Un comunicato afferma che un palestinese a Gaza è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante israeliano mentre copriva le forze dell’IDF

Redazione Haaretz

7 gennaio 2025 – Haaretz

I media israeliani hanno riferito che il palestinese, costretto dall’IDF a fungere da scudo umano e a perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis a Gaza, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un comandante che non sapeva che il palestinese era autorizzato a trovarsi lì

Secondo una comunicazione pubblicata da “The Hottest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’inferno, ndt.] un comandante della Brigata Nahal delle Forze di Difesa Israeliane ha sparato e ucciso un palestinese che stava coprendo le truppe nella città di Rafah, nella parte meridionale di Gaza”.

In base al report pubblicato sul sito web di giornalismo investigativo indipendente in lingua ebraica il palestinese, costretto a fungere da scudo umano e perquisire gli edifici nell’area di Khan Yunis, aveva ricevuto l’autorizzazione dell’IDF ad accedere all’edificio. Al suo arrivo un comandante della brigata ha identificato l’uomo come palestinese, ha preso un fucile e lo ha ucciso, non sapendo che era autorizzato a trovarsi nell’edificio.

Secondo il sito web l’esercito israeliano ha confermato i dettagli dell’accaduto e ha risposto che “l’incidente è stato indagato dal comandante della brigata e si è tenuto conto dei risultati durante le operazioni delle truppe in corso“.

Ad agosto Haaretz ha riferito che i palestinesi sono stati usati dalle unità dell’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza come scudi umani per i soldati. I palestinesi, che i soldati chiamano shawish, un’oscura parola araba di origine turca che significa sergente, vengono inviati negli edifici per condurre delle perquisizioni prima che i soldati israeliani entrino nei locali.

“Le nostre vite sono più importanti delle loro”, è stato detto ai soldati. “L’idea è che sia meglio che i soldati israeliani rimangano in vita e che siano gli shawishim a saltare in aria a causa di un ordigno esplosivo”.

A fine ottobre la CNN ha riferito che dei palestinesi, tra cui adolescenti, hanno affermato di essere stati costretti a fare da scudi umani a Gaza. Secondo il rapporto l’uso dei palestinesi come scudi umani è conosciuto tra i soldati delle IDF come “protocollo delle zanzare”.

L’uso dei palestinesi come scudi umani non è iniziato il 7 ottobre. Durante l’operazione Scudo Difensivo, condotta nel 2002 in Cisgiordania, le IDF hanno utilizzato il cosiddetto “protocollo del vicino”, in cui i soldati hanno utilizzato i civili per perquisire le case alla ricerca di trappole esplosive o hanno inviato i palestinesi nelle case prima delle forze delle IDF per localizzare gli individui ricercati.

Dopo la pubblicazione di numerosi articoli sull’argomento alcune organizzazioni per i diritti umani hanno presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele per fermare questa pratica. La corte ha accettato la petizione nel 2005 e ha stabilito che la pratica è contro il diritto internazionale ed è quindi illegale. L’allora capo di stato maggiore delle IDF Dan Halutz ha ordinato all’esercito di far rispettare la sentenza della corte. Tuttavia più di 20 anni dopo la pratica sembra essere tornata in auge.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una guida per i soldati israeliani: ecco come comportarsi se arrestati all’estero e cosa controllare prima del volo

Roi Rubinstein, Korin Elbaz-Alush

05 gennaio 2025 – Ynet

In seguito alla fuga di un soldato israeliano dal Brasile e alla richiesta di arresto per un altro soldato in Cile, aumentano i timori per le minacce legali che il personale dell’esercito si trova ad affrontare quando viaggia all’estero. Gli ufficiali affrontano rischi maggiori? Quali verifiche dovrebbero fare i soldati prima di prendere i loro voli? E come dovrebbero rispondere alle domande dopo l’atterraggio? Ecco cosa dovete sapere.

La fuga dal Brasile di un soldato dell’esercito israeliano sottoposto a indagine giudiziaria e la richiesta di arresto immediato per un altro soldato che viaggiava in Cile sono solo due esempi di azioni legali contro personale dell’esercito israeliano dall’inizio della guerra. Sono stati emessi mandati di arresto contro soldati israeliani anche in paesi europei.

Quindi cosa dovrebbe fare un soldato israeliano se viene arrestato all’estero? Gli ufficiali corrono rischi maggiori? Quali paesi dovrebbero essere evitati? Ecco cosa dovete sapere.

Cosa dovrebbe fare un soldato se arrestato all’estero?

Nick Kaufman, avvocato difensore presso la Corte Penale Internazionale a L’Aia, consiglia:

“Secondo le linee guida del Ministero degli Esteri israeliano, ogni israeliano arrestato – sia esso civile o soldato – ha diritto all’assistenza consolare. Un soldato arrestato all’estero deve immediatamente richiedere una visita da parte del console israeliano”.

Gli ufficiali corrono rischi maggiori rispetto ai soldati?

“Nel modo più assoluto”, dice Kaufman. “Gli ufficiali hanno maggiori responsabilità sul piano decisionale e operativo, come per esempio la selezione dei bersagli e la gestione delle operazioni militari”.

La condivisione di filmati online aumenta i rischi legali?

“Decisamente”. Secondo Kaufman “i soldati che postano video online forniscono a organizzazioni ostili possibili prove contro di loro”.

È pericoloso viaggiare all’estero per un soldato che ha prestato servizio a Gaza?

“Il rischio viene dal principio della ‘giurisdizione universale’, che permette a certi paesi di arrestare, indagare e processare individui sospettati di gravi crimini, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Potrei essere arrestato all’estero per azioni compiute a Gaza?

“Servirebbero prove della responsabilità individuale di un soldato in atti illegali. Aver semplicemente prestato servizio a Gaza non basta”.

Come faccio a sapere se la mia destinazione è a rischio prima di partire?

“Le organizzazioni per i diritti umani pubblicano online rapporti che documentano l’applicazione della giurisdizione universale nei diversi paesi. Consultare un esperto di legge penale internazionale è fortemente raccomandato”.

Quali precauzioni bisognerebbe prendere prima di mettersi in viaggio?

“I soldati dovrebbero evitare di postare foto o video mentre sono in servizio, in particolar modo contenuti in cui si vedano edifici distrutti, anche se c’è una giustificazione militare. Tali post violano la sicurezza operativa e potrebbero danneggiare l’immagine di Israele. Alcuni paesi potrebbero trattare contenuti di rilievo apparentemente scarso, come per esempio canti razzisti, come incitamento al genocidio”.

Quali Paesi dovrebbero essere evitati dai soldati?

“La lista dei Paesi che applicano la giurisdizione universale cambia nel tempo. Persino Paesi amici come il Regno Unito, la Francia e la Spagna l’hanno applicata in passato. Le procedure variano di Paese in Paese: in alcuni è necessario che gli arresti siano approvati da un tribunale, mentre altri possono agire sulla base di una semplice denuncia alla polizia”.

Cosa devo fare se sono interrogato dalle autorità all’estero?

“Valuta attentamente se viaggiare in paesi dove queste domande possono esserti poste. Mentire al controllo di confine è sconsigliabile e può portare al respingimento”.

Israele dovrebbe finanziare la difesa legale dei soldati arrestati all’estero?

“Se un soldato è ingiustamente arrestato per aver legittimamente prestato servizio, lo Stato dovrebbe coprire le spese di difesa. Tuttavia la cosa diventa problematica se c’è un fondato sospetto di crimini di guerra. Finanziare la difesa di un soldato potrebbe stabilire un precedente e comportare analogo sostegno per altri, accusati di crimini gravi”.

Israele ha una “lista nera” di soldati a rischio di arresto?

“L’ufficio legale dell’esercito israeliano fornisce consulenza legale ai comandanti, anche in materia di condotta sul campo di battaglia, per prevenire futuri problemi legali. Per quanto ne so, non c’è nessuna ‘lista nera’ di soldati a rischio di arresto”.

