Un chirurgo palestinese sopravvive alle prigioni di Sde Teiman e Ofer

Fedaa al-Qedra

10 novembre 2024 The Electronic Intifada

Il dott. Khaled Al Serr, chirurgo del Nasser Medical Complex di Khan Younis, ha recentemente trascorso sei mesi come prigioniero nel sistema giudiziario militare israeliano. Prima del suo arresto si stava prodigando quanto possibile nell’impegno assistenziale durante una delle peggiori crisi umanitarie che Gaza abbia mai visto.

“Dal momento in cui è iniziata la guerra ho fatto tutto il possibile per aiutare la mia gente”, ha ricordato Al Serr durante un’intervista all’inizio di ottobre. “Non potevo pensare alla mia sicurezza quando così tanti miei connazionali avevano bisogno di aiuto”.

Ma alla fine di marzo le forze israeliane hanno preso d’assalto il Nasser Medical Complex per la seconda volta durante il genocidio in corso. I soldati hanno costretto il personale medico, tra cui Al Serr, a evacuare.

Ronzando sopra le loro teste i droni impartivano l’ordine di lasciare l’edificio. Nonostante indossasse il camice bianco da medico e uno stetoscopio al collo, che lo identificavano chiaramente come un medico, Al Serr è stato arrestato.

“Ci hanno fatto spogliare, ci hanno legato le mani e ci hanno bendato gli occhi”, racconta a The Electronic Intifada. “È stato umiliante, ma peggio ancora, ci hanno trattato come criminali. Eravamo solo medici che cercavano di salvare vite”.

Sopportare condizioni disumane

I soldati hanno poi portato Al Serr e gli altri in una casa vicina che era stata trasformata in un centro di comando militare. Lì, afferma, lui e i suoi colleghi hanno sopportato cinque giorni di detenzione in condizioni disumane.

“Per i primi quattro giorni non ci hanno dato cibo”, dice Al Serr, “e il quarto giorno (la sera), ci hanno portato un pezzettino di pane e del formaggio, appena sufficienti per sopravvivere”.

Durante tutto il calvario i medici sono rimasti con le mani legate e gli occhi bendati, mentre venivano sottoposti a interrogatori aggressivi e trattamenti violenti, ricorda.

Dopo cinque giorni di tormento, sono stati gettati dentro jeep militari, stipati insieme come sacchi di verdura.

“Ci hanno ammucchiati uno sopra l’altro”, dice Al Serr. “Siamo stati trattati peggio degli animali e i soldati, seduti su di noi, ci hanno deriso e picchiato durante tutto il tragitto fino al centro di detenzione di Sde Teiman” nel deserto del Negev.

Il centro di detenzione di Sde Teiman, noto per il trattamento disumano riservato ai detenuti, è diventato la nuova prigione di Al Serr. Racconta come i prigionieri non solo fossero disumanizzati, ma anche sottoposti a continui abusi fisici e psicologici.

“Ci hanno legato le mani e bendato gli occhi. Non ci era permesso muoverci, parlare o anche solo guardare di lato. Ogni piccolo movimento dava seguito a brutali percosse”, afferma Al Serr.

Uno degli aspetti più strazianti della prigionia è stato l’abuso sessuale e l’uso eccessivo della forza contro i prigionieri, dice.

“Ci picchiavano senza pietà, prendendo di mira le zone sensibili del nostro corpo con i manganelli”, racconta Al Serr. “Ci hanno persino aggrediti sessualmente, usando qualsiasi mezzo possibile per degradarci e umiliarci. Ci hanno spruzzato spray al peperoncino sulle parti intime. Era orribile.”

Il trattamento era un tentativo calcolato di distruggere i prigionieri, fisicamente e mentalmente.

Li ho visti torturare un uomo anziano solo perché muoveva le labbra nel recitare il Corano,dice Al Serr

La crudeltà andava oltre il dolore fisico, precisa.

Ai prigionieri era consentito lavarsi solo una volta alla settimana e, anche in quel caso, i vestiti che venivano dati loro erano stati cosparsi di sputi da parte dei soldati. “Avevamo due minuti per fare la doccia e, una volta finito, dovevamo indossare vestiti sporchi su cui [i soldati] si erano asciugati i piedi”, aggiunge Al Serr.

Le condizioni di vita a Sde Teiman erano squallide, con la struttura infestata da insetti e topi.

I detenuti erano costretti a dormire sopra sottili stuoie su pavimenti di cemento grezzo.

“Il freddo era insopportabile e non avevamo coperte per proteggerci”, dice Al Serr. “In quei pochi mesi ho perso 40 chili, sopravvivendo a malapena con un pezzo di pane tostato e una piccola porzione di marmellata o formaggio ogni giorno. Non era abbastanza per sostenere una persona”.

I prigionieri venivano spesso picchiati, soprattutto quelli che sfidavano le regole arbitrarie e oppressive delle guardie.

“Quando gli andava le guardie facevano irruzione nella cella e ci intimavano di sdraiarci a faccia in giù con la testa a terra. Chi disobbediva veniva picchiato con i manganelli”, dice Al Serr. “Alcuni prigionieri mi hanno detto che venivano picchiati sulle parti intime con i manganelli e colpiti con scariche elettriche. Usavano qualsiasi metodo possibile per tormentarci”.

Trasferiti nella prigione di Ofer

Nel corso delle proteste internazionali per gli abusi a Sde Teiman alcuni prigionieri, tra cui Al Serr, sono stati trasferiti nella prigione di Ofer nella Cisgiordania occupata. Al Serr è stato portato nella prigione di Ofer a giugno.

Sebbene le condizioni fossero leggermente migliori, gli abusi psicologici e fisici sono continuati. Amnesty International ha riferito che era trattenuto lì “senza accuse o processo ai sensi della legge abusiva sui combattenti illegali“.

“A Ofer i pestaggi erano meno frequenti, ma l’umiliazione non è mai cessata”, afferma Al Serr. “Non ci fornivano cure mediche adeguate. Ho avuto un’emorragia interna e non sono stato visitato da un medico per oltre un mese”.

Al Serr ha detto che quando finalmente gli è stato prescritto un farmaco è arrivato 10 giorni dopo la sua visita in ospedale. La mancanza di cibo e cure mediche nella prigione di Ofer rispecchiavano le terribili condizioni di Sde Teiman.

Dopo essere arrivati ​​alla prigione di Ofer Al Serr e i suoi colleghi sono stati condannati da un tribunale militare.

È stato un processo farsa condotto al telefono”, ha ricordato. “Non conoscevamo nemmeno le accuse contro di noi. Ci hanno etichettati come ‘combattenti illegali’ catturati durante la guerra e ci hanno imposto condanne arbitrarie fino alla fine del conflitto”.

Preoccupazioni per la famiglia e il rilascio

Ciò che ha pesato di più su Al Serr durante la sua prigionia è stata l’incertezza riguardo alla sua famiglia. “Ero costantemente preoccupato per loro, soprattutto perché durante la guerra erano stati sfollati. Ho sentito voci di operazioni militari vicino a Rafah, dove si trovavano, e ho temuto il peggio”, dice.

Dopo il suo inaspettato rilascio il 30 settembre, probabilmente perché non era considerato una minaccia, Al Serr è tornato al lavoro determinato a continuare a servire il suo popolo nonostante il trauma che aveva sopportato. Ma quando si è riunito alla sua famiglia loro vivevano tra le rovine della loro casa a Khan Younis.

“Siamo persone forti e resilienti”, dice, riflettendo sulla sua esperienza. “Questa non è la fine; è una testimonianza”.

Fedaa al-Qedra è una giornalista a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Perché l’UE non divorzierà da Israele

David Cronin

7 novembre 2024The Electronic Intifada

Ora che il suo mandato come responsabile della politica estera dell’Unione Europea sta per concludersi Joseph Borrell si sta trasformando in Mister Rabbia. In un commento recente ha sostenuto che è “giunto il momento” di porre fine all'”occupazione illegale” della Cisgiordania e di Gaza.

Borrell non ha nulla da perdere nell’essere schietto e preciso.

<<La situazione a Gaza e nei Territori Occupati peggiora di ora in ora, con sofferenze insopportabili per i civili. Nessuno sembra essere in grado o disposto a fermarla.

I coloni violenti seminano distruzione, gli ospedali sono assediati, le attività dell’UNRWA sono sempre più a rischio.>>

Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF) 4 novembre 2024

Non c’è alcuna prospettiva di una rapida riconciliazione tra lui e il governo israeliano, che ha infondatamente diffamato Borrell come antisemita. E se qualcuno si lamenta di come lui definisca l’occupazione “illegale”, Borrell può fare riferimento a una sentenza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia a luglio.

Tuttavia occorrerà più di qualche aspro commento per compensare il modo in cui Borrell ha favorito relazioni più strette con Israele durante gran parte del suo mandato quinquennale.

Ha ottenuto un certo successo in tal senso. Nel 2022 è stato risuscitato il Consiglio di Associazione UE-Israele, un forum di dialogo di alto livello, dopo essere stato messo in naftalina per un decennio.

Né la rabbia di Borrell dovrebbe nascondere il modo in cui la burocrazia di Bruxelles ha continuato a fare affari con Israele mentre massacra persone a Gaza e in Libano.

Il mese scorso l’UE ha annunciato che avrebbe dato un marchio di missione” a Eilat, una città in Israele. Il marchio – che dovrebbe aiutare le autorità locali ad avere un maggiore accesso ai finanziamenti – premia i piani volti a raggiungere la “neutralità climatica”.

Elogiare un’istituzione israeliana per la “neutralità climatica” è uno scherzo di cattivo gusto considerando che la guerra contro Gaza è stata un disastro ambientale. Secondo una stima la quantità di carbonio rilasciata durante i primi 120 giorni ha superato quella che 26 paesi poco inquinanti emetterebbero in un anno intero.

Grossolana incoerenza

Un altro esempio di grossolana incoerenza può essere il modo in cui l’UE ha recentemente approvato una sovvenzione per la ricerca scientifica per un progetto sulla pancreatite gestito dall’Università Ebraica di Gerusalemme.

La sovvenzione è stata firmata il 21 ottobre, solo pochi giorni dopo che Israele ha attaccato due dei tre ospedali ancora funzionanti (anche se a malapena) nel nord di Gaza.

