Cosa significa per milioni di palestinesi la messa al bando dell’UNRWA da parte di Israele: i numeri

Marium Ali e Mohamed A. Hussein

29 gennaio 2025 – Al Jazeera

Israele ordina all’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), pilastro degli aiuti umanitari per i palestinesi, di cessare le operazioni entro giovedì.

Diversi paesi hanno dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “deplorare profondamente” la decisione del parlamento israeliano di “abolire” le operazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, che entrerà in vigore giovedì.

Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Slovenia e Spagna hanno condannato in una dichiarazione congiunta il ritiro di Israele dall’accordo del 1967 tra Israele e UNRWA, nonché ogni tentativo di ostacolare la capacità dell’agenzia di funzionare e adempiere al mandato assegnatole dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, ha dichiarato martedì al Consiglio di Sicurezza che il divieto “accrescerà l’instabilità ed esaspererà la disperazione nel territorio palestinese occupato in un momento critico”.

La Knesset approva le proposte di legge per fermare gli aiuti dell’UNRWA

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a ottobre due disegni di legge che prendono di mira le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente.

Il primo vieta all’UNRWA di condurre attività all’interno dei confini di Israele, mentre il secondo rende illegale per i funzionari israeliani avere qualsiasi contatto con l’UNRWA. La legge entrerà in vigore giovedì[30 gennaio ndt].

Juliette Touma, portavoce dell’UNRWA, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze del divieto, dichiarando ad Al Jazeera: “Se il divieto entrerà in vigore e non saremo in grado di operare a Gaza, il cessate il fuoco, che include anche l’ingresso di forniture umanitarie per l’agenzia e per le persone bisognose, potrebbe crollare”.

La prima fase del cessate il fuoco, iniziata il 19 gennaio, prevede un aumento degli aiuti nell’enclave fino a 600 camion al giorno.

Il divieto di Israele renderebbe impossibile per l’agenzia ottenere permessi di ingresso per operare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza – entrambe sotto controllo israeliano – di fatto paralizzando la capacità dell’agenzia di adempiere al suo mandato.

Cos’è l’UNRWA e dove opera?

L’UNRWA è stata istituita dall’Assemblea Generale nel 1949 per fornire assistenza umanitaria a 750.000 rifugiati palestinesi sfollati dalle loro terre durante la creazione di Israele nel 1948, un evento noto ai palestinesi come la Nakba, o “catastrofe”.

L’organizzazione – che impiega 30.000 dipendenti, principalmente rifugiati palestinesi insieme a un piccolo numero di dipendenti internazionali – fornisce soccorso di emergenza, istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali ad almeno 5,9 milioni di palestinesi in Palestina e nei paesi vicini.

L’UNRWA gestisce 58 campi profughi, tra cui:

  • Cisgiordania: 19 campi che ospitano 912.879 rifugiati registrati;

  • Gaza: 8 campi che ospitano 1,6 milioni di persone;

  • Giordania: 10 campi con 2,39 milioni di persone;

  • Libano: 12 campi, in cui risiedono 489.292 persone;

  • Siria: 9 campi con 438.000 persone.

Il ruolo dell’UNRWA a Gaza e in Cisgiordania

Per generazioni, l’UNRWA è stata il principale fornitore di servizi sanitari ed educativi per milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata.

Secondo Lazzarini: “Il divieto paralizzerebbe l’intervento umanitario a Gaza e priverebbe milioni di rifugiati palestinesi dei servizi essenziali in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Eliminerebbe anche uno scomodo testimone delle innumerevoli atrocità e ingiustizie che i palestinesi hanno subito per decenni”.

In Palestina, l’UNRWA offre istruzione primaria e secondaria gratuita a più di 300.000 bambini, tra cui:

  • 294.086 bambini a Gaza, ovvero la metà di tutti gli studenti dell’enclave;

  • 46.022 bambini in Cisgiordania.

L’UNRWA offre anche assistenza sanitaria primaria gratuita, servizi di salute materna e infantile a:

  • 1,2 milioni di persone a Gaza – più della metà della popolazione;

  • 894.951 persone in Cisgiordania.

Inoltre, l’UNRWA fornisce cibo a:

  • 1,13 milioni di persone a Gaza, ovvero la metà della popolazione;

  • 23.903 persone in Cisgiordania.

L’UNRWA svolge anche un ruolo cruciale nel fornire opportunità di lavoro, programmi di microfinanza e sostegno per iniziative generatrici di reddito.

Colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza

Tra le regioni sotto il mandato dell’UNRWA, la Striscia di Gaza, con una popolazione di 2,3 milioni di persone, ha la più alta dipendenza dai servizi dell’agenzia per la sopravvivenza.

Mentre altre organizzazioni delle Nazioni Unite come UNICEF, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, il Programma Alimentare Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità forniscono tutte servizi essenziali per la vita, l’UNRWA è la “colonna portante delle operazioni umanitarie” a Gaza, ha dichiarato Touma ad Al Jazeera.

“Tutte le agenzie delle Nazioni Unite dipendono fortemente dall’UNRWA per le operazioni umanitarie, compreso l’ingresso di forniture e carburante. Siamo la più grande agenzia umanitaria a Gaza”, ha detto ad Al Jazeera.

A gennaio 2024 le autorità israeliane hanno accusato i dipendenti dell’UNRWA di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud di Israele. Ciò ha portato diversi paesi a tagliare i finanziamenti all’organizzazione.

Tuttavia, dopo un’indagine delle Nazioni Unite e il licenziamento di nove dipendenti, tutti i donatori tranne Stati Uniti e Svezia hanno ripreso i finanziamenti.

Da quando Israele ha iniziato il suo genocidio contro i palestinesi a Gaza, il suo esercito ha ucciso almeno 47.354 persone e ne ha ferite almeno 111.563. Coloro che sono sopravvissuti al conflitto hanno perso quasi tutto.

Durante i 15 mesi di guerra, l’UNRWA ha fornito:

  • assistenza alimentare: cibo distribuito a 1,9 milioni di persone che soffrono la fame estrema;

  • assistenza sanitaria: consultazioni sanitarie primarie a 1,6 milioni di individui;

  • supporto psicologico: sostegno psicologico e psicosociale a 730.000 persone;

  • acqua: accesso all’acqua pulita per 600.000 persone;

  • gestione dei rifiuti: raccolta di oltre 10.000 tonnellate di rifiuti solidi dai campi.

Secondo un rapporto dell’UNRWA, 272 membri del personale UNRWA sono stati uccisi in 665 attacchi israeliani e 205 strutture dell’UNRWA sono state danneggiate.

Cosa succederà una volta che il divieto entrerà in vigore?

Nonostante il divieto di Israele e l’ambiente di lavoro già ostile, Lazzarini ha ribadito l’impegno dell’UNRWA a “rimanere e fare il proprio dovere”.

La prima legge approvata dalla Knesset vieta qualsiasi presenza o attività dell’UNRWA all’interno di Israele, colpendo direttamente centinaia di migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est occupata, che Israele ha annesso nel 1980 in violazione del diritto internazionale.

“Poi c’è una seconda legge, che impedisce qualsiasi contatto tra funzionari israeliani e funzionari dell’UNRWA. La legge non dice di fermare l’attività in Cisgiordania o a Gaza, ma impedisce qualsiasi contatto – però il fatto è che se non hai relazioni burocratiche o amministrative, il tuo ambiente operativo risulta ancora più difficile”, ha detto Lazzarini.

Il divieto limiterà anche il movimento del personale non palestinese dell’UNRWA, anche se i dipendenti palestinesi saranno ancora autorizzati a svolgere il loro lavoro.

“L’agenzia rimane determinata a fare tutto il possibile per adempiere al suo mandato e fornire servizi critici per alleviare le sofferenze dei rifugiati palestinesi”, ha sottolineato Lazzarini.

I principali donatori dell’UNRWA

Nel 2023, l’UNRWA ha ricevuto 1,46 miliardi di dollari in stanziamenti totali, con i maggiori contributi provenienti da Stati Uniti (422 milioni di dollari), Germania (212,9 milioni di dollari) e Unione Europea (120,2 milioni di dollari).

