Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione di armi è inefficace, sostiene un ex-diplomatico

Patrick Wintour, Redattore diplomatico

9 Febbraio 2025 – The Guardian

L’ex-funzionario del Ministero degli Esteri afferma di avere osservato pratiche che ‘travalicano il limite della complicità in crimini di guerra’

  • Mark Smith: Ho assistito a illegalità e complicità in crimini di guerra. Ecco perché ho dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri britannico

Il sistema britannico per il controllo dell’esportazione delle armi è inefficace, soggetto a manipolazioni politiche e ha permesso che si travalicasse il limite della complicità in crimini di guerra, ha dichiarato un ex-diplomatico del Regno Unito.

Mark Smith, che ha dato le dimissioni dal Ministero degli Esteri ad agosto, ha scritto in un articolo per The Guardian che ai funzionari veniva ordinato di manipolare le risultanze sull’uso improprio delle armi inglesi da parte degli alleati e, quando non vi si attenevano, i loro rapporti venivano modificati dai loro superiori in modo da lasciare intendere che il Regno Unito rispettasse la legge.

Nel fare appello ai funzionari in servizio presso il Ministero degli Esteri affinché mettano fine alla loro collaborazione con un sistema corrotto, Mark Smith ha scritto: “Ciò cui ho assistito non è soltanto immorale, ma travalica il limite della complicità in crimini di guerra”.

“L’opinione pubblica ha il diritto di sapere come queste decisioni vengano prese a porte chiuse e come le disfunzioni del sistema permettano al governo di perseverare nell’illecito e al contempo sottrarsi al pubblico scrutinio”.

Ha anche scritto che i suoi tentativi di sollevare questi problemi sono stati bloccati e che gli è stato ordinato di non metterli per iscritto, nel caso essi diventassero oggetto di una richiesta di accesso alle informazioni [Il Freedom of Information Act (FOIA), diffuso in oltre 100 paesi al mondo, è la normativa che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, ndt.].

Smith ha prestato servizio come consulente alla vendita di armi specializzato in Medio Oriente e in seguito ha ricoperto la carica di secondo segretario presso l’ambasciata del Regno Unito a Dublino.

“Il modo in cui il Ministero degli Esteri ha gestito tali questioni è un vero e proprio scandalo. I funzionari sono costretti al silenzio. Le procedure sono manipolate in modo da ottenere esiti politicamente convenienti. Chi denuncia è ostacolato, isolato e ignorato”, ha scritto.

Nonostante la maggior parte delle sue critiche siano rivolte al precedente governo conservatore per le vendite di armi all’Arabia Saudita, che le ha impiegate in Yemen, e a Israele, Smith non assolve neanche il Labour. Ha accolto favorevolmente il bando all’esportazione di armi verso Israele a settembre, ma ritiene che da allora il governo sia rimasto a guardare mentre Israele continuava a commettere crimini di guerra.

Lo scorso settembre il Regno Unito ha proibito la vendita di armi da usare a Gaza, ma ha esentato tutte le componenti per il programma relativo ai jet F-35, un’eccezione che ora è oggetto di scrutinio da parte dell’autorità giudiziaria. Le leggi del Regno Unito affermano che il governo non rilascerà licenze di esportazione “se c’è un chiaro rischio che i prodotti possano essere utilizzati per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Il Ministero degli Esteri continua a sostenere che non ha potuto accertare se il bombardamento di Gaza da parte di Israele abbia violato il diritto internazionale.

La più grave tra le accuse di Smith è probabilmente quella secondo la quale i funzionari avrebbero chiesto di attenuare le prove che le armi provenienti dal Regno Unito sono state usate per commettere crimini di guerra, cosa che costituirebbe una chiara manipolazione di quello che dovrebbe essere un processo oggettivo di raccolta di prove.

Scrive Smith: “L’esempio più scandaloso di questa manipolazione si è verificato mentre mi occupavo di vendite di armi all’Arabia Saudita durante la sua campagna militare in Yemen. Il governo britannico era pienamente consapevole che gli attacchi aerei sauditi stavano provocando enormi perdite tra i civili.

“Durante una riunione di alto livello con importanti funzionari, inclusi consulenti legali e Avvocati della Regina, è stato riconosciuto che il Regno Unito ha oltrepassato la soglia legale oltre la quale le vendite di armi devono essere interrotte. Eppure invece di consigliare ai ministri di sospendere le esportazioni, l’attenzione si è spostata su come ‘tornare dalla parte giusta’ della legge.

“Piuttosto che combattere l’illecito, i funzionari hanno fatto ricorso a tattiche di differimento, come posticipare le scadenze per la presentazione di relazioni e richiedere informazioni aggiuntive e inutili. Questo approccio ‘in attesa di prove ulteriori’ ha fornito una scappatoia, permettendo che le vendite di armi continuassero mentre il governo fingeva di rispettare la legge.

“Ho espresso ripetutamente le mie preoccupazioni ma sono state respinte. Uno dei miei colleghi, altrettanto turbato da ciò cui avevamo assistito, ha dato le dimissioni per questo motivo. Ho presto seguito il suo esempio”.

Smith scrive che l’approvazione delle vendite di armi dal Regno Unito a Israele tra ottobre 2023 e settembre 2024 è stata ancora più scioccante: “I ripetuti bombardamenti di Gaza da parte di Israele hanno ucciso migliaia di civili e distrutto infrastrutture vitali, azioni platealmente incompatibili con il diritto internazionale. Eppure il governo del Regno Unito ha continuato a giustificare le vendite di armi a Israele grazie agli stessi vizi procedurali e alle stesse tattiche elusive”.

Ha detto che dall’ambasciata britannica in Irlanda, un paese che sostiene con forza uno Stato palestinese, ha chiesto chiarimenti alla sede centrale del Ministero degli Esteri in merito ai presupposti giuridici per la vendita di armi a Israele, ma le sue richieste sono state “accolte con ostilità e ostruzionismo”.

“Le mie email non hanno avuto risposta. Mi è stato intimato di non mettere per iscritto le mie preoccupazioni. Avvocati e funzionari più alti in grado mi hanno bombardato di stizzite raccomandazioni di ‘stare al mio posto’ e cancellare la corrispondenza. Chiaramente nessuno voleva affrontare la questione fondamentale: come può essere ancora legale continuare a vendere armi a Israele?

“Ho seguito ogni possibile procedura interna per sollevare il problema. Mi sono rivolto all’ufficio per la segnalazione delle violazioni, ho scritto ai miei superiori, ho persino tentato di contattare direttamente il Ministro degli Esteri. A ogni passo mi sono scontrato con ritardi, ostruzionismi ed espliciti rifiuti. È chiaro che il sistema non è progettato per assumersi le sue responsabilità, al contrario, è progettato per difendersi a ogni costo”.

La testimonianza di Smith potrebbe risultare determinante nell’azione legale che diverse organizzazioni per i diritti umani stanno organizzando in merito alla continua vendita di componenti per gli F35 venduti a Israele e che possono essere usati a Gaza.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri: “Queste accuse dipingono un ritratto distorto di questo governo. I nostri controlli sulle licenze di esportazione sono tra i più severi al mondo e sono rigorosamente guidati da pareri legali. Appena insediato, il Ministro degli Esteri ha ordinato un riesame dell’ottemperanza di Israele al diritto umanitario internazionale e il 2 settembre abbiamo sospeso le licenze di esportazione verso Israele per l’uso in operazioni militari nel conflitto di Gaza”.

Il Ministero degli Esteri ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi, ma di avere una procedura consolidata per la gestione dei problemi interni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




A Trump non deve essere permesso di silurare il diritto palestinese a rimanere

Naama Blatman, Neve Gordon
5 febbraio 2025-Al Jazeera

Gli ultimi commenti del presidente degli Stati Uniti confermano che la distruzione totale di Gaza da parte di Israele mira a rimuovere definitivamente la popolazione palestinese.

Prima della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che i palestinesi non hanno “altra alternativa” che lasciare Gaza. Quando i due leader si sono incontrati nello Studio Ovale Trump ha dichiarato che, dopo che i palestinesi della Striscia di Gaza saranno trasferiti altrove, gli Stati Uniti “ne prenderanno il controllo”. Il presidente ha anche espresso il desiderio di trasformare il territorio occupato da Israele nella “Riviera del Medio Oriente”.

Queste dichiarazioni surreali sono state pronunciate martedì mentre i palestinesi in tutta la Striscia di Gaza stanno affrontando la distruzione senza precedenti lasciata dall’esercito israeliano. Molti di coloro che sono stati sfollati e sono riusciti a tornare alle loro case nelle ultime due settimane hanno trovato solo rovine. Secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha bombardato il 90% di tutte le unità abitative nella Striscia di Gaza, lasciando 160.000 unità distrutte e 276.000 gravemente o parzialmente danneggiate.

