Una fotoreporter di Gaza, protagonista di un documentario molto atteso, è stata uccisa da un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

17 aprile 2025 – Haaretz

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e la morte di parenti la fotoreporter Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra.

Fatma Hassona, venticinquenne fotoreporter palestinese molto seguita in rete, è stata uccisa mercoledì da un attacco aereo israeliano insieme ad almeno altri nove membri della sua famiglia.

Su Hassona è stato girato un documentario molto atteso, “Metti l’anima nella tua mano e cammina,” che verrà proiettato al Festival del Cinema di Cannes a maggio. La sua morte ha suscitato una condanna unanime e un’ondata di cordoglio a Gaza e in tutto il mondo.

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e il fatto che 11 membri della sua famiglia siano stati uccisi lo scorso anno da un attacco israeliano, Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra. In mezzo alle distruzioni si stava anche preparando al matrimonio, previsto per la fine di aprile.

La scorsa estate, mesi prima della sua morte, Hassona, che è stata definita l’“Occhio di Gaza” e le cui foto sono apparse su testate internazionali, ha scritto in un post su Facebook un commovente appello, chiedendo che se fosse morta in guerra il suo decesso non passasse inosservato.

“Se muoio, voglio una morte che faccia rumore,” ha scritto. “Non voglio essere solo una notizia dell’ultima ora o un numero tra tanti, voglio che il mondo sappia della mia morte, un impatto che persista e un’immagine eterna che non possa essere sepolta né dal tempo né dallo spazio.”

Su X Miqdad Jameel, un giornalista di Gaza del giornale libanese Al-Akhbar, ha invitato l’opinione pubblica a tener viva la memoria di Hassona: “Parlate del suo martirio. Guardate le sue foto, leggete le sue parole, date testimonianza della vita a Gaza, della lotta dei suoi bambini durante la guerra attraverso le sue immagini e il suo obiettivo.”

Anas al-Shareef, reporter di Al Jazeera a Gaza, ha postato su X un messaggio rendendo omaggio ad Hassona come una persona che “fin dall’inizio non ha mai abbandonato il campo.” Ha ricordato che lei “attraverso il suo obiettivo ha documentato i massacri in mezzo a bombardamenti e sparatorie, cogliendo nelle sue foto la sofferenza e le grida delle persone.”

Al-Shareef ha affermato che Hassona ha affrontato quotidianamente la morte “senza risparmiarsi” fino al giorno in cui l’esercito israeliano “ha perpetrato il massacro finale contro di lei.” Ha aggiunto: “L’occupazione non uccide solo persone, fa tacere voci, cancella immagini e seppellisce la verità.”

Appena il giorno prima della morte di Hassona il programma ACID di Cannes, una sezione del festival gestita dall’Associazione del Cinema Francese Indipendente, ha annunciato che durante il festival di quest’anno sarà proiettato un documentario su di lei realizzato dalla regista di origine iraniana Sepideh Farsi.

Giovedì ACID ha postato su Instagram un omaggio ad Hassona: “Il suo sorriso era magico come la sua tenacia,” afferma il comunicato, “nel testimoniare, fotografare Gaza, distribuire cibo nonostante le bombe, i lutti e la fame. Abbiamo saputo della sua storia, abbiamo gioito ad ogni sua apparizione vedendo che era ancora viva, temevamo per lei.”

Su X Ahmad Hamdan, giornalista indipendente di Gaza, ha scritto un post sull’imminente matrimonio della giovane fotoreporter affermando che aveva già scelto per la prossima settimana un tanto agognato vestito bianco.” Invece, ha scritto, verrà avvolta in un ben diverso “vestito bianco”: un sudario. Un altro commovente omaggio è venuto da Haidar Ghazali, il poeta di Gaza preferito da Hassona. Ghazari ha raccontato che prima della sua morte Hassona lo aveva contattato chiedendogli di scrivere una poesia per lei “quando fosse morta”. Lui ha risposto con una preghiera per la sua incolumità, ma alla fine ne ha rispettato le volontà componendo una poesia per la sua defunta ammiratrice.

“Il sole di oggi non nuocerà,” inizia la poesia, immaginando l’arrivo di Fatma nell’aldilà, “le piante nei vasi si riprenderanno per una dolce ospite… Oggi il sole non picchierà forte, ma abbraccerà la città con l’affetto di una madre, tenero eppure inesperto.”

