Le dichiarazioni di condanna non fermeranno il genocidio a Gaza

Belén Fernández

Giornalista di Al Jazeera

18 marzo 2025 – Al Jazeera

Mentre Israele ricomincia il genocidio totale a Gaza, tutto ciò di cui è capace la comunità internazionale sono deboli obiezioni

Era solo questione di tempo prima che Israele decidesse di annullare definitivamente l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e riprendesse il totale genocidio nella Striscia di Gaza. Da un giorno all’altro l’esercito israeliano ha scatenato un’ondata di attacchi che finora hanno ucciso almeno 404 palestinesi e feriti 562.

Questi numeri indubbiamente aumenteranno, in quanto altri corpi vengono estratti da sotto le macerie e Israele continua ciò che il Primo Ministro maltese Robert Abela ha denunciato come un “barbaro” assalto all’enclave palestinese.

Ma la barbarie, dopo tutto, è ciò che Israele sa fare meglio. E purtroppo non c’è in vista alcuna fine del comportamento barbaro – soprattutto quando il massimo che la comunità internazionale è capace di fare sono fiacche dichiarazioni di condanna.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, per esempio, ha dichiarato che gli attacchi israeliani “aggiungeranno tragedia a tragedia” e che “il ricorso di Israele ad ancor maggiore forza militare non farà che accrescere ulteriormente la sofferenza di una popolazione palestinese che già soffre di condizioni catastrofiche.”

Il Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store ha convenuto che l’attacco israeliano costituisce “una grande tragedia” per la popolazione di Gaza, gran parte della quale “vive in tende e tra le rovine di ciò che è stato distrutto.”

Da parte sua il Ministro degli Esteri olandese Caspar Veldkamp ha usato la piattaforma X per affermare che “gli aiuti umanitari devono raggiungere chi ne ha bisogno e che tutte le ostilità devono cessare in modo permanente.” La Svizzera ha auspicato “una immediata ripresa del cessate il fuoco”.

Gli Stati Uniti ovviamente non hanno sentito il bisogno di condannare i rinnovati attacchi israeliani a Gaza – una reazione che non sorprende da parte del Paese che sin dall’inizio ha appoggiato e incoraggiato il genocidio, prima sotto l’amministrazione di Joe Biden e ora sotto quella di Donald Trump.

In un’intervista a Fox News l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che gli USA sono stati consultati da Israele circa l’ultimo attacco, aggiungendo che Trump “ha messo in chiaro” che Hamas e “tutti coloro che cercano di terrorizzare non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti d’America avranno un prezzo da pagare”. Parafrasando una precedente minaccia rivolta da Trump a Hamas, Leavitt ha avvertito che “si scatenerà l’inferno”.

Eppure, secondo tutti gli standard obbiettivi, l’inferno si è già decisamente scatenato nella Striscia di Gaza. Con il solido appoggio USA l’esercito israeliano ha ufficialmente massacrato 48.577 palestinesi tra ottobre 2023 e gennaio 2025, quando è entrato in vigore un esile cessate il fuoco tra Israele e Hamas. A febbraio l’ufficio comunicazioni del governo di Gaza ha aggiornato il totale dei morti a circa 62.000 tenendo conto delle migliaia di palestinesi scomparsi che si presume siano morti sotto le onnipresenti macerie.

E mentre Gaza, con l’attuazione dell’accordo di tregua, ha apparentemente ottenuto una sospensione degli incessanti bombardamenti israeliani, l’esercito israeliano ha continuato ad uccidere palestinesi e di conseguenza a violare in altro modo l’accordo. Dopo tutto una cessazione delle ostilità non ha mai costituito un modus operandi di Israele.

Quando a inizio marzo Israele ha bloccato tutte le consegne di aiuti umanitari alla Striscia di Gaza – una mossa che configura la carestia forzata e un ovvio crimine di guerra – gli USA come previsto hanno accusato Hamas del blocco degli aiuti invece del soggetto che in realtà lo stava attuando. L’Unione Europea ne ha seguito l’esempio condannando Hamas per il suo presunto “rifiuto…di accettare l’estensione della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.”

Dato che Israele aveva improvvisamente modificato i termini dell’accordo, non si trattava in realtà di “rifiuto” da parte di Hamas, ma piuttosto di una modifica unilaterale delle regole del gioco da parte di Israele – come ha sempre fatto. In un secondo tempo l’UE ha detto che “la decisione di Israele di bloccare l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari a Gaza potrebbe potenzialmente provocare conseguenze umanitarie”.

Ma in ogni caso la colpa è di Hamas.

Ora, mentre le condanne della rinnovata barbarie di Israele arrivano alla spicciolata, non è difficile capire perché Israele potrebbe considerare le obiezioni internazionali poco più che simboliche. Alla fin fine le superficiali ramanzine e gli appelli per la fine della “tragedia” a Gaza non fanno niente per impedire ad Israele di avere mano libera nell’iniziare e terminare il genocidio come gli pare.

Molti bambini sono tra le vittime odierne del terrore israeliano e Israele ha proceduto ad emettere nuovi ordini di spostamenti forzati per vari settori della Striscia di Gaza. Il Ministero della Sanità di Gaza ha lanciato un appello urgente per donazioni di sangue. Nel complesso quindi sembra che una prosecuzione del cessate il fuoco sia stata decisamente esclusa.

E c’è un ulteriore vantaggio per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che attualmente è sotto processo per non meno di tre casi di corruzione che includono frode, concussione e abuso di fiducia. Come riportato oggi dal ‘Times of Israel’, la programmata testimonianza di Netanyahu adesso “è stata annullata per quella data nel contesto della sconvolgente offensiva su Gaza”.

Secondo il primo ministro i pubblici ministeri hanno approvato l’annullamento per consentire al governo di tenere una “consultazione urgente di sicurezza” sulle rinnovate operazioni a Gaza.

E mentre una barbara tragedia si dispiega ancora una volta nella Striscia di Gaza, il rifiuto internazionale di porvi fine è di per sé una barbara tragedia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Sono stato uno scudo umano”: cosa hanno fatto i soldati israeliani a un padre di Gaza

Maram Humaid

16 Mar 2025 – Aljazeera

Yousef al-Masri ha trascorso diversi terribili giorni costretto a ispezionare stanze per soldati israeliani pesantemente armati.

Gaza City – Il 19 ottobre centinaia di palestinesi sfollati nella scuola Hamad di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, hanno sentito ciò di cui tutti nell’enclave palestinese hanno terrore.

“All’alba abbiamo sentito i carri armati [israeliani] circondare la scuola, e i droni sopra di noi hanno iniziato a ordinare a tutti di uscire”, ricorda Amal al-Masri, 30 anni, che quando sono arrivati i carri armati aveva partorito la sua figlia più piccola così di recente da non averle ancora dato un nome.

La gente era già tesa in seguito a bombardamenti ed esplosioni nel corso della notte: gli adulti erano troppo spaventati per dormire, i bambini piangevano per la paura e la confusione.

“Gli edifici intorno a noi venivano bombardati”, dice Amal, che viveva in un’aula scolastica al piano terra con suo marito Yousef, 36 anni, i loro cinque bambini piccoli Tala, Honda, Assad e Omar, tutti di età compresa tra i 4 e gli 11 anni, e il padre di Yousef, Jamil, 62 anni.

Amal stava cullando la neonata mentre Yousef teneva in braccio due dei loro figli più piccoli. Insieme, gli adulti si erano messi a pregare.

Ora era l’alba e una voce maschile registrata che parlava in arabo risuonava attraverso gli altoparlanti di un quadricottero che sorvolava la scuola ordinando a tutti di uscire con i documenti di identità e le mani alzate.

Il quadricottero ha sparato contro gli edifici e ha sganciato bombe sonore, mandando le persone nel panico mentre correvano a raccogliere tutto quello che potevano. Alcune fuggivano a mani vuote.

Yousef, Amal e i bambini sono stati tra i primi a raggiungere il cortile della scuola: Yousef e i quattro bambini tenevano in alto i documenti d’identità e le mani, mentre Amal aveva in braccio il piccolo.

Nel caos Yousef ha perso di vista suo padre.

“I quadricotteri hanno dato degli ordini: ‘Uomini al cancello della scuola, donne e bambini nel cortile’,” ricorda Amal.

La fossa

“Al cancello della scuola c’erano dei soldati con dei carri armati alle spalle mentre altri circondavano il posto”, dice Yousef.

Lui e altri maschi di età superiore ai 14 anni, tra cui alcuni conosciuti provenienti dalle scuole vicine, hanno ricevuto l’ordine dai soldati israeliani di radunarsi al cancello principale in gruppi, mettersi in fila e avvicinarsi a un passaggio per l’ispezione con una telecamera, noto come “al-Halaba” [termine arabo che significa “l’arena” o “il ring”, si riferisce a una modalità di controllo ndt.] 

