Le tre principali menzogne dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari

Romana Rubeo  

9 marzo 2025 – Palestine Chronicle

Romana Rubeo esamina il ruolo dell’ex-portavoce dell’esercito israeliano Daniel Hagari nella diffusione di false informazioni e propaganda nella guerra in corso contro Gaza.

I media israeliani hanno informato che domenica l’esercito israeliano ha annunciato che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha nominato Avi Dovrin come portavoce ufficiale.

Ciò è avvenuto dopo che venerdì Zamir ha deciso di licenziare il portavoce dell’esercito Daniel Hagari. Come megafono di uno degli eserciti più immorali al mondo il lascito di Hagari è stato segnato da costanti menzogne e propaganda intese a mascherare o giustificare i crimini di Israele.

Ciò è iniziato persino prima dell’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza il 7 ottobre 2023. Nel maggio 2022, per esempio, Hagari affermò falsamente che la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh era stata uccisa da combattenti palestinesi a Jenin. Le sue affermazioni, fatte nonostante prove schiaccianti indicassero cecchini israeliani come responsabili, intendevano sviare la responsabilità per la tragica uccisione della stimata giornalista palestinese.

Abu Akleh, nota per anni di coraggiosi reportage dalla Palestina occupata, venne uccisa mentre informava su un’operazione militare israeliana nel campo profughi di Jenin. La sua morte suscitò una condanna unanime e sollevò preoccupazioni riguardo al fatto che le forze di occupazione israeliane prendevano di mira i giornalisti.

Durante il genocidio in corso le ripetute mistificazioni, illazioni e la diffusione di false informazioni sono state sistematicamente smentite, persino dai principali media occidentali.

Questo modello di disinformazione ha contribuito al crescente isolamento di Israele e alla perdita di fiducia nei suoi confronti sul piano internazionale.

Qui di seguito ci sono alcuni significativi esempi di affermazioni false diffuse da Hagari.

L’ospedale pediatrico Rantisi

Il 13 novembre 2023 Hagari ha sostenuto che l’esercito israeliano aveva scoperto un centro di comando “con un arsenale di armi che includeva granate, giubbotti esplosivi e altri ordigni conservati da combattenti di Hamas nel seminterrato dell’ospedale Rantisi, un nosocomio pediatrico specializzato nel trattamento di pazienti oncologici”, ha informato l’agenzia di notizie Reuter.

Questa affermazione intendeva giustificare gli attacchi contro gli ospedali e il sistema sanitario di Gaza iniziati molto presto nella guerra genocida.

In un aggiornamento televisivo Hagari ha detto che avevano “trovato anche indizi che indicano che Hamas vi ha tenuto degli ostaggi” e che la questione era “oggetto di indagine.”

La dichiarazione era stata fatta anche a un gruppo di giornalisti che accompagnavano l’esercito israeliano e avevano visitato l’ospedale. Nonostante le illazioni fossero state immediatamente smentite dalle autorità sanitarie del posto e da commentatori arabi, ci è voluto quasi un anno perché venissero smascherate dai principali media occidentali.

L’ottobre scorso, parlando al [programma] Posto di Ascolto di Al Jazeera un giornalista della CNN di nome ‘Adam’ ha descritto l’episodio come “un momento imbarazzante” per la CNN.

‘Adam’ ha raccontato che, quando il redattore per la politica internazionale della CNN Nic Robertson è stato accompagnato dall’esercito israeliano a visitare l’ospedale pediatrico Rantisi bombardato a Gaza, Hagari gli ha mostrato su un muro un documento scritto in arabo, sostenendo che fosse una lista dei turni di membri di Hamas che controllavano gli ostaggi.

Tuttavia è risultato che il documento era un calendario, “e in arabo erano scritti i giorni della settimana. Ma nel reportage diffuso Nic Robertson ha incluso le affermazioni israeliane,” ha affermato Adam.

L’ospedale Al-Shifa

Il 15 novembre 2023 l’esercito israeliano ha preso d’assalto per la prima volta l’ospedale Al-Shifa, la più grande struttura ospedaliera di Gaza.

L’attacco ha tenuto intrappolati all’interno del complesso migliaia di pazienti e sfollati, mentre centinaia di palestinesi sono stati uccisi e feriti dai soldati israeliani.

Settimane prima dell’attacco Hagari aveva iniziato a costruire un caso pubblico.

Il 17 ottobre 2023, durante una conferenza stampa, Hagari ha sostenuto che l’esercito aveva “prove concrete” che vari edifici ospedalieri a Gaza erano direttamente coinvolti nelle attività di Hamas.

Oltretutto, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, gli edifici erano stati costruiti su una rete di tunnel sotterranei che sarebbero stati accessibili dall’interno degli ospedali.

Il 22 novembre 2023, una settimana dopo l’attacco, Hagari ha affermato in una dichiarazione filmata che “i terroristi sono venuti qui per dirigere le loro operazioni.”

Questa volta è stato il Washington Post a smentire le dichiarazioni israeliane, affermando in un articolo del 21 dicembre 2023 che “le prove presentate dal governo israeliano sono insufficienti per dimostrare che Hamas abbia utilizzato l’ospedale come centro di comando e di controllo.”

L’articolo era basato su un’analisi del Washington Post di riprese open-source, immagini satellitari e tutti i materiali resi pubblici dall’IDF [l’esercito israeliano, ndt.].”

L’analisi del Post ha concluso che “le stanze collegate alla rete di tunnel scoperte dai soldati dell’IDF non mostrano alcuna chiara prova dell’uso militare da parte di Hamas.” Oltretutto “nessuno dei cinque edifici ospedalieri identificati da Hagari sembra essere collegato alla rete di tunnel,” e non c’erano “prove che i tunnel potessero essere accessibili dai reparti ospedalieri.”

Notizie false sugli arresti

L’esercito israeliano ha preso d’assalto l’ospedale Al-Shifa una seconda volta il 18 marzo 2024. Dopo un assedio di due settimane terminato il primo di aprile l’ospedale è stato quasi totalmente distrutto e centinaia di palestinesi morti sono stati trovati nelle fosse comuni dentro e attorno all’ospedale.

Nel tentativo di giustificare l’ennesimo crimine di guerra, il 22 marzo Hagari ha sostenuto che durante l’irruzione nell’ospedale Al-Shifa l’esercito ha arrestato importanti ufficiali di Hamas.

L’esercito israeliano ha reso pubblico un collage di foto che mostravano che il capo delle Brigate Al-Qassam [il braccio armato di Hamas, ndt.] Raed Saad era tra gli arrestati.

Secondo il Times of Israel [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] in una conferenza stampa il portavoce dell’esercito israeliano ha vantato l’arresto di comandanti di Hamas “molto importanti”.

Tuttavia poche ore dopo in un’intervista ad Al Jazeera un ufficiale della sicurezza di Hamas ha detto che “la lista delle foto di arrestati all’ospedale Al-Shifa rilasciata dal portavoce dell’esercito di occupazione è imprecisa.”

“Alcune delle foto sulla lista sono di persone che attualmente si trovano fuori da Gaza e altre sono di martiri [palestinesi uccisi dagli israeliani, ndt.]” ha continuato l’ufficiale, notando che “tre delle foto sulla lista sono di medici rilasciati in precedenza dall’occupazione.”

Più tardi lo stesso giorno l’esercito israeliano e lo Shin Bet [il servizio di intelligence interna di Israele, ndt.] hanno ammesso la pubblicazione di rapporti ingannevoli, attribuendola a un “errore umano”.

Hagari non è l’unico militare israeliano il cui nome sarà macchiato per sempre dal fatto di aver fornito false giustificazioni al genocidio di Israele contro i palestinesi. Egli è solo uno dei sintomi di un problema molto più profondo.

La sua improvvisa scomparsa dalla scena in seguito al fallimento israeliano nel raggiungere i suoi obiettivi militari a Gaza evidenza i fallimenti più complessivi di Israele su tutti i fronti, compresa l’hasbara, la sua macchina propagandistica ufficialmente riconosciuta e fondata sulle menzogne.

Romana Rubeo è una giornalista italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché “No Other Land”, che ha vinto dell’Oscar, è così fastidioso per gli ebrei americani?

Ami Fields-Meyer

6 marzo 2025 – Haaretz

A quanti nella comunità ebraica americana hanno immediatamente risposto al film che ha vinto l’Oscar con rifiuto e ostilità: ecco perché dovreste ripensarci.

La notte di domenica scorsa, dopo che il film “No Other Land” ha vinto l’Oscar per il miglior documentario, ho postato su Instagram il discorso di accettazione dei co-registi, un palestinese e un israeliano. Il mio post e, a quanto pare, il successo del film alla premiazione dell’Accademy, hanno toccato un nervo sensibile. Una delle risposte di qualcuno del mondo ebraico mi ha definito “sprovveduto” e “con la testa tra le nuvole”, il mio post “dannoso” e ha suggerito che io “prenda un aereo (e) vada a vedere con i miei occhi.”

Dopo anni di impegno su problemi riguardanti Israele, Palestina e questioni più generali di giustizia e riconciliazione so di dovermi aspettare queste risposte quando posto qualcosa sulle reti sociali. Ma ancora mi duole quando leggo parole ostili da persone che conosco. Non è che mi sono alzato domenica mattina e ho deciso di avere un’opinione sul conflitto israelo-palestinese. Ho studiato e parlato dei problemi di giustizia e diseguaglianza in Israele/Palestina da quando ho iniziato a capire, come studente di una scuola superiore ebraica, che quando si tratta di Israele agli ebrei americani viene spesso chiesto di mettere tra parentesi i valori progressisti che la nostra comunità esprime nella politica USA.

Il mio post su Instagram era chiaro: la prima schermata era un link al video completo del discorso pronunciato da Yuval Abraham e Basel Adra, il cui film racconta la distruzione da parte dell’esercito israeliano di Masafer Yatta, un insieme di villaggi palestinesi nelle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania, attraverso gli occhi di Adra, un attivista locale. Nella seconda schermata ho citato i loro discorsi sui temi del film, comprese le espulsioni, l’ingiustizia del sistema giudiziario e la violenza quotidiana di vivere sotto occupazione militare.

Ho parlato del modo in cui Israele tratta i palestinesi con i miei compagni al campeggio estivo ebraico, con i compagni di classe all’università, con i miei colleghi funzionari pubblici nei ruoli che ho ricoperto nel governo e con amici durante innumerevoli cene del sabato. Mi sono profondamente impegnato su questi problemi con palestinesi e israeliani, sul terreno in Israele e in Cisgiordania. Ma ci sono certi discorsi che raramente si fanno negli spazi più comunitari o importanti degli ebrei americani, compresa la scottante situazione dell’occupazione documentata nel film. Invece ci basiamo su una prevedibile serie di argomenti superficiali e logori, gli stessi che sono presenti in molte delle risposte ai miei post di domenica notte che ho ricevuto e che sono state ripetute nel mondo ebraico questa settimana.