Perché l’UE è pronta a sostenere progetti medici israeliani nello stesso momento in cui Israele sta annientando il sistema sanitario palestinese?

Un indizio può essere trovato in un documento informativo interno all’UE che ho ottenuto tramite una richiesta di accesso alle informazioni. Risale al dicembre 2021 e sostiene che la partecipazione di Israele a Horizon Europe, il programma scientifico dell’UE, è preziosa.

“Come UE noi beneficiamo dell’eccellenza, della capacità di innovazione di prim’ordine di Israele nelle nostre aree prioritarie chiave (verde, digitale, salute pubblica), nonché di un sostanziale contributo finanziario”, afferma.

Il contributo finanziario era “molto importante” all’epoca “vista l’incertezza” sul coinvolgimento della Gran Bretagna in Horizon Europe, aggiunge il documento (vedi sotto).

Queste poche frasi sono rivelatrici. I paesi che prendono parte a Horizon Europe da fuori UE pagano per farlo.

Dopo che la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione Europea nel 2020 non è più stata coinvolta nelle attività di ricerca dell’UE per alcuni anni.

La Gran Bretagna alla fine è entrata a far parte di Horizon Europe nel gennaio 2024. Durante la sua assenza, alcuni addetti ai lavori di Bruxelles hanno evidentemente visto Israele come sostituto della Gran Bretagna, almeno per quanto riguarda il programma di ricerca, un cardine della spesa dell’UE.

Josep Borrell è il secondo spagnolo a ricoprire la carica di capo della politica estera dell’UE.

Quando il suo connazionale Javier Solana stava per concludere il suo mandato in quel ruolo ha definito Israele “un membro dell’Unione Europea senza esserne membro istituzionale”.

Nell’ottobre 2009 Solana ha definito la cooperazione nella ricerca scientifica con Israele come “molto importante”.

Da allora gli addetti ai lavori dell’UE hanno continuato a sostenere lo stesso argomento.

Per parecchie persone a Bruxelles la relazione con Israele è considerata una specie di matrimonio. Non importa a quale barbarie si riduca Israele, la gerarchia dell’UE non osa pensare a un divorzio.

(traduzione dall’ inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ultras israeliani provocano scontri ad Amsterdam dopo aver gridato slogan antipalestinesi

Huthifa Fayyad e Areeb Ullah

8- novembre 2024 – Middle East Eye

Tifosi in trasferta insultano gente del posto e strappano bandiere palestinesi prima dello scoppio di scontri con olandesi

Giovedì ultras israeliani hanno provocato scontri con giovani olandesi ad Amsterdam dopo aver scandito slogan contro gli arabi, strappato bandiere palestinesi e ignorato un minuto di silenzio per le vittime dell’inondazione in Spagna.

Mercoledì e giovedì tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno provocato disordini in diverse zone della capitale olandese prima della partita dell’Europa League dell’UEFA contro l’Ajax, squadra di Amsterdam.

Secondo il quotidiano AD si sono visti ultras strappare almeno due bandiere palestinesi da quella che sembrava essere la facciata di un edificio residenziale la notte prima della partita.

Anche un taxista arabo è stato aggredito dalla folla che sembrava essere stata insieme ai tifosi israeliani, benché la polizia affermi di non poter identificare la nazionalità degli aggressori in quanto non sono stati effettuati arresti.

Mercoledì un gruppo di tifosi israeliani che si è riunito in piazza Dam è stato filmato mentre provocava scontri con gente del posto gridando “Fottiti” ad alcuni di loro e “Fanculo Palestina”.

Prima della partita di giovedì tifosi diretti allo stadio Johan Cruyff Arena sono stati visti gridare “Lasciate che l’IDF (esercito israeliano) fotta gli arabi”.

Si sono anche rifiutati di partecipare a un minuto di silenzio prima del calcio d’inizio per le almeno 200 persone morte nelle inondazioni a Valenza.

A quanto si sa la polizia non ha effettuato alcun arresto di tifosi israeliani coinvolti in provocazioni prima della partita.

La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha anche tenuto lontana dallo stadio una protesta filo-palestinese prevista da un gruppo di manifestanti che voleva esprimere il proprio dissenso per l’ospitalità alla squadra israeliana.

In un contesto di provocazioni contro gli arabi in città sono scoppiati scontri tra gli ultras israeliani e qualche giovane prima e dopo la partita e poi durante la notte.

Immagini condivise sulle reti sociali mostrano persone che si scontrano tra loro e la polizia che interviene. Altri video mostrano persone che aggrediscono e inseguono alcuni tifosi israeliani.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente le immagini.

Un portavoce della polizia ha affermato che cinque persone sono state ricoverate in ospedale e 62 sono state arrestate.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che 10 israeliani sono rimasti feriti e che si sono persi i contatti con altri due.

Venerdì Halsema ha affermato che non è ancora chiaro il numero esatto di quanti sono stati feriti e arrestati in totale. Ha detto che le autorità stanno ancora indagando per stabilire le dimensioni complessive dell’incidente.

Violenza dei tifosi israeliani 

Gli ultras israeliani di estrema destra sono noti per le violenze verbali e fisiche contro i palestinesi.

In marzo ad Atene prima della partita della squadra contro l’Olimpiakos tifosi del Maccabi Tel Aviv in trasferta hanno brutalmente picchiato un uomo che portava una bandiera palestinese.

All’inizio dell’anno l’associazione per i diritti FairSquare ha scritto al presidente dell’UEFA Aleksander Ceferin accusando l’ente calcistico europeo di “doppio standard” per aver escluso le squadre russe dalle sue competizioni dal febbraio 2022 ma aver rifiutato di fare altrettanto contro Israele.

Nicholas McGeehan, fondatore di FairSquare, ha evidenziato i precedenti di slogan razzisti da parte dei tifosi del Maccabi Tel Aviv e ha criticato il modo in cui le autorità olandesi li hanno dipinti come “vittime innocenti di antisemitismo”.

“I più importanti dirigenti israeliani, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno apertamente corteggiato i tifosi del calcio in Israele e in cambio hanno ottenuto il loro sostegno violento. Il razzismo ben documentato e la violenza esibita dai tifosi del Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam riflettono le azioni criminali del governo israeliano a Gaza e in Libano,” ha detto McGeehan a MEE.

“Ciò non assolve la violenza inflitta ai tifosi del Maccabi Tel Aviv, ma presentarli come vittime innocenti è una grave distorsione dei fatti. Per liberare il calcio europeo dal tipo di slogan genocidi che abbiamo visto dai tifosi del Maccabi Tel Aviv l’Uefa dovrebbe ricordare all’Israel Football Association [Federazione Calcistica Israeliana] in base all’articolo 7(7) del suo statuto i suoi obblighi di sradicare comportamenti razzisti, e imporre le debite sanzioni se l’IFA non prende provvedimenti.”

I politici olandesi condannano i propri cittadini

Il primo ministro olandese Dick Schoof ha definito gli scontri “attacchi antisemiti inaccettabili”, ma non ha citato le aggressioni da parte degli ultras contro i cittadini olandesi.

In un post su X Schoof ha affermato di aver parlato con il suo omologo Benjamin Netanyahu e di avergli assicurato che “i responsabili saranno identificati e processati.”

Geert Wilders, leader anti-musulmano e filo-israeliano del più grande partito del governo olandese, ha definito gli scontri un “pogrom” e una “caccia all’ebreo”.

Anche lui ha evitato di citare gli attacchi da parte degli ultras israeliani e ha invece chiesto di arrestare ed espellere quella che ha definito la “feccia multiculturale” coinvolta negli scontri.

Anche Netanyahu e altri politici israeliani hanno etichettato i disordini come antisemiti, e qualcuno li ha paragonati all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.

Il primo ministro ha detto di aver ordinato di inviare due aerei di soccorso in Olanda per evacuare i tifosi.

L’esercito israeliano ha affermato di stare preparando l’invio di una missione di soccorso in coordinamento con le autorità olandesi.

Tuttavia in seguito il portavoce internazionale dell’esercito Nadav Shoshani ha detto su X che la missione non sarebbe stata inviata ad Amsterdam.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cosa significa il licenziamento di Yoav Gallant da parte di Netanyahu per Gaza, la guerra regionale di Israele e le relazioni tra Stati Uniti e Israele

Mitchell Plitnick  

5 novembre 2024  Mondoweiss

Il licenziamento del ministro della Difesa Yoav Gallant da parte di Benjamin Netanyahu ha rimosso anche l’ultimo minimo freno all’espansione della guerra regionale di Israele contro l’Iran e l’asse della resistenza. La pressione internazionale per fermare Israele è ora più che mai necessaria.

In una mossa che stava preparando da molti mesi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha licenziato il suo ministro della Difesa Yoav Gallant. Sarà sostituito come ministro della Difesa dal ministro degli Esteri Yisrael Katz, che a sua volta sarà sostituito come ministro degli Esteri da Gideon Sa’ar. Sebbene Gallant fosse sulla “lista nera” di Netanyahu da molto tempo, il primo ministro è stato riluttante a sostituire il ministro della Difesa mentre Israele è impegnato in così tante importanti operazioni militari. Quindi, perché l’ha fatto solo ora?

Considerazioni di politica interna

La decisione di Netanyahu non ha nulla a che fare con preoccupazioni militari, ma con la politica interna. La coalizione è attualmente scossa dalle polemiche su un disegno di legge fortemente sostenuto dal partito United Torah Judaism [partito degli ultraortodossi, ndt.] che consentirebbe agli uomini ultra-ortodossi (noti come haredi) che si rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano di continuare a ricevere i sussidi per i figli. Lo scopo di fondo del disegno di legge è aggirare le nuove leggi che richiedono che gli haredi, da tempo esentati dal servizio militare obbligatorio, prestino servizio come gli altri cittadini.

Gallant non è l’unico membro della coalizione di governo a opporsi pubblicamente a questo disegno di legge, ma è quello di più alto profilo. Bisogna certo ricordare che Gallant è uno dei pochi nella cerchia ristretta a non essere un lacché di Netanyahu. Si è già opposto pubblicamente a Netanyahu in precedenza, ma questa volta, come verrà discusso qui di seguito, Netanyahu vuole assolutamente sostituire Gallant prima che si insedi la prossima amministrazione statunitense.

