Cinque neonati morti congelati a Gaza a causa di Israele che continua a bloccare l’ingresso delle case mobili

Redazione di MEMO

25 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Oggi un medico palestinese ha affermato che cinque neonati sono morti congelati nella Striscia di Gaza in quanto Israele continua a bloccare l’ingresso nell’enclave di rifugi contro la pioggia.

Saeed Salah, direttore dell’Ospedale della Società Benefica degli Amici del Paziente, ha detto all’agenzia Anadolu che “nove neonati sono stati ricoverati nelle due ultime settimane per complicazioni di salute a causa del freddo intenso.”

Su nove casi, cinque bimbi dall’età compresa fra un giorno e due settimane sono morti,” ha aggiunto.

Salah ha affermato che un bimbo è ancora ventilato a causa delle sue gravi condizioni di salute, mentre altri tre sono stati dimessi dall’ospedale.

Ha detto che i nove neonati erano stati trasferiti in ospedale dal nord di Gaza, dove la maggior parte della popolazione è sfollata e sta vivendo in tende a causa della guerra distruttiva di Israele contro l’enclave.

Salah ha fatto appello alla comunità internazionale affinché intervenga per permettere l’ingresso a Gaza di case mobili, tende e carburante per fornire rifugio a migliaia di palestinesi.

Il gruppo della resistenza palestinese Hamas ha accusato Israele di “politiche criminali” per le morti.

In una dichiarazione Hamas ha chiesto un intervento immediato per “fermare le violazioni israeliane dell’accordo sul cessate il fuoco e permettere l’ingresso ricoveri d’emergenza, apparecchi per il riscaldamento e forniture mediche.”

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza, dopo la guerra genocida di Israele circa 1,5 milioni di palestinesi sono stati lasciati senza casa o rifugio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il voto ONU di Israele contro l’Ucraina è molto più che un sostegno a Trump

Amir Tibon

25 febbraio 2025 – Haaretz

Il governo Netanyahu si sta muovendo verso la Russia, allontanandosi dall’Ucraina e avvicinandosi ai partiti di rottura preferiti da Vladimir Putin in Europa. È qualcosa che gli alleati occidentali di Gerusalemme dovranno prendere in considerazione in futuro

Vi è la tentazione di vedere il voto di Israele contro l’Ucraina all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di lunedì come un risultato diretto del nuovo vento che soffia dagli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha adottato una linea filo-russa, con grande stupore della maggior parte dei governi mondiali. Questa è una spiegazione facile per i governanti israeliani che sicuramente dovranno affrontare nei prossimi giorni domande sull’abbandono di una democrazia amica che lotta per la propria esistenza contro un’aggressione russa sostenuta da armi iraniane.

Ma il significato del voto dell’ONU, che sulla guerra in Ucraina sposta Israele dal campo neutrale a quello filo-russo, riguarda molto più del semplice rapporto del Primo Ministro Benjamin Netanyahu con Donald Trump e della sua paura dell’ira del Presidente americano. In effetti Trump è solo una comoda scusa. La verità più inquietante e vergognosa è che Israele non ha mai mostrato alcun coraggio morale sulla questione dell’Ucraina e si sta allineando non solo con il nuovo Presidente degli Stati Uniti, ma anche con i partner ideologici della Russia e gli utili idioti in Europa.

Lo stesso giorno in cui Israele ha votato a favore del testo americano alle Nazioni Unite il giornalista Barak Ravid ha riferito che il nuovo ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, aveva dato istruzioni al suo ministero di modificare la politica decennale di non cooperazione con i partiti europei di estrema destra che hanno una storia di negazione dell’Olocausto e di glorificazione dei criminali di guerra che hanno preso parte allo sterminio degli ebrei europei.

La decisione avrà un impatto sui legami di Israele con i partiti di estrema destra in Francia, Spagna e Svezia, ma per ora non includerà il partito tedesco Alternativa per la Germania [AdF] o il Partito della Libertà austriaco. Tuttavia ci sono già forze all’interno della destra israeliana che premono per migliorare i rapporti anche con questi due partiti, e sembra solo questione di tempo prima che Sa’ar approvi una mossa del genere.

Ciò segue un tentativo precedente, rivelato da Haaretz nel 2023, dell’allora ministro degli Esteri Eli Cohen per ripulire l’immagine del partito di estrema destra rumeno Alleanza per l’Unità dei Rumeni. Ciò che tutti questi partiti di estrema destra hanno in comune è il desiderio di rivedere il passato e cancellare i crimini dei loro governi e delle loro società prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Israele, l’unico Stato ebraico al mondo, aveva quindi evitato qualsiasi contatto ufficiale con tali partiti in tutta Europa.

Eppure questi stessi partiti hanno scoperto di recente che sostenendo le colonie israeliane in Cisgiordania possono ottenere legittimità dal governo Netanyahu, spesso contro la posizione dichiarata delle comunità ebraiche locali nei loro stessi Paesi che continuano a vederli con sospetto e preoccupazione date le loro radici antisemite.

Questi partiti hanno anche una chiara tendenza a sostenere la Russia contro l’Ucraina e sono promossi dal Cremlino che li considera fattori interni di instabilità che indeboliscono l’Europa e servono agli obiettivi strategici a lungo termine del presidente Vladimir Putin.

Ed è qui che i due fili si uniscono. Israele sotto il suo attuale governo si sta muovendo verso la Russia, allontanandosi dall’Ucraina e avvicinandosi ai partiti preferiti da Putin all’interno dei diversi Paesi europei.