Tutti erano costretti ad avvicinarsi a un tavolo con sopra una telecamera, uno alla volta”, spiega Yousef, che ritiene che la telecamera utilizzasse la tecnologia di riconoscimento facciale.

Racconta che dopo essere stati registrati dalla telecamera sono stati mandati in una fossa scavata dai bulldozer israeliani.

Nelle ore successive alcuni di loro sono stati rilasciati, altri sono stati mandati in un’altra fossa, mentre altri ancora sono stati sottoposti ad interrogatorio.

Quanto a Yousef, è rimasto per tutto il giorno inginocchiato con le mani dietro la schiena insieme a circa altri 100 uomini in una fossa vicino alla scuola.

“I soldati sparavano, lanciavano bombe sonore, picchiavano alcuni uomini, ne torturavano altri”, afferma. Per tutto il tempo ha temuto per la sua famiglia.

“Ero profondamente preoccupato per mia moglie e i miei figli. Non sapevo nulla di loro”, racconta Yousef. “Mia moglie aveva partorito una settimana prima e non sarebbe stata in grado di camminare con i bambini. Senza nessuno ad aiutarli, avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere loro”.

Quando è scesa la sera nella fossa erano rimasti solo circa sette uomini.

Yousef era affamato, stanco e preoccupato, poi un soldato lo ha indicato. “Ha scelto a caso me e altri due uomini; non capivamo perché“, riferisce ad Al Jazeera.

“I soldati ci hanno portato in un appartamento all’interno di un edificio vicino”, dice, aggiungendo di ritenere che si trovassero nelle vicinanze della rotonda Sheikh Zayed.

Agli uomini era proibito parlare tra loro, ma Yousef li aveva riconosciuti: un 58enne e un ventenne rifugiati in scuole vicino a Hamad. Per tutto il tempo, dice, il rumore degli attacchi e dei bombardamenti risuonava intorno a loro.

“Un soldato ci ha detto che li avremmo aiutati in alcune missioni e che dopo saremmo stati rilasciati, ma avevo paura che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro”, racconta Yousef.

Usato come scudo”

Ad un certo punto della notte Yousef e i suoi compagni di prigionia, esausti, si sono appisolati, per poi essere svegliati di soprassalto dai soldati e spinti fuori dall’appartamento, in strada.

Si è presto reso conto che i soldati camminavano dietro di lui utilizzandolo come scudo.

“La consapevolezza di essere usato come scudo umano è stata terribile”.

Raggiunta una scuola che era stata svuotata dai soldati israeliani, gli è stato ordinato di aprire le porte e di entrare in ogni classe per controllare se ci fossero combattenti nascosti.

I soldati, armati pesantemente, sarebbero entrati solo dopo il suo “via libera”.

La giornata è continuata in questo modo, con l’impiego di Yousef per “ispezionareuna stanza dopo l’altra, dopodiché i soldati davano fuoco agli edifici.

Per tutto il tempo Yousef ha temuto che un quadrirotore gli sparasse o che un cecchino israeliano lo scambiasse per una minaccia e ucciso.

Una volta completate le perquisizioni della giornata è stato riportato all’appartamento con gli altri due uomini e gli è stato dato il secondo pasto della giornata, un pezzo di pane e un po’ d’acqua, proprio come la mattina.

Il quarto giorno Yousef e l’uomo di 58 anni hanno ricevuto l’ordine di recarsi in una scuola vicina e all’ospedale Kamal Adwan per consegnare alle persone lì rifugiate volantini con l’obbligo di evacuazione.

Gli è stata data un’ora di tempo con l’avvertimento che un quadricottero sarebbe volato sopra la loro testa. Mentre consegnavano i volantini alle persone, i quadricotteri intimavano l’evacuazione tramite altoparlanti.

La fuga

Yousef ha deciso che quel giorno avrebbe provato a scappare nascondendosi nel cortile dell’ospedale.

“Avevo paura di tornare indietro”, spiega. “Volevo scappare e scoprire se la mia famiglia era al sicuro, perché avevo sentito i soldati ordinare alle donne e ai bambini di dirigersi a sud, verso Khan Younis”.

Ha deciso di mettersi in fila insieme agli uomini costretti a evacuare, aspettando con ansia mentre il tempo scorreva. I soldati avevano detto loro che sarebbero dovuti stare via solo per un’ora, e ne erano passate parecchie.

La fila di uomini avanzava. “Pregavo che non mi riconoscessero”, dice Yousef.

Poi un soldato seduto in cima a un carro armato gli ha sparato alla gamba sinistra.

“Sono caduto a terra. Gli uomini intorno hanno cercato di aiutarmi ma i soldati hanno urlato loro di lasciarmi”, ricorda Yousef.

“Mi sono aggrappato a uno degli uomini, poi un soldato mi ha detto, rimproverandomi: ‘Dai, alzati, appoggiati a quest’uomo e dirigiti verso via Salah al-Din'”.

Nonostante il dolore mentre se ne andava zoppicando, Yousef non riusciva a credere che il soldato non lo avesse ucciso. “Mi aspettavo di essere ammazzato da un momento all’altro”, afferma.

Un po’ più avanti è stato portato da un’ambulanza palestinese all’ospedale arabo al-Ahli per le cure.

Il ricongiungimento

Amal, che aveva portato i bambini alla New Gaza School di al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza City, un giorno ha saputo che Yousef si trovava all’ospedale di al-Ahli.

Si è precipitata lì, rincuorata dopo aver sofferto per giorni a causa di racconti contrastanti, poiché alcune persone dicevano di averlo visto prigioniero, mentre altre di averlo visto altrove.

Era appena arrivata ad al-Nasr, racconta ad Al Jazeera al telefono.

Dice che il giorno in cui la famiglia è stata divisa le donne e i bambini sono stati tenuti nel cortile della scuola per ore.

“I miei figli erano terrorizzati. Molti bambini piangevano. Alcuni chiedevano cibo e acqua. Le madri imploravano i soldati di darglieli ma loro ci urlavano contro e si rifiutavano”.

Nel pomeriggio i soldati israeliani hanno spostato le donne e i bambini verso un posto di blocco munito di una telecamera.

“Ci hanno detto di uscire cinque alla volta”, dice Amal, raccontando come la figlia undicenne Tala sia stata trattenuta e si sia riunita al gruppo dopo di lei.

“Ha iniziato a piangere e a chiamare, ‘Mamma, per favore non lasciarmi’,” racconta Amal con la voce tremante.

Alla fine è stato detto loro di camminare verso sud lungo via Salah al-Din.

“I carri armati che circondavano la scuola erano imponenti. Ho pensato tra me e me: ‘Dio! È arrivata un’intera brigata di carri armati per questi civili indifesi.’

“Il mio corpo era esausto: avevo partorito solo una settimana prima e riuscivo a malapena a portare in braccio la mia bambina, figuriamoci i pochi oggetti che avevamo“.

Mentre i carri armati rombavano intorno a loro sollevavano ondate di polvere e sabbia. “Con tutta quella polvere ho inciampato e la mia bambina è caduta a terra dalle mie braccia”, ricorda Amal, raccontando di come abbia urlato e di come i bambini più grandi abbiano pianto quando la piccola è caduta.

Alla fine ha lasciato tutte le sue cose sulla strada; era troppo stanca per continuare a trasportarle. Doveva condurre i suoi figli in un posto sicuro.

“Mio figlio di quattro anni non smetteva di piangere: ‘Sono stanco, non ce la faccio’. Non avevamo cibo né acqua, niente”.

All’inizio della serata ha raggiunto la New Gaza School con altri sfollati dal nord.

Amal, Yousef e i loro figli sono ora insieme in un’aula della scuola.

Yousef ha trascorso due giorni in ospedale e dopo 13 punti di sutura cammina con cautela zoppicando.

Il padre di Yousef, Jamil, è scomparso dal giorno in cui i soldati sono arrivati ​​alla Hamad School. Ha sentito da alcune persone che sarebbe stato fatto prigioniero, ma lui non lo sa.

La loro neonata, che non aveva ancora un nome quando sono stati costretti a lasciare la parte settentrionale di Gaza, è stata chiamata Sumoud, “fermezza”, un simbolo del loro rifiuto di andarsene.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rafforzando l’“internazionale dell’estrema destra”, il Likud si unisce ai Patrioti per l’Europa

Farid Hafez

15 marzo 2025 – Middle East Eye

Gli appelli di personalità dell’estrema destra a ‘ripulire’ l’Europa e a commettere una ‘Srebrenica 2.0’ ora sono simbolicamente rafforzati dallo scenario della guerra di Israele contro Gaza.

Negli anni ’90, sulla base del loro antisemitismo, i partiti politici europei post-fascisti e post-nazisti rifiutarono esplicitamente Israele.

Considerandolo in generale come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si mobilitarono contro gli USA in quanto guida dell’ordine mondiale liberale.

Allo stesso modo Israele ha respinto i leader dell’estrema destra. Si prenda in considerazione Jorg Haider, uno dei primi dirigenti europei di estrema destra ad avere successo, a cui fu vietato l’ingresso in Israele.