Il Council on American-Islamic Relations [Consiglio sui Rapporti Americano-Islamici] (CAIR), la principale organizzazione musulmana statunitense per i diritti civili e il sostegno, ha chiesto agli Stati Uniti e ai mezzi di comunicazione internazionali di “denunciare il fatto che Israele prende di mira intenzionalmente i giornalisti a Gaza dopo che una giornalista palestinese e dieci membri della sua famiglia sono stati massacrati da un attacco aereo israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stati fatti filtrare i dati di migliaia di soldati israeliani

Redazione di MEMO

16 aprile 2025 – Middle East Monitor

Ieri Haaretz [quotidiano liberale israeliano, ndt.] ha riferito che una violazione di sicurezza su un sito web esterno israeliano di biglietteria ha causato la diffusione in rete di dati sensibili dei soldati dell’esercito di occupazione israeliano, inclusi quelli del capo di stato maggiore Eyal Zamir.

Secondo il rapporto, la violazione ha permesso l’accesso ad informazioni personali, tra cui i loro nomi completi, i numeri dei documenti di identità e quelli telefonici, attraverso il sito web TickChak, che è usato dalle unità dell’esercito per offrire prestazioni ricreative ai propri impiegati.

La violazione, insieme alla scarsa sicurezza del sito web, permette a chiunque di accedere ai dati dei soldati inserendo il numero del loro documento d’identità senza passare attraverso alcuna ulteriore verifica. Questo ha permesso l’estrazione e la raccolta di informazioni personali di decine di migliaia di soldati.

La violazione è avvenuta usando semplici strumenti software creati da un utente anonimo, che si identifica come il “Principe Persiano”. L’utente è stato in grado di eseguire un programma che ha verificato i numeri potenziali dei documenti di identità ed estratto i dettagli dei loro possessori.

Secondo il quotidiano il sito web non adotta nessuna protezione automatica contro tentativi ripetuti o restrizioni geografiche, permettendo ad un attaccante di accedere ai dati da fuori Israele, anche da uno “Stato ostile”.

La banca dati delle informazioni rivelate conteneva informazioni su molti soldati in servizio attivo, incluso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir, fatto che è considerato una gravissima violazione della sicurezza, dato che parti esterne o ostili potrebbero usare queste informazioni per tracciare il personale militare o colpirlo elettronicamente o sul campo.

In risposta l’esercito ha affermato che “l’anomalia è stata immediatamente affrontata, si è investigato sull’incidente e le lezione è stata imparata.” TickChak, l’operatore della piattaforma, ha chiarito che il sito è sicuro secondo gli standard internazionali, ma ha ammesso che “il sistema di accesso semplice è stato usato in seguito alla richiesta del cliente, invece di una verifica in due fasi”. Ha aggiunto che i livelli di sicurezza sono stati rafforzati dopo aver ricevuto dei riscontri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Centinaia di scrittori israeliani chiedono a Netanyahu di porre fine alla guerra a Gaza e garantire il rilascio dei prigionieri

Redazione di Middle East Monitor

15 aprile 2025 – Middle East Monitor

Oltre 350 letterati israeliani hanno firmato una lettera aperta che esorta il primo ministro Benjamin Netanyahu a porre fine alla guerra a Gaza e a garantire il ritorno dei 59 prigionieri israeliani rimasti.

I firmatari, che rappresentano un’ampia fetta della comunità letteraria israeliana, accusano Netanyahu di ostacolare deliberatamente un potenziale accordo con Hamas che garantirebbe un cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri, sostenendo che egli stia privilegiando la propria sopravvivenza politica rispetto agli interessi nazionali e umanitari.

“Hamas ha proposto un accordo per la restituzione degli ostaggi, il rilascio dei prigionieri e un cessate il fuoco. Il primo ministro ha delineato un accordo scandito in diverse fasi, ma negli ultimi diciassette mesi ha fatto tutto il possibile per ostacolarlo, temendo che la fine della guerra avrebbe significato la fine del suo governo e della sua libertà come imputato”, si legge nella lettera.

Gli scrittori lo accusano di prolungare la guerra per motivi personali, mettendo a rischio prigionieri, soldati e civili. Criticano inoltre il primo ministro per aver minato i valori democratici di Israele e eroso” la coesione sociale.

“Sta erodendo la responsabilità reciproca, l’uguaglianza e la giustizia, trasformandoci da cittadini alla pari in una democrazia funzionante a sudditi di una teocrazia autoritaria, in cui siamo obbligati a prestare servizio nell’esercito, a sacrificare i nostri figli all’idolo al potere, ma ci vengono negati pari diritti, responsabilità reciproca e la giustizia e sicurezza che uno Stato democratico deve ai suoi cittadini”.