Con amore e urgenza chiedo ai miei amici che si sentono sdegnati o ostili verso questo importante film e il suo imprevedibile successo: esaminate da dove arrivano queste risposte. Chiedete a voi stessi se avete mai pensato seriamente di sfidare la prospettiva che le ha costruite. Nel vostro prossimo viaggio in Israele, visitate i territori palestinesi, dialogate con le persone i cui familiari sono stati uccisi a Gaza, parlate con i palestinesi della loro vita, delle loro sofferenze, dei loro sogni, del loro racconto della storia. In patria chiedete che questo film sofferto venga mostrato nelle vostre sinagoghe e nelle scuole dei vostri figli. In breve: considerate l’esperienza dei palestinesi con la stessa forza con cui noi insisteremmo che gli altri prendano in considerazione quella ebraica e israeliana.

A volte è come se quelli che seguono i miei scritti e i miei post su internet stessero “segnando i punti”, monitorando quello che condivido per confermare a se stessi “io sto da questa parte”. So di non essere l’unico a pensarla così. Ormai dovremmo saperlo bene. Circa due decenni dopo che la piazza si è spostata in rete non dovremmo più trarre conclusioni su chi uno è o quello a cui crede solo sulla base della sua attività digitale. Eppure non mi obbligheranno a tenere una posizione difensiva nella mia comunità perché mi esprimo chiaramente per la piena dignità di tutte le persone in Israele e Palestina.

Non accetto, né dovreste farlo voi, che il pensiero politico di ciascuno su Israele/Palestina sia un metro di misura adeguato della lealtà al popolo ebraico. Non accetto, né dovreste farlo voi, che la prospettiva di un ebreo americano sulle azioni di Israele, o la volontà di condividere queste opinioni pubblicamente, possa essere la chiave di accesso alla comunità ebraica, alle sue istituzioni o ai suoi spazi comunitari, stabilendo se uno è dentro o è fuori.

Questa affermazione non è solo escludente, è anche antistorica. È un errore liquidare la profonda lotta degli ebrei della diaspora solo come il risultato di una discrepanza tra i valori ebraici particolaristici e quelli liberali e universali della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI. Fin da quando nella moderna coscienza ebraica è esistita l’idea di uno Stato militarizzato essa è stata oggetto di profondi disaccordi e dibattiti tra ebrei. Il dissenso dal conformismo è parte del nostro patrimonio.

Ovviamente sono furioso e traumatizzato dal perverso incubo che hanno affrontato gli ostaggi nelle mani di Hamas a Gaza. Come voi, conosco molti dei loro nomi. Ogni nuovo video di un ostaggio in prigionia, che potrebbe essere un mio cugino, un animatore di un mio campo estivo o io stesso, modifica di nuovo la chimica del mio cervello e mi riporta alla versione più primitiva di me. Eppure, come lo sono stato per più di un decennio, sono sbalordito dal fatto che le voci e le narrazioni dei palestinesi, gli esseri umani con cui siamo destinati a condividere la terra, siano così indistintamente messe da parte nella nostra comunità. Non sono più sorpreso, ma non meno addolorato, di fronte al cinico disprezzo di così tanti ebrei, americani e del resto del mondo, per le vite di palestinesi innocenti spazzate via fin dal 7 ottobre, compresi più di 13.320 minorenni. Quanti di noi seduti a tavola il sabato sanno almeno uno dei loro nomi?

Siamo stati condizionati ad accettare che questo circolo vizioso di de-umanizzazione sia l’unica via d’uscita. Non vi parteciperò. Al contrario continuerò a esortare la mia gente, la comunità che mi ha cresciuto, che io amo e non lascerò mai, a uscire fuori dalla dura conchiglia che si è calcificata attorno al nostro cuore collettivo. Persino quando sembra impossibile gli ebrei devono cogliere ogni opportunità di andare a cercare e cogliere le sofferenze e l’umanità dei palestinesi, e ciò per la nostra stessa umanità.

Continuerò a invitare i miei amici a vedere immagini dolorose e a porre domande difficili per avviare nuove idee di riconciliazione e giustizia, per considerare le narrazioni, i nomi e le prospettive palestinesi sottorappresentate nella comunità ebraica americana dominante. Lo farò come una invocazione: ogni post, ogni conversazione, ogni storia potrebbe spingere un amico, un compagno di viaggio, a guardare in un’altra direzione, verso una liberazione collettiva. Come ha detto il regista sul palco: “C’è un’altra soluzione.”

Ami Fields-Meyer, ricercatore esperto alla Harvard Kennedy School, è stato consigliere politico della vice presidente Kamala Harris e ha ricoperto altri ruoli politici nell’amministrazione Biden.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il Segretario dell’ONU: nessun futuro per Gaza “salvo che come parte di uno Stato palestinese”

Redazione di MEMO

5 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha affermato che Gaza non ha futuro “salvo che come parte dello Stato palestinese”, sottolineando il fatto che la ripresa dall’impatto della guerra nella regione è impossibile senza terminare l’occupazione israeliana e senza il rispetto del diritto internazionale.

Guterres ha fatto queste osservazioni durante un vertice di emergenza arabo al Cairo, che si è focalizzato sugli sviluppi della questione palestinese, in modo particolare a Gaza.

Non ci sarà alcun futuro sostenibile per Gaza che non sia parte di uno Stato palestinese in grado di vivere,” ha affermato Guterres. Ha sottolineato che il recupero dagli effetti della guerra contro Gaza non sarà possibile senza la fine dell’occupazione e il rispetto del diritto internazionale.

Il funzionario ONU ha sottolineato la necessità di un “chiaro inquadramento politico” per guidare il recupero, la ricostruzione e la stabilità di Gaza purché siano basati sui principi del diritto internazionale.

Ha chiesto una immediata de-escalation, sottolineando il fatto che la consegna degli aiuti a Gaza è un diritto umanitario che “non è negoziabile” e deve essere realizzato da tutte le parti coinvolte.

Guterres ha anche descritto il vertice come un importante segno della responsabilità collettiva del mondo per supportare gli sforzi per far finire la guerra, alleviare la sofferenza delle persone e assicurare una pace duratura.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Summit del Cairo: il rifiuto di USA e Israele del piano arabo per Gaza è un momento/istante di verità

Soumaya Ghannoushi

5 marzo 2025 – Middle East Eye

Se la controproposta del vertice arabo mirava ad affermare un ruolo regionale nel futuro di Gaza, la risposta israelo-statunitense ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Martedì re e presidenti arabi si sono riuniti al Cairo, convocati dal peso della storia, trascinati su un palco dove si potevano decidere destini – non solo per la Palestina, ma per la stessa legittimità del loro potere.

Non si trattava della solita diplomazia. Non era un vertice di routine costellato di vuote dichiarazioni e logore promesse. Era una resa dei conti, un momento in cui il mondo arabo si è trovato davanti a uno specchio e si è chiesto: abbiamo ancora il potere di opporre un rifiuto o siamo stati addomesticati oltre ogni possibilità di scampo?

Al centro del vertice c’era un piano così mostruoso da rifuggire ogni logica: lo sfollamento forzato dei palestinesi da Gaza, un atto finale di cancellazione con l’intenzione di trasformarne il territorio in una “Riviera” sanificata e addomesticata dove le impronte dei suoi veri proprietari siiano cancellate dalla sabbia.

Il progetto è nato nei gabinetti di guerra di Tel Aviv e benedetto nei palazzi di Washington, un’audace mossa per trasformare le rovine di Gaza in un’appendice pacificata dello Stato israeliano. Ma per rendere reale questa fantasia è necessaria un’ultima condizione: il consenso arabo.

Il Cairo è diventato così l’arena in cui la storia sarebbe stata tradita o sfidata. Non era semplicemente in questione se i leader arabi avrebbero respinto lo spostamento dei palestinesi alcuni dovevano farlo, perché i loro troni vacillerebbero sotto il peso di una simile catastrofe.

La vera prova consisteva nel loro opporsi o meno anche alla pretesa più subdola nascosta sotto la superficie: il cosiddetto piano del giorno dopo”, la visione israelo-statunitense meticolosamente costruita per la Gaza del dopoguerra, in cui non solo la resistenza verrebbe soffocata, ma cancellata – dove la stessa idea di sovranità palestinese verrebbe estinta per sempre.

La controproposta

La strada per il Cairo è stata segnata da tensioni e fratture. Pochi giorni prima si era tenuto un summit più piccolo a Riyadh, una riunione ristretta di leader del Golfo insieme a Giordania ed Egitto, ammantato della retorica della “fratellanza”.

Eppure dietro questo velo di cameratismo c’era un deliberato atto di esclusione: l’Algeria, uno Stato con il suo peso e la sua storia, è stata messa da parte. Il presidente Abdelmadjid Tebboune, accortosi della farsa, si è rifiutato di partecipare al summit del Cairo inviando al suo posto il ministro degli Esteri.

Altrettanto eclatante è stata l’assenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, sebbene le loro ragioni fossero completamente diverse. La loro condizione per impegnarsi nella ricostruzione di Gaza era inequivocabile: la completa neutralizzazione politica e militare di Hamas.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto un passo avanti, segnalando il loro allineamento con la visione di Trump attraverso il loro ambasciatore a Washington e il loro netto rifiuto di qualsiasi alternativa araba al piano israelo-statunitense.

E così, prima ancora che iniziasse il vertice principale, le divisioni sono state messe a nudo. Il fronte arabo, fragile e frammentato, ha mostrato la sua impotenza.

Mentre i governanti arabi tentennano, esitano e calcolano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si muove con la precisione di un uomo che sa che i suoi oppositori sono troppo deboli per fermarlo. Non ha aspettato l’esito del summit per stringere il cappio attorno a Gaza, soffocandola con un inasprimento del blocco e agitando lo spettro di una nuova devastazione.

Il suo messaggio ai leader arabi è stato esplicito ed umiliante: le parole non vi salveranno. Le dichiarazioni non altereranno i fatti sul campo. O vi allineate ai diktat di Washington e Tel Aviv o sarete irrilevanti.

Sotto il peso di queste pressioni il summit arabo ha ora adottato un piano in tre fasi per la ricostruzione di Gaza. La prima fase dura sei mesi e verte sulla rimozione di macerie e detriti.

La seconda riguarda la costruzione di infrastrutture a Rafah e nelle regioni meridionali della Striscia. La terza si estende alla ricostruzione delle aree centrali e settentrionali.

Questa è la controproposta del mondo arabo al programma di spostamenti forzati, una visione che cerca di stabilizzare Gaza senza sradicarne la popolazione.