Da allora molte cose sono cambiate.

Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders ha abbracciato fin dall’inizio la causa di Israele, presentandosi come difensore della vita ebraica in Olanda, all’estrema destra tradizionale ci è voluto molto di più per venire accettata nei circoli politici israeliani.

Alleanze mutevoli

Nel dicembre 2010 ci fu un viaggio storico, quando il Partito della Libertà austriaco (FPO), il belga Vlaams Belang, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono la cosiddetta “dichiarazione di Gerusalemme”.

Essa affermava il “diritto di Israele a difendersi” contro il terrorismo sostenendo: “Siamo all’avanguardia nella lotta per la comunità occidentale e democratica” contro la “minaccia totalitaria” del “fondamentalismo islamico”.

Accusavano l’Islam di essere il nemico comune sia dell’Europa che di Israele.

Come disse nel 2011 un attivista tedesco di estrema destra, “vi garantisco che la Notte dei Cristalli [l’attacco nazista contro ebrei e i loro beni nella Germania nazista, ndt.] tornerà. Ma questa volta cristiani ed ebrei verranno trascinati in piazza, perseguitati e uccisi da islamisti.”

Secondo questa nuova logica ebrei ed europei saranno vittime di un crescente Islam fascista. Quindi si deve stringere una nuova alleanza tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste apparenti minacce.

In quel momento solo pochi deputati di ultra-destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non venne organizzata alcuna visita ufficiale alla Knesset.

La delegazione di estrema destra visitò delle colonie e mise di fatto in dubbio i diritti dei palestinesi sulla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria, la denominazione israeliana della Cisgiordania occupata. Ciò rappresentò un passaggio ideologico dalla negazione del diritto di Israele ad esistere a quello della Palestina ad esistere.

Un blocco di estrema destra

Quindici anni dopo l’estrema ha fatto ulteriori passi per normalizzare i suoi rapporti con le forze israeliane. Vari partiti di estrema destra sono arrivati al potere e hanno ottenuto un significativo appoggio elettorale nei propri Paesi e alle elezioni del parlamento europeo del giugno 2024 sono diventati il terzo gruppo per numero di parlamentari, formando i Patrioti per l’Europa (PfE).

Guidati da Jordan Bardella del Rassemblement National [Unità Nazionale] francese, questo blocco include importanti forze politiche come il Fidesz del primo ministro ungherese Victor Orban, la Lega del vice primo ministro italiano Matteo Salvini, il Partito della Libertà di Wilders, l’austriaco FPO e altri.

Anche se alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternative für Deutchland [Alternativa per la Germania] (AfD) sono rimasti in altri gruppi politici conservatori, i PfE si sono in seguito uniti ad altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo.

Anche l’AfD potrebbe aggiungersi.

Nel febbraio 2025 nientemeno che il partito di governo israeliano, il Likud guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, è entrato a far parte dei PfE come membro osservatore.

Data la focalizzazione dell’estrema destra su politiche anti-immigrazione, che prendono principalmente di mira i musulmani, questa alleanza non è affatto sorprendente.

Accogliendo un partito politico il cui segretario è accusato di genocidio dopo una guerra brutale che ha distrutto la Striscia di Gaza espellendo più di un milione di persone e uccidendone decine di migliaia, il PfE ha mandato una serie di messaggi.

Esso non ha dimostrato solo la propria prevedibile indifferenza per i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu, ma ha anche comunicato al suo elettorato che le azioni genocide del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie di estrema destra riguardo a una guerra difensiva genocida per “far tornare di nuovo bianca l’Europa”.

Una nuova era

Vedendo i musulmani come la principale minaccia nella sua teoria cospirativa della “Grande Sostituzione” [della popolazione europea bianca e cristiana con immigrati musulmani, ndt.], il genocidio può essere visto semplicemente come l’ultima linea difensiva, un’idea già messa in pratica da estremisti di destra come Anders Breivik, che uccise 77 persone nel 2011 [in Norvegia].

Gli appelli di membri dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a commettere una “Srebrenica 2.0” [massacro di musulmani ad opera dei serbi in Bosnia nel 1995, ndt.] sono ora simbolicamente rafforzati dal contesto della guerra israeliana contro Gaza portata avanti dal leader di un partito che adesso detiene lo status di osservatore nei PfE.

È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani cui i PfE aspirano quando imitano il discorso del presidente USA adottando lo slogan “Rendere l’Europa di nuovo grande”.

Con crescenti indizi di un ordine mondiale illiberale che emergono sotto l’attuale amministrazione USA, essi sembrano sentirsi sempre più ringalluzziti.

Quando il direttore del DOGE [Dipartimento per l’Efficienza Governativa] Elon Musk esibisce saluti nazisti e lamenta che ci sia “troppa attenzione su colpe del passato” (cioè sull’Olocausto) rivolgendosi a membri dell’estrema destra dell’AfD, non sorprende che sia stato opportunamente dimenticato il palese antisemitismo di Orban, fondamentale per il suo successo elettorale.

In Europa l’estrema destra, ringalluzzita dalle sue controparti negli Usa e in Israele, sta entrando in una nuova era.

Farid Hafez è Distinguished Visiting Professor [professore ospite illustre] di Studi Internazionali presso il Williams College [prestigiosa università statunitense, ndt.] e ricercatore senior non residente della Bridge Initiative [progetto sull’islamofobia, ndt.] all’università di Georgetown [una delle principali istituzioni accademiche degli USA, con sede a Washington, ndt.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Stati Uniti e Israele cercano di trasferire i palestinesi di Gaza in Somalia, Somaliland e Sudan: i particolari

Rina Bassist

14 marzo 2025 – Al Monitor

Secondo quanto riportato dall’Associated Press funzionari israeliani e statunitensi hanno preso contatti con Sudan, Somalia e Somaliland per un possibile reinsediamento dei gazawi in questi paesi.

In seguito alla proposta avanzata a febbraio dal presidente Donald Trump di trasferire gli abitanti di Gaza altrove per un periodo imprecisato, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato Sudan, Somalia e Somaliland per verificare la possibilità di reinsediarvi i palestinesi sfollati di Gaza.

I fatti

Venerdì l’Associated Press ha riferito che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero confermato che tali richieste erano state avanzate ai tre Paesi africani. Secondo i funzionari statunitensi non è chiaro quanto siano progrediti questi colloqui ed essi hanno sottolineato che Israele sta guidando le discussioni. Il rapporto cita anche fonti sudanesi che affermano di aver rifiutato tali offerte, mentre fonti in Somalia e Somaliland hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna discussione in merito.

“Contatti separati da parte degli Stati Uniti e di Israele con le tre potenziali destinazioni sono iniziati lo scorso mese, pochi giorni dopo che Trump ha avanzato il piano per Gaza insieme a Netanyahu”, si legge nel rapporto.

I funzionari della Casa Bianca non si sono resi immediatamente disponibili per un commento. Al-Monitor ha anche contattato il Ministero degli Esteri israeliano per un commento.

Il contesto

Trump ha proposto per la prima volta il reinsediamento degli oltre 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza durante il suo incontro del 4 febbraio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Ha sostenuto che la Striscia di Gaza è diventata inabitabile e ha suggerito di trasferire tutti i gazawi in altri Paesi. Ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza e l’avrebbero ricostruita.

“Sarà nostra”, ha detto Trump. “Prenderemo il controllo di quella zona, la svilupperemo e creeremo migliaia e migliaia di posti di lavoro, e sarà qualcosa di cui tutto il Medio Oriente potrà essere orgoglioso”. Ha anche affermato che i palestinesi trasferiti in una nuova terra “starebbero molto meglio che a Gaza, che ha attraversato decenni e decenni di morte” e che “saranno reinsediati in aree dove potranno vivere una bellissima vita”. Successivamente Trump ha dichiarato di aver discusso il piano con i leader di Giordania ed Egitto, secondo lui potenziali destinazioni dei gazawi sfollati.

Il piano di Trump ha suscitato un’ampia reazione negativa nel mondo arabo e in Europa. Sebbene abbia aggiunto che i gazawi non saranno costretti a lasciare la Striscia, non ha ritirato la sua proposta. Al contrario, le fazioni di estrema destra israeliane hanno abbracciato l’idea di un trasferimento di massa dei palestinesi, con Netanyahu che l’ha definita una “visione audace”.

Per saperne di più

Le relazioni che Stati Uniti e Israele mantengono con i tre Paesi africani in questione sono complesse.