Questo cambiamento strategico, che ha anche implicazioni morali a lungo termine per lo Stato e il popolo ebraico, si basa su interessi politici a breve termine e non è mai stato discusso in modo appropriato all’interno del governo. Ma ora è la realtà, una realtà con cui gli alleati e i sostenitori tradizionali di Israele dovranno fare i conti.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Gaza è sopravvissuta per migliaia di anni. Non può essere cancellata da Trump e Israele

Soumaya Ghannoushi

25 febbraio 2025 – Middle East Eye

I palestinesi rimarranno sulla loro terra, abbandonarla significherebbe tradire tutti coloro che li hanno preceduti

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, noto per la sua mancanza di sensibilità storica, afferma che il miglior piano per Gaza sia “radere al suolo il sito e sbarazzarsi delle rovine degli edifici”, aprendo la strada a un’acquisizione americana e a un progetto di riqualificazione.

Il leader di Reform UK [partito politico britannico, populista e sovranista, ndt.] Nigel Farage ha fatto delle osservazioni altrettanto ignoranti, immaginando una Gaza con “casinò e vita notturna”, parlando con la disinvolta superiorità di un colonizzatore che crede che la storia inizi con i propri capricci.

Questa è la logica della conquista: Prima, invadere e distruggere, poi ergersi sulle rovine e dichiarare la terra vuota.

La lunga e sanguinosa tradizione del colonialismo parla attraverso questi politici: coloni che arrivano su coste devastate, massacrano i nativi, quindi annunciano la loro scoperta di una terra nuova, una terra senza passato.

Ma Gaza non è vuota. Gaza non è mai stata vuota.

Ciò che sta accadendo davanti agli occhi di tutto il mondo non è solo una guerra, ma un genocidio culturale, un tentativo calcolato di cancellare il passato di Gaza in modo da negare al suo popolo la rivendicazione del proprio futuro.

L’aggressione di Israele ha preso di mira non solo gli esseri viventi, ma la storia stessa. Più di 200 siti storici sono stati cancellati, non per caso, né come danno collaterale, ma attraverso una campagna deliberata per separare Gaza dal suo stesso passato.

Cancellato dalla mappa

Il porto di Antedone, risalente all’800 a.C., da cui un tempo salpavano le navi fenicie, è stato cancellato dalla mappa. La Grande Moschea, la più grande e antica di Gaza, è sopravvissuta agli imperi ma non a questa guerra.

La Chiesa di San Porfirio, dove i cristiani hanno pregato per secoli, è stata bombardata mentre i civili cercavano rifugio tra le sue antiche mura. Anche uno dei monasteri più antichi del mondo è stato danneggiato durante la guerra.

Risulta che a Gaza siano state attaccate più di 1.100 moschee, delle quali tre quarti completamente rase al suolo. Sono state distrutte anche tre chiese e sono stati presi di mira 40 cimiteri, oltre alle tombe disseppellite e ai corpi rubati, affermano i funzionari palestinesi.

Il passato stesso è stato disseppellito e profanato. Questa non è solo distruzione; è un tentativo di cancellare l’idea stessa che Gaza e la sua gente siano mai appartenute a questa terra.

Eppure Gaza era antica quando Roma era giovane. Era fiorente prima ancora che Londra e Parigi venissero persino immaginate. L’archeologo britannico Flinders Petrie ha fatto risalire l’esistenza di Gaza a 5.000 anni fa, a Tell el-Ajjul [sito archeologico nel deserto del Negev, ndt.], dove cananei, egiziani, filistei, persiani e greci hanno lasciato la loro impronta.

Nel primo millennio a.C. il regno di Ma’in dello Yemen, una delle prime civiltà arabe, fece di Gaza un polo commerciale da dove le merci partivano verso il Mediterraneo, l’Europa, l’Egitto e l’Asia.

Dopo che Hashim ibn Abd Manaf, il bisnonno del profeta Maometto, morì a Gaza la città divenne nota come Gaza Hashim in suo onore. Lì egli si assicurò la ricchezza dei Quraysh consentendo il commercio che in seguito avrebbe reso La Mecca un centro di scambi, un tragitto così importante che fu immortalato nella sura coranica Quraysh.

Anni dopo, durante la spedizione del profeta Maometto a Tabuk nel nono anno dall’Egira il vescovo di Gaza si recò da lui con un racconto straordinario. Informò il Profeta che quando il suo bisnonno Hashim morì a Gaza le sue ricchezze furono affidate alla custodia della chiesa locale. Il vescovo restituì quel deposito, che fu poi distribuito tra i capi [della dinastia] dei Banu Hashim.

Questo è uno degli innumerevoli aneddoti che fanno luce sui legami secolari e intimi tra cristiani e musulmani a Gaza.

Un attacco sistematico

Imperi nacquero e caddero. I bizantini costruirono chiese, gli ottomani eressero moschee e madrasse e i crociati presero possesso di Gaza, solo per essere respinti dal Saladino, che proseguì per liberare Gerusalemme.

A Gaza nacque al-Shafi’i, uno dei più grandi giuristi dellIslam, il cui desiderio per la sua terra natale non si affievolì mai: Anelo alla terra di Gaza, sebbene dopo la nostra separazione il silenzio mi tradisca”, disse una volta.

Eppure ora, nel mezzo dell’implacabile assalto israelo-americano, un conduttore di Fox News ha liquidato i palestinesi di Gaza come ignoranti”, ripetendo la stessa retorica coloniale da sempre usata per giustificare un genocidio.

Lobiettivo è chiaro: disumanizzare i palestinesi di Gaza, farli apparire primitivi, incapaci, indegni. Riducendoli a nulla, si induce il mondo a credere che, quando saranno spazzati via, non si sarà verificata alcuna grande perdita.

Ma la verità smaschera la menzogna.

La Palestina detiene uno dei più alti tassi di alfabetizzazione al mondo, intorno al 97%. Prima di questa guerra, Gaza aveva 12 università che hanno sfornato scienziati, medici, ingegneri e pensatori di fama mondiale. Tutte queste istituzioni sono state ora distrutte, perché un palestinese istruito è una minaccia, non per il mondo, ma per coloro che desiderano vederli cancellati.