Mentre la polvere si deposita e le immagini dell’entità della devastazione circolano sui media mainstream è diventato chiaro che la violenza genocida che Israele ha scatenato a Gaza non è stata usata solo per uccidere, sfollare e distruggere, ma anche per minare il diritto della popolazione palestinese a rimanere. Ed è proprio la possibilità di garantire questo diritto che il duo Trump-Netanyahu è ora deciso a impedire.

Rimanere come diritto

Il diritto di rimanere non è formalmente riconosciuto all’interno del canone dei diritti umani ed è solitamente associato ai rifugiati che sono fuggiti dal loro paese e sono autorizzati a rimanere in un paese ospitante mentre cercano asilo. È stato anche invocato nel contesto dei cosiddetti progetti di rinnovamento urbano in cui i residenti urbani, in gran parte emarginati e alloggiati in modo insicuro, rivendicano il loro diritto di rimanere nelle loro case e nella loro comunità di fronte alle pressioni di attori potenti che spingono per la riqualificazione e la gentrificazione. Il diritto di rimanere è particolarmente urgente nelle situazioni di insediamento coloniale in cui i colonizzatori spostano attivamente la popolazione indigena e cercano di sostituirla con coloni. Dalle Prime Nazioni in Nord America agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres in Australia, i coloni hanno usato la violenza genocida per negare agli indigeni questo diritto.

Il diritto di rimanere, tuttavia, non è semplicemente il diritto di “restare lì”. Piuttosto, per godere di questo diritto, le persone devono poter rimanere all’interno della loro comunità e avere accesso alle “infrastrutture dell’esistenza”, sia materiali che sociali, tra cui l’acqua e il cibo, gli ospedali, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi per il sostentamento. Senza queste infrastrutture, il diritto di rimanere diventa impossibile.

Al di là della mera presenza fisica, il diritto di rimanere comprende anche il diritto di mantenere le narrative storiche e contemporanee e le reti di relazioni che tengono insieme le persone e le comunità nello spazio e nel tempo. Questo è un aspetto cruciale di questo diritto perché il progetto coloniale non mira solo alla rimozione fisica e alla sostituzione dei popoli indigeni, ma cerca anche di cancellare le culture, le narrazioni e le identità indigene, così come qualsiasi attaccamento alla terra. Infine non può essere sufficiente essere autorizzati a rimanere come abitante occupato all’interno di un territorio assediato. Il diritto di rimanere include la capacità di un popolo di determinare il proprio destino.

Una storia di continui sfollamenti

Durante la guerra del 1948, le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi palestinesi furono distrutti quando la maggior parte dei loro abitanti divenne rifugiata nei paesi vicini. In totale, circa 750.000 palestinesi su una popolazione di 900.000 sono stati sfollati dalle loro case e dalle loro terre ancestrali e non sono mai stati autorizzati a tornare. Da allora, lo sfollamento o la minaccia di sfollamento ha fatto parte dell’esperienza quotidiana palestinese. Infatti, in tutta la Cisgiordania occupata e persino all’interno di Israele, in luoghi come Umm al Hiran, le comunità palestinesi continuano ad essere sradicate con la forza e rimosse dalle loro terre.

La negazione da parte di Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, del diritto di rimanere nella Striscia di Gaza è di gran lunga peggiore – non solo perché molte comunità sono composte da rifugiati e questo è il loro secondo, terzo o quarto sfollamento – ma anche perché lo sfollamento è ora diventato uno strumento di genocidio. Già il 13 ottobre 2023 Israele ha emesso un ordine di evacuazione collettiva per 1,1 milioni di palestinesi che vivono a nord di Wadi Gaza (corso d’acqua che divide il sud e il nord della Striscia, n.d.t.) e nei mesi successivi ordini simili sono stati emessi più volte fino a sfollare il 90% della popolazione della Striscia.

In verità il diritto internazionale umanitario obbliga le parti in conflitto a proteggere le popolazioni civili, il che include anche permettere loro di spostarsi dalle zone di combattimento ad aree sicure. Tuttavia, queste disposizioni hanno come presupposto che le popolazioni abbiano il diritto di rimanere nelle loro case e, quindi, stabiliscono che gli evacuati debbano essere autorizzati a tornare quando i combattimenti finiscono, rendendo illegale qualsiasi forma di sfollamento permanente. Il trasferimento della popolazione deve essere temporaneo e può essere utilizzato solo per la protezione e gli aiuti umanitari e non, come Israele ha fatto e i recenti commenti di Trump confermano, come un “camuffamento umanitario” per coprire la totale distruzione e disgregazione degli spazi palestinesi.

Il diritto di rimanere e l’autodeterminazione

Ora che è stato dichiarato un cessate il fuoco gli sfollati palestinesi sono in grado di tornare dove vivevano. Eppure questo movimento di ritorno non soddisfa in alcun modo il loro diritto di rimanere. Non è una coincidenza: la capacità di rimanere è esattamente ciò che Israele ha cercato di sradicare in 15 mesi di guerra.

La distruzione di ospedali, scuole, università, moschee, negozi e mercati, cimiteri e biblioteche insieme alla distruzione di strade, pozzi, reti elettriche, serre e pescherecci non è stata effettuata solo al servizio di uccisioni di massa e della pulizia temporanea delle aree dei loro abitanti, ma anche per creare una nuova realtà sul terreno, in particolare nel nord di Gaza. Quindi non sono solo le case palestinesi ad essere state distrutte, ma l’esistenza stessa della popolazione è stata compromessa per gli anni a venire.

Non si tratta di una novità. Abbiamo visto nel corso della storia come i coloni agiscano per spostare ed eliminare permanentemente le popolazioni indigene dai loro territori. Come queste storie ci insegnano, l’investimento finanziario nella ricostruzione di case e infrastrutture non garantirà – di per sé – il diritto della popolazione a rimanere. Rimanere richiede l’autodeterminazione. Per attuare il loro diritto a rimanere, i palestinesi devono finalmente ottenere la loro libertà come popolo che si autodetermina.

Israele ha negato ai palestinesi il diritto di rimanere per più di 75 anni. E’ giunto il momento di mettere le cose a posto. Qualsiasi discussione sul futuro di Gaza deve essere guidata dalle rivendicazioni e dalle aspirazioni del popolo palestinese. Le promesse di ricostruzione e prosperità economica da parte di paesi stranieri sono irrilevanti a meno che non siano esplicitamente legate all’autodeterminazione palestinese. Il diritto di rimanere può essere garantito solo attraverso la decolonizzazione e la liberazione palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Naama Blatman è un’accademica di scienza e geografa politica e urbana   presso l’Università del New South Wales, a Sydney. È membro esecutivo del Jewish Council of Australia.

Neve Gordon è professore di diritto internazionale presso la Queen Mary University di Londra.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’amministrazione comunale di Gaza avverte del rischio di esondazione di un bacino per le acque reflue

Redazione di MEMO

5 febbraio 2025 – Middle East Monitor

Il Palestinian Information Centre [Centro palestinese per l’informazione, Ndt.] riferisce che l’amministrazione comunale di Gaza ha avvertito della situazione catastrofica del bacino di raccolta delle acque piovane che segnala un inasprimento della crisi ambientale, sanitaria e umanitaria nell’area.

In una dichiarazione rilasciata ieri la municipalità ha indicato che i livelli delle acque nell’invaso hanno raggiunto una soglia pericolosa, con l’afflusso di acque reflue in coincidenza con il ritorno in città delle persone sfollate e con le previsioni di maggiori precipitazioni che minacciano di causare un’esondazione delle acque dal bacino nelle aree circostanti.

Nella dichiarazione si osserva che l’invaso è in condizioni critiche per la quantità di acque reflue che l’hanno portato a livelli critici, tali da minacciare di allagare i quartieri e le aree circostanti, oltre che ad impattare negativamente sulle falde acquifere, inquinare l’ambiente e diffondere malattie.

L’amministrazione comunale ha spiegato che l’assedio continuato a Gaza da parte di Israele e il suo divieto di ingresso dei tubi necessari per mantenere il drenaggio del bacino sta impedendo lo scarico delle acque in eccesso e la deviazione delle acque reflue, esacerbando così il problema.

È stato anche evidenziato che i ripetuti bombardamenti israeliani hanno distrutto le stazioni di trattamento delle acque reflue e i generatori elettrici nell’invaso, danneggiando il sistema di pompaggio, con una significativa perdita di quattro pompe su sei.

