Una conferenza israeliana sull’antisemitismo sta fallendo … perché ha invitato troppi antisemiti

Jonathan Ofir

26 marzo 2025- Mondoweiss

Una conferenza israeliana sull’antisemitismo è finita sotto accusa a causa della partecipazione di politici europei di estrema destra, molti dei quali con una storia di razzismo antiebraico. Sebbene questa lista di invitati sia offensiva, non dovrebbe sorprendere data la storia del sionismo.

Oggi il governo israeliano inizierà a ospitare una conferenza di due giorni sull’antisemitismo. Ironicamente l’iniziativa ha cominciato a sgretolarsi a causa delle accuse secondo cui troppe persone che vi partecipano sarebbero antisemite.

La conferenza di questa settimana è presieduta dal Ministero della Diaspora di Israele, che è guidato da Amichai Chikli (Likud). La conferenza intitolata “Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo” è il culmine della “settimana della Diaspora” di Israele, ma in realtà è pensata per raccogliere ulteriore sostegno alle politiche razziste di Israele. Chikli ha difeso Elon Musk l’anno scorso quando quest’ultimo ha attaccato George Soros come “odiatore dell’umanità” e paragonandolo al cattivo dei fumetti X-Men Magneto, che come Soros è un sopravvissuto all’Olocausto. Ora, la lista degli invitati alla sua conferenza sull’antisemitismo sta generando così tante polemiche che persino i sionisti reazionari non possono sostenerla. Secondo il Times of Israel, questi ospiti includono:

“L’elenco degli ospiti della conferenza include i controversi politici europei di destra Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National fondato dal noto antisemita e negazionista dell’Olocausto Jean-Marie Le Pen; Marion Marechal, membro francese di estrema destra del Parlamento europeo e nipote di Le Pen; Hermann Tertsch, membro spagnolo di estrema destra del Parlamento europeo; Charlie Weimers del partito di estrema destra Sweden Democrats; e Kinga Gál, del partito ungherese Fidesz”.

Questo Who’s Who [almanacco, n.d.t.] dell’estrema destra europea ha portato alcuni dei più noti difensori di Israele, come il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt, il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis e altri, a ritirarsi dall’evento.

Ma uno sguardo alla storia del sionismo mostra che tali alleanze non sono insolite. Infatti i leader sionisti e lo stato israeliano hanno a lungo avuto rapporti con fascisti e antisemiti con l’obiettivo di colonizzare la Palestina.

La lunga storia di collaborazione tra sionisti e antisemiti

Sebbene possa sorprendere qualcuno, la conferenza e la sua lista di ospiti indecenti non sono fuori luogo nella storia del sionismo. Infatti, proprio agli albori del sionismo, il fondatore Theodor Herzl scrisse nel suo diario che “gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i paesi antisemiti i nostri alleati”. Ed è proprio così che si è svolta la storia.

Tali alleanze hanno avuto luogo in varie occasioni nel corso della storia del sionismo, per vari obiettivi specifici. Tali obiettivi includevano l'”Accordo di trasferimento”, progettato dello Yishuv sionista (la comunità politica ebraica in Palestina) negli anni 1933-39, in vista del quale ebbe luogo l’incontro di Berlino del 1937 tra Adolf Eichmann e l’ebreo sionista e agente dell’Haganah Feivel Polkes. L’incontro includeva una discussione sulla possibilità che i nazisti potessero fornire armi per la lotta sionista contro il Mandato britannico in Palestina. Lo stesso anno Eichmann visitò la Palestina, ospitato da Polkes.

Un altro esempio fu quando la banda Stern (o LEHI, una propaggine dell’Irgun, guidata da Yaakov Stern) tentò di stringere un’alleanza con la Germania nazista nel 1940-41. Le loro proposte a Hitler offrivano “una partecipazione attiva alla guerra dalla parte della Germania”, menzionavano una “partnership di interessi” tra “la visione del mondo tedesca e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico”. Sostenevano che “l’istituzione dello storico stato ebraico su una base nazionale totalitaria, in un rapporto di alleanza con il Reich tedesco, è compatibile con la conservazione del potere della Germania”. L’Irgun e la banda Stern erano entrambi discendenti ideologici di Vladimir Jabotinsky e del suo “Muro di ferro”, che è anche l’ideologia fondante del partito Likud. I leader di questi gruppi paramilitari, Menachem Begin e Yitzhak Shamir, divennero poi primi ministri di Israele. Naturalmente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, è un erede di questa ideologia.

Negli anni ’30 i seguaci di Jabotinsky si formarono in Italia sotto Mussolini, il cui governo fascista annotò:

“In accordo con tutte le autorità competenti è stato confermato che le opinioni e le inclinazioni politiche e sociali dei revisionisti sono note e che sono assolutamente in accordo con la dottrina fascista. Pertanto, come nostri studenti, porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina”.

Anni dopo Netanyahu non ha fatto che rafforzare le alleanze con i governi di estrema destra e ha gettato a mare gli ebrei e la storia della persecuzione ebraica. Lo ha fatto quando ha “assolto” il presidente ungherese Victor Orban proprio mentre Orban elogiava i collaboratori nazisti e attaccava George Soros con una campagna antisemita, e quando ha aiutato la Polonia nel suo tentativo ultranazionalista e revisionista di occultare [gli episodi di collaborazionismo e attiva partecipazione n.d.t.] della propria storia durante l’Olocausto.