Israele, oltre a bombardare le scuole di Gaza, ha sistematicamente ucciso accademici, scienziati e studiosi: il suo esercito ha ucciso più di 90 docenti universitari, insieme a centinaia di insegnanti e migliaia di studenti.

“Dovremo uccidere e uccidere”

Gaza non è solo una città. È la spina dorsale dell’identità nazionale palestinese.

Dopo la Nakba del 1948, quando 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro città e dai loro villaggi per consentire la creazione dello Stato di Israele, Gaza divenne l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di persone.

Dai suoi campi e dalle sue strade sono emersi i leader della lotta palestinese: tra i tanti, Yasser Arafat, Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Iyad) e Sheikh Ahmed Yassin. E dal suo popolo nacque Said al-Muzayin, il poeta della rivoluzione, autore delle parole dell’inno nazionale palestinese.

Oggi a Gaza un ragazzino siede tra le rovine e la sua piccola figura è resa ancora più piccola dalla devastazione che lo circonda. La sua voce si alza, chiara, incrollabile e bellissima. Canta: “La mia patria, la mia patria, la mia patria è ciò che io sono”.

Le sue parole toccanti squarciano il silenzio, portando con sé decenni di lotta e resilienza. Non sta solo cantando; sta dichiarando una verità indistruttibile. I palestinesi sono la [loro] terra. Cancellare gli uni significa cancellare anche l’altra.

La distruzione di Gaza non è iniziata il 7 ottobre 2023, è sempre stata parte del piano di Israele sostenuto dall’occidente.

Due decenni fa lo stratega israeliano Arnon Soffer formulò una previsione agghiacciante per il futuro di Gaza: Quando 2,5 milioni di persone vivranno in una Gaza chiusa, sarà una catastrofe umana. Quella gente diventerà ancora più animalesca di quanto lo sia oggi, con laiuto di un folle Islam fondamentalista. La pressione al confine sarà impressionante. Scoppierà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno.”

Prima gli israeliani hanno isolato Gaza. Poi l’hanno fatta morire di fame. Ora stanno cercando di spazzarla via.

Un calcolo cinico

La visione di Trump per Gaza è quella di uno sterminatore coloniale. Questa visione non si accontenta della sola morte, della distruzione delle case, della demolizione degli ospedali o del silenzio nelle aule dove un tempo germogliava il futuro. Non basta bombardare i vivi; questa visione mira a cancellare i morti, a trasformare Gaza in un vuoto, una terra senza passato, senza memoria, senza popolo.

Questo è lo stesso freddo calcolo che ha giustificato il massacro di milioni di indigeni nelle Americhe; la stessa mano spietata che in Australia ha spazzato via dalla loro terra antiche nazioni, sempre in nome della civiltà e del progresso. Le città sono state ridotte in polvere, le lingue inghiottite dal silenzio, la storia riscritta dalla penna del conquistatore.

Ogni monumento distrutto, ogni manoscritto strappato, ogni voce ridotta al silenzio è parte di un crimine antico e familiare, che non si limita a uccidere, ma nega persino che vi sia mai stato qualcosa da uccidere.

Oggi a Gaza un uomo di mezza età siede in silenzio sulle rovine della sua casa, con la polvere della distruzione appiccicata alla pelle. Quando gli viene chiesto perché non se ne va, perché rimane nell’ombra della devastazione, la sua risposta è pacata ma ferma: “Mio figlio è morto qui. Il suo sangue è stato versato qui. Le sue ossa giacciono sotto queste macerie. Seduto qui, mi sento vicino a lui”.

In quella singola frase si cela la ricchezza di mille storie non raccontate.

Per il mondo Gaza è solo macerie, rovine da sgomberare,ma per i palestinesi che vi vivono è terra sacra, dove i ricordi respirano sotto la polvere e il riso di chi non c’è più indugia nel silenzio.

Come possono abbandonare quel poco che resta dei loro cari? Come possono andarsene quando ogni pietra frantumata è una lapide?

Esilio e cancellazione

La gente di Gaza non si regge solo sulle rovine delle proprie case; si regge sulle rovine di una storia rubata, sui ricordi di città e villaggi cancellati dalla terra per far posto al sogno di altri. “Una terra senza popolo”, è stato detto loro.

“Non esiste un popolo palestinese”, dichiarò l’ex primo ministro israeliano Golda Meir, una donna che aveva lei stessa un passaporto palestinese prima della nascita dello Stato di Israele.

Essere esiliati è un crimine; essere cancellati un altro.

Ed è per questo che i palestinesi restano. Perché andarsene significherebbe arrendersi alla menzogna permettendo che la storia venga riscritta in loro assenza. Restano perché ogni pietra, ogni strada, ogni rovina sussurra il loro nome, e abbandonarla significherebbe tradire coloro che vi hanno camminato prima di loro.

Il mondo non deve permettere che questo genocidio culturale abbia successo. Gaza deve essere ricostruita, non cancellata.

Gaza non è rovine. Gaza non è il nulla. Gaza è patrimonio dell’umanità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice anglo-tunisina ed esperta di politica mediorientale. I suoi lavori giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e all’indirizzo X @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il vicepresidente del parlamento israeliano invita ad uccidere i maschi palestinesi ‘subumani’ a Gaza

Redazione di The New Arab

24 febbraio 2025 – The New Arab

Il parlamentare israeliano del Likud e vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi ha invitato ad uccidere tutti gli uomini palestinesi a Gaza.

Domenica il vicepresidente del parlamento di Israele (Knesset) ha spronato ad uccidere tutti gli uomini palestinesi a Gaza ed anche a distruggere Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Nissim Vaturi, membro del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha invitato a separare le donne e i bambini a Gaza ed uccidere gli uomini.