Cosa può dirci sulle battaglie legali internazionali contro Israele?

“La risposta di Israele comprende azioni legali e diplomatiche gestite da una squadra inter-ministeriale, guidata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e dal Ministero della Giustizia. Anche l’esercito israeliano conduce indagini interne quando necessario e promuove l’addestramento legale dei soldati, sia in servizio attivo che riservisti”.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




La più grande organizzazione di storici degli Stati Uniti condanna la distruzione “deliberata” del sistema educativo di Gaza da parte di Israele

Etan Nechin – New York

7 gennaio 2025 – Haaretz

NEW YORK – La più grande associazione professionale di storici negli Stati Uniti ha adottato una risoluzione in cui condanna lo “scolasticidio” di Israele a Gaza e critica gli aiuti militari statunitensi a Israele.

L’American Historical Association ha approvato a larga maggioranza la risoluzione che afferma che “il governo degli Stati Uniti ha sostenuto la campagna delle Forze di difesa israeliane (IDF) [esercito israeliano, ndt.] a Gaza con oltre 12,5 miliardi di dollari in aiuti militari tra ottobre 2023 e giugno 2024”.

Con il termine scolasticidio viene definita la distruzione deliberata di un sistema educativo. La risoluzione, approvata con 428 voti contro 88, afferma che l’IDF ha distrutto l’80 percento delle scuole di Gaza lasciando oltre 625.000 bambini senza accesso all’istruzione e ha anche distrutto tutti i 12 campus universitari di Gaza.

Accusa inoltre Israele di aver preso di mira biblioteche, musei, centri culturali e siti religiosi, tra cui la biblioteca dell’Università di al-Aqsa e centinaia di siti storici. Queste azioni, afferma la risoluzione, hanno cancellato risorse cruciali legate alla storia e alla cultura di Gaza.

Margaret M. Power, professoressa emerita di storia all’Illinois Institute of Technology, e Van Gosse, professore emerito di storia al Franklin and Marshall College, sono co-presidenti di Historians for Peace and Democracy, l’organizzazione che ha presentato la mozione. In una dichiarazione ad Haaretz hanno spiegato la loro motivazione.

“Come storici siamo obbligati a denunciare questi oltraggi e a essere solidali con i palestinesi”, hanno affermato. “Abbiamo tentato per la prima volta di approvare una risoluzione a sostegno del diritto dei palestinesi all’istruzione 10 anni fa. L’estrema urgenza della situazione attuale ci ha spinti, insieme alla stragrande maggioranza degli storici presenti alla riunione di lavoro dell’AHA, a sostenere la nostra risoluzione”.

La risoluzione chiede un cessate il fuoco permanente e sollecita l’AHA a formare un comitato per esplorare modalità di aiuto per la ricostruzione delle istituzioni educative e culturali di Gaza, allineando l’associazione con altre organizzazioni accademiche che hanno preso posizione sul conflitto.

Nel corso del dibattito, tenutosi lunedì in un affollato hotel di Midtown, non erano ammesse registrazioni. Tuttavia, Haaretz ha parlato con dei partecipanti che si sono espressi sia a favore che contro l’iniziativa.

Barbara Weinstein, professoressa di storia alla New York University, che si è espressa a favore della mozione, ha riassunto le sue osservazioni per Haaretz dopo il voto affermando: “L’annientamento delle istituzioni, insieme alla distruzione di archivi e biblioteche, minaccia di separare i palestinesi di Gaza dalla loro storia. In queste circostanze non riesco a capire come l’AHA possa rifiutarsi di prendere posizione”.

Ha anche parlato di cosa significhi questa risoluzione per il settore degli studi storici. “Penso che sottolinei la rilevanza della nostra ricerca e il riconoscimento che preservare la storia e la memoria storica non è un lusso, ma una necessità“.

Mary Nolan, professoressa emerita di storia alla New York University e esponente del comitato direttivo che ha proposto la risoluzione, ha espresso sorpresa per l’enorme sostegno all’iniziativa. “È stato incoraggiante vedere giovani studiosi e studenti universitari presentarsi in massa mostrando serio interesse per la Palestina e un coinvolgimento critico nella questione Israele-Palestina”, ha affermato.

“Politicizzare la missione”

Degli oppositori hanno sostenuto che la risoluzione mina la credibilità dell’AHA politicizzandone la missione e omettendo riferimenti all’attacco di Hamas del 7 ottobre che ha innescato la guerra. L’hanno criticata per aver ignorato le complessità della lotta contro un’organizzazione terroristica che sfrutta per la propaganda le vittime civili e per aver adottato un linguaggio del Consiglio per i diritti umani dell’ONU che considerano di parte.

Jeffrey Herf, professore emerito del Dipartimento di Storia dell’Università del Maryland, che si è espresso contro l’approvazione, ha detto ad Haaretz: “Nell’ignorare quanto sopra la risoluzione si configura come una propaganda efficace per Hamas mentre resta al di sotto di quanto ci si dovrebbe aspettare da parte di storici professionisti”, aggiungendo: “Lanciando queste accuse e ignorando le realtà della guerra iniziata da Hamas e il modo in cui sta combattendo alimenterà il mix di antisemitismo e odio per Israele già evidente nei campus americani. Contribuirà alla politicizzazione dell’AHA e renderà molto difficile per sempre più università e college assumere docenti che mostrino un qualsiasi sostegno per il proseguo dell’esistenza e benessere dello Stato di Israele”.

Susannah Heschel, professoressa di storia al Dartmouth, anch’essa contro la risoluzione, ha detto ad Haaretz che mentre è sconvolta e inorridita tanto quanto i suoi colleghi dalla distruzione delle istituzioni educative, “approvare la risoluzione non è strategicamente utile nell’attuale clima politico degli Stati Uniti”.

Heschel ha ricordato che subito dopo gli attacchi del 7 ottobre alcuni accademici hanno detto di essersi sentiti “esaltati” da quanto accaduto e ha affermato: “Ho trovato quella risposta sadica. Il nostro ruolo è quello di promuovere il dialogo, non necessariamente di essere d’accordo, ma di ascoltare con apertura ed empatia. Come accademici, non siamo qui per condannare ma per imparare”.

“Molti sono preoccupati per la libertà accademica, ma quello che ho sentito è che la polarizzazione nei campus sta aggravando il problema. Dobbiamo trovare un modo per parlarci l’un l’altro. Non fermeremo la guerra, ma come studiosi e custodi della pace, come possiamo dare un contributo significativo?” ha aggiunto.

Altri dibattiti in arrivo

La risoluzione ora passa al consiglio eletto dell’AHA, che deciderà se approvarla, porre il veto o inviarla per il voto ad oltre 10.000 storici iscritti.

Heschel esprime fiducia che la risoluzione non venga approvata. “Non la vedo come rappresentativa dell’AHA o della più ampia comunità di storici”, dice. “È un piccolo gruppo che fa leva sull’AHA per far passare questa risoluzione”.

“Il consiglio non è a favore, come ha chiarito il presidente eletto”, dice Nolan. “Affermano che l’AHA non ha mai preso una posizione politica, ma non è vero. La leadership ha pubblicato lettere aperte opponendosi alla guerra in Iraq e criticando degli accademici delle università in India e Sierra Leone. Più di recente, ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro la Russia.”

Nolan riconosce che anche se la risoluzione supera l’ostacolo iniziale saranno necessari ulteriori sforzi. “Se la distribuiscono continueremo a sensibilizzare l’intera comunità dell’AHA,” dice, aggiungendo di essere ottimista per i riscontri ricevuti dopo il voto.

La decisione riflette dibattiti più ampi sul ruolo delle associazioni accademiche nelle controversie politiche.