Yisrael Katz, da parte sua, è decisamente l’uomo per Netanyahu, tuttavia non ha una significativa esperienza militare, e questo sarà un problema per Israele. Non è nell’esercito da oltre 45 anni e non ha mai nemmeno prestato servizio civile nel ministero della Difesa. Katz è stato nominato alla luce del sole in modo che Netanyahu abbia effettivamente il pieno controllo del ministero della Difesa, mentre il licenziamento di Gallant è stato una punizione e un chiaro avvertimento a chiunque nella coalizione di governo voglia prendere in considerazione di andare contro il primo ministro in merito ad una legge cruciale.

Problemi di sicurezza

Gallant vede il genocidio a Gaza, così come le operazioni in Libano, Siria, Yemen e Iran, come operazioni di sicurezza. Pur sapendo che avrebbe dovuto dar conto dei massicci fallimenti israeliani il 7 ottobre, non ha messo le sue preoccupazioni personali al primo posto come Netanyahu. Per Gallant, il genocidio è stata la risposta appropriata al 7 ottobre. È stato lui, ricordiamo, a fare quello sfrontato annuncio sul bloccare del tutto a Gaza il cibo, l’acqua, l’elettricità, le medicine e tutti i beni per il sostentamento vitale a coloro che ha chiamato “animali umani”.

Ma è stato sempre lui a voler porre fine alle operazioni quando ha ritenuto che Hamas fosse stata effettivamente neutralizzata. Di nuovo, non era la preoccupazione per la vita di qualche palestinese, ma perché lo riteneva la cosa migliore per Israele.

È molto meno probabile che Katz metta in discussione le decisioni di Netanyahu, e anche i prossimi cambiamenti nella leadership militare di Israele hanno avuto un ruolo in questa decisione e nella sua tempistica.

Si dice che il capo di stato maggiore Herzi Halevi, il comandante militare al vertice di Israele, si dimetterà forse già il mese prossimo. Netanyahu vorrà probabilmente sostituirlo con un certo Eyal Zamir che è stato vicino a Netanyahu per molti anni, anche nel ruolo di suo segretario militare. Zamir è attualmente il vice capo di Stato Maggiore, quindi è in buona posizione.

Un ostacolo per Netanyahu è che quando Gideon Sa’ar ha accettato di entrare nel suo governo uno dei benefici che Netanyahu gli ha concesso è stato il potere di veto sul prossimo Capo di Stato maggiore. Questo ha sicuramente giocato un ruolo chiave nella nomina a ministro degli Esteri di Sa’ar, che è uscito dal Likud per formare il suo partito dopo anni di sfide a Netanyahu. Sa’ar è stato anche estraneo alla maggior parte delle decisioni prese in merito al genocidio a Gaza, il che lo aiuterà come ministro degli Esteri tenendolo lontano dal mirino della Corte Penale Internazionale e dal potenziale rischio nel viaggiare all’estero per via dei mandati di arresto della CPI, qualora dovessero mai essere emessi.

Cosa significa nella regione

Con Gallant fuori dal gioco e Netanyahu circondato da suoi uomini l’imperativo per una maggiore pressione internazionale è ancora più intenso. Gallant, che non ha problemi a massacrare decine di migliaia di palestinesi innocenti, vedeva ancora le cose attraverso la lente della sicurezza, sebbene feroce e brutale. Netanyahu ha altre preoccupazioni. Vuole prolungare i combattimenti per continuare a ritardare il suo processo per corruzione, ma sta anche andando avanti con il suo cosiddetto “colpo di stato giudiziario”, un tentativo a cui Gallant si è opposto, ciò che è una ragione in più per evitare qualsiasi diminuzione della violenza. Nella loro prospettiva i partner della coalizione di destra vogliono vedere Israele muoversi verso una vittoria militare regionale, sconfiggere alla fine l’Iran e stabilire Israele come indiscusso egemone regionale.

Abbiamo già visto Israele adottare misure per far procedere il genocidio a Gaza, per aumentare esponenzialmente la violenza in Cisgiordania, per devastare il Libano e per cercare di stabilire un predominio sull’Iran. Gallant stava sollevando questioni di strategia a lungo termine, che davano qualche speranza di una anche minima moderazione. Ora non ci sarà più alcuna voce del genere. Ciò potrebbe significare non necessariamente un’escalation, ma rende meno probabile una de-escalation. Netanyahu vede il tempo dalla sua parte e si sente più minacciato dalla fine dei combattimenti, anche se dovessero concludersi con quella che la maggior parte degli israeliani chiamerebbe vittoria a Gaza e in Libano, che dalla loro continuazione. Uomini come Katz e Zamir non lo convinceranno a cambiare idea, quindi fino a quando riuscirà a tenersi Sa’ar Netanyahu avrà rimosso con successo quel “rinnegato” di Gallant e dovrà confrontarsi con ancor meno moderazione di prima, per quanto sia difficile da immaginare.

Cosa significa a Washington

Yoav Gallant era il principale punto di comunicazione tra l’amministrazione di Joe Biden e il governo Netanyahu. Era benvoluto a Washington e ha coltivato quel rapporto al punto che gli americani a volte si rivolgevano a lui per fare pressione su Netanyahu o semplicemente per infastidirlo. Il suo rapporto con il Segretario della Difesa Lloyd Austin era particolarmente forte. Ora è tutto finito e per il resto del loro mandato i funzionari di Biden probabilmente avranno a che fare con qualcuno molto più vicino a Netanyahu. Ron Dermer, che è tanto repubblicano quanto braccio destro di Netanyahu, probabilmente assumerà il ruolo di mediatore tra i governi americano e israeliano.

Ciò potrebbe creare qualche tensione pubblica, relativamente parlando, anche se nulla di tutto ciò si tradurrà in cambiamenti politici. Tuttavia, senza Gallant, il rapporto tra i due governi sarà un po’ più gelido.

In ogni caso la decisione di Netanyahu di licenziare Gallant è stata sicuramente presa pensando a Washington. Washington era ben lungi dall’essere il fattore principale, ma era un fattore.

Con Gallant fuori gioco Netanyahu sarà ancora meno preoccupato per le deboli parole di simpatia di Biden o per le sprezzanti risate del portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller al fallimento di Israele nel rispettare la legge americana sull’autorizzazione degli aiuti umanitari a Gaza. Ma, cosa più importante, Netanyahu parla alla prossima amministrazione, chiunque vinca oggi le elezioni.

Se dovesse vincere Donald Trump, questo è esattamente il tipo di governo con cui si sentirebbe più a suo agio. Può coltivare il suo rapporto personale con Netanyahu, trattare direttamente con lui e preoccuparsi poco degli altri soggetti. Ciò aiuterà anche Netanyahu che potrà adulare, placare o confondere Trump qualora Trump decidesse che sarebbe meglio se Israele facesse marcia indietro nella sua aggressione. La squadra di Netanyahu sarà unita nel convincere Trump che sarebbe una cattiva idea.

Se dovesse vincere Harris, troverà un governo israeliano ancora più impenetrabile di quello con cui ha avuto a che fare Biden, in cui non troverebbe nessuno come alleato nell’affrontare le questioni da un punto di vista militare o di sicurezza piuttosto che politico. Questo è soprattutto ciò che Biden aveva da Gallant, e che Harris non avrebbe.

Netanyahu capirebbe sicuramente che la pressione su Harris non farebbe che aumentare il freno per Israele e, sebbene Harris non abbia dato alcuna indicazione che si allontanerebbe anche solo un po’ dalla politica di Biden, Netanyahu è anche pienamente consapevole che non avrebbe l’entusiastica affezione a quelle politiche che aveva Biden. Di conseguenza creare una cerchia ristretta dove non c’è un “adulto nella stanza” con cui parlare (tranne forse Sa’ar, ma l’influenza di un ministro degli Esteri in questo senso è molto inferiore a quella di un ministro della Difesa) gli fornisce un ulteriore strato di isolamento contro qualsiasi minima pressione che potrebbe essere esercitata.

L’unica speranza che emerge da tutto questo torna a dove tutto è iniziato. United Torah Judaism, il partito haredi, insiste affinché la legge sui sussidi per i figli vada avanti, anche se Netanyahu l’ha tolta dall’agenda della Knesset perché non ha i voti per approvarla. Ironicamente anche Gideon Sa’ar e il suo partito New Hope si oppongono a questa legge, anche se potrebbe essere che come parte della sua nomina a ministro degli Esteri ci sia un accordo per cambiare la cosa.

Il partito ultraortodosso detiene sette seggi alla Knesset. Se questa legge non passa si rifiuterà di votare qualsiasi altra legge, il che minaccia l’intera coalizione di governo. Senza di loro la maggioranza di Netanyahu ammonta a un solo seggio, il che apre la porta a Sa’ar o a un altro leader, anche dall’interno del Likud, per balzar su e far cadere questo governo.

Ma negli ultimi quindici anni Netanyahu ha regolarmente trovato modi per risolvere problemi come questo. E con questa mossa si è probabilmente ulteriormente protetto da qualsiasi possibilità di pressione americana volta a frenare la sua aggressione a Gaza, in Libano e altrove.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Tribunale di Umanità e Coscienza’- è stato istituito a Londra il Tribunale per Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

5 novembre 2024 Palestine Chronicle

Perché istituire un Tribunale del Popolo nonostante il coinvolgimento della Corte Internazionale di Giustizia? Perché l’ordine internazionale ha fallito il suo compito – la CIG, anche dopo aver definito genocidio le azioni di Israele, non riesce a far rispettare le sue sentenze.”

La scorsa settimana si è riunito a Londra un gruppo di celebri intellettuali, giuristi, artisti, difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media e delle organizzazioni della società civile per istituire il Tribunale per Gaza – un’iniziativa indipendente con il ruolo di “tribunale di umanità e coscienza”.

Gaza rappresenta un punto di rottura nel percorso storico dell’umanità, in cui prevale un sistema globale basato sul potere, non sulla giustizia”, afferma il sito web del Tribunale per Gaza. “Alla luce di questa prospettiva l’esigenza di considerare ciò che accade a Gaza nella sua dimensione storica, politica, filosofica e giuridica sta diventando un compito urgente e necessario per l’umanità.”

