La disoccupazione dei palestinesi in Cisgiordania fa ora parte della strategia israeliana

Haitham S. 

21 gennaio 2025 – +972 magazine

Dopo il 7ottobre Israele ha revocato i permessi di lavoro a più di 150.000 palestinesi. Oltre a un aumento vertiginoso degli attacchi dei coloni, il mio villaggio va incontro alla rovina economica.

Sin dall’inizio dell’attacco di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 i palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno sofferto per una grave crisi occupazionale. Nei primi sei mesi di guerra il tasso di disoccupazione è quasi triplicato e oltre 300.000 lavoratori hanno perso la loro principale fonte di reddito. 

Oltre metà di loro aveva lavorato in Israele fino a quando le autorità hanno revocato i permessi di lavoro in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre. I lavoratori palestinesi hanno ripetutamente richiesto il rinnovo dei permessi di ingresso in Israele per poter mantenere i propri figli e vivere un’esistenza decente, ma fino ad ora le loro richieste sono state respinte.

Nel mio villaggio di Umm Al-Khair, nelle colline a sud di Hebron, la maggior parte delle famiglie non ha più una fonte di sostentamento. Oltre a uno spaventoso incremento degli attacchi dei coloni e delle demolizioni di case nella nostra comunità, la maggior parte degli abitanti si trova ora a fronteggiare la rovina economica. Ormai nel secondo anno di questa situazione siamo ancora senza soluzioni o adeguata assistenza finanziaria. 

Storicamente la nostra comunità viveva di pastorizia e agricoltura. Ma nel corso degli anni l’espansione della colonia ebraica di Carmel, che quando si insediò nel 1980 si impadronì di metà della terra del villaggio, e la violenza di coloni e soldati israeliani hanno reso inaccessibile buona parte delle nostre terre. Costretti a trovare fonti di reddito alternative molti giovani della comunità hanno cominciato a fare i manovali in Israele fino a quando la guerra ha posto fine a tutto ciò.

Ahmed Hathaleen, un operaio ventinovenne che lavorava in cantieri israeliani prima della guerra, è ora disoccupato da 16 mesi. Ha subito una grave infortunio sul lavoro nell’agosto 2023, che ha richiesto un intervento chirurgico in un ospedale israeliano per l’amputazione di un dito. Quando è guarito è cominciata la guerra e Israele ha revocato il suo permesso di lavoro. 

Senza altre entrate per mantenere la sua famiglia Ahmed è stato costretto, con imbarazzo e vergogna, a chiedere soldi ai suoi amici. Ma dice di non avere scelta: “Sono il padre di due bambini: Khaled, 2 anni e mezzo, e Majed, di 10 mesi. Majed è nato nei primi mesi di guerra. A quest’età i bambini hanno bisogno di molte cure e la mia impossibilità di lavorare rende estremamente difficile provvedere alle loro necessità primarie.” 

A peggiorare le cose ogni giorno Ahmed riceve messaggi e chiamate dall’ospedale israeliano dove è stato operato che gli ricorda di pagare il debito contratto per le necessarie visite di controllo nei mesi successivi all’intervento. L’ospedale gli ha dato un ultimatum: saldare l’importo o il suo fascicolo verrà trasferito a un tribunale israeliano, cosa che contribuirebbe a fargli sostenere costi aggiuntivi per le parcelle dell’avvocato e le multe per il pagamento in ritardo. 

Al momento non ho nulla,” si lamenta Ahmed. “Devo dei soldi a molti amici che me li hanno prestati per mantenere la mia famiglia e i miei figli e devo all’ospedale una somma di denaro che non sono in grado di restituire. Più passa il tempo, più peggiora la situazione. Nessuno si preoccupa di noi. L’Autorità Palestinese non ha trovato soluzioni per noi dopo un intero anno senza lavoro.”

Molte altre famiglie a Umm Al-Khair sono in situazioni simili. Alcune sono state costrette a vendere persino cose essenziali come i mobili per mantenere i propri figli.

Ammar Hathaleen, un bracciante agricolo di 32 anni, ha perso il lavoro in Israele quando è cominciata la guerra. “Ho sei figli, abbiamo tantissime spese,” spiega. “Da quando ho perso la mia fonte di reddito non ho altro modo di mantenerli.”

Ammar ha continuato a cercare lavoro in Cisgiordania, ma non ha trovato nulla. Per risparmiare ha cercato di mietere grano e altri prodotti nei suoi campi vicino al villaggio, ma l’esercito israeliano e i coloni gli hanno reso impossibile l’accesso ai suoi terreni. 

Tagliati fuori dalle nostre terre

Il caso di Ammar illustra bene le grandi difficoltà che i contadini palestinesi affrontano in tutta la Cisgiordania, mentre le colonie finanziate dal governo israeliano impediscono sempre di più l’accesso alle loro terre. Storicamente Hebron e i villaggi come Umm Al-Khair che la circondano producevano la maggior parte dell’uva della Cisgiordania e, con la valle del Giordano, sono la zona dove si svolge la maggior parte della pastorizia nella regione. 

Come tale non è un caso che i coloni abbiano strategicamente concentrato i loro attacchi in queste terre fertili. E con il sostegno dell’esercito israeliano le milizie dei coloni hanno preso il controllo di decine di migliaia di dunam [1 duman = 0,1 ettaro] di terre agricole. 

Prima del 7 ottobre i contadini di Umm Al-Khair che volevano accedere alle proprie terre alla periferia delle colonie israeliane durante l’abbacchiatura delle olive e per arare dovevano procurarsi un’autorizzazione speciale dalle autorità israeliane. Tuttavia l’anno scorso Israele ha sospeso il meccanismo di coordinazione, impedendo del tutto a molti contadini di Umm Al-Khair l’accesso alle proprie terre. 

In pratica i palestinesi delle colline a sud di Hebron sono ridotti a pascolare il proprio bestiame entro un raggio di 100 metri dal centro delle comunità, mentre i pastori delle colonie portano le loro greggi a brucare su terre di proprietà privata palestinese coltivata a grano e orzo.

Negli ultimi 15 mesi abbiamo anche subito un numero di attacchi senza precedenti da parte dei coloni, che entrano regolarmente nel villaggio per aggredire gli abitanti spruzzando spray al peperoncino, ci attaccano con bastoni e rubano il nostro legname. All’inizio del mese i coloni di Carmel hanno mandato enormi droni sopra il nostro villaggio aggravando intimidazioni e sorveglianza della nostra vita quotidiana.

Nel frattempo fronteggiamo anche un aumento di violenza proveniente da Havat Shorashim, un avamposto fondato nel 2022, tecnicamente illegale persino ai sensi della legislazione israeliana sebbene l’esercito lo protegga e lo rifornisca di servizi. A partire da luglio un gruppo di pastori coloni di questo avamposto ha cominciato a invadere le nostre terre agricole per tagliare i tubi dell’acquedotto del villaggio, l’unica fonte idrica per l’intera comunità. Ogni volta li ripariamo, ma dopo qualche giorno o settimana un colono arriva e li danneggia di nuovo.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Khalida Jarrar: chi è la prigioniera palestinese recentemente liberata?

Redazione

20 gennaio 2025-Middle East Eye

Femminista e attivista per i diritti, la figura di spicco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è stata un bersaglio israeliano per decenni.

La prigioniera palestinese Khalida Jarrar è stata liberata da Israele domenica come parte della prima ondata di scambi di prigionieri concordata con Hamas nell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza.

La 61enne, parlamentare, femminista e sostenitrice dei diritti dei prigionieri, era tenuta dal 26 dicembre 2023 in detenzione amministrativa, un sistema che consente alle autorità israeliane di trattenere gli individui senza accusa o processo [per un tempo illimitato, n.d.t.].

La detenzione di Jarrar è stata rinnovata più volte.

Ad agosto è stata trasferita in isolamento come “forma di punizione”, secondo il Palestinian Prisoners Club, e tenuta per sei mesi in una cella di 1 m per 1,5 m nella prigione di Ayalon (Ramallah).

L’organizzazione per i diritti umani Addameer ha riferito che la cella aveva “a malapena abbastanza spazio per un materasso e vestiario, prodotti per l’igiene, cibo e acqua erano tutti sottoposti a severe limitazioni. La lunga carriera di Jarrar come attivista l’ha portata a trascorrere gli ultimi tre decenni dentro e fuori dalla galera e ha perso suo padre, sua figlia e suo nipote mentre era dietro le sbarre. Sua sorella Salam Altratot ha detto a Middle East Eye che l’ultima detenzione è stata la più dura che Jarrar abbia mai sopportato.

Una militante da sempre

Nata a Nablus, Jarrar è una importante leader politica e sostenitrice dei diritti umani e del femminismo.

Il suo attivismo è iniziato presto. Da adolescente si sa che ha fatto volontariato con un gruppo che faceva le pulizie nella comunità locale e nelle scuole pubbliche contro il volere di molti nella sua famiglia che ritenevano quel lavoro più adatto ai ragazzi.

È diventata una delle leader più importanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), un gruppo nazionalista e marxista-leninista che è la seconda maggiore fazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ed è stato designato come gruppo terroristico da Israele e dagli Stati Uniti.

Nel 2006 è rimasta eletta al Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, ed è stata nominata a guidare la commissione che si occupa dei prigionieri. Le viene attribuito un ruolo di primo piano nel consolidare l’adesione della Palestina alla Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2015. Jarrar è stata anche un’infaticabile attivista per i diritti dei prigionieri palestinesi ricoprendo tra il 1993 e il 2005 il ruolo di direttrice di Addameer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri con sede a Ramallah.

Ripetute detenzioni

Il lavoro di Jarrar l’ha resa un costante bersaglio per le autorità israeliane che l’hanno arrestata più volte negli ultimi tre decenni sottoponendola spesso a detenzione amministrativa.

Il suo primo arresto è avvenuto nel marzo 1989, quando ha partecipato a una manifestazione in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Ad aprile 2015 le autorità israeliane hanno arrestato Jarrar e inizialmente l’hanno tenuta in detenzione amministrativa senza accusa.

A seguito della crescente pressione internazionale un tribunale militare israeliano l’ha accusata di 12 reati legati alla sicurezza e connessi alla sua appartenenza al FPLP. Jarrar è stata dichiarata colpevole e condannata a 15 mesi di prigione, cinque anni di libertà vigilata e una multa di 2.600 dollari.

La leader palestinese ha continuato il suo lavoro in prigione fondando una scuola e insegnando inglese alle giovani donne detenute.