Chi è innocente a Gaza? Dei civili sono usciti [dalla Striscia] ed hanno massacrato le persone a sangue freddo”, ha affermato Vaturi alla radio ultra-ortodossa Kol BaRama. “Dobbiamo separare i bambini e le donne ed uccidere gli adulti a Gaza, siamo troppo rispettosi.”

Il deputato israeliano ha detto che “nessuno al mondo vuole i civili di Gaza, tutti li stanno spingendo dentro Israele, sanno che sono canaglie e subumani.”

Vaturi lunedì ha anche auspicato la distruzione su larga scala di Jenin, che è attualmente sotto un brutale assedio militare israeliano, con carrarmati inviati nella città cisgiordana e nel campo profughi.

Presto trasformeremo Jenin in Gaza”, ha detto, aggiungendo che i prigionieri palestinesi rilasciati in base al cessate il fuoco a Gaza dovrebbero essere mandati là in modo da essere “eliminati” dalle forze israeliane.

Cancellate Jenin. Non mettetevi a cercare i terroristi…se in una casa c’è un terrorista, eliminatelo.”

Non è la prima volta che Vaturi incita al genocidio contro i palestinesi ed altre vittime dell’aggressione israeliana.

Nel 2024 ha dichiarato pubblicamente che l’esercito israeliano era “troppo clemente” nella guerra contro Gaza e che Israele avrebbe dovuto semplicemente “bruciare Gaza”. Dopo che gli è stato detto che la sua retorica avrebbe potuto essere usata come prova del genocidio israeliano nella causa del Sudafrica contro il Paese presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), Vaturi ha rincarato la dose:

Non mi pento per nulla di ciò che ho detto”, ha affermato. “E’ meglio bruciare e distruggere edifici piuttosto che venga recato danno ai nostri soldati.”

A settembre 2024 Vaturi ha detto anche che il sud di Beirut “assomiglierà a Gaza” ed ha definito gli israeliani che protestano contro Netanyahu “una branca di Hamas.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Opinione | A causa del suo regime Israele sta perdendo ogni ragione di esistere

Michael Sfard

18 febbraio 2025 – Haaretz

L’abbandono dei suoi cittadini in prigionia per perseguire l’ideologia messianica della destra radicale e la repressione dilagante degli oppositori del governo hanno fatto di Israele uno Stato al collasso

Israele sta costantemente perdendo ogni ragione di esistere. Da un punto di vista democratico e umanistico uno Stato non è un fine di per sé quanto piuttosto un mezzo per realizzare i diritti dei propri cittadini e dei soggetti sottoposti alla sua autorità. Proprio come una cooperativa, lo Stato non possiede nulla: tutto ciò che ha appartiene ai suoi membri e tutto il suo potere deriva da essi.

Uno Stato è un’entità politica al servizio di esseri umani. Se non adempie a questa funzione, e a maggior ragione se peggiora la loro condizione, viene meno la sua ragion d’essere.

Ci sono Stati i cui regimi pregiudicano questo scopo, Stati che sono al servizio della sola classe dirigente, che sfruttano chi non vi appartiene e che sono indifferenti al benessere dei governati. Stati di questo tipo sono corrotti e criminali, come una banca che rubi i risparmi dei propri clienti.

Non c’è giustificazione alla loro esistenza. Qualsiasi oscillazione verso un’idea di Stato come un fine in sé, come un’entità con uno scopo proprio anziché come uno strumento, è una pericolosa oscillazione verso il fascismo. Può dapprima apparire innocente, ma porta inesorabilmente ai gulag dove si rinchiudono gli oppositori politici.

Uno Stato che si dichiara democratico ha lo scopo di creare un ambiente che, sotto il profilo legale, politico, culturale, economico e della sicurezza, permetta a chi vi è soggetto di realizzare i propri talenti, essere libero autore della propria storia di vita, esercitare pienamente la propria autonomia e perseguire la propria felicità. Tale ambiente è possibile unicamente sulla base di una normativa che difenda la sacralità delle libertà fondamentali, della dignità umana e dell’uguaglianza.

Ecco perché diritti umani e democrazia sono inseparabili. Non ci può essere vera democrazia senza un sistema di governo che sia fondato sulla protezione dei diritti fondamentali di ogni individuo sotto l’autorità dello Stato. Allo stesso modo non ci sono diritti umani senza una struttura politica fondata su valori democratici come l’elezione del legislatore, la separazione dei poteri e uno stato di diritto uguale per tutti. Dovrebbe essere semplice. Dovrebbe essere ciò che i bambini imparano in prima elementare. Ma questo non è ciò che ci sta accadendo, e non è ciò che i nostri bambini imparano a scuola.

Il progetto israeliano era quello di fondare una democrazia liberale, ma oggi esso è ben lungi da quell’ideale e continua rapidamente ad allontanarsene di più ogni giorno che passa.

I nobili ideali sull’essenza dello Stato, forgiati dalle rivoluzioni francese e americana e dalle lezioni della Seconda guerra mondiale, della creazione delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sono stati scalzati dai cupi princìpi dell’odio, del razzismo, della repressione del dissenso e della concentrazione di potere nelle mani della coalizione al governo. Qualsiasi valutazione onesta dell’attuale realtà israeliana faticherebbe a trovare una giustificazione alla sua esistenza in quanto Stato. Diamo un’occhiata ad alcune delle caratteristiche più salienti di Israele.

Nel 2025 Israele è guidata da un governo che abbandona i propri cittadini. È già stato detto migliaia di volte, ma lo dirò a modo mio: abbiamo un governo che non ha saputo impedire il rapimento di cittadini dai loro letti e un anno e quattro mesi dopo, quando è chiaro che sono affamati, percossi e soffrono inimmaginabili maltrattamenti a Gaza, questo stesso governo sta cercando di sabotare un accordo che potrebbe liberarli.