Guidato da Richard Falk, esperto emerito di diritto internazionale ed ex relatore speciale per l’ONU sui territori palestinesi occupati, il Tribunale sta intraprendendo una via alternativa alla giustizia internazionale, intesa a dare risalto alle voci della società civile nell’analisi delle violenze conseguenti al conflitto esacerbatosi dopo l’operazione della resistenza del 7 ottobre.

Perché è necessario?

Benché la causa di genocidio contro Israele sia attualmente all’esame della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), l’iniziativa è considerata come un Tribunale del Popolo.

Il fallimento dell’ordine internazionale nell’adempiere al suo compito è esattamente il motivo per cui è necessario un tribunale del popolo. La Corte Internazionale di Giustizia, nonostante abbia definito come genocidio l’attuale guerra di Israele, non è in grado di far rispettare le proprie sentenze”, afferma il sito web.

Il Tribunale per Gaza, convocato a Londra per due giorni di iniziali incontri preparatori, ha riunito circa 100 partecipanti.

Chi è coinvolto?

Tra i partecipanti all’incontro di Londra vi erano: Ilan Pappe, Jeff Halper, Ussama Makdisi,Ayhan Citil, Cornel West, Avi Shlaim, Naomi Klein, Aslı Bali, Mahmood Mamdani, Craig Mokhiber, Hatem Bazian, Mehmet Karlı, Sami Al-Arian, Frank Barat, Hassan Jabareen, Willy Mutunga, Victor Kattan, and Victoria Brittain.

Tra le organizzazioni partecipanti figurano: Legge per la Palestina (Law for Palestine), la Rete delle ONG palestinesi per l’ambiente (the Palestinian Environmental NGOs Network), la Rete araba per la sovranità alimentare (the Arab Network for Food Sovereignty (APN), Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele (the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel), l’Organizzazione palestinese per i diritti umani (Palestinian human rights organization Al-Haq), BADIL, il Centro per i diritti umani Al-Mezan (Center for Human Rights), l’Associazione in sostegno dei prigionieri e dei diritti umani (the prisoner support and human rights group) Addameer, e il Centro Palestinese per i diritti umani (the Palestinian Center for Human Rights) (PCHR).

Quali sono i suoi obbiettivi?

Il Tribunale per Gaza ha due principali obbiettivi: uno particolare e uno universale. L’obbiettivo particolare è contribuire a porre termine il prima possibile ai tragici eventi e indicarne i responsabili alla coscienza pubblica.

L’obbiettivo universale è emettere una decisione fondata sui valori intellettuali e morali dell’umanità, tale da poter servire da punto di riferimento per impedire future atrocità in tutto il mondo. Soffermandosi sui complessi motivi per cui tali eventi possono accadere, e ancora accadono in questo momento della storia umana, il Tribunale intende spiegare perché l’umanità non sia stata capace di porre fine a tali atrocità /come l’umanità possa porvi fine.

Secondo il sito web “la legittimità del Tribunale deriva dal rivolgere l’attenzione alle annose ferite della questione palestinese, con un focus sulla attuale tragedia a Gaza.”

Il risultato

Il sito web afferma che il documento complessivo che verrà predisposto dal Tribunale dopo tutte queste ricerche e valutazioni colmerà un grave vuoto che le nazioni hanno lasciato e fungerà da linea guida per tutte le nazioni del mondo.

Come opera il Tribunale

Secondo il sito il Tribunale per Gaza principalmente è composto dal Comitato Presidenziale, dalla Grande Sezione e da 3 Sezioni specializzate, oltre che da sei Unità Amministrative e di supporto.

Operando come un tribunale di opinione [Organismo indipendente, non giurisdizionale come il “Tribunale Russell-Sartre”n.d.t.], la Grande Sezione del Tribunale sarà costituita da tutti i membri del comitato e da circa 10 persone invitate. Inoltre possono anche essere inclusi tra i membri della Sessione Pubblica giuristi, accademici, artisti e intellettuali che sono stati riconosciuti, ma non hanno fatto parte di queste sezioni. Le Sessioni Pubbliche prendono decisioni a maggioranza. E’ essenziale che l’opinione di ciascun membro sia riportata nella decisione ed ogni membro ha il diritto di scrivere valutazioni positive, negative o divergenti che vanno allegate alla decisione. 

Ogni sezione sarà composta da cinque o sei membri. Essi saranno scelti tra le persone autorevoli nei rispettivi ambiti di appartenenza. Le sezioni discuteranno e perverranno alle decisioni nell’ambito delle proprie specifiche aree di discussione, che comprendono la Sezione di Diritto Internazionale, la Sezione di Relazioni Internazionali e Ordine Mondiale e la Sezione di Storia, Etica e Filosofia.

Dato che lo scopo del Tribunale è quello di attirare l’attenzione sul genocidio in corso a Gaza, l’obbiettivo è che le sessioni di ogni sezione siano trasmesse dal vivo su canali di informazione internazionali come TRT World, Associated Press e Al Jazeera.

Sarà inoltre composto da Unità Amministrative e di Supporto.

Le Unità Amministrative assicurano l’efficiente e corretto funzionamento del Tribunale e garantiscono le condizioni necessarie per un equo processo decisionale. Le Unità di Supporto, create a discrezione del Comitato Presidenziale, facilitano le procedure che contribuiscono al raggiungimento degli obbiettivi del Tribunale.

Inclusività e Accessibilità

L’agenzia di stampa Anadolu ha riferito che in una dichiarazione il Tribunale ha sottolineato il proprio impegno all’inclusività e accessibilità, invitando associazioni della società civile palestinese e persone colpite direttamente dal conflitto a presentare prove e testimonianze.

Questo ente, hanno affermato gli organizzatori, ha lo scopo di colmare un vuoto, concentrando l’attenzione sull’impatto umano delle politiche e delle azioni di Israele sui civili palestinesi.

Oltre ad occuparsi degli eventi recenti l’apparato giuridico del Tribunale integrerà i temi del colonialismo di insediamento e dell’apartheid, contestualizzando le sue conclusioni all’interno del pluridecennale conflitto israelo-palestinese e di eventi storici quali la Nakba del 1948 e l’occupazione dei territori palestinesi successiva al 1967.

Secondo gli organizzatori il Tribunale per Gaza “deriva il suo potere e la sua autorità non dai governi, ma dalle persone in generale e dai palestinesi in particolare ed usa l’accumulazione intellettuale e di coscienza dell’umanità con cui chiunque di buon senso può concordare e che può produrre giudizi e documenti che possono essere di riferimento per problemi futuri.”

Seconda fase

Secondo gli organizzatori la seconda fase del Tribunale per Gaza è programmata per maggio 2025 a Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, in cui verranno condivise con il pubblico relazioni predisposte, testimonianze e bozze di dichiarazioni.

Nella sessione di Sarajevo si prevede che parlino rappresentanti di comunità colpite e testimoni esperti.

L’udienza principale del Tribunale, parte cruciale dell’iniziativa, è programmata per ottobre 2025 a Istanbul, Turchia.

A Istanbul un gruppo di esperti presenterà una bozza delle conclusioni e decisioni del Tribunale, comprendenti testimonianze e dichiarazioni di civili ed organizzazioni palestinesi colpiti dalla crisi.

Incessante genocidio

Ignorando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un immediato cessate il fuoco, Israele ha incassato la condanna internazionale durante la sua continua e brutale offensiva a Gaza.

Attualmente sotto processo di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio nei confronti dei palestinesi, Israele ha scatenato una devastante guerra contro Gaza a partire dal 7 ottobre (2023).

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza sono stati finora uccisi 43.391 palestinesi e feriti 102.347.

Inoltre almeno 11.000 persone risultano scomparse, probabilmente morte sotto le macerie delle loro case in tutta la Striscia.

Israele afferma che 1.200 soldati e civili sono stati uccisi durante l’operazione ‘Diluvio di Al-Aqsa’ del 7 ottobre. I media israeliani hanno pubblicato rapporti che suggeriscono che molti israeliani quel giorno sono stati uccisi da ‘fuoco amico’.

Milioni di sfollati

Organizzazioni palestinesi e internazionali dicono che la maggioranza degli uccisi e feriti sono donne e bambini.

La guerra israeliana ha provocato una grave carestia soprattutto al nord di Gaza, che ha condotto alla morte molti palestinesi, per la maggior parte bambini.

L’aggressione israeliana ha anche provocato lo sfollamento forzato di circa 2 milioni di persone da tutta la Striscia di Gaza, costringendo la grande maggioranza degli sfollati dentro la città meridionale densamente popolata di Rafah, vicino al confine con l’Egitto – in ciò che è diventato il più grande esodo di massa dalla Nakba del 1948.

Più avanti nel corso della guerra, centinaia di migliaia di palestinesi hanno cominciato a spostarsi dal sud verso il centro di Gaza in una continua ricerca di salvezza.

(PC, Anadolu)

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna) 




A causa del boicottaggio per il supporto ad Israele, Carrefour chiude i negozi in Giordania

Redazione di MEMO

5 novembre 2024 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu ha riferito che ieri la catena multinazionale francese Carrefour ha affermato che chiuderà tutti i suoi negozi in Giordania, un passo riconducibile ad un boicottaggio in corso dei marchi che supportano Israele.

A partire dal 4 novembre 2024, Carrefour cesserà tutte le operazioni in Giordania e sospenderà le sue attività nel regno” ha scritto Carrefour in una dichiarazione su Facebook.

La società ha espresso gratitudine ai suoi clienti, aggiungendo: “Noi ringraziamo i nostri clienti per il loro supporto e ci scusiamo per qualsiasi inconveniente questa decisione possa causare.”

Dal 7 ottobre 2023 i principali marchi internazionali hanno subito boicottaggi internazionali come risultato dello sdegno popolare per il loro supporto diretto o indiretto ad Israele mentre bombarda Gaza.