La lettera evidenzia anche il crescente risentimento per il sostegno di Netanyahu a politiche che esentano le comunità ultraortodosse dal servizio militare ma al contempo condannano i riservisti che protestano contro la guerra, definendo questo atteggiamento un tradimento della responsabilità nazionale condivisa.

“Gli atti che vengono compiuti a Gaza e nei territori occupati non sono fatti in nostro nome, ma ricadranno comunque sulla nostra coscienza. Le chiediamo di fermare immediatamente la guerra, di riportare a casa tutti gli ostaggi e di tracciare un percorso futuro per Gaza che sia internazionale e concordato”, aggiungono.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’esercito israeliano sta affrontando la sua più grande crisi di obiezione di coscienza degli ultimi decenni.

Meron Rapoport

11 aprile 2025 – +972 Magazine

Secondo quanto riportato, oltre 100.000 israeliani hanno smesso di presentarsi al servizio militare nella riserva. Sebbene le motivazioni siano diverse, l’entità del fenomeno dimostra il calo di legittimità della guerra.

Nessuno può fornire cifre precise. Nessun partito o leader politico lo chiede esplicitamente. Ma chiunque nelle ultime settimane abbia partecipato a proteste antigovernative o abbia utilizzato i social media in lingua ebraica sa che è vero: in Israele il rifiuto di presentarsi al servizio militare sta diventando sempre più consueto, e non solo in seno alla sinistra radicale.

Nei mesi precedenti la guerra parlare di rifiuto – o più precisamente, di smettere di presentarsi volontario” nella riserva – era diventato un elemento centrale delle massicce proteste contro la riforma giudiziaria del governo israeliano. Al culmine di queste proteste, nel luglio 2023, oltre 1.000 piloti e membri dell’Aeronautica Militare dichiararono che non si sarebbero più presentati in servizio se la riforma giudiziaria non fosse stata sospesa, scatenando l’allarme di alti ufficiali militari e del capo dello Shin Bet [servizio di intelligence interno di Israele, ndt.], secondo cui la riforma giudiziaria avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale.

La destra israeliana continua a sostenere ancora oggi che quelle minacce di obiezione di coscienza non solo avrebbero incoraggiato Hamas ad attaccare Israele, ma avrebbero anche indebolito l’esercito. In realtà tutte le minacce sono svanite nel nulla il 7 ottobre, quando i manifestanti si sono offerti volontari in massa e con entusiasmo.

Per 18 mesi la stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana si è schierata attorno alla bandiera a sostegno dell’attacco contro Gaza. Ma, soprattutto dopo la decisione del governo di interrompere il cessate il fuoco, il mese scorso hanno iniziato ad apparire delle crepe.

Nelle ultime settimane i media hanno riportato un calo significativo dei soldati che si presentano in servizio come riservisti. Sebbene i numeri esatti siano un segreto gelosamente custodito, a metà marzo l’esercito ha informato il Ministro della Difesa Israel Katz che il tasso di presenza si era attestato all’80%, rispetto a circa il 120% subito dopo il 7 ottobre. Secondo Kan, l’emittente pubblica israeliana, quel numero sarebbe piuttosto approssimativo: il tasso reale si avvicinerebbe al 60%. Altri rapporti parlano di tassi di partecipazione del 50% o inferiori, con alcune unità di riservisti che hanno dovuto far ricorso al reclutamento di soldati tramite i social media.

“Le obiezioni di coscienza arrivano a ondate, e questa è l’ondata più grande dalla Prima Guerra del Libano del 1982″, ha dichiarato a +972 Ishai Menuchin, uno dei leader del movimento per il rifiuto del servizio militare Yesh Gvul (“C’è un limite”), fondato durante quella guerra.

Come per la coscrizione nelle forze armate regolari a 18 anni, gli israeliani hanno l’obbligo di prestare servizio come riservisti fino all’età di 40 anni (anche se questo può variare a seconda del grado e dell’unità). In tempo di guerra, l’esercito dipende in misura notevole da queste forze.

All’inizio della guerra l’esercito ha dichiarato di aver reclutato circa 295.000 riservisti, oltre ai circa 100.000 soldati in servizio regolare. Se i dati relativi a una presenza del 50-60% nella riserva fossero corretti, ciò significherebbe che oltre 100.000 persone avrebbero smesso di presentarsi al servizio come riservisti. “È un numero enorme”, osserva Menuchin. “Significa che il governo avrà difficoltà a continuare la guerra”.

