Israele manterrà il controllo militare su Gaza, dice Netanyahu

Redazione di MEE

28 aprile 2025 – Middle East Eye

Il primo ministro israeliano ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese sarà esclusa dal governo di Gaza e ha fatto riferimento allo “Stato profondo” israeliano che “minaccia la democrazia”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica che Israele manterrà il controllo militare su Gaza ed escluderà l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal governo del territorio.

“Hamas non ci sarà. Non permetteremo all’Autorità Nazionale Palestinese di governare lì – perché sostituire un regime che ha giurato di distruggerci con un altro regime che ha giurato di distruggerci? Non lo faremo”, ha detto durante una conferenza organizzata dal Jewish News Syndicate (JNS) [agenzia di stampa israeliana considerata di orientamento conservatore, ndt.] a Gerusalemme.

“Israele controllerà militarmente l’area in ogni caso. Non cederemo a nessuna pressione per evitarlo”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche criticato quelli che ha descritto come gli sforzi degli Stati Uniti per fermare un’invasione terrestre israeliana a Gaza, affermando che l’amministrazione Biden all’inizio della guerra lo aveva esortato: “Non entrate. Non fate l’invasione terrestre. Agite dal cielo”.

“Contro il loro consiglio, siamo entrati”, ha detto, aggiungendo che, quando Israele ha invaso, “è iniziata la guerra propagandistica contro di noi”.

“Abbiamo subito pressioni per ridurre i combattimenti e fermarci molto presto”.

Ha inoltre ricordato che, quando l’amministrazione Biden nel maggio 2024 minacciò di imporre un embargo sulle armi a Israele a causa dell’incursione a Rafah, disse all’allora segretario di Stato americano Antony Blinken: “Tony, combatteremo anche solo con le unghie se necessario”.

Netanyahu ha sostenuto che “le previsioni diffuse in tutto il mondo” su un alto numero di vittime civili durante l’offensiva “si sono rivelate sbagliate”, affermando falsamente che quasi nessun civile è stato ucciso durante l’operazione.

“Li abbiamo continuamente allontanati dalle zone di pericolo”, ha detto, riferendosi alla cosiddetta “zona umanitaria” di al-Mawasi, dove ai residenti di Rafah era stato ordinato di rifugiarsi e che le forze israeliane hanno ripetutamente colpito durante la guerra.

Il 27 maggio 2024 le forze israeliane hanno lanciato un attacco mortale nel quartiere di Tel al-Sultan, a nord-ovest di Rafah, uccidendo almeno 45 persone, tra cui donne, bambini e anziani.

Migliaia di persone si erano rifugiate nell’area colpita dopo essere fuggite da altre zone di Gaza, compresa la parte orientale di Rafah.

Oltre 52.314 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023, mentre almeno 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie degli edifici distrutti.

Lo “Stato profondo”

Netanyahu ha elogiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per le sue esortazioni a “ripulire Gaza” ed espellere con la forza i palestinesi dall’enclave.

“Credetemi, molti di loro vogliono andarsene”, ha detto.

Parlando dei negoziati nucleari tra USA e Iran, Netanyahu ha chiesto lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari iraniane: “qualsiasi cosa di meno radicale potrebbe portare al risultato opposto”.

Ha affermato di aver detto a Trump: “In un modo o nell’altro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

“Apprezziamo l’aiuto che riceviamo dagli Stati Uniti, le armi continuano ad arrivare, condividiamo gli stessi obiettivi, ma l’Iran non avrà armi nucleari”.

Nelle sue dichiarazioni finali ha affermato che Israele sta affrontando “un altro fronte”, lo “Stato profondo”, sostenendo che in Israele è “profondo come un oceano” e “minaccia la democrazia”.

“Annulla il diritto dei cittadini di scegliere un governo che prenda le proprie decisioni e faccia le proprie nomine”, ha detto, aggiungendo che “ovviamente deve essere risolto”.

Ha fatto riferimento a una “campagna sistematica” negli Stati Uniti che “diffonde menzogne” su Israele ed è “finanziata e organizzata da governi e ONG, a loro volta sostenute da individui molto ricchi”.

Ha anche accusato alcuni ricchi americani di “pagare influencer per usare i social media in modo sistematico contro i sostenitori di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Sfollamenti senza fine: la tragedia delle espulsioni forzate a Tulkarem e Jenin

Fayha Shalash – Ramallah

24 aprile 2025 – Palestine Chronicle

Decine di migliaia di palestinesi continuano a subire sfollamenti e perdite a Tulkarem e in altri campi profughi della Cisgiordania settentrionale sotto la continua aggressione militare israeliana.

Tasneem Sleit continua a patire le sofferenze dello sfollamento dopo essere stata espulsa con la sua famiglia dalla loro casa nel campo di Tulkarem, come decine di migliaia di altri palestinesi.

L’aggressione militare israeliana contro i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale è in corso da tre mesi, senza che se ne veda una fine.

Tutti i residenti dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfrattati con la forza dalle loro case e centinaia di queste abitazioni sono state demolite nell’ambito di un piano più ampio per cancellare i campi profughi e alterarne completamente la struttura con il pretesto di eliminare le cellule della resistenza armata.

Oltre 40.000 sfollati da questi campi vivono in condizioni difficili, senza alcun sostegno palestinese ufficiale. Più della metà di loro si è stabilita in centri, residenze e locali pubblici nelle città di Jenin e Tulkarem, soffrendo per la mancanza di aiuti e un futuro incerto.

Non c’è disperazione più grande

Il 27 gennaio un aereo israeliano ha bombardato un obiettivo nel campo di Tulkarem uccidendo due palestinesi. In quel momento, Tasneem si trovava fuori dalla sua casa, nel quartiere di al-Madaris, e non è riuscita a rientrarvi a causa di un raid su larga scala dell’esercito israeliano.

Da allora Tasneem non ha più visto la sua casa. Lei e suo marito sono stati costretti a prendere in affitto un’abitazione alla periferia del campo, ma l’esercito israeliano l’ha presa d’assalto il 12 marzo, trasformandola in una caserma militare e costringendo la famiglia a fuggire ancora una volta.

“Qualche settimana fa i miei genitori hanno ricevuto dal tribunale israeliano un ordine di demolizione della loro casa all’interno del campo. In seguito ho saputo che la mia casa era stata demolita. Non c’è sensazione più penosa di questa: vedere i ricordi, gli oggetti personali e gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso lì svanire in momenti simili. È una cosa estremamente dura”, ha dichiarato al Palestine Chronicle.