Il Sudan è uno dei quattro Paesi – insieme agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrain e al Marocco – che hanno inizialmente firmato gli Accordi di Abramo del 2020 per normalizzare i rapporti con Israele. Come parte dell’accordo, Washington ha rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. In effetti, mesi prima della firma degli accordi, Netanyahu ha incontrato in Uganda il leader del Consiglio Sovrano Sudanese [organo di governo sciolto da un golpe nel 2021, ndt.], Abdel Fattah al-Burhan. Nel corso degli anni le informazioni hanno suggerito che Israele abbia fornito supporto militare al regime di Burhan. Intanto dal 2023 il Sudan è stato travolto da una guerra civile. Giovedì l’UNICEF ha avvertito che il Sudan “è ora la più grande e devastante crisi umanitaria al mondo”, affermando che dopo due anni di guerra “oltre 30 milioni di persone – più della metà delle quali bambini – vivono nella morsa di atrocità di massa, carestia e malattie mortali”.

Nell’ultimo decennio gli Stati Uniti hanno collaborato con la Somalia per combattere il gruppo jihadista al-Shabaab nel sud del paese. Washington è il principale fornitore di armi della Somalia. Con una popolazione stimata di 18 milioni di persone distribuite su 640.000 km2, la Somalia rimane una delle nazioni più povere del continente. Un rapporto del 2023 del Times of Israel ha indicato che il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha cercato di normalizzare le relazioni con la Somalia nonostante il sostegno di lunga data di Mogadiscio alla causa palestinese. I due Paesi attualmente non hanno relazioni diplomatiche.

Il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente, rappresenta un caso diverso, poiché non è riconosciuto a livello internazionale come Stato sovrano. La Somalia considera il Somaliland parte del suo territorio. Posizionato sul Golfo di Aden vicino allo strategico stretto di Bab al-Mandab, il Somaliland attira da anni l’interesse israeliano. Nel 2024 il Middle East Monitor ha riferito che Israele avrebbe cercato di stabilirvi una base militare in cambio del riconoscimento della sua indipendenza, anche se i funzionari israeliani non hanno confermato la notizia.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




“Più di quanto un essere umano possa sopportare”: l’uso sistematico di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di abusi di genere dal 7 ottobre 2023

Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e su Israele

13 marzo 2025 – Human Rights Council

Sintesi

La Commissione d’Inchiesta Internazionale Indipendente sui Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme est, e su Israele presenta questo resoconto del convegno presso il Consiglio per i Diritti Umani sull’uso sistematico di violenza sessuale, riproduttiva e di altre forme di abusi di genere da parte delle Forze di Sicurezza Israeliane dal 7 ottobre 2023.

Nel documento la Commissione esamina la distruzione generalizzata di Gaza da parte di Israele e la violenza sproporzionata contro donne e minori a causa dei metodi di guerra israeliani, compreso il fatto di aver preso di mira edifici residenziali e l’uso indiscriminato di potenti esplosivi in zone densamente abitate. Descrive l’annientamento dei palestinesi attraverso la violenza riproduttiva e i danni derivanti dai deliberati attacchi delle Forze di Sicurezza Israeliane [FSI] contro strutture sanitarie per la salute sessuale e riproduttiva e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza.

La Commissione esamina anche il netto incremento di violenze sessuali e di genere perpetrate in rete e in presenza da membri delle Forze di Sicurezza Israeliane e da coloni nei Territori Palestinesi Occupati, compresi stupri e altre forme di violenza sessuale. Indaga anche come la violenza sessuale e di genere abbia assunto forme diverse quando perpetrata contro maschi e femmine della comunità palestinese per dominare, opprimere e distruggere nella sua totalità o in parte il popolo palestinese.

Conclusioni

Le operazioni militari a Gaza hanno avuto un impatto sproporzionato su donne e ragazze palestinesi, che continuano a essere le più colpite e a pagare il prezzo delle decisioni prese da quelli che sono al potere, essendo peraltro escluse dal processo decisionale e dal potere militare e politico. La Commissione nota a questo proposito l’alto e crescente numero e proporzione su una scala senza precedenti di vittime femminili a Gaza e i danni specificamente legati al genere riguardanti una vasta gamma di violazioni e crimini che hanno provocato specifiche e gravi sofferenze fisiche e psicologiche a donne e ragazze.

Israele ha preso di mira direttamente donne e ragazze, azioni che costituiscono il crimine contro l’umanità di omicidio e il crimine di guerra di assassinio premeditato. Donne e ragazze sono morte anche in seguito a complicanze legate alla gravidanza e al parto a causa delle condizioni imposte dalle autorità israeliane che hanno influito sull’accesso alle cure riproduttive, atti che rappresentano il crimine contro l’umanità di sterminio.

In aggiunta all’impatto sproporzionato su donne e ragazze in seguito agli attacchi intenzionalmente diretti contro civili e obiettivi civili, danni specificamente legati al genere sono stati subiti come conseguenza della mancanza di cibo come metodo di guerra, del trasferimento forzato, dello sterminio e della punizione collettiva.

L’uso della mancanza di cibo come metodo di guerra, la negazione di assistenza umanitaria e la politica coordinata per distruggere il sistema sanitario di Gaza da parte di Israele, insieme alla mancanza di acqua e di accesso alle strutture sanitarie, hanno provocato gravi danni riproduttivi a donne e ragazze, impattando su ogni aspetto della riproduzione, compresi gravidanze, parti, convalescenze post-parto e allattamento. Altri danni riproduttivi includono condizioni che portano all’impossibilità di gestire in modo igienico e dignitoso emorragie post-parto e mestruazioni.

In quanto principali accudenti, le donne hanno sofferto danni specifici di genere in seguito a molteplici spostamenti, morte di figli, separazione di famiglie e cure a familiari malati o feriti. Discriminazioni strutturali preesistenti hanno anche esacerbato comportamenti di controllo da parte di membri maschi della famiglia e hanno avuto un impatto sulla libertà e la possibilità di agire di donne e ragazze.

Strutture sanitarie per la salute sessuale e riproduttiva, comprese cliniche ostetriche e reparti maternità degli ospedali e la principale clinica per l’inseminazione in vitro, sono state sistematicamente distrutte in tutta Gaza. Le autorità israeliane hanno deliberatamente distrutto questi servizi sanitari rendendoli non funzionanti, imponendo nel contempo un assedio e impedendo l’assistenza sanitaria su vasta scala, inclusi farmaci e forniture essenziali per garantire gravidanze, parti e cure neonatali sicuri. Le autorità israeliane hanno messo in atto la sistematica negazione di permessi perché i malati potessero uscire da Gaza e cercare cure altrove, anche a pazienti con tumori ginecologici. La Commissione ritiene che a Gaza le autorità israeliane abbiano distrutto in parte le possibilità riproduttive dei palestinesi come comunità, anche imponendo misure intese a impedire la natalità, una delle tipologie di azioni genocidarie in base allo Statuto di Roma e alla Convenzione sul Genocidio.

A Gaza i danni per le donne incinte, in allattamento e per le puerpere sono a un livello senza precedenti. Oltretutto la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva ha provocato a donne e ragazze sofferenze e danni sia fisici che mentali immediati che avranno effetti irreversibili a lungo termine sulla salute mentale e sulle prospettive concrete di fertilità e riproduzione dei palestinesi di Gaza come comunità. Le azioni con questi fini rappresentano crimini contro l’umanità e l’imposizione di condizioni di vita pianificate per provocare la distruzione fisica dei palestinesi come collettivo, una delle tipologie di atti genocidari in base allo Statuto di Roma e alla Convenzione sul Genocidio.

Dal 7 ottobre Israele ha sistematicamente utilizzato violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere. La Commissione conclude che dal 7 ottobre 2023 c’è stato un notevole incremento dei crimini sessuali e di genere perpetrati contro i palestinesi da membri delle FSI, intesi a vendicarsi e punire collettivamente i palestinesi per gli attacchi effettuati dall’ala militare di Hamas e da altri gruppi armati palestinesi nel sud di Israele il 7 ottobre.

Uomini e ragazzi palestinesi sono stati sottoposti a specifiche azioni persecutorie intese a punirli collettivamente. Il modo in cui questi atti spesso sessuali sono stati commessi, anche filmati, fotografati e diffusi in rete, insieme a casi simili documentati in diversi luoghi, dimostrano che il denudamento e la nudità forzati in pubblico, così come torture e maltrattamenti a carattere sessuale sono parte delle aggressioni persecutorie contro uomini e ragazzi commesse per punirli, umiliarli e intimidirli fino a soggiogarli.

La carcerazione da parte di Israele è caratterizzata da abusi molto diffusi e sistematici e da violenze sessuali e di genere. Queste pratiche sono notevolmente aumentate per gravità e frequenza dal 7 ottobre 2023, in seguito a ordini e dichiarazioni del ministro della Sicurezza Nazionale Ben Gvir, responsabile del sistema carcerario. I maltrattamenti contro i detenuti palestinesi da parte delle autorità israeliane sono il risultato di una politica intenzionale che utilizza violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere per umiliare e degradare i palestinesi in stato di detenzione. Ciò è stato osservato in varie strutture, in luoghi di detenzione temporanea, durante gli interrogatori e i trasferimenti.