“Il 7 ottobre ha inizialmente creato un sentimento del tipo: ‘Insieme vinceremo’,; ma ora si è sfaldato”, ha detto Tom Mehager, un attivista che si è rifiutato di arruolarsi durante la Seconda Intifada e ora gestisce una pagina social che pubblica video in cui ex refusnik spiegano la loro decisione. “Per attaccare Gaza tre aerei sono sufficienti, ma il rifiuto traccia comunque delle linee rosse. Costringe il sistema a constatare i limiti del suo potere”.

“Giorno dopo giorno, vedo dichiarazioni di rifiuto”

La maggior parte di coloro che sfidano gli ordini di arruolamento sembrano essere i cosiddetti “obiettori grigi” – persone che non oppongono una vera obiezione ideologica alla guerra, ma che piuttosto sono demoralizzate, stanche o stufe del fatto che la guerra si trascini da così tanto tempo. Accanto a loro c’è una piccola ma crescente minoranza di riservisti che obiettano per motivi etici.

Secondo Menuchin dall’ottobre 2023 Yesh Gvul è stata in contatto con oltre 150 renitenti ideologici, mentre New Profile, un’altra organizzazione che sostiene i refusenik, ha gestito diverse centinaia di casi simili. Ma mentre gli adolescenti che rifiutano la leva obbligatoria per motivi ideologici sono soggetti a pene detentive di diversi mesi, Menuchin è a conoscenza di un solo riservista che è stato recentemente punito per un rifiuto, con una condanna a due settimane di libertà vigilata.

“Hanno paura di mettere in prigione i renitenti, perché, se lo facessero, potrebbero affossare il modello di ‘esercito popolare'”, spiega. “Il governo lo capisce e quindi non insiste troppo; è sufficiente che l’esercito congedi qualche riservista, come se questo risolvesse il problema.”

Di conseguenza Menuchin trova difficile valutare la reale portata di questo fenomeno. “Durante la guerra del Libano avevamo stimato che per ogni obiettore finito in prigione ce n’erano altri otto o dieci renitenti ideologici”, afferma. “Quindi, se 150 o 160 persone hanno dichiarato di non volersi arruolare per motivi ideologici, è ragionevole stimare che ci siano almeno 1.500 obiettori ideologici”. E questa è solo la punta dell’iceberg [considerando il numero molto più elevato di obiettori non ideologici]”.

Tuttavia secondo Yuval Green – che si è rifiutato di continuare il servizio a Gaza dopo aver disobbedito all’ordine di dare fuoco a un’abitazione palestinese e che ora guida un movimento contro la guerra chiamato “Soldati per gli Ostaggi” al quale hanno aderito 220 riservisti firmatari di una dichiarazione di rifiuto – questa categorizzazione binaria non racconta l’intera storia.

“Ci sono sempre più persone che potrebbero non avere necessariamente a cuore i palestinesi ma che non si sentono più in sintonia con gli obiettivi della guerra”, ha spiegato. “Lo chiamo ‘rifiuto ideologico grigio ‘. Non ho modo di conoscere il numero, ma sono sicuro che siano molti.

In passato dei miei conoscenti erano molto arrabbiati con me [per aver chiesto lobiezione di coscienza]”, continua Green. “Ora mi sento molto più compreso. Siamo diventati più rilevanti. I media ci seguono; siamo stati invitati su Canale 13 e Canale 11. Assisto giorno dopo giorno a dichiarazioni di rifiuto”.

Abbondano esempi recenti. La scorsa settimana Haaretz ha pubblicato un editoriale della madre di un soldato che affermava: “I nostri figli non combatteranno in una guerra messianica per loro scelta”. Un altro articolo sullo stesso giornale, scritto da un soldato anonimo, dichiarava: “L’attuale guerra a Gaza ha lo scopo di comprare la stabilità politica con il sangue. Non vi prenderò parte”.

Altri sono meno espliciti, ma il risultato è simile. In una recente intervista l’ex giudice della Corte Suprema Ayala Procaccia non è arrivata al punto di approvare il rifiuto, ma ha invocato la “disobbedienza civile”. Il 10 aprile, quasi 1.000 riservisti dell’Aeronautica Militare hanno pubblicato una lettera aperta chiedendo un accordo per [la liberazione degli] ostaggi che porrebbe fine alla guerra; a loro si sono presto uniti centinaia di riservisti della Marina e della squadra d’élite dell’intelligence, l’Unità 8200. Il Primo Ministro Netanyahu ha risposto: “Il rifiuto è rifiuto, anche quando è pronunciato implicitamente e con linguaggio ripulito”.