La municipalità di Gaza ha fatto appello alla comunità internazionale e a importanti organizzazioni per un intervento urgente per salvare la situazione del bacino di Sheikh Radwan. Ha chiesto di agevolare l’ingresso dei tubi, la fornitura di supporto tecnico e finanziario per riparare l’infrastruttura danneggiata e le attrezzature necessarie per rendere operativa e salvaguardare l’invaso e lavorare per fornire una fonte di elettricità sostenibile per mettere in azione le pompe d’acqua così che le squadre municipali possano portare avanti una manutenzione completa del sistema di pompaggio dell’invaso.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dopo l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca Trump ribadisce il suo sostegno al piano per rimuovere da Gaza i palestinesi

Michael Arria  

4 febbraio 2025 – Mondoweiss

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare alla Casa Bianca Donald Trump nel suo secondo mandato. Durante l’incontro Trump ha ribadito le precedenti proposte di rimuovere i palestinesi da Gaza. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato il primo leader straniero a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca durante il suo secondo mandato. L’incontro si è svolto mentre sono ancora in corso i negoziati per il cessate il fuoco fra il governo israeliano e Hamas.

Parlando con i giornalisti dopo la riunione Trump ha fatto lo scioccante annuncio che gli Stati Uniti avrebbero cercato di impadronirsi di Gaza. 

Gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Striscia di Gaza e faranno qualcosa anche lì,” ha detto. “Ne saremo proprietari e responsabili della bonifica di tutte le pericolose bombe inesplose e di altre armi presenti sul territorio. Livelleremo il sito e ci sbarazzeremo di tutti gli edifici distrutti. Spianeremo tutto.”

Daremo vita a uno sviluppo economico che creerà un numero illimitato di posti di lavoro e di alloggi per la gente dell’area,” ha continuato. “Faremo un lavoro serio, qualcosa di diverso.”

 Netanyahu è arrivato a Washington lunedì quando scadeva la data per iniziare i colloqui per la fase successiva del cessate il fuoco. L’ufficio del primo ministro non ha chiarito quando la sua squadra si metterà in contatto con Hamas, ma ha detto che “la seconda fase dell’accordo sugli ostaggi sarebbe iniziata” con l’incontro con Trump.

Appena un giorno prima della riunione, riferendosi al cessate il fuoco, Trump ha detto ai reporter: “Non ho garanzie che la pace duri.” Steve Witkoff, il suo inviato speciale in Medio Oriente, ha aggiunto che l’amministrazione è “certamente fiduciosa” riguardo all’accordo.

A una conferenza stampa dopo l’incontro Trump ha detto ai giornalisti che “tutti chiedono una sola cosa, e voi sapete cosa: la pace.”

Abbiamo a che fare con un gruppo di persone, situazioni e persone, molto complesso, ma abbiamo l’uomo giusto,” ha aggiunto. “Abbiamo il leader di Israele giusto. Ha fatto un ottimo lavoro e noi siamo amici da lungo tempo.”

Prima della sua visita alla Casa Bianca Netanyahu aveva annunciato che avrebbe discusso con Trump della “vittoria su Hamas” da parte di Israele, nonostante il fatto che al momento Hamas controlli ancora Gaza e ha detto che non rilascerà altri ostaggi fino a quando le forze di Israele non si ritireranno dalla regione.

Un funzionario dell’entourage di Trump ha detto alla CNN che il presidente era “estremamente concentrato” sulla cacciata di Hamas dal potere.

Il presidente Trump guarda la Striscia di Gaza e ci vede un cantiere,” ha detto il funzionario. “Pensa che sia impraticabile ricostruire la regione entro 3-5 anni e crede ce ne vorranno almeno 10-15 per riportarla a condizioni vivibili. È inumano costringere la gente a vivere su un territorio pieno di ordigni inesplosi e macerie.”

Dopo l’incontro, interrogato sul suo impegno a portare a casa altri ostaggi israeliani, Netanyahu ha risposto: “Sono a favore del ritorno di tutti gli ostaggi e al raggiungimento di tutti i nostri obiettivi di guerra. E ciò include distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas e garantire che Gaza non costituisca mai più una minaccia per Israele.”

Trump conferma l’ipotesi di pulizia etnica dei palestinesi a Gaza

Mentre i colloqui per un cessate rimangono delicati, negli ultimi giorni Trump ha adottato alcune politiche a favore di Israele. Il Wall Street Journal ha rivelato che la sua amministrazione chiederà al Congresso armi per Israele per un miliardo di dollari. Il presidente ha anche firmato ordini esecutivi per ritirare gli USA dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) e dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA).

Trump ha anche ripetutamente fatto riferimento all’idea di pulizia etnica a Gaza che ha rispolverato martedì nel corso dei suoi commenti con i media. “In questo momento Gaza è un cantiere in demolizione… adesso non si può vivere a Gaza. Penso che abbiamo bisogno di un’altra sistemazione,” ha detto Trump. “Confido che possiamo fare qualcosa di veramente carino, veramente buono, dove loro non vorranno ritornare. Perché vorrebbero ritornarci? Il posto è stato un inferno.”

Si è sentito un giornalista urlare, “Perché è la loro casa!”

Prem Thakker, giornalista di Zeteo News, ha condiviso su Twitter il video della scena. 

Una di quelle sequenze durante le quali ti chiedi se non stai avendo le allucinazioni,” ha scritto Thakker. “Donald Trump dice che ai palestinesi non dovrebbe essere permesso di ritornare a Gaza: ‘Perché vorrebbero ritornarci? Quel posto è stato l’inferno’, accanto all’uomo tutto sorrisi che l’ha reso un inferno.”

In primo piano lo scontro con l’Iran

Prima dell’incontro Netanyahu ha anche annunciato che avrebbe parlato con Trump su come affrontare l’Iran, che è stato da lungo tempo al centro [delle preoccupazioni] del governo israeliano. 

Negli ultimi giorni i parlamentari da ambo le parti hanno spinto apertamente per una tale azione.

La scorsa settimana i membri del Congresso hanno presentato una risoluzione chiedendo che gli Stati Uniti e i suoi alleati tengano “tutte le opzioni” sul tavolo per contenere “la credibile minaccia” del programma nucleare iraniano. La proposta è stata guidata al Senato dai senatori Lindsey Graham (Repubblicano-Carolina del Sud), John Fetterman (Democratico-Pennsylvania) e Katie Britt (Repubblicana-Alabama) e alla Camera dei Rappresentanti da Jared Moskowitz (Democratico-Florida) e Mike Lawler (Repubblicano-New York). 

Gli israeliani dovranno prendere una decisione relativamente presto su cosa fare riguardo al programma nucleare iraniano,” ha detto Graham a Fox News Sunday.

Sono qui a dire a voi e al pubblico in tutto il mondo che penso che l’America dovrebbe sostenere lo sforzo di Israele se decidesse di distruggere il programma nucleare iraniano perché penso sia una minaccia per l’umanità,” ha continuato. “Israele è forte. L’Iran è debole. Hezbollah, Hamas sono stati decimati. Non sono finiti ma sono stati indeboliti. Esiste l’opportunità di colpire in un modo che non ho visto da decenni il programma nucleare iraniano.”

Il mese scorso In un’intervista a Mondoweiss Sina Toossi, ricercatore esperto del Center for International Policy, ha espresso scetticismo a proposito di un Iran indebolito.

Penso che sia un grosso fraintendimento della situazione attuale. L’Iran ha colpito Israele due volte nel corso di quest’ultimo anno con attacchi missilistici,” ha detto Toossi. “C’è il caos della guerra e un notevole dibattito su quanto sia efficace. Israele conosce la situazione ma non condivide con nessuno le sue informazioni. Sappiamo che quegli attacchi missilistici ad aprile e ottobre hanno aggirato la difesa aerea multistrato e molto sofisticata di Israele. Hanno colpito bersagli nonostante Iron Dome. Anche se diciamo che non hanno colpito esattamente quello che stavano cercando di colpire, hanno raggiunto il Paese.”

L’arrivo di Netanyahu a Washington ha incontrato proteste e richieste che venisse arrestato poiché esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI) contro di lui per crimini di guerra. Il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR) ha mandato una richiesta alla Sezione della Procura speciale e dei Diritti Umani del Dipartimento di Giustizia (DOJ) a nome dei palestinesi con cittadinanza statunitense chiedendo al DOJ di procedere con un’indagine e un’azione penale contro il primo ministro.

Invece di adempiere ai suoi obblighi di indagare e processare Benjamin Netanyahu per genocidio, tortura e crimini di guerra, gli Stati Uniti accolgono a braccia aperte l’uomo responsabile della campagna genocida di 15 mesi contro i palestinesi di Gaza e promettono persino altri armamenti,” ha dichiarato Katherine Gallagher, procuratrice senior della CRR e Rappresentante Legale delle vittime nella situazione dello Stato di Palestina della CPI. 

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu per il suo ruolo nel massacro di massa, per la carestia, la negazione dell’accesso a cibo, acqua e medicinali e persecuzione dei palestinesi di Gaza,” ha continuato. “Gli USA dovrebbero muoversi nella direzione di incriminare Netanyahu adesso o consegnarlo alla CPI e non sostenerlo ulteriormente rafforzando il suo senso di impunità.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’ANP e Israele sono complici nel mettere a tacere la verità

Eman Mohammed, fotogiornalista palestino-americana

1 febbraio 2025 – Al Jazeera

Ho assistito in prima persona alla violenza contro i giornalisti a Gaza. Il suo ritorno è possibile e non promette niente di buono per noi.