Esigenze di finanziamento per il 2025

L’UNRWA afferma di aver bisogno di 1,7 miliardi di dollari per affrontare le esigenze umanitarie più critiche di 1,9 milioni di persone a Gaza e 275.000 persone in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Tale cifra comprende:

  • cibo (568,5 milioni di dollari): quasi la metà della popolazione di Gaza dipende dagli aiuti alimentari dell’UNRWA. Questo finanziamento sosterrà la distribuzione di cibo a 1,13 milioni di persone a Gaza e oltre 23.000 persone in Cisgiordania.

  • Acqua e servizi igienici (282,6 milioni di dollari): questi fondi andranno a garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati, specialmente a Gaza, dove la guerra ha devastato le infrastrutture idriche.

  • Coordinamento e gestione (202,3 milioni di dollari): sono necessari fondi per mantenere il personale, la logistica e il coordinamento per fornire aiuti in modo efficace.

I finanziamenti sono essenziali per sostenere le operazioni salvavita dell’UNRWA. Senza di essi, potrebbero venire meno servizi critici come gli aiuti alimentari, l’assistenza sanitaria e l’accesso all’acqua, aggravando la crisi umanitaria.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Rapporto Human Right Watch – un picco del 300% di aborti spontanei: non ci sono gravidanze sicure a Gaza finché l’assalto israeliano continua

Redazione di MEMO

29 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto accusatorio pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW) rivela il catastrofico impatto dell’offensiva militare israeliana sulle donne incinte e sui neonati a Gaza, documentando gravi carenze di cure mediche, allarmanti incrementi di aborti spontanei e condizioni devastanti per i parti.

Il rapporto di 50 pagine, intitolato “Cinque neonati in una incubatrice: violazioni dei diritti delle donne incinte durante l’assalto israeliano a Gaza”, evidenzia come l’assedio israeliano e gli attacchi alle strutture sanitarie abbiano creato delle condizioni potenzialmente letali per le donne durante la gravidanza e il parto.

Dall’inizio delle ostilità a Gaza le donne e le ragazze stanno affrontando la gravidanza in mancanza di assistenza sanitaria di base, misure igieniche, acqua e cibo” ha affermato Belkis Wille, il direttore associato per le crisi, i conflitti e le armi di Human Right Watch. “Esse e i loro neonati sono a rischio costante di una morte evitabile.”

Il rapporto dipinge un quadro fosco dell’assistenza sanitaria alla maternità al collasso. Solo 7 sui 18 ospedali parzialmente funzionanti possono adesso fornire cure ostetriche di emergenza, contro le 20 strutture presenti prima del 7 ottobre 2023. In alcuni casi i dottori sono obbligati a mettere fino a cinque neonati prematuri in una sola incubatrice a causa della grave carenza di apparecchiature mediche.

La situazione ha portato ad un drammatico aumento di complicanze durante la gravidanza. Secondo gli esperti di salute delle donne in gravidanza citati nel rapporto dal 7 ottobre 2023 il tasso degli aborti spontanei è cresciuto del 300%. Un sondaggio ONU fra le donne ha evidenziato che il 68% delle donne incinte ha sperimentato complicanze, con il 92% che ha riportato infezioni del tratto urinario e il 76% che ha sofferto di anemia.

Le terribili condizioni hanno obbligato gli ospedali a dimettere le donne poche ore dopo il parto. “Io ero esausta e non potevo camminare,” ha detto una madre ad HRW dopo essere stata dimessa solo quattro ore dopo il parto. “Tenevo in braccio il neonato e con mio marito e altri tre figli abbiamo dovuto cercare qualcuno che ci portasse [in macchina].”

Il rapporto evidenzia anche il devastante impatto della malnutrizione, con oltre 48.000 donne incinte che hanno sperimentato emergenze e una catastrofica mancanza di cibo sino a dicembre 2024. Il Fondo per la Popolazione dell’ONU (UNICEF) ha riportato che da dicembre inoltrato 8 bambini e neonati sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un semplice riparo.

HRW ha osservato che a ottobre la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato due leggi entrate in vigore nel gennaio 2025 che minacciano di aggravare ulteriormente le condizioni di salute delle mamme e dei neonati. Queste nuove leggi vietano all’Agenzia ONU per il Soccorso e il Lavoro per i Rifugiati Palestinesi nel Medio Oriente [United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA)] di operare in Israele e a Gerusalemme Est occupata e vietano al governo dello Stato occupante di mantenere rapporti con l’UNRWA, cosa che renderebbe impossibile all’agenzia ONU di fornire aiuto nella Cisgiordania occupata o a Gaza o di ottenere permessi o visti per il proprio personale.

Israele ha inoltre ordinato all’UNRWA di lasciare tutte le sedi a Gerusalemme Est occupata e di interrompere le sue attività entro domani. L’UNRWA fornisce acqua, cibo, rifugio e altri servizi vitali a centinaia di migliaia di palestinesi a Gaza, incluse donne incinte, madri che allattano e neonati.

HRW ha chiesto agli alleati di Israele, inclusi gli USA, di effettuare azioni immediate per porre fine a queste violazioni. L’ONG ha sollecitato i governi a interrompere l’assistenza militare e a fare pressione su Israele per garantire che siano soddisfatti i bisogni delle donne incinte, dei neonati e di quanti hanno bisogno di cure mediche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Cinque neonati in una incubatrice”: HRW sul pericolo per le donne incinte e i neonati a Gaza

Redazione di Al Jazeera

28 gennaio 2025- Al Jazeera

Human Rights Watch denuncia che Israele viola i diritti delle ragazze e delle donne incinte, senza che si intraveda la fine di questi crimini.

In un nuovo rapporto pubblicato martedì Human Rights Watch (HRW) afferma che i 15 mesi di guerra di Israele contro Gaza, così come le severe restrizioni imposte al flusso di aiuti umanitari, gli attacchi delle forze israeliane alle strutture sanitarie e gli attacchi contro gli operatori sanitari hanno portato a un “pericolo mortale” per le donne incinte e i neonati. Nonostante il cessate il fuoco in corso, è improbabile che le condizioni precarie in cui le donne a Gaza partoriscono migliorino, poiché si prevede che la legislazione israeliana che entrerà in vigore questa settimana e che prende di mira l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) limiterà gravemente la consegna di aiuti umanitari al territorio devastato.

L’organizzazione denuncia che le donne di Gaza sono state portate via in tutta fretta dagli ospedali sovraffollati, a volte a poche ore dal parto, per fare spazio alle vittime di guerra. Anche l’assistenza neonatale è stata gravemente colpita: un medico della clinica ostetrica al-Helal al-Emirati di Rafah afferma che la struttura ha così poche incubatrici e così tanti neonati prematuri che i dottori sono stati costretti a mettere “quattro o cinque neonati in un’unica incubatrice”.

“La maggior parte di loro non sopravvive”, ha aggiunto il medico. Diversi neonati sono morti per la mancanza di riparo a causa delle temperature gelide.

Nel rapporto di 56 pagine HRW conclude che Israele, in quanto potenza occupante a Gaza, ha violato i diritti delle ragazze e delle donne incinte, tra cui il diritto a cure dignitose durante la gravidanza, il parto e il periodo post-parto, nonché il diritto all’assistenza neonatale.

L’organizzazione ha anche sottolineato che due leggi approvate dalla Knesset israeliana l’anno scorso e in vigore da martedì minacciano di “aggravare ulteriormente il danno alla salute materna e neonatale”. Le leggi, che vietano all’UNRWA di operare in Israele e nella Gerusalemme Est occupata e al governo israeliano di avere rapporti con l’agenzia, rendono di fatto impossibile all’UNRWA ottenere permessi per il suo personale e consegnare gli aiuti tanto necessari a Gaza.

Belkis Wille, direttore associato di HRW per le crisi, i conflitti e l’uso delle armi, ha detto ad Al Jazeera che “anche se il cessate il fuoco potrebbe fornire un’opportunità per iniziare a ripristinare il sistema sanitario di Gaza, a causa delle leggi che vietano le operazioni dell’UNRWA appena entrate in vigore la realtà è che le prossime settimane potrebbero portare le donne incinte e i neonati a soffrire ancora di più di quanto sia già avvenuto.” Wille ha aggiunto: “Le disposizioni del cessate il fuoco non affrontano realmente nessuna delle necessità significative delineate nel rapporto.”