In certi casi ci possono essere ragioni legittime per opporsi a un accordo sugli ostaggi, ma il sabotaggio che sta avendo luogo sotto i nostri occhi non è dettato da preoccupazioni per la sicurezza di Israele. Al contrario, esso è funzionale alle fantasie messianiche e coloniali della destra radicale e a garantire la sopravvivenza politica del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Se così non fosse, ci sarebbe stato detto esplicitamente che il governo non ha alcuna intenzione di espellere i palestinesi da Gaza e ri-colonizzare la Striscia. Ma ci è stato detto il contrario. Perciò, finché dipenderà dal governo israeliano, i restanti ostaggi ancora in vita sono destinati a morire tra atroci sofferenze per realizzare il sogno del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich di diventare il Nabucodonosor di Gaza dopo averne espulso gli abitanti e avervi insediato colonie.

I nostri ostaggi continueranno a soffrire fame e torture nell’oscurità di cantine e tunnel in modo che Netanyahu possa rimanere alla residenza del Primo Ministro a Balfour Street a Gerusalemme. Questo incommensurabile tradimento è di per sé sufficiente a inficiare la più fondamentale ragion d’essere dello Stato di Israele: la protezione dei suoi cittadini e la solidarietà sociale che assicura che nessun cittadino sarà trascurato, a maggior ragione se in circostanze estreme, quando i nemici gli fanno del male.

Il regime israeliano del 2025 reprime il dissenso. Quando i miei genitori mi raccontavano le loro esperienze nella Polonia comunista, quando il regime annullava spettacoli teatrali, censurava libri e imprigionava chi osava criticarlo, io mi consideravo fortunato per essere nato in una nazione dove non accadeva nulla di simile. Bé, sta succedendo adesso. Succede da sempre ai palestinesi, da un lato come dall’altro della cosiddetta Linea Verde. Adesso sta succedendo a tutti e sta succedendo alla grande.

La presidenza di una scuola a Tzur Hadassah, vicino a Gerusalemme, ha cancellato una lezione dell’autrice Shoham Smith perché ha criticato aspramente le azioni di Israele a Gaza. La Knesset sta approvando un disegno di legge che renderebbe illegale l’uso della parola “Cisgiordania”, obbligandoci a usare in sua vece “Giudea e Samaria”. La scorsa settimana la polizia ha fatto irruzione in una libreria a Gerusalemme Est e ne ha arrestato i proprietari perché i libri che vendevano non erano considerati abbastanza sionisti.

Tutto questo è accaduto recentemente. I manifestanti pro-democrazia, così come quelli che chiedono un cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi, sono arrestati quotidianamente dalla stessa polizia e dalla stessa magistratura che chiudono un occhio quando si tratta di incitamento ai crimini di guerra, contro l’umanità e persino al genocidio, tutte cose diventate di ordinaria amministrazione.

Il regime israeliano odia un quinto dei propri cittadini, i cittadini palestinesi di Israele. Li discrimina e mette in atto politiche e pratiche finalizzate a tenerli lontani dai centri di potere. Ogni centimetro cubo di aria israeliana urla loro in faccia che non sono a casa loro, che sono qui sotto condizione. Dalla delegittimazione dei loro rappresentanti politici, all’indifferenza di fronte all’ondata di omicidi nelle città arabe, fino alla Legge sullo Stato-Nazione [approvata nel 2018 nonostante le molte contestazioni, è una delle Leggi Fondamentali che hanno valore di costituzione.ndt.]  il messaggio è chiaro: di tutti i tratti identitari che una persona può avere in Israele, il migliore indicatore del futuro di un bambino è l’appartenenza nazionale. Diventerà un cittadino influente in un qualsiasi campo, economico, culturale, sociale e ovviamente politico? Ebreo: sì. Arabo: assolutamente no.

Israele è uno Stato razzista, incoraggia la pulizia etnica, divora chi lo critica, nutre disprezzo per i suoi cittadini non-ebrei e non ha nessuna compassione per i propri civili innocenti che sono stati presi in ostaggio. È come una banca che rapina i suoi stessi clienti e poi incita contro di loro. Quale ragione di esistere gli rimane?

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il criminale di guerra Gadi Eisenkot si aggiudica 1 milione di dollari di finanziamenti dell’UE

David Cronin 

12 febbraio 2025 – Electronic Intifada

L’Unione Europea ha approvato un finanziamento di circa 1 milione di dollari a un’impresa guidata da Gadi Eisenkot, uno dei politici israeliani responsabili del genocidio a Gaza.

Storage Drop, come si chiama l’azienda di Eisenkot, fa parte di Hydrocool, un progetto finanziato dall’UE ufficialmente concepito per ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di climatizzazione dell’aria.

Eisenkot è poco convincente come campione della sostenibilità ecologica.

Dall’ottobre 2023 al giugno dell’anno scorso ha fatto parte del gabinetto di guerra che ha gestito il genocidio a Gaza e autorizzato tattiche che hanno riguardato massacri sistematici e la distruzione di strutture civili.

Concedere all’impresa di Eisenkot un ruolo in un progetto presumibilmente amico del clima come Hydrocool non controbilancia le responsabilità che lui e i suoi colleghi del gabinetto di guerra hanno per aver distrutto la rete idrica e di trattamento delle acque reflue di Gaza.

Benché da alcuni media sia dipinto come un “moderato”, Eisenkot ha in precedenza sostenuto l’uso estremo della violenza.

È stato tra i comandanti militari che elaborarono la cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, in riferimento a un quartiere di Beirut in cui Israele provocò massicce devastazioni durante l’attacco contro il Libano nel 2006.

Nell’ottobre 2008 Eisenkot lanciò un avvertimento a ogni area in cui Israele incontrava resistenza: “Quello che è successo al quartiere di Dahiyeh a Beirut nel 2006 avverrà in ogni villaggio da cui si spari contro Israele,” affermò.

Metteremo in atto una forza sproporzionata contro di esso e vi provocheremo gravissimi danni e distruzioni. Dal nostro punto di vista non sono villaggi di civili, sono basi militari.”