Questa storia evidenzia come sionisti e antisemiti abbiano spesso trovato un terreno politico comune, esattamente come aveva previsto Herzl. Per gli antisemiti l’idea dello “Stato ebraico” rappresenta qualcosa con cui possono identificarsi: il potere brutale e ultra-nazionalista contro una popolazione oppressa non bianca (che si sposa con le loro politiche anti-immigrazione ultra-nazionaliste).

L’approvazione sionista è stata anche usata per ripulire i propri precedenti: se lo Stato ebraico li “certifica”, non possono essere razzisti.

L’obiettivo di Israele: legittimare il genocidio

Ciò che l’intera vicenda ha chiarito è che niente di tutto questo riguarda realmente l’antisemitismo. L’obiettivo di Chikli è combattere coloro che criticano Israele.

Nella sua lettera aperta a Papa Francesco lo scorso dicembre, Chikli ha criticato il suggerimento fin troppo blando del Papa di studiare se Israele stesse effettivamente commettendo un genocidio. Chikli ha tirato fuori la carta dell’Olocausto e ha suggerito che il Papa stesso si stesse impegnando nella negazione dell’Olocausto attraverso la “banalizzazione”:

“Come popolo che ha perso sei milioni di figli e figlie nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine “genocidio”, una banalizzazione che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto“.

Quando stabilisci il tuo “stato ebraico” attraverso l’espropriazione dei palestinesi il tuo sionismo alla fine porterà l’antisemitismo al punto di partenza rafforzando le stesse forze che hanno portato avanti la tua persecuzione storica.

Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Israele sta solo cercando di costruire un sostegno per il suo razzismo anti-palestinese sfruttando la storia di oppressione del popolo ebraico.

Forse riusciranno ancora a spararsi sui piedi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Olmert e Gantz lanciano l’allarme: la minaccia di una guerra civile in Israele è più vicina che mai

Redazione di The Palestine Chronicle

25 marzo 2025 The Palestine Chronicle

In una crisi politica e istituzionale sempre più profonda i leader israeliani avvertono che le divisioni interne stanno mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità dello Stato.

Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, e l’ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot hanno avvisato che Israele è “in pericolo” a causa delle crescenti divisioni interne, e l’ex primo ministro Ehud Olmert ha affermato che Israele è “molto vicino alla guerra civile”.

Questi commenti giungono in un momento di crescente crisi politica innescata dall’ostinazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel licenziare il capo dello Shin Bet, Ronen Bar.

Le divisioni all’interno di Israele si sono acuite in seguito alla decisione di Netanyahu di licenziare Bar, al congelamento temporaneo di tale decisione da parte della Corte Suprema e al voto unanime di sfiducia del governo nei confronti della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, tutti fattori che hanno suscitato una vasta indignazione pubblica.

“È vero che esistono molte sfide alla sicurezza dall’estero, ma la sicurezza di Israele è a rischio a causa delle divisioni interne”, ha affermato lunedì Gantz in una dichiarazione.

“Quando dividiamo il nostro popolo all’interno, rafforziamo la resistenza di Hamas e gli diamo la speranza di poterci spezzare. La questione più urgente ora è il ritorno dei nostri soldati rapiti”.

“Chiunque ora lo ignori sta consapevolmente danneggiando la sicurezza dello Stato. Ciò che sta accadendo sta gettando le basi per la prossima catastrofe e rafforzando i nostri nemici”, ha aggiunto.

Nel frattempo Eisenkot ha osservato che “mentre la maggior parte dei cittadini israeliani sostiene il ritorno immediato dei rapiti e la continuazione della guerra decisiva al terrorismo fino alla sua sconfitta, il governo è concentrato sulla lotta contro i capi dei servizi di sicurezza e il sistema giudiziario”.

La decisione di licenziare Bar

Il procuratore generale di Israele ha criticato la decisione di licenziare Bar definendola “piena di incongruenze” e ha affermato che “il processo di selezione di un nuovo capo dello Shin Bet non può iniziare prima che venga emessa una sentenza giudiziaria”. Venerdì la Corte Suprema ha congelato temporaneamente la decisione del governo di licenziare Ronen Bar fino alla fine dell’esame delle petizioni contro la decisione presentate dai partiti di opposizione. La Corte ha programmato un’udienza l’8 aprile per esaminare le petizioni. Il governo israeliano ha fatto ricorso alla Corte Suprema, sostenendo che l’annuncio di Bar di aver perso fiducia nei suoi superiori equivalga a dimissioni, consentendo così il licenziamento.

Nel frattempo il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha continuato ad attaccare il capo dello Shin Bet, etichettando l’ordine di Bar di indagare sul lavoro dell’agenzia di sicurezza interna [il suo ministero, ndt.] come pericoloso, illegale e come un tentativo di colpo di stato militare. Ben-Gvir ha aggiunto che “Secondo i rapporti Ronen Bar ha raccolto informazioni contro di me, la polizia israeliana e il servizio carcerario”. Ha criticato la decisione di licenziare Bar sostenendo che avrebbe dovuto essere presa dopo il suo fallimento nel 7 ottobre. Ha anche chiesto la formazione di un comitato governativo per indagare sul comportamento “inaccettabile” di Bar.

“Tempesta perfetta”

Nel frattempo lunedì, parlando al New York Times, Olmert ha detto che “le fondamenta dello stato (di Israele) stanno tremando. Netanyahu è pronto a sacrificare tutto per la sua sopravvivenza, e siamo più vicini a una guerra civile di quanto la gente creda”, ha avvertito, aggiungendo: “A Gaza siamo tornati a combattere, e per cosa? E all’estero non ricordo un tale odio, una simile opposizione allo Stato di Israele”.