Secondo il rapporto a partire da questo mese l’assistenza ostetrica e neonatale di emergenza è disponibile solo in sette dei 18 ospedali parzialmente funzionanti di Gaza, in quattro degli 11 ospedali da campo e in un centro sanitario di comunità. Tutte le strutture mediche che operano a Gaza affrontano “condizioni antigieniche e sovraffollate” e gravi carenze di forniture sanitarie essenziali, tra cui medicinali e vaccini. Gli operatori sanitari, “affamati, oberati di lavoro e talvolta sotto attacco militare”, si stanno prodigando allo stremo per prendersi cura delle vittime degli attacchi e affrontano allo stesso tempo innumerevoli casi di malattie dovute all’acqua e infettive, aggiunge il rapporto.

HRW ha condotto a Gaza durante la guerra interviste con donne incinte, operatori sanitari gazawi e personale medico internazionale che lavora con organizzazioni umanitarie internazionali e agenzie che gestiscono equipe mediche a Gaza. Le interviste dipingono un quadro orribile dell’impatto della guerra sull’accesso alle cure di base durante la gravidanza e il parto.

Sono disponibili poche informazioni sul tasso di sopravvivenza dei neonati o sul numero di donne che hanno avuto gravi complicanze o sono morte durante la gravidanza, il parto o il post-parto, nota HRW. Ma l’organizzazione fa riferimento alla testimonianza di esperti di salute riproduttiva che hanno riferito che il tasso di aborto spontaneo a Gaza è aumentato fino al 300% dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023. Ha anche fatto riferimento ai rapporti delle Nazioni Unite secondo cui almeno otto neonati e bambini sono morti per ipotermia a causa della mancanza di un riparo sufficiente.

La guerra di Israele ha portato a uno sfollamento senza precedenti di circa il 90% degli abitanti di Gaza, molti dei quali sono stati costretti a fuggire più volte. Ciò ha reso impossibile per le donne incinte accedere in sicurezza ai servizi sanitari, ha rilevato il rapporto, notando che madri e neonati non hanno avuto quasi nessun accesso alle cure postnatali. Verso la fine dell’anno scorso Human Rights Watch ha concluso in un altro rapporto che Israele stava commettendo “atti di genocidio” negando acqua pulita ai palestinesi di Gaza. Ha anche denunciato che l’uso da parte di Israele della “fame come metodo di guerra” ha portato a una grave insicurezza alimentare.

Le donne incinte sono state particolarmente colpite dalla mancanza di accesso a cibo e acqua, con conseguenze critiche per la loro salute e per lo sviluppo fetale. Molte donne incinte hanno segnalato disidratazione o impossibilità di lavarsi, afferma il rapporto. “Le palesi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani da parte delle autorità israeliane a Gaza hanno avuto un impatto particolarmente acuto sulle ragazze e donne incinte e sui neonati”, afferma Wille. “Il cessate il fuoco da solo non porrà fine a queste condizioni orribili. I governi dovrebbero fare pressione su Israele affinché garantisca urgentemente che le esigenze delle ragazze e delle donne incinte, dei neonati e di altri che necessitano di assistenza sanitaria siano soddisfatte”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Dopo il cessate il fuoco a Gaza Israele rivolge la sua potenza di fuoco contro la Cisgiordania

Basel Adra

28 gennaio 2025 – +972 Magazine

Laila Al-Khatib, di due anni, è la vittima più giovane della campagna militare israeliana a Jenin, mentre i blocchi stradali soffocano l’intero territorio.

Bassam Assous stava cenando a casa con la sua famiglia quando sono iniziati gli spari. Erano circa le 20:00 di sabato 25 gennaio e, ad insaputa degli abitanti, i soldati israeliani erano entrati nel villaggio di Muthalath Al-Shuhada, situato vicino a Jenin nella Cisgiordania occupata. “Le finestre e le persiane erano chiuse: non avevamo idea di cosa stesse succedendo fuori finché non abbiamo sentito degli spari molto vicini”, ha raccontato Assous a +972 Magazine.

Assous e sua moglie Ghada si sono allontanati rapidamente dalle finestre, mentre le loro due figlie, Shaimaa e Teema, si sono nascoste in una camera da letto con la figlia di 2 anni di Teema, Laila.

All’improvviso Assous ha sentito le figlie urlare. “Sono corso in camera da letto con mia moglie; Shaimaa teneva stretta Laila mentre Teema urlava accanto a loro”, racconta. “Ho afferrato Laila e le mie mani si sono rapidamente ricoperte di sangue. Proveniva dalla testa: era stata colpita da un proiettile”.

Con in braccio la nipote sanguinante e priva di sensi Assous è corso fuori in strada, ma si è reso conto che era piena di soldati israeliani e veicoli blindati. “Mia moglie ha urlato: ‘Perché avete ucciso la bambina? Cosa vi ha fatto?'”, continua Assous. “Uno dei soldati, in piedi a una certa distanza, ha risposto, ‘Mi dispiace.’ Al che ho urlato anch’io, ‘Perché le avete sparato?’ I soldati mi hanno puntato le armi e mi hanno detto di non avvicinarmi. Mia moglie continuava a gridare e uno dei soldati ha indicato un punto a 100 metri di distanza e le ha detto, ‘Vai lì e aspetta un’ambulanza.'”

Quando è arrivata l’ambulanza Ghada è salita con Laila. Shaimaa, che in seguito agli spari aveva riportato ferite da schegge alla mascella e al fianco, e Teema, che aveva ferite da schegge alla mano destra, avevano anche loro bisogno di cure. “Ho detto ai soldati che volevo andare con le mie figlie ma loro hanno risposto: ‘No, tu vieni con noi'”, aggiunge Assous.

“I soldati mi hanno portato a casa di mio zio, dove avevano già trattenuto quattro dei suoi figli mentre mio zio e il resto della famiglia si trovavano nelle vicinanze”, racconta. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo a mia moglie e alle mie figlie: non ci era permesso usare i nostri telefoni o anche solo parlare. Quando ho insistito per chiamare un soldato ha minacciato di ammanettarmi. Sono rimasto trattenuto in questo modo fino alle 23:30 circa, quando i soldati si sono ritirati dalla zona. Non hanno arrestato nessuno né confiscato nulla.

Dopo che i soldati se ne sono andati i vicini sono venuti a controllare come stavamo”, continua Assous. “È stato allora che ho saputo che Leila era morta, mentre cominciavano a porgerci le loro condoglianze. Ero sotto shock, ma ho capito subito che dovevo mostrarmi forte per mia figlia Teema, che è scoppiata a piangere e non riusciva a farsi una ragione della perdita della figlia. L’ho portata in un centro medico lì vicino, dove le hanno dato dei sedativi”.

Assous spiega che Teema, una studentessa magistrale all’Università An-Najah di Nablus, specializzata in ingegneria ambientale e idraulica, aveva già perso il marito, Mohammad Al-Khatib, due anni fa in un incidente sul lavoro. “Stava lottando con il trauma della perdita del marito, quindi ho portato lei e sua figlia a vivere con noi a casa”, ha spiegato. “Diceva sempre: ‘Voglio solo crescere mia figlia e prendermi cura di lei’. Ora continua a chiedermi: ‘Perché hanno ucciso mia figlia? Cosa ha fatto questa bambina per meritarsi questo?’

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato di “rammaricarsi per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti” e di aver ricevuto informazioni su terroristi barricati all’interno di un edificio nel villaggio. Secondo il portavoce prima di aprire il fuoco i soldati hanno intimato “più volte” a chi si trovava dentro la casa di uscire. Assous nega di aver sentito alcuna intimazione del genere.

“Uno stato di terrore” nel campo profughi di Jenin

L’uccisione di Laila non è stato un fatto isolato. Dalla mattina del 21 gennaio, solo due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano è impegnato in una grande campagna militare nella Cisgiordania settentrionale. L’esercito afferma che l’operazione, denominata “Muro di ferro”, ha lo scopo di “preservare la libertà di azione dell’IDF” e reprimere la resistenza armata nei territori occupati, e fa seguito a una campagna di sette settimane dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) contro i gruppi armati nel campo profughi di Jenin.

Anche l’attività dell’esercito israeliano è focalizzata su Jenin e i suoi dintorni, così come su Tulkarem. Finora l’operazione ha ucciso 16 palestinesi a Jenin e tre a Tulkarem, causando al contempo una vasta distruzione delle infrastrutture civili in entrambe le città e costringendo migliaia di palestinesi a lasciare le loro case.