Tuttavia, al di là dei meccanismi della ricostruzione, c’è una domanda molto più spinosa: chi governerà Gaza nel frattempo? La risposta del summit è: un comitato amministrativo temporaneo, incaricato di mantenere l’ordine e la stabilità finché l’Autorità Nazionale Palestinese non potrà assumere il pieno controllo.

In realtà la vera questione non riguarda solo la governance, ma anche l’autonomia. Gli Stati arabi saranno in grado di resistere alla spinta incessante dell’agenda israelo-statunitense, che cerca di plasmare non solo la geografia di Gaza ma la sua stessa identità e direzione politica?

In ciò risiede la grande contraddizione del summit. Ufficialmente, la posizione araba è stata di rifiuto. Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno tutti tracciato un limite, rifiutando lo spostamento di massa dei palestinesi.

Ma questo non è stato un atto di trasparenza morale, è stato un atto di autoconservazione. Questi regimi capiscono che l’espulsione forzata dei palestinesi non è solo una minaccia per la Palestina; è una sfida diretta alla loro stessa stabilità. Una nuova ondata di rifugiati, una nuova ferita scavata nel cuore della regione potrebbe destabilizzare i loro fragili equilibri di potere. La loro opposizione non è radicata nei principi, ma nella sopravvivenza.

E dietro questa apparente sfida si sta preparando un tradimento più profondo. Anche se i leader arabi potrebbero rifiutare lo spostamento, sono molto più malleabili quando si tratta del piano del “giorno dopo” – il lento e calcolato soffocamento della sovranità palestinese, la distruzione di Gaza attraverso una ricostruzione imposta – non con la forza, ma mediante un progetto di ristrutturazione delle sue fondamenta politiche ed economiche.

Questa è la massima ambizione israelo-statunitense: trasformare Gaza da un luogo di resilienza in un’entità murata, pacificata e neutralizzata, dove l’idea di libertà viene lentamente sepolta sotto strati di normalità imposta.

Se la controproposta del summit arabo intendeva affermare il ruolo regionale sul futuro di Gaza, la risposta di Stati Uniti e Israele ha lasciato pochi dubbi su chi tenga tuttora le redini.

Washington si è affrettata a liquidare il piano come irrealistico, con il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Brian Hughes che lo ha dichiarato “in disaccordo con la realtà sul campo”.

Di fatto la Casa Bianca ha rafforzato la posizione di Netanyahu: la ricostruzione di Gaza non può procedere secondo i termini arabi e qualsiasi sforzo di ricostruzione deve allinearsi al più ampio quadro americano-israeliano.

Da parte sua Israele ha ribadito la sua adesione alla visione di Trump, un piano che, in sostanza, mira a progettare una Gaza senza palestinesi, sia attraverso lo sfollamento forzato sia rendendo la vita nel territorio tanto insostenibile da spingere i suoi abitanti altrove.

E avendo sia gli Stati Uniti che Israele respinto del tutto il piano arabo lo spazio di manovra si è ridotto tanto da essere quasi inesistente. Il messaggio ai regimi arabi è chiaro: i loro sforzi per creare uno scenario postbellico secondo i propri termini sono, nella migliore delle ipotesi, irrilevanti e, nella peggiore una seccatura da accantonare.

Il giudizio della storia

Per 15 mesi Israele ha condotto a Gaza una guerra di spietata ferocia – e tuttavia, nonostante i fiumi di sangue e le montagne di macerie, non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi centrali. Non è riuscito a smantellare la resistenza palestinese. Non è riuscito a imporre la sua volontà con la forza.

Ma se la storia ha dimostrato qualcosa è che Israele non si arrende; si adatta. Ciò che non può prendere con i missili se lo assicura con la diplomazia. Ciò che non può ottenere con la guerra lo estorce con i negoziati. E ciò che non può imporre personalmente, costringe i regimi arabi a imporlo per suo conto.

I regimi arabi sono stati messi alla prova e il verdetto è stato emesso. Non gli è stato chiesto di condurre una guerra, semplicemente di resistere a un progetto concepito per cancellare la sovranità palestinese, ma quando è arrivato il momento hanno vacillato.

Hanno rigettato lo spostamento a parole, lasciando la porta aperta alla ricostruzione di Gaza sotto dettami stranieri, condannando una forma di cancellazione e concedendone un’altra. Non si sono arresi apertamente, ma non hanno nemmeno resistito. Invece, hanno perfezionato l’arte della sottomissione, velata dalla retorica della sfida.

Perché questi regimi non sono attori sovrani. Non governano; orbitano. La loro sopravvivenza è subordinata alla protezione straniera, le loro politiche sono scritte in capitali lontane. Alcuni ospitano basi militari statunitensi, altri sono sostenuti da aiuti finanziari occidentali e la maggior parte governa non per volontà del proprio popolo ma attraverso la macchina di repressione che li mantiene al potere.

Non sono liberi di agire, solo di obbedire.

Pertanto il summit segue la coreografia ben collaudata della duplicità: un assordante atto di rifiuto dello sfollamento che maschera una silenziosa acquiescenza al più ampio programma israelo-statunitense. Uno spettacolo di sfida che nasconde la costante erosione della sovranità palestinese.

Eppure, nel perseguire questa strada i regimi arabi non tradiscono semplicemente la Palestina. Tradiscono se stessi. Si lanciano in un pericoloso confronto, non solo con il popolo palestinese, ma con il proprio.

Per decenni nel mondo arabo la causa palestinese è stata la misura ultima della legittimità. Abbandonarla significa smantellare ciò che resta della loro credibilità politica. E sebbene questi governanti possano credere che il tempo offuschi il ricordo del tradimento, dimenticano che la rabbia è paziente e la storia è spietata.

Il tempo non assolve. Il popolo non dimentica. E il libro mastro della codardia è scritto con un inchiostro che non sbiadisce mai.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice tunisina britannica esperta di politica mediorientale. Il suo lavoro giornalistico è apparso su The Guardian, The Independent, Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti può essere trovata su soumayaghannoushi.com e i suoi messaggi su X su @SMGhannoushi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il diritto internazionale è a un bivio: Gaza può innescare una presa di coscienza globale?

Ramzy Baroud

4 marzo 2025 – Middle East Monitor

Il diritto internazionale sta lottando per difendere la propria rilevanza. L’esito di questa lotta è probabilmente destinato a cambiare le dinamiche politiche del mondo intero, dinamiche che erano state plasmate dalla Seconda guerra mondiale e sostenute per mezzo di un’interpretazione selettiva del diritto da parte delle nazioni egemoni.

In linea di principio, il diritto internazionale avrebbe dovuto essere sempre rilevante, se non determinante, nel regolare le relazioni tra tutti i paesi, grandi e piccoli, per risolvere i conflitti prima che si trasformassero in vere e proprie guerre. Avrebbe anche dovuto adoperarsi per scongiurare il ritorno a un’epoca di sfruttamento che ha permesso al colonialismo occidentale di ridurre di fatto in schiavitù il Sud globale per centinaia di anni.

Sfortunatamente il diritto internazionale, che in teoria avrebbe dovuto rispecchiare il consenso globale, a stento si è occupato di pace o autenticamente impegnato nella decolonizzazione del Sud.

Dall’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan alla guerra contro la Libia e molti altri esempi, passati e presenti, le Nazioni Unite spesso sono state usate dai forti come strumento per imporre la loro volontà ai deboli. E ogni volta che i paesi più piccoli hanno reagito collettivamente, come spesso fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quelli che sono più potenti sul piano militare ed economico e detengono il potere di veto al Consiglio di Sicurezza hanno usato il loro potere per costringere gli altri sulla base della massima “might is right” [il diritto del più forte].

Non dovrebbe perciò stupire che molti intellettuali e politici del sud globale sostengano che il diritto internazionale è sempre stato irrilevante per la pace, i diritti umani e la giustizia, se non per professarne vanamente i valori.

Questa irrilevanza è stata messa pienamente in luce nei 15 mesi di ininterrotto genocidio israeliano contro i palestinesi a Gaza che ha ucciso e ferito più di 160.000 persone, un numero che secondo i molti autorevoli studi e riviste di medicina è destinato ad aumentare drasticamente.

Eppure, quando il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha aperto un’indagine per “plausibile genocidio” a Gaza e ha in seguito emesso il 19 luglio una risoluta sentenza in merito all’illegalità dell’occupazione israeliana della Palestina, il sistema internazionale ha dato un segno di vita, per quanto flebile. I mandati di arresto emanati a novembre dalla Corte Penale Internazionale contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-Ministro della Difesa Yoav Gallant hanno rappresentato un’ulteriore prova del fatto che le istituzioni legali internazionali, ancorché al servizio degli interessi occidentali, possono cambiare.

Washington si è opposta per molti anni alla giustizia internazionale. Sotto la presidenza di George W. Bush il parlamento statunitense ha approvato una legge che già dal 2002 protegge i soldati americani “dai procedimenti penali” della Corte Penale Internazionale, di cui gli Stati Uniti non fanno parte. La cosiddetta Legge sull’Invasione de L’Aia ha autorizzato l’uso della forza militare per salvare cittadini americani o personale militare arrestato dalla Corte Penale Internazionale.

Naturalmente molte delle misure adottate da Washington per mettere sotto pressione, minacciare o punire le istituzioni internazionali sono state collegate alla protezione di Israele sotto varie forme. Il clamore e le richieste di giustizia che il genocidio israeliano a Gaza ha destato in tutto il mondo hanno tuttavia messo nuovamente sulla difensiva i governi occidentali. Israele sta affrontando per la prima volta un giudizio severo, che ne ha fatto sotto molti aspetti uno Stato paria.

Invece di ripensare il loro rapporto con Israele e astenersi dall’alimentare la macchina della guerra, molti governi occidentali si sono scagliati contro la società civile per il solo fatto di aver chiesto l’applicazione del diritto internazionale.

Il 18 febbraio la polizia tedesca ha fatto irruzione nella sede del Junge Welt [storico quotidiano tedesco di orientamento marxista, ndt.] a Berlino come se stessero per acciuffare un pericoloso criminale. Hanno circondato l’edificio, armati fino ai denti, dando luogo a una sceneggiata che non avrebbe mai dovuto verificarsi in un paese che si considera democratico. La ragione per questo dispiegamento di forze era nientemeno che Francesca Albanese, avvocata italiana e dichiarata detrattrice del genocidio israeliano a Gaza.

Albanese è attualmente anche Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Se non fosse per l’intervento delle Nazioni Unite, avrebbe potuto essere arrestata semplicemente per aver chiesto che Israele sia chiamato a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ma la Germania non è un’eccezione. Altre potenze occidentali, sotto la guida degli Stati Uniti, partecipano di questa crisi morale. Washington ha intrapreso azioni gravi e preoccupanti non solo per sottrarre Israele e sé stessa alla responsabilità di fronte al diritto internazionale, ma anche per punire le stesse istituzioni internazionali, giudici e funzionari, per aver osato mettere in discussione il comportamento di Israele.