Shatha Al-Sabbagh, studentessa di giornalismo ventunenne, è stata assassinata il 28 dicembre vicino casa sua a Jenin. La sua famiglia ha accusato i cecchini schierati nel campo profughi dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di averle sparato alla testa. Al-Sabbagh era attiva sui social media, dove documentava la sofferenza dei residenti di Jenin durante le incursioni da parte di Israele e dell’ANP.

Soltanto pochi giorni prima dell’assassinio di Al-Sabbagh, le autorità di Ramallah avevano proibito ad Al Jazeera di diffondere notizie dalla Cisgiordania occupata. Tre settimane dopo, le forze dell’ANP hanno arrestato il corrispondente di Al Jazeera Mohamad Atrash.

Questi fatti accadevano mentre l’occupazione israeliana uccideva più di 200 lavoratori dell’informazione e ne arrestava decine nei territori palestinesi occupati. Israele ha inoltre messo al bando Al Jazeera e negato ai giornalisti stranieri l’accesso a Gaza. Il fatto che le azioni dell’ANP rispecchino quelle di Israele tradisce un disegno condiviso per sopprimere il giornalismo indipendente e controllare l’opinione pubblica.

Per i giornalisti palestinesi questa non è una notizia. L’ANP non ci ha mai protetti. È sempre stata complice della nostra violenta repressione. Ed è vero oggi in Cisgiordania come lo era a Gaza quando l’ANP amministrava la Striscia. Ne sono testimone io stessa.

Crescendo a Gaza ho potuto osservare l’oppressione del mio popolo per opera delle forze israeliane così come dell’ANP. Nel 1994 l’occupazione israeliana ha ceduto ufficialmente la Striscia all’ANP, affinché la amministrasse nel quadro delle disposizioni degli Accordi di Oslo. L’ANP è rimasta al potere fino al 2007. In quei tredici anni più che un qualsiasi reale tentativo di liberazione, quello che abbiamo visto è stata la collaborazione con gli israeliani. La presenza dell’ANP, le cui forze hanno attivamente soffocato svariate voci per difendere la sua fragile presa sul potere, non era semplicemente oppressiva per i giornalisti, era una minaccia alla loro stessa vita.

Come studentessa di giornalismo a Gaza ho esperito in prima persona questa repressione. Camminavo per le strade, assistendo al saccheggio di negozi da parte degli agenti di sicurezza dell’ANP, la loro arroganza evidente nella sfrontatezza con cui agivano. Un giorno, mentre cercavo di documentare tutto questo, un agente palestinese mi ha afferrata con violenza, mi ha strappato la macchina fotografica dalle mani e l’ha scaraventata a terra, frantumandola. Non si è trattato soltanto di un’aggressione, è stato un attacco al mio diritto di cronaca. L’aggressione dell’agente è terminata solo quando un gruppo di donne è intervenuto, costringendolo alla ritirata, un raro momento di moderazione.

Conoscevo i rischi che essere una giornalista a Gaza comporta e, come altri colleghi, ho imparato a conviverci. Ma la paura che ho provato vicino agli appostamenti delle forze dell’ANP non ha paragoni, perché non c’era mai logica nelle loro aggressioni né modo di prevedere quando se la sarebbero presa con me.

Camminando vicino alle forze dell’ANP si aveva la sensazione di camminare in un campo minato. Un secondo prima si aveva l’illusione della sicurezza, ma un secondo dopo si era costretti ad affrontare le violenze di coloro si supponeva fossero lì per proteggerci. Questa incertezza e questa tensione rendevano la loro presenza più terrificante che stare in un campo di battaglia.

Anni dopo mi sono occupata delle esercitazioni delle Brigate Qassam, sotto il costante ronzio dei droni israeliani e la minaccia sempre incombente di attacchi aerei. Era pericoloso ma prevedibile, molto più prevedibile delle azioni dell’ANP.

Sotto l’ANP abbiamo imparato a parlare in codice. I giornalisti si autocensuravano per la paura di ritorsioni. L’ANP era spesso definita, in un triste riconoscimento della sua complicità, “cugina dell’occupazione israeliana”.

Le violenze sono aumentate quando l’ANP, dopo aver perso le elezioni del 2006 a favore di Hamas, ha cominciato a lottare per mantenere il potere. A maggio 2007 uomini armati vestiti con le uniformi della guardia presidenziale hanno ucciso il giornalista Suleiman Abdul-Rahim al-Ashi e il suo collega Mohammad Matar Abdo. Si è trattato di un’esecuzione finalizzata a mandare un chiaro messaggio.

Quando Hamas ha preso il potere anche il suo governo ha limitato la libertà di stampa, ma la sua censura è stata sporadica. Una volta, mentre documentavo la nuova sezione femminile della polizia, mi è stato ordinato di mostrare le mie foto a un funzionario di Hamas in modo che questi potesse censurare quelle che avrebbe ritenuto sconvenienti. Sono spesso riuscita ad aggirare simili restrizioni scambiando preventivamente le mie schede di memoria.

Gli agenti [di Hamas] non andavano pazzi per chi ignorava i loro ordini ma, invece che a punizioni dirette, essi ricorrevano a piccoli giochi di potere come indagini, accessi revocati o provocazioni gratuite. A differenza dell’ANP Hamas non operava in coordinamento con le forze israeliane per reprimere il giornalismo, ma le restrizioni che i giornalisti subivano creavano pur sempre un ambiente di incertezza e auto-censura. Qualsiasi violazione da parte di Hamas doveva però confrontarsi con una pronta condanna internazionale, cosa che raramente capitava invece all’ANP, nonostante la sua repressione fosse ben più sistematica.

Dopo aver perso il controllo di Gaza, l’ANP si è concentrata sulla Cisgiordania, dove ha intensificato la propria campagna di repressione dei media. Le detenzioni, le azioni violente e la repressione delle voci critiche sono diventate all’ordine del giorno. La loro collaborazione con Israele non era passiva. Dalla sorveglianza alle violenze, essi svolgono un ruolo attivo e di primissimo piano nel mantenimento dello status quo, soffocando ogni dissenso che metta in discussione il loro potere e l’occupazione.

La collusione dell’ANP è diventata ancora più evidente nel 2016, quando si sono coordinati con le autorità israeliane per l’arresto del celebre giornalista e difensore della libertà di stampa Omar Nazzal, il quale aveva criticato Ramallah per il modo in cui aveva gestito il sospetto omicidio del cittadino palestinese Omar al-Naif presso la propria ambasciata in Bulgaria.

Nel 2017 l’ANP ha lanciato una campagna di intimidazione, arrestando cinque giornalisti di diverse testate.

Nel 2019 l’ANP ha bloccato il sito di Quds News Network, organo di informazione gestito da giovani e di grande popolarità. Il fatto si colloca nell’ambito di un più ampio divieto, imposto dalla magistratura di Ramallah, che ha bloccato l’accesso ad altri 24 tra siti web di informazione e pagine di social media.

Nel 2021 le forze dell’ ANP hanno cercato di reprimere i giornalisti e le testate che seguivano le proteste scatenate dalla morte violenta dell’attivista Nizar Banat mentre era in custodia dell’Autorità stessa.[ vedi Zeitun ]

In questo contesto la prospettiva del ritorno dell’ANP a Gaza in seguito all’accordo sul cessate il fuoco solleva gravi preoccupazioni per i giornalisti che hanno già sopportato gli orrori del genocidio. Dati i trascorsi dell’ANP in materia di censura, arresti e soffocamento della libertà di stampa, per i sopravvissuti questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo di repressione.

Nonostante le gravi minacce da parte di Israele e di quelli che fingono di rappresentare il popolo palestinese, i giornalisti palestinesi perseverano. Il loro lavoro trascende i confini, rispecchia una lotta condivisa contro la tirannia. La loro resilienza non parla solo alla causa palestinese ma a una più ampia lotta per la liberazione, la giustizia e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Non c’è Auschwitz a Gaza. Ma è comunque un genocidio

Daniel Blatman, Amos Goldberg

30 gennaio 2025Haaretz

Questo è esattamente ciò che appare come un genocidio, scrivono gli storici israeliani Amos Goldberg e Daniel Blatman

La questione di come definire correttamente le atrocità perpetrate da Israele nella Striscia di Gaza è oggetto di discussione da oltre un anno tra ricercatori, esperti legali, attivisti politici, giornalisti e altri, un dibattito a cui la maggior parte degli israeliani non è esposta. Per le decine di migliaia di bambini morti, feriti e orfani, e per i neonati che ora muoiono congelati a Gaza non fa alcuna differenza quale definizione venga infine assegnata a questo crimine dalla Corte internazionale di giustizia o dagli storici.