Lo scorso mese la catena di fast food McDonald’s ha riferito di un crollo nelle vendite per il secondo trimestre consecutivo. La filiale israeliana di McDonald’s ha distribuito gratuitamente cibo ai membri delle forze di occupazione israeliane e continua a fornire alle persone attive in servizio pasti gratuiti o scontati con l’obiettivo di supportare i loro bombardamenti contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La raccolta delle olive in Cisgiordania è “più pericolosa” perché sono raddoppiati gli attacchi dei coloni

Tamara Nassar

5 novembre 2024 – Electronic Intifada

L’esercito israeliano e i coloni ebrei stanno rendendo questa “la stagione della raccolta delle olive più pericolosa in senso assoluto” per i contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Questa segnalazione proviene da decine di esperti ONU dei diritti umani, tra cui Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

In ottobre sono stati documentati dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHAalmeno 270 attacchi connessi ai coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in 110 comunità nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

Coloni armati e soldati israeliani attaccano, vessano e impediscono ai contadini l’accesso alla propria terra, talvolta ferendoli o uccidendoli.

In ottobre gli israeliani hanno bruciato, tagliato e vandalizzato oltre 1000 alberi, principalmente ulivi. Hanno anche rubato i raccolti e gli attrezzi per la raccolta.

I coloni hanno persino arato terre di proprietà palestinese per poi piantarci alberi nel villaggio di Ein al-Baida, nella valle del Giordano.

Israele blocca l’accesso alle terre ai palestinesi con barriere fisiche, limitando il tempo a loro concesso per stare sui propri terreni e persino imponendo restrizioni arbitrarie sull’età e il numero di contadini che vi possono accedere.

Per esempio le autorità di occupazione israeliana stanno limitando l’accesso ai terreni vicino alla colonia israeliana di Mevo Dotan “a circa 50 contadini dai quarant’anni in su,” secondo l’OCHA.

Ciò intralcia seriamente l’accesso a circa 2.000 ettari di terra appartenenti a varie famiglie del governatorato di Jenin.

I contadini palestinesi possono accedere alle proprie terre solo con permessi di “coordinamento preventivo” concessi dalle autorità israeliane.

Secondo gli esperti ONU gli attacchi contro i contadini “potrebbero peggiorare dato che le autorità israeliane li hanno progressivamente revocati o hanno omesso” di rilasciarli.

Le autorità israeliane hanno parzialmente revocato le restrizioni all’accesso agli uliveti entro 200 metri dai confini delle colonie israeliane.

Ma ciò non è mai una garanzia di sicurezza per i raccoglitori palestinesi mentre sono al lavoro.

Il 17 ottobre una donna palestinese 59enne è stata colpita a morte dal fuoco israeliano mentre raccoglieva olive a circa 200 metri dal muro dell’apartheid nel villaggio di Fuqaa, vicino a Jenin, nella Cisgiordania settentrionale occupata.

Ma in quella zona non sono richiesti permessi da parte dell’esercito israeliano.

Un uomo in uniforme militare è arrivato e ha sparato circa 10 colpi nella sua direzione,” riferisce Haaretz, quotidiano di Tel Aviv.

È stata identificata dal ministero della Salute palestinese come Hanan Abd al-Rahman Abu Salama.

Una fonte della sicurezza ha affermato che, secondo un’indagine preliminare, ad Abu Salama è stato sparato in una zona dove non è richiesto ai palestinesi di coordinare il raccolto con le autorità israeliane, anche se si consiglia di informarli prima di avvicinarsi alla barriera,” scrive Haaretz.

Un membro del consiglio del villaggio ha detto al giornale che l’ufficio di collegamento dell’Autorità Palestinese aveva informato il consiglio che la raccolta era autorizzata, in coordinazione con le autorità di occupazione israeliane. L’assessore Munir Barakat ha detto che gli abitanti erano poi stati informati che avrebbero potuto accedere ai loro uliveti vicino al muro dell’apartheid, esattamente ciò che stava facendo Abu Salama.

Attacchi raddoppiati

Anno dopo anno gli attacchi dei coloni sono una parte normale della stagione della raccolta delle olive e una seria minaccia alle vite e ai mezzi di sostentamento dei palestinesi.

Ma dal genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza gli estremisti ebrei sono stati incoraggiati a un’escalation dei loro attacchi, talvolta letali, contro i palestinesi, nella più totale impunità e con l’abituale protezione dell’esercito israeliano.

Dal 7 ottobre 2023 sono stati sradicati, distrutti o danneggiati oltre 14.000 alberi, quasi tutti ulivi, come ha riferito la pubblicazione Arab 48 citando dati documentati dai palestinesi.

Gli attacchi documentati dei coloni contro i palestinesi relativi al raccolto delle olive quest’anno sono fino ad ora almeno il doppio dei 60 riportati durante il raccolto dello scorso anno. L’Ufficio delle Nazioni Unite OCHA che li monitora ha detto che ci sono stati 59 incidenti nel 2022 e 36 nel 2021.

Durante la stagione dell’anno scorso le forze di occupazione israeliane hanno annullato quasi tutte le autorizzazioni dei palestinesi per accedere alle loro terre.

I palestinesi non hanno potuto andare sulle proprie terre situate entro i confini delle colonie esclusivamente ebraiche o lungo le strade usate dai coloni.

Secondo l’OCHA anche quest’anno esse restano “completamente off limits” per i contadini palestinesi che quindi non hanno potuto raccogliere oltre 9.600 ettari di uliveti perdendo 1.200 tonnellate di olio d’oliva per un valore stimato di 10 milioni di dollari.

Da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza nell’ottobre 2023 i palestinesi della Cisgiordania occupata hanno subito il maggiore livello di violenza e di restrizioni dei movimenti da parte dell’esercito israeliano e dei coloni ebrei in molti anni.

Significato

Il raccolto autunnale delle olive è vitale per l’economia palestinese e l’olio d’oliva è un elemento profondamente radicato nella dieta e cultura palestinese.

Dieci anni fa i dati dell’ONU indicavano che l’industria dell’olio d’oliva costituiva il 25% del reddito agricolo nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

La raccolta di solito inizia dopo le prime piogge all’inizio dell’autunno per continuare in ottobre fino a novembre. I palestinesi di tutte le età si riuniscono nei loro uliveti, cantando insieme canzoni popolari e facendo la cernita dei loro raccolti.

Gli esperti ONU hanno aggiunto che l’attacco israeliano contro una celebrazione plurisecolare del loro patrimonio è un ulteriore attacco all’autodeterminazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La polizia del Regno Unito arresta l’accademico israeliano Haim Bresheeth dopo un discorso pro-Palestina

Redazione MEE

4 novembre 2024-Middle East Eye

Professore ebreo in pensione arrestato per presunto sostegno a un’organizzazione proscritta dopo aver detto che “Israele non può vincere contro Hamas”

Un accademico ebreo cresciuto in Israele è stato arrestato dalla polizia metropolitana di Londra dopo un discorso da lui tenuto durante una manifestazione pro-Palestina nella capitale britannica durante il quale ha affermato che Israele “non può vincere contro Hamas”.

Haim Bresheeth, figlio di sopravvissuti all’Olocausto e fondatore del Jewish Network for Palestine, è stato arrestato durante una manifestazione fuori dalla residenza dell’ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely, nel nord di Londra.

Secondo una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa Skwawkbox da un portavoce della polizia è accusato di aver sostenuto un’organizzazione proibita. In una registrazione video dell’arresto di Bresheeth un agente di polizia lo informa che è stato arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 per “aver fatto un discorso d’odio”.

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi dichiarati, né a Gaza, né in Libano, né in Iran, né altrove”, ha detto Bresheeth nel suo discorso.

“Cosa ha ottenuto? Omicidi, caos, genocidio, razzismo, distruzione, ecco in cosa sono bravi”, ha detto Bresheeth. “Ma non possono combattere la resistenza, hanno perso ogni singola volta.

“Non possono vincere contro Hamas, non possono vincere contro Hezbollah, non possono vincere contro gli Houthi. Non possono vincere contro la resistenza unita contro il genocidio che hanno iniziato”.

Il portavoce della polizia ha affermato che le forze dell’ordine sono impegnate in un “intervento di costante equilibrio ” e che stavano agendo per “prevenire intimidazioni e gravi disordini nelle comunità”.

Dopo aver trascorso una notte in custodia Bresheeth è stato rilasciato senza imputazione il 2 novembre, ma è ancora sotto inchiesta.

L’arresto dell’accademico ebreo segue una serie di raid e arresti che hanno preso di mira giornalisti e attivisti filo-palestinesi ai sensi della legislazione antiterrorismo. A ottobre la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nell’abitazione del giornalista Asa Winstanley come parte di un’indagine ai sensi del Terrorism Act sulla sua attività sui social media.

Il 15 agosto il giornalista Richard Medhurst è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act al suo arrivo nel Regno Unito, presumibilmente in relazione al suo reportage sulla Palestina.

Meno di due settimane dopo la giornalista filo-palestinese Sarah Wilkinson è stata arrestata da membri della polizia antiterrorismo col volto coperto durante un’irruzione all’alba nella sua abitazione per accuse relative a contenuti da lei pubblicati online.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Genocidio a Gaza: Israele sta impazzendo?

David Hirst

4 novembre 2024 – Middle East Eye

Netanyahu ha dato potere ai sionisti religiosi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e altrove ora sentono di stare attuando il disegno divino per il suo popolo eletto. Non andrà a finire bene

“Perché era del Signore indurire i loro cuori perché se essi (i Cananei) incontrassero Israele in battaglia… ma perché (gli Israeliti) li votassero allo sterminio, come il Signore aveva comandato a Mosè.”

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e, a titolo assolutamente informale, governatore della Cisgiordania, ha da lungo tempo un debole per questo verso, una citazione dal Libro di Giosuè per illustrare quello che chiama il suo piano decisionista, o di dominazione, di Giudea e Samaria, i nomi biblici di quel territorio.

Quindi è così, ha spiegato Smotrich, che proprio come Giosuè avvertì i Cananei di quello che sarebbe accaduto loro se lo avessero ostacolato, ora egli ha avvertito i palestinesi di quello che comporterebbe il suo piano per loro. Sono davanti a tre possibilità: rimanere dove sono ora come “stranieri residenti” con uno “status di inferiorità in base alla (antica) legge ebraica”; emigrare; rimanere e resistere.