Lo scorso 13 febbraio infatti gli Stati Uniti hanno sanzionato il procuratore capo della Corte Penale Internazionale per le sue posizioni su Israele. Dopo qualche esitazione Karim Khan aveva fatto ciò che nessun altro procuratore della Corte Penale Internazionale aveva fatto prima, ovvero emettere mandati di cattura per Netanyahu e Gallant, i quali sono attualmente ricercati per “crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

La crisi morale si è aggravata quando i giudici sono diventati gli accusati, come è accaduto allo stesso Khan quando è stato fatto oggetto, oltre alle sanzioni americane, di innumerevoli attacchi e oltraggi da parte dei media occidentali.

C’è una possibilità di correggere il sistema politico e legale internazionale sulla base di nuovi standard: una giustizia e una responsabilità che si applichino a tutti e cui tutti siano ugualmente tenuti.

Chi si ostina a sostenere Israele ha di fatto rinnegato il diritto internazionale nel suo insieme. Le conseguenze di questa decisione sono terribili. Ma per il resto dell’umanità la guerra di Gaza può suscitare una presa di coscienza globale e costituire un’occasione per ricostruire un mondo più equo, che non sia plasmato da chi detiene la maggiore potenza militare ma dal bisogno di fermare l’insensata uccisione di bambini, donne e anziani innocenti.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La lotta di Masafer Yatta: i cinque punti salienti dell’intervista di The FloodGate ad Alaa Hathleen

Romana Rubeo

4 marzo 2025 The Palestine Chronicle

Nel podcast The FloodGate, Voices from Palestine, Alaa Hathleen di Masafer Yatta parla della vita sotto il regime militare, della violenza dei coloni e della continua lotta della comunità contro la pulizia etnica

Il 2 marzo il documentario No Other Land ha vinto un Oscar; vi si documenta la lotta dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana in corso a Masafer Yatta.

In questa puntata di The FloodGate, Robert Inlakesh di Palestine Chronicle ha parlato con Alaa Hathleen, attivista e abitante di Masafer Yatta, della vita sotto il regime militare, delle realtà quotidiane dello sfollamento e della resistenza incrollabile della comunità contro le forze israeliane e gli attacchi dei coloni.

Masafer Yatta è uno dei casi di più lunga data di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata, eppure la sua gente si rifiuta di essere cancellata.

Ecco cinque punti chiave della testimonianza di Alaa Hathleen.

1. Sotto attacco

Per decenni Israele ha applicato una combinazione di governo militare, pressione economica e uso manipolatorio delle leggi per cacciare i palestinesi dalla loro terra. Alaa Hathleen non vede alcun futuro per una soluzione a due Stati, perché l’occupazione non ha lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione palestinese.

“Ci hanno attaccato in ogni settore: sanità, istruzione ed economia. Con questi attacchi stanno cercando in ogni modo di farci andare via “, ha affermato Alaa.

“Ad esempio, per il mio villaggio c’è una sentenza legale della corte israeliana che afferma che la terra è nostra, eppure non ci è permesso viverci. Questa è la realtà secondo la legge israeliana. Abbiamo sofferto in ogni aspetto del vivere”.

“Anche in merito all’istruzione subiamo attacchi da parte dei coloni. Soffriamo per le demolizioni delle case e le operazioni militari. Non vogliono che viviamo qui; vogliono cacciarci con diversi mezzi, tra cui la violenza dei coloni e le demolizioni”, ha continuato Alaa, aggiungendo: “Per loro, questa è Area C [sotto il controllo israeliano totale ma temporaneo in base agli accordi di Oslo, ndt.], ma per noi è la nostra casa. Ecco perché non esiste una soluzione a due Stati per la Palestina”.

2. Perché siamo diventati attivisti

Per molti palestinesi l’attivismo non è una scelta, ma una necessità. L’attivismo di Alaa è profondamente personale, plasmato sia dall’occupazione che dalle lotte della sua famiglia.

“Sono sia un fisioterapista che un attivista, ma nessuna delle due attività è stata una scelta: sono diventato attivista dopo aver visto come l’occupazione ci ha negato tutti i diritti, quando hanno dichiarato la mia terra e la mia area zone militari, proibendoci di usarle”, ha detto.

“Sono diventato fisioterapista dopo che nel 2013 mio padre ha avuto un ictus. Era estremamente difficile accedere alla fisioterapia, quindi in quel momento ho deciso di dedicarmi a questo e lavorare sodo per aiutare la mia comunità”.

Alaa ha spiegato che non ci sono scuole nella zona. “Ogni giorno dovevo camminare per circa 10 chilometri attraverso montagne e valli solo per andare a scuola. Molte volte, i coloni ci hanno attaccati e picchiati, ma ero determinato a continuare i miei studi per sostenere la mia gente”, ha affermato.

3. Gli attacchi dei coloni

La violenza dei coloni è una minaccia quotidiana a Masafer Yatta e le autorità israeliane non offrono alcuna protezione agli abitanti palestinesi. Al contrario, facilitano gli attacchi assicurandosi che i coloni agiscano impunemente.

“I coloni ci attaccano mentre la polizia tarda il più possibile a rispondere, aspettando che i coloni abbiano terminato le distruzioni prima di arrivare. A volte, quando li chiamiamo, ci dicono: ‘Dove sono i coloni? State mentendo’ e invece di fermare gli aggressori ci arrestano”.

Altre volte, secondo Alaa, le forze israeliane riconoscono che i coloni ebrei israeliani illegali stanno facendo qualcosa di illecito, ma sostengono di non poterli fermare.

“Ci dicono sempre di presentare denunce alla stazione di polizia e, sebbene abbiamo presentato migliaia di denunce, non è cambiato nulla”.

“Non ci è permesso difenderci”, ha continuato. “Se ci proviamo, ci arrestano e ci mettono in prigione. Questa è la nostra realtà”.

4. Pulizia etnica e piani di annessione

Il governo israeliano supporta direttamente la violenza dei coloni, consentendo l’accaparramento di terre e l’espansione degli insediamenti. Masafer Yatta non sta solo subendo l’occupazione, sta anche affrontando un continuo processo di pulizia etnica.

“Il governo israeliano sostiene questi coloni, portandoli qui per attaccarci e continuare nei loro tentativi di sfrattare i palestinesi dalla loro terra”, ha detto Alaa.

“Siamo trattati come prigionieri: il nostro villaggio è chiuso e a volte decidono di aprire i cancelli. Ogni giorno affrontiamo attacchi da parte di coloni, soldati e amministrazione civile israeliana [il governo militare sui territori occupati, ndt.]. Emettono costantemente ordini di demolizione per le nostre case, cercando di cacciarci via”.

5. Dignità e diritti

Nonostante le difficoltà quotidiane la gente di Masafer Yatta si rifiuta di rinunciare alla propria terra. La resistenza è radicata nella loro dignità e nella determinazione a restare.

“Vogliono spostarci nelle città, ma noi rifiutiamo. Questa è la nostra terra, questa è la nostra vita. Vivremo qui con dignità e libertà, o saremo sepolti sotto di essa con i nostri antenati. Non c’è altra scelta”.

Purtroppo, ha affermato Alaa, questa questione è stata ampiamente ignorata dai media. “Ha ricevuto pochissima attenzione, ma rimane una delle lotte più importanti che affrontiamo”.

Romana Rubeo è una scrittrice italiana ed è caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’israeliano Ben Gvir chiede che vengano bombardati gli aiuti durante l’assedio di Gaza

Mera Aladam

4 marzo 2025 – Middle East Eye

L’ex ministro di estrema destra chiede la totale interruzione di elettricità e acqua nell’enclave, mentre due impianti di desalinizzazione sono già stati chiusi a Deir al-Balah

L’ex ministro della sicurezza nazionale ha chiesto con forza la “totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, unitamente al bombardamento degli aiuti a Gaza, nonostante le allerte di associazioni e esperti di diritti sulla carestia nell’enclave assediata.

Lunedì il politico di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto che queste misure devono essere prese nella Striscia di Gaza per “far morire di fame” Hamas prima di riprendere la guerra “in modo che poi possiamo schiacciarli facilmente”.

Il governo dovrebbe anche ordinare il bombardamento delle scorte di aiuti che si sono accumulati a Gaza in enormi quantità durante e prima del cessate il fuoco, nonché la totale interruzione dell’elettricità e dell’acqua”, ha scritto Ben Gvir in un post su X, prima noto come Twitter.

Se Hamas minaccia di far del male ai nostri ostaggi deve sapere che andrà incontro all’eliminazione dei terroristi”, ha aggiunto.

I piani delle autorità israeliane di interrompere l’acqua e l’elettricità erano circolati-circolavano già prima della dichiarazione di Ben Gvir.

Secondo l’emittente israeliana Kan 11 essi fanno parte di una strategia intesa ad applicare “la massima pressione sulla Striscia di Gaza e su Hamas”.

L’iniziativa, che coincide con il mese sacro di Ramadan, fa seguito al divieto di entrata nella Striscia di Gaza degli aiuti, imposto domenica dopo la fine della prima fase dell’accordo di cessate il fuoco.

Hamas ha chiesto ad Israele di avviare la seconda fase dell’accordo, che include la definitiva fine della guerra, il ritiro israeliano da Gaza e il rilascio dei rimanenti ostaggi israeliani, come precedentemente concordato.

Nonostante abbia ufficialmente interrotto i combattimenti, l’esercito israeliano ha ripetutamente violato la tregua da quando è entrata in vigore il 19 gennaio, lanciando attacchi aerei e sparando ai palestinesi.

Parecchie associazioni ed esperti per i diritti hanno condannato la decisione di Israele di bloccare gli aiuti, definendola “una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”, avvertendo che ciò potrebbe peggiorare la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.

In un post su X Medici Senza Frontiere (MSF) ha denunciato l’iniziativa.

L’aiuto umanitario non dovrebbe mai essere usato come strumento di guerra. Malgrado i negoziati tra le parti belligeranti, la popolazione di Gaza necessita ancora di un immediato e massiccio aumento delle forniture umanitarie”, ha dichiarato MSF.

Il blocco totale da parte di Israele degli aiuti umanitari a Gaza è un atto crudele di punizione collettiva e una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.”

Israele toglie la corrente agli impianti di desalinizzazione

Lunedì sera il Municipio di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, ha annunciato che Israele ha tolto la corrente a due impianti di desalinizzazione, che forniscono l’acqua a circa il 70% degli abitanti della zona.

Organi di informazione israeliani hanno tuttavia riferito che l’acqua è stata tolta dagli impianti di Deir al-Balah a causa di un problema tecnico in una delle linee elettriche e l’esercito impedisce di ripararla.