È stata rilasciata nel giugno 2016 solo per essere arrestata un anno dopo durante un raid all’alba nella sua casa a Ramallah. È stata liberata nel settembre 2021. Jarrar ha dovuto affrontare anche divieti di viaggio di lunga durata imposti dalle autorità israeliane, suo marito è stato arrestato più di 10 volte.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Percosse brutali, malattie, fame: i miei amici palestinesi in Cisgiordania che hanno scontato la pena nelle prigioni israeliane dalla fine del 2023 sono tornati con racconti spaventosi di quella che può essere definita solo tortura sistematica

Jonathan Pollak

19 gennaio 2025 – Haaretz

Quando sono tornato in Cisgiordania l’anno scorso, dopo un lungo periodo di prigionia e arresti domiciliari in seguito al mio arresto durante una manifestazione nel villaggio di Beita, la Cisgiordania era molto diversa da come l’avevo conosciuta in precedenza. Uccisioni di civili, attacchi da parte di coloni che operavano di concerto con l’esercito, arresti su larga scala. Paura e terrore a ogni angolo. E silenzio, un silenzio inquietante e cupo.

Ancora prima della mia liberazione, avevo iniziato a rendermi conto che qualcosa di fondamentale era cambiato. Pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023 Ibrahim al-Wadi, un mio amico del villaggio di Qusra, è stato assassinato dai coloni insieme a suo figlio Ahmed. Sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre partecipavano al funerale di altri quattro palestinesi, uccisi il giorno prima: tre da coloni che avevano fatto irruzione nel villaggio, il quarto da soldati che li accompagnavano.

Ho presto capito che stava accadendo qualcosa di orribile nelle prigioni dove sono rinchiusi i detenuti politici palestinesi. Nell’ultimo anno, mentre io riconquistavo la mia libertà, innumerevoli palestinesi, tra cui molti miei amici e conoscenti, sono stati arrestati da Israele. Quando alcuni di loro hanno iniziato a essere rilasciati e a tornare nel mondo esterno hanno raccontato storie che dipingevano un quadro raccapricciante di torture sistematiche.

I pestaggi brutali sono un tema ricorrente in ogni storia. Avvengono durante l’appello, durante le perquisizioni delle celle, ogni volta che i detenuti vengono trasferiti da un luogo all’altro. Nell’ultimo anno le udienze in tribunale si sono svolte per lo più in videoconferenza con le prigioni, senza che gli imputati fossero fisicamente portati in aula. Ma la situazione è così grave che alcuni prigionieri hanno chiesto ai loro avvocati che le udienze venissero svolte in loro assenza perché persino il tragitto dalla cella alla stanza dove è installata la telecamera è una Via Crucis di abusi fisici e umiliazioni.

Nessuna delle storie che seguono rivela qualcosa di sconosciuto. Ogni dettaglio, fino al più minuto, riempie già volumi e volumi nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. Ma ciò che ho da raccontare non sono testimonianze contenute in un rapporto, bensì il frutto di conversazioni intime e spontanee con persone che conosco e che sono sopravvissute all’inferno. Nessuno di loro è più la persona che era prima. Quello che ho sentito dai miei amici è il destino di molte migliaia di altri, ed è raccontato con modifica dei nomi e omissione dei dati personali per paura di rappresaglie, un timore che è emerso in ogni conversazione.

Pestaggi e sangue

Sono andato a trovare Malek qualche giorno dopo il suo rilascio. Un cancello giallo e una torre di guardia bloccavano la strada che in passato conduceva dall’autostrada al villaggio. La maggior parte delle altre strade di accesso, attraverso i villaggi vicini, è bloccata in modo simile. È rimasta aperta solo una strada tortuosa, che passa vicino alla chiesa bizantina che Israele ha fatto saltare in aria nel 2002. Per anni questo villaggio è stato come una seconda casa per me, e questa è stata la prima volta che ci sono tornato dopo la mia liberazione.

Malek è rimasto in custodia per 18 giorni. È stato interrogato tre volte e ogni volta le domande riguardavano questioni del tutto banali. Già allora era certo che sarebbe stato posto in detenzione amministrativa – senza accuse né processo, senza prove, sotto un manto di sospetti misteriosi sconosciuti persino a lui e al suo avvocato – una misura che può essere prorogata indefinitamente. Dopotutto questo è il destino della maggior parte dei palestinesi arrestati in questi giorni.

Dopo il suo primo interrogatorio è stato incarcerato nel famigerato Russian Compound, nel centro di Gerusalemme. Durante il giorno le guardie toglievano i materassi e le coperte dalle celle per riportarli solo la sera, umidi e a volte completamente fradici. Malek paragona le fredde notti dell’inverno di Gerusalemme a frecce che gli trafiggevano la carne fino alle ossa degli arti. Ha descritto il modo in cui veniva picchiato, come gli altri detenuti, ad ogni occasione. Ogni appello, ogni perquisizione, ogni spostamento da un luogo all’altro, ogni occasione era un’opportunità per pestaggi e umiliazioni.

“Una volta, durante l’appello mattutino”, mi ha raccontato, “eravamo tutti in ginocchio con la faccia rivolta verso i letti. Una delle guardie mi ha afferrato da dietro, mi ha ammanettato mani e gambe e mi ha sbraitato in ebraico: ‘Vieni a fare un giro’. Mi ha preso per le manette da dietro la schiena e mi ha condotto, piegato, attraverso il passaggio accanto alle celle. Per uscire dalla sezione c’è una piccola stanza che devi attraversare, tra due porte, ciascuna delle quali ha una finestrella.”

So esattamente di quale stanza sta parlando: ci sono passato anch’io decine di volte. È un passaggio di sicurezza in cui si può aprire solo una porta alla volta.

“Così siamo arrivati,” ha continuato Malek, “e mi hanno messo contro la porta, con la faccia rivolta alla finestrella. Ho guardato dentro e ho visto che il pavimento era completamente ricoperto di sangue rappreso. Ho sentito la paura attraversare il mio corpo come elettricità. Sapevo esattamente cosa stava per succedere. Quando hanno aperto la porta, uno è entrato e si è messo accanto alla finestrella più lontana, l’ha bloccata e l’altro mi ha gettato dentro sul pavimento.

“Mi hanno preso a calci. Ho cercato di proteggere la testa, ma ero ammanettato, quindi non avevo davvero modo di farlo. I colpi erano brutali. Ho davvero pensato che mi avrebbero ucciso. Non so quanto è durato. A un certo punto mi sono ricordato che la sera prima qualcuno mi aveva detto: “Quando ti colpiscono, urla a squarciagola. Cosa te ne frega? Non può andare peggio, e forse qualcuno sentirà e verrà ad aiutarti”. Così ho iniziato a urlare davvero e in effetti qualcuno è arrivato. Non capisco l’ebraico, ma c’è stato uno scambio di battute tra i due. Poi se ne sono andati e lui mi ha portato fuori da lì. Sanguinavo dalla bocca e dal naso.”

Anche Khaled, uno dei miei amici più cari, ha subito violenze da parte delle guardie. Quando è uscito di prigione dopo otto mesi di detenzione amministrativa suo figlio non lo ha riconosciuto da lontano. Il tragitto tra la prigione di Ofer e il checkpoint di Beitunia, dove è stato prelevato, una distanza di poche centinaia di metri, l’ha percorso correndo. In seguito ha raccontato che non gli era stato detto che la sua detenzione amministrativa era terminata e aveva paura che il suo rilascio fosse stato un errore e che sarebbe stato immediatamente arrestato di nuovo. Anche questo era già successo a qualcuno che condivideva la cella con lui.

Nella foto che suo figlio mi ha inviato pochi minuti dopo essersi incontrati Khaled sembrava l’ombra di una persona. Segni di violenza segnavano tutto il suo corpo: le spalle, le braccia, la schiena, il viso, le gambe. Quando sono andato a trovarlo quella sera si è alzato per abbracciarmi ma quando l’ho stretto al petto ha emesso un gemito di dolore. Pochi giorni dopo gli esami hanno mostrato un edema attorno alla spina dorsale e una frattura delle costole consolidata.

Ho ascoltato altre testimonianze da parte di Nazar, che era in detenzione amministrativa già prima del 7 ottobre e da allora era passato attraverso diverse prigioni, tra cui la struttura di Megiddo. Una sera le guardie sono entrate nella cella adiacente e Nazar ha sentito dei colpi e delle grida di dolore. Dopo un po’ le guardie hanno preso un detenuto da quella cella e lo hanno gettato in una cella di isolamento. Per tutta la notte, e anche il giorno seguente, si è lamentato per il continuo dolore urlando “la mia pancia” e chiedendo aiuto. Nessuno è venuto in suo soccorso. Ha continuato la sera successiva. Verso la mattina i lamenti sono cessati.

Il giorno dopo, con l’arrivo di un medico per il giro di controllo nell’ala, hanno capito dal trambusto e dalle urla delle guardie che il detenuto era morto. Nazar non ha ancora idea di chi fosse. Dopo il rilascio è venuto a sapere che durante il periodo della sua prigionia nel carcere di Megiddo quel detenuto non era stato il solo a perdervi la vita.

Tawfiq, liberato quest’inverno dalla prigione di Gilboa, mi ha raccontato che durante un’ispezione dell’ala da parte degli ufficiali della prigione un detenuto si è lamentato del fatto che ai prigionieri non era permesso uscire nel cortile, al che uno degli ufficiali ha risposto: “Volete passare del tempo in cortile? Ringraziate di non trovarvi nei tunnel di Hamas a Gaza”.

Dopo di che per le due settimane successive i detenuti sono stati portati nel cortile e costretti a sdraiarsi sul terreno freddo per due ore, anche quando pioveva. Mentre giacevano lì, le guardie andavano in giro con i cani. A volte i cani passavano tra i detenuti, altre volte camminavano sopra di loro, calpestandoli.

Secondo Tawfiq ogni incontro di un detenuto con il suo avvocato esigeva un prezzo. “Sapevo ogni volta che la via del ritorno, tra la sala visite e l’ala, avrebbe comportato l’aggiunta di almeno tre lividi. Ma non mi sono mai rifiutato di andarci. Eri in una prigione a cinque stelle”, mi ha detto. “Non hai idea di cosa significhi essere in 12 in una cella già strapiena quando ce n’erano solo sei. Non mi importava minimamente cosa mi avrebbero fatto. Solo vedere qualcun altro che avrebbe parlato con te come con un essere umano, vedere magari qualcuno nel corridoio lungo il percorso, questo mi appagava di tutto”.

Munther Amira, l’unica persona ad apparire qui con il suo vero nome, è stato rilasciato inaspettatamente prima della fine programmata della sua detenzione amministrativa. A tutt’oggi nessuno sa perché. Contrariamente a molti altri che erano stati ammoniti di non parlare di ciò che avevano subito in prigione e che ancora temono ritorsioni, non appena è stato rilasciato Amira si è presentato davanti a una telecamera e ha parlato apertamente del disastro nelle prigioni, definendole “cimiteri per i vivi”.