“La legittimità del regime è in pericolo”

Yael Berda, sociologa dell’Università Ebraica e attivista di sinistra, ha spiegato che il calo della disponibilità a presentarsi al servizio nella riserva deriva principalmente da preoccupazioni economiche. Ha fatto riferimento a un recente sondaggio del Servizio per l’Impiego Israeliano, che ha rilevato che il 48% dei riservisti ha segnalato una significativa perdita di reddito dal 7 ottobre e il 41% ha dichiarato di essere stato licenziato o costretto a lasciare il lavoro a causa dei lunghi periodi trascorsi nella riserva.

Anche Menuchin attribuisce un peso significativo ai fattori economici, ma offre un’ulteriore spiegazione: “Gli israeliani non vogliono sentirsi degli ingenui e stanno arrivando al punto in cui si sentono sfruttati. Vedono altri ottenere esenzioni e sono pronti a scommettere che se dovesse capitargli qualcosa nessuno sosterrà loro o le loro famiglie. C’è un senso di abbandono: vedono le famiglie degli ostaggi fare crowdfunding per la mera sopravvivenza. Il punto è che lo Stato è assente, e questo sta diventando chiaro a sempre più israeliani.

C’è molta disperazione”, continua Menuchin. “La gente non sa dove stiamo andando. Si assiste ad una corsa ai passaporti stranieri – già prima del 7 ottobre – e alla ricerca di posti ‘migliori’ in cui emigrare. C’è un crescente ripiegamento sulla preoccupazione per il proprio gruppo di interesse. E soprattutto, gli ostaggi non vengono riportati indietro.”

Per quanto riguarda il rifiuto ideologico, Berda identifica diverse categorie. “Un tipo di rifiuto deriva da ‘Quello che ho visto a Gaza’, ma si tratta di una minoranza”, spiega. “Un altro è legato alla perdita di fiducia nella leadership, dovuta soprattutto al fatto che il governo non ha fatto tutto il possibile per riportare indietro gli ostaggi. C’è un divario intollerabile tra ciò che il governo ha dichiarato di fare e ciò che ha effettivamente fatto. E questo divario fa in modo che le persone perdano fiducia”.

Un’ulteriore categoria, continua Berda, è quella del “disgusto per il discorso sul sacrificio” promosso dall’estrema destra religiosa, guidata da esponenti del calibro di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. “È una sorta di reazione alla narrazione dei coloni che afferma che sarebbe giusto sacrificare la propria vita per qualcosa di più grande”, spiega Berda. “Le persone reagiscono all’idea che la collettività sia più importante dell’individuo dicendo: ‘Gli obiettivi dello Stato sono importanti, ma io ho la mia vita’“.

Pur sottolineando che le minacce di obiezione di coscienza hanno rappresentato una parte importante delle proteste antigovernative del 2023, Berda afferma che “ora, dopo il fallimento del cessate il fuoco, si può affermare che l’intero movimento di protesta si oppone alla continuazione della guerra, sostenendo che si tratti della guerra di Netanyahu. Questa è sicuramente una novità; non c’è mai stata una rottura del genere, in cui la legittimità del regime fosse in pericolo.

Nel 1973 dicevano che Golda [Meir] era incompetente, che aveva commesso errori, ma nessuno dubitava della sua lealtà”, continua Berda. “Durante la prima guerra del Libano c’erano dubbi sulla lealtà di [Ariel] Sharon e [Menachem] Begin, ma erano considerazioni marginali. Ora, soprattutto alla luce dello scandalo “Qatargate”, la gente è convinta che Netanyahu sia disposto a distruggere lo Stato per il suo tornaconto personale”.

Tuttavia l’ondata di rifiuti e l’assenteismo non hanno ancora messo in ginocchio l’esercito. “La gente dice: ‘C’è il governo, e c’è lo Stato’,” spiega Berda. “Queste persone continuano a prestare servizio perché si aggrappano allo Stato e alle sue istituzioni di sicurezza, perché se non ci dovessero credere non gli rimarrebbe più niente.

L’opinione pubblica capisce che nel momento in cui la fiducia nell’esercito crollasse sarebbe tutto finito, e questo è spaventoso”, ha proseguito. “Temono di essere coinvolti nel crollo dell’esercito perché questo li renderebbe complici. Bibi sta costringendo gli israeliani a [quella che considerano] una scelta terribile. Qualunque cosa facciano, sarebbero complici di un crimine: o del crimine di genocidio o di quello di aver distrutto lo Stato.”

Meron Rapoport è un redattore di Local Call.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mahmoud Khalil e la necropolitica del regime trumpiano di deportazione È in questione la morte.

Natasha Lennard 

11 aprile 2025 – The Intercept

Questa settimana l’amministrazione di Donald Trump si è attivata per decretare la morte di migliaia di immigrati.