La Modern Language Association (MLA), che terrà la sua riunione annuale entro la settimana, ha affrontato dibattiti simili su risoluzioni che accusano Israele di prendere di mira le istituzioni educative e sostengono i boicottaggi. Alla fine, la MLA ha rifiutato di promuovere queste delibere, sollevando preoccupazioni su partigianeria e divisività, una decisione che ha suscitato aspre critiche da parte di molti.

La tempistica per una decisione sulla risoluzione rimane incerta ma entrambe le parti esprimono ottimismo sul risultato, mentre la polarizzazione rimane alta.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele usa un’ambulanza per fare irruzione in un campo profughi in Cisgiordania

Redazione di MEMO

7 gennaio 2025 – Middle East Monitor

È comparso il video di una telecamera di sorveglianza in cui l’esercito israeliano di occupazione usa un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata in Cisgiordania. In seguito alla sparatoria indiscriminata dei soldati un giovane uomo palestinese ed una donna anziana sono stati uccisi.

Ieri l’esercito di occupazione israeliano ha ammesso che le sue forze hanno usato un’ambulanza per infiltrarsi nel campo profughi di Balata a Nablus nella Cisgiordania settentrionale, dichiarando che sta indagando sull’incidente che secondo i palestinesi ha portato alla morte di una donna anziana e un giovane.

Domenica i palestinesi hanno diffuso un video preso da una telecamera di sorveglianza in un negozio che mostra i soldati dell’occupazione israeliani uscire da una ambulanza nel centro del campo e sparare ai passanti, azione che dicono abbia portato alla morte di una donna anziana e un giovane, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.

In una dichiarazione riportata ieri dal giornale, l’esercito dell’occupazione ha affermato di agire in base al diritto internazionale e di stare indagando sull’incidente in questione.

L’indagine esaminerà l’uso dei veicoli mostrati nel video e le accuse di nuocere ad individui non coinvolti nello scambio a fuoco tra i terroristi e le nostre forze.”

Il video è stato girato il 19 dicembre 2024 durante un’incursione israeliana nel campo. Nello stesso giorno i palestinesi hanno riferito che due persone sono state uccise nell’operazione, una delle quali una donna di 80 anni, secondo il quotidiano israeliano.

Al momento l’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che le sue forze hanno avviato un’operazione per arrestare un sospetto nel campo di Balata e “durante l’attività c’è stato uno scambio a fuoco con combattenti che hanno sparato e lanciato esplosivi contro le forze,” si aggiunge nel comunicato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La politica di giudaizzazione di Israele sta inglobando le città arabe e costruendovi sinagoghe

Editoriale/Redazione di Haaretz

6 gennaio 2025, Haaretz

A soli 100 metri dal nuovo quartiere che si sta costruendo a Dimona circa 500 beduini vivono nel villaggio non riconosciuto di Ras Jrabah. Quel villaggio è stato costruito prima della fondazione dello Stato [di Israele].

I suoi abitanti più anziani ricordano ancora quando hanno aiutato a costruire il villaggio vicino. Da allora Dimona si è sviluppato e li ha progressivamente cacciati. Ora pianifica di “inglobare” il loro villaggio senza lasciarne traccia. Secondo il sindaco di Dimona, Benny Biton il sito deve essere sgomberato per fare spazio ad una “popolazione di alto livello”.

Il piano per espellere gli abitanti di Ras Jrabah ed espandere Dimona è un esempio del trattamento brutale, arrogante, discriminatorio e violento del governo nei confronti dei suoi cittadini non ebrei. Tutto è permesso in nome della politica di giudaizzazione.

L’attuale governo tratta i beduini persino peggio dei governi precedenti. Nel 2024 c’è stato un incremento del 400% nell’esecuzione di ordini di demolizione nel Negev.

Inoltre il Comitato Ministeriale per le Questioni dei Beduini ha concordato che il piano del ministro Amichai Chikli di concentrare gli abitanti dei villaggi beduini non riconosciuti in poche cittadine verrà esteso ad altre parti del Negev.

Dei circa 35 villaggi non riconosciuti nel Negev, 10 sono a rischio immediato di demolizione. In alcuni casi lo Stato programma di costruire nuove comunità ebraiche o di ampliare quelle esistenti sulle loro rovine.

A tale scopo il governo sta portando avanti un piano che consentirebbe di trasferire migliaia di beduini in parchi roulotte provvisori che saranno costruiti nelle attuali città beduine. Ma il livello di infrastrutture in questi parcheggi sarebbe inferiore a quello richiesto per le cittadine stanziali. Se questo piano fosse approvato potrebbe facilmente consentire un veloce trasferimento forzato di migliaia di beduini in quartieri di baraccopoli con inadeguate condizioni di vita.

Sedici delle 18 comunità la cui creazione è stata approvata dal governo nell’ultimo decennio sono destinate agli ebrei. Il risultato pratico è che la terra disponibile per i beduini si è ridotta e loro non hanno potuto regolarizzare i propri villaggi.

Un esempio è la sequela di comunità che si prevede sorgano lungo la Route 25 tra Be’er Sheva e Dimona. Quasi tutte sono destinate ad essere costruite su terre, o nei loro pressi, dei villaggi beduini non riconosciuti.

Invece di agire a vantaggio della popolazione che vive nel Negev il governo sta promuovendo una soluzione suburbana costosa ed ingiusta destinata a persone che vivono all’esterno. I primi sono beduini, i secondi ebrei.

Analogamente, in seguito alle decisioni di progettazione e vendita, solo un quarto degli appartamenti nel nuovo quartiere di Jisr al-Zarqa, che avrebbe dovuto alleviare la carenza di case nell’impoverita cittadina araba, è stato in realtà acquistato dagli abitanti del villaggio.

I nuovi abitanti, per la maggioranza ebrei, ora sono preoccupati di quando verrà costruita una circonvallazione e se sarà possibile costruire una sinagoga nel loro “esclusivo complesso di lusso recintato”, come viene definito dal materiale pubblicitario dei progettisti.

Questa discriminazione nella pianificazione contro la comunità araba, incrementata dalla legge sullo Stato-nazione, condanna molti membri della comunità ad una vita di povertà senza alcun futuro. Tutto ciò deve finire.

Questo articolo è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Villaggio vacanze israeliano a Gaza: la grottesca realtà dietro il genocidio

Jeremy Salt

1 gennaio 2025Palestine Chronicle

Le recenti azioni di Israele a Gaza, dal costruire un villaggio vacanze per i suoi soldati alla distruzione di ospedali, evidenziano una grottesca disconnessione dalle sofferenze umane.

La vera notizia del giorno non è che l’esercito israeliano ha costruito un villaggio vacanze per soldati stanchi sulla costa di Gaza, non lontano da Jabaliya che quegli stessi soldati hanno metodicamente distrutto negli ultimi tre mesi.

Il villaggio è solo un mostruoso memento di quanto lo Stato di Israele e la maggioranza del suo popolo si sono allontanati dalla normale umanità.

La vera notizia è l’uccisione di altri palestinesi, la distruzione definitiva dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia, l’assassinio o il rapimento del personale e dei pazienti e lo spostamento di feriti gravi in altri ospedali che persino i principali media ammettono che non sono più operativi.

Il personale medico è stato portato verso una destinazione sconosciuta, forse la prigione Sde Teiman dove è stato assassinato uno degli altri medici rapiti, il dr. Adnan al Bursh, chirurgo ortopedico, laureato al King’s College. Secondo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è stato stuprato a morte.

L’eroismo dei palestinesi è sintetizzato dal dr. Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che è stato picchiato con manganelli e bastoni mentre veniva trascinato via.

Il figlio del dr. Abu Safiya, Ibrahim, era stato ucciso dagli israeliani a ottobre. Il dr. Abu Safiya era stato ferito nel corso di un attacco di droni, ma è rimasto fino alla fine con il suo personale e i suoi pazienti. Non si sa dove sia ma ovviamente la sua vita è in pericolo perché potrebbe fare la stessa fine di Adnan al Bursh.