Il piano che aveva riassunto venne messo in pratica poco dopo, quando Israele lanciò una grande offensiva contro Gaza nel dicembre 2008. In linea con la dottrina Dahiyeh, in svariate occasioni Israele in seguito ha inflitto “grandi danni e distruzioni” contro villaggi e città palestinesi e libanesi.

La Storage Drop di Eisenkot è la principale beneficiaria di finanziamenti UE sulla base del progetto Hydrocool, che durerà fino al 2027.

Ovviamente è imperdonabile che i funzionari di Bruxelles approvino un finanziamento a un’impresa guidata da un uomo direttamente responsabile della devastazione di Gaza. Così facendo l’UE sta negando l’appoggio dichiarato alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel gennaio 2024 ha giudicato plausibile la causa che il Sudafrica ha intentato contro Israele.

Il Sudafrica sostiene che Israele sta violando la Convenzione contro il Genocidio, una pietra miliare del diritto internazionale che venne stilata dopo l’Olocausto, in base alla quale la convenzione impone come dovere ai governi e alle istituzioni statali di tutto il mondo di non favorire crimini contro l’umanità.

Ho contattato la Commissione Europea, l’esecutivo dell’UE, chiedendo perché abbia approvato finanziamenti a un’azienda che include un importante complice di una guerra genocida.

La Commissione Europea non ha risposto alla domanda. Un portavoce ha semplicemente replicato che Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE, “non finanzia progetti di carattere militare.”

Sono in vigore vari meccanismi per impedire che i fondi dell’UE vengano utilizzati in modo improprio per attività che violino le leggi internazionali,” ha aggiunto il portavoce.

Indipendentemente da quali meccanismi possa mettere in atto, la burocrazia di Bruxelles ha chiaramente aiutato un’impresa guidata da Badi Eisenkot, uno degli strateghi di un genocidio.

L’Unione Europea continua a valutare la possibilità di avere relazioni più intense con Israele mentre quello Stato ha commesso un genocidio. Dalla lettura delle discussioni che si sono tenute lo scorso anno risultano lodi per le “eccellenti prestazioni” delle imprese e istituzioni israeliane in Horizon Europe, il programma di ricerca scientifica dell’UE.

Promesse non mantenute

Quelle discussioni sono avvenute durante un periodo in cui gli studenti di molti Paesi stavano ricorrendo ad azioni dirette contro il genocidio di Gaza.

L’università di Galway, in Irlanda, ha risposto alle proteste con la promessa di rivedere i suoi rapporti con controparti israeliane, ma nonostante l’impegno preso sta coordinando un nuovo progetto finanziato dall’UE su “integrazione della desalinizzazione dell’acqua di mare e la produzione di idrogeno verde.” Sarà guidato da un consorzio che include anche il Technion, il politecnico israeliano, che lavora con l’industria bellica israeliana sullo sviluppo di nuovi macchinari per attaccare i palestinesi. Come nota Maya Wind nel suo libro Torri d’avorio e d’acciaio [Ed. Alegre, 2024], il Technion è arrivato “fino al punto di offrire esplicitamente corsi sul commercio e l’esportazione di armi e sicurezza.”

I suoi stretti rapporti con la principale industria bellica israeliana, Elbit System, sono stati riconosciuti nel recente passato quando a Bezalel Machlis, amministratore delegato dell’impresa, è stato assegnato il titolo di “custode del Technion”.

Durante il genocidio a Gaza Israele ha utilizzato l’intelligenza artificiale (IA) per selezionare gli obiettivi degli attacchi in cui è stato ucciso un gran numero di civili.

Le informazioni su un’applicazione così sinistra della robotica non sembrano aver indotto grandi patemi d’animo a Bruxelles. L’UE ha destinato 1,5 milioni di dollari a un nuovo progetto di ricerca sull’IA guidato dal Technion.

Oltre a beneficiare dalla cooperazione per le ricerche Israele è stato a lungo attivo nella Enterprise Europe Network [Rete Europea d’Imprese], un piano di sostegno delle piccole e medie imprese.

La rete è essenzialmente un’agenzia matrimoniale per imprese: svolgendo il ruolo di Cupido, l’Unione Europea aiuta le imprese nella loro ricerca di partner commerciali.

Una ricerca nella banca dati della rete mostra che sta assistendo un’anonima impresa israeliana che offre “tecnologia di tipo militare per la sorveglianza.”

Secondo la rete l’azienda israeliana spera che i suoi prodotti possano essere istallati all’estero in progetti nel settore dell’energia e nelle prigioni.

Come documentato da Antony Loewenstein nel suo libro e film Laboratorio Palestina [Fazi editore, 2024], Israele è abile nel trovare opportunità di esportazione di armi e apparecchiature di spionaggio testate nel contesto di un’occupazione, che è illegale. Ma ciò non impedisce a Israele, con un aiuto tutt’altro che trascurabile dell’Unione Europea, di cercare di trasformarla in un’opportunità commerciale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo gli osservatori Israele, dopo aver ucciso i fratellini Bibas, sta usando la tragedia per sabotare il cessate il fuoco a Gaza

Redazione di MEMO

19 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Secondo gli osservatori la morte dei fratellini Bibas, uccisi oltre un anno fa nel corso di un bombardamento israeliano contro Gaza, viene sfruttata nel tentativo di sabotare l’attuale accordo per un cessate il fuoco. Hamas ha programmato di restituire i loro corpi giovedì ma, mentre Israele e i suoi alleati impongono una falsa narrazione sulla loro morte, gli osservatori segnalano che si vuole utilizzare questa tragedia per giustificare la ripresa del genocidio israeliano a Gaza.