La frequenza, intensità e gravità dei crimini sessuali e di genere perpetrati nei Territori Palestinesi Occupati porta la Commissione alla conclusione che questo tipo di violenze viene sempre più spesso utilizzato come metodo di guerra da Israele per destabilizzare, dominare, opprimere e distruggere il popolo palestinese. La Commissione ha documentato uno schema di violenza sessuale, anche con casi di stupro e altre forme di violenza sessuale, tortura e altre azioni disumane che rappresentano crimini di guerra e contro l’umanità.

Forme specifiche di violenza sessuale e di genere come denudamento e nudità forzati in pubblico, maltrattamenti sessuali, comprese minacce di stupro, così come aggressioni sessuali, sono di fatto parte delle procedure operative standard delle FSI verso i palestinesi. La Commissione conclude che queste e altre forme di tortura sessuale, compresi stupri e violenze che prendono di mira i genitali, sono commessi sulla base di ordini espliciti o di un incoraggiamento implicito da parte dei dirigenti sia civili che militari. La Commissione ha rilevato che tutti gli incidenti documentati di violenza sessuale e di genere commessi da membri delle FSI sono rimasti impuniti. In base a queste circostanze i dirigenti civili e militari sono colpevoli di questi crimini tanto quanto i diretti responsabili.

Le risultanze della Commissione dimostrano un chiaro schema di comportamento dei membri delle FSI e dei coloni che commettono crimini di violenza sessuale e di genere intesi a instillare paura, con l’implicita intenzione di perpetuare la sottomissione dei palestinesi e cacciarli dalla loro terra. Di conseguenza la Commissione conclude che la violenza sessuale e di genere è intesa a umiliare, punire e intimidire non solo i singoli palestinesi ma anche la popolazione civile nel suo complesso, con l’obiettivo di sottomettere, distruggere ed espellere la comunità palestinese.

La violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere costituiscono un’importante componente dei maltrattamenti contro i palestinesi e, nel contesto più generale, dell’illegale occupazione e oppressione dei palestinesi come comunità. La violenza sessuale e di genere è utilizzata come strumento per accentuare ulteriormente la subordinazione del popolo occupato, mantenere il sistema israeliano di oppressione e negare ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione. La Commissione afferma che questi crimini devono essere affrontati contrastando le loro cause profonde, cioè mettendo fine il prima possibile all’occupazione illegale, smantellando le colonie ed evacuando immediatamente i coloni, garantendo il diritto al ritorno [dei profughi palestinesi, ndt.] e la restituzione di proprietà e terre, pagando indennizzi ai palestinesi le cui proprietà non possono essere restituite nonché smantellando le strutture storicamente oppressive e il sistema istituzionalizzato di discriminazione contro i palestinesi, come indicato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del luglio 2024.

Testo integrale del rapporto: https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session58/a-hrc-58-crp-6.pdf

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un ex-ministro della Difesa afferma che l’esercito israeliano ha avuto 15.000 soldati morti o feriti

12 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha affermato che 15.000 soldati sono stati uccisi o feriti dal 7 ottobre 2023 nella guerra genocida contro la Striscia di Gaza assediata.

Ya’alon ha detto al quotidiano Yedioth Ahronoth che la guerra contro la Striscia di Gaza ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i soldati dell’Israel Defence Forces (IDF) [l’esercito israeliano, ndt.]. Ha sottolineato la necessità di approvare una legge che ponga fine alle esenzioni date agli ebrei ultraortodossi dal servizio militare obbligatorio per compensare la grave mancanza di uomini nell’IDF.

Inoltre Ya’alon ha affermato che il coinvolgimento degli americani nel cessate il fuoco e nei negoziati in Qatar è stato il risultato del fatto che Israele per motivi politici non ha rispettato i suoi impegni in base all’accordo [raggiunto con Hamas]. Ha spiegato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha provato a guadagnare tempo e sostituito il gruppo professionale di negoziatori con un altro che è politicamente sottomesso a lui.

Riguardo alla nomina del nuovo capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, e alle elevate speranze che Netanyahu e il suo governo nutrono nella vittoria a Gaza, Ya’alon ha affermato che sia Netanyahu sia il ministro delle finanze Bezalel Smotritch [esponente dell’estrema destra religiosa, ndt.] hanno addossato la colpa del fallimento militare a Gaza al capo di stato maggiore uscente e che ora ripongono grandi speranze su Zamir, anche se l’esercito è destinato a implementare il volere della dirigenza politica e la vittoria in una guerra non si basa solo sul capo di stato maggiore.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Come gli attivisti stanno interrompendo la catena di fornitura di armi a Israele

Nora Barrows-Friedman
11 marzo 2025-The Electronic Intifada

Il 24 febbraio a Copenaghen, Danimarca, gli attivisti per i diritti della Palestina hanno protestato presso la sede centrale della compagnia di navigazione transnazionale Maersk per chiedere di fermare la consegna di armi a Israele.

Oggi a Copenaghen 800 persone provenienti da tutta Europa hanno bloccato la sede centrale principale della Maersk per un giorno con lo slogan C come parte del Campo CRAC [Collective Resistance and Care].

La polizia era in inferiorità numerica ma piuttosto brutale con coloro che partecipavano all’azione.

La polizia di Copenaghen ha arrestato 20 attivisti e ha represso violentemente i manifestanti usando gas lacrimogeni e manganelli.

La nota attivista ambientalista e pacifista Greta Thunberg era tra i manifestanti a Copenaghen.

La Maersk, da parte sua, ha affermato che il carico nel suo attracco di Copenaghen non conteneva “armi o munizioni”, ma piuttosto “equipaggiamento militare”, aggiungendo che “proviene dalla politica statunitense nell’ambito del programma di cooperazione per la sicurezza USA-Israele. Il carico è stato esaminato ed è conforme alle leggi in vigore”.

Ma, come spiega Jeanine Hourani del Palestinian Youth Movement [movimento giovanile palestinese] e della campagna Mask Off Maersk al podcast di The Electronic Intifada, la società “trasporta calci per fucili, pallottole [senza bossolo, n.d.t.], veicoli militari, compresi i veicoli da cui vengono lanciati i razzi, quindi trasporta tutto questo carico militare, ma non le munizioni vere e proprie. Ed è per questo che continua a negare il fatto di essere complice di favoreggiamento dei crimini di guerra”.

Gli attivisti si stanno preparando per una giornata internazionale di azione il 18 marzo in concomitanza con l’assemblea generale annuale della Maersk Corporation, durante la quale dirigenti e azionisti voteranno due risoluzioni per porre fine al trasporto di carichi militari verso Israele.

“Questo è un momento critico per noi per far sapere a Maersk che la loro complicità nei crimini di guerra non passerà inosservata”, afferma la campagna. “Ora riteniamo sia il momento di indicarli come responsabili. Ora è il momento di agire”.

A fine dicembre abbiamo avuto membri della campagna Mask Off Maersk in diretta su internet per parlare di come Israele non potrebbe perpetrare le sue continue guerre di sterminio in Palestina senza una catena di fornitura globale che importa armi e altro materiale.

Jeanine Hourani e Aisha Nizar sono membri del comitato direttivo della campagna Mask Off Maersk e le abbiamo invitate a darci un aggiornamento sulla campagna e sulla più recente ricerca sui voli cargo militari regolari dalla Spagna a Israele.

Questi voli violano la politica dichiarata della Spagna contro il traffico di armi verso Israele.

Il rapporto è stato co-redatto dal Palestinian Youth Movement insieme a Progressive International e all’American Friends Service Committee.

Dal loro punto di vista di attivisti del Palestinian Youth Movement, Hourani aggiunge: “quando diciamo embargo sulle armi, intendiamo un embargo completo e totale di tutti i beni militari destinati a Israele. E lo consideriamo il minimo indispensabile”.

Ci sono “alcune distinte strategie per incolpare le aziende e i governi di aver aiutato questo genocidio”, dice Nizar al podcast di The Electronic Intifada.

“E in realtà quello che abbiamo fatto è stato iniziare a guardare agli Stati Uniti perché sapevamo che la maggior parte delle armi che andavano all’entità sionista provenivano dagli Stati Uniti, o erano montate negli Stati Uniti”.

La campagna è stata in grado di identificare questi produttori di armi, dice Nizar, “e poi esaminare linee di trasporto specifiche che erano state segretate dal Dipartimento della Difesa”.

La campagna Mask Off Maersk ha anche recentemente presentato un rapporto alle Nazioni Unite in risposta a un appello di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, per produrre prove di complicità da parte di aziende private nel genocidio israeliano a Gaza.

Hourani spiega che, in quanto palestinesi, era fondamentale “mettere in luce il fatto che la cosiddetta comunità internazionale ha abbandonato il nostro popolo, e il fallimento del mondo nell’intervenire mentre decine se non centinaia di migliaia di persone sono state massacrate, affamate, rapite, dovrebbe suonare come una condanna dell’ordine mondiale liberale”.