Nel villaggio vacanze israeliano per soldati stressati per colazione ci sono caffé freddo, toast, bibite a vari gusti e frappè. Alla colazione seguono pranzi e cene preparati alla griglia e poi al bar si servono caffè con cialde belghe, pretzel freschi e meringhe.

Ci sono sale massaggio per corpi stanchi e cliniche mobili per controlli medici e dentistici. Ci sono docce, internet, popcorn, caramelle e acqua fresca a volontà, comode poltrone a sacco per poltrire, PlayStation per divertirsi e frutta e gelati per “quando fa caldo.”

Tel Aviv dista da Gaza meno di 80 chilometri. Le stesse delizie sono disponibili a Tel Aviv giorno e notte, ma da Tel Aviv non si può vedere la distruzione e non si possono sentire le urla dei feriti e dei moribondi.

Il villaggio vacanze è vicino a Jabaliya, che i soldati che si prendono una pausa per rimettersi in sesto dai loro gravosi doveri hanno passato gli ultimi tre mesi a distruggere. Due giorni dopo Natale hanno invaso l’ospedale Kamal Adwan, distruggendone i reparti specialistici, assassinando 5 operatori sanitari, portando via gli altri con addosso solo la biancheria intima e spostando 350 persone al gelo. Cinquanta persone che vi si erano rifugiate sono state ammazzate in un attacco aereo contro un edificio nell’area dell’ospedale.

Il giornalista Gideon Levy ha paragonato questo resort a ‘La Zona di Interesse’, film di Jonathan Glazer sulla vita che conducevano, appena oltre il muro del campo di concentramento di Auschwitz, il suo comandante Rudolf Hoss, sua moglie e i loro figli. Si potevano sentire urla e colpi di armi da fuoco in lontananza e l’arrivo dei treni mentre i bambini giocavano in giardino e la moglie si prendeva cura delle piante e chiacchierava con gli ospiti. Lo scenario è idilliaco, i bambini passano giorni fantastici.

Non lontano dal villaggio vacanze di Gaza per soldati israeliani, non lontano dalle loro colazioni, grigliate e meringhe servite con il caffè, tutto come in un hotel di lusso, i bambini muoiono di freddo e fame, sono uccisi da cecchini e fatti a pezzi da missili e proiettili dei carri armati.

Da tempo Gaza è diventata una riserva di caccia di esseri umani, con i soldati israeliani che accumulano le loro prede e ora possono andare nel loro villaggio per riprendersi dallo stress con un bel massaggio o rilassandosi su una poltrona a sacco.

Israele sta celebrando un anno di una sfilza di ‘vittorie’, come chiama il genocidio a Gaza, e l’uccisione di migliaia di civili in Libano. Ha sfruttato la crisi in Siria per impossessarsi di ulteriori territori siriani, sta lanciando attacchi missilistici contro lo Yemen e si sta preparando per un attacco contro l’Iran.

Netanyahu sta dando vita a un mondo immaginario come fosse un guerriero ebreo per essere annoverato tra migliori fra loro, mentre la storia lo ricorderà come un abbietto criminale di guerra e il vigliacco assassino di massa di donne e bambini.

C’è la causa e c’è la battaglia. La Palestina è la causa e Israele non la distruggerà mai. Gaza è la battaglia eppure Israele, con tutta la sua potenza armata, non è riuscito a sconfiggere Hamas neanche dopo 15 mesi. L’altra battaglia persa, totalmente e decisamente, è quella contro l’opinione pubblica globale. Questo è un terreno che non riguadagnerà mai più, indipendentemente da quanto a lungo riuscirà a mantenere la sua stretta sulla Palestina.

Anche se Hamas non fosse in grado di sparare un altro colpo, la causa continuerà fino alle nuove generazioni. I giovani palestinesi che sono sopravvissuti a Gaza e i loro discendenti non produrranno un altro Arafat o un odiato Mahmoud Abbas. Non si perderà altro tempo in un altro ‘processo di pace’ allestito come una trappola mortale. Il modello per le generazioni future sarà Yahya Sinwar e il loro slogan sarà la riedizione del vecchio, ‘ciò che è stato preso con la forza può solo essere ripreso con la forza.’ [frase di Gamal Abdel Nasser Hussein, presidente dell’Egitto, ndt.]

Il mondo non può più permettersi uno Stato come Israele, come non poteva permettersi una Germania nazista, una lezione che ha imparato troppo tardi. La furia illegale di Israele nella storia sta nella stessa categoria e, come negli anni ’30, sembra che almeno il mondo occidentale imparerà la lezione troppo tardi.

Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano, una volta disse che Israele era la villa nella giungla. Ovviamente Israele non è una villa, ma uno Stato d’apartheid genocida. La ‘giungla’ è quella che ha creato e la ‘legge della giungla, ’ non quella dell’umanità, è quella che Israele ha scelto di seguire.

La ‘villa’ è il villaggio vacanze costruito a Gaza e la giungla è l’apocalisse che i soldati israeliani hanno creato poco lontano. I bambini muoiono di fame e freddo mentre loro mangiano cialde belghe.

Questo esempio attuale della ‘banalità del male’ di Hannah Arendt è una replica della trama de ‘La zona di Interesse’, con Rudolf Hoss che osserva dalla finestra della sua villa i figli che giocano in giardino e la moglie che raccoglie fiori mentre appena oltre il muro gli internati del campo sono sterminati.

Nel discorso di accettazione agli Academy Award per la vittoria del suo film il regista ha detto che nel girare ‘La zona di interesse’ “tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e confrontarci con il presente, non per dire ‘guarda quello che hanno fatto allora’, ma ‘guarda quello che noi facciamo oggi.’ Aveva in mente Gaza come esempio presente per far vedere ‘dove conduce la disumanizzazione al suo peggio.’

Rudolf Hoss fu impiccato per i suoi crimini. Contro Netanyahu la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità eppure quando nel luglio 2024 ha parlato davanti al Congresso USA è stato interrotto dagli applausi quasi ogni minuto e ci sono state parecchie standing ovation, che è sicuramente come Hoss sarebbe stato accolto se avesse parlato a un raduno del partito nazista.

Dietro le fantasie dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’ e dell’‘esercito più etico del mondo’, l’Occidente ha umanizzato l’inumano per decenni. Mai chiamato a rendere conto dei propri crimini, Israele è stato libero di continuare a commetterli, al punto di buttare in faccia al mondo un genocidio, sicuro che se la sarebbe cavata anche per questo e, protetto dagli USA, forse se la caverà. Quello che si vede dietro una facciata morale crollata è l’evidenza di ‘dove porta la disumanizzazione nel peggiore dei casi’.

Si stima che, come se avessero colto dei segnali premonitori, dal 7 ottobre 2023 un milione di israeliani abbia lasciato il Paese. Molti probabilmente non ritorneranno, dato che nessuna persona ‘normale’ vorrebbe vivere in un ambiente di conflitto permanente, rischiando la vita propria e quella delle proprie famiglie.

Si stanno allontanando da una popolazione che vuole sradicare il nemico completamente e impossessarsi delle sue terre. Non importano i mezzi: massacri, cecchini, attacchi missilistici, bombardamento di ospedali, bruciare vivi donne e bambini e lo stupro dei prigionieri nelle galere israeliane da parte dei soldati; importa solo il risultato finale.

Una società simile è ‘normale’ solo se le stesse opinioni sono condivise da quasi tutti. Questa è la ‘normalità’ di gente completamente indottrinata che è continuamente istigata da violenti fanatici razzisti che siedono nella Knesset e detengono posizioni cruciali nel governo israeliano.