Questa non è la prima volta che Olmert critica il governo israeliano guidato da Netanyahu.

Lo scorso marzo, in un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, Olmert ha sostenuto che Israele aveva solo due scelte: un immediato cessate il fuoco o la morte dei prigionieri israeliani attualmente detenuti a Gaza.

“Le aspettative che il nostro disgraziato governo aveva creato riguardo agli obiettivi della guerra erano infondate, irreali e irraggiungibili fin dall’inizio”, ha scritto Olmert.

“Netanyahu, se fosse stato pienamente consapevole quando ha dichiarato la prima volta questo impegno da spaccone o quando lo ha ripetuto in ciascuna delle sue grottesche conferenze stampa, avrebbe dovuto sapere che non c’era alcuna possibilità di ottenere (la distruzione di Hamas – nda.)”, ha aggiunto.

Olmert è stato primo ministro dal 2006 al 2009.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polvere di amianto minaccia gran parte di Gaza

Shaimaa Eid

24 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Mentre prosegue la rimozione delle macerie a Gaza, i funzionari sanitari segnalano crescenti preoccupazioni per le fibre di amianto contenute nelle polveri sospese nell’aria, con gravi rischi per la salute tra cui asbestosi, cancro e malattie respiratorie croniche.

L’amianto, un materiale fibroso un tempo utilizzato in edilizia per la sua resistenza al calore e al fuoco, è oggi classificato a livello globale come cancerogeno. A causa dei massicci bombardamenti israeliani su Gaza, che hanno distrutto circa il 92% delle unità abitative, l’amianto si è polverizzato e diffuso nell’aria.

Il dottor Shadi Awad, specialista in pneumologia e broncoscopia all’ospedale Al-Shifa, avverte che gli abitanti di Gaza inalano ogni giorno aria inquinata da fumi e residui della distruzione, con un impatto diretto sulla loro salute.

«L’aria contaminata penetra nelle vie respiratorie e danneggia direttamente i tessuti polmonari, provocando infiammazioni croniche e gravi disturbi respiratori. Nei prossimi anni potremmo assistere a un aumento dei casi di malattie polmonari a causa dell’esposizione continua a queste particelle nocive», ha dichiarato a The Electronic Intifada in un’intervista telefonica.

Secondo le Nazioni Unite, enormi quantità di macerie a Gaza contengono amianto, una sostanza vietata in almeno 55 paesi per il suo elevato rischio sanitario.

Le stime dell’ONU indicano che i detriti ammontano a circa 39 milioni di tonnellate, contenenti materiali pericolosi come amianto e ordigni inesplosi, complicando le operazioni di bonifica e mettendo a rischio i civili.

Aria pericolosa
A Shujaiya, quartiere di Gaza City pesantemente danneggiato, Widad al-Soutari, 63 anni, vive tra le rovine della sua casa di tre piani. Mentre cerca di riparare i muri crollati, esprime le sue paure per il dopo-guerra.

«Abbiamo perso la casa e i nostri cari, e ora temiamo di perdere anche la salute», dice. «Vogliamo solo vivere in pace, ma qui non è più sicuro nemmeno respirare l’aria ».

Widad, nonna di cinque nipoti, aggiunge: «Temo che un giorno i miei nipoti saranno condannati a una morte lenta a causa di questa polvere tossica».

Dall’altra parte della città, a Sheikh Radwan, Hala Salama, 55 anni, e la sua famiglia vivono costantemente nell’ansia. Dopo essere sopravvissuti ai bombardamenti israeliani, ora affrontano l’inquinamento causato dalle macerie.

«Soffro di asma e ultimamente sento bruciore al petto e ho difficoltà a respirare senza l’inalatore», racconta.

«Da quando ho saputo dei pericoli dell’amianto, non apriamo più le finestre. Ma la polvere degli edifici distrutti entra comunque. La guerra non ci ha uccisi, ma questa polvere potrebbe farlo».

Hala sottolinea che molti suoi vicini lamentano sintomi simili, senza alcuna campagna di sensibilizzazione o misura per ridurre i rischi.

Il dottor Awad avverte che le cure per le patologie legate all’amianto sono costose e complesse, spesso richiedono broncodilatatori, antibiotici, corticosteroidi e farmaci per la tosse. Nei casi avanzati, quando si sviluppa il cancro, le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate.

Case potenzialmente letali

La situazione è ancora più critica nel campo profughi di Beach. Molti abitanti vivono in baracche costruite decenni fa con lastre di amianto.

Muhammad al-Hassani, 30 anni, residente nel campo, esprime le sue preoccupazioni dopo gli ultimi avvertimenti dell’ONU sull’esposizione all’amianto.

«A Beach viviamo in case fatte di amianto. Quello che ho sentito in questi giorni mi ha fatto temere per la mia salute e quella della mia famiglia», dice.

«La gente qui non ha alternative. Fa fatica a permettersi persino i pasti quotidiani».

Ahmad al-Farra, primario di pediatria presso l’ospedale del Complesso Medico Nasser, ha segnalato un aumento di casi legati all’amianto a causa delle ripercussioni ambientali e sanitarie del genocidio israeliano.

In una telefonata con The Electronic Intifada, al-Farra ha dichiarato che Gaza è sull’orlo di una catastrofe sanitaria, con un picco di malattie tra cui tumori e patologie correlate all’amianto.

Ha spiegato che in molte case a Gaza per proteggersi da vento e pioggia gli abitanti hanno utilizzato lastre di amianto per i tetti. Ha anche riferito del pericolo rappresentato dalla presenza di ordigni inesplosi tra le macerie.