“Martedì scorso, verso le 11:00, una forza speciale dell’esercito di occupazione ha preso d’assalto il campo”, ha detto a +972 Ahmed Hawashin, ricercatore presso il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e abitante nel campo profughi di Jenin. “I soldati, immagino costituissero una squadra di cecchini, si sono posizionati negli edifici che dominano il campo e hanno iniziato a sparare indiscriminatamente mentre dall’alto cadevano missili. I veicoli dell’Autorità Nazionale Palestinese, presenti nel campo da 45 giorni, hanno iniziato a ritirarsi.

“Mentre circolavano notizie sull’operazione militare a Jenin la paura si è diffusa tra tutti i cittadini”, continua Hawashin. “La mia famiglia è fuggita dal campo ed è finita sotto il fuoco nonostante fossero civili. Mi sono rifugiato a casa di un amico nel quartiere Joret A-Dahab.

“Altri veicoli militari sono arrivati ​​e hanno imposto un assedio al campo mentre le forze hanno iniziato le incursioni”, racconta. “Per tutta la notte i suoni degli spari e delle esplosioni non si sono fermati. Due volte mentre ero seduto con un gruppo di volontari del soccorso davanti alla casa di un mio amico un drone ci ha lanciato delle granate. Uno dei giovani è stato ferito da schegge: eravamo in uno stato di terrore”.

La mattina seguente un drone israeliano ha trasmesso un messaggio dell’esercito che ordinava a tutti gli abitanti del campo di evacuare. Mentre una folla di famiglie iniziava a uscire Hawashin ha deciso che sarebbe stato troppo pericoloso restare: “La situazione sul campo e ciò che circolava sui media riguardo all’incursione ci spaventava: non sapevamo cosa avrebbero fatto”.

Hawashin racconta che un gruppo di circa 100 persone del quartiere Jorat A-Dahab si è radunato per andare via insieme ed è stato accompagnato da un drone militare fino all’ingresso occidentale del campo. A quel punto, i soldati hanno ordinato loro tramite altoparlante di dividersi in gruppi di cinque e presentarsi per l’ispezione. “C’era una telecamera che scattava foto e i soldati decidevano chi fermare in base ai dati della telecamera”, racconta. “Abbiamo poi continuato il nostro cammino verso la città“.

Anche nella stessa città di Jenin, dove le forze israeliane hanno assediato gli ospedali, “la vita è ferma. Si verificano alcuni scontri [tra l’esercito israeliano e i gruppi di resistenza palestinesi] e veicoli militari attraversano le strade. I negozi sono chiusi e la maggior parte dei cittadini non esce di casa temendo per la propria vita”.

Le condizioni nel campo stanno rapidamente peggiorando. Le scuole sono chiuse dall’inizio dell’operazione dell’ANP ai primi di dicembre, mentre da più di un mese l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione lavorativa (UNRWA) non è in grado di fornire alcun servizio. Anche l’energia elettrica è stata completamente interrotta.

“Il campo è diventato anche rischioso per la salute”, aggiunge Hawashin. “Dall’inizio della campagna dell’ANP i rifiuti non sono stati raccolti e si sono accumulati ammassi di spazzatura ai lati delle strade. Le strade e le infrastrutture idriche sono ancora devastate dalle precedenti invasioni israeliane, quindi le persone hanno fatto affidamento su cisterne d’acqua e serbatoi sui tetti, ma molti di questi sono stati danneggiati dagli spari durante la campagna dell’ANP e l’attuale operazione israeliana e sono stati resi inutilizzabili”.

“Non ho mai dovuto aspettare così a lungo al checkpoint”

Oltre agli attacchi al campo profughi di Jenin e alle aree circostanti l’esercito israeliano, come forma di punizione collettiva, ha chiuso le strade principali in tutta la Cisgiordania tramite posti di blocco, cancelli di ferro e cumuli di terra, tenendo aperte solo alcune strade in orari specifici della giornata. Queste interruzioni costringono i residenti ad aspettare per lunghe ore in mezzo ad ingorghi, a prendere percorsi alternativi attraverso campi e strade sterrate o a evitare del tutto di viaggiare. Ai posti di blocco i soldati impiegano ulteriori pratiche repressive come la confisca arbitraria per ore e ore delle chiavi delle auto.

La settimana scorsa Mohammad Hureini, studente di letteratura inglese alla Birzeit University vicino a Ramallah e attivista di Youth of Sumud [Gioventù della Perseveranza: organizzazione palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione, ndt.] avrebbe dovuto sostenere un esame, rinviato in seguito all’operazione militare di Israele in Cisgiordania che ha impedito a molti studenti di raggiungere l’università.

Il giorno seguente Hureini, che si trovava già nei pressi dell’università, ha deciso di tornare al suo villaggio di A-Tuwani nelle colline a sud di Hebron, un viaggio che prima del 7 ottobre di solito durava circa due ore. Tuttavia, dopo l’inizio della guerra a Gaza e l’intensificazione delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, Hureini impiegava quattro o cinque ore per tornare a casa. Questa volta, con le ulteriori interruzioni, il viaggio è durato 13 ore.

“Da Nablus mi sono diretto al checkpoint di ‘Atara’, a nord di Ramallah, ma era chiuso e decine di auto erano bloccate”, ha detto. “Ho fatto dietrofront per andare al posto di blocco di Jaba’, a sud-ovest di Ramallah, ma avvicinandomi ho visto pesanti ingorghi: i soldati avevano chiuso il checkpoint a praticamente tutto il traffico e stavano ispezionando i veicoli uno ad uno”.

Hureini è rimasto bloccato nel traffico per ore mentre centinaia se non migliaia di auto si trovavano in fila per l’ispezione. “Sembrava che passasse un veicolo ogni mezz’ora”, racconta. Dopo tre ore ho visto persone abbandonare i loro veicoli e chiamare dei taxi per farsi venire a prendere dall’altro lato del checkpoint dopo aver attraversato a piedi. Non avevo mai vissuto un’attesa così lunga a questo checkpoint.

Circa sei ore dopo è stato finalmente il turno di Hureini. “Al posto di blocco c’erano due soldati”, spiega. “Uno mi ha fatto segno di fermarmi, quindi ho spento il motore. Entrambi i soldati erano al telefono, senza prestare attenzione a me o a tutti i veicoli in coda dietro di me. Mentre aspettavo mi è diventato chiaro che lo stavano facendo per umiliare le persone, fiaccare loro il morale e sconvolgere le nostre vite, niente di più.

“Dieci minuti dopo il soldato mi ha chiesto i documenti e ha iniziato a perquisire il veicolo domandandomi: ‘Da dove vieni? Dove stai andando? Cosa fai?’ Dopo cinque minuti mi ha detto di proseguire”.

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Il calvario di Hureini non era finito. “Dopodiché ho percorso la strada di circonvallazione, che ovviamente non ha posti di blocco perché la usano i coloni, finché non ho raggiunto il posto di blocco dei container, che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Cisgiordania. C’erano tre corsie di traffico che portavano al checkpoint. Di nuovo, per la prima volta, ho visto quelli che sembravano migliaia di veicoli fermi. Ho scoperto che i soldati avevano chiuso il posto di blocco senza fornire una ragione e non lasciavano passare nessuno.

Ho aspettato per mezz’ora senza muovermi mentre altre auto continuavano ad arrivare dietro di me”, prosegue. “Uno degli autisti mi ha parlato di una strada sterrata che poteva essere utilizzata per aggirare il posto di blocco. Ha iniziato a guidare e io l’ho seguito. Dietro di noi si sono presto aggiunti decine di veicoli. La strada era pericolosa, piena di rocce e buche. Ho guidato con cautela per 45 minuti, temendo che la mia auto si rompesse. Quella distanza avrebbe potuto essere coperta in cinque minuti se non fosse stato per il posto di blocco”.

E c’era ancora di più. “Sono arrivato a Betlemme alle 19:30 solo per trovare l’ingresso principale della città chiuso. Ho preso una strada alternativa attraverso Beit Jala, dove i soldati avevano messo su un posto di blocco e stavano perquisendo i veicoli. Dopo aver saputo di una strada alternativa che aggirava il checkpoint l’ho seguita fino a raggiungere di nuovo la strada principale e ho continuato a guidare verso il mio villaggio.

Dopo essere partito dall’Università di Birzeit vicino a Ramallah alle 8 del mattino sono arrivato a casa alle 9 di sera, esausto e con il mal di testa. Non avevo mangiato niente per tutto il giorno, quindi ho cenato e sono andato subito a letto. Da quando l’esercito israeliano ha lanciato la sua nuova operazione la situazione è diventata insopportabile”.