Coloro che non sono nella norma in questo contesto, disgustati dai crimini commessi a loro nome, hanno tratto la conclusione di non avere posto né futuro per sé stessi e le proprie famiglie in Israele.

Mentre aumenta il flusso dell’emigrazione, Israele, in guerra al suo interno e minacciato dall’esterno, si ridurrà ancor di più a una fortezza teocratica e fascista, un’altra Masada, disprezzata dal mondo e condannata a crollare.

Questo è ciò che sembra riservare il futuro, a meno di qualche drammatico capovolgimento interno della direzione presa da Israele per decenni e di cui al momento non c’è traccia.

Anzi, i ‘successi’ dell’ultimo anno hanno convinto la cricca al governo che la vittoria totale su tutti i nemici di Israele è a portata di mano.

Va tuttavia detto che gli USA, partner nei crimini di Israele, possono cambiare prospettiva qualora lo vogliano. Alla fine potrebbero perdere la pazienza con Israele, ma questo succederà quando e se Israele non servisse più ai loro interessi strategici.

Jeremy Salt ha insegnato per molti anni all’Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara, specializzandosi in storia moderna del Medio Oriente. Tra le sue recenti pubblicazioni c’è il suo libro del 2008, The Unmaking of the Middle East. A History of Western Disorder in Arab Lands (University of California Press) [La disfatta del Medio Oriente. Due secoli di interventi occidentali nei paesi islamici, Elliot, 2009] e The Last Ottoman Wars. The Human Cost 1877-1923 (University of Utah Press, 2019).

Ha scritto questo articolo per The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una procuratrice ammette che Israele non riesce a trovare vittime di stupri avvenuti il 7 ottobre

Ali Abunimah

6 gennaio 2025 – The Electronic Intifada

Una procuratrice israeliana ha ammesso che nessuno ha ancora sporto denuncia per i presunti stupri commessi da palestinesi il 7 ottobre2023.

Ma Moran Gez, che si è occupata delle azioni legali contro i palestinesi arrestati dopo l’operazione Al-Aqsa Flood [l’attacco del 7 ottobre, ndt.], nonostante l’assenza di prove concrete contro di loro, continua a chiedere esecuzioni di massa.

“Per quanto mi riguarda, chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre, non importa se per uccidere o saccheggiare, dovrebbe essere incluso nell’atto di accusa e condannato alla pena di morte”, ha dichiarato Gez.

Ha anche detto di aver sostenuto questa causa con i colleghi che si occupano della pianificazione dei procedimenti giudiziari relativi agli eventi del 7 ottobre.

“Perché? Perché a causa di quelli che non hanno ucciso ma saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questa confusione, l’esercito israeliano non ha potuto arrivare in tempo”, ha aggiunto Gez. “Sei andato alla porta con un trapano e l’hai aperta per rubare? Poi è arrivato un terrorista e ha ucciso dei civili”.

Gez, che fino a poco tempo fa è stata il pubblico ministero incaricato dei cosiddetti casi di sicurezza nel distretto meridionale di Israele, ha svolto un ruolo di spicco nello sforzo per mandare a processo i palestinesi responsabili di atti avvenuti il 7 ottobre che Israele considera criminali. Nessun processo ha ancora avuto luogo.

Mancanza di prove

Gez ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista concessa a Yedioth Ahronoth, quotidiano israeliano a tiratura nazionale, e pubblicata sul suo sito Ynet il 1 gennaio 2025.

Gez riconosce che Israele ha scarse prove contro qualsiasi specifico individuo.

Gez ammette anche che è improbabile che la pena di morte venga applicata, ma il suo desiderio di esecuzioni, anche per coloro che lei accusa di aver raccolto frutti (coltivati su una terra rubata ai palestinesi dai coloni israeliani), è un buon indicatore del tipo di “giustizia” che i palestinesi possono aspettarsi in Israele.

Con le parole di Ynet: “La difficoltà più grande è probatoria, spiega Gez. È quasi impossibile usare le prove per legare uno specifico crimine a uno specifico imputato mentre ci si occupa di decine di scene del crimine, nelle quali sono stati catturati centinaia di sospetti e migliaia di reati sono stati commessi”.

Ma la sua dichiarazione secondo la quale ci sarebbero troppe prove da esaminare sembra essere una manipolazione finalizzata a nascondere il fatto che in molti casi le prove potrebbero non esserci affatto.

“La legislazione ordinaria in materia probatoria non è adatta in questo caso. Non ci sono concatenazioni organizzate di prove, non c’è nessuno che abbia realizzato i filmati che vorresti presentare in aula”, ha ammesso Gez.

Strumentalizzazione propagandistica di atrocità e incitamento al genocidio

Quasi dalle prime ore del 7 ottobre Israele e i suoi sostenitori hanno diffuso dichiarazioni su stupri di massa di israeliani e altre atrocità commesse dai combattenti palestinesi.

Ma le indagini condotte da The Electronic Intifada e altre testate indipendenti hanno efficacemente dimostrato che le accuse di stupro non sono documentate o sono falsità a tutti gli effetti – una strumentalizzazione propagandistica per giustificare e incitare al genocidio in corso a Gaza per opera di Israele.

I politici a capo dei paesi che armano attivamente il genocidio, come l’amministrazione Biden-Harris negli Stati Uniti, nel loro sostegno alla campagna di sterminio israeliana hanno diffuso la propaganda relativa a stupri e atrocità.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha falsamente affermato che membri di Hamas avessero realizzato dei video che li ritraggono nell’atto di commettere stupri contro persone israeliane.

Il Ministro degli Esteri del governo Scholz Annalena Baerbock si è spinta anche oltre, affermando di aver visto tali video inesistenti con i propri occhi.

Quando ai funzionari del governo tedesco vengono contestate queste menzogne, essi diffamano i giornalisti che pongono le domande e li mettono a tacere.

Nessuna vittima di stupro

Nella sua intervista a Ynet Gez conferma che 15 mesi dopo gli eventi Israele non ha ancora identificato una singola vittima per la quale sia possibile intentare un’azione penale contro un presunto autore di un’aggressione sessuale.

“Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini”, ha dichiarato Gez.

“Alla fine, nessuno ha sporto denuncia”, ha ammesso Gez, sottolineando il considerevole divario tra percezione pubblica e realtà dei fatti.

“Ciò che emergerà alla fine sarà del tutto diverso dalla rappresentazione che ne hanno dato i media”, ha detto Gez, per poi offrire la solita versione secondo la quale “le vittime degli stupri sono state uccise oppure non sono ancora pronte a rivelarlo”.

Ma se questa frequente giustificazione può spiegare perché non sia stata identificata neanche una vittima, essa non può invece spiegare la totale assenza di prove, sia scientifiche che visive, e di testimonianze oculari credibili, a maggior ragione se si considera la presunta ampiezza delle aggressioni sessuali il 7 ottobre.

Non che sia mancato l’impegno nella ricerca di vittime.

“Ci siamo rivolti alle organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto cooperazione”, ha dichiarato Gez. “Ci hanno detto che semplicemente nessuno si era rivolto a loro”, in altre parole nessuno si era fatto avanti.

Ciò conferma l’esperienza del New York Times, che ha passato al setaccio gli ospedali israeliani, i centri di crisi per gli stupri, le linee telefoniche per le aggressioni sessuali e altre strutture specializzate, senza riuscire a trovare una sola vittima di un’aggressione sessuale del 7 ottobre.

“Nessuno aveva incontrato una vittima di aggressione sessuale”, ha spiegato lo scorso anno all’israeliana Canale 12 Anat Schwarz, la giornalista che aveva condotto le ricerche per il Times.

Ciononostante, in quanto membro della squadra di giornalisti del New York Times capitanata dal premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, Schwartz ha pubblicato nel dicembre 2023 il tristemente noto articolo “Urla senza parole”, confermando i presunti stupri di massa.