La maggioranza della Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha scatenato polemiche affermando senza prove che: “Hamas ha giustiziato a sangue freddo una madre e i suoi due bambini,” contraddicendo i resoconti assodati secondo i quali Shiri Bibas, 32 anni, e i suoi figli, Kfir e Ariel, sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano nel novembre 2023.

Yarden Bibas, liberato da Hamas questo mese, aveva in precedenza attribuito al governo di Benjamin Netanyahu la responsabilità delle loro morti. In una dichiarazione del novembre 2023 aveva affermato che il primo ministro israeliano aveva bombardato e ammazzato sua moglie e i suoi due bambini.
È stato anche riferito che, raccontando la morte della famiglia Bibas, la
CBS è stata costretta ad ammettere che erano stati uccisi nel corso di attacchi aerei israeliani, non da Hamas.

Vari osservatori hanno fatto notare che il governo israeliano era a conoscenza della loro morte da 15 mesi, ma ha scelto di mantenere un alone di incertezza, forse per usare la tragedia per violare l’accordo sul cessate il fuoco. Hamas afferma di aver offerto in precedenza di restituire i corpi: “La resistenza aveva offerto di restituire le tre salme, ma il governo di occupazione aveva rifiutato di riceverli e sta ancora manovrando e negoziando.”

La provocatoria dichiarazione della Commissione secondo cui “Israele ha tutti i diritti di finire il lavoro e cancellare questi terroristi dalla faccia della terra” ha sollevato preoccupazioni per i tentativi di sabotare l’accordo sul cessate il fuoco che si avvicina alla fine della prima fase.

Anche Eylon Levy, ex portavoce israeliano, ha sostenuto falsità sulla famiglia Bibas: “Hamas sta ancora trattenendo in ostaggio due BAMBINI. Da circa dieci mesi! Spero che siano ancora vivi,” ha detto sui social media.

La falsa affermazione è stata respinta dagli attivisti. “Nel novembre 2023 Hamas aveva annunciato che Shiri, Ariel e Kfir Bibas erano stati uccisi nel corso di un attacco israeliano. La notizia era stata ampiamente diffusa anche dai media israeliani. La maggioranza della Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti USA ha delle prove a sostegno delle sue accuse?” ha detto Jeremy Scahill, un reporter di DropSiteNews.

Il giornalista di Gaza Muhammad Shehada ha fatto notare di aver messo in guardia per mesi sulla manipolazione della tragedia dei Bibas da parte di Israele. “Ho detto che sarebbe successo! L’ho detto un mese fa! Ho detto che il governo israeliano e i suoi alleati avrebbero usato la tragedia dei Bibas per far saltare l’accordo sul cessate il fuoco alla fine della prima fase. Il governo israeliano sa da 15 mesi che i Bibas sono morti e ha deliberatamente scelto di fingere che non sia così!”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Soldati israeliani hanno usato un ottantenne gazawi come scudo umano. Poi lo hanno ucciso

Illy Pe’ery 

16 febbraio 2025 – +972 Magazine

Alcuni soldati gli hanno messo una miccia esplosiva al collo e lo hanno obbligato a perlustrare edifici per otto ore. Quando è stato rilasciato un altro reparto lo ha ucciso.

Un ufficiale superiore della brigata Nahal dell’esercito israeliano ha legato una miccia esplosiva attorno al collo di un ottantenne palestinese e lo ha obbligato a fare da scudo umano, ordinandogli di perlustrare case abbandonate e minacciandolo di fargli saltare in aria la testa. Dopo averlo usato a questo scopo i soldati hanno ordinato all’uomo di scappare con sua moglie, ma dopo essere stati avvistati da un altro battaglione entrambi sono stati uccisi sul posto.

I soldati che hanno assistito alla scena hanno detto alla rivista israeliana d’inchiesta The Hottest Place in Hell [Il Posto Più Caldo dell’Inferno, pseudo-citazione dantesca riferita agli ingnavi, ndt.] che questo incidente è avvenuto a maggio nel quartiere di Zeitun, a Gaza City. Mentre perlustravano le case della zona alcuni soldati si sono imbattuti nella coppia di anziani nella loro abitazione, che hanno detto ai soldati arabofoni di non essere stati in grado di scappare nel sud di Gaza a causa delle loro difficoltà motorie; i figli erano già scappati e l’uomo aveva bisogno di un bastone per camminare.

“A quel punto il comandante ha deciso di utilizzarli come ‘zanzare’, ha spiegato un soldato in riferimento a una procedura rivelata di recente in base alla quale l’esercito obbliga civili palestinesi a servire come scudi umani in zone di conflitto per proteggere i soldati dall’essere colpiti o saltare in aria.

Alcuni soldati hanno tenuto la donna in casa mentre l’uomo, con il suo bastone, è stato fatto camminare davanti ai soldati del reparto. “É entrato in ogni casa prima di noi in modo che, se dentro ci fossero stati (ordigni esplosivi) o miliziani, sarebbe stato colpito lui al nostro posto,” ha spiegato un militare.

Secondo uno dei soldati, prima di iniziare la perlustrazione un ufficiale ha preso una miccia, utilizzata per collegare cariche esplosive, l’ha attaccata a un innesco esplosivo e l’ha girata attorno al collo dell’anziano “in modo che non potesse scappare, benché stesse camminando con un bastone. Gli è stato detto che se avesse fatto qualcosa di sbagliato o non avesse eseguito gli ordini il soldato dietro di lui avrebbe tirato il cavo e lui sarebbe stato decapitato.”

Dopo otto ore così i soldati hanno riportato a casa l’anziano e hanno ordinato a lui e a sua moglie di andarsene a piedi verso la “zona umanitaria” nel sud di Gaza. Secondo le testimonianze i soldati non hanno informato le forze di altre divisioni che si trovavano nei dintorni che una coppia di anziani stava per attraversare l’area. “Dopo 100 metri l’altro battaglione li ha visti e gli ha immediatamente sparato,” ha affermato un soldato. “Sono morti così, in strada.”