“Gli sfollati sono completamente esausti”, dice Tasneem nel descrivere la loro situazione, mentre l’esercito israeliano annuncia che rimarrà nei campi fino al prossimo anno, senza un futuro chiaro davanti a loro.

Stiamo aspettando notizie di un ritiro così da poter tornare alle nostre case, la maggior parte delle quali è stata distrutta, e quelle rimaste sono gravemente danneggiate. La vita nel campo è insostenibile. C’è chi dice che torneremo al campo anche se dovremo vivere in una tenda, pur sapendo che ci è proibito ricostruire le nostre abitazioni,afferma.

Gli sfollati non cercano solo cibo; hanno anche bisogno di molte cose che non sono disponibili, come i vestiti che hanno lasciato nelle loro case, ora sepolti sotto le macerie, e beni di prima necessità per i bambini.

La maggior parte dei volontari che si occupano degli sfollati ha smesso di lavorare, incapace di far fronte al carico sempre più gravoso. Per non parlare dell’elevato numero di abitanti di Tulkarem le cui case sono state distrutte dai soldati perché si affacciavano sul campo o utilizzate come caserme militari.

Gli abitanti non hanno alternative abitative oltre ai rifugi già sovraffollati.

Quando finirà la nostra tragedia?

L’autista di ambulanze Hazem Masarweh sta vivendo i giorni più difficili dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel campo di Jenin.

Masarweh ci ha raccontato di essere stato costretto a lasciare l’abitazione all’inizio dell’offensiva. È riuscito a prendere una casa in affitto per evitare di essere confinato nei rifugi, ma non possiede utensili per cucinare o per fare il bucato.

“Tutti gli aiuti alimentari forniti agli sfollati contengono cereali da cucinare, ma non abbiamo fornelli né forni, il che ha aggravato le nostre sofferenze”, ci ha detto.

Per distribuire il pesante carico Hazem e i suoi due figli sono stati costretti a trasferirsi in un luogo mentre sua moglie e sua figlia si sono spostate in un altro e il figlio maggiore in un terzo. Si fanno visita ogni 20 giorni.

Masarweh possiede il Centro Medico Ibn Sina, dove l’esercito israeliano ha fatto irruzione più volte distruggendone i contenuti. Non è a conoscenza della sorte della sua casa all’interno del campo.

Stiamo vivendo uno stato psicologico complesso. Cerchiamo di sopravvivere con quel poco che abbiamo, e pensiamo costantemente alle nostre case e ai vicoli del campo in cui siamo cresciuti. Ci torneremo mai? Come saranno ora? Quando finirà la nostra interminabile tragedia?

Forse la preoccupazione maggiore per gli sfollati è la mancanza di prospettive o di una fine a questa aggressione, come per le precedenti incursioni. Il continuo sfollamento grava pesantemente sulle spalle degli espulsi e sulle loro speranze di una vita dignitosa, che sembrano un miraggio sotto l’occupazione.

FayhaShalash è una giornalista palestinese di Ramallah. Si è laureata all’Università di Birzeit nel 2008 e da allora lavora come reporter e conduttrice. I suoi articoli sono apparsi su diverse pubblicazioni online. Ha collaborato con questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la guerra di Israele a Gaza ha ridotto l’aspettativa di vita dei palestinesi

Redazione di MEE

24 aprile 2025 – Middle East Eye

Gli attacchi israeliani hanno causato morti indirette per malnutrizione e malattie, colpendo anche categorie vulnerabili come le donne incinte.

Sono passati 18 mesi da quando Israele ha dichiarato guerra a Gaza, in seguito agli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele nell’ottobre 2023, che hanno causato la morte di oltre 1.100 persone.

Al momento in cui scriviamo oltre 51.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 100.000 sono rimasti feriti, su una popolazione prebellica di 2,2 milioni. Almeno altri 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie.

Il 90% delle persone è stato sfollato, di solito più di una volta. Un cessate il fuoco entrato in vigore il 15 gennaio è stato violato da Israele il 18 marzo. Israele ha inoltre bloccato l’ingresso di aiuti e altri beni essenziali a Gaza dal 2 marzo.

Le vittime palestinesi appartengono a tutte le fasce d’età: donne, bambini e anziani costituiscono il 56%.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet questo elevato numero di vittime ha anche ridotto drasticamente l’aspettativa di vita media dei palestinesi.

Per le donne palestinesi la riduzione è stata del 38,6%, portando l’aspettativa di vita media a 47,5 anni, con una perdita di 29,9 anni. Gli autori dello studio hanno concluso: “In questo studio il nostro approccio alla stima della perdita di aspettativa di vita è prudente, in quanto non considera l’effetto indiretto della guerra sulla mortalità… È probabile che la perdita effettiva sia maggiore“.

Il fatto che il numero effettivo di morti sia sottostimato è stato ribadito in uno studio separato del febbraio 2025. Lo studio ha valutato che i dati sulle vittime pubblicati dal Ministero della Salute palestinese sarebbero stati probabilmente sottostimati del 41% da ottobre 2023 a giugno 2024, e ha calcolato invece un numero di morti di circa 64.620 (rispetto alla stima di 37.877 del Ministero all’epoca).

Gli autori dello studio hanno affermato che parte della discrepanza era dovuta a problemi nella raccolta dei dati.

I dati del Ministero della Salute palestinese erano “più propensi a sottostimare che a sovrastimare la mortalità” poiché erano state escluse le cause secondarie di morte, tra cui la mancanza di cibo e di servizi igienici.

Di seguito esaminiamo come negli ultimi 18 mesi il conflitto abbia colpito alcuni dei bisogni vitali a Gaza. Le statistiche sono aggiornate al momento della pubblicazione.

Cibo a Gaza

La mancanza di cibo e la malnutrizione sono state una caratteristica persistente della guerra di Israele a Gaza. Prima della guerra l’agricoltura, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), rappresentava “circa il 10% dell’economia di Gaza, con oltre 560.000 persone che dipendevano interamente o parzialmente da coltivazioni, pastorizia o pesca per il proprio sostentamento”.

E soprattutto l’agricoltura permetteva ai palestinesi di nutrirsi.