Mi ha raccontato che una notte un’unità di primo soccorso con due cani ha fatto irruzione nella loro cella nella prigione di Ofer. Hanno costretto i detenuti a spogliarsi fino alle mutande e di sdraiarsi sul pavimento, quindi hanno ordinato ai cani di annusare il corpo e il viso dei detenuti. Dopodiché hanno ordinato ai prigionieri di vestirsi, li hanno portati nelle docce e li hanno infradiciati di acqua fredda con addosso i vestiti.

In un’altra occasione ha provato a chiedere aiuto dopo che un detenuto aveva tentato di uccidersi. La punizione per la richiesta d’aiuto è stata un’altra retata da parte dei paramedici. Questa volta tutti nella cella sono stati costretti a sdraiarsi uno sopra l’altro e sono stati percossi con i manganelli. A un certo punto una delle guardie ha allargato loro le gambe e li ha colpiti sui testicoli con una mazza.

Fame e malattie

Durante i suoi tre mesi di detenzione Munther ha perso 33 chili. Non so quanto peso abbia perso Khaled, è stato sempre magro, ma nella fotografia inviatami ho visto uno scheletro. In seguito nel soggiorno della sua casa la luce della lampada a soffitto rivelava due profonde cavità dove prima c’erano le guance. Gli occhi erano cerchiati di rosso, come quelli di chi non dorme da settimane. La pelle flaccida che pendeva dalle braccia sottili sembrava appiccicata in maniera artificiale, come un involucro di cellophane. Gli esami del sangue di entrambi gli uomini mostravano gravi carenze.

Tutti coloro con cui ho parlato, indipendentemente dalla prigione in cui erano stati, hanno descritto quasi esattamente la stessa dieta, anche se occasionalmente interveniva un aggiornamento o, più precisamente, un declassamento. L’ultima versione che ho sentito, dalla prigione di Ofer, era: colazione: 1,5 confezioni di formaggio per una cella da 12 detenuti, tre fette di pane a persona, da due a tre verdure, di solito un pomodoro o un cetriolo, per cella. Ogni quattro giorni, 250 grammi di marmellata per cella.

Per pranzo, a persona: una piccola tazza di plastica usa e getta riempita di riso, due cucchiaini di lenticchie, un po’ di verdura, tre fette di pane. Per cena: due cucchiaini (non cucchiai) di hummus e tahini, un po’ di verdura e tre fette di pane a persona. Ogni tanto un’altra tazza di riso, a volte un’unica polpetta di falafel o un uovo, che di solito aveva un odore piuttosto nauseabondo, a volte con puntini rossi, a volte blu. Tutto qui.

Nazar ha detto a riguardo: “Non è solo la quantità. Ciò che portano non è adatto al consumo umano. Il riso è cotto solo a metà, quasi tutto è andato a male. E sai, ci sono anche dei ragazzini lì, che non sono mai stati in prigione prima. Abbiamo cercato di prenderci cura di loro, di dare loro un po’ del nostro cibo andato a male. Ma se dai via un po’ del tuo cibo, anche una goccia, è come se ti stessi suicidando. Ora c’è una carestia nelle prigioni, e non è dovuta a un disastro naturale, è la politica del servizio carcerario israeliano”.

Ultimamente la fame è persino aumentata. A causa del sovraffollamento il servizio carcerario sta trovando il modo di rendere le sezioni ancora più anguste. Gli spazi pubblici, come il commissariato, o qualsiasi altro luogo l’amministrazione carceraria potesse rivendicare come propria, si sono trasformati in altre celle. Il numero di detenuti nei reparti, già prima stipati al massimo, è solo aumentato. Ci sono sezioni che hanno ospitato 50 detenuti in più, ma senza nessun alimento aggiuntivo per loro. Quindi non c’è da stupirsi che i detenuti perdano un terzo o anche di più del loro peso corporeo nel giro di pochi mesi.

Nelle prigioni il cibo non è l’unica cosa a scarseggiare. Ai detenuti è proibito, ad esempio, possedere qualsiasi cosa che non sia un set di vestiti. Una maglietta, un paio di mutande, un paio di calzini, un paio di pantaloni, una felpa. Tutto qui. Per l’intera durata della loro detenzione. Ricordo che una volta, quando l’avvocato di Munther, Riham Nasra, è andato a trovarlo, lui è arrivato scalzo in sala visite. Era inverno e a Ofer faceva un freddo gelido. Quando gli ha chiesto perché fosse a piedi nudi lui ha risposto solo: “Non ce ne sono”.

Secondo una dichiarazione del tribunale rilasciata dallo stesso servizio carcerario circa un quarto di tutti i prigionieri palestinesi soffre di scabbia (una malattia della pelle contagiosa e pruriginosa). Al momento della liberazione di Nazar la pelle era già in fase di guarigione. Le lesioni non sanguinavano più ma le croste gli coprivano ancora gran parte del corpo.

“L’odore nella cella è qualcosa che le parole non possono descrivere. È come una puzza di putrefatto, ci siamo seduti lì e siamo marciti: la nostra pelle, la nostra carne. Non siamo esseri umani lì, siamo carne in putrefazione”, ha detto. “Ma come potrebbe essere altrimenti? L’acqua di solito manca del tutto, è disponibile solo un’ora al giorno, e a volte non abbiamo avuto acqua calda per giorni. Ci sono state settimane intere in cui non mi sono fatto la doccia. C’è voluto più di un mese per avere del sapone. Ci sediamo lì, con gli stessi vestiti, perché nessuno ha un cambio di vestiti, e sono coperti di sangue e pus, e c’è un tanfo, non di rifiuti, ma di morte. I nostri vestiti erano infradiciati dai corpi in putrefazione”.

Tawfiq racconta che “c’era solo un’ora di acqua corrente al giorno. Non solo nella doccia, ovunque, compresi i gabinetti. Quindi in quell’ora 12 persone nella cella dovevano fare tutto ciò che richiedeva acqua, incluso fare i propri bisogni. Ovviamente è impossibile. E inoltre, poiché quasi tutto il cibo era andato a male, la maggior parte di noi aveva sempre disturbi di stomaco. Puoi immaginare da solo quanto puzzasse la nostra cella”.

In queste condizioni lo stato fisico dei detenuti inevitabilmente peggiora. Una perdita di peso così rapida, ad esempio, porta il corpo a consumare il tessuto muscolare. Quando Munther è stato rilasciato, ha raccontato a sua moglie Sanaa, un’infermiera, che era così sporco mentre era dentro che il sudore aveva macchiato i suoi vestiti di arancione. Lei lo ha guardato e gli ha chiesto: “E l’urina?” Al che lui ha risposto: “Ho anche urinato sangue.” “Ya ahbal!” gli ha urlato – “Idiota! Non era sporcizia, era il tuo corpo che espelleva i muscoli che aveva consumato per sopravvivere.”

Gli esami del sangue di quasi tutti quelli che conosco hanno rivelato che soffrivano di malnutrizione e di gravi carenze di ferro, oltre che di altri minerali e vitamine essenziali. Ma anche le cure mediche erano un lusso. Cosa accade oggi nelle infermerie delle prigioni va oltre la mia comprensione, ma dal punto di vista dei detenuti è come se non esistessero. Per coloro che stavano ricevendo trattamenti continuativi le cure sono semplicemente state interrotte. Di tanto in tanto un paramedico fa il giro della prigione ma non viene somministrato alcun trattamento e la “visita” non è altro che una conversazione attraverso la porta della cella. A volte può passare una settimana o più senza che si presenti un paramedico.

Nella migliore delle ipotesi la risposta medica è il paracetamolo e nella maggior parte dei casi è più simile a un’istruzione di “bere acqua”. Naturalmente non ce n’è abbastanza nelle celle perché per la maggior parte del giorno manca l’acqua corrente.

Stupro e aggressioni sessuali sono citati quasi esclusivamente come voci, come qualcosa che è successo ad altri. L’unico che me ne ha parlato esplicitamente è stato Burhan. Era nella prigione di Ketziot, nel Negev, e c’è stato un raid nella sua ala. Le guardie li hanno fatti uscire dalla cella uno ad uno dopo averli ammanettati con fascette di plastica. Mentre aspettava il suo turno ha sentito suppliche di aiuto e grida di dolore, insieme a imprecazioni da parte delle guardie.

Giunto il suo turno è stato condotto in un’area comune dell’ala. Lì ha visto i detenuti che erano stati fatti uscire dalla cella prima di lui sdraiati sul pavimento uno sopra l’altro, nudi e sanguinanti. Una guardia lo ha spogliato, gli ha bendato gli occhi e poi, con calci, imprecazioni e minacce, lo ha spinto a terra. Li hanno pestati, racconta, mentre giacevano lì, nudi e senza poter vedere, mentre i cani camminavano intorno a loro e annusavano i loro corpi.

A un certo punto ha sentito un dolore terribile al retto mentre un oggetto di qualche tipo veniva spinto dentro di lui. Non sa, o non vuole dire, per quanto tempo sia andato avanti, in che modo esattamente, o se anche altri siano stati aggrediti. Tornato in cella, sono rimasti tutti semplicemente seduti a fissare il vuoto. Nessuno ha detto una parola. Racconta però che per un po’ di tempo è stato difficile camminare, in parte a causa delle percosse, e che per una settimana dopo lincidente ha trovato sangue nelle feci e nelle urine. Ricevere cure mediche non era un’opzione.

Mentre i resoconti di stupro sono tabù e raramente citati, l’umiliazione sessuale è evidente per tutti: sui social media sono stati pubblicati video di detenuti condotti completamente nudi dal personale del servizio carcerario. Ciò poteva essere documentato solo dalle guardie stesse, orgogliose delle loro azioni. L’uso di una perquisizione corporea come opportunità per perpetrare un’aggressione sessuale, solitamente tramite un colpo all’inguine con la mano o con il magnetometro, è un’esperienza quasi standard, che viene menzionata regolarmente dai detenuti che hanno scontato la pena in varie prigioni.

Essendo un uomo, naturalmente non ho sentito nulla di prima mano riguardo alle violenze sessuali sulle donne. Ma quello che ho sentito più volte è che c’è una carenza di prodotti per ligiene mestruale e che il ciclo viene usato come strumento di umiliazione. Dopo le prime percosse subite il giorno del suo arresto Munira è stata portata nella prigione di Hasharon, nel centro di Israele. Tutti vengono sottoposti a una perquisizione corporale allingresso del carcere ma la perquisizione integrale non è la norma: secondo i regolamenti del servizio carcerario essa richiede un sospetto ragionevole che il detenuto nasconda un oggetto proibito e l’autorizzazione dellufficiale responsabile.