In risposta alla richiesta di +972 di rilasciare un commento sui nuovi e più estesi blocchi stradali l’esercito israeliano ci ha rimandato ad una dichiarazione del portavoce internazionale dell’esercito in cui si afferma: “I posti di blocco sono uno strumento da noi utilizzato nella lotta al terrorismo, che consente il movimento dei civili fornendo al contempo un livello di controllo per impedire ai terroristi di fuggire e rendere l’operazione inefficace”.

“L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci”

Per comprendere i motivi della nuova operazione militare di Israele e delle misure di punizione collettiva i palestinesi in Cisgiordania tracciano un collegamento diretto con il cessate il fuoco di Gaza.

Omar Assaf, che abita nel campo profughi di Deir Ammar vicino a Ramallah, promotore di un’iniziativa per ricostruire una leadership popolare palestinese in tutta la Palestina e nella diaspora, ha dichiarato a +972: “Dopo aver lasciato Gaza il governo israeliano è moralmente a pezzi, nonostante abbia commesso un genocidio uccidendo decine di migliaia di persone e distruggendo la Striscia. Per compensare, ha lanciato una campagna militare prendendo di mira il campo profughi di Jenin e isolando il resto delle città e dei villaggi palestinesi, nel tentativo di ottenere un’immagine di vittoria in questa guerra.

La Cisgiordania è sempre stata un fronte importante per l’occupazione, ma c’è sempre stata una resistenza palestinese contro le sue ambizioni”, continua Assaf. “Negli ultimi anni nella Cisgiordania settentrionale si sono costituiti gruppi armati che si oppongono all’occupazione, agli attacchi dei coloni e all’espansione delle colonie sulla terra palestinese. In risposta, c’è stata un’evoluzione della relazione tra l’ANP e l’occupazione al fine di contrastare questi gruppi, passando dal coordinamento alla vera e propria collaborazione nelle operazioni di sicurezza.

“L’ANP è riuscita a sconfiggere [l’organizzazione denominata] Fossa dei Leoni a Nablus reclutando alcuni dei suoi combattenti nelle forze di sicurezza dell’ANP”, ha affermato. “L’occupazione [israeliana] ha dovuto affrontare i gruppi armati nel campo profughi di Jenin [con la forza], e finora non è riuscita a sconfiggerli”.

L’incursione di sette settimane dell’ANP nel campo, prima dell’ultima operazione di Israele, è stata “una mossa senza precedenti nella storia della causa palestinese”, dice Assaf. E mentre l’ANP ha affermato di aver represso la resistenza armata per proteggere il campo dal destino a cui è andata incontro la Striscia di Gaza, lui è del parere che questa sia “una dichiarazione vergognosa” e aggiunge: “L’occupazione non ha bisogno di scuse per distruggerci, occupare la nostra terra e costruire insediamenti coloniali; lo fa perché questo è il suo progetto principale”.

L’ANP, conclude Assaf, dovrebbe fare una di queste due cose: “Può tornare verso il popolo palestinese, stare al suo fianco contro le politiche di occupazione, unificare il suo fronte interno e porre fine alla divisione. Oppure, se non può farlo, dovrebbe tenere elezioni per consentire al popolo palestinese di scegliere una leadership che lo rappresenti e lo guidi verso il raggiungimento delle sue aspirazioni. Se l’ANP continua con il suo attuale approccio aumenterà le tensioni tra le persone e indebolirà il fronte interno di fronte all’occupazione”.

Basel Adraa è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Finché ci saranno indagini farsa, in Cisgiordania l’IDF continuerà a sparare ai bambini

Editoriale di Haaretz

28 gennaio 2025 – Haaretz

La “Gazificazione” della Cisgiordania continua, compresa l’intollerabile facilità con cui vengono uccisi dei bambini.

All’inizio di gennaio Reda Besharat, 8 anni, e suo cugino Hamza Besharat, 10 anni, sono stati uccisi dall’attacco di un drone israeliano nel villaggio di Tammun. Il padre di uno dei ragazzini ha affermato il giorno seguente che, quando sono stati colpiti, suo figlio e suo nipote si stavano preparando per andare a scuola e si trovavano nel cortile di casa. Nell’attacco è stato ucciso anche un terzo cugino, il ventitreenne Adam Besharat.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto a questa terribile tragedia con un’indagine che non si può che definire offensiva. Ha rilevato che il drone ha sparato “sulla base dell’indicazione che nel momento dell’incidente era difficile stabilire che (i bersagli) erano dei minorenni.” Se un drone che sta sorvegliando la zona non è in grado di distinguere tra bambini e adulti, allora perché i suoi dati vengono utilizzati per approvare attacchi così letali?

In effetti l’indagine è un modello per sottrarsi a ogni responsabilità. Secondo l’IDF i bambini sono stati erroneamente identificati come adulti che avevano collocato un ordigno esplosivo, benché in seguito nella zona non sia stata trovata alcuna bomba.

L’indagine ha anche rivelato che questo errore fatale non è stato bloccato da nessuno lungo la catena di comando, incluso il capo del Comando Centrale, il generale Avi Bluth. Una delle conclusioni dell’indagine dell’esercito è che sarebbe stato opportuno prendere ulteriori iniziative per verificare l’identità dei bersagli.

Sarebbe stato opportuno” è un eufemismo. Un’indagine su un’azione irresponsabile con tali orribili conseguenze non dovrebbe concludersi con quello che “sarebbe stato opportuno” fare, ma piuttosto prendendo misure significative contro i responsabili.

Nel passato la polizia militare apriva automaticamente un’indagine dopo l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania. Ora il comportamento predefinito è aprire un’indagine sugli “incidenti di combattimento” solo dopo un controllo della procura generale militare. Ovviamente gli avvenimenti in Cisgiordania sono sempre più spesso classificati come incidenti di combattimento. Le conclusioni dell’indagine riguardo ai bambini sono state trasmesse al capo del comando generale e non sono state ancora sottoposte alla procura generale militare.

Sabato sera una bambina di 2 anni è stata colpita e uccisa dal fuoco dell’IDF in un villaggio nei pressi di Jenin. L’esercito ha affermato che le forze hanno sparato contro un edificio in cui, secondo l’intelligence, si nascondeva un uomo armato. Tuttavia in casa della bimba non c’era un uomo armato barricato all’interno, bensì una famiglia che stava cenando.

Appena si sono accorti di aver colpito una bambina i soldati hanno chiamato la Mezzaluna Rossa palestinese e hanno portato via anche la madre, lievemente ferita a un braccio. L’IDF sta ancora indagando sull’incidente. Ma che benefici trarrà dai suoi risultati la bimba uccisa?

Dopo le massicce uccisioni a Gaza di decine di migliaia di persone, tra cui minori, sembra che l’IDF stia perdendo ogni freno anche in Cisgiordania. Questa tendenza pericolosa deve essere immediatamente fermata.

Il presente articolo è l’editoriale principale di Haaretz come pubblicato in Israele nelle edizioni in ebraico e in inglese del giornale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Svizzera espelle Ali Abunimah di The Electronic Intifada

La redazione di The Electronic Intifada 

27 gennaio 2025 – Electronic Intifada

Ali Abunimah, direttore esecutivo di The Electronic Intifada, è stato espulso dalla Svizzera lunedì dopo aver passato due notti in carcere.

Abunimah ha descritto la sua esperienza in una dichiarazione subito dopo il suo atterraggio all’aeroporto di Istanbul lunedì sera tardi. Ha detto di essere stato “privato della possibilità di comunicare con il mondo esterno” e “senza nemmeno il permesso di contattare la mia famiglia.”

Ha riferito di essere stato accusato dalla polizia di “violazione della legge svizzera”, ma senza aver ricevuto alcuna accusa specifica. Abunimah ha aggiunto di essere stato interrogato “da agenti dei servizi segreti del Ministero della Difesa svizzero senza la presenza della mia avvocata e si sono nuovamente rifiutati di permettermi di contattare lei o la mia famiglia.”

Durante la sua prigionia Abunimah ha rifiutato il cibo e accettato solo acqua fino a quando è stato informato che sarebbe andato a casa.

Ha paragonato i maltrattamenti subiti da parte delle autorità svizzere al trattamento del presidente israeliano Isaac Herzog che “a Davos è stato ricevuto con un tappeto rosso, un tappeto intriso del sangue” dei palestinesi uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza.