Tutto ciò è cessato con la guerra, quando le flotte di pescherecci, i campi, le serre e altri fattori necessari alla produzione alimentare sono stati devastati dagli attacchi israeliani.

Le perdite di produzione alimentare dovute ai bombardamenti israeliani

La carenza di cibo ha determinato un aumento dei prezzi: ad esempio, nel governatorato di Deir al-Balah, al centro della Striscia di Gaza, tra ottobre 2023 e dicembre 2024 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, con incrementi come: un chilo di farina (+1.058%), pomodori (+956%), cetrioli (+752%), lenticchie (+360%) e riso (+142%), tra gli altri.

Nell’aprile 2025 l’associazione dei proprietari di panetterie di Gaza ha annunciato la chiusura di tutti i negozi per la mancanza di farina e combustibile a causa del blocco israeliano.

Anche il bestiame è stato colpito: la produzione di latte, ad esempio, in alcune occasioni è stata quasi interrotta, mentre la carne è difficile da reperire.

I dati sulle perdite di carne

Faraj Jarudat, un agricoltore del nord di Gaza, ha dichiarato al Guardian nel novembre 2024 che una volta possedeva tre mucche e 60 pecore. Ora non ne è rimasta nessuna, uccise dai bombardamenti israeliani, dalla mancanza di cibo o da altre cause.

“Alcune sono morte di fame, altre sono state mangiate da persone affamate, altre ancora sono semplicemente scomparse”, ha detto. “Non ne è rimasta nemmeno una”.

Amici ed ex vicini di casa gli hanno detto che la sua fattoria e la casa sono state rase al suolo dalle forze israeliane.

Malnutrizione a Gaza

La mancanza di cibo, una costante durante la guerra di Israele a Gaza, ha portato con sé la malnutrizione.

Nell’aprile 2024 Oxfam ha riferito che nel nord di Gaza i palestinesi sopravvivono con una media di 245 calorie al giorno, ovvero meno di una lattina di fave. Questo rappresenta meno del 12% delle 2.100 calorie giornaliere raccomandate per una persona media.

In giugno Rania, una madre di Gaza City, ha dichiarato a Middle East Eye che il poco cibo disponibile era inaccessibile o limitato. “Non c’è verdura, frutta o latte nei mercati. Niente che abbia un valore nutritivo”, ha detto.

Halva, fagioli, hummus, piselli e salumi del Programma Alimentare Mondiale erano stati d’aiuto, ha aggiunto, ma hanno dovuto essere razionati.

“Li sto razionando perché una volta esauriti non avrò più niente da mangiare. Mi sento stordita e debole. Sono pallida e ho perso molto peso”.

La popolazione palestinese è stata spesso costretta a misure estreme, come mangiare erba, che è indigeribile per gli esseri umani, causa diarrea e vomito e ha un valore nutrizionale trascurabile. In altre occasioni il foraggio per animali è stato utilizzato per fare il pane.

Molte ONG, enti benefici e altre agenzie utilizzano la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC) per analizzare [il rischio per, ndt.] la sicurezza alimentare e la nutrizione. La scala va da 1 (nessuno/minimo) a 5 (catastrofe/carestia).

Nel febbraio 2025 è stato stimato che nei 12 mesi successivi a Gaza almeno 60.000 bambini avrebbero avuto bisogno di cure per malnutrizione.

Ci sono già stati casi di decessi infantili, tra cui Azzam al-Shaer, morto nel giugno 2024; e Yazan al-Kafarna, morto nel marzo 2024.

Yazan è nato con paralisi cerebrale, il che significa che ha dovuto seguire una dieta speciale e assumere degli integratori. Tuttavia la sua famiglia ha affermato che dall’inizio della guerra non ha più potuto accedere a tali prodotti essenziali.

Suo padre ha dichiarato: “Prima della guerra era in salute, aveva accesso a tutto il cibo e cure mediche di cui aveva bisogno. Quando è iniziata la guerra tutto è stato interrotto… questo gli è successo a causa della mancanza di nutrizione e assenza di alimenti essenziali”.

Acqua e servizi igienici a Gaza

A Gaza anche prima della guerra l’acqua e i servizi igienici si trovavano ad un punto critico, con le falde acquifere contaminate dalle acque reflue e la maggior parte dell’acqua del rubinetto non adatta al consumo umano.

Ma la situazione è peggiorata dall’ottobre 2023: entro la fine del 2024 anche le forniture di acqua non potabile erano state drasticamente ridotte.

La poca acqua pulita disponibile dipende dagli impianti di desalinizzazione.

Ma nelle ultime settimane Israele ha interrotto l’alimentazione elettrica dell’impianto sud di desalinizzazione, che nel novembre 2024 era l’unico del genere ad essere collegato, riducendone la capacità di produzione dell’85%.

La popolazione ha anche un accesso limitato o nullo ai servizi igienici. I rifiuti umani sono una delle tante forme di inquinamento a Gaza e attirano le zanzare che a loro volta possono diffondere malattie.

I palestinesi rimasti senza casa, che di solito vivono in tende, hanno una scarsa protezione contro le punture di insetti e le loro gravi conseguenze.

Nel maggio 2024 Omar Nasser ha raccontato a MEE come sua figlia Gada, allora di nove anni, avesse contratto l’epatite A, un’infezione del fegato che si trasmette attraverso i rifiuti solidi umani e può essere contratta venendo a contatto con acqua sporca o mangiando cibo maneggiato da una persona infetta.

Nasser ha portato sua figlia in ospedale, dove un medico le ha prescritto alcuni farmaci e una dieta alimentare, che Nasser non poteva procurare in quanto disoccupato.

“Il medico ha detto che non deve mangiare cibo in scatola, ma è l’unico cibo che riceviamo dalle organizzazioni umanitarie”, spiega. “Ho dovuto chiedere del cibo a qualcuno per mia figlia.”

Altri raccontano di vivere in tende di fortuna vicino a scarichi fognari a cielo aperto e di essere regolarmente punti dalle zanzare, nonostante i tentativi di tenerle lontane.

“Camminiamo quotidianamente nelle pozze di acqua di fogna e il terribile odore riempie l’ambiente”, dice Magdy al-Zaanen a MEE. “Siamo costantemente esposti a ogni tipo di inquinamento”.

Il Wash Cluster, guidato dalle Nazioni Unite, che si occupa di acqua, eliminazione dei rifiuti e igiene, ha stimato che nell’agosto 2024 un milione di persone fosse a rischio a causa delle scarse condizioni igieniche, roditori e parassiti (76%), rifiuti solidi (54%), liquami (46%) ed escrementi umani (34%).