Le oltre 6.000 persone vive e vegete, per lo più immigrati latinoamericani senza documenti, continuano a mangiare, dormire, respirare e lavorare sul territorio statunitense. Ciononostante i loro nomi sono stati inseriti nell’“archivio principale dei defunti” della Previdenza Sociale, la banca dati utilizzata per elencare le persone morte che non dovrebbero più riceverne le prestazioni.

Il New York Times, il primo a informare sulla perversa riconversione dell’archivio principale dei defunti, ha rilevato con inusuale chiarezza che l’amministrazione stava includendo “i nomi di persone vive che il governo crede dovrebbero essere trattate come se fossero morte.”

Inserire gli immigrati nella lista dei defunti è uno sporco espediente per impedire rapidamente l’accesso alla sopravvivenza in questo Paese, tagliandoli fuori in modo permanente dall’accesso a prestazioni, conti bancari e dalla possibilità di lavorare legalmente. È solo l’ultima mossa per rendere invivibile l’esistenza agli immigrati, in modo che siano obbligati a scegliere di andarsene, se non sono stati prima rastrellati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement [ICE, l’agenzia federale USA per l’immigrazione e le frontiere, ndt.].

È qualcosa di più di un espediente crudele. È in questione la morte.

L’amministrazione Trump sta esprimendo apertamente la sua volontà di condannare milioni di persone alla morte civile e sociale su molteplici fronti, dagli immigrati catalogati come morti dalla Sicurezza Sociale al diniego del rilascio del passaporto ai trans, a una corretta documentazione o a ogni forma di esistenza in base alla documentazione governativa.

Non si tratta solo di un’uccisione metaforica: l’espulsione dalla vita pubblica ufficiale può essere realmente mortale. L’escalation del dominio necropolitico —il concetto dello storico Achille Mbembe del governo organizzato per esporre certe categorie di persone a una morte prematura e all’eliminazione — da parte di Trump sta determinando una situazione fascista, che minaccia di revocare i diritti giuridici di interi settori della popolazione.

In fin dei conti i morti non possono rivendicare alcun diritto.

Queste violazioni necropolitiche non sono visibili solo nei registri della Sicurezza Sociale. Sono anche una parte implicita di molti dei casi relativi all’immigrazione che ci troviamo davanti. Si prenda per esempio quello di Mahmoud Khalil, uno studente universitario della Columbia University, dove ha partecipato alle proteste contro il genocidio, residente permanente la cui moglie, cittadina statunitense, sta aspettando il primo figlio.

Chi ha diritto ad avere diritti?” ha chiesto Khalil in una lettera del marzo scorso da un centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. “Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è il senegalese che ho incontrato, il quale da un anno è stato privato della sua libertà, la sua situazione legale è in un limbo e la sua famiglia a distanza di un oceano. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che mise piede in questo Paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza neanche un processo.”

Venerdì un giudice per l’immigrazione della Louisiana ha sentenziato che Khalil può essere deportato in base alle affermazioni senza fondamento dell’amministrazione Trump secondo cui rappresenta una minaccia per la politica estera statunitense.

Questa è esattamente la ragione per cui l’amministrazione Trump mi ha spedito in questo tribunale, a 1.000 miglia di distanza dalla mia famiglia,” ha detto Khalil alla giudice dopo che lei lo ha informato della sentenza. “Spero solo che l’urgenza che avete ritenuto opportuna nel mio caso sia garantita alle centinaia di altre persone che sono qui senza processo da mesi.”

Gli avvocati di Khalil presenteranno appello contro questa decisione e stanno promuovendo un ricorso di habeas corpus in un tribunale federale del New Jersey. Come il rapimento e la detenzione di Rümeysa Öztürk,  studentessa di dottorato alla Tufts University, perché ha scritto un editoriale e la revoca del visto a centinaia di studenti a quanto pare per aver partecipato a proteste contro un genocidio, la difficile situazione di Khalil si fa beffe delle garanzie costituzionali.

La lotta di Khalil contro la deportazione sulla base di accuse infondate di “antisemitismo” e minaccia alla “sicurezza nazionale” è in effetti un banco di prova dei limiti di fondamentali diritti costituzionali e umani sotto Trump.

Il diritto di avere diritti”, menzionato per la prima volta dalla filosofa Hannah Arendt, una rifugiata dalla Germania nazista, evidenzia che una persona non è intrinsecamente titolare di diritti ma perché le venga concesso ogni altro diritto deve essere riconosciuta come parte di una comunità politica. Si potrebbe parlare di diritti universali, ma essi devono essere riconosciuti ed hanno una forza materiale solo quando sono riconosciuti dai poteri di uno Stato.