Questa disavventura è durata tre giorni, ma l’esperienza della prigione è stata più che sufficiente per farmi ammirare ancora di più gli eroi palestinesi che sopportano mesi e anni nelle carceri dell’oppressore genocida,” ha affermato.

Ora so ancora di più che non potremo mai ripagare il debito che abbiamo nei loro confronti, che tutti devono essere liberati e che questo deve restare al centro della nostra attenzione.”

Abunimah ha detto di non essere stato al corrente mentre era in detenzione dell’ondata di indignazione e della solidarietà in tutto il mondo in seguito al suo arresto.

Sono profondamente grato a tutte le persone che hanno preso le mie difese,” ha aggiunto.

Arrestato con violenza da parte di poliziotti in borghese

L’arresto di Abunimah è avvenuto sabato mentre si stava recando a un incontro a Zurigo.

Era in Svizzera dal giorno prima per una serie di eventi su invito di organizzatori locali. Venerdì al suo arrivo all’aeroporto di Zurigo Abunimah era stato interrogato dalla polizia per un’ora prima di essere autorizzato a entrare nel Paese.

Testimoni oculari hanno detto che sabato tre ufficiali di polizia in borghese hanno prelevato in modo violento Abunimah e l’hanno costretto con la forza a entrare in un’auto civetta senza dire dove lo stavano portando.

L’arresto di Abunimah sembra far parte di una crescente reazione dei governi occidentali contro le espressioni di solidarietà con il popolo palestinese.

L’anno scorso nel Regno Unito parecchi attivisti e giornalisti sono stati arrestati, perquisiti o accusati usando disposizioni “antiterrorismo”.

Fra questi Asa Winstanley, redattore associato di The Electronic Intifada, la cui casa è stata perquisita e i cui computer e cellulari sequestrati. Winstanley non è stato accusato di alcun crimine e la perquisizione è stata condannata dalla Commissione per la Protezione dei Giornalisti e dal Sindacato Nazionale dei Giornalisti del Regno Unito.

L’arresto di Abunimah in Svizzera ha incontrato la condanna in tutto il mondo. Sabato è stata lanciata una petizione per chiedere la sua liberazione che è stata firmata da oltre 15.000 persone.

Sviluppo pericoloso”

Due esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno condannato l’incarcerazione di Abunimah da parte delle autorità svizzere.

Irene Khan, la relatrice speciale dell’ONU sulla libertà di opinione ed espressione, l’ha definita una “notizia scioccante” e ha chiesto alla Svizzera di “interrogare e rilasciare urgentemente” Abunimah.

Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ha chiesto “un’indagine immediata su questo caso.” Ha detto che “il clima che circonda la libertà di parola in Europa sta diventando sempre più tossico e noi dovremmo essere tutti preoccupati.”

L’ufficio europeo di Amnesty International ha detto che sta seguendo il caso di Abunimah.

Il giro di vite globale contro coloro che criticano le violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele è allarmante e deve cessare immediatamente,” ha aggiunto Amnesty.

Euro-Med Monitor, un’organizzazione per i diritti umani basata a Ginevra, ha condannato l’arresto di Abunimah. Ha affermato che si tratta di “uno sviluppo pericoloso che riflette una tendenza in crescita fra i governi occidentali di censurare la libertà di parola e prendere di mira giornalisti e attivisti che documentano le sofferenze delle vittime e difendono i diritti dei palestinesi.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché ci sono così tanti minori palestinesi nelle carceri israeliane?

Redazione di Al Jazeera

26 gennaio 2025 Al Jazeera

Sono stati rilasciati ventitré minori detenuti, ma più di 300 minorenni restano nelle carceri israeliane, molti dei quali senza accuse

Perlomeno 23 minori palestinesi sono stati rilasciati dalle prigioni di Israele come parte dell’accordo di cessate il fuoco, portando alla ribalta la sistematica persecuzione dei minori palestinesi da parte dei tribunali militari di Israele.

Almeno 290 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati in due lotti da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hamas e Israele, ponendo fine a 15 mesi di incessanti bombardamenti israeliani su Gaza.

Secondo Adameer Prisoner Support and Human Rights Association, un’organizzazione per i diritti umani con sede nella Cisgiordania occupata, prima degli ultimi scambi di prigionieri nelle prigioni israeliane erano detenuti 320 minori.

Quindi, cosa sappiamo dei minori palestinesi in prigione e perché vengono processati nei tribunali militari?

Cosa sappiamo dei minori palestinesi imprigionati in Israele?

Nel 2016 Israele ha introdotto una nuova legge che consente che i minori di età compresa tra 12 e 14 anni possano essere ritenuti penalmente responsabili, il che significa che potrebbero essere processati in tribunale come adulti e ricevere pene detentive. In precedenza, solo i minori di età pari o superiore ai 14 anni potevano essere condannati al carcere. Le pene detentive non possono tuttavia iniziare fino a quando il minore non abbia raggiunto l’età di 14 anni [vedi la legge qui: PDF].

Questa nuova legge, approvata il 2 agosto 2016 dalla Knesset israeliana, consente alle autorità israeliane di “imprigionare un minore condannato per reati gravi come omicidio, tentato omicidio o omicidio colposo anche se ha meno di 14 anni”, secondo la dichiarazione della Knesset al momento dell’approvazione della legge.

Questa modifica è stata apportata nel 2015 dopo che nella Gerusalemme Est occupata è stato arrestato il tredicenne Ahmed Manasra. Era accusato di tentato omicidio e condannato a 12 anni di prigione dopo l’entrata in vigore della nuova legge, per l’appunto dopo il suo quattordicesimo compleanno. Poi in appello la sua condanna è stata commutata a nove anni.

Secondo la ONG Save the Children, negli ultimi 20 anni circa 10.000 minori palestinesi sono stati tenuti da Israele in detenzione militare.

Le ragioni dell’arresto dei minori vanno dal lancio di pietre alla partecipazione a un raduno di sole 10 persone senza permesso, per qualsiasi istanza “che potrebbe essere interpretata come politica”.

In base a quale legge Israele detiene i minori?

Con una pratica controversa, i prigionieri palestinesi sono processati e condannati in tribunali militari e non civili. Il diritto internazionale consente a Israele di utilizzare tribunali militari nei territori che occupa.

In Palestina esiste un duplice sistema legale, in base al quale i coloni israeliani che vivono nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est sono soggetti al diritto civile israeliano, mentre i palestinesi sono soggetti al diritto militare israeliano in tribunali gestiti da soldati e ufficiali israeliani.

Questo significa che un gran numero di palestinesi viene imprigionato senza un dovuto processo che rispetti regole basilari.

In ogni caso le autorità israeliane arrestano regolarmente i minori palestinesi durante incursioni notturne, li interrogano senza un tutore presente, li trattengono per periodi molto lunghi prima di portarli davanti a un giudice e trattengono quelli di appena 12 anni in lunghe detenzioni preventive”, ha scritto nel novembre 2023 Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina.

Quasi tre quarti dei minori palestinesi nella Cisgiordania occupata sono stati tenuti in custodia fino alla fine del procedimento, rispetto a meno del 20 % dei minori israeliani – secondo il rapporto del 2017 dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele.

HaMoked, una ONG per i diritti umani che assiste i palestinesi sottoposti a violazioni dei diritti umani sotto l’occupazione israeliana, ha affermato che nel 2020 ai minori detenuti in prigione era concessa una telefonata di 10 minuti alla famiglia una volta ogni due settimane.

Quanti fra i prigionieri palestinesi finora rilasciati nell’ambito dell’accordo tra Israele e Hamas sono minori?

Come parte dell’accordo di cessate il fuoco sabato Israele ha rilasciato dalle sue prigioni 200 detenuti palestinesi, 120 dei quali stavano scontando l’ergastolo.

Due di loro sono minori, entrambi di 15 anni. Il prigioniero più anziano, Muhammad al-Tous, ha 69 anni. Aveva trascorso 39 anni in prigione, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1985 mentre combatteva contro le forze israeliane.

Lo scambio di sabato è stato il secondo da quando il 19 gennaio è entrato in vigore il cessate il fuoco. Nel primo scambio sono stati rilasciati tre prigionieri israeliani e 90 prigionieri palestinesi (69 donne e 21 minori).