Quella frode giornalistica è stata poi rapidamente smentita, infangando la presunta autorevolezza del quotidiano.

E in particolare, quando lo scorso maggio il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto l’emissione di mandati di arresto contro i dirigenti di alto livello di Hamas, non ha incluso nessuna accusa relativa a stupri avvenuti il 7 ottobre.

Questo è un forte indizio del fatto che neanche gli investigatori della Corte abbiano trovato riscontri (anche se Khan ha incluso deboli accuse secondo le quali i prigionieri di guerra e civili trattenuti a Gaza dal 7 ottobre abbiano subito violenze sessuali).

Due distinti rapporti delle Nazioni Unite non hanno confermato nessuna delle dichiarazioni israeliane circa gli stupri del 7 ottobre, al contrario riscontrando nella vasta mole dei materiali presi in esame, incluse migliaia di fotografie e video, non solo che non c’era “nessun concreto segno di stupro”, ma una “assenza di prove forensi di crimini sessuali”.

Essi hanno affermato che ci sono prove di violenze sessuali avvenute il 7 ottobre, ancorché facendo ricorso a definizioni ampie, vaghe e mutevoli di “violenze basate sul sesso e il genere”.

Entrambi i rapporti dell’ONU hanno anche apertamente smentito una quantità di dichiarazioni israeliane rilasciate da esponenti di alto livello sulle aggressioni sessuali del 7 ottobre.

Uno dei due rapporti delle Nazioni Unite afferma che molte delle dichiarazioni israeliane in merito a violenze sessuali o di genere avvenute il 7 ottobre, inclusa la storia ampiamente riportata del feto asportato dal grembo materno, si sono rivelate “infondate”.

Anche il secondo rapporto ha riconosciuto che certe accuse di violenza sessuale sono risultate essere “false, inesatte o contraddittorie”.

Abbassare le aspettative”

Si paragoni la dichiarazione di Gez, secondo la quale non si sono trovate vittime israeliane di stupro perché se non sono morte non sono “ancora pronte a rivelarlo”, con la situazione dei palestinesi imprigionati da Israele dal 7 di ottobre.

Presumibilmente i palestinesi non dovrebbero essere meno riluttanti o imbarazzati degli israeliani nel dichiararsi vittime di stupro o aggressione sessuale.

Eppure dal 7 ottobre i palestinesi hanno dato molteplici testimonianze in prima persona, come vittime o testimoni, di violenze sessuali e stupri da parte del personale israeliano.

Le ben documentate e sistematiche violenze sessuali e torture israeliane contro i palestinesi, compreso almeno un caso di un detenuto vittima di tortura e di un orribile stupro di gruppo che è stato parzialmente filmato nel campo di concentramento segreto di Sde Teiman, non hanno tuttavia suscitato nemmeno una frazione dello sdegno e dell’attenzione ottenute invece dalle denunce di stupro israeliane, per quanto non verificate e prive di prove.

Per quanto riguarda quei casi di stupro, Gez racconta a Ynet di aver passato nottate a esaminare materiali come “testimonianze di ZAKA, del rabbinato e delle ragazze che hanno lavato i corpi”.

Non dice però di aver letto alcuna prova forense o referto anatomopatologico che attesti segni di violenza sessuale.

Come è ormai risaputo, ZAKA è il gruppo estremista ebraico fondato e gestito da decenni da uno stupratore seriale di bambini, un gruppo che si occupa di raccogliere i corpi delle vittime di catastrofi per dar loro sepoltura. I suoi volontari non hanno preparazione medica e non si tratta di un’organizzazione dotata di competenze nell’indagine di scene del crimine o in medicina legale.

I dirigenti e i membri di ZAKA hanno svolto un ruolo fondamentale nella fabbricazione e nella diffusione di false atrocità a fini di propaganda, comprese quelle, in seguito smentite, relative agli stupri e ai bambini decapitati.

Ammettendo la mancanza di solide prove per le incendiarie accuse di stupro, Gez consiglia: “A questo riguardo, abbasserei le aspettative”.

“So che il pubblico ha delle aspettative e capisco il bisogno di reagire ai reati a sfondo sessuale e alle orribili aggressioni sessuali che hanno avuto luogo, ma la stragrande maggioranza dei casi non può essere provata in tribunale”, ha dichiarato la procuratrice.

Eppure Gez non è disposta a subordinare il proprio desiderio di vendetta alla mancanza di prove e ritiene che la legislazione in materia dovrà essere cambiata, probabilmente per liberarsi del bisogno di prove. Ma questo riguarda il futuro.

Vuole anche tornare all’uso del tribunale militare per giudicare i palestinesi di Gaza, come ancora si fa per i palestinesi in Cisgiordania, dove i palestinesi sono presunti colpevoli e il tasso di condanna è di fatto del 100%.

Nessuna confessione

Per i casi relativi agli eventi del 7 ottobre, Gez afferma che “Alla fine, serve una confessione”.

Ma secondo lei anche in questo caso Israele ha fatto un buco nell’acqua.

“Sorprendentemente, durante gli interrogatori, questi terroristi cercano di minimizzare l’aspetto nazionalistico”, ha detto Gez. “Sulla base della mia esperienza nell’ambito della sicurezza, la maggior parte dei terroristi sono molto orgogliosi di quello che hanno fatto e non lo nascondono”.

Al massimo, secondo Gez, i detenuti hanno ammesso soltanto azioni come esplodere colpi di arma da fuoco, ma senza colpire nessuno.

“Non è il modo in cui vedo comportarsi di solito i terroristi”, ha affermato, chiamando “vigliacchi” i palestinesi arrestati il 7 ottobre per non aver confessato i crimini raccapriccianti per i quali lei cerca vendetta.

Ovviamente non prende in considerazione che molti dei palestinesi rastrellati e detenuti nella rete segreta di prigioni e campi di tortura israeliani non abbiano commesso gli atti di cui sono accusati, o che essi rilascino false confessioni di reati minori nella speranza di evitare o mettere fine alle torture sistematiche di Israele.

Al momento della stesura di questo articolo, le dichiarazioni compromettenti di Gez sono state pubblicate soltanto in ebraico, come contenuto riservato agli abbonati, e probabilmente vogliono assecondare la sete di sangue di un pubblico israeliano.

È importante che esse siano portate all’attenzione globale, perché sottolineano ancora una volta che quando Israele sostiene di avere un sistema giudiziario funzionante ed equo, almeno per quanto riguarda i palestinesi, non si tratta che di sfacciate menzogne.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Gli Stati Uniti alimentano dubbi sulla carestia a Gaza

Bryce Greene  

6 gennaio 2025  Mondoweiss

L’amministrazione Biden sta cercando di alimentare una disputa fasulla sui numeri della carestia a Gaza per nascondere la realtà del genocidio.

Il 23 dicembre la Rete di Sistemi di Allerta Precoce sulla Carestia (FEWS Net), un progetto finanziato dall’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), ha pubblicato un rapporto che dava l’allarme su uno “scenario di carestia” che “è in corso nella parte settentrionale di Gaza”. In base alla mancanza di aiuti e al numero di persone conteggiate nella zona, la FEWS Net ha concluso che “è altamente probabile che le soglie di consumo alimentare e di malnutrizione acuta per carestia (fase IPC 5) siano state ormai superate”. L’organizzazione ha stimato che, in assenza di qualche cambiamento nella politica israeliana, si prevede che “i livelli di mortalità non traumatica supereranno la soglia della carestia (fase IPC 5) tra gennaio e marzo 2025, con almeno 2-15 morti al giorno”. La soglia riconosciuta come carestia sarebbe di due o più decessi al giorno ogni 10.000 persone.

La FEWS Net monitora la situazione umanitaria a Gaza dall’inizio dell’attacco israeliano.