Tuttavia durante la perquisizione integrale a cui Munira è stata sottoposta non era presente alcun ufficiale di grado elevato e certamente non è stata autorizzata nessuna procedura sulla base di un ragionevole sospetto. È stata spinta da due guardie di sesso femminile nella piccola stanza usata per i controlli di sicurezza, dove ha dovuto togliersi i vestiti, compresi mutandine e reggiseno, e inginocchiarsi. Dopo averla lasciata sola per qualche minuto una guardia è tornata, l’ha percossa e se ne è andata. Alla fine le hanno gettato addosso i vestiti e ha potuto vestirsi.

Il giorno dopo era il primo giorno del ciclo. Ha ricevuto un assorbente e ha dovuto arrangiarsi per tutta la durata. Lo stesso valeva per le altre. Al rilascio soffriva di infezione e grave infiammazione delle vie urinarie.

Epilogo

Sde Teiman, un campo di prigionia dell’esercito vicino al confine di Gaza, era chiaramente il posto peggiore in cui essere incarcerati e presumibilmente è per questo che è stato chiuso e trasformato in un centro di detenzione temporaneo. In effetti è difficile pensare alle descrizioni di orrori e atrocità che sono emerse da quel recinto di tortura senza immaginare che fosse stato progettato per fungere da centro del nono girone dell’inferno. Ma non è un caso che lo Stato abbia accettato di trasferire i detenuti di quel carcere in altri luoghi, principalmente Ketziot e Ofer, che non sono molto migliori.

Sde Teiman o no, Israele sta tenendo migliaia di palestinesi in recinti di tortura; dal 7 ottobre almeno 68 sono stati uccisi. Di questi, quattro detenuti sono morti solo dall’inizio di dicembre. Uno, Mohammed Walid Ali, 45 anni, del campo profughi di Nur Shams, vicino a Tul Karm in Cisgiordania, è stato ucciso solo una settimana dopo essere stato preso in custodia.

Tutte le forme di tortura – fame, umiliazione, violenza sessuale, percosse, uccisioni e costrizione a vivere in celle sovraffollate – non sono semplicemente azioni casuali. Considerate nel loro insieme, come dovrebbero, costituiscono la politica israeliana.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il cessate il fuoco non ci ridarà la vita persa

Reem Sleem

19 gennaio 2025 Al Jazeera

In esilio ho sperimentato per quasi un anno il dolore della guerra. Mi fa male sapere che il nostro ritorno non è possibile.

Un mucchio di rumore: missili ed esplosioni, il suono dei droni, urla e lamenti, grida di “martire, martire”. Vetri rotti, porte che sbattono, edifici che crollano, incendi che divampano, tuoni, fulmini, vento, sussulti di morte, oscurità e cenere. Sono tutti ancora nella mia testa.

Ho lasciato Gaza quasi un anno fa, ma queste immagini e suoni mi perseguitano ancora. Mi sono lasciata tutto alle spalle: la mia casa, i miei amici, la mia famiglia allargata, ma non sono ancora riuscita a liberarmi degli echi della guerra.

Qui, al Cairo, continuo a rivivere il trauma di ciò che ho visto, sentito e provato nei primi quattro mesi di guerra a Gaza.

Quando sento il rumore di un aereo nel cielo, il mio cuore batte di paura pensando che sia un aereo da guerra. Quando sento il rumore dei fuochi d’artificio vado nel panico, immaginando che siano esplosioni di bombe.

Pensavo che l’esilio avrebbe portato sicurezza e pace, ma si è rivelato una continuazione della guerra.

La morte e la distruzione che imperversano a Gaza dominano ancora le nostre vite. Il dolore, la sofferenza e la lotta per la sopravvivenza che pensavamo di esserci lasciati alle spalle ci perseguitano ancora.

Non viviamo in una tenda allagata dalla pioggia e non stiamo morendo di fame; il rumore delle bombe non è reale, sono solo gli echi del ricordo nelle nostre menti. Ma viviamo ancora nella miseria.

Mio padre, che mantiene la famiglia, non è riuscito a trovare un lavoro per mesi. Quando l’ha trovato, era pagato con uno stipendio misero. Ci troviamo immersi in debiti crescenti e non possiamo permetterci beni di prima necessità.

Nel frattempo siamo rimasti completamente immersi nell’orrore di Gaza. Ogni ora ci arrivano in diretta sulle app di messaggi i bombardamenti, le uccisioni di massa, la sofferenza nelle tende distrutte.

Tutti gli amici palestinesi che sono qui sembrano essere nella stessa situazione: vivono nel dolore e nella disperazione, assediati dalla guerra.

“Avrei voluto morire con loro invece di vivere”, mi ha detto di recente la mia amica Duaa. La sua famiglia l’ha mandata al Cairo subito dopo l’inizio del genocidio per completare i suoi studi in pace. “Quando li ho salutati ho avuto la sensazione che non li avrei più rivisti”, ha detto singhiozzando.

Pochi giorni dopo il suo arrivo in Egitto, pensando che la vita le avesse concesso una buona opportunità di studiare all’estero, ha cercato di contattare la famiglia per sapere come stavano, ma non ha ricevuto risposta. L’ansia l’ha consumata finché non ha ricevuto la devastante notizia del loro martirio.

Il dolore era insopportabile e ha fallito negli studi. Ancora oggi, lotta per pagare l’affitto del suo appartamento e mi ha detto che il suo padrone di casa presto la sfratterà perché non ha pagato. È orfana, sola in esilio e potrebbe presto diventare anche una senzatetto.

Un’altra amica, Rawan, aveva studiato in Egitto per alcuni anni prima che iniziasse la guerra, sognando un futuro luminoso. Il 10 ottobre 2023, una grande esplosione ha distrutto la sua casa, uccidendo tutta la sua famiglia. Sono rimaste solo sua madre, che è miracolosamente sopravvissuta nonostante le gravi ferite, e sua sorella sposata, che viveva in un’altra casa.

Rawan mi ha detto che le mancavano i messaggi incoraggianti di suo padre, il sostegno dei suoi fratelli Mohammed e Mahmoud e le risate innocenti di sua sorella Ruba. Non ha mai completato gli studi. È diventata l’ombra di se stessa.

Nada, un’altra amica, è al Cairo con la sorella. Le due ragazze hanno dovuto lasciare i genitori e il fratello a Gaza, perché i loro nomi non erano sulla lista delle persone autorizzate a passare attraverso il valico di Rafah.

Al Cairo Nada si è sentita persa, estranea e spaventata. Ha provato a fare di nuovo domanda per far viaggiare i genitori e il fratello, ma l’occupazione ha preso d’assalto Rafah e ha chiuso il valico. In quel momento mi ha detto di sentirsi come se tutte le porte della vita le si fossero chiuse in faccia.

Nada e sua sorella vivono da sole, senza il sostegno dei parenti, e lottano. Lo stress e la tristezza hanno pesato molto. Nada è molto dimagrita e ora dice di sembrare uno scheletro.

Mi ha detto che le molestie e la paura di essere rapite le hanno rese riluttanti a lasciare l’appartamento in cui vivono.

“Desideriamo ardentemente ogni aspetto delle nostre vite passate “, dice.

Lo desideriamo tutti, ma sappiamo anche che le nostre vite passate sono perdute. Anche se la guerra finisse, niente tornerà mai più come prima. Niente ci risarcirà di questa amara perdita.

Il cessate il fuoco che entra in vigore oggi dovrebbe porre fine ai combattimenti, ma non è chiaro se porrà fine alla guerra. Da mercoledì, quando è stato annunciato, sono state uccise più di 120 persone. E sappiamo che ne moriranno altre perché le condizioni non miglioreranno. Gaza non è più vivibile.

Anche se ci fosse una pace duratura, il governo israeliano stabilirà le proprie condizioni per continuare il blocco e tormentare la popolazione. La ricostruzione, se avrà luogo, continuerà per molti anni. Ecco perché noi, come famiglia, abbiamo preso la decisione di iniziare a costruire una nuova vita in esilio, nonostante le sfide che affrontiamo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Reem Sleem è una scrittrice di Gaza attualmente sfollata in Egitto. Studia letteratura inglese all’Università di Al-Azhar. In precedenza ha scritto per Electronic Intifada e We Are Not Numbers.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Cessate il fuoco Israele-Gaza: testo completo dell’accordo

Redazione MEE

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il piano include il rilascio di prigionieri israeliani e palestinesi, il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti e il ritorno degli sfollati interni alle loro case nel nord di Gaza.

Mercoledì Israele e il movimento palestinese Hamas hanno concordato un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ponendo potenzialmente fine al devastante attacco di 15 mesi di Israele all’enclave che ha ucciso almeno 46.707 palestinesi.

Il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani ha annunciato l’accordo mercoledì durante una conferenza stampa a Doha, affermando che la tregua entrerà in vigore il 19 gennaio.

Haaretz ha riferito che i qatarioti, insieme agli egiziani, hanno contribuito a negoziare l’accordo con Israele, mentre la nuova amministrazione statunitense del presidente eletto Donald Trump ha fatto pressione sugli israeliani.

Trump ha elogiato il cessate il fuoco “epico”, affermando che non sarebbe avvenuto senza il suo ritorno alla Casa Bianca.

L’accordo aggiunge nuovi dettagli a un’intesa già segnalata da Middle East Eye nel 2024.

L’accordo include disposizioni per lo scambio di prigionieri, il ritorno dei civili sfollati alle loro case nel nord e il trasferimento in Egitto dei combattenti e civili palestinesi feriti attraverso il valico di Rafah nella striscia di Gaza meridionale.

Ecco il testo completo dei nuovi dettagli dell’accordo ottenuto da Middle East Eye:

Appendice I

Procedure pratiche e strategie per l’attuazione dell’accordo sullo scambio di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le due parti

1. Preparativi della seconda fase:

L’obiettivo delle parti e dei mediatori è raggiungere un consenso finale per l’attuazione dell’accordo del 27 maggio 2024 sullo scambio di ostaggi e prigionieri e il ritorno a una distensione duratura che porti ad un cessate il fuoco permanente tra le parti.

Tutte le procedure della prima fase continueranno durante la fase 2 finché saranno in corso le trattative sulle condizioni di attuazione della fase 2 e i garanti di questo accordo lavoreranno per assicurare che le trattative continuino fino al raggiungimento di un accordo.

2. Ritiro delle forze israeliane:

Ritiro delle forze israeliane dalle aree densamente popolate verso est lungo i confini della Striscia di Gaza, tra cui Wadi Gaza (asse di Netzarim e rotonda Kuwait).

Le forze israeliane saranno dispiegate in un perimetro di (700) metri con l‘eccezione di 5 punti specifici dove è previsto un incremento di non più di (400) metri aggiuntivi su decisione della parte israeliana, a sud e a ovest del confine, e in base alle mappe concordate da entrambe le parti che accompagnano l’accordo.