Se scelgono il terzo cammino, ha detto loro, le “forze di difesa israeliane” [l’esercito israeliano, ndt.] sapranno cosa fare. E di cosa si tratterebbe? “Uccidere quelli che devono essere uccisi.” Cosa: intere famiglie, donne e bambini? Ha risposto: “À la guerre comme à la guerre.”

Nel corso degli anni i cosiddetti attacchi “prezzo da pagare” (di rappresaglia) dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, sradicando i loro antichi ulivi, rubando le loro greggi e avvelenando i loro pozzi e cose simili, sono andati intensificandosi, ma a partire da due mesi dalla nomina a ministro di questo cosiddetto sionista religioso di estrema destra hanno raggiunto un notevole incremento, sia in termini qualitativi che quantitativi.

Alla fine di febbraio dello scorso anno circa 400 di costoro, accompagnati da soldati regolari in un presunto ruolo di controllo, si sono scatenati indisturbati a Huwwara, una cittadina di circa 7.000 abitanti, incendiando 75 case e quasi 100 veicoli e, tra le altre insensate crudeltà, hanno sgozzato o percosso a morte animali domestici, gatti e cani, davanti ai bambini, e fermandosi solo un attimo, mentre lo facevano, per recitare il Maariv, la preghiera ebraica della sera.

“È stata la Notte dei Cristalli”, ha mormorato uno stupefatto giovane soldato di leva che, per caso, aveva assistito a tutto ciò, in riferimento al pogrom nazista su scala nazionale del novembre 1938.

Su Ynet [sito di informazione israeliano moderatamente critico, ndt.] un editorialista israeliano, Nahum Barnea, è arrivato alle stesse conclusioni: “La Notte dei Cristalli è rinata a Huwwara,” ha scritto.

Smotrich non lo aveva ordinato, ma è stata l’improvvisa e sorprendente promozione del loro campione all’alta carica a incoraggiare i suoi sostenitori a farlo. E non appena tutto ciò è finito egli ha entusiasticamente applaudito, salvo che per quanto riguarda un argomento essenzialmente procedurale: “Sì” ha detto, “penso che Huwwara debba essere spazzato via, ma che lo dovrebbe fare lo Stato, non, dio ce ne guardi, privati cittadini.” E, ha continuato, avrebbe chiesto a tempo debito alle “Forze di Difesa Israeliane” di “colpire città palestinesi con carrarmati ed elicotteri, senza pietà e in un modo che comunichi loro che il padrone della terra è impazzito.”

Per molti la devastazione di Huwwara richiama il futuro piano di Smotrich e, si immagina, ciò vale innanzitutto per lo storico Daniel Blatman, che, notando che Smotrich prende a modello Giosuè, il genocida dell’antichità, ha suggerito un candidato più appropriato e più contemporaneo per tale onore: Heinrich Himmler, il principale architetto dell’Olocausto.

Frange estremiste

In molte parti del mondo mettere in rapporto israeliani, o in generale ebrei, con i nazisti è un tabù, vietato, antisemitismo dei peggiori.

Questa è presumibilmente la ragione per cui la rinomata sociologa franco-israeliana Eva Illouz* trova veramente “ironico” che cittadini dello “Stato ebraico” citino paralleli con l’hitlerismo nelle loro discussioni quotidiane “come non oserebbe fare nessun’altra società”.

In altre parole, per dirla senza mezzi termini, gli israeliani si chiamano l’un l’altro costantemente nazisti tout court, o, più semplicemente, denunciano quella che vedono come la loro condotta simile al nazismo.

Si prenda ad esempio Itamar Ben Gvir, il leader del partito di estrema destra Potere Ebraico nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha iniziato la sua carriera cosiddetta “politica” come un qualunque teppista da strada a Gerusalemme e in seguito è stato incriminato circa 50 volte e condannato otto per accuse come incitamento alla violenza, razzismo e appoggio a un’organizzazione terroristica.

Prima ha conquistato una sorta di notorietà a livello nazionale nel 2015, quando diventò virale un video durante un matrimonio di coloni. Nel filmato giovani ospiti maschi si dedicavano all’accoltellamento rituale dell’immagine di un neonato arabo, Saad Dawabsha, che uno dei loro compagni aveva recentemente bruciato vivo nel nome del “messia”, in un attacco incendiario contro una casa nel sonnolento villaggio di Duma, in Cisgiordania.

Ben Gvir li lodò come “bravi ragazzi”, “sale della terra” e “i migliori sionisti”.

Tuttavia per tutta la sua improvvisa e nuova celebrità quanto meno nella mente dell’opinione pubblica è rimasto, come Smotrich, intrappolato nelle frange estremiste della politica israeliana.

Persino Netanyahu, non certo un buonista progressista o di sinistra, continuò ad evitarlo come la peste finché, nella sua assoluta disperazione per formare un governo, ha deciso che l’unico modo per farlo era non solo di invitare la coppia a unirsi [a lui], ma di sottoporsi anche alle loro condizioni estorsive perché lo facessero.

Smotrich ha chiesto il controllo sulla Cisgiordania, formalmente prerogativa dell’esercito, e Ben Gvir ha concordato la creazione di un cosiddetto ministero della Sicurezza Nazionale del tutto nuovo, sotto i cui auspici, oltre al suo controllo sulla polizia tradizionale, avrebbe creato una guardia nazionale sottoposta al suo esclusivo comando.

Che, non appena ha iniziato a farlo quanti conoscono la storia della Germania nazista  – e con ogni probabilità ce ne sono in percentuale molti di più in Israele che da qualunque altra parte tranne che nella stessa Germania – hanno preso a chiamarli  Sturmabteilung, o Camicie Brune, la numerosa e feroce organizzazione paramilitare su cui Hitler si basò durante la sua ascesa al potere e, finché non venne sostituita dalle ancora più violente Schutzstaffel, o SS, il suo successivo regime dittatoriale.

La prima nomina di Ben Gvir, quella del suo capo di gabinetto, ha fatto ben poco per fugare queste preoccupazioni. Chanamel Dorfman, ora un tranquillo settantaduenne, è stato uno dei “bravi ragazzi” così come sposo e accoltellatore capo al “matrimonio dell’odio”, come è stato definito. In una delle sue prime esternazioni rese note al momento del suo insediamento, ha detto ai suoi detrattori che il suo “unico problema con i nazisti” è che egli si sarebbe trovato “dalla parte dei perdenti”.

Evento “neonazista”

Durante gran parte del 2023, e fino al 7 ottobre, quando il massacro di Hamas nel sud di Israele ha portato a una brusca battuta d’arresto, Israele era precipitato in una sempre più profonda crisi riguardo ai piani di Netanyahu per le cosiddette “riforme giudiziarie”.

Uno dei partecipanti, lo storico Yuval Noah Harari, durante una manifestazione contro la riforma e a favore della democrazia, ha raccontato quanto sia stato sconvolto da una canzone cantata dai dimostranti a favore della riforma e del regime che si trovavano lì vicino.

Ha detto che aveva un “motivetto così orecchiabile” che praticamente anche lui ha iniziato a canticchiarlo tra sé, finché, ecco, lo ha cercato su YouTube, dove aveva ottenuto migliaia di visualizzazioni, e ha scoperto con orrore che finiva come segue:

Chi è andato a fuoco ora? Huwaara!/ Case e auto! Huwwara!/ Hanno portato via vecchie signore, donne e ragazzine; ha bruciato tutta la notte! Huwwara!/Bruciate i loro camion! Huwwara!/ Bruciate le loro strade e macchine!/ Huwwara!

Ovviamente non così totalmente spregevole come la canzone “Quando il sangue ebreo macchia il coltello…”, che le Einsatzgruppen, o squadroni della morte delle SS, erano solite cantare, e a cui un commentatore israeliano le ha accostate, tuttavia non tanto diverse come ispirazione.

Come lo è un’altra istituzione fascista, l’annuale Marcia della Bandiera, che festeggia l’occupazione di Gerusalemme nella guerra arabo-israeliana del 1967.

Si tratta di un tripudio di retorica trionfalistica e di bellicosità in cui i giovani del Paese, pressoché tutti coloni, sfilano attraverso l’antico cuore arabo della città. Mentre si aprono la strada giù per gli stretti vicoli, scandendo entusiasti slogan come “morte agli arabi” o “possano i loro villaggi bruciare”, essi minacciano, insultano e sputano contro ogni palestinese sfortunato o abbastanza temerario da trovarsi lungo il loro percorso, e a volte li gettano a terra per colpirli e picchiarli a piacimento. Ogni tanto persino a giornalisti o fotografi ebrei tocca la stessa sorte.

Un evento “neonazista”, ha scritto il giornalista e attivista Gideon Levy su Haaretz, “che assomiglia troppo a quelle foto di ebrei picchiati in Europa alla vigilia dell’Olocausto.”

Quindi dov’è questo “nazismo ebraico” nella sua forma più perniciosa, e pericolosa? Ovviamente pericolosa, e in modo più immediato, ovviamente e drasticamente tale, per i suoi obiettivi principali, i palestinesi. Ma alla fine, come dirà il tempo, per lo stesso Stato di Israele.

Fisicamente e operativamente si trova principalmente in Cisgiordania, che è dove, notoriamente e profeticamente, il defunto professor Yeshayahu Leibowitz, un filosofo molto amato, aveva per primo identificato il fenomeno e gli aveva dato il nome.

Moralmente ed emotivamente, esso abita nei cuori e nelle menti dei Ben Gvir e degli Smotich, nei coloni religiosi e nei loro molti complici nel governo, nell’esercito e nell’opinione pubblica in generale, molti di loro anche religiosi, ma alcuni laici ultra-nazionalisti che ne condividono le grandiose ambizioni ma non la fede.

Il fenomeno si manifestò per la prima volta sulla scia della guerra arabo-israeliana del 1967. Ecco il perché. Il sionismo, almeno in apparenza, era un’ideologia vigorosamente laica, persino anticlericale. Per i rabbini della diaspora, o per la grande maggioranza di essi, era un’aberrazione, un peccato, persino una “ribellione contro dio”.

Ma in Israele-Palestina un movimento che abbracciò una interpretazione totalmente religiosa del sionismo guadagnò sempre più terreno. In effetti era radicale e rivoluzionaria, con l’obiettivo che lo “Stato ebraico” andasse oltre quello dei laici.

