israele sulla Palestina storica, mettendo fine alle rivendicazioni di restituzione e giustizia per il popolo palestinese. Esso negherebbe ai palestinesi il diritto al ritorno e abolirebbe lo status di rifugiato per i profughi palestinesi. Esso inoltre garantirebbe legittimazione e riconoscimento da parte del mondo arabo a un’entità palestinese creata su un territorio compreso tra il 5 e l’8 per cento della Palestina storica, dotata di limitata autonomia amministrativa e priva di ogni diritto all’autodeterminazione.

Il terzo elemento della politica Trump-Biden è il contenimento dell’Iran. L’amministrazione Trump ha notoriamente cancellato il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), che garantiva l’attenuazione delle sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare iraniano. Essa ha inoltre imposto all’Iran sanzioni più severe e ha tentato di isolarlo politicamente ed economicamente. L’amministrazione Biden non ha ripristinato il JCPOA e ha mantenuto le stesse sanzioni contro l’Iran.

Per di più essa ha anche continuato a promuovere la strategia di Trump per l’instaurazione di un nuovo assetto economico e di sicurezza nella regione tra Israele e Stati arabi, tale da garantire gli interessi degli Stati Uniti e isolare l’Iran.

Se dovesse concretizzarsi, questo patto rafforzerebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare, garantirebbe loro l’accesso a risorse energetiche e rotte commerciali di primaria importanza e indebolirebbe la resistenza all’imperialismo statunitense, cosicché gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione migliore per affrontare non solo l’Iran ma anche la Cina e altri avversari.

Così, in sintesi, nonostante le vuote dichiarazioni e il preteso impegno per i diritti umani, l’amministrazione Biden non ha fatto nulla di diverso dal suo predecessore. Entrambe le amministrazioni hanno lavorato negli ultimi otto anni per mettere fine alla lotta palestinese per l’autodeterminazione e la piena sovranità e creare un Medio Oriente in cui Israele gioca un ruolo economico e militare ancora più preminente nella difesa degli interessi imperiali statunitensi.

L’amministrazione Biden si è spinta ancora più in là, permettendo a Israele di trasformare il suo genocidio da lento in accelerato, laddove i palestinesi sono sterminati in numeri inimmaginabili e ampie porzioni di Gaza spopolate.

Sulla base dei proclami durante la campagna elettorale di Trump durante la campagna elettorale e dei consiglieri, finanziatori e sostenitori di cui si è circondato, ci sono tutte le ragioni per credere che la sua seconda amministrazione continuerà a spingersi in avanti lungo questo percorso bipartisan per eliminare la “Questione palestinese” una volta per tutte.

Possiamo aspettarci di vedere più sostegno incondizionato a Israele mentre annette ufficialmente la maggior parte della Cisgiordania, la colonizzazione israeliana permanente di parti della Striscia di Gaza, l’espulsione di masse di palestinesi con la scusa di perseguire “pace, sicurezza e prosperità” e l’avanzamento dell’integrazione economica e securitaria di Israele nella regione per indebolire l’Iran e i suoi alleati, Cina inclusa.

Coloro che intralciano questo piano sono il popolo palestinese con le sue aspirazioni nazionali di libertà ed emancipazione e autonomia così come altre nazioni nel mondo arabo che sono stanche di guerra, violenza politica, repressione e impoverimento.

L’amministrazione Trump tenterà di occuparsi di questa resistenza comprandola con incentivi economici e minacce di violenza e repressione. Ma questo approccio avrà – come ha sempre avuto – un impatto limitato.

La resistenza a questi piani continuerà perché i palestinesi e altri nella regione capiscono che rinunciare al proprio diritto alla giustizia significa rinunciare alla propria stessa identità di essere umano libero e provvisto di dignità. E le persone preferirebbero subire le minacce dell’impero piuttosto che rinunciare alla propria umanità.

Ciò significa che in ultima istanza non solo la resistenza continuerà, ma probabilmente crescerà e si intensificherà, portando il mondo più vicino a un periodo di grandi guerre – l’esatto opposto di ciò per cui gli americani hanno votato alle elezioni del 5 novembre.

I palestinesi, insieme ad altre nazioni nella regione e, in una certa misura, agli americani comuni, soffriranno le conseguenze di una politica estera bipartitica che ha messo gli Stati Uniti sulla via fondamentalmente essenzialmente distruttiva del genocidio e della guerra.

Le posizioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)