Una disputa falsa

Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto, l’ambasciatore statunitense in Israele Jack Lew ha pubblicamente denunciato il rapporto in un tweet. Ha affermato che il rapporto di FEWS Net “si basava su dati inesatti” e che “è irresponsabile pubblicare un rapporto come questo”. La sua obiezione si fonderebbe sul numero di civili attualmente presenti nel nord di Gaza. Il rapporto di FEWS Net includeva valutazioni di novembre che stimavano una popolazione di quasi 75.000. Nella sua denuncia Lew ha citato cifre più recenti combinando la stima dell’israeliano Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (COGAT) di 5.000-9.000 persone e la stima di UNRWA di 7.000-15.000 persone. Lew ha scritto che “è ormai evidente che la popolazione civile in quella parte di Gaza è compresa tra i 7.000 e i 15.000, non tra i 65.000 e 75.000 che sono alla base di questo rapporto”. Per Lew, l’uso dei dati di novembre indebolisce le conclusioni del rapporto sulla carestia esistente nel nord di Gaza.

Tuttavia questa critica ha senso solo per chi non abbia effettivamente letto il rapporto, che ammonta a sole tre pagine. Anche se il rapporto citava le cifre precedenti più alte, sarebbe completamente falso dire che queste fossero la “base di questo rapporto”. Nella frase seguente FEWS Net citava le cifre di novembre dell’OCHA e il rapporto citava anche le cifre minori dell’UNRWA in dicembre: “Immagini satellitari più recenti suggeriscono che migliaia di persone sono evacuate all’inizio di dicembre, e sono in corso tentativi di aggiornare la stima dell’entità della popolazione rimanente; un aggiornamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) del 22 dicembre suggerisce che la popolazione potrebbe essere più scarsa, di 10.000-15.000 unità.”

La citazione è chiara nell’includere il numero più basso nella valutazione: “L’entità del numero giornaliero stimato di decessi (2-15 decessi al giorno, applicando la soglia del tasso approssimativo di mortalità per una carestia di 2 decessi su 10.000 persone al giorno) fissa la popolazione di base più bassa per una possibile classificazione di carestia (fase IPC 5) nell’estremo inferiore (10.000 persone) e la popolazione di base stimata massima (75.000 persone) all’estremo superiore.”

Il rapporto riconosce una certa ambiguità nei numeri dell’UNRWA: “In base a quanto detto nell’aggiornamento dell’UNRWA, non è chiaro se l’ONU stia suggerendo che la popolazione totale di Gaza settentrionale sia di 10.000-15.000, o se 10.000-15.000 persone rimangano in un sottoinsieme di aree”. Il rapporto FEWS Net è stato chiaro anche sui limiti nella raccolta dati scrivendo: “In mezzo a condizioni sempre più impraticabili per la raccolta di dati che si vorrebbe per confermare definitivamente che i criteri di una carestia (fase 5 dell’IPC) sono stati verificati, l’analisi della probabilità di carestia (fase 5 dell’IPC) deve basarsi su estrapolazione, inferenza, prove empiriche, logica e giudizio di esperti”. Anche una lettura superficiale smentisce completamente l’affermazione di Lew secondo cui cifre “inesatte e obsolete” fossero alla “base di questo rapporto”.

Distorcere la realtà

Nonostante l’infondatezza dell’attacco del Dipartimento di Stato, FEWS Net ha ceduto alle pressioni. Il New York Times ha riferito che l’organizzazione ha intenzione di modificare le sue proiezioni in base a numeri aggiornati, una dichiarazione sorprendente dato che le loro valutazioni correnti includevano numeri del giorno precedente alla pubblicazione. Anche il Times ha riferito che FEWS Net mantiene la sua valutazione, ma il rapporto è stato rimosso dal loro sito web (ancora accessibile tramite la Wayback Machine [archivio digitale del World Wide Web di un’organizzazione non-profit californiana, ndt.]. Infatti, mentre sono ancora disponibili vecchi rapporti su Gaza, la bacheca interattiva di FEWS Net non mostra alcuna informazione su Gaza. I gruppi di Sostegno e Difesa hanno subito risposto all’attacco degli Stati Uniti e alla ritrattazione di FEWS Net con una condanna. Il Council on American Islamic Relations (CAIR) ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna la rimozione del rapporto: “Respingere un rapporto sulla carestia nel nord di Gaza apparentemente vantandosi del fatto che sia stato etnicamente ripulito con successo dalla sua popolazione nativa è solo l’ultimo esempio di come i funzionari dell’amministrazione Biden sostengano, consentano e giustifichino la evidente e dichiarata campagna di genocidio di Israele a Gaza.”

Ken Roth di Human Rights Watch ha condannato la disputa: ” Cavillare sul numero di persone in estremo bisogno di cibo sembra una manovra politica diversiva sul fatto che il governo israeliano sta bloccando praticamente tutto il cibo”.

Denunciando subito il rapporto, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha spostato l’attenzione della copertura mediatica dalle conclusioni del rapporto alla nuova vicenda della disputa. Per il pubblico, le conclusioni del rapporto vengono messe in secondo piano e la cosa più importante è la disputa. La rimozione del rapporto da parte di FEWS Net ha solo alimentato questo depistaggio.

Il giorno di Natale il New York Times ha pubblicato un articolo che raccontava la saga, evidenziando le critiche dell’ambasciatore Lew e inquadrando la storia come una disputa sui numeri. Il Times sembra non aver letto il rapporto poiché non fa alcun riferimento al fatto che FEWS Net cita le cifre più recenti dell’UNRWA.

Il Times ha scritto che “la disputa evidenzia le difficoltà nella raccolta di dati a Gaza che hanno ostacolato gli sforzi umanitari dall’inizio della guerra”. Il Times non ha fatto alcun tentativo di indagare o valutare i fatti che costituivano l’obiezione di Lew. Invece ha stampato acriticamente la difesa di Israele: “Israele ha affermato che lavora duramente per facilitare le forniture a Gaza, ma che i gruppi di aiuto hanno spesso fallito nel fornire assistenza a causa di saccheggi e illegalità diffusi”.

Il Times ha rifiutato di menzionare l’enorme mole di prove che Israele stia deliberatamente limitando gli aiuti come parte di una politica ufficiale di spopolamento.

Intenzione di distruggere

Uno dei pilastri fondamentali della causa contro Israele per genocidio è il suo deliberato uso di fame e deprivazione come tattica. Amnesty definisce l’intento delle azioni israeliane volte a “infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per provocare la loro distruzione fisica”. Tra le altre cose il metodo principale utilizzato da Israele è stato “negare e ostacolare la fornitura di servizi essenziali, assistenza umanitaria e altre forniture salvavita”. In un rapporto pubblicato il giorno prima del rapporto di FEWS Net, OXFAM aveva lanciato l’allarme sul fatto che tra l’8 ottobre e il 16 dicembre l’ONU avesse tentato 137 missioni di aiuti nella Striscia di Gaza settentrionale e oltre il 90% di esse fossero state respinte da Israele. Dei 34 camion di aiuti ufficialmente autorizzati a entrare a Gaza, solo 12 hanno superato la sfida di ritardi e restrizioni arbitrarie imposte da Israele alla consegna effettiva di cibo o acqua.

USAID, il principale sostenitore di FEWS Net, ha pubblicato le proprie valutazioni sulla situazione a Gaza nell’ultimo anno e mezzo di genocidio. Samantha Power, la “superstar umanitaria” a capo di USAID sotto Biden, ha ammesso che Israele era la forza principale a impedire agli aiuti di entrare nella Striscia. In primavera USAID ha stimato che Israele stesse deliberatamente bloccando gli aiuti a Gaza, una delle tante azioni israeliane che rendono illegali gli aiuti militari statunitensi a Israele secondo il diritto statunitense e internazionale.

Come ha osservato il giornalista Stephen Semler ci sono numerosi modi, tra cui le cifre da loro pubblicate, in cui gli israeliani hanno confermato la propria politica di blocco degli aiuti a Gaza.