3. Scambio di prigionieri:

a. I 9 malati e feriti dell’elenco dei 33 saranno rilasciati in cambio della liberazione di 110 prigionieri palestinesi con condanne all’ergastolo.

b. Israele rilascerà 1000 gazawi detenuti dall’8 ottobre 2023 non coinvolti nei fatti del ​​7 ottobre 2023

c. Gli anziani (uomini sopra i 50 anni) della lista dei 33 saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:3 per le condanne all’ergastolo + 1:27 per le altre condanne.

d. Ebra Mangesto e Hesham el-Sayed – saranno rilasciati in base a un criterio di scambio di 1:30, così come avvenne per i 47 prigionieri dello scambio Shalit [nel 2011 venne rilasciato il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas, in cambio della liberazione di un totale di 1027 prigionieri palestinesi, che Israele rilasciò gradualmente nell’arco di alcuni mesi, ndt.].

e. Un certo numero di prigionieri palestinesi saranno rilasciati all’estero o a Gaza in base a liste concordate tra entrambe le parti.

4. Corridoio Filadelfia:

a. La parte israeliana ridurrà gradualmente le forze nell’area del corridoio durante la fase 1 in base alle mappe allegate e all’accordo tra entrambe le parti.

b. Il giorno 42, dopo l’ultimo rilascio di ostaggi della fase 1, le forze israeliane inizieranno il ritiro e lo completeranno entro e non oltre 50 giorni.

5. Valico di frontiera di Rafah:

a. Il valico di Rafah sarà pronto per il trasferimento di civili e dei feriti dopo il rilascio di tutte le donne (civili e militari). Israele si impegnerà a rendere pronto il valico non appena l’accordo sarà firmato.

b. Le forze israeliane si ridistribuiranno attorno al valico di Rafah secondo le mappe allegate.

c. Ogni giorno saranno autorizzati a passare 50 militari feriti accompagnati da (3) persone. Ogni attraversamento individuale richiederà l’approvazione israeliana ed egiziana.

d. Il valico sarà gestito in base a quanto stabilito nell’agosto 2024 con l’Egitto.

6. Uscita di civili malati e feriti:

a. Tutti i civili palestinesi malati e feriti saranno autorizzati ad attraversare il valico di frontiera di Rafah, in base alla sezione 12 dell’accordo del 27 maggio 2024.

7. Rientro di sfollati interni disarmati (corridoio Netzarim):

a. Il ritorno è concordato in base alle sezioni 3-a e 3-b dell’accordo del 27 maggio 2024.

b. Il settimo giorno sarà consentito il transito a piedi attraverso via Rashid di sfollati che vogliono tornare a nord, senza armi e senza controlli. Il ventiduesimo giorno sarà consentito il rientro a nord anche attraverso via Salahudin, senza controlli.

C. Il settimo giorno sarà consentito tornare a nord del corridoio Netzarim ai veicoli e a qualsiasi attività commerciale non pedonale, dopo l’ispezione dei veicoli che sarà eseguita da una società privata scelta dai mediatori in sintonia con la parte israeliana sulla base di un meccanismo concordato.

8. Protocollo di aiuti umanitari:

a. Le procedure di aiuti umanitari ai sensi dell’accordo saranno eseguite in base al protocollo umanitario concordato sotto la supervisione dei mediatori.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cessate il fuoco a Gaza: dopo 15 mesi di barbarie Israele ha fallito su tutti i fronti

David Hearst

15 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il popolo palestinese ha dimostrato al mondo di poter sopportare una guerra totale e rimanere sulla propria terra.

Arrivato il momento, è stato il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu a cedere per primo.

Per mesi Netanyahu era stato il principale ostacolo ad un cessate il fuoco a Gaza, con notevole frustrazione dei suoi stessi negoziatori.

Questo è stato reso molto evidente più di due mesi fa dalle dimissioni del suo Ministro della Difesa Yoav Gallant. Principale architetto della guerra durata 15 mesi, Gallant ha detto chiaramente che all’esercito non restava più niente da fare a Gaza.

Ma Netanyahu ha ancora insistito. La primavera scorsa ha respinto un accordo firmato da Hamas alla presenza del direttore della CIA William Burns, privilegiando un’offensiva su Rafah.

In autunno Netanyahu si è occupato di salvare il Piano dei Generali, con l’obbiettivo di svuotare il nord di Gaza in preparazione del reinsediamento di israeliani. Il piano consisteva nell’affamare e bombardare la popolazione per cacciarla dal nord di Gaza dichiarando che chiunque non se ne fosse andato volontariamente sarebbe stato considerato un terrorista.

Era un piano così estremo e così contrario alle leggi di guerra internazionali che è stato condannato dall’ex Ministro della Difesa Moshe Yaalon come crimine di guerra e pulizia etnica.

Chiave di questo piano era un corridoio formato da una strada militare e una serie di avamposti che tagliavano il centro della Striscia di Gaza, dal confine israeliano al mare. Il Corridoio Netzarim avrebbe effettivamente ridotto il territorio di almeno un terzo e sarebbe diventato il suo nuovo confine settentrionale. Nessun palestinese scacciato dal nord di Gaza avrebbe potuto farvi ritorno.

Cancellate le linee rosse

Nessuno dell’amministrazione Biden ha costretto Netanyahu a rivedere questo piano. Non il presidente USA Joe Biden, un istintivo sionista che in tutti i suoi interventi ha continuato a fornire ad Israele i mezzi per commettere un genocidio a Gaza; neppure il suo Segretario di Stato Antony Blinken, che si è guadagnato il discutibile primato di essere il diplomatico meno degno di fiducia della regione.

Persino quando si sono apportati gli ultimi dettagli sull’accordo di cessate il fuoco Blinken ha tenuto una conferenza stampa di addio in cui ha accusato Hamas di aver respinto le precedenti offerte. Come è ovvio, è vero il contrario.

Tutti i giornalisti che hanno seguito i negoziati hanno riferito che Netanyahu ha respinto ogni precedente accordo ed è stato responsabile del ritardo con cui quest’ultimo è arrivato.

È toccato ad un breve incontro con l’inviato speciale per il Medio Oriente del presidente eletto USA Donald Trump, Steve Witkoff, fare cessare la guerra di Netanyahu durata 15 mesi.

Dopo un solo incontro le linee rosse che Netanyahu aveva più volte tracciato così risolutamente nel corso di 15 mesi sono state cancellate.

Come ha detto l’opinionista israeliano Erel Segal: “Siamo i primi a pagare un prezzo per l’elezione di Trump. L’accordo ci è stato imposto…Pensavamo che avremmo preso il controllo del nord di Gaza, che ci avrebbero lasciato bloccare gli aiuti umanitari.”

Su questo c’è un consenso generale. L’umore in Israele è scettico riguardo ai proclami di vittoria. “Non c’è bisogno di edulcorare la realtà: il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi che si sta annunciando è negativo per Israele, ma non può far altro che accettarlo”, ha scritto su Ynet il giornalista Yossi Yehoshua.

La bozza di accordo sul cessate il fuoco che sta circolando dichiara esplicitamente che Israele alla fine del processo si ritirerà sia dal Corridoio Philadelphi che dal Corridoio Netzarim, condizioni che Netanyahu aveva precedentemente respinto.

Anche a prescindere da questo, la bozza di accordo specifica chiaramente che i palestinesi possono ritornare alle loro case, anche nel nord di Gaza. Il tentativo di svuotarlo dai suoi abitanti è fallito. È il più grande insuccesso dell’invasione di terra di Israele.

Reagire

Ce ne sono molti altri. Ma prima di elencarli, la disfatta di Witkoff evidenzia quanto Israele sia stato dipendente da Washington in ogni giorno dell’orrendo assalto a Gaza. Un alto ufficiale della aviazione militare israeliana ha ammesso che gli aerei sarebbero rimasti senza bombe entro pochi mesi se non fossero stati riforniti dagli USA.

Nell’opinione pubblica si sta facendo strada il fatto che la guerra sta finendo senza che sia stato raggiunto alcun importante obiettivo di Israele.

Netanyahu e l’esercito israeliano hanno inteso “dissolvere” Hamas dopo l’umiliazione e lo shock del suo attacco a sorpresa nel sud di Israele nell’ottobre 2023. Palesemente non hanno raggiunto questo obbiettivo.

Si prenda Beit Hanoun, nel nord di Gaza, come un microcosmo della battaglia che Hamas ha combattuto contro le forze di invasione. Quindici mesi fa è stata la prima città di Gaza ad essere occupata dalle forze israeliane, che ritenevano disponesse del battaglione più debole di Hamas.

Ma dopo successive ondate di operazioni militari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto “ripulire” la città dai combattenti di Hamas, Beit Hanoun ha inflitto una delle più pesanti concentrazioni di vittime dell’esercito israeliano.

Hamas ha continuato a riemergere dalle macerie per contrattaccare, trasformando Beit Hanoun in un campo minato per i soldati israeliani. Dal lancio della più recente operazione militare nel nord di Gaza 55 ufficiali e soldati israeliani sono morti in questo settore, 15 dei quali a Beit Hanoun solo nella scorsa settimana.

Se c’è oggi un esercito sanguinante ed esausto è quello di Israele. L’evidente dato di fatto militare a Gaza è che dopo 15 mesi Hamas può reclutare e rigenerarsi più velocemente di quanto Israele possa eliminare i suoi leader o i suoi combattenti.

Siamo in una situazione in cui il ritmo con cui Hamas si sta ricostruendo è superiore a quello con cui l’esercito israeliano lo sta eliminando.”, ha detto al Wall Street Journal Amir Avivi, un generale di brigata israeliano in pensione. Ha aggiunto che Mohammed Sinwar, il fratello minore del defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, “sta dirigendo tutto”.

Se qualcosa può dimostrare l’inutilità di misurare il successo militare solamente dal numero dei leader uccisi o dei missili distrutti, è questo.

Contro ogni previsione

In una guerra di liberazione la parte debole e meno armata può avere successo contro forze militari schiaccianti. Queste guerre sono battaglie di volontà. Non è la battaglia che conta, ma la capacità di continuare a combattere.

In Algeria e in Vietnam gli eserciti francese e statunitense disponevano di una schiacciante superiorità militare. Entrambe le forze molti anni dopo si ritirarono con ignominia e insuccesso. In Vietnam è successo più di sei anni dopo l’offensiva del Tet che, come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, fu vissuta all’epoca come una sconfitta militare. Ma il segnale di una controffensiva dopo così tanti anni di assedio si dimostrò decisivo nella guerra.

In Francia le cicatrici dell’Algeria durano ancora oggi. In ogni guerra di liberazione la determinazione del più debole a resistere si è dimostrata più decisiva della potenza di fuoco del più forte.