Al-Farra ha evidenziato che il sistema sanitario di Gaza è al collasso, con numerose strutture mediche, tra cui ospedali e centri di assistenza primaria, distrutte o danneggiate dagli attacchi israeliani.

Un futuro aumento di patologie legate all’amianto costituirebbe una sfida al di sopra delle capacità del Ministero della Salute locale.

Il dottor Awad insiste sul fatto che ridurre l’esposizione alla polvere è il modo migliore per limitare questi rischi, per esempio indossando mascherine ed evitando le aree più inquinate.

Avverte tuttavia che si tratta di soluzioni temporanee: Gaza ha bisogno di un intervento ambientale e sanitario urgente per scongiurare conseguenze catastrofiche a lungo termine.

Shaimaa Eid è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un giovane palestinese di 17 anni muore in una prigione israeliana in circostanze poco chiare

Defense for Children International Palestine

24 marzo 2025 – Defense for Children International Palestine

Ramallah, 24 marzo 2025—Ieri le autorità israeliane hanno segnalato la morte di un adolescente palestinese di 17 anni.

Secondo le notizie diffuse dalla Commissione per gli affari dei detenuti ed ex detenuti il ​​23 marzo Walid Khaled Abdullah Ahmad, 17 anni, è morto all’interno della prigione di Megiddo. Secondo le informazioni raccolte da Defense for Children International – Palestine ieri Walid ha avuto un capogiro mentre camminava nel cortile della prigione ed è caduto sbattendo la testa contro una ringhiera. Altri minori detenuti hanno chiesto aiuto alle guardie carcerarie israeliane, ma queste non hanno risposto, quindi i ragazzi hanno portato Walid all’ingresso del cortile dove le guardie lo hanno preso in custodia. L’ufficio di collegamento palestinese ha informato la famiglia di Walid della sua morte, ma non ha comunicato la causa del decesso. Come riferito dallo stesso ufficio alla famiglia Walid soffriva di scabbia e dissenteria amebica.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il primo adolescente palestinese a morire nelle prigioni israeliane. Le autorità israeliane stanno rifiutando la consegna del suo corpo alla famiglia.

“Walid è stato sottratto alla famiglia nel cuore della notte, picchiato e maltrattato dai soldati israeliani e imprigionato in Israele, dove è stato nutrito con misere porzioni di cibo avariato e sottoposto a condizioni di sovraffollamento e assenza di igiene, in totale isolamento dalla sua famiglia”, ha affermato Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di trasparenza presso il DCIP. “Walid è il primo prigioniero minorenne palestinese della storia a morire sotto la custodia israeliana. È impossibile sottovalutare l’urgenza con cui la comunità internazionale deve finalmente porre le autorità israeliane di fronte alle loro responsabilità prima che altri minori palestinesi detenuti nelle loro prigioni subiscano la stessa sorte di Walid”.

Sulla base della documentazione raccolta dal DCIP Walid è stato arrestato nella sua casa nella città palestinese di Silwad, a nord-est di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, il 30 settembre 2024 intorno alle 3 del mattino. Walid è stato trasferito al centro di smistamento di Huwwara prima di essere rinchiuso nella prigione di Megiddo, situata nel nord di Israele, dove è stato tenuto in pessime condizioni con ridotte possibilità di comunicare coll’avvocato e la famiglia. Al momento della sua morte Walid era in custodia cautelare.

L’anno scorso in un’intervista video con il DCIP il padre, Khaled, ha raccontato: “L’avvocato ha chiesto a Walid: ‘Come stai? Come stai di salute?’. Ha chiesto com’era il cibo e Walid gli ha detto che era cattivo. Il giudice ha immediatamente interrotto la chiamata”.

La prigione di Megiddo è una delle tante situate all’interno di Israele in cui sono detenuti minorenni palestinesi. Il trasferimento di prigionieri palestinesi, adulti o minori, dal Territorio Palestinese Occupato in Israele costituisce un crimine di guerra sulla base del diritto internazionale.

Secondo la documentazione raccolta dal DCIP Walid è il 18° minorenne palestinese ucciso nel 2025 nella Cisgiordania occupata.

Né il DCIP né i genitori di Walid possono confermare la causa della morte del giovane.

L’aumento del numero di minori palestinesi sottoposti a detenzione coincide con lo stato di allarme delle condizioni affrontate dai detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. Dal 7 ottobre 2023 la situazione dei prigionieri palestinesi è peggiorata sempre di più, con minori che hanno segnalato condizioni molto dure di tortura e maltrattamenti sistematici, negligenza medica, fame, diffusione di malattie e negazione di assistenza legale e visite dei familiari.

La pratica frequente e sistematica di Israele di detenzione dei minori viola i suoi obblighi sulla base del diritto internazionale di arrestare e detenere i minori solo come ultima risorsa. L’articolo 37 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia stabilisce inoltre che nessun minorenne privato della propria libertà “deve essere sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Secondo il diritto internazionale i minorenni hanno diritto a protezioni speciali, per cui devono ricevere le cure e gli aiuti di cui hanno bisogno nel corso dei periodi di conflitto armato. Ai minori palestinesi come Walid viene sistematicamente negato questo diritto, poiché le forze israeliane continuano sia a imprigionare indiscriminatamente sia a uccidere minorenni in tutto il territorio palestinese occupato. Questi continui attacchi alle vite dei minori sono perpetuati dalla radicata cultura di impunità di Israele, che continua a mietere vittime tra i bambini palestinesi quasi ogni giorno.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Da bambine sognavamo il nostro futuro. Poi un proiettile israeliano si è preso quello di Malak

Lujayn

23 marzo 2025 – Al Jazeera

La mia migliore amica arrossiva facilmente, amava il nostro quartiere di Gaza e sperava di diventare un’infermiera per assistere i bambini malati.