Solo otto dei 90 prigionieri erano stati arrestati prima del 7 ottobre 2023, quando i gruppi palestinesi guidati da Hamas hanno effettuato attacchi nel sud di Israele. Gli attacchi hanno ucciso più di 1.100 persone, ne hanno fatte prigioniere circa 250 e hanno innescato la devastante guerra di Israele a Gaza.

Alcuni prigionieri palestinesi erano tenuti nelle prigioni israeliane da più di trent’anni.

Il noto leader palestinese Marwan Barghouti, co-fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese noto anche come Fatah, il partito che governa la Cisgiordania, è in prigione da 22 anni.

Tamer Qarmout, professore associato al Doha Institute for Graduate Studies, ha detto ad Al Jazeera che il rilascio dei prigionieri palestinesi è un “enorme sollievo” per le famiglie, sebbene stia avvenendo sotto le “terribili condizioni dell’occupazione [israeliana]”.

“Questi prigionieri avrebbero dovuto essere rilasciati grazie ad un accordo più ampio che ponga fine al conflitto, che porti la pace tramite negoziati e la fine dell’occupazione, ma la dura realtà in Palestina è che mentre parliamo l’occupazione continua”, ha detto Qarmout ad Al Jazeera.

Quanti palestinesi ci sono nelle prigioni israeliane? Hanno subito torture durante la detenzione?

Secondo le stime di Addameer domenica erano prigionieri di Israele circa 10.400 palestinesi di Gaza e della Cisgiordania,.

Nei territori palestinesi occupati un palestinese su cinque è stato a un certo punto arrestato e accusato. Questo tasso è il doppio per gli uomini palestinesi rispetto alle donne: due uomini su cinque sono stati arrestati e accusati.

Ci sono 19 prigioni in Israele e una all’interno della Cisgiordania occupata che detengono prigionieri palestinesi. Da ottobre Israele non consente alle organizzazioni umanitarie indipendenti di visitare le prigioni israeliane, quindi è difficile conoscere il numero e le condizioni delle persone che vi sono detenute.

I prigionieri palestinesi che sono stati rilasciati hanno riferito di essere stati picchiati, torturati e umiliati prima e dopo l’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre.

Quanti prigionieri palestinesi sono trattenuti senza accuse?

Secondo Addameer circa 3.376 palestinesi detenuti in Israele sono in detenzione amministrativa. Un detenuto amministrativo è una persona tenuta in prigione senza accusa o processo.

Né ai detenuti amministrativi, che includono donne e bambini, né ai loro avvocati è consentito vedere le “prove segrete” che le forze israeliane affermano costituiscano la ragione degli arresti. Questa pratica è esercitata contro i detenuti palestinesi sin dalla fondazione di Israele nel 1948.

Queste persone sono arrestate dall’esercito per periodi di tempo rinnovabili, il che significa che la durata dell’arresto è indefinita e potrebbe durare molti anni.

Secondo Addameer i detenuti amministrativi includono 41 minori e 12 donne.

Cosa succederà adesso?

Nella prima fase di sei settimane del cessate il fuoco dovrebbero essere rilasciati altri ventisei prigionieri [israeliani, n.d.t.] insieme a centinaia di altri prigionieri palestinesi. Il prossimo scambio è previsto per sabato prossimo[1 febbraio ndt]. Molti sperano che la fase successiva porrà fine alla guerra che ha costretto la stragrande maggioranza dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza a spostarsi e ha lasciato centinaia di migliaia di persone a rischio carestia. I colloqui inizieranno il 3 febbraio.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il momento cruciale per la Cisgiordania: l’azzardo israeliano e il tradimento dell’ANP- Analisi

Ramzy Baroud

22 gennaio 2025 – Palestine Chronicle

La sempre più dura campagna militare israeliana in Cisgiordania, insieme alla complicità dell’ANP, crea le condizioni per uno scontro cruciale nella resistenza palestinese. L’esercito israeliano continua la sua offensiva contro il campo profughi di Jenin, una campagna militare che è iniziata praticamente subito dopo l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza.

Benché l’epicentro dell’offensiva rimanga Jenin, dove sono stati uccisi o feriti molti palestinesi, sono state attaccate anche importanti città della Cisgiordania. Le incursioni israeliane hanno raggiunto vari villaggi e campi profughi, portando all’arresto di molti palestinesi.

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che a lungo ha agito come la presunta avanguardia dei diritti dei palestinesi, sta partecipando attivamente alla campagna israeliana. Di fatto l’ANP è stata coinvolta nella pacificazione della resistenza a Jenin e in altre zone della Cisgiordania prima degli attacchi israeliani, preparando a quanto pare il terreno per una più vasta repressione da parte dell’esercito israeliano.

Il ruolo dell’ANP

Ironicamente l’ANP ha chiamato la sua azione a Jenin, durata dal 5 dicembre al 21 gennaio, “Proteggere la Patria”. Eppure l’operazione ha semplicemente cercato di pacificare la “patria” rendendo più facile alla missione militare israeliana di completarla.

Il livello di violenza dell’ANP contro i palestinesi in Cisgiordania è sempre più comparabile a quello di Israele, rafforzando ulteriormente l’affermazione secondo cui l’ANP è di fatto uno strumento di controllo dell’occupazione israeliana sui palestinesi.

Nel 2007 Gaza si ribellò contro l’ANP in quello che all’epoca venne erroneamente definito come uno scontro tra Hamas e Fatah, quest’ultimo partito dominante nell’OLP e fazione del presidente Mahmoud Abbas.

Non è chiaro se una simile rivolta contro l’ANP sia possibile in Cisgiordania, almeno per il momento, considerando che la popolazione palestinese vi deve affrontare tre livelli di violenza: dell’esercito israeliano, dei coloni israeliani illegali armati e delle forze di sicurezza di Abbas.

Sperando di “risparmiare il sangue palestinese”, il 14 gennaio la resistenza di Jenin aveva accettato di firmare un accordo con l’ANP, consentendo alle forze dell’ANP di entrare a Jenin senza scontri purché evitassero di prendere misure violente contro la resistenza. L’ANP avrebbe violato l’accordo lasciando zone di Jenin aperte all’ingresso dell’esercito israeliano.

Il tempo delle richieste all’ANP di dare priorità all’unità nazionale rispetto al “coordinamento per la sicurezza” con Israele è finito, in quanto ora i palestinesi vedono l’ANP come parte integrante dell’esercito israeliano.

La tempistica

Ma perché Israele attacca la Cisgiordania, e perché proprio ora?

L’operazione militare israeliana in Cisgiordania, nome in codice “Muro di Ferro”, secondo fonti della sicurezza israeliana citate dal [canale televisivo] Channel 14 è stata ufficialmente condotta con lo scopo di “distruggere infrastrutture terroristiche a Jenin” e impedire un nuovo 7 ottobre. Tuttavia ciò non può essere vero. Persino con l’accresciuta resistenza nel nord della Cisgiordania la regione appare impreparata per un’operazione come “Inondazione Al-Aqsa” del 7 ottobre.

La logica di “Muro di Ferro” risiede piuttosto all’interno del campo politico e psicosociale. Primo, stando a David K. Rees, che lo ha scritto su Times of Israel, a Gaza Israele è stato sconfitto, una sconfitta senza precedenti nella storia del Paese. Dal punto di vista ufficiale israeliano l’impatto psicologico di questa sconfitta richiede un’azione immediata per impedire alla società e ai media israeliani di soffermarsi sulle sue conseguenze più ampie e a lungo termine.

Questa è in parte la ragione per cui Israele sta attaccando la Cisgiordania, che, almeno per adesso, rappresenta il ventre molle della resistenza palestinese, in parte a causa della repressione operata dall’ANP. La stessa logica può spiegare perché Israele ha accettato il cessate il fuoco in Libano, avanzando nel contempo incontrastato in Siria.

Il fatto che Israele mostri i muscoli significa in buona misura mandare un messaggio di forza e controllo all’opinione pubblica israeliana, che ha perso fiducia nel suo esercito, nella sua intelligence e nelle sue istituzioni politiche.

Secondo, l’operazione israeliana in Cisgiordania è parte di uno scambio politico tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze, l’estremista Bezalel Smotrich. Quest’ultimo, benché si sia opposto al cessate il fuoco a Gaza, è rimasto nel governo, appoggiando la litigiosa coalizione di Netanyahu.