Gestazione a Gaza

Una delle categorie più vulnerabili alle scarse condizioni igieniche e alla malnutrizione in tempo di guerra è costituita dalle donne incinte.

La mancanza di adeguate alimentazione e assistenza sanitaria può avere gravi conseguenze: a gennaio 2025 circa il 10-15% delle donne sottoposte a screening soffriva di malnutrizione.

Nel giugno 2024 Israa, una madre, ha raccontato a MEE come durante tutta la gravidanza sia stata costantemente in movimento a piedi tra i bombardamenti israeliani e lavanzata delle truppe israeliane.

“Non avrei mai immaginato di partorire il mio primo figlio lontano da casa e circondata da attacchi aerei”, ha detto.

“Il luogo in cui ho partorito era privo di qualsiasi forma di igiene. Eppure non potevo dare la colpa all’ospedale, perché le pressioni inflitte a medici e infermieri andavano oltre le loro possibilità.”

Altre donne incinte hanno abortito, o perché costrette a fuggire in circostanze traumatiche per ordine delle forze israeliane, o perché attaccate da cani militari addestrati.

La guerra fa sì che non vi sia una adeguata risposta sanitaria per i neonati che necessitano di cure.

In un rapporto dell’FPA [Agenzia che si occupa della salute sessuale e riproduttiva, ndt.] delle Nazioni Unite del febbraio 2024 il dottor Ahmed Al Shaer, dell’ospedale di maternità al-Helal al-Emirati di Rafah, ha affermato che avevano così poche incubatrici e così tanti neonati prematuri che “dobbiamo mettere quattro o cinque bambini in un’incubatrice… La maggior parte di loro non sopravvive”.

Assistenza medica a Gaza

Prima della guerra di Israele a Gaza l’assistenza medica nell’enclave palestinese era in condizioni precarie.

Il blocco, imposto dal 2007, ha fatto sì che le forniture sanitarie essenziali spesso non raggiungessero chi ne aveva bisogno, comprese le persone con disabilità. I ​​pazienti, persino i bambini, spesso non potevano recarsi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania per le cure necessarie. Vivere a Gaza ha visto un’enorme incidenza di disturbi da stress post-traumatico e altri problemi di salute mentale.

Ma dall’ottobre 2023 l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile del sostegno ai rifugiati palestinesi nella regione, è stata bandita da Israele. I suoi operatori sono tra le vittime di Gaza.

Ad aprile il Ministero della Salute dell’enclave ha riferito che circa 80.000 pazienti diabetici e 110.000 pazienti con ipertensione non erano più in cura.

Il 23 marzo l’esercito israeliano ha ucciso 15 operatori del soccorso accorsi in seguito ad un attacco israeliano nell’area di Rafah. L’esercito ha poi seppellito i corpi, tra cui il personale medico della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Medici palestinesi sono stati trovati morti a Gaza, mentre alcuni chirurghi sono morti sotto custodia israeliana tra accuse di tortura. E il 13 aprile Israele ha bombardato l’ospedale battista al-Ahli al-Arabi, l’ultimo ospedale pienamente funzionante di Gaza.

Nel corso del 2024 oltre il 90% delle strutture sanitarie di Gaza ha subito danni.

Testimoni dell’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi hanno affermato che l’esercito israeliano ha concesso al personale e ai pazienti, alcuni dei quali in terapia intensiva, 18 minuti per andarsene.

Un medico della Mezzaluna Rossa ha riferito a MEE che il personale medico ora deve trasferire i pazienti sfollati in altri ospedali, che a loro volta offrono cure limitate.

“Tutti gli ospedali sono sovraffollati e impreparati a fornire servizi medici completi”, ha affermato. “Questo si ripercuoterà sicuramente sulla salute dei feriti e dei pazienti, e potrebbe causare la morte, la perdita di parti del corpo o una disabilità a lungo termine”.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha condannato l’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi e ha ricordato che le strutture mediche sono protette dal diritto internazionale umanitario.

“Gli attacchi all’assistenza sanitaria devono cessare”, ha affermato. “Ribadiamo ancora una volta: pazienti, operatori sanitari e ospedali devono essere protetti. Il blocco degli aiuti deve essere revocato”.

Daniel Tester ha contribuito a questo rapporto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Bombardare impianti, tagliare condutture: Israele spinge la crisi idrica di Gaza sull’orlo del baratro

Ibtisam Mahdi

23 aprile 2025 – +972 magazine

Da marzo l’intensificarsi degli attacchi dell’esercito contro le infrastrutture idriche non ha lasciato altra scelta ai cittadini di Gaza se non quella di bere acqua di mare e razionare le forniture contaminate.

Wissam Badawi trascorre le sue giornate aspettando e ascoltando, nella speranza di sentire l’inconfondibile clacson di un’autocisterna dell’acqua che entra nel suo quartiere. Queste autocisterne, gestite da volontari locali, sono diventate l’ultima ancora di salvezza per la 49enne madre di otto figli e per migliaia di palestinesi a Gaza City nel mezzo di una crisi idrica sempre più grave causata dai continui attacchi israeliani alla Striscia.

“La maggior parte delle condutture idriche è stata distrutta dai bulldozer dell’esercito israeliano e il comune non può ripararle”, ha detto a +972 Badawi che vive nel quartiere di Tel Al-Haw. “Non c’è un pozzo nelle vicinanze, quindi devo mandare i miei figli al mare a prendere l’acqua per il consumo quotidiano. Poi aspetto che arrivi l’autocisterna per poter mescolare acqua pulita con quella di mare per ridurne la salinità e renderla bevibile”.

A causa dell’estrema scarsità, il prezzo dell’acqua nei mercati di Gaza è salito alle stelle. Il costo di un gallone [“imperiale”: 4,546 litri, n.d.t.] d’acqua varia dai 5 agli 8 NIS [1,30-2,20 dollari]. Ne servono circa 19 litri al giorno per bere e cucinare, ed è difficile per me permettermelo. Inoltre, nella nostra zona non c’è nessuno che venda acqua, quindi se non arrivano i camion devo fare un lungo cammino per comprarla.