Malak era come una sorella per me.

Avevamo nove anni quando ci siamo incontrate alla scuola femminile Hamama nel quartiere di Sheikh Radwan di Gaza City. Era il 2019 e la famiglia di Malak si era appena trasferita in un appartamento a tre edifici di distanza dal mio. Quando lei è arrivata a scuola io mi sono presentata e da quel giorno in poi siamo andate e tornate da scuola insieme ogni giorno.

Allora Sheikh Radwan ci sembrava tutto il nostro mondo. C’erano begli edifici e negozi dove compravamo dolci. Le famiglie si conoscevano tra loro, i bambini giocavano insieme. Conoscevamo tutti i nostri vicini e chiamavamo gli adulti zie e zii.

All’inizio pensavo che Malak arrossisse facilmente perché era nuova nella scuola. Ma col passare del tempo ho capito che questo faceva parte del suo modo di essere. Malak era timida e tranquilla, gentile e affettuosa. Il suo nome significa “angelo”. Le si confaceva.

Si prendeva cura dei nostri compagni di classe e quando uno di loro era turbato Malak lo consolava. Spesso l’ho vista aiutare altri bambini con i compiti a casa.

Ero più vicina a Malak che alle altre ragazze della scuola perché ci piacevano le stesse cose: la matematica, la fisica e la musica. Io ho una passione per la fisica, mentre lei era molto brava in matematica. Entrambe suonavamo il piano. Io ero specializzata in musica classica, mentre lei amava la musica tradizionale palestinese.

A volte suonavamo in modo stonato. Ricordo che una volta abbiamo scherzato sul fatto che avrebbe dovuto seguire il suo sogno di diventare infermiera piuttosto che una musicista professionista. Lei ha riso e si è detta d’accordo con me. Spesso ci facevamo ridere a vicenda.

Ma dietro al sorriso di Malak c’era tristezza, come se stesse portando un peso, un dispiacere che teneva per sé.

Perché questa tristezza, Malak?’

Un giorno di settembre del 2023 eravamo sedute nel cortile della scuola come facevamo spesso negli intervalli tra le lezioni, parlando dei nostri sogni per il futuro. Avevamo appena finito una prova di matematica. La giornata a scuola non era finita, ma ho visto che Malak voleva andare a casa. Tratteneva le lacrime. “Perché sei triste, Malak?”, le ho chiesto.

Lei ha guardato il cielo e poi me e ha risposto: “Mio fratello Khaled è nato con un difetto cardiaco congenito. Ha solo un anno più di me ed è molto malato.”

Ero stata a casa di Malak molte volte e sapevo che suo fratello era debole e spesso malato. Ma non sapevo quanto fosse grave la sua malattia.

Quando mi ha detto che lui poteva morire le ho messo una mano sulla spalla. “Chi lo sa, Malak?”, ho detto. “Magari noi lasceremo questo mondo prima di lui. La morte non tiene conto dell’età o delle malattie.”

Non avrei mai immaginato che le mie fugaci parole sarebbero presto diventate una brutale realtà.

Quel giorno nel cortile della scuola abbiamo chiacchierato per ore. Malak ha parlato dell’idea di diventare infermiera e di tornare a Ramla [ora in Israele, ndt.], la sua zona di origine, da cui la sua famiglia era stata sfollata durante la Nakba [pulizia etnica operata dai sionisti nel 1947-49, ndt.]. Mi ha detto che voleva occuparsi dei malati, soprattutto bambini. Ho pensato che sarebbe stata un’infermiera perfetta per via della sua natura gentile.

Quando è iniziata la guerra ognuna di noi si è rifugiata nella sua famiglia e abbiamo perso i contatti. Io sono stata sfollata con la mia famiglia più di 12 volte. Siamo stati costretti a lasciare la nostra casa a Gaza City e siamo fuggiti in altri luoghi per due volte nella stessa città. E poi a Khan Younis, Deir el-Balah nel campo profughi di Bureij, ad al-Mawasi ed ora a Rafah, da cui sto scrivendo.

Durante questi spostamenti ho cercato di contattare Malak, ma non ci sono mai riuscita. Sia il suo telefono che quello di sua madre erano irraggiungibili.

La nostra scuola è stata trasformata in un rifugio per sfollati, prima di essere distrutta da attacchi aerei israeliani il 3 agosto 2024. Anche dopo questa terribile notizia non sono riuscita a sentire Malak.

Ritrovarci

Dopo più di un anno senza riuscire a contattare la mia amica, una mattina del gennaio 2025, mentre ero nel nostro rifugio a Rafah, ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto. Ero contentissima quando ho sentito la voce di Malak: era felice ed eccitata di parlarmi, ma l’ho sentita sfinita.

Le ho chiesto come stessero lei e la sua famiglia e di suo fratello Khaled, ricordando che lui aveva bisogno di medicine. Mi ha detto che vivevano in una tenda nella zona di al-Mawasi a Rafah, a pochi chilometri da dove era rifugiata la mia famiglia.

Malak aveva voglia di parlare. Mi ha raccontato che la sua famiglia era stata più volte sfollata in varie zone di Gaza. La nostra conversazione è anche tornata ai bei giorni a Sheikh Radwan – alle nostre case, alla nostra scuola e a tutto ciò che facevamo prima della guerra.

