“L’essenza del sogno sionista”: la storia dettagliata del dibattito sul trasferimento dei palestinesi
12 febbraio 2025 – Haaretz
Donald Trump ha riportato nel dibattito pubblico una parola che un tempo era troppo scioccante per essere pronunciata. Si scopre che i piani di trasferimento per i palestinesi hanno radici profonde nella storia sionista.
Il piano di Donald Trump per svuotare Gaza dai suoi residenti, che ha già guadagnato l’appellativo di “Trumpsfer”, ha scatenato un putiferio riportando nel dibattito pubblico un termine che molti speravano appartenesse solo agli estremisti più radicali della società israeliana.
Le reazioni sono state varie, passando dal conduttore televisivo di destra Yinon Magal, che ha citato il Salmo 126:1: “Eravamo come coloro che sognano”, fino all’affermazione di Yair Golan secondo cui il trasferimento “è un’idea antitetica al giudaismo e al sionismo”, come ha scritto l’ex generale e leader del partito di sinistra Democrats su Haaretz. Dietro tutto questo si cela una storia interessante.
Quando gli israeliani sentono la parola “trasferimento”, pensano a Rehavam Ze’evi, il ministro del turismo di estrema destra e generale in pensione che credeva che la soluzione al conflitto israelo-palestinese fosse il “trasferimento degli arabi fuori dai confini di Israele” e che “questo dovrebbe essere detto apertamente e senza vergogna”. Ze’evi fu assassinato dai palestinesi nel 2001.
Le sue parole scatenarono un’ondata di indignazione, con richieste di rimuoverlo dalla direzione del Museo Eretz Israel di Tel Aviv e dal suo ruolo di riservista nell’esercito. Ci furono persino richieste di processarlo per incitamento al razzismo e, “sulla base del diritto internazionale, per prevenire il crimine di genocidio.”
Shlomo Lahat, sindaco di Tel Aviv dal 1974 al 1993, prese le difese di Ze’evi, dichiarando che era “una persona perbene che dice quello che pensa. Ci sono un mucchio di bastardi che la pensano come lui e non hanno il coraggio di esprimere apertamente le proprie opinioni”.
Inoltre Ze’evi fece storcere il naso a qualcuno citando due fondatori del movimento sionista laburista. “Ho saputo dei [propositi sui] trasferimenti da [Yitzhak] Tabenkin e Berl Katznelson. Rispetto a loro sono un minimalista”, disse Ze’evi, che sarebbe stato presto eletto alla Knesset.
Prima di lui c’era stato Meir Kahane, membro della Knesset dal 1984 al 1988 finché il suo partito non venne escluso dalla corsa per la rielezione. “Trasferimento, allontanamento, volontario o no” era la soluzione di Kahane. “Con il pugno di ferro, senza paura, li espelleremo”.
Nel 1988, quando Kahane fu escluso e Ze’evi venne eletto, Shabtai Teveth, giornalista di spicco di Haaretz e biografo di David Ben-Gurion, scrisse per il giornale una serie di articoli dal titolo: “La metamorfosi del [concetto di] trasferimento nel pensiero sionista”. Teveth sosteneva che accenni al[l’idea di] trasferimento “baluginavano timidamente ai margini del sionismo” ed erano “idee poco elaborate” tra le “malattie infantili del sionismo”.
Ma le prime fonti da lui fornite parlavano da sole e, come ha scritto lo storico Benny Morris nel suo libro “Correcting a Mistake: Jews and Arabs in Palestine/Israel, 1936–1956” [Un errore da correggere: ebrei e arabi in Palestina/Israele, 1936-1956, ndt.], l’idea del trasferimento non è nata nel 1948. Ha radici profonde nel sionismo sin dalla fondazione del movimento nel XIX secolo.
Lo storico Tom Segev intervenne nel dibattito col suo libro “One Palestine, Complete: Jews and Arabs Under the British Mandate” [Una Palestina, integra: ebrei e arabi sotto il mandato britannico, ndt.]. Secondo lui nel movimento sionista prevaleva un forte consenso sul fatto che un trasferimento degli arabi fosse auspicabile e anche morale. Questo in sostanza era il sogno sionista, scrisse Segev.
Contrariamente a quanto Yair Golan ha scritto questa settimana su Haaretz Segev ritiene che il trasferimento sia radicato nell’ideologia sionista e sia stato reso necessario dal terrorismo arabo e dal rifiuto degli arabi di consentire al movimento sionista di fondare un Paese con una maggioranza ebraica.
Ebbene, questo è ciò che Theodor Herzl, il padre del sionismo moderno, scrisse nel suo diario nel 1895: “Cercheremo di deportare la popolazione senza un soldo oltre confine, procurandole un impiego nei Paesi di transito e negandole al contempo qualsiasi impiego nel nostro paese”.