A Gaza è stata la determinazione del popolo palestinese a rimanere sulla propria terra – anche se veniva ridotta in macerie – a dar prova di essere il fattore decisivo in questa guerra. E questa è un’impresa stupefacente, tenendo conto che il territorio di 360 km2 è stato interamente tagliato fuori dal mondo, senza alleati che rompessero l’assedio né un terreno naturale per proteggersi.

Hezbollah ha combattuto nel nord, ma questo è stato di poco aiuto per i palestinesi di Gaza sul campo, sottoposti a bombardamenti notturni e attacchi di droni che hanno fatto a pezzi le loro tende.

Né la fame forzata, né l’ipotermia, né le malattie, né la violenza e gli stupri di massa per mano degli invasori hanno potuto spezzare la loro volontà di rimanere sulla propria terra.

Mai prima, nella storia del conflitto, i combattenti e i civili palestinesi avevano mostrato questo livello di resistenza – e questo potrebbe dimostrarsi rivoluzionario.

Perché ciò che Israele ha perso nella sua campagna per schiacciare Gaza è incalcolabile. Ha dilapidato decenni di costanti sforzi economici, militari e diplomatici per presentare il Paese come una Nazione occidentale liberale e democratica agli occhi dell’opinione mondiale.

Memoria generazionale

Israele non ha perso solo il Sud globale, dove ha investito tali e tanti sforzi in Africa e Sudamerica. Ha anche perso il sostegno di una generazione in Occidente, la cui memoria non va oltre Biden.

Il ragionamento non è mio. È ben argomentato da Jack Lew, l’uomo che Biden ha nominato suo ambasciatore in Israele un mese prima dell’attacco di Hamas.

Nell’intervista di commiato Lew, un ebreo ortodosso, ha detto al Times of Israel che l’opinione pubblica negli USA era ancora ampiamente filoisraeliana, ma che questo stava cambiando.

Ciò che ho detto alla gente qui e di cui deve preoccuparsi quando questa guerra finirà è che la memoria generazionale non risale fino alla fondazione dello Stato, o alla Guerra dei 6 giorni, o alla guerra del Kippur, o addirittura all’Intifada.

Inizia con questa guerra e non si può ignorare l’impatto di questa guerra sui futuri politici – non le persone che prendono le decisioni oggi, ma quelle che oggi hanno 25,35,45 anni e che saranno i leader per i prossimi 30 o 40 anni.”

Biden, ha detto Lew, è stato l’ultimo presidente della sua generazione i cui ricordi e conoscenze risalgono alla “storia della fondazione” di Israele.

La frecciata finale di Lew a Netanyahu è ampiamente documentata dai recenti sondaggi. Più di un terzo degli adolescenti ebrei americani simpatizza per Hamas, il 42% ritiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza e il 66% simpatizza con il popolo palestinese nel suo complesso.

Non è un fenomeno nuovo. Due anni prima della guerra i sondaggi mostravano che un quarto degli ebrei americani concordava sul fatto che “Israele è uno Stato di apartheid” e molti intervistati non ritenevano che questa affermazione fosse antisemita.

Grave danno

La guerra a Gaza è diventata il prisma attraverso il quale una nuova generazione di futuri leader del mondo guarda il conflitto israelo-palestinese. È una sconfitta strategica importante per un Paese che il 6 ottobre 2023 pensava di aver chiuso la questione della Palestina e di avere in tasca l’opinione pubblica mondiale.

Ma il danno è più ampio e più profondo di così.

Le proteste contro la guerra, condannate dai governi occidentali prima come antisemite e poi perseguite dalle leggi come terroriste, hanno costituito un fronte globale per la liberazione della Palestina. Il movimento per il boicottaggio di Israele è più forte che mai.

Israele è sul banco degli imputati della giustizia internazionale come mai prima. Non solo ci sono mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e una causa pendente per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma una miriade di altre denunce stanno per investire i tribunali in tutte le più importanti democrazie occidentali.

Nel Regno Unito è stata avviata una causa giudiziaria contro BP per fornitura dal suo oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia a Israele di petrolio greggio che sarebbe poi stato usato dall’esercito israeliano.

Inoltre recentemente l’esercito israeliano ha deciso di occultare le identità di tutti i militari che hanno partecipato alla campagna di Gaza, per timore che possano essere perseguiti quando si recano all’estero.

Questa importante iniziativa è stata resa nota da un piccolo gruppo di attivisti che porta il nome di Hind Rajab, una bambina di 6 anni uccisa dalle truppe israeliane a Gaza nel gennaio 2024. Il gruppo, con sede in Belgio, ha inviato prove di crimini di guerra presso la Corte Penale Internazionale contro 1000 israeliani, includendo video, audio, rapporti forensi ed altri documenti.

Un cessate il fuoco a Gaza quindi non è la fine dell’incubo palestinese, ma l’inizio di quello israeliano. Queste iniziative legali acquisteranno slancio solo quando la verità su ciò che è accaduto a Gaza verrà svelata e documentata dopo la fine della guerra.

Divisioni interne

Sul piano interno Netanyahu tornerà dalla guerra in un Paese diviso al suo interno come non mai. C’è un conflitto tra l’esercito e gli Haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] che rifiutano il servizio militare. C’è un conflitto tra sionisti laici e nazional-religiosi. Con il ritiro di Netanyahu da Gaza i coloni di estrema destra hanno la sensazione che l’opportunità di creare il Grande Israele sia stata sottratta alle grinfie della vittoria militare. Al contempo vi è stato un esodo senza precedenti di ebrei da Israele.

A livello regionale, Israele ha ancora truppe in Libano e Siria. Sarebbe folle pensare che queste operazioni in corso possano ripristinare la deterrenza che Israele ha perso quando Hamas ha colpito il 7 ottobre 2023.

L’asse della resistenza iraniano potrebbe aver ricevuto alcuni duri colpi dopo che la leadership di Hezbollah è stata eliminata e dopo essersi scoperto ampiamente sopraffatto in Siria. Ma, come Hamas, Hezbollah non è stato sconfitto come forza combattente.

E il mondo arabo sunnita si è arrabbiato per Gaza e per la repressione in atto nella Cisgiordania occupata come raramente prima.

Il palese tentativo di Israele di dividere la Siria in cantoni è altrettanto provocatorio verso i siriani di tutte le confessioni e le etnie quanto i suoi piani di annettere le aree B e C della Cisgiordania sono una minaccia esistenziale per la Giordania. L’annessione sarebbe considerata da Amman come un atto di guerra.

L’uscita dal conflitto sarà il lavoro paziente di ricostruzione per decenni e Trump non è un uomo paziente.

Adesso Hamas e Gaza passeranno in secondo piano. Con l’enorme costo in vite umane, ogni famiglia è stata colpita da una perdita. Ma ciò che Gaza ha ottenuto negli scorsi 15 mesi potrebbe trasformare il conflitto.

Gaza ha mostrato a tutti i palestinesi e al mondo intero che si può sopportare una guerra totale senza muoversi dal terreno su cui ci si trova. Dice al mondo, con comprensibile orgoglio, che gli occupanti ci hanno lanciato contro tutto ciò che avevano e non vi è stata un’altra Nakba. 

Gaza dice a Israele che i palestinesi esistono e che non si arrenderanno finché gli israeliani non parleranno con loro da pari a pari riguardo ad uguali diritti.

Potrebbero volerci molti più anni perché si faccia strada questa consapevolezza, ma per alcuni esiste già: “Anche se conquistassimo l’intero Medio Oriente e anche se tutti si arrendessero a noi, non vinceremmo questa guerra,” ha scritto su Haaretz il giornalista Yair Assulin.

Ma ciò che ha ottenuto chiunque a Gaza sia rimasto al suo posto ha un significato storico.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione ed analista sull’Arabia Saudita. È stato il principale corrispondente estero di The Guardian e inviato in Russia, Europa e a Belfast. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove è stato corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I dati sull’aumento della “migrazione al contrario degli ebrei” scioccano gli israeliani

Aziz Mustafa

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Il rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica israeliano dell’inizio del nuovo anno, il 2025, sulla migrazione al contrario degli ebrei è stato come benzina sul fuoco dei conflitti politici in Israele, in quanto il desolante numero che compare sui titoli principali dei media israeliani ritrae il bilancio della migrazione al contrario degli ebrei fuori dallo Stato dell’occupazione [cioè Israele, ndt.]. Ben 82.000 sono stati tolti dai dati della popolazione, il che è una brutta notizia per i suoi circoli politici e della sicurezza.

Questo scioccante dato statistico si è immediatamente trasformato in una nuova discussione politica tra gli israeliani, aggiungendosi alla serie infinita di controversie politiche, soprattutto in quanto i dati disponibili indicano che questa emigrazione si è concentrata su professionisti, medici e tecnici a causa della loro disperazione nei confronti delle condizioni dello Stato.

Mentre i sostenitori della destra hanno sfruttato questi sconvolgenti dati per criticare quanti stanno emigrando dallo Stato, gli oppositori del governo li hanno utilizzati per attaccarlo. Il fenomeno della migrazione al contrario si è trasformato in un’ulteriore fonte di conflitto tra le due parti, aggiungendosi alla guerra su sette fronti combattuta dallo Stato dell’occupazione ed evidenzia il fatto che in esso la vita è diventata insopportabile.

Mentre gli israeliani sembrano affrettarsi a dissentire e divergere riguardo all’accuratezza di questi numeri e ad incolparsi a vicenda, è impossibile comprendere ciò che sta provocando il deciso aumento della migrazione al contrario, date le affermazioni degli israeliani che stanno emigrando fuori dallo Stato, secondo cui hanno perso fiducia in esso.

Allo stesso tempo questi dati confermano che esperti nei campi della tecnologia, dell’economia, della medicina e della cultura sono i principali esempi di quanti emigrano dallo Stato, perché non sono più in grado di trovare un posto in uno Stato che promuove leggi che limitano la libertà personale, reprimono la creatività e sopprimono la loro proprietà privata. Vale la pena notare che la migrazione al contrario di ebrei è iniziata durante il periodo delle proteste che hanno avuto luogo contro il colpo di stato giudiziario, con la guerra a Gaza che ha dato a molti di loro l’impressione che fosse tempo di andarsene.

Oltretutto l’ingiusta politica economica del governo di destra, l’opposizione degli haredi [ebrei ultraortodossi, ndt.] al servizio militare obbligatorio, le minacce contro la libertà delle istituzioni accademiche, gli attacchi contro la Corte Suprema, la continua guerra a Gaza e il fallito ritorno dei soldati rapiti hanno riportato i timori degli israeliani, la perdita di fiducia nello Stato e la loro paura che dovranno affrontare ulteriori difficoltà e non riusciranno a recuperarla in futuro.