Secondo il municipio locale gli impianti che si sono fermati producevano circa 20.000 metri cubi al giorno di acqua desalinizzata, utilizzata soprattutto per bere e per l’irrigazione.

Senza questi sistemi la popolazione può soffrire di disidratazione e rischi per la salute, come problemi renali e malattie trasmesse dall’acqua, conseguenza della scarsa igiene.

La popolazione di Gaza è già altamente vulnerabile dopo 15 mesi di bombardamenti e assedio di Israele.

Più di 48.000 palestinesi sono stati uccisi da quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato guerra a Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, che ha provocato la morte di 1.139 persone.

L’agenzia di informazioni palestinese Wafa ha precedentemente riferito che la guerra ha gravemente colpito il settore sanitario nell’enclave, soprattutto nelle zone sovraffollate meridionali di Mawasi, Rafah e Khan Younis.

La distruzione dell’infrastruttura della gestione dei rifiuti ha provocato l’accumularsi di immondizia che comporta condizioni rischiose per gli abitanti coinvolti.

La diffusione di insetti e roditori aumenta ulteriormente il rischio di malattie, soprattutto patologie respiratorie, che creano grave pericolo per la popolazione vulnerabile, compresi bambini e anziani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché mi rifiuto di essere un ingranaggio nella macchina da guerra israeliana*

Noam Yonai

4 marzo 2025 – Haaretz

* Nota redazionale: l’articolo che segue può suscitare nei lettori un moto di fastidio. É stato scritto da una ex-soldatessa che manifesta apprezzamento per il suo lavoro nei servizi dell’intelligence militare e che quindi ha contribuito al sistema di oppressione e di violenza messo in atto contro i palestinesi. Tuttavia riteniamo significativo che persino una persona che si dice apprezzata dal contesto militare e gratificata da quello che faceva abbia ciononostante deciso, pur in modo confuso e contraddittorio, di prendere le distanze dal massacro in corso.

Sono stata arruolata in una prestigiosa posizione nell’intelligence militare nel gennaio 2017. Avevo amici che si sono rifiutati di fare il servizio militare. Sebbene sapessi che avrebbe potuto essere un’alternativa, ho scelto di non percorrere quella strada. Pensavo che nell’esercito avrei imparato qualcosa sul sistema stesso e forse su come influenzarlo. Ero un ufficiale e alla fine ho prestato servizio per quasi cinque anni per poi andarmene senza rimpianti.

Tuttavia non ho fatto una vita da civile per molto. Il 7 ottobre, poco dopo aver finito la leva, mi sono offerta come volontaria riservista. Senza neanche rendermene conto ho fatto il militare per un anno e programmato di farlo ancora più a lungo. Era diventato il mio posto di lavoro e mi piaceva veramente. Sentivo un senso di appartenenza, ero accettata e apprezzata, ero brava in quel che facevo, sentivo che me la stavo cavando bene, che mi stavo facendo notare.

Ma un conflitto stava nascendo in me. Soffrivo di insonnia, incubi e sensi di colpa causati dall’essere nell’esercito in questo periodo. Al di fuori del contesto militare mi aggiravo con una vergogna che con il tempo è cresciuta. Ogni giorno mi chiedevo come fosse possibile voler così tanto fare un lavoro che sapevo parte della macchina da guerra che stava uccidendo decine di migliaia di palestinesi e causando sofferenze in tanti altri.

E così me ne sono andata. Tutto il mio corpo diceva di no, voleva che rimanessi per continuare come al solito e ignorare quello che stava succedendo. Non sono una grande attivista ma ci sono riuscita. Questo è ciò che ho scritto al mio comandante a settembre: “Dal 7 ottobre si è parlato molto dell’Olocausto. Lei ci ha parlato di sua nonna che urlava nel sonno, di come la sicurezza della nazione e del Paese fossero nel suo sangue. Voi siete persone intelligenti, ufficiali di alto grado di questa unità. Così mi sono chiesta come può essere che la lezione che lei ha imparato dall’Olocausto sia che dobbiamo continuare a combattere a Gaza? Com’è possibile che il presupposto fondamentale che la guida è che dovremo vivere per sempre con la spada?”

Dall’Olocausto io ho imparato lezioni diverse. Una è quella di non essere mai un ingranaggio nel sistema. La seconda è non stare mai inerti di fronte alle sofferenze di persone innocenti. Pensavo che queste fossero le lezioni che i miei maestri a scuola, i miei genitori e i miei istruttori del movimento giovanile si aspettavano che imparassi. Forse mi sono sbagliata e forse volevano che arrivassi alla triste e sconfortante conclusione che la guerra è eterna. Mi rifiuto di crederlo. Mi rifiuto di restare a guardare passivamente le decine di migliaia di uomini e donne che sono state uccise a Gaza, gli attacchi aerei senza limiti e le operazioni che hanno messo in pericolo i miei migliori amici. 

Anche se avrei veramente voluto esserlo, mi rifiuto di rappresentare un ingranaggio nel sistema della difesa israeliana. Lei potrebbe dire che io sono pazza ma io direi che ultimamente sembra più che lo siano tutti gli altri.

Quando mi sono arruolata mi sono chiusa in me stessa, dedicandomi alla routine quotidiana, con la sua carica di adrenalina, senza ritenermi responsabile, accettando e riconoscendo la mia colpa. Quando mi sono congedata ho provato un danno morale, come se l’apatia fosse svanita.

A posteriori penso che molti di coloro che ho incontrato durante il mio servizio militare fossero così… dimentichi di loro stessi e delle proprie coscienze. Ma, e se non lo fossimo stati? E se tutti noi fossimo stati attenti alle nostre emozioni? E se fossimo stati esposti ad altri media e immagini da Gaza? E se avessimo guardato meglio? Forse la realtà ci sarebbe sembrata diversa?

Io non so quante persone si sono comportate così. Mi fa pensare che forse è così che si possono cambiare le cose. Forse è un’alternativa che deve essere ancora presa in esame, un modo nuovo che potrebbe aprire nuovi canali dentro di noi… forse è così che si può porre fine alla guerra. Mi sono chiesta se comportarmi così mentre ero nell’esercito potesse essere efficace. Per ora la mia risposta è no. Cambiare le cose da dentro il sistema non è un’alternativa nelle attuali circostanze.”

In seguito ho parlato con quel comandante per ore. Ha veramente cercato di capire e anche se non sono riuscita a spiegarmi, ho detto che, dato che nella presente situazione contribuire significava sostenere le politiche attuali, ciò non mi andava bene. Sono troppo sensibile.

Mi sono poi resa conto che non aveva quasi importanza se pensavamo che fosse giusto o sbagliato. Nelle nostre vite facciamo quello che è giusto per noi, quello che possiamo fare e continuare a dormire sonni tranquilli. Io so quello che è giusto non perché ho fatto un’analisi intellettuale. So quello che è giusto con l’intuizione e se l’ascolto e le fornisco informazioni da elaborare, mi urla quello che devo fare.

La vita dopo il servizio militare fa paura. Sono passati 3 mesi e mi sento ancora come chi ha lasciato il mondo ortodosso e ha perso il legame con dio. Questa è la mia piccola lotta nel nostro mondo al contrario. Fa male, è difficile, devo guardarmi in faccia ogni mattina e capisco perché molte altre donne non hanno fatto la scelta che ho fatto io. Ma vi consiglio di “conoscere voi stessi,” nutrire la vostra intuizione e ascoltarla. È potente e vera e significa una vita vera, non la quasi-vita in cui sono stata immersa per così tanto tempo. 

Vorrei che la guerra finisse, che tutti gli ostaggi tornassero e che potessimo leccarci le ferite, non più grattarcele. Spero che diventi sicuro e bello vivere qua, che si possa semplicemente vivere le nostre piccole vite, leggere un libro, portare a spasso il cane nel bosco e mangiare qualcosa di buono.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio) 




Nella sua lotta contro il fascismo l’accademia israeliana rimane cieca riguardo a una verità fondamentale

Anat Matar

26 febbraio 2025 – +972 Magazine

L’attacco del governo contro le regole democratiche non può essere separato dalla sua oppressione dei palestinesi: sono due emisferi dello stesso cervello di destra

Mai prima d’ora le due comunità israeliane con cui divido buona parte del mio tempo, quella universitaria e quella degli attivisti, sono state così estranee tra loro, e ciò nonostante entrambe siano realmente preoccupate del fascismo che stringe la sua presa sulla società israeliana.

Il contrasto tra le risposte delle due comunità al benedetto cessate il fuoco, entrato in vigore il mese scorso, è un’indicazione di questo abisso. Quando noi attivisti di sinistra abbiamo festeggiato il cessate il fuoco ci era chiaro che avrebbe dovuto essere raggiunto molto prima. Dalla seconda settimana dell’ottobre 2023 abbiamo capito che la guerra di Israele contro Gaza era motivata semplicemente da un sentimento di vendetta, mascherato da una facciata retorica di “autodifesa”, e che avrebbe portato solo a un’enorme sofferenza per israeliani e palestinesi; abbiamo anche compreso che avrebbe messo a rischio la vita degli ostaggi israeliani.

D’altra parte la risposta al cessate il fuoco del campo accademico liberal israeliano è stata più emotiva che politica: parlano incessantemente della sofferenza degli ostaggi ma non rivolgono quasi alcuna critica agli obiettivi iniziali e alla condotta della guerra da parte dell’esercito, né fanno un tentativo di capire come siamo arrivati a questo punto. Ciò corrisponde tristemente a come si sono comportati in questi ultimi 16 mesi. Dopo aver guidato il movimento di protesta contro la riforma della giustizia prevista dal governo all’inizio del 2023, dal 7 ottobre l’accademia israeliana si è rapidamente allineata. Da discorsi ed editoriali bellicosi che difendono una “guerra giusta” all’arruolamento in massa degli studenti israeliani nei servizi della riserva, nei primi mesi l’università nel suo complesso ha appoggiato la guerra.

Quello che i miei colleghi accademici non riescono ad afferrare, mentre i miei amici attivisti lo comprendono chiaramente, è che i continui attacchi del governo israeliano alle regole e alle istituzioni democratiche non possono essere disgiunti dall’oppressione genocida del popolo palestinese. Rappresentano i due emisferi dello stesso cervello di destra.

Un netto rifiuto

Quando, pochi giorni dopo la sua formazione alla fine del 2022, la coalizione di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua riforma della giustizia la comunità accademica progressista si è rapidamente attivata. Docenti e studenti sono usciti a frotte dall’università e sono scesi in piazza sventolando grandi bandiere israeliane blu e bianche e portando cartelli che dicevano “Nessuna università senza democrazia”. Dirigenti universitari, compreso il presidente dell’università di Tel Aviv Ariel Porat, si sono espressi pubblicamente contro quelli che hanno visto come i pericoli che le riforme proposte pongono alla “democrazia israeliana”, unendosi alle proteste e scrivendo decine di lettere aperte e di editoriali.