Mark Twain scrisse che “Il vero inchiostro con cui tutta la storia è scritta è semplicemente un fluido pregiudizio”. I pericoli di scrivere la storia in modo parziale sono chiari e sottolineano la necessità di definizioni attente e ponderate per raggiungere una comprensione accurata degli eventi che si stanno verificando. Tuttavia un esame comparativo meticoloso degli eventi dell’anno passato porta alla dolorosa conclusione che Israele sta effettivamente commettendo un genocidio a Gaza.

Lo storico Shlomo Sand ha sostenuto in un articolo (Haaretz edizione in Ebraico, 15 dicembre 2024) che nonostante le terribili atrocità e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza essi non costituiscono un genocidio. Come argomento a sostegno Sand ha paragonato la guerra a Gaza a due eventi, a suo parere simili, in cui eserciti di paesi democratici (Francia e Stati Uniti, rispettivamente) hanno commesso atrocità contro popolazioni civili che non erano meno orribili di quelle perpetrate a Gaza, ma le loro azioni non sono state classificate come genocidio: la guerra d’Algeria (1954-1962) e la guerra del Vietnam (1965-1973).

L’affermazione di Sand è inesatta. Ben Kiernan, uno dei principali studiosi di genocidi al mondo, nel suo libro del 2007, “Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur” (Sangue e terra: Storia mondiale del genocidio e dello sterminio da Sparta al Darfur ), ha stimato che durante l’occupazione coloniale francese dell’Algeria (1830-1875), tra 500.000 e 1 milione di algerini morirono di fame, malattie o uccisioni deliberate; Kiernan ritiene che il colonialismo di insediamento in Algeria abbia portato al genocidio, simile ai genocidi causati dall’occupazione e dall’insediamento coloniale in Nord America e Australia. Leo Kuper, uno storico della prima generazione di ricercatori sui genocidi, ha sostenuto nel suo libro del 1982, “Genocide: Its Political Use in the Twentieth Century” (1982) (Genocidio: il suo utilizzo politico nel XX secolo), che le atrocità commesse dai francesi nella guerra d’Algeria possono essere classificate come “massacri genocidari”. Tuttavia, non soddisfano i criteri di un genocidio a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda la guerra del Vietnam Sand è stato ancora meno preciso. Nel 1966, il Tribunale Russell, un organismo non ufficiale avviato dal filosofo britannico Bertrand Russell, si impegnò a investigare, valutare e pubblicizzare le accuse di crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. Questo organismo includeva intellettuali, politici e attivisti di spicco, tra cui Jean-Paul Sartre (che presiedeva il tribunale), la scrittrice femminista francese Simone de Beauvoir, la figura politica italiana Lelio Basso e l’eroe di guerra jugoslavo, partigiano e attivista per i diritti umani Vladimir Dedijer. Questo tribunale pubblico concluse che le azioni militari statunitensi in Vietnam costituivano genocidio ai sensi della Convenzione ONU del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Queste azioni includevano il bombardamento e l’uccisione di civili, l’uso di armi proibite, la tortura e l’abuso di prigionieri di guerra e la distruzione di siti culturali e storici.

Proprio come molti hanno protestato per quello che ritengono un insufficiente riconoscimento internazionale delle atrocità commesse da Hamas che hanno dato inizio all’attuale guerra, le conclusioni del tribunale sono state criticate per non aver affrontato adeguatamente i crimini di guerra del Viet Cong e del Vietnam del Nord contro i cittadini del Vietnam del Sud. Tuttavia, riconoscere le atrocità commesse dal Viet Cong e da Hamas non nega la necessità di definire con precisione cosa hanno fatto i militari statunitensi in Vietnam e cosa ha fatto l’esercito israeliano a Gaza.

Il Tribunale Russell ha spinto la discussione sul genocidio verso altre strade. Kuper ha sostenuto che i bombardamenti strategici, come le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki (nel 1945) e i bombardamenti alleati di Amburgo e Dresda (rispettivamente nel 1943 e nel 1945) potrebbero essere considerati atti di genocidio perché in ogni caso l’intenzione era quella di distruggere i civili. Anche se Israele non ha sganciato una bomba nucleare su Gaza (nonostante la proposta di farlo del ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu), le recenti azioni nella guerra di Gaza hanno violato barriere che Israele in precedenza era stato cauto a non oltrepassare.

Un’inchiesta di Yuval Abraham su +972 Magazine ad aprile [vedi Zeitun], in seguito corroborata da un’inchiesta separata del The Washington Post, ha rivelato che l’IDF stava usando l’intelligenza artificiale nei suoi bombardamenti a Gaza, causando danni maggiori a civili innocenti. Questa macchina ha creato bersagli praticamente infiniti. A volte la distruzione di interi quartieri e l’uccisione di 300 non combattenti sono stati approvati solo per colpire un leader di Hamas. Questa logica rende tutti i residenti di Gaza obiettivi legittimi. Infatti, secondo la meticolosa e impressionante raccolta di dati assemblata dallo storico Dr. Lee Mordechai sul suo sito web Witnessing the War [vedi Zeitun], si può stimare che tra il 60 e l’80 percento delle vittime a Gaza siano non combattenti, più di qualsiasi precedente rapporto tollerato dall’IDF e più che in qualsiasi altra guerra fino ad oggi nel 21° secolo. Di fatto, questa è la prova di una politica che consente l’esecuzione di un genocidio.

Tuttavia la difficoltà principale nel definire legalmente gli atti di omicidio di massa come genocidio è la necessità di provare l’intenzione. La Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948 richiede di dimostrare l’esistenza di un “intento di distruggere, in tutto o in parte,” il gruppo che è vittima della distruzione, che può essere una comunità nazionale, religiosa, etnica o razziale. La questione dell’intento è stata inclusa nella convenzione in parte a causa di un interesse reciproco degli Stati Uniti e dell’URSS, che, durante la Guerra fredda, temevano di potersi ritrovare sul banco degli imputati presso la Corte Internazionale di Giustizia per azioni violente che avevano commesso in passato o avrebbero potuto commettere in futuro. La Corte Internazionale di Giustizia è stata un fattore relativamente marginale nelle relazioni internazionali durante la guerra fredda. In effetti la prima volta che un tribunale penale internazionale ha condannato qualcuno accusato di aver commesso un genocidio è stato Jean-Paul Akayesu, che è stato condannato all’ergastolo nel settembre 1998 per la responsabilità del suo governo nel genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994.

Le corti internazionali esercitano grande cautela prima di stabilire che si è verificato un genocidio. La corte d’appello che si è occupata del genocidio dei musulmani bosniaci a Srebrenica nel luglio 1995 da parte dei serbi bosniaci ha affrontato la questione della distruzione di una parte di un gruppo (come menzionato nella Convenzione delle Nazioni Unite) e ha stabilito che la parte deve essere distinta e definita e che la sua eliminazione deve mettere a repentaglio l’esistenza dell’intero gruppo. In due sentenze riguardanti la guerra nell’ex Jugoslavia la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che per provare “un intento di distruggere” le azioni e i comportamenti devono essere tali da non poter essere ragionevolmente interpretati in nessun altro modo. In altre parole, non è sufficiente che l’intento di distruggere sia l’interpretazione più plausibile delle azioni; deve essere dimostrato che non vi è altra interpretazione ragionevole.

Pertanto, in una sentenza del 2015 riguardante una causa intentata dalla Croazia contro la Serbia presso la Corte Internazionale di Giustizia, in cui si sosteneva che quest’ultima aveva commesso un genocidio nella guerra contro la Croazia negli anni ’90, la corte ha concluso che entrambe le parti avevano commesso atti di omicidio e violenza durante la guerra. Tuttavia questi non soddisfacevano la soglia richiesta per stabilire che si fosse verificato un genocidio. Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia si è astenuto dal definire qualsiasi caso di violenza in quella guerra come genocidio, ad eccezione del massacro di Srebrenica del luglio 1995, commesso dai serbi bosniaci contro i musulmani bosniaci, in cui furono uccisi 8.000 uomini, mentre donne e bambini furono sfollati.

L’intento può essere dimostrato nel caso di Gaza? A parte l’idea di usare armi atomiche, i politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente Isaac Herzog e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, e alti funzionari militari hanno rilasciato numerose dichiarazioni che indicano un intento genocida, tutte documentate: “Non ci sono innocenti a Gaza”; “Faremo una seconda Nakba”; “Dobbiamo distruggere Amalek” e altro ancora. Tuttavia, il concetto di intento, in generale, è molto problematico. William Schabas, uno dei principali giuristi esperti di genocidio, lo spiega nel suo importante libro “Genocide in International Law: The Crime of Crimes” (2000) (Il genocidio nel diritto internazionale: il crimine dei crimini) in cui analizza le decisioni dei tribunali internazionali speciali che hanno giudicato gli autori del genocidio in Ruanda e Jugoslavia.