Era importante presentare il rapporto, aggiunge, “non perché pensiamo che l’ONU sarà il liberatore della Palestina, ma perché ci consente di denunciare ulteriormente questa ipocrisia e anche di rendere note le prove che la nostra gente a Gaza ha prodotto per mettere le cose in chiaro e per mostrare al mondo cosa è successo negli ultimi 15 mesi e diffonderlo efficacemente su scala globale”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Mahmoud Khalil, il laureato palestinese arrestato negli Stati Uniti, ha lavorato per “una delle più importanti politiche di soft power” del Regno Unito

Imran Mulla

11 marzo 2025 – Middle East Eye

Un ex diplomatico britannico rivela che Khalil, che Trump ha definito “studente radicale pro-Hamas”, era stato “autorizzato a lavorare su questioni delicate per il governo britannico”

Mahmoud Khalil, il laureato palestinese della Columbia University fermato nel fine settimana dalle autorità per l’immigrazione degli Stati Uniti, ha lavorato per anni per il governo britannico nella sua “principale politica di soft power”, come rivela Middle East Eye.

Khalil, residente permanente negli Stati Uniti, è stato preso in custodia dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sabato sera.

Un giudice federale ha bloccato temporaneamente la sua deportazione e Khalil è attualmente in attesa di procedimento in una prigione federale della Louisiana.

Lunedì, in un post sulla piattaforma Truth Social di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti ha definito Khalil “studente straniero radicale pro-Hamas” e ha annunciato che il suo arresto è stato “il primo di molti a venire”.

“Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università in tutto il Paese che hanno intrapreso attività pro-terrorismo, antisemite e anti-americane, e l’amministrazione Trump non lo tollererà”, ha detto Trump.

Lunedì la Casa Bianca ha pubblicato trionfalmente su X la dichiarazione di Trump e un’immagine di Khalil, accompagnata dalle parole “SHALOM, MAHMOUD” con l’accusa di aver “condotto attività allineate ad Hamas”.

A dicembre Khalil si era laureato con un master presso la School of International and Public Affairs della Columbia.

È stato uno dei principali negoziatori degli studenti durante l’occupazione pro-Palestina del campus nella primavera del 2024.

Inoltre MEE ha scoperto che in precedenza, dal 2018 al 2022, aveva lavorato come responsabile di programma presso l’ufficio Siria dell’ambasciata britannica a Beirut.

I registri online esaminati da MEE dimostrano che Khalil vi aveva lavorato come responsabile locale del Programma Chevening per la Siria, un prestigioso programma di borse di studio internazionali del governo britannico, nonché per il Conflict, Stability, and Security Fund.

“Amato dai suoi colleghi”

L’ex diplomatico britannico Andrew Waller, che era consulente politico presso l’ufficio siriano mentre vi lavorava Khalil, ha detto a MEE che la descrizione di Khalil data dal governo degli Stati Uniti è falsa e diffamatoria.

“Ha superato un processo di verifica per ottenere il lavoro ed è stato autorizzato a lavorare per il governo britannico su questioni delicate “, ha detto Waller.

“Quello che Trump ha detto è una vera e propria diffamazione. Mahmoud è una persona estremamente gentile e coscienziosa ed era amato dai suoi colleghi dell’ufficio siriano”, ha aggiunto. “Non c’era nessuno che potesse dire qualcosa di negativo su di lui, era molto bravo nel suo lavoro”.

La borsa di studio Chevening, finanziata dal Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO), ha la missione di “sostenere le priorità della politica estera del Regno Unito e raggiungere gli obiettivi del FCDO creando relazioni positive e durature con futuri leader, influencer e decisori”. Waller l’ha descritta come una “una delle più importanti politiche di soft power britanniche“.

“Porta gli studenti più brillanti di tutto il mondo nelle università del Regno Unito. Mahmoud ha gestito il programma per la Siria e ha intervistato centinaia, se non migliaia, di candidati per conto del governo britannico”.

Waller ha ricordato che Khalil era anche un “funzionario politico locale”, responsabile di fornire “la comprensione del contesto e le competenze linguistiche per le traduzioni nelle riunioni”.

“È davvero interessante. Meno di due settimane fa JD Vance teneva una lezione a Keir Starmer sulla libertà di parola, e poi gli Stati Uniti vanno e rapiscono Mahmoud Khalil per aver organizzato proteste studentesche”.

Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS), ha detto a MEE lunedì che l’arresto di Khalil era avvenuto “in obbedienza agli ordini esecutivi del presidente Trump che proibiscono l’antisemitismo”.

“Khalil ha guidato attività allineate ad Hamas, un’organizzazione definita terroristica”.

Ore dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero “revocato i visti e/o le green card dei sostenitori di Hamas in America così che potessero essere deportati”.

Eppure né Rubio né il DHS hanno fornito dettagli su come l’attivismo di Khalil alla Columbia University, dove aveva apertamente svolto il ruolo di studente negoziatore con l’amministrazione, equivalesse a sostenere Hamas.

MEE ha contattato il Foreign Office del Regno Unito per un commento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele sta sviluppando uno strumento simile a ChatGPT che utilizza a scopi militari la sorveglianza sui palestinesi

Yuval Abraham

6 marzo 2025 – +972 Magazine

Un’inchiesta rivela che l’esercito israeliano sta creando un modello linguistico di IA che utilizza milioni di conversazioni intercettate tra i palestinesi e che potrebbe accelerare il processo di incriminazione e arresto.

Un’inchiesta di 972 Magazine, Local Call e Guardian rivela che l’esercito israeliano sta sviluppando un nuovo strumento di intelligenza artificiale simile a ChatGPT e lo sta addestrando su milioni di conversazioni in arabo ottenute dal controllo sui palestinesi nei territori occupati.

Lo strumento di IA, che è in corso di creazione sotto gli auspici dell’Unità 8200, una squadra d’élite di guerra informatica all’interno della Direzione di Intelligence dell’Esercito Israeliano, è noto come un Large Language Model [Grande Modello Linguistico] (LLM): un programma di apprendimento automatico in grado di analizzare informazioni e di generare, tradurre, prevedere e riassumere un testo. Mentre gli LLM a disposizione del pubblico, come il motore di ricerca che sta dietro ChatGPT, sono creati sulla base di informazioni raccolte da internet, il nuovo modello in via di sviluppo da parte dell’esercito israeliano viene alimentato con una grande quantità di informazioni di intelligence raccolti dalla vita quotidiana di palestinesi che vivono sotto occupazione.

L’esistenza dell’LLM dell’Unità 8200 è stata confermata a +972, Local Call e Guardian da tre fonti della sicurezza israeliana che sono al corrente del suo sviluppo. Nella seconda metà dell’anno scorso il modello era ancora in via di addestramento e non è chiaro se sia stato già utilizzato o come l’esercito lo userà esattamente. Tuttavia alcune fonti hanno spiegato che un vantaggio fondamentale per l’esercito sarà la capacità dello strumento di processare rapidamente una grande quantità di materiale di sorveglianza in modo da “rispondere a domande” su specifici individui. A giudicare da come l’esercito utilizza già modelli linguistici meno potenti sembra probabile che l’LLM potrebbe aumentare ulteriormente l’incriminazione e l’arresto di palestinesi da parte di Israele.

“L’IA amplifica il potere,” ha spiegato una fonte dell’intelligence che ha seguito da vicino lo sviluppo di modelli linguistici da parte dell’esercito israeliano negli ultimi anni. “Consente operazioni (che utilizzano) i dati di molte più persone, permettendo il controllo della popolazione. Non serve solo ad impedire attacchi armati. Può monitorare attivisti per i diritti umani. Posso controllare l’attività edilizia dei palestinesi nell’Area C (della Cisgiordania). Ho più strumenti per sapere quello che sta facendo ogni persona in Cisgiordania. Quando hai così tanti dati li puoi indirizzare verso qualunque finalità tu voglia.”

Mentre lo sviluppo dello strumento precede l’attuale guerra, la nostra inchiesta rivela che dopo il 7 ottobre l’Unità 8200 ha chiesto l’aiuto di cittadini israeliani esperti nello sviluppo di modelli linguistici che stavano lavorando con giganti tecnologici come Google, Meta e Microsoft. Con la mobilitazione in massa di riservisti all’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza gli esperti industriali del settore privato hanno iniziato ad arruolarsi nell’unità portando competenze che in precedenza erano “accessibili solo a un gruppo molto esclusivo di imprese in tutto il mondo,” come ha affermato una fonte della sicurezza. (In risposta alle nostre domande Google ha affermato di avere “dipendenti che prestano servizio come riservisti in molti Paesi” ed ha sottolineato che il lavoro che fanno in quel contesto “non è legato a Google”. Meta e Microsoft si sono rifiutati di rispondere.)