La politica di carestia di Israele è stata apertamente riconosciuta sia in Israele che negli Stati Uniti. Almeno da ottobre questa politica si è materializzata nel cosiddetto Piano Generale per la bonifica della parte settentrionale di Gaza. Il Piano generale è il nome dato al documento di Giora Eiland, uno dei falchi fra i generali israeliani, che esorta l’IDF a espellere con la forza la popolazione del nord, quindi sigillare l’area trattando chiunque rimanga come obiettivo militare.

In effetti questo piano è la base per la violenta campagna di pulizia etnica dei molti che non sono in grado o non vogliono rispettare gli illegittimi ordini dell’IDF. Eiland, che ha approvato misure drastiche tra cui consentire o incoraggiare epidemie a Gaza come parte degli sforzi bellici di Israele, ha difeso il suo piano sulla stampa israeliana.

In Israele questo piano viene apertamente discusso come un progetto per la Striscia di Gaza settentrionale. Israele ha rassicurato privatamente le controparti statunitensi che questo non fosse il loro progetto, ma ha rifiutato di rinnegarlo pubblicamente.

Il compimento del piano è favorito dalle condizioni di carestia segnalate da FEWS Net.

Questa falsa disputa sui rapporti umanitari nel Nord è progettata per oscurare i fatti e spianare la strada al continuo attacco di Israele alla popolazione di Gaza. Come hanno confermato Amnesty, Human Rights Watch e numerosi rapporti, Israele ha dimostrato la chiara intenzione di commettere atti genocidi contro i palestinesi. Funzionari e media statunitensi sono serviti a coprire questo crimine.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il brutale assedio di Jenin da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non fa che aggravare la sua crisi di legittimità

Yara Hawari

3 gennaio 2025-Al Jazeera

Il popolo palestinese non dimenticherà la perdita di vite umane o le percosse e le torture in stile shabiha

Il 28 dicembre la giovane studentessa di giornalismo Shatha Sabbagh è uscita di casa nella città di Jenin, nella Cisgiordania occupata, con la madre e i due figli piccoli della sorella. Un attimo dopo è stata colpita alla testa e uccisa dal proiettile di un cecchino. Aveva solo 21 anni.

Shatha è stata uccisa nello stesso campo profughi in cui la giornalista veterana Shireen Abu Akleh è stata assassinata dal regime israeliano nel 2022. Tuttavia, Shatha non è stata uccisa da un soldato del regime israeliano. Secondo la sua famiglia il proiettile che le ha tolto la vita è stato sparato dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (PASF).

Nell’ultimo mese, le PASF hanno assediato il campo profughi di Jenin, in uno sforzo coordinato con gli israeliani, come parte del tentativo di reprimere la resistenza armata nella Cisgiordania settentrionale.

Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è riuscita a sottomettere la resistenza all’occupazione israeliana in molti altri centri urbani attraverso minacce e repressione, nel nord rimangono sacche in cui sono ancora presenti gruppi di resistenza armata. La città di Jenin, e in particolare il suo campo profughi, dove sono state uccise sia Shireen che Shatha, è una di queste sacche. Ecco perché il campo, che ospita più di 15.000 persone, è diventato un simbolo di resistenza e fermezza e una vera spina nel fianco del PASF.

In effetti, l’esistenza stessa dell’ANP dipende dall’eliminazione della resistenza al regime israeliano in tutte le aree sotto il suo presunto controllo. Infatti coordina costantemente le sue azioni con l’esercito israeliano e utilizza tattiche di repressione che sono spesso indistinguibili da quelle [di Israele]. In effetti si potrebbe facilmente confondere le PASF con l’esercito israeliano se non fosse per le loro uniformi diverse.

E, mentre gli israeliani continuano con il loro genocidio a Gaza, le PASF hanno intrapreso la loro vasta operazione di aggressione contro Jenin. Hanno posto un assedio implacabile al campo profughi, tagliando acqua, elettricità e vietando l’ingresso della maggior parte dei beni di prima necessità. Le PASF hanno anche piazzato cecchini sui tetti e posti di blocco sulle strade, al fine di limitare gli spostamenti dei combattenti della resistenza.

Ci sono anche segnalazioni di percosse, arresti e torture. Un team della Mezzaluna Rossa Palestinese ha testimoniato di essere stato trattenuto, picchiato e interrogato per due giorni e mezzo mentre cercava di consegnare medicinali alle famiglie assediate.

In un video che sta circolando sui social media palestinesi due uomini vengono costretti a stare in piedi su una gamba e a ripetere continuamente “il Presidente Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è Dio”. In un altro video i membri della PASF picchiano fino a far perdere i sensi un giovane a quanto pare per aver criticato l’assedio dell’AP al campo profughi di Jenin. Forse non sorprende che molti stiano usando la parola “shabiha” [in arabo “spettri”, “fantasmi” n.d.t.] per descrivere le PASF, un termine comunemente usato per le forze e i gruppi che erano fedeli all’ex dittatore siriano Bashar al-Assad

Gli abitanti del campo sono scesi in piazza per protestare e hanno chiesto all’ANP di fermare il suo brutale assalto e di porre fine allo spargimento di sangue fratricida. Ma queste richieste sono state ignorate. Invece le PASF insistono affinché i combattenti della resistenza consegnino le armi o lascino il campo, cose che si sono categoricamente rifiutati di fare. Come andrà a finire è ancora da vedere, ma ciò che è certo è che prima della sua fine altro sangue palestinese verrà versato. Per la leadership dell’ANP l’operazione a Jenin fa parte di un quadro molto più ampio che le consente di posizionarsi come l’organismo che prenderà il controllo di Gaza dopo un cessate il fuoco. La logica è che, se l’ANP può dimostrare di poter sedare e persino eliminare la resistenza armata in Cisgiordania, Israele e gli Stati Uniti ne faciliteranno l’insediamento a Gaza. Tuttavia, mentre l’amministrazione Biden ha indicato che avrebbe sostenuto una presa in carico dell’ANP [a Gaza, n.d.t.], il governo Netanyahu non ha fatto alcuna proposta del genere e, al contrario, ha dichiarato categoricamente che avrebbe rifiutato tale scenario. Ciononostante la dirigenza dell’ANP continua a svolgere il suo ruolo di collaborazionista nella speranza di ottenere più briciole dalla tavola del padrone. Come per dimostrare la sua colpevolezza e gettare altro sale sulla ferita, l’ANP ha recentemente annunciato la sua decisione di sospendere le operazioni di Al Jazeera nella Cisgiordania occupata come punizione per i suoi reportage da Jenin. L’ANP segue le orme del governo israeliano che anch’esso ha vietato le trasmissioni della rete nel maggio 2024 in risposta diretta al fatto che ha informato sul genocidio in corso a Gaza.

Mentre il tradimento della leadership dell’ANP e il coordinamento della sicurezza con il regime israeliano non sono una novità, il suo prolungato assedio di Jenin ha portato il suo tradimento del popolo palestinese a un livello completamente nuovo. Le sue uccisioni ingiustificate di civili e le percosse e torture in stile shabiha dimostrano che è più che disposta ad oltrepassare linee rosse che difficilmente saranno dimenticate o perdonate dal popolo palestinese. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la durata di una leadership che sta già soffrendo una crisi di legittimità per la sua incapacità di prendere una posizione significativa contro il genocidio in corso a Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

[Yara Hawari è la co-direttrice di Al-Shabaka, il Palestinian Policy Network. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Palestine policy fellow e senior analyst. Yara ha completato il dottorato di ricerca in politica mediorientale presso l’Università di Exeter, dove ha insegnato vari corsi universitari e continua a essere una ricercatrice ad honorem. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato su studi sui popoli indigeni e storia orale, è una commentatrice politica che scrive spesso per vari organi di informazione.]

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)