È precisamente l’eliminazione del diritto di avere diritti, il diritto di essere riconosciuti come esseri umani per legge, a cui mira Trump.

Non è un caso che i palestinesi e i loro sostenitori siano tra i primi ad essere presi di mira. Israele, gli Stati Uniti e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole hanno dichiarato i palestinesi fuori dai confini del riconoscimento legittimo, vale a dire espellibili, arrestabili e potenzialmente vittime di uccisione, per 76 anni.

Vedo nella mia situazione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’incarcerazione senza processo o imputazione, per togliere ai palestinesi i loro diritti,” ha scritto Khalil nella sua lettera.

Gli avvocati di Khalil ritengono che sia stato preso di mira dall’amministrazione solo per aver espresso un’opinione che dovrebbe essere protetta dal Primo Emendamento. C’è persino una specifica misura nella legge su Immigrazione e Nazionalità del 1990 che dovrebbe impedire al governo di deportare persone in quanto minacce alla “politica estera” solo per aver espresso la propria opinione.

Eppure far valere questa protezione si è dimostrato inutile. Dove sono i diritti di Khalil?

Necropolitica alla luce del sole

Quando Trump ha invocato l’Alien Enemies Act [Legge sui Nemici Stranieri, ndt.] del 1798 per rastrellare immigrati venezuelani, anche quello è stato un attacco contro il diritto di avere diritti. E si è dimostrato un successo: la maggioranza degli oltre 200 uomini rastrellati sulla base di accuse assolutamente infondate di appartenenza a una gang non aveva precedenti penali. Ciò non ha impedito che venissero spediti, senza un regolare processo, in un brutale campo di prigionia nel Salvador.

Questa politica di consegna straordinaria come deportazione è diventata solo ancora più oscura con ogni nuovo dettaglio. La catalogazione come criminale da parte degli USA è stata a lungo utilizzata per togliere alla gente diritti fondamentali. La deportazione potenzialmente permanente verso un campo di prigionia totalitario non sarebbe giustificata neppure se ogni detenuto fosse stato condannato per gravi reati.

Si prenda il caso di un uomo che l’amministrazione Trump ammette sia stato erroneamente inviato nel Salvador. Nonostante questa ammissione il governo sta lottando per non dover riprendere questo uomo, arrivando venerdì perfino a sfidare un ordine del tribunale. Ciò riflette l’impegno a escludere persone ben definite dalla comunità che detiene diritti.

Il partito Repubblicano di Trump è stato definito come un “culto della morte” fin dal suo primo mandato, quando il negazionismo del COVID da parte dei MAGA [seguaci di Trump, ndt.] ha assunto forme omicide e suicide. Il rifiuto della scienza medica, l’accoglienza positiva a una decimazione ambientale, un vero e proprio attacco contro le fondamentali disposizioni del welfare, uno straordinario sfruttamento dei lavoratori, i veti all’assistenza sanitaria riproduttiva, un’inesauribile dedizione al potere delle armi sono tipiche ossessioni per la morte della reazione del capitalismo americano, imbevute sotto Trump di una carica messianica.

Come molti dei progetti trumpiani, questa volta l’amministrazione ha una modalità mortale più raffinata, violenta ed esplicitamente fascista.

Le politiche di Trump possono rendere l’intera popolazione, compresa la sua base devota, più vulnerabile a una morte e a una fragilità premature; le politiche trumpiane di dominio, tuttavia, si basano su cosiddetti nemici chiaramente definiti e minacciati come già morti, espellibili o potenzialmente vittime di uccisione.

Tuttavia c’è almeno un modo in cui il “culto della morte” di Trump fa ricadere la necropolitica sulla sua testa. Il governo necropolitico, l’ordinamento di vita e morte letale e razzista da parte delle democrazie liberali occidentali, ha tradizionalmente cercato di amministrare la morte dietro porte chiuse o lontano dalla patria.

Si supponeva che l’opinione pubblica non venisse a sapere delle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq o degli abusi a Guantanamo, delle uccisioni da parte della polizia, della brutalità razzista nelle prigioni, dell’inquinamento e della distribuzione grossolanamente diseguale della devastazione ambientale, e molto altro. La mossa trumpiana è indossare la testa da morto [simbolo utilizzato anche dalle SS naziste, ndt.], adottare e potenziare questo mostruoso e palesemente diseguale quadro di morte.