Nelle zone in cui non ci sono camion per portare l’acqua molti abitanti di Gaza sono costretti a camminare per chilometri e fare code per ore per riempire un singolo contenitore a un pozzo. Ma anche questi scarseggiano sempre di più dato che sono stati bombardati o resi inaccessibili dagli ordini di evacuazione israeliani. L’UNICEF ha avvertito che la crisi idrica nella Striscia ha raggiunto “livelli critici” e rilevato che solo una persona su 10 ha attualmente accesso ad acqua potabile pulita.

Questa crisi non è un effetto collaterale dell’attacco israeliano, ma piuttosto un aspetto voluto dell’operazione. Secondo i dati dell’ufficio stampa governativo di Gaza l’esercito israeliano ha distrutto 719 pozzi d’acqua dal 7 ottobre. Il 10 marzo Israele ha interrotto l’ultima fornitura di elettricità a Gaza, costringendo il più grande impianto di desalinizzazione della Striscia a ridurre le sue operazioni. Pochi giorni dopo il secondo impianto più grande è andato fuori servizio a causa della carenza di carburante derivante dal blocco totale israeliano sull’enclave.

Un altro impianto, quello di di Ghabayen a Gaza City, è stato bombardato all’inizio di aprile. E il 5 aprile Israele ha interrotto la fornitura idrica a Gaza da parte della società israeliana Mekorot, che forniva quasi il 70% dell’acqua potabile della Striscia.

Ahmad Al-Buhaisi, un venditore d’acqua di 22 anni di Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, la cui fornitura proveniva dall’impianto di desalinizzazione Aquamatch, ha dichiarato a +972: “La chiusura dell’impianto non ha solo mi ha privato del sostentamento, ma ha anche privato molti cittadini della possibilità di accedere ad acqua pulita e potabile”.

Ha spiegato che le persone lo contattano costantemente per chiedergli di portare l’acqua nelle loro case e tutto ciò che può fare è scusarsi e dire loro che non ci sono più impianti di desalinizzazione in funzione. “Sto ancora cercando un pozzo funzionante dove poter acquistare acqua potabile”, ha detto. “Ma i prezzi sono aumentati drasticamente ed è diventato difficile per noi acquistarla e poi rivenderla al pubblico”.

“Stanno distruggendo ogni fonte d’acqua necessaria per vivere”

L’impianto di desalinizzazione di Ghabayen, una struttura privata che rifornisce parti di Gaza City e Jabalia, era una delle fonti idriche vitali per la Striscia di Gaza settentrionale. Il 4 aprile l’esercito israeliano l’ha bombardato per la terza volta durante l’attuale guerra, uccidendo Majd Ghabayen, figlio di uno dei proprietari. Si trovava all’interno della stazione e il suo corpo è stato fatto a pezzi accanto a tubature e serbatoi.

“Ogni volta che l’esercito bombardava l’impianto causava una massiccia distruzione”, ha detto Ahmad Ghabayen, fratello minore di Majd, a +972. “Eppure siamo sempre tornati e abbiamo riparato quello che potevamo, con i soldi e le risorse che avevamo, solo per fornire acqua alla gente”.

Ma l’ultimo attacco è stato diverso. “Questa volta, il pozzo stesso è stato colpito da un missile di grandi dimensioni, che lo ha completamente distrutto”, ha detto Ghabayen. “Ci è stato detto che sarebbe stato difficile scavare un nuovo pozzo perché la contaminazione causata dal missile lo aveva reso inutilizzabile”.

Ghabayen ha proseguito; “Israele non ha preso di mira solo un impianto di distribuzione idrica, ha distrutto parte della vita della mia famiglia e privato migliaia di persone dell’acqua”. “La stazione serviva vaste aree di Al-Tuffah, Shuja’iyyah, Al-Daraj, Sheikh Radwan e Jabalia. La gente veniva da lontano per riempire i contenitori d’acqua. Stanno distruggendo tutto ciò che consideriamo necessario per sopravvivere”.

Il bombardamento della stazione di Ghabayen fa parte di una politica sistematica che Israele ha perseguito fin dall’inizio della guerra: colpire deliberatamente i pozzi d’acqua e le infrastrutture a essi collegate e interrompere l’approvvigionamento idrico che un tempo affluiva a Gaza attraverso le condutture israeliane.

Wael Abu Amsha, 51 anni, padre di sette figli e uno degli utenti della stazione, ha affermato che l’attacco ha rappresentato un “duro colpo” per centinaia di famiglie che facevano affidamento su di essa come fonte primaria di approvvigionamento idrico. “Dopo il bombardamento, abbiamo iniziato a cercare una fonte alternativa”, ha dichiarato a +972. “Abbiamo trovato un’altra stazione, ma è lontana – circa mezz’ora a piedi – e la sua acqua non è veramente pulita. Eppure siamo costretti a berla.

“Prima traevamo beneficio dalla stazione comprando acqua potabile a un prezzo che non era cambiato da prima della guerra – e molti giorni veniva distribuita gratuitamente”, ha continuato. “Anche l’acqua salata veniva distribuita gratuitamente tutto il giorno, il che ci ha aiutato dopo che l’esercito [israeliano] ha distrutto le condutture idriche che fornivano acqua dal comune. Ora abbiamo perso tutti i tipi di acqua.

“La gente sta soffrendo”, ha proseguito Abu Amsha. “Percorro lunghe distanze e aspetto ore solo per riempire un gallone d’acqua per la mia famiglia, che non è nemmeno sufficiente. Finisco per mescolarla con quella di un’altra stazione, la cui acqua non è potabile ma è più vicina della prima. Non abbiamo altra soluzione.”

Una catastrofe sanitaria

La crisi idrica non provoca solo sete, ha anche un impatto diretto sulla salute di chi soffre di malattie. Samar Zaarab, una paziente oncologica di 45 anni di Khan Younis che attualmente vive in una tenda ad Al-Mawasi, ha raccontato a +972 che la carenza d’acqua aggrava il suo dolore quotidiano. “Il mio corpo indebolito ha un disperato bisogno di acqua potabile pulita”, ha detto.

“Da quando sono stata sfollata, qualche giorno fa, la mia sofferenza è aumentata”, ha continuato Zaarab. “Le autocisterne non ci raggiungono e la poca acqua che riceviamo non è sufficiente nemmeno per i bisogni quotidiani più elementari come lavarsi e pulire. Senza igiene la mia malattia peggiora. Se non morirò di malattia sarà per mancanza di acqua pulita.”