Secondo una fonte il chatbot [programma che simula ed elabora conversazioni umane, ndt.] dell’Unità 2800 è stato addestrato su 100 miliardi di parole in arabo ottenute in parte attraverso la sorveglianza israeliana su vasta scala di palestinesi sotto il controllo del suo esercito, il che secondo gli ammonimenti degli esperti costituisce una grave violazione dei diritti dei palestinesi. “Stiamo parlando di informazioni molto riservate, prese a persone che non sono sospettate di alcun reato, per addestrare uno strumento che in seguito potrebbe contribuire a creare dei sospetti,” ha detto a +972, Local Call e Guardian Zach Campbell, un esperto ricercatore tecnologico di Human Rights Watch .

Nadim Nashif, direttore e fondatore dell’associazione palestinese per i diritti digitali e il sostegno 7amleh, ha ripreso queste preoccupazioni: “I palestinesi sono diventati oggetti nel laboratorio israeliano per lo sviluppo di queste tecnologie e per l’uso dell’IA come arma, tutto con lo scopo di conservare il regime di apartheid e occupazione in cui queste tecnologie vengono usate per dominare un popolo, per controllarne la vita. Questa è una grave e continua violazione dei diritti digitali dei palestinesi, che sono diritti umani.”

Sostituiremo tutti i funzionari dell’intelligence con operatori dell’IA”

I tentativi dell’esercito israeliano di sviluppare il suo LLM sono stati riconosciuti pubblicamente per la prima volta lo scorso anno da Chaked Roger Joseph Sayedoff, un funzionario dell’intelligence che si è presentato come il capo del progetto, in una conferenza che ha suscitato scarso interesse: “Abbiamo cercato di creare un insieme di dati il più ampio possibile, raccogliendo tanti dati in arabo quanti lo Stato di Israele non ha mai avuti,” ha spiegato durante la sua esposizione alla conferenza DefenseML di Tel Aviv. Ha aggiunto che il programma è stato addestrato su “quantità allucinanti” di informazioni di intelligence.

Secondo Sayedoff, quando nel novembre 2022 l’LLM di ChatGPT è stato messo per la prima volta a disposizione del pubblico, l’esercito israeliano ha riunito un gruppo di intelligence specificamente dedicato a indagare su come l’IA generativa potesse essere adattata a scopi militari: “Abbiamo detto ‘Accidenti, ora sostituiremo tutti i funzionari dell’intelligence con operatori (dell’IA). Ogni cinque minuti leggeranno tutte le informazioni dell’intelligence israeliana e prevederanno chi sarà il prossimo terrorista’,” ha affermato Sayedoff.

Ma il gruppo inizialmente non riusciva a fare molti progressi. OpenAI, l’azienda che sta dietro ChatGPT, ha rifiutato la richiesta dell’Unità 8200 di avere accesso diretto al suo LLM e di consentire che venisse integrato nel sistema fuori rete interno all’unità. (Da allora l’esercito israeliano ha utilizzato il modello linguistico di OpenAI, ottenuto tramite Microsoft Azure, come hanno rivelato +972 e Local Call in un’altra inchiesta recente. OpenAI ha rifiutato di commentare questa vicenda).

E, spiega Sayedoff, c’era un altro problema: i modelli linguistici esistenti possono processare solo l’arabo standard, utilizzato nelle comunicazioni formali, in letteratura e nei media, non i dialetti che vengono parlati. La Direzione dell’Intelligence Militare di Israele ha capito che avrebbe dovuto sviluppare un suo programma basato, come ha detto Sayedoff nella sua lezione, “sui dialetti che ci odiano.”

Il punto di svolta è giunto con lo scoppio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023, quando l’Unità 8200 ha iniziato a reclutare come riservisti gli esperti in modelli linguistici dalle imprese private di tecnologia. Ori Goshen, co-amministratore delegato e co-fondatore dell’impresa israeliana AI21 Labs, specializzata in modelli linguistici, ha confermato che i suoi dipendenti hanno partecipato al progetto durante il loro servizio come riservisti. “Un’agenzia della sicurezza non può lavorare con un servizio come ChatGPT, quindi ha bisogno di trovare il modo per far funzionare l’IA all’interno di un sistema che non sia connesso con altre reti,” ha spiegato.

Secondo Goshen i benefici che gli LLM forniscono alle agenzie di intelligence potrebbero includere la capacità di processare rapidamente informazioni e generare liste di “sospetti” da arrestare. Ma per lui la cosa fondamentale è la loro capacità di reperire dati sparsi in molteplici fonti. Piuttosto che usare “strumenti di ricerca primitivi”, gli operatori potrebbero semplicemente “fare domande e ricevere risposte” da un chatbot, che, per esempio, sarebbe in grado di dirti se due persone si sono mai incontrate o stabilire immediatamente se una persona ha mai commesso una determinata azione.

Tuttavia Goshen ammette che affidarsi ciecamente a questi strumenti potrebbe portare ad errori: “Questi sono modelli probabilistici, gli fornisci un suggerimento o una domanda e loro generano qualcosa che sembra una magia,” ha spiegato. “Ma spesso la risposta non ha senso. La chiamiamo ‘allucinazione.’”

Campbell, di Human Rights Watch, solleva una preoccupazione simile. Gli LLM, afferma, funzionano come “macchine indovine”, e i loro errori sono intrinseci al sistema. Oltretutto spesso le persone che utilizzano questi strumenti non sono quelle che li hanno sviluppati e la ricerca dimostra che tendono ad averne più fiducia. “In definitiva quelle supposizioni potrebbero essere utilizzate per incriminare persone,” ha affermato.

Precedenti inchieste di +972 e Local Call sull’uso da parte dell’esercito israeliano di sistemi basati sull’IA per definire i bersagli e facilitare i bombardamenti a Gaza hanno evidenziato le lacune operative insite in tali strumenti. Per esempio l’esercito ha utilizzato un programma noto come Lavender [Lavanda] per generare una “lista nera” di decine di migliaia di palestinesi che l’IA ha accusato perché presentavano caratteristiche che le era stato insegnato di associare all’appartenenza a gruppi armati.

Poi l’esercito ha bombardato molte di queste persone, in genere mentre si trovavano a casa con i loro familiari, benché il programma fosse noto per avere una percentuale di errore del 10%. Secondo le fonti, la supervisione da parte di un essere umano della procedura di eliminazione è servita semplicemente come “timbro di approvazione” e i soldati hanno trattato i risultati di Lavender “come se si trattasse di una decisione presa da un essere umano.”

A volte si tratta solo di un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese”

Lo sviluppo di uno strumento simile a ChatGPT addestrato sull’arabo parlato rappresenta un’ulteriore estensione dell’apparato di sorveglianza israeliano nei territori occupati, che è da molto tempo estremamente intrusivo. Più di un decennio fa i soldati che avevano prestato servizio nell’Unità 8200 hanno testimoniato di aver monitorato civili senza alcun rapporto con gruppi armati per ottenere informazioni che avrebbero potuto essere usate per ricattarli, per esempio riguardo a difficoltà economiche, orientamento sessuale o gravi malattie che avevano colpito loro o un loro famigliare. Gli ex-soldati hanno anche ammesso di aver controllato anche attivisti politici.

Insieme allo sviluppo del proprio LLM l’Unità 8200 ha già utilizzato modelli linguistici meno potenti che consentono di classificare le informazioni, la trascrizione e la traduzione di conversazioni dall’arabo parlato all’ebraico e di fare efficienti ricerche di parole chiave. Questi strumenti rendono il materiale di intelligence più immediatamente accessibile, in particolare per la Divisione Giudea e Samaria (Cisgiordania) dell’esercito.

Secondo due fonti i modelli meno potenti consentono all’esercito di passare al setaccio materiale di sorveglianza e identificare palestinesi che manifestino rabbia contro l’occupazione o il desiderio di attaccare soldati o coloni israeliani.

Una fonte ha descritto un modello linguistico correntemente in uso che analizza dati e identifica palestinesi che utilizzano parole che indicano “chi crea problemi”. La fonte ha aggiunto che l’esercito ha utilizzato modelli linguistici per prevedere chi avrebbe potuto lanciare pietre contro i soldati durante operazioni per “dimostrare la presenza”, cioè quando i soldati fanno incursioni in città o villaggi in Cisgiordania e vanno di casa in casa, irrompendo in ogni abitazione di una particolare via per arrestare e intimidire gli abitanti.

Fonti di intelligence hanno affermato che l’uso di modelli linguistici, insieme alla sorveglianza su vasta scala nei territori occupati, ha accentuato il controllo israeliano sulla popolazione palestinese e accresciuto significativamente la frequenza degli arresti. I comandanti possono accedere a informazioni di intelligence grezze tradotte in ebraico senza la necessità di basarsi sui centri linguistici dell’Unità 8200 perché forniscano loro il materiale o senza conoscere l’arabo, e selezionare da una lista che si allunga continuamente i “sospetti” da arrestare in ogni località palestinese. “A volte è solo un comandante di divisione che vuole 100 arresti al mese nella sua area,” ha affermato una fonte.