Come indicato anche da altre testimonianze raccolte da The Hottest Place in Hell, le regole d’ingaggio dell’esercito su quando aprire il fuoco a Gaza stabiliscono esplicitamente che chiunque si muova in una zona di combattimento dopo che sia passato il “tempo di evacuazione” definito è considerato un nemico combattente, anche quando si tratti di una coppia di anziani ottantenni. L’esercito israeliano lo nega, ma la procedura esiste.

Il mese scorso The Hottest Place in Hell ha evidenziato un altro caso di Procedura della Zanzara, sempre messa in atto dalla brigata Nahal. Secondo questo reportage, un palestinese che aveva ottenuto il permesso di rimanere in un edificio con i soldati è stato colpito a morte da un comandante che non era stato informato della sua presenza. In risposta all’articolo l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha affermato che l’incidente era stato indagato e che “la lezione era stata appresa”.[ vedi Zeitun, ndt]

In risposta a un’inchiesta di Haaretz dello scorso agosto che denunciava la Procedura della Zanzara, il portavoce dell’IDF ha affermato: “Le direttive e gli ordini dell’IDF vietano l’utilizzo di civili gazawi trovati nella zona per compiti militari che mettano deliberatamente in pericolo la loro vita. Gli ordini e le istruzioni dell’IDF a questo proposito sono stati chiariti alle truppe.” L’uso di civili come scudi umani è stato vietato anche dalla Corte Suprema israeliana durante la Seconda Intifada in seguito all’adozione da parte dell’esercito della tattica nota all’epoca come la “Procedura del Vicino”. Tuttavia alcuni soldati hanno testimoniato a The Hottest Place in Hell che, soprattutto dal 7 ottobre, “questa procedura è diventata di norma nell’esercito.”

“La Procedura della Zanzara è assolutamente istituzionalizzata ed è veramente una zona grigia all’interno dell’esercito,” ha affermato un soldato della brigata Nahal, spiegando che l’esercito tenta di nasconderla incolpando i soldati più giovani: “E’ un qualcosa che arriva come un ordine esplicito dal livello del comandante di battaglione in giù. Ma da qualche parte a livello del comando di brigata lo negano tassativamente. Quando iniziano i problemi attribuiscono la responsabilità a un livello di comando inferiore e dicono di non farlo.”

“Persino quando [le conclusioni] delle inchieste vengono pubblicate non c’è verso che l’IDF ammetta che si tratta di un ordine ufficiale,” ha spiegato un soldato. “Ma se chiedi a ogni soldato in prima linea che combatte a Gaza non ce n’è uno che ti dica che non succede. Non c’è alcun battaglione, almeno nell’esercito regolare, che possa onestamente dire di non aver usato questa pratica.”

L’uso di una miccia esplosiva come parte della Procedura della Zanzara non era ancora stato riportato. È possibile che sia avvenuto anche altrove, ma questo è stato un fatto estremo,” ha detto un soldato. Il portavoce dell’IDF ha risposto: “In seguito a un’indagine basata sull’informazione fornita da questa richiesta [di spiegazioni] sembra che il caso sia sconosciuto. Se si dovessero ricevere dettagli aggiuntivi si condurranno ulteriori accertamenti.”

Illy Pe’ery è una giornalista d’inchiesta e co-redattrice della rivista on line indipendente israeliana The Hottest Place in Hell.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele caccia con la forza gli studenti e chiude una scuola UNRWA a Gerusalemme Est occupata

  1. Redazione di MEMO

18 febbraio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno cacciato con la forza studenti palestinesi e hanno chiuso una scuola gestita dall’UN Relief and Works Agency (UNRWA) [l’Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi, ndt.] a Gerusalemme Est occupata.

Il governatorato di Gerusalemme ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in una scuola elementare per bambini affiliata all’UNRWA nel quartiere di Wadi Al-Joz a Gerusalemme e hanno ordinato al personale di chiudere l’istituto dopo aver cacciato con la forza gli studenti.

L’azione segue un ordine del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di far rispettare il divieto all’UNRWA di operare nella città. Con le nuove restrizioni, le attività dell’UNRWA dentro le “aree sotto la sovranità israeliana” sono adesso proibite, inclusa l’operatività degli uffici di rappresentanza e l’erogazione di servizi. Anche agli israeliani è proibito avere contatti con l’agenzia. Gerusalemme Est è stata annessa dallo Stato di occupazione negli anni ’80, con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla maggior parte delle Nazioni in quanto secondo il diritto internazionale l’annessione dei territori acquisiti con la forza delle armi è illegale.

A maggio 2024, la dirigenza dell’UNRWA è stata obbligata a chiudere le sedi sotto la pressione degli attacchi da parte dei coloni illegali che hanno raggiunto il punto in cui i suoi edifici sono stati incendiati due volte in una settimana. Il 10 ottobre dello scorso anno l’autorità israeliana che gestisce il territorio ha annunciato la confisca del terreno sul quale è collocata la sede dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est occupata e la trasformazione del sito in un avamposto illegale che comprende 1.440 unità abitative. Tutte le colonie israeliane e i coloni che ci vivono sono illegali per il diritto internazionale.

Il regime di occupazione ha anche colpito il centro di formazione di Kalandia e il 14 gennaio 2024 l’autorità israeliana per il territorio ha preso una decisione chiedendo all’UNRWA di liberarlo e di pagare una tassa di occupazione retroattiva di 17 milioni di shekels (circa 4,56 milioni di euro) con il pretesto di aver costruito e aver usato gli edifici senza permesso.

L’UNRWA fornisce servizi essenziali, inclusi aiuti umanitari, sanitari ed educativi, a più di 110.000 rifugiati palestinesi registrati nella sola Gerusalemme. Nella città occupata l’agenzia ONU gestisce due campi profughi, Shuafat e Kalandia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)