Per esempio nel campo fondamentale del territorio intendeva comprendere tutta Eretz Israel, o Terra di Israele, come promesso da dio nel suo patto con Abramo e i suoi discendenti, e come minimo, i saggi nel corso delle epoche avevano stabilito, Eretz Israel includeva Giudea e Samaria (la Cisgiordania) e Gaza, così come parti consistenti di quelli che ora sono il Libano, la Siria e la Giordania.

Messaggio da dio

Per questi sionisti religiosi la vittoria storica di Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967, ai loro occhi miracolosa, era stata un “messaggio di dio”: avanzate, impossessatevi e insediatevi in queste aree sacre da poco conquistate, in cui si trovavano una volta gli antichi regni ebraici.

Molti compiti li aspettavano, il loro cammino verso la “redenzione” e l’arrivo del messia. Forse il più difficile, per non dire apocalittico, per loro era la ricostruzione dell’antico tempio ebraico sul luogo in cui ora si trovano le moschee della Cupola della Roccia e Al-Aqsa. Ma per il momento questo insediamento sulla terra è ora diventato il più immediatamente fattibile per loro.

Il loro cammino verso la redenzione tuttavia rischia di diventare il cammino di Israele verso la rovina. Così almeno ha affermato Moshe Zimmermann, uno studioso di storia tedesca, che attualmente partecipa a un progetto di ricerca sul tema delle “Nazioni che impazziscono”. La Germania, ha affermato, lo fece nel 1933 con l’ascesa al potere di Hitler, Israele “iniziò” a farlo all’indomani della guerra del 1967, precisamente con questa colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza come sua principale manifestazione.

Per questo è una sorta di progetto “nazista ebraico” per eccellenza, presieduto da una storicamente nuova e militante sorta di religiosi convertiti al sionismo. Permeati della loro “teologia di violenza e vendetta” di nuovo conio, essi giustificano praticamente qualunque cosa possa portare avanti la causa, diventata ora santa.

Tra loro è diventato importante il mentore spirituale di Ben Gvir, il rabbino Dov Lior, che una volta notoriamente o scelleratamente disse del medico israelo-americano Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise con il mitra 29 fedeli nella moschea di Ibrahim a Hebron, che egli era “un martire più santo di tutti i santi martiri dell’Olocausto”.

Secondo Zimmermann la “storia delle colonie” è la storia di un “romanticismo biblico” che sta “trascinando tutta la società verso la perdizione”, e l’unico modo “logico” per fermarla è la “soluzione dei due Stati” per il conflitto arabo-israeliano e il ritiro totale di Israele dai territori occupati che ciò comporterebbe.

“L’alternativa (è) che noi mettiamo in atto azioni di tipo nazista contro i palestinesi o che i palestinesi lo facciano contro di noi,” ha affermato.

Veramente un avvertimento preveggente, in quanto loro, e il mondo, hanno avuto entrambi.

L’attacco del 7 ottobre è stato l’11 settembre di Israele, una prodezza terroristica assolutamente di sorpresa, tanto brillante (o quasi) nell’esecuzione quanto omicida nelle intenzioni e tanto catastrofico nelle conseguenze quanto lo fu il dirottamente da parte di Osama bin Laden degli aerei americani che si sono schiantati contro le Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001.

Indubbiamente la vendetta è stata un importante motivo dietro all’“azione in stile nazista” di Hamas. Ma gli attacchi hanno anche rappresentato qualcos’altro: una dimostrazione spettacolare della “resistenza” e della “lotta armata” che ritiene essere l’unica, o la principale, via per la “liberazione”, un obiettivo che, almeno ufficialmente, continua a definire come la riconquista di tutta la Palestina, compresa quella che è ora la parte israeliana di essa.

Riguardo alle “azioni in stile nazista” di Israele, anch’esse sono una vendetta, ma a un livello, con una durata e una ferocia che in confronto rende quasi patetica quella di Hamas.

Mutevoli obiettivi di Israele

Nel contempo l’obiettivo ufficiale di Israele, la distruzione di un’‘organizzazione terroristica’, si è trasformato, non ufficialmente ma concretamente, in qualcosa di ben altro, in niente di meno, nei fatti, che in un altro grande progresso nel progetto divino in corso per il suo popolo eletto, il controllo completo degli ebrei su tutta la Palestina dal fiume al mare, la cancellazione, o riduzione ai minimi termini, di ogni presenza araba al suo interno e, in definitiva, la trasformazione dell’attuale, autoproclamato “ebreo e democratico” Stato di Israele in uno “ebreo e halakhico” (teocratico), che sarà governato, se Smotrich riesce a fare a modo suo, dalle leggi dei tempi di re Davide.

Almeno è così che i sionisti religiosi percepiscono la guerra durata ormai un anno, di gran lunga la più lunga e sanguinosa di Israele dal 1948 e dalla Nakba [la pulizia etnica dei palestinesi dal 1947-49, ndt.], e loro se ne rallegrano.

Per costoro, o così i loro rabbini e altri luminari proclamano, sono tempi “magnifici”, anzi “miracolosi”, e nuovamente una prova, se ci fossero stati dubbi su questo dopo il molto contestato ritiro di Israele da Gaza nel 2005, di un dio ancora più che mai chiaramente propenso alla loro “redenzione”, e che ordina loro di ritornarvi.

E a tre mesi dall’inizio della guerra, in una cosiddetta Conferenza per la Vittoria di Israele, a quanto si dice “festosa”, loro e la schiera di ministri e membri del parlamento che vi hanno partecipato si sono impegnati, tra canti e balli, a farlo, preferibilmente insieme all’“emigrazione”, “volontaria” o forzata, di tutta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Ma, finché ciò non succederà, anche senza.

Nel contempo soldati religiosi, percependo di avere a portata di mano “qualcosa di magnifico”, stanno già costruendo sinagoghe provvisorie in zone “liberate” della Striscia.

In Cisgiordania Smotrich sta progredendo nei suoi progetti di nuove grandi colonie in mezzo a un’ondata di mini Huwwara, cacciando altri palestinesi dalle loro terre e dai loro villaggi ancestrali.

E una guerra su vasta scala in corso contro il Libano ha provocato entusiastici discorsi su occupazione e colonizzazione del sud del Libano fino al fiume Litani, anch’esso una volta parte di Eretz Israel, il presunto “confine naturale” tra i due Paesi.

Quindi ci sono tempi gloriosi per alcuni israeliani, ovviamente soprattutto per questa estrema destra, una minoranza fanatica i cui leader, con Netanyahu nelle loro grinfie, stanno ora in buona misura guidando il Paese.

Per altri, tra la parte più razionale, secolare o moderatamente religiosa, e ora ridotta, della popolazione, questi cominciano ad essere percepiti più come tempi di follia, il compimento, come ha detto uno di loro, di quella “marcia della follia” che iniziò subito dopo la guerra del 1967. E ciò è veramente sorprendente: “sinistra” o “destra”, “religiosi” o “secolari”, “ricchi” o “poveri” sono ovunque una caratteristica tipica del discorso politico, ma nell’Israele di oggi vi si aggiungono “sano” o “folle”.

Quindi, in conclusione, questa pazzia israeliana risulterà veramente essere stata il corrispettivo di quello che fece cadere la Germania di Hitler, come suggerisce Zimmermann? Qualsiasi cosa accada dubito che gli storici futuri troveranno una causa per litigare troppo con lui a questo proposito.

Tuttavia, cosa interessante, un contemporaneo, in realtà niente meno che lo stesso Yuval Harari che è rimasto così scioccato da queste canzoni in stile nazista, indica un’altra e a mio parere insieme nel complesso più calzante analogia storica, e per di più prettamente ebraica: quella degli zeloti e degli elleni.

A metà del primo secolo d. C. gli zeloti erano, per così dire, i sionisti religiosi dell’epoca.  Fanatici di tipo veramente maniacale e omicida, erano continuamente ai ferri corti con gli elleni, quei loro concittadini che, sensibili all’etos ellenistico dominante in quell’epoca e luogo, avevano evidentemente deciso di preferire la vita alla cupa, inumanamente esigente servitù all’onnipotente.

Fu una divisione radicale della società, non diversa da quella che si sta delineando nell’Israele odierno, e un fattore determinante dell’ulteriore estrema calamità: la conquista romana, la distruzione del Tempio e la dispersione finale del popolo ebraico nel suo “esilio” per i secoli successivi.

E Harari è tutt’altro che solo in queste tristi riflessioni.

*Non posso garantire al 100% la correttezza testuale di questa citazione. Due anni fa ho scritto una nota a questo proposito, ma da allora non sono stato in grado di trovarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.David Hirst è stato inviato per il Medio Oriente del quotidiano The Guardian per 45 anni. È autore di vari libri, tra cui “The Gun and the Olive Branch” [ed. it. Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi, 2004] e Beware of Small States: Lebanon, the battleground of the Middle East [Attenzione ai piccoli Stati: Libano, il campo di battaglia del Medio Oriente].

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In che modo la carestia di Gaza provocata da Israele si ripercuote sul resto dei palestinesi

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute palestinese

2 novembre 2024Al Jazeera

Come professionista della salute mentale riscontro sempre più spesso tra i palestinesi disturbi alimentari causati da traumi socio-politici.

La guerra israeliana a Gaza ha preso forma attraverso una molteplicità di atroci manifestazioni di cui la più perfida e devastante è l’uso della fame come arma. Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato che “non sarà consentito l’ingresso a Gaza di elettricità, né cibo, né carburante”. La giustificazione era che Israele “sta combattendo contro gli animali umani”.

Due settimane dopo il membro della Knesset Tally Gotliv ha dichiarato: “Senza fame e sete tra la popolazione di Gaza… non saremo in grado di corrompere le persone con cibo, bevande, medicine per ottenere informazioni”.

Nei mesi successivi Israele non solo ha ostacolato la consegna degli aiuti ai palestinesi a Gaza ma ha anche preso di mira e distrutto infrastrutture per la produzione alimentare, tra cui campi coltivati, panifici, mulini e negozi di alimentari.