La prova dell’intento richiesta per condannare una persona o uno Stato per genocidio, sostiene Schabas, è molto più impegnativa e complessa di quella necessaria in un normale processo per omicidio criminale. In particolare quando si tratta di uno Stato, cosa può essere considerato un’espressione dell’intento dello Stato? Se gli autori eseguono le loro azioni mentre rilasciano dichiarazioni, ordini, discorsi, ecc. che sono genocidari è più facile stabilire tale intento. In assenza di tali dichiarazioni, l’accusa deve basarsi sulle prove del crimine stesso e sulla determinazione con cui gli assassini hanno eseguito gli omicidi che devono riflettere un chiaro desiderio di distruggere il gruppo delle vittime. La corte che si è occupata del genocidio in Ruanda ha stabilito che l’intento genocida poteva essere dedotto dalle azioni stesse, “dalla loro natura di massa e/o sistematica o dalle loro atrocità”.

Nel contesto di Gaza, Schabas ritiene che il caso contro Israele per genocidio, che è stato depositato presso la Corte Internazionale di Giustizia dal Sudafrica, con altri 14 paesi in procinto di unirsi, sia solido, sia per le innumerevoli dichiarazioni genocidarie fatte dai decisori israeliani, sia per la natura delle azioni stesse. Queste includono il sistematico affamare la popolazione di Gaza, la massiccia distruzione delle infrastrutture, la pulizia etnica della Striscia settentrionale, il bombardamento di aree designate come “sicure” e altro ancora.

La maggior parte dei casi di genocidio in epoca moderna si è verificata dopo un conflitto violento e prolungato tra il gruppo che lo ha perpetrato e il gruppo delle vittime. Ad esempio, prima del genocidio degli armeni da parte degli ottomani, iniziato nel 1915, gli armeni si ribellarono alla tirannia ottomana e alla soppressione delle loro aspirazioni nazionali, impegnandosi in atti di terrore contro lo Stato già alla fine del XIX secolo. Il popolo Herero nell’Africa sudoccidentale (in quella che oggi è la Namibia) si ribellò al dominio imperiale tedesco (che, in risposta, quasi li sterminò) dopo aver messo in opera politiche che avevano cancellato i loro mezzi di sostentamento (mandrie di bovini). Gli hutu uccisero i tutsi in Ruanda nel 1994 dopo lunghi anni di conflitto che avevano avuto origine dai privilegi concessi dal dominio coloniale belga ai tutsi dopo la prima guerra mondiale. In questo contesto è essenziale notare che per la maggior parte gli atti di genocidio sono percepiti dai loro autori come atti di autodifesa contro le loro vittime. Il conflitto israelo-palestinese rientra senza dubbio in questa categoria: il genocidio a Gaza è visto dalla maggior parte degli israeliani come una guerra difensiva in seguito al terribile attacco di Hamas.

Il genocidio non deve conformarsi al paradigma nazista, che vedeva ogni ebreo come un nemico da sterminare. Il genocidio non è mai lineare e al suo interno esistono sempre processi contraddittori. Ad esempio mentre gli armeni venivano deportati e massacrati in vaste aree dell’Impero ottomano, in grandi città come Smirne e Istanbul furono coinvolti in maniera estremamente marginale. In alcuni casi Heinrich Himmler, l’architetto della Soluzione finale nazista, interruppe temporaneamente lo sterminio degli ebrei in luoghi o momenti specifici per considerazioni economiche o diplomatiche, il che consentì una stretta finestra di salvataggio. Allo stesso modo, Israele ha consentito l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza (che viene spesso sfruttato da Israele per promuovere bande criminali locali) uccidendo contemporaneamente civili innocenti.

Quasi sempre gli ordini di compiere omicidi di massa sono vaghi, sfuggenti e aperti all’interpretazione. Questo è stato anche il caso della soluzione finale dei tedeschi. Lo storico britannico Ian Kershaw, nel suo libro “Fateful Choices: Ten Decisions That Changed the World, 1940-1941” (2007) (Scelte fatali: dieci decisioni che hanno cambiato il mondo, 1940-1941), spiega che l’affermazione che ci fu una decisione di sterminare può essere fuorviante poiché può creare l’impressione che ci fu un momento specifico in cui fu dato un ordine esplicito di commettere un genocidio. Dal vertice della piramide (Adolf Hitler) alla base non fu emesso nessun ordine di sterminio; invece interazioni complesse che includevano luci verdi per intensificare misure violente, accenni di approvazione per atti omicidi e iniziative di base si combinarono per sommarsi in un’escalation progressiva. Solo in una fase successiva il processo si cristallizzò in una chiara risoluzione il cui impatto divenne visibile sul campo. Qui l’analogia con ciò che sta accadendo a Gaza è anche rilevante.

Yaniv Kubovich ha riportato su Haaretz a dicembre una testimonianza agghiacciante su quanto accaduto lungo il corridoio Netzarim a Gaza. Chiunque abbia oltrepassato una linea immaginaria in questa “zona di uccisione”, che si tratti di persone armate o di semplici civili che hanno sbagliato strada, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dalle forze israeliane. La violenza arbitraria regna in un luogo in cui chiunque può sparare a qualsiasi palestinese che passa e ogni vittima, persino un bambino, è considerata un terrorista, proprio come ogni persona giovane o anziana assassinata dalla Wehrmacht nei villaggi nel profondo dell’URSS durante la seconda guerra mondiale è stata definita un partigiano che meritava la morte. Nessuno ha dato ai soldati del corridoio Netzarim, che stanno uccidendo persone innocenti, un ordine esplicito di farlo. Ma coloro che lo fanno (e non sono certamente tutti i soldati) capiscono che non subiranno alcuna conseguenza. Una combinazione di suggerimenti dall’alto (da parte di politici e ufficiali militari, come il generale di brigata Yehuda Vach) e di illegalità omicida dal basso: ecco come viene portato a termine il genocidio.

Nel marzo 2022, parlando allo United States Holocaust Memorial Museum di Washington, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato che gli Stati Uniti considerano le azioni del Myanmar contro i musulmani Rohingya del Paese come un genocidio. Blinken ha spiegato di aver scelto di fare questa dichiarazione all’Holocaust Museum perché le lezioni dell’Olocausto sono ancora rilevanti oggi. All’epoca, nessuno si scandalizzò del fatto che Blinken stesse banalizzando la Shoah, o che tali paragoni non dovessero essere fatti. Questo è stato l’ottavo caso riconosciuto dagli Stati Uniti come genocidio, oltre all’Olocausto. Gli altri casi sono il genocidio armeno, la carestia dell’Holodomor in Ucraina negli anni ’30; il genocidio dei Khmer Rossi in Cambogia negli anni ’70; i genocidi in Ruanda, Srebrenica e Darfur; e il genocidio compiuto dall’ISIS contro gli Yazidi un decennio fa in Iraq. Proprio di recente, il 9 gennaio, l’amministrazione Biden (sempre in una dichiarazione di Blinken) ha riconosciuto un decimo caso di genocidio: quello commesso dalla milizia Rapid Support Forces nella brutale guerra civile in corso in Sudan dalla caduta del presidente Omar al-Bashir nel 2019.

In Myanmar, a partire dal 2016, circa 850.000 Rohingya sono stati espulsi in Bangladesh e circa 9.000 sono stati assassinati. Ciò significa che non c’è stato uno sterminio fisico di tutti i Rohingya, ma solo di una piccola percentuale del gruppo. Attualmente una causa contro il Myanmar è in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia. È stata presentata dal Gambia, a cui si sono uniti diversi altri paesi, tra cui Germania e Regno Unito. Le dichiarazioni dei funzionari del Myanmar sull’intenzione del Myanmar di sterminare i Rohingya sono deboli e incidentali rispetto al flusso di dichiarazioni genocidarie udite da tutti i corridoi della politica, della società, dei media e dell’esercito in Israele che esprimono un’estrema disumanizzazione dei palestinesi e un desiderio di un loro ampio sterminio. Il genocidio è qualsiasi azione che porti alla distruzione della capacità di un gruppo di esistere, non necessariamente al suo totale annientamento. Si stima che circa 47.000 persone siano state uccise a Gaza e oltre 110.000 ferite. Il numero di coloro che sono sepolti sotto le macerie potrebbe non essere mai conosciuto. La stragrande maggioranza delle vittime sono non combattenti. Secondo le Nazioni Unite, il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dalle proprie case più volte e vive in condizioni subumane che non fanno che aumentare i livelli di mortalità. L’omicidio di bambini, la fame, la distruzione delle infrastrutture, tra cui quella del sistema sanitario, la distruzione della maggior parte delle case, tra cui la cancellazione di interi quartieri e città come Jabalya e Rafah, la pulizia etnica nella Striscia settentrionale, la distruzione di tutte le università di Gaza e della maggior parte delle istituzioni culturali e delle moschee, la distruzione delle infrastrutture governative e organizzative, le fosse comuni, la distruzione delle infrastrutture per la produzione alimentare locale e la distribuzione dell’acqua: tutto questo dipinge un quadro chiaro di genocidio. Gaza, come entità umana, nazionale-collettiva, non esiste più. Questo è esattamente come appare un genocidio.