A differenza del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha dato le dimissioni insieme al suo partito, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Smotrich è rimasto, a condizione di portare avanti una grande operazione militare in Cisgiordania, aprendo la strada a un’ulteriore espansione delle colonie illegali.

Questo scambio beneficia sia Smotrich che Netanyahu. Smotrich ora può aggiungere ulteriori seguaci alla sua base di estrema destra, sostenendo di essere stato inflessibile riguardo alla sicurezza nazionale a Gaza, reprimendo nel contempo i palestinesi in Cisgiordania.

Per Netanyahu è anche un modo per accontentare i sostenitori di Smotrich, in quanto l’incremento della base elettorale di quest’ultimo potrebbe indebolire l’influenza di Ben-Gvir, poiché entrambi competono per lo stesso elettorato.

Una nuova Intifada?

I leader israeliani accentuano la violenza in Cisgiordania per conquistare vantaggi politici, ma non stanno prestando molta attenzione agli avvertimenti dei dirigenti dell’esercito e dell’intelligence. Il 9 gennaio, per esempio, il [canale televisivo] Channel 12 israeliano ha informato che il capo di stato maggiore Herzi Halevy e importanti ufficiali hanno messo in guardia il gabinetto di guerra sul fatto che la Cisgiordania è sul punto di esplodere e che le tensioni potrebbero portare a una “terza intifada (rivolta).”

In effetti gli errori di calcolo in Cisgiordania potrebbero tendenzialmente portare alla tanto attesa rivolta popolare che, se avvenisse, sarebbe difficile, se non impossibile, controllare in base alle tempistiche dell’esercito israeliano.

La rabbia palestinese derivante dal genocidio israeliano a Gaza, insieme al senso collettivo di vittoria per il cessate il fuoco, rende molto concreta la possibilità di un’Intifada. Se ciò avvenisse, buona parte della Cisgiordania e della vita politica palestinese cambierebbe.

L’ANP ha già scelto da che parte stare nell’imminente conflitto. Il governo israeliano, scosso dalla sconfitta a Gaza, è pronto a impegnarsi in altri azzardi militari. Il mondo continua a guardare in silenzio come ha fatto durante i 471 giorni del genocidio israeliano.

La Cisgiordania insorgerà con la stessa forza e determinazione per vincere contro l’occupazione israeliana come hanno fatto i suoi fratelli a Gaza? Se la risposta è sì, l’occupazione israeliana dovrà affrontare un altro duro colpo, aprendo la strada alla liberazione dei palestinesi.

(La caporedattrice di Palestine Chronicle Romana Rubeo ha contribuito a questa analisi.)

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. É autore di sei libri. Il suo ultimo libro, una co-curatela con Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: leader e intellettuali palestinesi impegnati prendono posizione]. Il dott. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele sigilla Betlemme con 89 cancelli, barriere e blocchi di cemento

Redazione di MEMO

21 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Le forze di occupazione israeliane hanno stretto la morsa del loro assedio al governatorato di Betlemme, nel sud della Cisgiordania occupata, dividendo e isolando il governatorato con 89 cancelli militari, barriere e blocchi di cemento.

Di conseguenza i palestinesi sono obbligati a usare un numero limitato e ridotto di strade per uscire ed entrare nel e dal governatorato passando attraverso posti di controllo militari dove le forze di occupazione israeliane controllano le auto e le identità dei cittadini ed imprigionano i civili. Queste nuove limitazioni imprigionano ulteriormente la vita quotidiana dei palestinesi.

Le misure dell’esercito israeliano sono applicate in parallelo agli attacchi dei coloni in corso nelle zone meridionale, occidentale ed orientale del governatorato, con l’obiettivo di terrorizzare i palestinesi e farli sfollare fuori dalle loro terre per impadronirsene e costruire colonie ebraiche illegali che separano le comunità palestinesi.

Hassan Breijieh, un ricercatore nel campo delle colonie, ha affermato che nel governatorato di Betlemme dall’inizio della guerra israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023 le forze di occupazione israeliane hanno installato 53 cancelli militari, molti dei quali sono permanentemente chiusi, in modo che i palestinesi non possano attraversarli. Blocchi di cemento sono stati posti su altre 36 strade.

Secondo la camera di commercio ed industria di Betlemme queste chiusure, in aggiunta alle difficili condizioni economiche nel governatorato, e l’impennata al 36% del numero di famiglie che sono cadute sotto la soglia di povertà hanno reso le condizioni di vita nel governatorato estremamente difficili in termini di movimento e di capacità di soddisfare le necessità giornaliere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele archivia la causa contro cinque uomini accusati dell’uccisione di un prigioniero palestinese

Mera Aladam

21 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il Procuratore di Stato Amit Isman ha deciso di annullare la causa contro i cinque, a causa dell’elevata possibilità di “false confessioni e mere millanterie”.

Lunedì il Procuratore di Stato di Israele ha archiviato un’indagine contro cinque uomini sospettati di aver ucciso un palestinese bendato che avevano imprigionato in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Nonostante prove video e ammissioni di colpa da parte dei sospettati Amit Isman ha archiviato l’indagine adducendo “scarsa credibilità delle confessioni, che probabilmente sono solo spacconerie”.

I cinque uomini, identificati come Roi Yifrach, Israel Biton, Akiva Kaufman, Israel Peretz e Saar Ofir, erano indagati dal novembre 2023.

Sono stati sospettati di aver sequestrato un palestinese che asserivano essere un importante combattente di Hamas che avrebbe partecipato all’attacco del 7 ottobre.

Ofir durante un interrogatorio del novembre 2023 aveva dichiarato che Yifrach, il principale sospettato, gli aveva mostrato un video in cui lui accoltellava al viso un palestinese bendato, uccidendolo.

All’epoca quattro giudici emisero avvisi di ricerca dopo aver concluso che vi era il ragionevole sospetto che fosse avvenuto un omicidio.

Yifrach confessò alla polizia e in messaggi whatsapp inviati ad altri che aveva ucciso dei “terroristi” al di fuori del combattimento.

Anche Ofir confessò in messaggi whatsapp di aver ucciso “terroristi” dopo averli a quanto pare torturati sia sessualmente che fisicamente.

Ofir, un colono dell’insediamento di Elkana nella Cisgiordania occupata, è stato coinvolto anche in un altro caso in cui lui e altri due ufficiali israeliani sono stati accusati nel dicembre 2024 di aver aggredito violentemente un palestinese in agosto e di averlo rapito prima di lasciarlo incosciente e sanguinante vicino ad un posto di blocco.

Il giornale israeliano Maariv ha riferito che la Pretura di Tel Aviv ha emesso un mandato di arresto contro Yifrach, Biton e Ofir, stabilendo che vi era un ragionevole sospetto di omicidio.

Tutti i sospettati coinvolti nell’uccisione hanno negato di aver ucciso la vittima in assenza di una minaccia da parte del palestinese. Ofir ha detto di aver mandato messaggi per vantarsi.

Secondo Maariv le indagini hanno messo in luce contraddizioni nelle versioni dei sospettati, spingendo il Procuratore di Stato a chiudere il caso adducendo la mancanza di prove sufficienti per accusarli di omicidio.

Tuttavia, in base alle prove, Yifrach ha confessato l’uccisione, il corpo della vittima è stato trovato nella sua auto ed è stato anche rinvenuto un video in cui lo si vede colpire il palestinese.

Secondo Maariv il Procuratore di Stato ha deciso di chiudere il caso in quanto riteneva che la confessione di Yifrach fosse falsa e derivasse dal desiderio di “ostentare il proprio contributo allo sforzo bellico”.

Alla fine di luglio nove soldati israeliani sono stati arrestati per presunto stupro di un palestinese detenuto a Sde Teiman, un carcere nel deserto del Negev nel sud di Israele.

L’incidente ha provocato un contraccolpo in Israele, con una mobilitazione dell’estrema destra che ha visto un parlamentare e ministro assalire il centro di detenzione ed un tribunale militare in protesta contro gli arresti.

Martedì cinque di quei prigionieri sono stati inviati agli arresti domiciliari, in pendenza di una possibile decisione da parte dell’esercito di formalizzare le accuse.

Secondo un recente sondaggio una maggioranza di israeliani ritiene che agenti penitenziari accusati di aggressione sessuale contro un detenuto palestinese non debbano subire imputazioni penali e debbano solo essere sottoposti a misure disciplinari dall’esercito.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)