Per un certo tempo gli orrori del 7 ottobre hanno fatto tacere alcune di queste voci. Altre sono state reclutate dalla macchina propagandistica israeliana e hanno applaudito quella che hanno visto come la guerra giustificata di Israele contro Hamas: come ha sostenuto Porat nel novembre 2023, “la guerra contro Amalek [spietato nemico biblico degli ebrei, ndt.].” Con il tempo, quando è diventata evidente la verità che gli attivisti di sinistra avevano già constatato a metà ottobre, cioè che il governo non era affatto interessato a salvare gli ostaggi che languivano a Gaza, nei circoli accademici ci sono stati sommessi mormorii di dissenso. Ci sono state persino espressioni di preoccupazione riguardo alla “crisi umanitaria” a Gaza e richieste di scongiurarla.

Ma è stato solo con la ripresa dell’attacco del governo contro lo Stato e le istituzioni pubbliche che alcune voci progressiste hanno ripreso a parlare in massa. Il primo gennaio 2024 l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha sentenziato contro uno dei pilastri della riforma giudiziaria. Questa iniziativa ha gradualmente riportato la questione all’attenzione sia del ministero della Giustizia israeliano che dell’opinione pubblica liberal. Per molti mesi il ministro della Giustizia Yariv Levin si è rifiutato di riunire la commissione responsabile dell’elezione del presidente della Corte Suprema, e ora si rifiuta di riconoscerne la designazione.

In un recente articolo per Haaretz Porat ha dettagliato il tipo di “mega-avvenimenti” che, se dovessero accadere, richiederebbero manifestazioni e persino scioperi: la destituzione del procuratore generale, il licenziamento del capo dello Shin Bet [il servizio segreto interno israeliano, ndt.] e la mancata osservanza delle sentenze della Corte Suprema da parte del governo. Le osservazioni di Porat hanno ricevuto un vasto appoggio dalle organizzazioni accademiche, comprese la Bashaar – Comunità Accademica per la Società Israeliana, l’Accademia Israeliana delle Scienze e alcuni sindacati dei docenti.

Questi singoli e gruppi si sono anche fortemente opposti a varie leggi della Knesset che prendono di mira l’università definendole le “leggi bavaglio”: una che taglierebbe i finanziamenti pubblici alle istituzioni accademiche che non licenzino docenti che esprimono “appoggio al terrorismo” e un’altra che richiede alle università di chiudere associazioni di studenti che appoggino “il terrorismo o la lotta armata contro lo Stato di Israele”.

Non c’è alcun dubbio che l’ira e gli appelli urgenti dei dirigenti universitari a resistere a ogni aspetto della riforma giudiziaria siano totalmente giustificati. Tuttavia essi hanno dimostrato un netto rifiuto di riconoscere altri aspetti della stessa agenda, messi in pratica dallo stesso abominevole governo molto prima del 7 ottobre: l’intensificazione dell’occupazione e della spoliazione dei palestinesi; l’espansione delle colonie e degli avamposti dei coloni, spesso attraverso la forza e la violenza; la deliberata e totale cancellazione dell’esistenza politica dei palestinesi.

Da quel terribile giorno il regime della “riforma giudiziaria” ha portato avanti a Gaza una seconda Nakba, molto più brutale della prima. Ha ucciso decine di migliaia di palestinesi mentre ne sfollava e affamava due milioni; ha distrutto il paesaggio fisico dell’intera Striscia, comprese tutte le sue università; ha bloccato l’ingresso di cibo, aiuti umanitari e materiale sanitario. In breve, tutte le componenti che costituiscono un genocidio.

Allo stesso tempo il governo ha stretto la sua presa sulla Cisgiordania occupata espandendo la costruzione di colonie, privando dei mezzi di sostentamento centinaia di migliaia di palestinesi, lanciando nuove massicce operazioni militari nei campi profughi e lasciando liberi i coloni suoi complici di commettere soprusi sistematici.

Lo stesso governo, lo stesso programma, la stessa escalation totalitaria e lo stesso palese disprezzo per la vita umana. Eppure per due anni l’élite ebraica progressista istituzionale ha continuamente negato il rapporto tra questi due emisferi che formano il cervello dell’attuale regime.

Il rapporto tra l’accademia e l’esercito

Il deliberato scollamento spesso è reso possibile dal fatto di separare le azioni di Netanyahu e del suo governo, quello che recentemente l’ex capo di stato maggiore Moshe Ya’alon ha descritto come “il governo di messianici, disertori e del corrotto”, da quelle dell’esercito. Il primo commette orribili crimini di guerra; il secondo, che include soldati e ufficiali innocenti, potrebbe trovarsi ad essere accusato dall’ Aia [la Corte Penale Internazionale, ndt.], senza alcuna colpa.

Ciò in parte deriva dalla stretta collaborazione tra l’accademia e l’esercito israeliani attraverso ricerche in comune, programmi speciali per i soldati, conferenze sulla “sicurezza”; in una collaborazione proseguita dopo il 7 ottobre. Per esempio recentemente l’università di Tel Aviv ha ospitato l’inaugurazione del DefenseTech Summit [Vertice sulla Tecnologia della Difesa], che metteva in mostra le ultime innovazioni letali degli armamenti di Intelligenza Artificiale e droni, tutto mentre le forze armate israeliane distruggevano ogni possibilità di vita nella Striscia di Gaza. Tra i principali oratori c’era il generale (della riserva) Eyal Zamir, direttore generale del ministero della Difesa israeliano e da poco nominato capo di stato maggiore.

Anche se agevolano questi rapporti tra l’università e l’esercito, i dirigenti universitari progressisti israeliani non sempre li promuovono, né, tuttavia, li negano. In una recente intervista la professoressa Milette Shamir, vice-presidentessa dell’università di Tel Aviv per la collaborazione accademica internazionale, è sembrata totalmente restia ad assumersi la responsabilità della complicità della sua università nell’impegno bellico di Israele.

“Mentre è vero che a volte la nostra ricerca favorisce l’impegno militare,” ha ammesso, “non decidiamo noi gli indirizzi di ricerca al posto dei nostri docenti quello su cui devono fare ricerca.” Non ha neppure approfondito se questo impegno per la libertà accademica potrebbe consentire a un docente di condurre scavi archeologici nella Cisgiordania occupata in chiara violazione delle leggi internazionali o sviluppare cineprese da applicare ai cani per aiutare le unità cinofile dell’esercito a condurre attacchi letali contro civili palestinesi a Gaza [cosa realmente accaduta, come dimostrato da un video della stessa università. Vedi https://www.middleeasteye.net/news/tel-aviv-university-developed-dog-cameras-army-unit-linked-gaza-attacks. Ndt.].

Né Shamir ha affrontato la questione dei contratti che l’università firma con l’esercito per programmi accademici specialistici, che consentono a soldati in uniforme e armati di invadere il campus di Tel Aviv. Nella mente della vice-presidentessa, come in quella del presidente e di molti altri importanti membri del corpo docente, è al governo che essi si oppongono e quest’ultimo non ha un reale rapporto con l’esercito, che essi invece sono orgogliosi di servire. È così che Shamir è in grado di affermare: “Sarebbe sbagliato sostenere che collaboriamo con il governo.”

Questa devozione per l’esercito israeliano, guidata dalla fede nella sua intrinseca moralità e di quella della maggioranza dei suoi soldati, è stata ampiamente evidenziata nel più recente editoriale di Porat su Haaretz, pubblicato diversi giorni fa. In esso egli mette in guardia contro la legge della Knesset, approvata la scorsa settimana in lettura preliminare, che vieterebbe ai cittadini, autorità ed enti pubblici israeliani di collaborare in qualunque modo con la Corte Penale Internazionale.

Come ha giustamente evidenziato Porat, questa legge limiterebbe gravemente il lavoro di giornalisti e accademici che potrebbero rischiare il carcere solo per aver pubblicato articoli sui crimini dei soldati israeliani. Ma per Porat una “conseguenza non meno grave” della legge sarebbe la minaccia che rappresenta per i soldati israeliani, che egli ritiene sarebbero a grave rischio di azioni penali all’estero. Di nuovo, vediamo una sincera preoccupazione per la democrazia unita a un totale oblio del fatto che Israele ne è lontana e, con le sue parole, una profonda fiducia nella purezza della “grande maggioranza dei soldati dell’esercito”, anche “se, dio non voglia, sono stati commessi crimini di guerra” da qualcuno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Analisi | La storica indagine dell’esercito israeliano sul 7 ottobre rivela solo una parte degli errori di Israele. Deve essere seguita da una commissione parlamentare d’inchiesta*

Amos Harel

28 febbraio 2025 – Haaretz

Il disastro del 7 ottobre non è stato solo il risultato di decisioni sbagliate di quella notte, ma è derivato da anni di errori. I principali: la concezione politica secondo cui Hamas era utile a Israele, l’errore di valutazione dell’intelligence secondo cui non avrebbe potuto lanciare un attacco su vasta scala e il carente schieramento difensivo.

*

Nota redazionale: l’articolo di Amos Harel, esperto militare di Haaretz, presenta la vicenda del 7 ottobre dalla prospettiva dell’esercito israeliano ed ha un rapporto privilegiato con quel mondo. Riteniamo che comunque la sua analisi dei vari rapporti di cui parla sia interessante e per questo lo presentiamo ai nostri lettori.

Questa è stata una delle settimane più difficili che la società israeliana abbia affrontato da quando è iniziata la guerra. Il ritorno dei corpi degli ostaggi, che ha fatto seguito alle commoventi immagini del ritorno di ostaggi vivi riuniti alle loro famiglie nelle settimane precedenti, sembrava avvolgere l’intero Paese in una spessa coltre di tristezza. Decine di migliaia di persone si sono unite al corteo funebre della famiglia Bibas del kibbutz Nir Oz -Shiri, per la madre e suoi figli Kfir e Ariel. Molti altri l’hanno visto in televisione.

Le settimanali esibizioni di insensibilità dei membri della coalizione di governo, che hanno continuato a fare il proprio lavoro come se la tragedia li sfiorasse appena, hanno solo reso più intenso il lutto. Il primo ministro Benjamin Netanyahu li ha superati tutti. Prima sventola foto della madre e dei figli alla Knesset e diffonde dettagli sul loro agghiacciante assassinio in prigionia, ignorando totalmente la richiesta della famiglia affinché si astenesse dal farlo. Due giorni dopo si presenta in tribunale indossando una cravatta arancione [colore simbolo dei bambini morti, che avevano i capelli rossi, ndt.] e chiedendo ai giudici di iniziare il processo con un minuto di silenzio in memoria della famiglia Bibas, cercando di conquistarsi simpatie. I giudici, sfoggiando un inedito coraggio, hanno giustamente rifiutato di assecondarlo.