Due anni dopo uno dei colleghi di Herzl, Israel Zangwill, visitò la Terra Santa. “Concluse che non c’era altra scelta che rimuovere gli arabi e trasferirli con la forza nei Paesi vicini”, scrisse Teveth nella sua rubrica su Haaretz. Come disse Zangwill nel 1904: “Dobbiamo essere pronti a espellerli dalla terra con la forza della spada, come fecero i nostri antenati con le tribù che la abitavano”.
Nel 1920 anche Teveth parafrasò la posizione di Zangwill: “Dobbiamo convincerli gentilmente a intraprendere un viaggio migratorio. Dopo tutto hanno a loro disposizione la penisola arabica con i suoi milioni di miglia quadrate”.
Teveth scrisse che due “grandi e devoti sionisti” avevano avuto un’idea simile, riferendosi a Nachman Syrkin (1868-1924): “La Terra di Israele, che è molto scarsamente popolata e dove oggi gli ebrei sono il 10% della popolazione, dovrebbe essere consegnata agli ebrei”, e a Aaron Aaronsohn (1876-1919) il quale propose che gli arabi della Palestina ottomana andassero a vivere in Iraq, terra molto più fertile. Scrisse: “si dovrebbe convincere il maggior numero possibile di arabi a emigrare”.
Yosef Sprinzak, presidente della Knesset dal 1949 al 1959, aveva 10 anni quando Herzl scrisse sul tema del trasferimento nel suo diario. Nel 1919, durante un’assemblea dei leader della comunità ebraica, Sprinzak disse: “Dobbiamo ottenere la Terra di Israele senza alcuna riduzione o restrizione, ma c’è un dato numero di arabi che vivono nella Terra di Israele ed essi avranno soddisfazione. Chiunque desideri coltivare coltiverà il suo appezzamento. Chiunque non desideri coltivarlo riceverà un risarcimento e cercherà la sua felicità in un’altra terra”.
Arthur Ruppin disse nel 1938: “Non credo nel trasferimento di individui. Credo nel trasferimento di interi villaggi”. Menachem Ussishkin aggiunse nello stesso anno che era disposto a difendere davanti a Dio e alla Società delle Nazioni il lato morale del trasferimento, e Ben-Gurion, che sarebbe diventato il primo ministro fondatore di Israele, disse che non riteneva il trasferimento in alcun modo immorale.
Il trasferimento venne discusso in pieno quando la Commissione Peel pubblicò il suo rapporto nel 1937. Le autorità britanniche istituirono la commissione nel 1936 dopo l’inizio della rivolta araba contro gli inglesi nella Palestina mandataria. La commissione propose di dividere il territorio in tre parti: uno Stato ebraico, uno arabo e una porzione, inclusa Gerusalemme, sotto il dominio britannico.
Ci fu una proposta di trasferimento, sia volontario che forzato, degli arabi dallo Stato ebraico, chiamato ufficialmente “scambio di popolazioni”, ma l’intenzione era quella di un trasferimento o un’espulsione di massa, scrive Morris.
Ben-Gurion aggiunse nel suo diario – come citato da Morris nel suo libro “Righteous Victims”[Vittime innocenti, ndt.] : “Il trasferimento forzato degli [arabi] dalle valli del progetto di Stato ebraico potrebbe darci qualcosa che non abbiamo mai avuto, nemmeno quando eravamo autonomi nell’epoca del primo e del secondo Tempio. Ci viene data un’opportunità che va al di là della più fervida immaginazione”.
Ben-Gurion vedeva il trasferimento della popolazione come un punto chiave del piano e aggiunse: “Con il trasferimento forzato [avremmo] una vasta area [per l’insediamento coloniale]. Io sostengo il trasferimento forzato. Non ci vedo nulla di immorale”.
Era convinto che in molte parti dello Stato non sarebbero stati possibili nuovi insediamenti coloniali senza il trasferimento dei contadini arabi. “Il potere ebraico, che cresce costantemente, aumenterà anche le nostre possibilità di portare avanti il trasferimento su larga scala”, disse Ben-Gurion nel 1937.
Nell’agosto di quell’anno disse al XX Congresso Sionista di emergenza di Zurigo: “Non vogliamo espropriare, ma un trasferimento [graduale] della popolazione [attraverso l’acquisto ebraico e l’allontanamento dei mezzadri arabi] è già avvenuto nella valle [di Jezreel], nello Sharon e in altri luoghi. … Ora dovrà essere effettuato un trasferimento di portata completamente diversa. … Il trasferimento è ciò che renderà possibile un programma di insediamento coloniale [ebraico] completo. Fortunatamente il popolo arabo ha vaste aree vuote [in Transgiordania e Iraq]. Il potere ebraico, in costante crescita, aumenterà anche le nostre possibilità di realizzare il trasferimento su larga scala”.
Chaim Weizmann, che sarebbe diventato il primo presidente di Israele, parlò in modo simile, cosa che possiamo dedurre dal suo ascendente sugli ascoltatori. Tra di loro c’era anche il caporedattore di Haaretz, Moshe Glickson, che dichiarò: “Ci sono degli entusiasti che credono che sia possibile allontanare centinaia di migliaia di arabi dallo Stato ebraico praticamente stando su una gamba sola”.
