Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)