Zuhd Al-Aziz, consigliere del viceministro del governo locale di Gaza, ha dichiarato a +972 che, dopo che Israele ha interrotto l’erogazione di energia elettrica nella Striscia e costretto alla chiusura della maggior parte degli impianti di desalinizzazione e di trattamento delle acque, l’intera popolazione sta affrontando una “crisi umanitaria catastrofica”.

Secondo Al-Aziz l’esercito israeliano ha preso di mira direttamente i generatori di riserva, rendendo estremamente difficile mantenere aperti gli impianti. Ha spiegato: “L’85% delle fonti di acqua potabile a Gaza è stato distrutto, costringendo i residenti a utilizzare acqua inquinata e non potabile. Circa il 90% delle stazioni di desalinizzazione private e pubbliche – 296 in totale – ha smesso di funzionare a causa di attacchi diretti o di carenza di carburante. Anche cinque importanti impianti di trattamento delle acque reflue hanno cessato l’attività, il che ha aumentato i rischi di inquinamento ambientale e di epidemie”.

Assem Al-Nabeeh, portavoce del Comune di Gaza City, ha descritto la crisi con un linguaggio altrettanto crudo. “L’occupazione israeliana ha distrutto più di 64 pozzi d’acqua nella sola Gaza City, insieme a oltre 110.000 metri lineari di reti idriche, causando un grave calo della fornitura idrica disponibile”, ha spiegato. “Attualmente sono operativi solo 30 pozzi che non riescono a soddisfare nemmeno una minima parte del fabbisogno della popolazione, soprattutto con l’afflusso di sfollati dai distretti settentrionali.

“Il comune sta lavorando duramente per trovare alternative nonostante le risorse estremamente limitate, ma i danni sono enormi e non possono essere riparati a causa dell’assedio e dei bombardamenti in corso”, ha continuato Al-Nabeeh. “Non ci sono carburante né pezzi di ricambio, né per i generatori né per le pompe dei pozzi. I pozzi non possono funzionare 24 ore su 24. Circa il 61% delle famiglie ora dipende dall’acquisto di acqua potabile da costose fonti private, il che rappresenta un indicatore del collasso del sistema idrico pubblico.

Al-Nabeeh ha sottolineato che la crisi idrica coincide con l’aggravarsi della fame, l’assedio in corso, l’aumento delle temperature e il deterioramento della situazione sanitaria e ambientale causato dall’accumulo di rifiuti e dalle perdite fognarie – tutti fattori che rappresentano una minaccia diretta per la vita degli abitanti, soprattutto senza accesso all’acqua per la sterilizzazione, l’igiene o la cucina.

Sebbene sia impossibile ottenere dati esatti, Al-Nabeeh stima che la fornitura media giornaliera di acqua sia scesa a 3-5 litri a persona al giorno: significativamente inferiore ai 15 litri considerati il ​​minimo necessario per bere, cucinare e per l’igiene personale a tutela della salute pubblica durante le emergenze.

“È noto che la scarsità d’acqua causa la diffusione di epidemie e malattie cutanee e intestinali”, ha aggiunto. “E se il blocco del combustibile e di altre fonti di energia necessarie per il funzionamento delle strutture essenziali dovesse persistere potrebbe portare a una massiccia chiusura delle infrastrutture idriche e fognarie, aggravando ulteriormente la catastrofe umanitaria e sanitaria della città”.

In risposta all’inchiesta di +972, l’esercito israeliano ha dichiarato che, in seguito alla disconnessione della conduttura idrica settentrionale di Gaza, “pochi giorni dopo l’incidente è stato coordinato l’arrivo di squadre dell’Autorità idrica palestinese nell’area per avviare il processo di riparazione e le IDF hanno eseguito le riparazioni alla conduttura idrica per garantire un collegamento immediato e corretto”. L’esercito ha inoltre osservato che “il sistema di approvvigionamento idrico nella Striscia di Gaza si basa su diverse fonti idriche, tra cui pozzi e impianti di desalinizzazione locali distribuiti in tutta la Striscia di Gaza, compresa l’area settentrionale”. L’esercito non ha risposto alle domande relative ai bombardamenti di pozzi e impianti di desalinizzazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Il Ministro delle Finanze israeliano: il ritorno dei prigionieri ‘non è la cosa più importante’

Redazione di MEMO

22 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che martedì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha attirato le critiche dei familiari dei prigionieri trattenuti a Gaza dopo aver affermato che il ritorno dei loro parenti non è la cosa più importante per Israele.

Le famiglie sono rimaste senza parole questa mattina, eccetto vergogna,” ha affermato l’associazione delle famiglie degli ostaggi in una dichiarazione.

Le famiglie hanno detto che i commenti di Smotrich indicano che il governo israeliano ha “deliberatamente rinunciato agli ostaggi”.

Smotrich – la storia ricorderà come tu hai chiuso il tuo cuore ai tuoi fratelli e alle tue sorelle prigionieri e hai scelto di non salvarli,” afferma la dichiarazione

Le stime israeliane indicano che a Gaza ci sono ancora 59 prigionieri, di cui si pensa che 24 siano ancora in vita. Invece oltre 9.500 palestinesi rimangono imprigionati in Israele in condizioni crudeli, secondo organizzazioni per i diritti umani sia palestinesi sia israeliane di molti si riferisce che siano stati torturati, affamati e privati delle cure mediche.

Quasi 140.000 israeliani, incluse alte cariche dell’esercito, hanno firmato petizioni che chiedono il ritorno degli ostaggi da Gaza e la fine della guerra nell’enclave.

Dall’ottobre 2023 nella brutale offensiva contro Gaza sono stati uccisi più di 51.200 palestinesi, la maggior parte dei quali donne e minori.

A novembre 2024 la Corte Penale Internazionale ha emesso dei mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza.

Israele deve inoltre affrontare il processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per la sua guerra contro l’enclave.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un colono ha sparato a un padre palestinese a una gamba. I soldati sono intervenuti per arrestare il figlio.

Basel Adra

22 aprile 2025 – +972 Magazine

Dopo l’attacco nel villaggio di Al-Rakeez, in Cisgiordania, Sheikh Saeed Rabaa è stato costretto a subire un’amputazione, mentre suo figlio Ilyas è rimasto nel carcere di Ofer.

Il 17 aprile intorno alle 18:30 il sedicenne Ilyas Saeed Rabaa ha avvistato tre coloni israeliani armati vicino al terreno di famiglia ad Al-Rakeez, un tranquillo villaggio nella regione di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron.