Gli archivi mostrano che non si trattava solo di dibattiti teorici. Negli anni ’30 il movimento sionista iniziò a elaborare un piano di trasferimento; istituì persino un comitato speciale per farlo. Il dibattito includeva la questione se il trasferimento sarebbe stato volontario, se sarebbero stati svuotati prima i villaggi o le città, a quale ritmo, dove sarebbero andate le persone e a quale costo economico.
Ben-Gurion propose che all’Iraq venissero pagati 10 milioni di sterline britanniche perché accogliesse 100.000 famiglie arabe. Weizmann si illudeva che il re Ibn Saud avrebbe accettato da 10 a 20 milioni di sterline per accogliere tutti gli arabi nella Palestina mandataria, un passaggio che sarebbe stato finanziato dagli Stati Uniti.
Ma la Commissione Peel, simile ad altre commissioni istituite dagli inglesi, non riuscì a trovare una soluzione. Ciò infranse le speranze sioniste di un trasferimento della popolazione araba sotto gli auspici britannici.
Anche la destra partecipò al dibattito. Nel 1940, Ze’ev Jabotinsky scrisse: “Il mondo si è abituato all’idea delle migrazioni di massa e ha iniziato ad apprezzarle. … Hitler – per quanto odioso sia per noi – ha dato a questa idea una buona reputazione nel mondo.”
Nel dicembre del 1944, verso la fine della Seconda guerra mondiale, il trasferimento ricevette un sorprendente sostegno, ancora una volta dai britannici. Il Partito Laburista adottò la seguente risoluzione durante la sua 43ª conferenza annuale: “Qui ci siamo fermati a metà strada, irresoluti tra politiche contrastanti. Ma sicuramente non c’è né speranza né significato in una ‘Casa Nazionale Ebraica’, a meno che non siamo disposti a permettere agli ebrei, se lo desiderano, di entrare in questa piccola terra in numero tale da diventare una maggioranza. C’erano forti ragioni per questo prima della guerra. Ora, dopo le indicibili atrocità del freddo e calcolato piano nazista tedesco per uccidere tutti gli ebrei in Europa, le ragioni sono diventate perentorie.
Anche qui, in Palestina, ci sono sicuramente delle ragioni, su base umanitaria e a favore di uno stabile insediamento coloniale, per trasferire la popolazione. Facciamo in modo che gli arabi siano incoraggiati a andarsene, come gli ebrei a trasferirvisi. Facciamo in modo che siano ben compensati per la loro terra e che il loro insediamento altrove sia attentamente organizzato e generosamente finanziato. Gli arabi sono proprietari di molti vasti territori; non devono pretendere di escludere gli ebrei da questa piccola area della Palestina, inferiore alla dimensione del Galles.
In effetti, dovremmo riesaminare anche la possibilità di estendere gli attuali confini palestinesi, tramite un accordo con l’Egitto, la Siria o la Transgiordania. Inoltre, dovremmo cercare di ottenere il pieno accordo e supporto sia del governo americano che di quello russo per la messa in atto di questa politica sulla Palestina.”
Nel 1944 Ben-Gurion disse che un trasferimento degli arabi sarebbe stato più facile rispetto a qualsiasi altra popolazione. Come scrive Morris, Ben-Gurion notò che c’erano molti paesi arabi nella regione e sostenne che gli espulsi avrebbero percepito un miglioramento della loro condizione.
Morris cita anche un commento del maggio 1944 di Moshe Sharett, che sarebbe diventato il secondo primo ministro di Israele: Il trasferimento può essere il coronamento di un’impresa, la fase finale di uno sviluppo politico, ma in nessun caso il punto di partenza. Una volta istituito lo Stato ebraico è molto probabile che il trasferimento degli arabi ne sia la conseguenza.
Yitzhak Gruenbaum, che sarebbe diventato il primo ministro degli interni di Israele, aggiunse: “Il ruolo degli ebrei è talvolta quello di spingere i gentili a cose che non sono ancora in grado di vedere… ad esempio, creare artificiosamente condizioni in Iraq che attirino gli arabi dalla Terra di Israele… Non vedo alcuna ingiustizia in questo, e nessun crimine”.
Eliyahu Dobkin, il capo del dipartimento dell’Agenzia ebraica dell’aliyah [immigrazione, letteralmente “ascesa”, ndt.] affermò che il nuovo Stato avrebbe avuto una grande minoranza araba, che avrebbe dovuto essere allontanata.
Il capitolo successivo del dibattito sul trasferimento della popolazione fu scritto durante la Guerra d’Indipendenza (di Israele, ndt.), quando circa 700.000 arabi fuggirono o furono espulsi e divennero rifugiati. Come ha sostenuto Morris, è impossibile capire gli eventi del 1948, comprese le espulsioni di massa e l’impedimento del ritorno dei rifugiati, senza comprendere l’ideologia dei leader dell’Israele pre-Stato, per i quali l’idea del trasferimento era centrale.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)