Insieme ai mezzi di comunicazione che hanno riportato i dati sulla migrazione ebraica al contrario, negli ultimi mesi centri di ricerca israeliani hanno decisamente concentrato l’attenzione sulla crescente tendenza dei giovani ebrei istruiti a lasciare il Paese, cosa che potrebbe danneggiare l’economia e la struttura sociale. Le motivazioni che stanno dietro la partenza includono l’instabilità politica, la situazione economica, il costo della vita, le tensioni sociali e i timori di un colpo di stato giudiziario.

Ciò che preoccupa realmente Israele è l’età di questi emigranti, in quanto il 48% di essi ha tra i 20 e i 45 anni e il 27% è composto da bambini e adolescenti. La grande maggioranza ha meno di 45 anni e cerca una migliore qualità di vita a causa del peggioramento della situazione economica, dell’incremento del costo della vita e della difficoltà a trovare casa e lavoro, con un maggior livello di impossibilità di accesso a servizi pubblici di qualità.

Tra gli israeliani c’è una convinzione prevalente che le ripercussioni su Israele di questa emigrazione saranno molto serie, mentre il governo di destra si accontenta di attaccare il fenomeno con post “populisti” su internet, senza un’analisi in profondità e senza fornire soluzioni pratiche. Ciò perché in pratica questi emigranti hanno un ridotto senso di appartenenza allo Stato e alla sua cultura e il loro legame con esso è in declino a causa dello shock della guerra, della mancanza di fiducia nella dirigenza politica e della crisi economica.

Il crescente numero di israeliani che sono emigrati dallo Stato dell’occupazione adesso coincide con l’ondata di opinioni ostili contro l’occupazione che sta divampando nel mondo a causa dei suoi crimini contro il popolo palestinese. In seguito alle divisioni politiche e sociali a cui il Paese sta assistendo, il risultato immediato di questo fenomeno è un passaggio radicale al fatto che gli emigrati sono separati dal Paese, dalla famiglia, dagli amici e dai vicini e in qualche caso non c’è ritorno.

In conclusione, il fenomeno della migrazione al contrario degli ebrei da Israele rappresenta un fallimento morale dello Stato e un’esplicita dichiarazione del suo fallimento nel rafforzare i rapporti degli ebrei che arrivano da ogni parte del mondo in una terra occupata che non è la loro. Questo è un risultato prevedibile della crescente divisione sociale negli ultimi anni, della prevalenza di discorsi divisivi e incendiari e del consenso dello Stato che consente a forze estremiste fasciste di trascinare il resto degli israeliani in pericolosi conflitti interni che potrebbero distruggere ciò che rimane dell’impunità dello Stato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’accordo su cessate il fuoco a Gaza e ostaggi è lo stesso di 8 mesi fa. Perché Netanyahu lo accetta ora?*

Alon Pinkas

14 gennaio 2025 – Haaretz

Gli ostaggi sofferenti lasciati a marcire nei tunnel per 15 mesi e gli oltre 120 soldati uccisi da quando Benjamin Netanyahu ha rifiutato un accordo precedente con Hamas su cessate il fuoco e ostaggi sono l’ultima delle preoccupazioni del primo ministro israeliano che voleva essere messo sotto pressione proprio a ridosso dell’insediamento di Trump.

Se il 20° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, ratificato il 23 gennaio 1933, avesse stabilito che le investiture presidenziali si sarebbero dovute svolgere il 10 e non il 20 gennaio i cinque soldati israeliani uccisi a Gaza lunedì probabilmente sarebbero ancora vivi, le loro famiglie non sarebbero state distrutte, un accordo sugli ostaggi sarebbe già iniziato e sarebbero state risparmiate decine di vite di gazawi.  È così: semplice, spaventoso, tragico e crudele. 

Il Primo ministro Benjamin Netanyahu può lamentarsi quanto vuole di come Donald Trump, neoeletto presidente degli Stati Uniti, lo abbia costretto a farlo. Sta già vendendo ai suoi partner di coalizione ultranazionalisti, messianici e guerrafondai il messaggio: “Non avevo scelta, siamo riusciti a rimandarlo per mesi”. Ma la verità è molto chiara: ha accettato un accordo che avrebbe potuto e dovuto firmare molti mesi fa. Ma gli ostaggi che marciscono nei tunnel senza ossigeno da 15 mesi e gli oltre 120 soldati israeliani uccisi da quando ha rifiutato un accordo precedente sono l’ultima delle sue preoccupazioni. Ecco chi e cosa è. 

Qualcuno crede davvero che il nuovo inviato di Trump per il Medio Oriente, Steve Witkoff, un esperto immobiliarista e investitore di New York, abbia “costretto Netanyahu a farlo”? Beh, sì, se conosci Netanyahu. Voleva essere messo sotto pressione proprio a ridosso dell’insediamento di Trump lunedì prossimo. L’accordo che potrebbe essere concordato e firmato martedì o mercoledì, o forse no, era sul tavolo lo scorso maggio, a luglio e praticamente ci è rimasto da allora in poi. Ma Netanyahu, in nome di “una guerra esistenziale” che produrrà una “vittoria totale”, ha aspettato le elezioni americane e poi l’insediamento del presidente prima di accettare un accordo.

Spiegando perché si oppone all’accordo, Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, di estrema destra, ha ricordato specificamente come in passato abbia impedito un accordo minacciando Netanyahu, convalidando l’affermazione che tutto il calcolo del primo ministro sia motivato politicamente. Non ha mai avuto intenzione di porre fine alla guerra, persino quando il poi dimissionario ministro della Difesa Yoav Gallant e l’esercito israeliano hanno sottolineato che tutti gli obiettivi militari erano stati raggiunti. L’“importanza strategica” del corridoio Philadelphia, lungo il confine tra Gaza e Sinai, era un’argomentazione fasulla e cinica che aveva architettato nel frattempo.

Ci sono due linee di faglia cronologiche. La prima va dall’ottobre 2023 al luglio 2024, quando Netanyahu credeva che più fosse durata la guerra, più Gaza fosse stata decimata, più lui si sarebbe allontanato dalla débâcle del 7 ottobre, il giorno peggiore della storia di Israele.  

Il secondo periodo va dal luglio 2024, quando Biden ha ritirato la sua candidatura alla presidenza, alle elezioni di novembre e da lì all’insediamento di Trump lunedì prossimo.

Una guerra che non ha obiettivi politici, in cui gli obiettivi militari non derivano e non sono allineati con chiari obiettivi politici, è una guerra che finirà inevitabilmente senza risultati politici. I risultati militari, per quanto significativi, non possono in questo caso essere convertiti in guadagni politici. 

Una guerra giusta, e non ci sono dubbi sul fatto che la guerra a Gaza fosse giustificata secondo qualsiasi criterio, non giustifica l’avventatezza e la sprovvedutezza diplomatica, a meno che alla base non ci siano un secondo fine e un programma politico. 

Netanyahu ha prima ignorato, poi temporeggiato, poi respinto e infine rifiutato di prendere in considerazione qualsiasi quadro di “Gaza postbellica” che l’amministrazione Biden gli aveva presentato nel dicembre 2023. L’idea stessa di cacciare Hamas dal potere a Gaza e di sostituirlo con una coalizione araba ad interim, un progetto su cui Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania e Autorità Palestinese erano tutti d’accordo, è stata rifiutata con derisione da Netanyahu, che ha dichiarato “non prima della vittoria totale e dello sradicamento di Hamas”. 

Nonostante il sostanziale indebolimento militare di Hamas e la decimazione della maggior parte di Gaza, questo accordo segna la “vittoria totale” o la “cancellazione di Hamas”? No. Sarebbero mai state raggiungibili senza un’occupazione totale e prolungata dell’intera Striscia di Gaza? No. 

Per tutta la prima metà del 2024, Netanyahu ha deliberatamente cercato un confronto aperto con la Casa Bianca. “Gli Stati Uniti stanno cercando di imporre a Israele uno Stato palestinese,” si lamentava in maniera bigotta e fasulla, senza alcun fondamento. Nel maggio del 2024 aveva rinnegato e disconosciuto un piano che lui stesso aveva presentato a Biden. In quei mesi l’accordo su ostaggi e cessate il fuoco che potrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni era già sul tavolo. 

Per otto mesi interi questo accordo è stato presentato più volte dal Qatar e dagli Stati Uniti. Ma Netanyahu aveva in mente solo la politica e la sua sopravvivenza, e poi le elezioni americane e l’insediamento di Trump. 

Tale livello di insensibilità, crudeltà, disprezzo per gli ostaggi e indifferenza nei confronti delle loro famiglie traumatizzate, che ha persino incolpato di averlo indebolito, e la pura incoscienza nel portare avanti una guerra senza obiettivi definiti, tangibili e raggiungibili è sconcertante anche per gli standard di Netanyahu. Un anno fa nemmeno i suoi critici più duri e i suoi detrattori più accaniti pensavano che si sarebbe arrivati a questo punto.

Viste le alternative per quanto riguarda l’accordo in sé, si tratta di un buon accordo. A prescindere dalle riserve o dalle osservazioni che si possono avere, un accordo è un accordo e gli ostaggi torneranno a casa. 

Supponiamo che ci sia un accordo reciprocamente concordato e che il testo corrisponda esattamente allo schema generale rivelato lunedì sera: un processo a fasi di 42 giorni che inizia con un cessate il fuoco, o almeno con una cessazione condizionata delle ostilità; 33 ostaggi israeliani da rilasciare in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi (molti dei quali sono terroristi condannati) entro i primi 16 giorni. A quel punto inizieranno i negoziati per la seconda fase e, se questa sequenza sarà completata, Israele avvierà un ritiro graduale da Gaza, mantenendo però una limitata zona cuscinetto di sicurezza. Nel frattempo ai gazawi sarà permesso di tornare in quel poco che resta della parte settentrionale di Gaza. (Dall’inizio della guerra circa un milione sono fuggiti dal nord verso la parte meridionale della Striscia). Martedì il Segretario di Stato americano Antony Blinken dovrebbe illustrare un quadro politico postbellico molto simile a quello presentato da Biden e rifiutato da Netanyahu tra dicembre 2023 e metà 2024. 

Ora arrivano le domande. Il cessate il fuoco reggerà? Hamas riuscirà a farlo rispettare? Che cosa costituisce una flagrante violazione del cessate il fuoco? L’accordo continuerà se ci saranno sporadici combattimenti locali tra piccole bande isolate che non rispondono ad Hamas? Cosa succede se Hamas sventola le bandiere e dichiara vittoria? 