I coloni, dotati di generatore e trapano elettrico, si stavano preparando a piantare pilastri di ferro su un terreno agricolo che il padre sessantenne di Ilyas, Sheikh Saeed Rabaa, coltivava con ulivi dal 2012. “Li ho visti vicino a casa nostra”, ricorda Ilyas. “Sono corso da mio padre a dirglielo, e siamo usciti insieme per affrontarli”.

Quando i due si sono avvicinati la tensione è salita rapidamente. Secondo Ilyas e Saeed i coloni uno dei quali è stato riconosciuto come un vigilante proveniente da un avamposto vicino hanno rivendicato la proprietà della terra. Ilyas aveva iniziato a filmare lincontro con il suo telefono quando uno dei coloni lo ha aggredito alle spalle, gli ha strappato il telefono e lo ha immobilizzato a terra, tentando di soffocarlo.

“Sono corso ad aiutare mio figlio urlando al colono di fermarsi”, racconta Saeed a +972. “Poi la guardia ha sparato un colpo in aria e un altro alla mia gamba”.

Saeed è crollato all’istante. Sanguinava copiosamente e premeva le mani sulla ferita nel tentativo di fermare l’emorragia. Nel frattempo il figlio giaceva con la testa premuta a terra e urlava: “Hanno sparato a mio padre! Hanno sparato a mio padre!”.

Per oltre 20 minuti hanno aspettato un’ambulanza. I soldati sono arrivati, ma hanno impedito a vicini e passanti di prestare soccorso. Invece di soccorrere i feriti hanno arrestato Ilyas, ammanettandolo e bendandolo prima di portarlo via su una jeep militare per interrogarlo.

“Mi hanno accusato di aver cercato di rubare la pistola al colono”, racconta Ilyas. “Affermavano che mio padre li aveva aggrediti”. I soldati lo hanno tenuto fuori, bendato e ammanettato, in un luogo sconosciuto per un giorno intero e gli è stato dato da mangiare solo pane raffermo.

Ilyas è stato poi trasferito al carcere di Ofer, dove è rimasto per diversi giorni in condizioni terribili. “Ogni giorno durante l’appello eravamo costretti a stare inginocchiati con la testa reclinata all’indietro mentre i soldati ci contavano”, racconta.

Nel frattempo suo padre è stato portato dalle forze israeliane al Soroka Medical Center di Be’er Sheva, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza. A causa della gravità della ferita gli è stata amputata la gamba destra sopra la coscia. È rimasto in ospedale per tre giorni, ammanettato al letto.

“Ogni giorno i coloni entrano nella nostra terra”

Domenica 20 aprile, mentre era ancora ricoverato in ospedale e si stava riprendendo dall’amputazione, Saeed è comparso in tribunale militare con la scorta medica. Ilyas, ancora in carcere, è comparso tramite collegamento video. Il giudice ha ordinato il rilascio di entrambi gli uomini su cauzione: 5.000 schekel [1.208 euro ndt.] ciascuno.

Ma le autorità israeliane si sono rifiutate di rilasciare immediatamente Sheikh Saeed, sostenendo che si trovava in Israele senza permesso, nonostante l’esercito israeliano lo avesse trasportato lì per le cure d’urgenza.

Lunedì sera sono stati finalmente presi accordi per il trasferimento di Saeed in Cisgiordania. Alla sua famiglia è stato detto di venirgli incontro al posto di blocco militare di Meitar. “Pensavamo che sarebbe arrivato in ambulanza”, ha raccontato un parente a +972. “Ma invece è arrivato un mezzo di trasporto della Polizia di Frontiera. Gli agenti ci hanno intimato di non fare riprese, minacciando di confiscare i nostri telefoni”

Mentre le portiere del veicolo si aprivano un agente ha avvertito: “Se insistete a filmare lo porto dentro il checkpoint. Potete andare a prenderlo“. Seduto nel furgone dietro una barriera d’acciaio, Saeed è stato finalmente consegnato ai medici della Mezzaluna Rossa Palestinese e trasportato all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove ha ricevuto ulteriori cure.

L’aggressione alla famiglia Rabaa è tutt’altro che un episodio isolato ad Al-Rakeez. Nel 2021 un soldato israeliano ha sparato a bruciapelo al collo del ventiseienne palestinese Harun Abu Aram, lasciandolo paralizzato e infine uccidendolo. E negli ultimi mesi i coloni hanno intensificato la loro presenza nel villaggio, posizionando diversi caravan a soli 150 metri dalla casa di Rabaa. Queste case mobili fungono da estensione di Avigayil, un avamposto coloniale illegale che il governo israeliano ha legalizzato nel settembre 2023 e che prevede di espandere ulteriormente.

L’espansione di Avigayil minaccia anche di assorbire altre comunità palestinesi nell’area contesa di Masafer Yatta, tra cui Al-Rakeez, al-Mufaqara e Shaab al-Butum. A lungo presa di mira dalla crescita degli insediamenti, la regione ha visto negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre, un’impennata di violenze da parte dei coloni e di limitazioni imposte dai militari e ciò ha cancellato completamente diversi villaggi dalla mappa.

Gli abitanti del posto affermano che le molestie da parte dei coloni sono ormai all’ordine del giorno. “Ogni giorno, i coloni entrano nei terreni agricoli palestinesi”, spiega un vicino della famiglia Rabaa. “Distruggono i raccolti, molestano le famiglie e cercano di cacciare le persone dalle loro terre”.

Nonostante le numerose denunce nessun colono è stato arrestato per l’aggressione alla famiglia Rabaa; l’esercito israeliano sostiene che Sheikh Saeed abbia attaccato per primo i coloni e che il vigilante non abbia violato alcun protocollo. Mentre si riprende dalla perdita della gamba e Ilyas riacquista la libertà dopo giorni di detenzione, le minacce alla loro terra e alle loro vite persistono.

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron [è anche regista, sceneggiatore e montatore palestinese, vincitore del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gallant: l’esercito israeliano ha prodotto una finta foto di un tunnel di Gaza per giustificare la presenza militare

Redazione di Palestine Chronicle

22 aprile 2025 Palestine Chronicle

Yoav Gallant sostiene che la foto utilizzata per rivendicare la scoperta di un enorme tunnel a Gaza sia stata messa in scena per ritardare un accordo sui prigionieri ed esagerare le minacce militari.