Prima di finire la telefonata ho promesso di andarla a trovare e portarla insieme alla sua famiglia nel nostro rifugio. Pensavo che sarebbe stato più sicuro per loro stare nel nostro stesso rifugio dato che il nostro edificio è di pietra, mentre Malak viveva in una tenda.

Due giorni dopo, l’8 gennaio, ho programmato con mia madre di andare da Malak. L’ho chiamata per confermare. Ha risposto la sorellina di Malak, Farah, in lacrime. “Malak se ne è andata”, ha singhiozzato. È stata uccisa all’alba da un proiettile mentre dormiva nella nostra tenda.”

Non potevo ascoltare. O forse non volevo credere a ciò che Farah stava dicendo. Mi si è stretto il cuore oltre ogni dire. Ho riattaccato, soffocata dalle lacrime. Mi sono rivolta a mia madre: “Malak se ne è andata”.

Insieme, nella morte

Il giorno dopo mia madre ed io siamo andate in visita dalla famiglia di Malak per porgere le nostre condoglianze. Abbiamo trovato la loro tenda fatta a pezzi dai buchi dei proiettili. Ma non c’era nessuno. I loro vicini, anch’essi nelle tende, ci hanno detto che Khaled era morto quella mattina. La sua malattia era peggiorata senza accesso alle medicine e il lutto per la morte di sua sorella aveva spezzato il suo spirito. La famiglia era andata a seppellirlo.

Ho ripensato alle mie parole durante la conversazione nel cortile della nostra scuola. Non avrei mai immaginato che Malak potesse morire e che Khaled l’avrebbe seguita dopo così poco tempo. Sono stati sepolti uno accanto all’altra. Anche nella morte Khaled non si sarebbe separato da lei.

Chi ha sparato quella pallottola mortale a Malak? Perché l’hanno uccisa? Era un pericolo per i soldati mentre dormiva? Avevano paura dei suoi sogni di tornare a Ramla?

Addio, mia cara amica. Non ti dimenticherò mai. Pianterò un ulivo in tuo onore e porterò quelli che restano della tua famiglia a stare da noi e mi prenderò cura di loro come avresti fatto tu.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




La lettera di Mahmoud Khalil, prigioniero politico palestinese in Louisiana

Mahmoud Khalil

 

18 marzo 2025  Mondoweiss

Da un centro di detenzione dell’ICE [Controllo dell’Immigrazione e delle Dogane, agenzia federale del Dipartimento della Sicurezza Interna, ndt.] Mahmoud Khalil scrive:”L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso”.

La seguente lettera è stata dettata da Mahmoud Khalil ai suoi avvocati dal telefono di un centro di detenzione dell’ICE

18 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto contro un gran numero di persone escluse dalle protezioni di legge. Chi ha diritto ad avere diritti? Di certo non sono gli esseri umani ammassati qui nelle celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato, privato della sua libertà da un anno, con una situazione legale in sospeso e la famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia non esiste nelle strutture di immigrazione di questa nazione. L’8 marzo sono stato preso dagli agenti del Dipartimento della Sicurezza Interna che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno aggredito me e mia moglie mentre rincasavamo da una cena. Ormai il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era per la sicurezza di Noor. Non avevo idea se sarebbe stata presa anche lei, poiché gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non essersi allontanata da me. Il Dipartimento non mi ha detto nulla per ore: non sapevo il motivo del mio arresto o se avrei dovuto affrontare un’immediata deportazione.

Ho dormito sul freddo pavimento di Federal Plaza 26 [sede nuovayorkese nell’ICE, ndt.]. Nelle prime ore del mattino gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì dormivo per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta. Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parola, poiché sostenevo una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza – che è ripreso con massima forza lunedì sera. Con la fine del cessate il fuoco di gennaio, i genitori a Gaza stanno di nuovo cullando minuscoli sudari e le famiglie sono costrette a patire fame e sfollamento sotto le bombe. È per noi un imperativo morale continuare nella lotta per la loro completa libertà.

Sono nato in Siria in un campo profughi palestinese, da una famiglia che era stata sfollata dalla propria terra nella Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza vicino ma distante dalla mia terra natale. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nella mia attuale condizione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, ovvero la reclusione senza processo o accusa, che priva i palestinesi dei loro diritti. Penso all’amico Omar Khatib, che è stato incarcerato da Israele senza accusa o processo mentre tornava a casa da un viaggio. Penso al pediatra direttore dell’ospedale di Gaza dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi si trova in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, la reclusione senza giusto processo è un fatto consueto.

Ho sempre creduto che il mio dovere fosse non solo quello di liberare me stesso dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dal loro odio e dalla loro paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden che quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi 16 mesi, con gli Stati Uniti che hanno continuato a fornire armi a Israele per uccidere i palestinesi e a impedire l’intervento internazionale. Per decenni il razzismo anti-palestinese ha animato l’intento di estendere le leggi e le pratiche statunitensi atte a reprimere violentemente palestinesi, arabo-americani e altre comunità. Questo è esattamente il motivo per cui sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in ballo il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che fossi il bersaglio restano comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e Dean Yarhi-Milo hanno creato le condizioni perché il governo degli Stati Uniti mi detenesse, sanzionando arbitrariamente studenti filo-palestinesi e consentendo campagne virali fuori controllo di diffusione di informazioni personali basate su razzismo e disinformazione. La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, ha creato un nuovo arrogante ufficio disciplinare per eludere il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali consegnando i registri degli studenti al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti della Columbia, alcuni dei quali privati ​​delle loro lauree triennali solo poche settimane prima della laurea, e l’espulsione di Grant Miner presidente dell’Associazione degli Studenti Lavoratori della Columbia alla vigilia delle trattative contrattuali ne sono chiari esempi.