L’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndt.] aveva altre ragioni per sprofondare nella depressione. A fronte del pensionamento anticipato del capo di stato maggiore dell’IDF Herzl Halevi la prossima settimana, le inchieste dell’esercito sugli avvenimenti del 7 ottobre saranno finalmente concluse, soprattutto l’indagine interna sul massacro e sugli errori che hanno portato ad esso. Lunedì 600 ufficiali, dai comandanti di battaglione che hanno preso parte ai combattimenti fino ai generali e al capo di stato maggiore, si sono ritrovati presso la base aerea di Palmahim per una lunghissima riunione e per ascoltare le principali risultanze dell’inchiesta. Poi le conclusioni sulle varie battaglie sono state presentate alle comunità del Negev occidentale, i cui abitanti sono stati uccisi o rapiti durante il massacro.

Se qualcuno si aspettava di sperimentare una catarsi, chiaramente ciò non è avvenuto. “Siamo ancora tutti bloccati al 7 ottobre,” ha ammesso un ufficiale che ha partecipato alle indagini. È impossibile disconnettersi da esso.” Costantemente sospeso sullo sfondo è il timore che il cessate il fuoco sui principali fronti, Gaza e il Libano, sia solo temporaneo. In effetti se i colloqui più avanti dovessero fallire, la guerra potrebbe essere ripresa e le prospettive che gli ostaggi ancora in vita vengano liberati saranno notevolmente ridotte. Nella Striscia di Gaza ci sono ancora 59 soldati e civili rapiti, e di 24 di essi si crede siano vivi.

L’esercito che non c’era

La cerimonia in cui Halevi consegnerà il comando al suo successore, Eyal Zamir, avrà luogo mercoledì. Si terrà nel quartier generale delle IDF a Tel Aviv invece che presso l’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, come sarebbe la regola. Oltretutto saranno presenti poche persone e i media non saranno ammessi. La ragione ufficiale dell’esercito è che non sarebbe opportuno tenere un evento festoso nel bel mezzo di una guerra (e, implicitamente, a causa delle circostanze delle dimissioni di Halevi). Ma in pratica è stata una direttiva dell’ufficio del primo ministro, che evidentemente teme una diffusione dal vivo delle dichiarazioni di Halevi.

Di conseguenza la presentazione dei risultati dell’indagine è stata l’ultima importante apparizione di Halevi in uniforme. Ed è ammirevole. Sotto il suo comando gli errori hanno giocato un ruolo fondamentale nel disastro del 7 ottobre (e la riluttanza ad approfondire i suoi errori personali, nonostante si sia pubblicamente assunto le sue responsabilità, continua a stupire). Ma l’approfondito processo di indagine che ha guidato è stato un passo importante, anche se non tutte le inchieste sono state uguali quanto a natura e qualità.

Un problema deriva dalla scelta delle persone che hanno condotto l’indagine. Inizialmente Halevi aveva nominato un gruppo di esperti, importanti ufficiali in pensione, guidato dall’ex-capo di stato maggiore Shaul Mofaz. Ma Netanyahu lo ha obbligato ad annullare la decisione, affermando che si trattava di figure politiche. Di conseguenza una parte significativa delle indagini è stata invece condotta da ufficiali della riserva degli stessi corpi o comandi che stavano indagando. Oltretutto erano di grado inferiore rispetto ai generali che comandavano questi corpi.

L’intelligence militare sembra aver condotto un’indagine in profondità riguardo ai propri errori e al modo in cui la sua cultura organizzativa vi ha contribuito, così come alla concezione errata dell’IDF alla vigilia della guerra. E l’inchiesta dell’aeronautica militare ha smentito l’affermazione insensata secondo cui la protesta dei piloti contro la riforma della giustizia del governo sia stata la causa del ritardo nell’assistenza aerea alle comunità e agli avamposti dell’esercito attaccati durante il massacro.

Ad Halevi non manca il coraggio civile. A differenza di Netanyahu, egli si è recato nella regione di confine [con Gaza, ndt.] sia prima che dopo il 7 ottobre. In una delle sue visite a Nir Oz, il kibbutz di cui l’esercito si è dimenticato e che ha abbandonato, ha sentito una cosa che lo ha scioccato. Un membro del kibbutz gli ha detto che l’ultimo terrorista coinvolto nella strage ha lasciato Nir Oz molto prima che vi entrasse il primo soldato.

E questa in sintesi è la tragedia. Nir Oz è stato il colmo, ma nel sud di Israele quella mattina l’IDF semplicemente non c’era, almeno non nel momento giusto e con il numero necessario di soldati.

Secondo l’indagine in realtà l’aeronautica ha raggiunto Nir Oz prima delle forze di terra. Alle 9,30 il comandante dell’aeronautica Tomer Bar ha ordinato di attaccare veicoli che cercavano di attraversare il confine per tornare a Gaza. Vari attacchi sono stati portati nei pressi di Nir Oz, e in un caso un missile sparato da un elicottero ha ucciso l’abitante del kibbutz Efrat Katz insieme ai suoi rapitori.

Ma i piloti dell’elicottero e gli operatori dei droni che hanno tardivamente attaccato la zona di confine non avevano, a Nir Oz o in altri kibbutz e basi militari, contatti sul terreno che permettessero attacchi aerei di precisione per aiutarli a contrastare l’attacco e a distinguere tra i rapitori e le loro vittime.

Ed è lì che risiede l’errore. La principale responsabilità dell’IDF, il fondamento stesso della sua esistenza in un Paese fondato sulle ceneri dell’Olocausto, è proteggere gli ebrei in pericolo, da Nir Oz a Entebbe, in Uganda [riferimento a un dirottamento aereo del 1976 terminato con un attacco israeliano contro l’aeroporto ugandese, ndt.].

Ma nella mattina di Simhat Torah [festività ebraica alla fine di Sukkot, ndt.] del 2023 madri nei kibbutz si sono nascoste con i loro figli nei rifugi e hanno scritto a gruppi WhatsApp, a volte con dita insanguinate, messaggi che chiedevano solo una cosa: “Dove accidenti è l’IDF?” A Nir Oz, e nel kibbutz Kfar Azza, al Nova Festival e nel kibbutz Be’eri, sono morti o sono stati rapiti civili prima che potessero sentire almeno un soldato nelle vicinanze.

L’idea fissa dell’esercito riguardo a Gaza non corrisponde alla teoria dell’estrema destra secondo cui si è trattato del lavoro di un immaginario Stato profondo appostato nelle tenebre.

A livello diplomatico ciò riguarda l’insistenza di Netanyahu (e in misura minore a quello del precedente “governo del cambiamento”) sul fatto di gestire il conflitto con i palestinesi senza cercare di risolverlo, adottando una politica del dividi e conquista tra Hamas a Gaza e l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e consentire al denaro qatariota di fluire a Gaza con la consapevolezza che sarebbe stato usato per costruire la mostruosa macchina terroristica di Hamas.

A livello militare, successivi capi di stato maggiore hanno condiviso l’obiettivo governativo di contenimento, la mancanza di volontà di lanciare operazioni di terra in aree urbane densamente abitate, la mancanza di fiducia nella capacità delle forze di terra di condurre tali operazioni e la difficoltà a dissentire da ufficiali di grado superiore, con o senza uniforme, che dipingevano un quadro roseo del presente e rifiutavano di ascoltare gli avvertimenti riguardo a un futuro cupo.

Tutto quanto detto va molto al di là del mandato delle indagini militari. Per questo c’è bisogno di una commissione parlamentare d’inchiesta.

Hamas da Marte, l’intelligence dell’IDF da Venere

Il risultato finale è che le inchieste confermano buona parte delle informazioni pubblicate da Haaretz e altri media durante gli ultimi 16 mesi e condividono molte delle stesse conclusioni. Quello che è successo è un’idea fissa concettuale. La comunità dell’intelligence, con in prima linea i servizi di sicurezza dell’IDF e dello Shin Bet [intelligence interna, ndt.], non credeva che Hamas fosse in grado di organizzare un attacco coordinato di migliaia di terroristi e attraversano il confine in più di 100 punti, che avrebbe sopraffatto con successo la Divisione Gaza e preso il controllo di gran parte del territorio di cui la divisione era responsabile.

Israele sceglie di adottare interpretazioni alternative, persino quando sono arrivate prove che Hamas aveva preparato un dettagliato piano operativo per un attacco di sorpresa di quel genere (il documento “Mura di Gerico” [rapporto israeliano del 2022 che descriveva nei dettagli l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ndt.]), stava addestrando le sue unità per metterlo in pratica (come la sottufficiale dell’intelligence V. aveva scoperto e informato), stava conducendo inusuali perlustrazioni (su cui le vedette dell’esercito avevano dato avvertimenti) e stava tenendo un dialogo operativo articolato con i suoi alleati riguardo alle caratteristiche dell’attacco e forse ai suoi tempi.

C’è stata una negligenza doppia: riguardo all’esercito terrorista che era avanzato lungo il confine e riguardo all’evidente intenzione ideologica e pratica di mettere in atto un’azione per modificare radicalmente lo status quo e sconfiggere Israele in una guerra su vari fronti. I comandanti si sono convinti che se fosse mai avvenuto un qualche cambiamento l’onnisciente intelligence israeliana lo avrebbe scoperto e fornito un tempestivo avvertimento che avrebbe dato loro il tempo adeguato per organizzarsi.

L’elemento complementare per il terreno fertile da cui è derivato il disastro risiede nello schieramento operativo. Sul confine libanese, di fronte a migliaia di organici della Forza Radwan [reparti speciali, ndt.] di Hezbollah, l’IDF schierava solo quattro battaglioni, lo stesso numero che l’esercito aveva dislocato contro Hamas. Quando, prima della guerra, il comandante della Divisione Galilea, generale Shai Kalper, ha manifestato la preoccupazione secondo cui non avrebbe ricevuto un avvertimento con sufficiente anticipo, l’intelligence militare lo ha rassicurato dicendo che l’allerta gli sarebbe stata data per tempo.

In pratica sul confine di Gaza, dove era in atto una politica particolarmente permissiva di licenze per il sabato e le feste, la mattina dell’attacco c’erano solo 770 combattenti (o 680, secondo una diversa versione) e 14 carrarmati con equipaggio. Hanno dovuto affrontare un’ondata di invasori che includeva quasi 5.600 terroristi prima che significativi rinforzi dell’IDF raggiungessero la zona. La situazione sul confine libanese avrebbe potuto essere ancora più seria se il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah non avesse esitato; il comando settentrionale ha approfittato del tempo per schierarvi tre divisioni entro la sera.