L’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ammesso che una foto ampiamente diffusa rilasciata dall’esercito israeliano, che sembra mostrare un grande tunnel nel Corridoio di Filadelfia, vicino al confine tra Gaza e l’Egitto, è un falso.

Secondo l’Israeli Broadcasting Corporation (KAN), Gallant ha affermato che il presunto tunnel non è mai esistito. Ciò che è stato effettivamente scoperto è una trincea profonda pressapoco un metro.

Ha affermato che la foto è stata utilizzata per supportare le affermazioni sull’esistenza di tunnel lungo il corridoio, per esagerare l’importanza strategica della Strada di Filadelfia e fondamentalmente per bloccare i progressi su un accordo di scambio di prigionieri.

La foto in questione è stata diffusa per la prima volta lo scorso agosto dai media israeliani, che l’hanno descritta come la prova di un enorme tunnel a più livelli che sarebbe stato costruito da gruppi di resistenza palestinesi.

All’epoca, è stata salutata come una scoperta importante: un tunnel a tre piani, che si era detto facesse parte di una vasta rete sotterranea e che avrebbe lasciato di stucco le truppe israeliane.

Gallant ha ora rivelato che la foto aveva un fine politico: sottolineare la presunta minaccia rappresentata dal Corridoio di Filadelfia e giustificare azioni militari con il pretesto di ostacolare il contrabbando di armi, nonostante l’affermazione fosse infondata.

In realtà il “tunnel” mostrato nell’immagine era un normale canale di drenaggio e il veicolo militare nella foto era stato posizionato semplicemente per accentuare l’illusione.

Al momento della pubblicazione della foto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva insistito sul fatto che l’esercito non si sarebbe ritirato dal Corridoio di Filadelfia, nonostante l’opposizione all’interno delle istituzioni militari e di sicurezza israeliane.

“Non faremo marcia indietro sulla nostra richiesta riguardo al Corridoio di Filadelfia e non mi interessa la posizione dei servizi di sicurezza”, avrebbe dichiarato Netanyahu durante un incontro con le famiglie delle soldatesse.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Critiche e festeggiamenti in Israele dopo la morte di Papa Francesco

 Nadav Rapaport

21 aprile 2025 Middle East Eye

Molti israeliani hanno criticato il pontefice per le sue parole di appoggio ai palestinesi e hanno celebrato la sua morte sui social media

L’annuncio del Vaticano della morte di Papa Francesco lunedì mattina è stato accolto con un misto di festeggiamenti e critiche in Israele, dove politici, opinionisti e fruitori di social media si sono focalizzati sulla condanna pontificia di Israele per la sua guerra nella Striscia di Gaza.

Il Papa è morto a 88 anni dopo aver denunciato nel suo ultimo discorso nella domenica di Pasqua la “deplorevole situazione umanitaria” provocata dall’aggressione di Israele a Gaza ed aver espresso la sua “vicinanza alle sofferenze…di tutto il popolo israeliano e del popolo palestinese”.

Faccio appello alle parti in guerra: dichiarate un cessate il fuoco, rilasciate gli ostaggi e venite in soccorso di una popolazione alla fame, che aspira ad un futuro di pace”, ha detto.

Rafi Schutz, ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto che è stato “il Papa che ha portato il mondo più vicino a lui e ha contrariato Israele”.

La posizione del Papa su Israele dopo l’inizio della guerra ha attirato “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha rappresentato un “colpo significativo” alle relazioni tra Israele e il Vaticano.

Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice verrà ricordato in Israele “soprattutto per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza.”

Analogamente, il Canale 14 di estrema destra lo ha definito “il più accanito critico” di Israele.

Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco ad Israele e il suo appoggio ai palestinesi sotto attacco come “incondizionato sostegno a Hamas.”

Vi fu un certo ottimismo nel mondo ebraico quando venne nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una fortissima delusione da parte israeliana ed ebrea a causa delle sue aspre dichiarazioni soprattutto negli ultimi mesi.”

Il Papa ha più volte criticato la guerra di Israele alla Striscia di Gaza, soprattutto l’uccisione di bambini palestinesi, attirandosi le ire dei politici israeliani.

Durante la guerra ha scambiato telefonate quasi ogni notte con la comunità cristiana di Gaza, cosa che loro hanno detto essere stata una fonte di sollievo e conforto.

Nel suo libro ‘La speranza non delude mai: pellegrini verso un mondo migliore’, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’aggressione di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe configurarsi come genocidio e ed ha chiesto un’indagine sulle affermazioni degli “esperti”.

A dicembre il Ministero degli Esteri di Israele ha convocato il più alto diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusavano Israele di “crudeltà” a Gaza.

Meglio senza di lui’

Molti israeliani comuni hanno usato i social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del Papa, a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.

Commentando l’articolo di Canale 14, un utente lo ha chiamato “farabutto” e ha detto: “è un bene che sia morto”.

Un altro ha concordato: “Grazie a Dio il Papa è morto”.

Su Facebook utenti del social media lo hanno definito “odiatore del giudaismo”.

Sotto un post di Canale 11 sulla morte del Papa un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.

Sotto un rapporto di Ynet un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come quello che ha sistematicamente appoggiato il moderno antisemitismo”, aggiungendo che il mondo “è migliore senza di lui”.

Un altro utente ha detto che il Papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, ed ha aggiunto: “grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro ha detto: “finalmente una buona notizia”.

Sull’account di Walla News un utente lo ha definito “un eretico che ha sostenuto i nazisti di Hamas”. Ed un altro ha domandato: “Perché annunciate sui media ebraici che un odiatore di Israele è morto?”

Un altro utente ha scritto che “dopo le dichiarazioni piene di odio contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più invece di morire subito”, riferendosi alla salute del Papa che è peggiorata negli ultimi mesi.

Qualcuno in Israele ha anche pianto la morte del Papa.

Il Presidente Isaac Herzog ha scritto su X che mandava le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e specialmente alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, sua Santità Papa Francesco”.

Herzog ha aggiunto: “Spero sinceramente che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare ad ispirare atti di gentilezza, unità e speranza.”

Mentre un utente ha risposto: “Non parlare in mio nome. Il Papa era un diavolo antisemita”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione rispetto a questo tipo di post.

Che razzisti. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non avete rispetto nemmeno per la religione.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)