Tuttavia, a differenza dei modelli meno potenti attualmente in uso, quello più performante in via di sviluppo è addestrato con i dati dell’Unità 8200 su milioni di conversazioni tra palestinesi. “L’arabo parlato è (difficilmente) disponibile in internet,” ha spiegato la fonte. “Non ci sono trascrizioni di conversazioni o chat WhatsApp in rete. Non ne esistono nella quantità necessaria per addestrare un modello di questo genere.”

Per addestrare l’LLM le conversazioni quotidiane tra palestinesi che non hanno un immediato valore per l’intelligence sono comunque utili per uno scopo fondamentale: “Se qualcuno chiama un’altra persona (al telefono) e gli dice di uscire perché la sta aspettando fuori da scuola, solo una conversazione casuale, non è interessante,” ha spiegato una fonte della sicurezza. “Ma per un modello come questo vale oro, perché fornisce sempre più dati per l’addestramento.”

L’Unità 8200 non è l’unica agenzia di intelligence statale che cerca di sviluppare strumenti di IA generativa: la CIA ha sviluppato un modello simile a ChatGPT per analizzare informazioni open-source e anche le agenzie di intelligence della Gran Bretagna stanno sviluppando i propri LLM. Tuttavia ex- ufficiali della sicurezza britannica e americana hanno detto a +972, Local Call e Guardian che la comunità dell’intelligence israeliana si sta prendendo maggiori rischi delle sue controparti americane o britanniche nell’integrare sistemi di IA nelle analisi di intelligence.

Brianna Rosen, ex-funzionaria della sicurezza alla Casa Bianca e attualmente ricercatrice in studi militari e sulla sicurezza all’Università di Oxford, ha spiegato che un analista di intelligence che usa uno strumento come ChatGPT sarebbe potenzialmente in grado di “individuare minacce che un essere umano potrebbe non riscontrare persino prima che si manifestino.” Tuttavia esso “rischia anche di tracciare false connessioni e conclusioni errate. Si stanno per commettere errori e alcuni di essi potranno avere conseguenze molto serie.”

Le fonti israeliane di intelligence hanno sottolineato che in Cisgiordania la questione più urgente non è necessariamente l’accuratezza di questi modelli ma piuttosto le vaste dimensioni degli arresti. Le liste di “sospetti” sono in costante aumento, in quanto vengono continuamente raccolte grandi quantità di informazioni rapidamente processate utilizzando IA.

Varie fonti hanno affermato che un “sospetto” vago o generico spesso è sufficiente a giustificare la detenzione amministrativa di palestinesi, una condanna al carcere di sei mesi prorogabili senza accuse né processo sulla base di “prove” imprecisate. Affermano che, in un contesto in cui la sorveglianza dei palestinesi è così estesa e i limiti agli arresti sono minimi, l’aggiunta di nuovi strumenti basati sull’IA amplierà la possibilità per Israele di trovare informazioni compromettenti su molte più persone.

Il portavoce dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] non ha risposto a specifiche domande di +972, Local Call e Guardian “a causa della natura sensibile delle informazioni,” affermando solo che “ogni ricorso a strumenti tecnologici viene fatto attraverso un rigoroso processo guidato da professionisti per garantire la massima accuratezza delle informazioni di intelligence.”

Harry Davies del Guardian e Sebastian Ben Daniel (John Brown) hanno contribuito a questa inchiesta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele sta imprigionando arbitrariamente un numero record di minori palestinesi. Questo deve finire

Miranda Cleland

9 marzo 2025 – Middle East Eye

Attualmente più di un terzo dei minori palestinesi in carcere è costituito da detenuti amministrativi, imprigionati senza accusa o processo

I ragazzi palestinesi, in genere di età compresa tra 15 e 17 anni, ma a volte anche di 12 anni, sono da tempo presi di mira dall’esercito israeliano con arresti, detenzioni e procedimenti giudiziari.

Israele è l’unico Paese al mondo che persegue regolarmente e sistematicamente i minorenni nei tribunali militari, processando e imprigionando ogni anno dai 500 ai 700 minori palestinesi.

In un numero sempre più elevato essi non sono accusati di alcun crimine e sono trattenuti in base a ordini di detenzione amministrativa. Fanno parte della più grande coorte nella storia di minori palestinesi in detenzione amministrativa della storia.

Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno intensificato in modo significativo gli arresti di palestinesi, inclusi i minori.

La fonte più affidabile sul numero di prigionieri è l’Israel Prison Service, che comunica i dati una volta ogni trimestre, con le ripartizioni per età e con o senza imputazioni. Organizzazioni per i diritti umani come quella per cui lavoro, Defence for Children International – Palestine (DCIP), monitorano questi numeri, documentano le condizioni delle carceri e raccolgono le testimonianze dei prigionieri.

I numeri sono di per sé allarmanti: nell’ultimo anno, ogni volta che l’Israel Prison Service ha rilasciato i dati, il numero di minorenni palestinesi in detenzione amministrativa è risultato il più alto di sempre.

L’ultimo conteggio di fine dicembre – 112 minori palestinesi imprigionati in regime di detenzione amministrativa – è quasi cinque volte più di quello di prima del 7 ottobre 2023. Attualmente i detenuti amministrativi minorenni sono più di un terzo del totale di quelli incarcerati.

Rapida espansione

Le forze israeliane hanno rapidamente esteso l’utilizzo della detenzione amministrativa per esercitare il controllo sui minori e le famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Dopo il 7 ottobre le autorità israeliane hanno emanato severe restrizioni all’accesso alle prigioni israeliane. Le visite dei familiari sono state completamente sospese e quelle degli avvocati che rappresentano i prigionieri sono diventate estremamente difficili, spesso respinte dalle autorità israeliane.

Quindi gli avvocati del DCIP hanno raccolto principalmente testimonianze di minorenni dopo il loro rilascio dalle prigioni israeliane. Tutti hanno riferito che le condizioni carcerarie sono peggiorate in modo significativo, con le guardie carcerarie israeliane che servono regolarmente cibo avariato, negano l’accesso a bagni e docce e riempiono le celle con un numero di minori doppio di quello regolamentare.

“Il cibo è di scarsa qualità, crudo e insufficiente per noi ragazzi. Mi ha dato problemi perché soffro di disturbi di stomaco”, ha detto al DCIP il sedicenne Jamal (che ha parlato sotto pseudonimo per motivi di sicurezza), nel descrivere la situazione all’interno della prigione di Ofer. “In cella si sta male, perché non ci sono abbastanza letti per tutti. Alcuni di noi erano costretti a dormire a turno sul pavimento”.

Le forze israeliane hanno arrestato Jamal nella sua casa nel campo profughi di Arroub, nella Cisgiordania meridionale occupata, durante l’estate, dopo avergli sparato ad un ginocchio con proiettili veri. Il giorno in cui è stato incarcerato doveva sottoporsi a un intervento chirurgico per la lesione.

“I soldati hanno infierito sulla mia lesione, costringendomi a stare seduto e inginocchiato sul ginocchio traumatizzato per cinque ore. Venivo picchiato duramente se mi muovevo a causa del dolore”, ha detto Jamal al DCIP, aggiungendo che la compressione ha causato la riapertura della ferita.

“Mi hanno messo le cuffie alle orecchie e mi hanno fatto ascoltare canzoni a un volume alto e fastidioso per un’ora e mezza, sapendo che soffro all’orecchio destro per un calo di udito, e questo mi ha causato dolore all’orecchio sinistro e alla testa”, ha aggiunto Jamal.

Una crudeltà tristemente nota

Gli interrogatori israeliani che conducono gli interrogatori sono tristemente noti per i loro atti di crudeltà fisica e psicologica contro i minori palestinesi detenuti al fine di estorcergli una confessione.

Mentre le norme giuridiche internazionali sottolineano che i minorenni accusati di un crimine hanno il diritto alla presenza di un familiare e un avvocato durante l’interrogatorio, ai ragazzi palestinesi non viene concessa né l’una né l’altra.

Jamal non ha mai ricevuto accuse; le forze israeliane lo hanno invece arrestato in base a un ordine di detenzione amministrativa. Di conseguenza, né lui né la sua famiglia avevano idea di quando sarebbe stato rilasciato, di cosa fosse accusato o del momento in cui avrebbe potuto tornare a casa.

Ora, mentre centinaia di prigionieri palestinesi vengono finalmente rilasciati come parte dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas alcuni prigionieri minorenni stanno tornando a casa presso le loro famiglie.

Le autorità israeliane stanno minacciando i familiari nel tentativo di impedire loro di parlare con i media: un altro tentativo di isolare i ragazzi e le loro famiglie.

L’uso esteso e accresciuto della detenzione amministrativa per colpire i minori palestinesi equivale a detenzione arbitraria ed è bandita dal diritto internazionale.

Finché ogni ragazzo palestinese non sarà libero dalla prigionia israeliana e questa pratica di prendere di mira i minorenni non sarà abolita dobbiamo continuare a lottare per riunirli alle loro famiglie.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)