Questa strategia deliberata, volta a sottomettere e spezzare lo spirito del popolo palestinese, ha causato innumerevoli vittime a Gaza, molte delle quali neonati e bambini piccoli. Ma ha avuto anche profonde conseguenze per il resto dei palestinesi.

Come professionista della salute mentale ho assistito in prima persona al tributo psicologico e fisico che questa punizione collettiva ha avuto sugli individui nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata. Ho osservato come i giovani palestinesi stiano sviluppando rapporti complicati col cibo, i loro corpi e la loro identità sociale e nazionale in risposta agli orrori di cui sono testimoni e di cui sentono parlare ogni giorno.

La guarigione richiederebbe un intervento molto più complesso, che tenga conto non solo del trauma individuale ma anche di quello politico e storico dell’intera società.

Matrice politica e sociale del trauma

Per comprendere l’effetto dell’arma della fame è essenziale considerare il più ampio quadro sociale e psicologico in cui si verifica. Ignacio Martín-Baró, una figura di spicco nella psicologia della liberazione, ha postulato che il trauma sia un evento sociale. Ciò significa che il trauma non è semplicemente un’esperienza individuale, ma è radicato ed esacerbato dalle condizioni e dalle strutture sociali che circondano l’individuo.

A Gaza l’insieme di elementi traumatogeni comprende l’assedio in corso, l’aggressione genocida e la deliberata privazione di risorse essenziali come cibo, acqua e medicine. Il trauma che ne deriva è aggravato dalla memoria collettiva della sofferenza durante la Nakba (la pulizia etnica di massa dei palestinesi nel 1947-8), dagli spostamenti continui e dall’oppressione sistemica dell’occupazione. In questo ambiente il trauma non è solo un’esperienza personale ma una realtà collettiva, socialmente e politicamente radicata.

Sebbene i palestinesi fuori Gaza non stiano sperimentando direttamente la violenza genocida scatenata lì da Israele, sono esposti quotidianamente a immagini e storie strazianti su di essa. E’ soprattutto traumatizzante assistere all’imposizione incessante e sistematica della fame sugli abitanti di Gaza.

Nel giro di poche settimane dalla dichiarazione di Gallant, a Gaza ha iniziato a farsi sentire la carenza di cibo. A gennaio i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle, soprattutto nella parte settentrionale di Gaza, dove un collega mi ha detto di aver pagato 186 euro per una zucca. Più o meno in questo periodo hanno iniziato ad essere diffuse notizie su palestinesi costretti a mescolare foraggio per animali alla farina per fare il pane. A febbraio le prime immagini di neonati e bambini palestinesi morti di malnutrizione hanno inondato i social media.

A marzo l’UNICEF segnalava che nel nord di Gaza 1 bambino su 3 sotto i 2 anni era gravemente malnutrito. Ad aprile Oxfam stimava che l’assunzione media di cibo per i palestinesi nel nord di Gaza non superasse le 245 calorie al giorno, ovvero solo il 12% del fabbisogno giornaliero. Più o meno nello stesso periodo il Ministero della Salute palestinese ha annunciato che 32 palestinesi, tra cui 28 bambini, erano stati uccisi dalla fame, sebbene il numero reale di morti fosse probabilmente molto più alto.

Sono circolate anche storie di palestinesi uccisi a colpi di arma da fuoco mentre erano in attesa della distribuzione degli aiuti alimentari o annegati in mare mentre cercavano di raggiungere [le casse di] cibo paracadutato da parte di governi che sostengono la guerra israeliana contro Gaza.

In una lettera pubblicata il 22 aprile sulla rivista medica The Lancet il dottor Abdullah al-Jamal, l’unico psichiatra rimasto nel nord di Gaza, ha scritto che l’assistenza sanitaria riguardante la salute mentale era stata completamente devastata. Ha aggiunto: “I problemi più grandi ora a Gaza, specialmente nel nord, sono la carestia e la mancanza di sicurezza. La polizia non è in grado di operare perché viene immediatamente presa di mira da droni spia e aerei mentre tenta di ristabilire l’ordine. Bande armate che collaborano in qualche modo con le forze israeliane controllano la distribuzione e i prezzi di prodotti alimentari e farmaceutici che entrano a Gaza come aiuti, compresi quelli lanciati con i paracadute. Alcuni prodotti alimentari, come la farina, hanno raddoppiato il loro prezzo molte volte, il che esacerba la crisi della popolazione”.

Casi clinici di trauma da fame

La carestia imposta da Israele a Gaza ha avuto sulle comunità palestinesi effetti a catena psicologici e fisici. Nella mia pratica clinica ho incontrato diversi casi nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata che illustrano come il trauma della fame a Gaza si rifletta sulle vite dei giovani palestinesi lontani dalla zona di conflitto. Eccone alcuni.

Ali, un diciassettenne della Cisgiordania, ha sperimentato cambiamenti nel comportamento alimentare e ha perso 8 kg in due mesi dopo l’arresto di un suo amico da parte delle forze israeliane. Nonostante la significativa perdita di peso, ha negato di sentirsi triste, insistendo sul fatto che “la prigione rende uomini”. Tuttavia, riusciva ad esprimere più apertamente la sua rabbia per le condizioni a Gaza e le interruzioni dei ritmi del suo sonno suggerivano un profondo impatto psicologico. “Non riesco a smettere di guardare i bombardamenti e la carestia a Gaza, mi sento così impotente”. La perdita di appetito di Ali è una manifestazione dell’interiorizzazione della sua rabbia e del suo dolore, come riflesso del più ampio trauma sociale che lo ha avvolto.

Salma, di soli 11 anni, ha accumulato nella sua camera da letto scatolette di cibo, bottiglie d’acqua e fagioli secchi. Ha detto che si sta “preparando al genocidio” in Cisgiordania. Il padre di Salma ha riferito che quando porta a casa cibi costosi come carne o frutta lei diventa “isterica”. La graduale diminuzione dell’assunzione di cibo e il rifiuto di mangiare, che si sono esacerbati durante il mese del Ramadan, rivelano un profondo senso di ansia e colpa per la fame dei bambini a Gaza. Il caso di Salma illustra come il trauma della fame, anche se sperimentato indirettamente, possa alterare profondamente il rapporto di un bambino con il cibo e il suo senso di sicurezza nel mondo.

Layla, una ragazza di 13 anni, si presenta con una strana incapacità di mangiare e la descrive come una sensazione che “qualcosa nella mia gola mi impedisce di mangiare; c’è una spina che mi blocca la gola”. Nonostante approfonditi esami clinici non è stata trovata alcuna causa fisica. Nel corso di ulteriori colloqui è emerso che il padre di Layla è stato arrestato dalle forze israeliane e da allora non ha più saputo nulla di lui. L’incapacità di Layla di mangiare è una risposta psicosomatica al trauma della prigionia di suo padre e alla sua consapevolezza della fame, della tortura e della violenza sessuale inflitte ai prigionieri politici palestinesi. È stata anche profondamente colpita dai resoconti sulla fame e violenza a Gaza e sente la relazione tra la sofferenza a Gaza e il destino incerto di suo padre; il che ha amplificato i suoi sintomi psicosomatici.

Riham, una ragazza di 15 anni, ha sviluppato vomito involontario ripetuto e un profondo disgusto per il cibo, in particolare la carne. La sua famiglia ha una storia di obesità e gastrectomia, ma lei ha negato qualsiasi preoccupazione per l’immagine corporea. Attribuisce il suo vomito alle immagini di sangue e smembramento di persone a Gaza. Nel tempo, la sua avversione si è estesa ai cibi a base di farina, spinta dalla paura che potessero essere mescolati con foraggio per animali. Sebbene sia consapevole che questo non accade dove si trova, quando cerca di mangiare il suo stomaco rifiuta il cibo.

Un invito all’azione

Le storie di Ali, Salma, Layla e Riham non sono casi classici di disturbi alimentari. Li raggrupperei come casi di disordine alimentare dovuto a un trauma politico e sociale senza precedenti nel contesto di Gaza e del territorio palestinese nel suo complesso.

Questi bambini non sono solo pazienti con problemi psicologici eccezionali. Soffrono gli effetti di un ambiente traumatogeno creato dalla violenza coloniale in corso, dall’uso della fame come arma e dalle condotte politiche che perpetuano queste condizioni.

In quanto professionisti della salute mentale è nostra responsabilità non solo curare i sintomi presentati da questi pazienti ma anche affrontare le radici politiche del loro trauma. Ciò richiede un approccio olistico che tenga conto del contesto sociopolitico più ampio in cui vivono questi individui.

Il supporto psicosociale dovrebbe dare forza ai sopravvissuti, ripristinare la dignità e soddisfare i bisogni di base, in modo che comprendano l’interazione tra condizioni oppressive e la loro vulnerabilità e sentano di non essere soli. Gli interventi basati sulla comunità dovrebbero essere eseguiti promuovendo spazi sicuri in cui le persone possano elaborare le proprie emozioni, impegnarsi in narrazioni collettive e ricostruire un senso di controllo.

I professionisti della salute mentale in Palestina devono adottare un quadro di psicologia della liberazione, integrando il lavoro terapeutico con il supporto della comunità, la difesa pubblica e gli interventi strutturali. Questo comprende affrontare le ingiustizie, contrastare le narrazioni che normalizzano la violenza e partecipare agli sforzi per porre fine all’assedio e all’occupazione. La difesa da parte dei professionisti della salute mentale fornisce ai pazienti un riconoscimento, riduce l’isolamento e promuove la speranza attraverso la dimostrazione di solidarietà.

Solo attraverso un tale approccio onnicomprensivo possiamo sperare di guarire le ferite degli individui e della comunità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese

La dott.ssa Samah Jabr è una specialista in psichiatria che esercita in Palestina, dove si occupa delle comunità di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese. È professoressa associata di Psichiatria e Scienze Comportamentali presso la George Washington University di Washington DC. La dott.ssa Jabr è una formatrice e supervisora con un’attenzione particolare alla Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), collabora con la mhGAP [La Mental Health Gap Action Programme guideline dell’OMS che offre indicazioni, raccomandazioni e aggiornamenti per il trattamento di disturbi mentali, neurologici e abuso di sostanze, ndt.] e con il Protocollo di Istanbul per la documentazione della tortura.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)