Se non altro la mia detenzione è una prova della forza del movimento studentesco nel cambiare l’opinione pubblica verso la liberazione palestinese. Gli studenti sono da tempo in prima linea nel cambiamento, hanno guidato la lotta contro la guerra del Vietnam, sono in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno lottato contro l’apartheid in Sudafrica. E oggi, anche se la società deve ancora davvero capirlo, sono gli studenti a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta colpendo all’interno di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di visto, i titolari di green card e i cittadini tutti saranno puniti per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane studenti, difensori e funzionari eletti dovranno unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti. Sono pienamente consapevole che questo momento trascende le mie personali circostanze, spero comunque di essere libero per assistere alla nascita del mio primogenito.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Analisi. Netanyahu vuole una guerra senza fine a Gaza. Ma molti israeliani non vogliono più combattere

Dahlia Scheindlin

18 marzo 2025-Haaretz

Ora che Israele si è risvegliato con la seria possibilità di una nuova guerra su vasta scala a Gaza, gli israeliani appoggeranno questi piani? No, se si deve credere ai recenti sondaggi. Ma l’opinione pubblica e le proteste non sono state sufficienti a spezzare la macchina da guerra, o a far cadere il governo

Il governo israeliano non ha mai nascosto il suo desiderio di ricominciare la guerra. Martedì mattina una serie di attacchi aerei in tutta Gaza e la retorica incendiaria del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri sono sembrati un passo importante verso quell’obiettivo. Per mesi è stato chiaro che alla fine questo governo avrebbe chiesto agli israeliani di tornare a combattere, sia attraverso una ripresa totale della guerra, sia per condurre i suoi piani per spopolare Gaza o per attuare e finanziare l’occupazione di Gaza mentre combatte un’insurrezione e una controinsurrezione permanenti che dissangueranno il Paese per decenni. Mentre Israele si risveglia con la seria possibilità di una nuova guerra su vasta scala, l’opinione pubblica appoggerà questi piani? Ci sono numerose ragioni per dubitare di una ripresa del morale del paese in tempo di guerra.

La distrazione

Nei giorni che hanno preceduto il nuovo bombardamento di Gaza il Paese è stato preso da un diverso tipo di shock quando Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di licenziare il capo del servizio di sicurezza [interno] Shin Bet, Ronen Bar. Insieme a molte importanti decisioni politiche dal 7 ottobre 2023, il licenziamento ha spaccato le opinioni degli israeliani. Lunedì un sondaggio commissionato dall’emittente pubblica israeliana Kan ha rilevato che molti israeliani intervistati, il 43%, hanno respinto la decisione del primo ministro mentre solo un terzo l’ha sostenuta (il resto non ha espresso un’opinione).

Un sondaggio di febbraio dell’Institute for National Security Studies ha rilevato che il 57% degli israeliani si fida dello Shin Bet (il 64% tra gli ebrei israeliani) mentre solo il 21% si fida del governo che ora sta cercando di licenziare il capo dell’agenzia. Nello stesso sondaggio solo il 27% si fida di Netanyahu, mentre in un altro sondaggio di Channel 12 di inizio marzo, condotto da Midgam, 6 israeliani su 10 ritengono che Netanyahu dovrebbe dimettersi. Durante la guerra la maggioranza degli israeliani avrebbe voluto che si dimettesse immediatamente o dopo la guerra. Nel sondaggio di Channel 12 una maggioranza del 64% vorrebbe anche che Bar si dimettesse, attribuendo giustamente alla sua agenzia la responsabilità per il fallimento del 7 ottobre, ma questo non è la stessa cosa che venire licenziato da un leader di cui non si fidano.

Non è il modo di combattere una guerra

Il deterioramento della fiducia degli israeliani nella loro leadership è inseparabile da uno sviluppo poco osservato, ma drammatico, nell’opinione pubblica: una grande perdita di fiducia nella guerra stessa.

Nel sondaggio INSS di gennaio il 55% di tutti gli israeliani pensava che le Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] avrebbero vinto la guerra a Gaza, sebbene nel sondaggio non fosse ben definito cosa si intendesse per “vittoria”. Quel tasso è rimasto pressoché immutato per mesi: 57% lo scorso giugno con un leggero aumento al 59% a febbraio.

Ma quella tendenza nasconde un netto declino tra la popolazione ebraica, che è la stragrande maggioranza di coloro che effettivamente combattono la guerra. Nel sondaggio INSS di metà ottobre 2023, pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, il 92% degli ebrei israeliani credeva che le IDF avrebbero vinto. All’inizio del 2024 il 78% dava questa risposta. Il mese scorso il 66% degli ebrei credeva che le IDF avrebbero vinto a Gaza.

I sondaggi dell’INSS hanno anche chiesto se gli intervistati sono sicuri che Israele raggiungerà i suoi obiettivi di guerra, sebbene la domanda non abbia specificato quali siano. A giugno 2024 meno della metà di tutti gli israeliani, il 45%, si sentiva sicuro che tutti o gran parte degli obiettivi di guerra sarebbero stati raggiunti (prima di allora i sondaggi si rivolgevano solo agli ebrei). Da allora questo dato non è cambiato da allora: il 45% del campione totale ha dato la stessa risposta a febbraio e oggi un numero leggermente maggiore di israeliani, il 47%, ritiene che gli obiettivi non saranno raggiunti. Ancora una volta le tendenze tra gli ebrei israeliani sono significative. Differiscono maggiormente dagli intervistati arabi e, come già rilevato, sono principalmente gli ebrei a combattere la guerra. Nell’ottobre 2023 solo il 21% degli ebrei pensava che Israele avrebbe raggiunto in modo molto parziale i suoi obiettivi della guerra a Gaza o nessuno di essi; nel febbraio di quest’anno quel tasso era raddoppiato, al 42%. Esattamente la metà degli ebrei ha affermato che gli obiettivi sarebbero stati raggiunti. La cosa più significativa è che pochi israeliani sostengono realmente un ritorno ai combattimenti dentro Gaza.