Una volta finita la guerra noi israeliani dovremo guardarci allo specchio nel quale vedremo riflessa una società che non ha protetto i suoi cittadini dall’attacco omicida di Hamas e ha trascurato i suoi figli e figlie rapiti, ma ha anche commesso questo atto a Gaza, questo genocidio che macchierà la storia ebraica da ora in poi e per sempre. Dovremo affrontare la realtà e comprendere la profondità dell’orrore che abbiamo inflitto.

Ciò che sta accadendo a Gaza non è l’Olocausto. Lì non c’è Auschwitz e non c’è Treblinka. Tuttavia, è un crimine della stessa famiglia, un crimine di genocidio.

Il Prof. Daniel Blatman e il Prof. Amos Goldberg sono storici dell’Olocausto e degli studi sul genocidio presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti




Proposta di legge israeliana per facilitare gli acquisti di terreni ai coloni nella Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

28 gennaio 2025 – MiddleEastMonitor

Il Comitato Ministeriale Israeliano per la Legislazione ha approvato domenica una proposta di legge volta ad agevolare gli acquisti di terreni ai coloni ebrei nella Cisgiordania occupata. In base alle attuali normative, ai coloni israeliani è proibito acquistare direttamente terreni, possono acquisire proprietà solo tramite società registrate presso l’amministrazione civile israeliana.

Secondo Haaretz la proposta di legge mira a rimuovere queste restrizioni e ad abrogare formalmente una legge di epoca giordana che proibisce l’affitto o la vendita di beni immobili a individui che non siano giordani, palestinesi o di discendenza araba.

I coloni israeliani hanno a lungo chiesto modifiche a questa legge tramite l’organizzazione non-profit israeliana Regavim che ha persino presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia, che alla fine è stata respinta.

Il parlamentare Moshe Solomon del Partito Sionista Religioso, autore del disegno di legge, ha affermato: “La legge intende ripristinare la normalità nello Stato di Israele, uno Stato ebraico che sin dal Mandato britannico ha permesso il mantenimento di una discriminazione razzista contro gli ebrei”.

I ministri israeliani hanno approvato la prosecuzione dell’iter legislativo con una condizione che include ulteriori misure di legge soggette al coordinamento tra l’ufficio del Primo Ministro e il Ministero della Difesa e l’approvazione del Ministro della Difesa.

Secondo Haaretz la legislazione proposta contiene sostanzialmente due disposizioni chiave. La prima abroga la legge giordana in questione, mentre la seconda afferma che “Qualsiasi individuo può acquistare diritti di proprietà nella regione della Giudea e della Samaria”, riferendosi alla Cisgiordania occupata.

In risposta l’associazione israeliana per i diritti Peace Now ha espresso forte opposizione alla legge, ufficialmente definita “Eliminazione della discriminazione nell’acquisto di beni immobili in Giudea e Samaria”.

Peace Now segnala che la legge potrebbe “aprire la porta ad accordi e contraffazioni discutibili” e avrebbe “dato a un piccolo numero di coloni estremisti la possibilità di acquisire terreni e in seguito stabilire insediamenti, sia nel cuore di Hebron che in qualsiasi altro luogo”. L’associazione ha ulteriormente sottolineato le implicazioni legali del disegno di legge, affermando: “La Knesset non ha l’autorità di approvare leggi per aree che non siano sotto la sovranità israeliana, e il tentativo di applicare le leggi della Knesset al territorio occupato costituisce un’annessione e una palese violazione del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Può la presidente del più importante tribunale del mondo essere una giudice con tendenze sioniste?

Muhammad Jamil

23 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Mentre la polvere della guerra si sta posando sulla Striscia di Gaza e da domenica 19 gennaio 2025 è entrato in vigore il cessate il fuoco, si fanno sempre maggiori le speranze che commissioni d’inchiesta internazionali entrino a Gaza e documentino le catastrofiche conseguenze della guerra di sterminio durata 15 mesi. I resoconti dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni internazionali non riescono a cogliere le reali dimensioni della tragedia, rendendo imperativo che équipe investigative si rechino sul terreno per raccogliere prove. Queste prove giocheranno un ruolo fondamentale nella denuncia per genocidio presentata alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e aiuteranno la Corte Penale Internazionale (CPI) nell’incriminazione di altri dirigenti militari e politici coinvolti nei crimini.

Il tempo è cruciale, in quanto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu minaccia di riprendere i combattimenti dopo la fine della fase iniziale del cessate il fuoco. Questa urgenza necessita di un’azione rapida da parte dei tribunali internazionali per perseguire la giustizia e chiamare i responsabili a rendere conto delle proprie azioni. Tuttavia la CPI è stata lenta nella risposta, interrompendo il suo cammino, senza prendere ulteriori iniziative dopo l’approvazione mesi fa di mandati di arresto contro Netanyahu e l’ex- ministro della Difesa Yoav Gallant. Questo ritardo continua nonostante la lunga lista di persone accusate di aver commesso crimini di guerra a Gaza e in Cisgiordania.

Le lungaggini processuali e l’esitazione nel chiamare a rispondere i responsabili derivano da varie ragioni, in primo luogo dalle pressioni e minacce politiche che la corte deve affrontare. Ciò richiede che gli attori internazionali appoggino la creazione di uno specifico tribunale internazionale, simile a quelli per la Jugoslavia e il Ruanda, perché agisca concretamente libero da pressioni esterne e con più estese facoltà di affrontare l’ingente numero di crimini commessi.

La causa intentata davanti alla CIG dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio, è altrettanto significativa. E’ trascorso più di un anno da quando il caso è stato presentato, eppure l’iter processuale procede lentamente. Ad aggravare questo problema sono le dimissioni del giudice Nawaf Salam dalla presidenza della CIG a causa della sua nomina per la formazione del governo libanese. Ciò apre la possibilità che la sua vice, simpatizzante di Israele, assuma potenzialmente quella posizione, ritardando ulteriormente le udienze.

Le dimissioni di Salam hanno lasciato vacante la presidenza della CIG, e la giudice ugandese Julia Sebutinde ha assunto temporaneamente il suo ruolo. Sebutinde, nota per l’ incondizionato sostegno a Israele, è diventata la prima giudice africana a raggiungere questa prestigiosa posizione. Mentre l’elezione dei giudici dovrebbe basarsi su competenza e requisiti, spesso fattori politici e geografici giocano un ruolo nella loro selezione.

Durante la sua permanenza in carica Sebutinde, oltre al fatto di essere la prima donna africana in questo ruolo, non si è fatta notare per la sua imparzialità o correttezza. Proveniente da un continente scosso da colonialismo, massacri e saccheggio delle risorse, ci si aspettava che attraverso la corte garantisse giustizia per promuovere pace e sicurezza in un mondo segnato da conflitti.

Queste aspettative sono state deluse quando Sebutinde, insieme ad altri giudici, ha intralciato la causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele. Ha fatto parlare di sé per le opinioni contrarie alle sentenze della corte, compresa l’opinione consultiva approvata dalla corte sull’illegalità dell’occupazione. Il suo dissenso era basato su argomenti peculiari e senza fondamento, derivanti da convinzioni religiose e false narrazioni storiche.

Un’attenta analisi delle dettagliate opinioni di Sebutinde rivela la manipolazione dei principi delle leggi internazionali per adeguarle alla sua tendenziosità e alle sue convinzioni. Le sue conclusioni sembrano influenzate da miti simili a quelli degli estremisti sionisti religiosi, che non sono né riconosciuti dall’ordinamento della corte né sorretti dalle leggi internazionali. Ciò è particolarmente preoccupante data la gravità del caso, che riguarda la minaccia esistenziale per un gruppo nazionale sulla sua terra.

Il confronto tra la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele e quella sulla causa per genocidio dell’Ucraina contro la Russia rivela evidenti contraddizioni. In quest’ultima Sebutinde e gli altri giudici hanno esaminato le prove presentate e hanno applicato la legge senza prendere in considerazione le dimensioni religiose o politiche, dichiarando le azioni della Russia una mera aggressione contro uno Stato sovrano.

Le misure precauzionali emanate nel caso dell’Ucraina sostenute dalla maggioranza dei giudici, inclusa Sebutinde, hanno ordinato un cessate il fuoco. Ciò ha privato la Russia del suo presunto diritto all’autodifesa contro la diffusione di “neonazisti”, accusati di commettere massacri contro i cittadini ucraini di origine russa.