Si tratta di un accordo straordinariamente debole, considerando ciò che è Hamas e i precedenti di Netanyahu. Non sorprenderebbe nessuno se Netanyahu dicesse ai suoi ministri riluttanti e imbronciati: “Non preoccupatevi, il cessate il fuoco non reggerà”. Per quanto lo riguarda questo potrebbe proteggerlo sia dalle turbolenze politiche che da Donald Trump”.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

*

Nota redazionale: nel presente articolo vengono fatte alcune affermazioni riguardanti la guerra a Gaza che la redazione di Zeitun non condivide. Alon Pinkas, diplomatico ed esperto di politica estera legato al partito Laburista israeliano, definisce indubbiamente “giusta” una guerra e nel suo editoriale cita esclusivamente i soldati e gli ostaggi israeliani uccisi a Gaza da maggio in poi (quando Netanyahu rifiutò un accordo proposto da Biden e molto simile a quello che ha accettato ora), ignorando totalmente le migliaia di civili palestinesi uccisi (almeno 10.000) da allora.

Ciononostante riteniamo questo articolo interessante per il lettore in quanto propone un punto di vista molto diffuso nell’opinione pubblica israeliana e pubblicato su Haaretz, un giornale molto critico nei confronti dell’attuale governo.




L’ANP cerca di evitare critiche alle sue violazioni dei diritti umani

  1. Ramona Wadi

14 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Wafa, l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ha pubblicato i dettagli di un rapporto che descrive le testimonianze di palestinesi imprigionati, torturati e interrogati da Israele a Gaza. Molti prigionieri stanno soffrendo per traumi fisici e psicologici permanenti, afferma il report della commissione dell’ANP per gli affari dei prigionieri e degli ex-prigionieri.

I dettagli sono raccapriccianti. Prigionieri ustionati con acqua bollente, picchiati brutalmente, bagnati con le acque di scarico, aggrediti dai soldati israeliani e privati di cibo e trattamenti sanitari. Ma mentre queste testimonianze sono importanti da registrare, cosa sta facendo l’ANP riguardo all’informazione? Inoltre, cosa sta facendo l’ANP nella Cisgiordania e a Gaza occupate per prendere le distanze da Israele? La risposta: niente.

L’ANP potrebbe aggrapparsi alla narrazione anticoloniale, quando si presenta l’occasione, ma le sue azioni nella Cisgiordania occupata hanno mostrato altro ormai da molti anni. Solo due giorni prima del rapporto Wafa sui palestinesi torturati da Israele, durante una riunione il leader dell’ANP Mahmoud Abbas ha confermato il suo supporto alle operazioni dei servizi di sicurezza a Jenin. Secondo Wafa Abbas ha elogiato i servizi di sicurezza perché “salvaguardano stabilità ed ordine” e ha cercato di collegare in qualche modo le aspirazioni del popolo palestinese con le epurazioni della resistenza palestinese nella Cisgiordania occupata. Naturalmente solo Abbas e i suoi gerarchi potrebbero collegare le due cose insieme e ostentare una sembianza di coerenza.

Se l’ANP ritiene necessario – e certamente lo è – pubblicare i dettagli delle orrende torture contro i palestinesi a Gaza, perché non applica gli stessi criteri ai suoi servizi di sicurezza? Basel Al-Araj è stato ucciso da Israele in collaborazione con i servizi di sicurezza dell’ANP e Nizar Banat è stato picchiato a morte dai suoi servizi di sicurezza – e questi sono solo due esempi noti.

I palestinesi nella Cisgiordania occupata, in particolare a Jenin, vengono terrorizzati dai servizi di sicurezza della ANP per la semplice ragione che la resistenza sta riconoscendo di dover condurre una più ampia lotta anti-coloniale. L’ANP rappresenta più precisamente Israele e la comunità internazionale e non i palestinesi. È una legittima preoccupazione per i palestinesi che l’ANP, per esempio, abbia chiesto 680 milioni di dollari agli USA per addestrare i suoi servizi di sicurezza ed anche per le forniture di veicoli ed equipaggiamento.

Al Jazeera, che l’ANP ha recentemente messo al bando nella Cisgiordania occupata, ha da poco riferito che molti palestinesi che sono stati imprigionati e picchiati dai servizi di sicurezza non si sentono sicuri nel condividere le loro esperienze, neanche con organizzazioni per i diritti umani come Al-Haq. Altro che incolumità e sicurezza di tutti i palestinesi. Forse Abbas si riferisce ai palestinesi che rimarranno dopo le epurazioni? E in quale momento le epurazioni finiranno?

Cosa sta cercando di provare Abbas, che l’ANP può tornare a Gaza per via della comprovata esperienza a Jenin e più in generale nella Cisgiordania occupata? O che sull’ANP si può contare per implementare le stesse tattiche su cui Israele ha fatto affidamento per decenni, fino al genocidio a Gaza? Una cosa risalta: il metodo dell’ANP per annichilire la resistenza palestinese è cooptare palestinesi per imprigionare, torturare e a volte anche uccidere altri palestinesi.

L’Operazione Proteggi la Terra Natale mira solo a proteggere l’ANP ad ogni costo dalle ripercussioni della sua oppressione. I media dell’ANP dovrebbero prenderne atto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra Israele-Gaza Secondo uno studio pubblicato su Lancet il bilancio delle vittime a Gaza è più alto del 40% rispetto al numero ufficiale

Redazione e agenzie.

10 gennaio 2025-The Guardian

L’analisi stima che il bilancio delle vittime alla fine di giugno era di 64.260, di cui il 59% donne, bambini e persone con più di 65 anni.

Una ricerca pubblicata sulla rivista medica Lancet stima che il numero di morti a Gaza durante i primi nove mesi della guerra tra Israele e Hamas sia stato circa il 40% più alto rispetto ai numeri registrati dal ministero della Salute del territorio palestinese.

L’analisi statistica peer-reviewed è stata condotta da accademici della London School of Hygiene & Tropical Medicine, della Yale University e di altre istituzioni utilizzando un metodo statistico chiamato “analisi cattura-ricattura”. [capture-recapture o anche capture-mark-recapture è un metodo statistico per stimare la consistenza numerica di una popolazione sulla base di due campionamenti, n.d.t.]

I ricercatori hanno cercato di valutare il bilancio delle vittime della campagna aerea e terrestre di Israele a Gaza tra ottobre 2023 e fine giugno 2024 e hanno stimato per questo periodo la cifra di 64.260 decessi dovuti a lesioni traumatiche. Lo studio ha affermato che il 59,1% erano donne, bambini e persone di età superiore ai 65 anni. Non ha fornito una stima dei combattenti palestinesi tra i morti.

Fino al 30 giugno dell’anno scorso, il ministero della Salute di Gaza aveva segnalato un bilancio di 37.877 vittime nella guerra iniziata il 7 ottobre 2023 dopo l’attacco guidato da Hamas al sud di Israele in cui erano state uccise 1.200 persone e più di 250 prese in ostaggio.

Secondo i funzionari sanitari palestinesi un totale di oltre 46.000 persone sono state uccise nella guerra di Gaza su una popolazione prebellica di circa 2,3 milioni.

I media internazionali non sono riusciti a verificare in modo indipendente il numero delle vittime a Gaza poiché Israele non consente ai giornalisti stranieri di entrare nel territorio.

Un alto funzionario israeliano, commentando lo studio pubblicato venerdì, ha affermato che le forze armate israeliane hanno fatto di tutto per evitare vittime civili. “Nessun altro esercito al mondo ha mai adottato misure così ampie”, ha affermato il funzionario.

“Queste includono l’invio di un preavviso ai civili per evacuare, zone sicure e l’adozione di tutte le misure necessarie per prevenire danni ai civili. Le cifre fornite in questo rapporto non riflettono la situazione sul campo”.

Lo studio di Lancet ha affermato che la capacità del ministero della Salute palestinese di tenere registri elettronici dei decessi si era precedentemente dimostrata affidabile, ma si è deteriorata durante la campagna militare di Israele, che ha incluso incursioni in ospedali e altre strutture sanitarie e interruzioni delle comunicazioni digitali.

Israele accusa Hamas di utilizzare gli ospedali come copertura per le sue operazioni, cosa che il gruppo militante nega.

Lo studio ha utilizzato i dati sul bilancio delle vittime del ministero della Salute, un sondaggio online lanciato dal ministero ai palestinesi perché segnalassero i decessi dei parenti e i necrologi sui social media per stimare che ci sono stati tra 55.298 e 78.525 decessi per lesioni traumatiche a Gaza al 30 giugno 2024.

La stima più accurata dello studio sarebbe di 64.260 morti, il che significherebbe che il ministero della Salute aveva fino a quel momento sottostimato il numero di decessi del 41%. La stima rappresentava il 2,9% della popolazione di Gaza prima della guerra, “o circa uno su 35 abitanti”, si afferma nella ricerca.

La cifra riguarda solo i decessi per ferite traumatiche e non include i decessi per mancanza di assistenza sanitaria o cibo, o le migliaia che si ritiene siano sepolte sotto le macerie.

Il Palestinian Central Bureau of Statistics (PCBS) stima che, oltre al bilancio ufficiale delle vittime del ministero della Salute, altri 11.000 palestinesi siano dispersi e presumibilmente morti.

I ricercatori hanno esaminato attentamente i tre elenchi, alla ricerca di sovrapposizioni. “Nell’analisi abbiamo tenuto conto solo di coloro che erano stati confermati morti dai loro parenti o dagli obitori e dagli ospedali”, ha affermato Zeina Jamaluddine, epidemiologa presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine e autrice principale dello studio.

“Poi abbiamo esaminato le sovrapposizioni tra i tre elenchi e, in base alle sovrapposizioni, è stato possibile arrivare a una stima totale della popolazione uccisa”, ha detto Jamaluddine all’Agenzia France-Presse.

Tuttavia, i ricercatori hanno avvertito che gli elenchi degli ospedali non sempre forniscono la causa del decesso quindi è possibile che fossero incluse persone con decessi non traumatici, il che avrebbe potuto portare a una sovrastima.

Patrick Ball, uno statistico presso l’Human Rights Data Analysis Group con sede negli Stati Uniti, non coinvolto nella ricerca, ha utilizzato metodi di cattura-ricattura per stimare il numero di morti nei conflitti in Guatemala, Kosovo, Perù e Colombia.

Ball ha detto all’AFP che questa tecnica ben collaudata è stata utilizzata per secoli e che i ricercatori hanno raggiunto “una stima attendibile” per Gaza.

Kevin McConway, professore di Statistica Applicata presso la Open University britannica, ha affermato che c’è “inevitabilmente molta incertezza” quando si fanno stime da dati incompleti, ma che è stato “ammirevole” che i ricercatori abbiano utilizzato tre diversi approcci per verificare le loro stime.

Le agenzie France-Presse e Reuters hanno contribuito a questo rapporto

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)