L’Israeli Voice Index dell’Israel Democracy Institute di fine febbraio ha rilevato che il sostegno alla seconda fase dell’accordo sugli ostaggi, che includeva “una cessazione completa delle ostilità, il ritiro da Gaza e il rilascio dei prigionieri palestinesi in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi”, stava aumentando: dal 70% che si dichiarava favorevole a gennaio al 73% il mese successivo. Sempre a febbraio il sondaggio dell’INSS ha rilevato che solo un quarto (24%) degli israeliani aveva auspicato “un ritorno ai combattimenti intensivi” tra le tre opzioni offerte dal sondaggio riguardo al prossimo passo di Israele a Gaza. Il risultato è stato appena più alto tra gli ebrei: solo il 28% ha scelto l’opzione di tornare a combattere.

Un governo che sostiene con tanta forza che i suoi cittadini devono combattere una guerra senza fine non sarà contento di scoprire che la maggioranza degli israeliani, il 42%, preferisce invece che Israele si concentri sul “porre fine alla guerra a Gaza e stipulare accordi diplomatici”. Anche tra la popolazione ebraica una risicata maggioranza di un terzo ha preferito porre fine alla guerra. Queste opzioni sono diverse dalla domanda dell’Israel Democracy Institute, che chiedeva di rispondere a un’unica opzione, compreso il rilascio degli ostaggi, ma la tendenza dipinge un quadro di riluttanza a riprendere a combattere. Di sicuro, la sinistra non sarà incoraggiata nell’apprendere che nel sondaggio dell’INSS circa un quarto degli israeliani, tra cui il 31% degli ebrei, ha scelto la terza opzione: “creare le condizioni per incoraggiare la migrazione dei palestinesi da Gaza”. Ma questo è il tipico livello di sostegno a quasi tutto ciò che questo governo dice o fa del suo zoccolo duro.

Per il resto degli israeliani, per quelli che, quasi la metà, che non credono che Israele possa raggiungere i suoi obiettivi di guerra, per il 60% che vuole le dimissioni di Netanyahu, per il 73% che preferisce la fine completa della guerra e il ritiro da Gaza, c’è ancora qualche motivazione per combattere?

Già a metà del 2024 l’IDF ha sperimentato un calo dei tassi di risposta alle chiamate dei riservisti. Al momento del cessate il fuoco, a gennaio, il problema era ancora più diffuso e si è protratto fino a marzo. Questo mese Haaretz ha riferito che “solo circa la metà dei riservisti si è presentata di recente a molte unità dell’esercito”.

Da allora la maggior parte degli israeliani sta sperimentando il crollo della fiducia nelle decisioni della leadership politica; l’accampamento di Tel Aviv per un accordo di rilascio immediato degli ostaggi si è diffuso e ha stretto d’assedio la zona del Ministero della Difesa insieme a proteste per gli ostaggi più arrabbiate e frequenti; dal 2023 i dimostranti per la democrazia chiedono di scendere di nuovo in piazza ad ogni nuovo tentativo del governo di sbarazzarsi di professionisti e figure di garanzia come il capo dello Shin Bet o il procuratore generale. Forse tutto questo svanirà se la guerra ricomincerà a ruggire, ma per quanto tempo potranno essere repressi tanto dolore e dissenso? Finora gli israeliani non sono riusciti a rovesciare il governo attraverso l’opposizione pubblica, in piazza. Le prossime elezioni sono lontane, una completa incognita (con tante scuse). Ma una di queste pagliuzze potrebbe alla fine rompere la macchina da guerra. Lo si può solo sperare.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir rientra nel governo Netanyahu dato che è cominciato a bombardare Gaza

Redazione di MEMO

18 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che in una dichiarazione congiunta dei partiti si afferma che l’ex ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che aveva lasciato il governo in disaccordo sul cessate il fuoco a Gaza, sta rientrando nella coalizione dopo che Israele ha ripreso gli attacchi contro l’enclave.

Il ritorno di Ben-Gvir rafforzerà il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che era stato lasciato con una maggioranza parlamentare molto risicata in seguito al suo abbandono a gennaio.

Ben-Gvir e altri ministri dal suo partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico, dell’estrema destra religiosa dei coloni, ndt.] avevano presentato a Netanyahu la lettera di dimissioni il 19 gennaio, quando è entrato in vigore l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza.

Da questo momento in avanti il partito Otzma Yehudit non è più membro della coalizione,” aveva scritto all’epoca il partito in una dichiarazione.

Aveva attribuito le dimissioni alla decisione del governo di approvare l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza e la liberazione di centinaia di palestinesi dalle carceri israeliane, un’iniziativa a cui si era opposto con forza.

Il ministro della Sanità di Gaza ha affermato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi questa mattina in un’ondata di brutali attacchi israeliani in tutta la Striscia di Gaza. Ci si aspetta che il numero cresca dato che molti sono in condizioni critiche o ancora sotto le macerie degli edifici bombardati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)