In palese contrasto, la posizione di Sebutinde sulla causa per genocidio del Sud Africa contro Israele è stata profondamente viziata. Nonostante la gravità della situazione, le misure precauzionali della corte non hanno incluso un cessate il fuoco, un grave errore che riflette l’influenza delle politiche nazionali a favore di Israele su alcuni giudici. Sebutinde ha addirittura rifiutato queste misure, ignorando le prove e le leggi umanitarie internazionali. La sua opinione dissenziente, segnata dal fatto di basarsi sulle sue convinzioni religiose e da tendenziosità politica, ha ignorato i fatti presentati nel processo.

Nella sentenza della corte del 26 gennaio 2024, che ha incluso sei misure precauzionali approvate da 15 giudici contro 2 voti contrari, Sebuninde si è opposta a tutte le disposizioni. Ciò ha incluso misure che invitavano Israele a consentire un afflusso illimitato di aiuti internazionali. Sorprendentemente persino il magistrato nominato da Israele tra i giurati, Aharon Barak, ha approvato due misure: una che obbligava Israele a impedire istigazioni al genocidio e un’altra che garantiva l’afflusso di aiuti umanitari.

La mancanza di imparzialità e la ferma convinzione di Sebuninde riguardo all’assoluto diritto di Israele ad agire a suo piacere sono risultati evidenti nel suo parere. Ha lanciato accuse non verificate contro le fazioni palestinesi relative a crimini efferati come lo stupro e l’uccisione di bambini. Al contrario le sue affermazioni sulle sofferenze di Gaza difettavano di dettagli o riferimenti specifici, smentendo come false le prove del Sudafrica e sostenendo il difetto di giurisdizione della corte in quella fase. Contrariamente all’opinione della maggioranza, ha negato che le prove dimostrassero un genocidio potenziale.

Le sue opinioni hanno danneggiato la credibilità della corte e sollevato preoccupazioni riguardo alla sua adeguatezza per un ruolo che richiede obiettività e aderenza alla giustizia.

Sebutinde si è anche opposta ad altre tre disposizioni aggiuntive (approvate con 13 voti contro 2) incluse nella sentenza della corte del 24 maggio 2024 in seguito all’attacco israeliano contro Rafah. Pare che il giudice Barak abbia imparato dalla sua posizione, in quanto era inconcepibile che lei potesse sembrare più allineata con il sionismo di lui. Barak si è unito a Sebutinde nel rifiuto di queste misure, smentendo persino le sue precedenti posizioni e opponendosi alla prima misura che ribadiva le disposizioni precauzionali indicate nella sentenza della corte a gennaio.

Nonostante fossero passati quattro mesi dalla decisione iniziale della corte, Sebutinde non ha modificato la sua posizione, benché il numero di morti fosse salito e le dimensioni delle distruzioni e della fame si fossero accentuate. Al contrario ha ignorato questa situazione, descrivendola semplicemente come una “complessa crisi umanitaria”. Invece ha ampiamente approfondito le sofferenze degli israeliani, citando dati e incidenti specifici che avevano avuto come conseguenza pochi morti e feriti. Sebutinde ha persino sottolineato il coinvolgimento di nuovi attori nel conflitto, come il movimento Houti e l’incremento delle operazioni di Hezbollah nel sud [del Libano], utilizzando quegli sviluppi per giustificare il rifiuto di misure precauzionali per porre fine all’attacco contro Rafah.

I commenti di Sebutinde su queste e sulle precedenti disposizioni rappresentano un sostegno ai massacri. Ha appoggiato la continuazione delle operazioni militari, sostenendo che la loro interruzione avrebbe danneggiato la sicurezza di “100 ostaggi nelle mani dell’organizzazione terroristica Hamas.” Tuttavia le prove, comprese le ammissioni ufficiali dell’esercito israeliano, hanno confermato che molti ostaggi sono stati uccisi durante queste operazioni.

Nel suo parere consultivo del 19 luglio 2024 ha dissentito dall’opinione maggioritaria riguardo alle “conseguenze legali delle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est.” Mentre la maggioranza dei giudici ha definito illegale l’occupazione ed ha chiesto che venga smantellata, Sebutinde ha sostenuto che in primo luogo la corte non avrebbe dovuto emettere l’opinione consultiva. Ha affermato che ciò avrebbe complicato il problema eludendo il contesto negoziale pattuito tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele. Così facendo Sebutinde ha apertamente criticato i suoi colleghi giudici e rivelato le sue profonde convinzioni religiose, radicate nell’Antico Testamento, insieme a interpretazioni di testi religiosi e scoperte archeologiche di 3.000 anni fa che dimostrerebbero la presenza di una “nazione ebraica”, negando l’esistenza della Palestina.

L’opinione dissenziente di Sebutinde afferma:

“Le prove includono ritrovamenti archeologici nella Città di Davide. Scavi nella “Città di Davide” a Gerusalemme hanno scoperto strutture, fortificazioni e oggetti che datano al tempo tradizionalmente associato al regno di re Davide. Questi reperti forniscono prove dell’insediamento di una società colta impegnata in commerci, agricoltura e attività di governo. La Bibbia ebraica (il Vecchio Testamento) offre dettagliate testimonianze di storia, cultura e governo degli israeliti durante questo periodo. Mentre questi testi per loro natura sono religiosi, molti studiosi li considerano affidabili documenti storici. Queste prove archeologiche, testuali e storiche confermano l’esistenza e la continua presenza del popolo ebraico nell’antico Israele durante il periodo dal 1000 al 586 a.C.”

Immaginate un contenzioso sulla titolarità della proprietà portato davanti a un qualunque tribunale al mondo, tranne Israele. Una parte presenta un testo religioso preso da un libro sacro sostenendo che esso dimostra la proprietà risalendo a centinaia di anni fa, mentre l’altra sottopone al tribunale contratti ufficialmente documentati e un titolo di proprietà certificato rilasciato dalle competenti autorità. Quale sarebbe la reazione del giudice? Immagino che ordinerebbe che la prima venisse portata in un’istituzione psichiatrica oppure condannata per oltraggio alla corte per averle fatto perdere tempo.

Nel suo parere dissenziente Sebutinde si contraddice da sola, utilizzando simultaneamente la Dichiarazione Balfour e il piano di partizione per legittimare Israele, negando nel contempo in base agli stessi documenti i loro diritti ai palestinesi. Il suo travisamento si estende alla Cisgiordania e a Gerusalemme, che considera territori contesi invece che occupati. Ignora le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che affermano la loro condizione di territori occupati.

Le convinzioni religiose accecano Sebutinde, proprio come i coloni estremisti che manipolano la storia a favore della loro ideologia. Accusa gli arabi, dal periodo del Mandato [britannico] a oggi, per aver rifiutato qualunque soluzione proposta per condividere la terra e vivere in pace con i loro vicini ebrei. Secondo lei ogni atto di terrorismo da parte delle milizie sioniste e ogni guerra combattuta da Israele sono stati preventivi e difensivi.

Attraverso le sentenze della corte Sebutinde si aggrappa alla sua visione secondo cui il conflitto è ideologico e politico e non risolvibile all’interno del contesto giuridico. Questa posizione è rimasta tale nonostante le prove schiaccianti che sono state presentate, che dimostrano che la macchina da guerra ha sistematicamente preso di mira persone, alberi e pietre in meticolose campagne di sterminio pianificato. Decine di migliaia [di persone] sono state uccise o ferite, intere città distrutte e oltre due terzi della popolazione sfollata.

Un giudice divorato da miti e stravolgimenti religiosi non può occuparsi della giustizia tra le Nazioni. Il luogo adeguato per esprimere tali convinzioni è un tempio, un partito politico o persino un’organizzazione criminale come l’esercito israeliano, dove potrebbe partecipare attivamente a tali atrocità come soldatessa o ufficiale. Consentirle di presiedere alla più alta autorità giudiziaria incaricata di risolvere conflitti internazionali e salvaguardare la pace e la sicurezza è una caricatura della giustizia.

Fortunatamente le decisioni della corte sono prese dal voto a maggioranza, come evidenziato dall’approvazione a stragrande maggioranza delle sentenze che lasciano il suo dissenso senza un’influenza significativa. Tuttavia nei casi in cui la corte è divisa il voto decisivo del presidente diventa fondamentale. Benché questo scenario sia raro, la potenziale elezione di Sebutinde come presidentessa solleva preoccupazioni. L’aspetto allarmante di ciò, con l’autorità di Sebutinde come supervisora delle commissioni tecniche della corte, è che potrebbe giocare un ruolo nel rallentare le procedure, complicando i processi e rimandando le udienze. Dato il suo estremismo, la situazione potrebbe accentuarsi facendo trapelare discussioni o documenti riservati riguardanti il caso.

Perciò i giudici della corte non devono eleggere per una posizione così importante una collega che adotta un’ideologia estremista. C’è una chiara contraddizione tra la missione della Corte di risolvere le dispute internazionali e raggiungere pace e sicurezza e gli obiettivi dell’orientamento ideologico a cui lei appartiene, che semina caos, alimenta guerre e sparge sangue. Quindi si deve impedire che Sebutinde assuma la posizione di presidente della corte.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)