Essendo in inferiorità numerica di 5 o più a 1, i soldati negli avamposti e nei comandi militari lungo il confine di Gaza si sono trovati immobilizzati, cercando disperatamente di difendere se stessi e con difficoltà a prestare aiuto alle comunità o a quanti erano a bordo delle automobili che sono state attaccate sulle autostrade, lungo le quali Hamas aveva organizzato imboscate mortalmente efficaci.

Un fattore che ha contribuito è stata la graduale erosione nelle regole d’ingaggio dell’IDF nei compiti difensivi, in cui l’esercito non è mai stato comunque molto brillante. Le truppe da combattimento di riservisti sono rimaste sorprese scoprendo che la vecchia e collaudata procedura di un’“allerta all’alba”, in cui tutti i soldati degli avamposti sono schierati durante il passaggio di turno dalla notte al giorno in base al ragionevole assunto che quello sia il momento in cui un attacco è più probabile, era stato sostituito da una versione ridotta consistente solo di un leggero rinforzo delle pattuglie.

Alla base di tutto questo, e insieme a un certo disprezzo verso il nemico palestinese (con l’attenzione concentrata su Hezbollah e Iran), c’era anche eccessiva fiducia negli ostacoli sul confine, la cui costruzione era stata completata nel 2021. Netanyahu e l’allora capo di stato maggiore Aviv Kochavi descrissero il muro contro i tunnel e la barriera costruita in superficie come una soluzione definitiva che avrebbe eliminato la minaccia di un’incursione contro le comunità israeliane lungo il confine.

In un’indagine a posteriori l’intelligence militare ha identificato una serie di eventi e dichiarazioni che hanno segnato il percorso di Hamas verso l’attacco molto prima del trafugamento del documento “Mura di Gerico”. Sembra che sia stata una convinzione che si è consolidata nei vertici dopo la guerra di Gaza del 2024, accentuata in seguito all’ascesa di Yahya Sinwar alla guida dell’organizzazione nel 2017 e divenuta un piano operativo in seguito al conflitto tra Gaza e Israele nel maggio 2021. È lì che la comprensione delle due parti sulla situazione reale di Gaza si è differenziata: quella di Hamas è venuta da Marte, quella dell’intelligence militare da Venere.

Sinwar e il suo collega Mohammed Deif hanno considerato un grande successo l’operazione del 2021, durante la quale Hamas è riuscita a infiammare Gerusalemme, a reclutare l’opinione pubblica araba in Israele e per la prima volta ha sperimentato una campagna su più fronti simultaneamente. È stato allora che è maturata l’idea che un attacco di sorpresa potesse essere realizzabile, purché la sorpresa fosse totale.

Per contro Israele si è complimentato con se stesso in seguito al bombardamento del sistema di tunnel di Gaza, denominato il “Metro” (anche se in realtà è stato un completo fallimento), ha spiegato che Hamas era stato scoraggiato e indebolito e ha confermato fantasiosamente di avere ragione quando l’organizzazione si è astenuta dal prendere parte alla serie di scontri tra l’IDF e il Jihad islamico.

Il generale Itai Brun, che ha coordinato l’indagine della Divisione Ricerche dell’Intelligence Militare, crede che la direzione errata della lettura di Hamas da parte della comunità dell’intelligence potrebbe essere iniziata più di un decennio fa e che il sistema era “totalmente errato riguardo ad Hamas”, benché eccellesse nel raccogliere informazioni e nello sventare il contrabbando di armi un grande numero di fronti. Oltretutto Brun lo mette in rapporto con il fatto che Israele non ha compreso la profondità del “piano di distruzione” e i colloqui dell’asse radicale regionale guidato dall’Iran, che negli anni era diventato pratico e concreto.

L’inchiesta di Brun attribuisce il fallimento a una serie di errori madornali, alcuni dei quali culturali. Afferma che si è trattato di un classico errore di intelligence: quella militare si atteneva alla concezione che Hamas fosse stata dissuasa da un scontro militare totale con Israele, mentre Israele credeva alle mosse ingannevoli di Hamas, che trasmetteva il desiderio di regolarizzare la situazione con Israele. Brun ha riscontrato carenze nella cultura e nei metodi di ricerca delle informazioni, pregiudizi che hanno condizionato la comprensione, e una serie di problemi strutturali e organizzativi. Come ha detto recentemente in interviste con i media, l’abbaglio “non è occorso a un piccolo gruppo specifico del personale dell’intelligence durante una certa notte,” ma riflette una discrepanza più ampia.

All’interno della comunità dell’intelligence le opinioni di Brun sono controverse, ieri come oggi. Alcuni pensano che stia andato troppo oltre, fino a “una visione totalmente negativa dell’intelligence”, che esclude completamente la capacità di predire tendenze ed eventi. Altri sono furiosi per il fatto che Brun ignori le avvertenze strategiche che fin dal 2015 la Divisione Ricerca fece circolare e che mettevano in guardia contro un’esplosione del contesto palestinese, totalmente ignorate da Netanyahu, che intendeva continuare con la politica corrente. In quest’ottica l’attenzione esagerata alle carenze dell’intelligence nel corso del tempo assolve troppo facilmente Netanyahu.

Secondo il generale (della riserva) Moshe Schneid, che ha guidato le indagini dell’intelligence alla vigilia dell’attacco, almeno parte del problema si rispecchia anche là, “in una notte che è un assoluto microcosmo.” La rivoluzione informatica ha portato a un grande flusso di rapporti di intelligence da una vasta gamma di rilevatori (dalla penetrazione cibernetica all’intercettazione delle reti cellulari), e gli analisti informatici hanno avuto molte difficoltà a metterli in ordine e a individuare i dettagli più significativi e critici.

Gli eventi di quella notte, tra le più tragiche nella storia del Paese, sono stati decostruiti e analizzati dall’esercito a livello di ore e minuti. La questione fondamentale riguarda le indicazioni di pericolo che avevano cominciato ad accumularsi la sera precedente, soprattutto l’attivazione di carte SIM israeliane nella rete di cellulari dei terroristi di Hamas da parte delle unità Nukhba [le forze speciali di Hamas, ndt.]. I rapporti documentano conversazione su conversazione e prolungate precisazioni riguardo a indicazioni, che si andavano accumulando, che qualcosa non andava. Ma Halevi, che le ha controllate all’ultimo in stretto coordinamento con lo Shin Bet guidato da Ronen Bar, ha anche percepito un ampio consenso dell’intelligence secondo cui non era stato pianificato alcun attacco massiccio, che tutti i segnali indicavano che Hamas si stava comportando nel solito modo e che comunque non fosse il caso di lanciare un allarme a breve termine.

“Ho vissuto quella situazione decine se non centinaia di volte,” dice un importante ufficiale della riserva che, su richiesta del capo di stato maggiore, ha esaminato con cura le indagini. “Retrospettivamente è chiaro che avrebbero dovuto adottare un atteggiamento serio e prendere più misure di allerta. Ma non penso che in base a circostanze simili quella notte capi di stato maggiore come Gadi Eisenkot o Shaul Mofaz avrebbero preso decisioni diverse da quelle di Halevi.”

Eppure, in parte a causa del fatto che l’uso di agenti (humint [informatori, ndt.]) a Gaza è sotto la totale responsabilità dello Shin Bet, le indagini non offrono alcuna spiegazione su uno dei fallimenti più sorprendenti: il fatto che non ci sia stato alcun informatore della Striscia che abbia avvertito i propri referenti israeliani in tempo reale riguardo a quello che stava per avvenire. Non si tratta solo di una questione di intelligence umana. Poco dopo che sono terminate le consultazioni telefoniche sotto la direzione di Halevi, alle 4,50 del mattino, nella Striscia sono iniziati i preparativi concreti dell’attacco.

Migliaia di terroristi di Hamas si sono separati dalle proprie famiglie, hanno lasciato le proprie case e si sono diretti ai luoghi di riunione stabiliti. Come è stato possibile che nessuno dei sistemi israeliani di gestione delle informazioni, del tipo che l’intelligence militare era così orgogliosa di utilizzare, abbia identificato questa accumulazione di attività inusuali? “Lì c’era uno schermo con migliaia di pixel sfavillanti, ma eravamo tutti concentrati a decifrare cinque o sei altri lampeggiamenti, e semplicemente non ce ne siamo accorti,” dice tristemente uno degli investigatori.

Il disastro del 7 ottobre, più che essere il risultato delle decisioni errate di quella notte, riflette il culmine e l’intersezione di processi negativi che si sono sviluppati nel corso di molti anni. Su tutti la concezione politica (Hamas come una risorsa per Israele), gli errori dell’intelligence (Hamas non vuole e non può organizzare un attacco su vasta scala) e il debole schieramento difensivo. È stata un’eclissi totale le cui conseguenze alle 6,29 di quel mattino si sono schiantate contro gli israeliani, come il cedimento di una diga a causa di uno tsunami.

“E’ questione di fisica. Le cose prendono tempo,” hanno ripetutamente affermato ufficiali di alto rango dell’aviazione per spiegare perché l’aeronautica abbiano avuto difficoltà ad attaccare rapidamente quando non gli è stato dato un avvertimento anticipato di intelligence (Tomer Bar non si trovava neppure al telefono nelle consultazioni di Halevi). La stessa cosa viene affermata con maggiore veemenza dalle brigate della riserva alle cui truppe lo stato maggiore ha ordinato di entrare nel Negev occidentale con auto private, con fucili e caricatori, quando è diventato evidente che i kibbutz erano stati occupati.

Gli ufficiali superiori che si sono espressi durante l’evento a Palmahim hanno parlato molto delle responsabilità e delle crisi di coscienza. Alcuni hanno detto esplicitamente: questo fallimento, e la nostra responsabilità in esso, ci perseguiterà fino alla fine dei nostri giorni. Altri si sono aggrappati a dettagli e scene specifiche che hanno rispecchiato quanto il capo di stato maggiore ha sentito dire al kibbutz Nir Oz.

La scorsa Pasqua un comandante di battaglione della brigata di fanteria Golani, di cui sono state uccise decine di soldati lungo il confine nella battaglia del 7 ottobre, è stato intervistato da Yedioth Ahronoth. “Se solo ci fosse stato dato un preavviso di mezz’ora le cose sarebbero andate diversamente,” afferma.

Un altro ufficiale, di grado superiore, mi ha detto di non riuscire a smettere di pensare a una sequenza che ha visto nel film dell’orrore che l’unità del portavoce dell’IDF ha montato con le scene del massacro: il corpo di un soldato della Golani ucciso in uno degli avamposti che indossava solo le mutande e un giubbotto antiproiettile: “Non gli hanno neppure concesso il minimo riguardo in modo che riuscisse a vestirsi quando è iniziato l’attacco,” ha affermato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)