Tuttavia Khalil continua a dimostrarci cosa significhi lottare per la vita. “Dopo l’udienza Khalil si è girato a guardare in faccia i 22 osservatori e giornalisti fuori dall’aula di tribunale e ha formato un cuore con le sue mani,” ha riportato l’NPR [rete di radio indipendenti USA, ndt.]. “Ha sorriso.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Le Real Housewives della Hasbara: quando la guerra di Gaza fa bene agli affari

Rachel Fink

6 aprile 2025 – Haaretz

Una schiera di donne influencer si è trasformata in megafoni della propaganda filo-israeliana dopo il 7 ottobre. Le “hasbariste” mescolano con disinvoltura contenuti lifestyle e attivismo sionista privo di sfumature. Ma questa strategia è davvero utile alla causa? E la hasbara ha mai giovato a Israele?

Lizzy Savetsky sta vivendo un anno fantastico.

Ha partecipato alle celebrazioni per l’insediamento del presidente Donald Trump, si è assicurata un posto nella lista tutta influencer per il Congresso Sionista Mondiale, ha lanciato una linea di costumi da bagno per bambini – indossati dai suoi tre figli – e ha persino trovato il tempo per una vacanza a Miami, documentando ogni momento per i suoi 412.000 follower su Instagram.

E tutto questo mentre respingeva i jihadisti mascherati che si infiltravano alla Columbia University, sosteneva la battaglia esistenziale di Israele su sette fronti e affrontava i peggiori nemici del popolo ebraico: il senatore democratico Chuck Schumer e i rabbini contrari alla pulizia etnica di Gaza. Hashtag benedetta.

Questa ex cheerleader nata a Dallas e diventata fashion designer e mamma-influencer a Manhattan si è avvicinata all’ebraismo ortodosso dopo aver incontrato il chirurgo plastico Ira Savetsky. Nel 2022 Lizzy era stata scelta per la quattordicesima stagione di The Real Housewives of New York City – il reality show che segue le vite glamour e piene di drammi di donne ricche – ma poco dopo l’annuncio e prima dell’inizio delle riprese aveva dichiarato di aver deciso di lasciare il programma. Aveva anche detto che la scelta era dovuta a un’ondata di insulti antisemiti ricevuti dopo la notizia della sua partecipazione.

Ma altre fonti, tra cui Page Six [sito americano di notizie su celebrità e mondo dello spettacolo, ndt.], hanno invece riportato che la tensione era nata quando un’altra concorrente aveva chiesto a Savetsky – nota per la sua abilità nel combinare incontri – di presentarle un uomo ebreo. Lizzy avrebbe rifiutato, spiegando di combinare solo coppie ebree per preservare la continuità ebraica. La discussione si era scaldata, portando il marito a usare un insulto razzista in una telefonata con i produttori. Nonostante le scuse, la situazione aveva decretato l’addio di Lizzy al programma.

Tornata a postare video della sua famiglia che celebravano l’ebraismo e Israele, dopo l’attacco del 7 ottobre Lizzy si è lanciata in quella che può essere definita solo come vera e propria hasbara– un termine ebraico che può essere inteso come diplomazia pubblica o propaganda, a seconda dei punti di vista.

Come la stessa hasbara, Savetsky è una figura polarizzante. I fan la hanno osannata come una “leonessa ebraica” e una “moderna Regina Ester”, come ha scritto entusiasta un sito web. Ma ha anche una schiera di detrattori che la accusano di aver distorto i fatti, aver difeso azioni militari israeliane considerate da alcuni crimini di guerra e persino aver strumentalizzato i figli per suscitare reazioni emotive.

Poi ci sono i suoi veri sostenitori: quelli che generalmente la appoggiano ma che non esitano a criticarla quando le sue posizioni si fanno troppo estreme, come quando a febbraio ha condiviso un video del rabbino estremista Meir Kahane, elogiandolo per aver detto che la forza è «l’unica lingua che gli arabi capiscono».

Savetsky non è sola. Dal 7 ottobre, è esploso il numero di influencer donne (e in misura minore uomini) che hanno trasformato i loro account in macchine da propaganda filo-israeliana. Raffinate e benestanti, queste donne hanno mescolato con naturalezza contenuti lifestyle [moda, benessere, viaggi, alimentazione, ndt.] e attivismo sionista.

Il loro messaggio è sorprendentemente uniforme e si articola in tre categorie: sostegno incondizionato a Israele nella guerra contro Hamas, appelli urgenti per il ritorno degli ostaggi e un’ossessione per l’antisemitismo globale, dipinto come una minaccia pervasiva ed esistenziale. I loro post spesso riducono questioni complessissime a netti scontri tra bene e male: un approccio che ha funzionato sui social, ma che nel mondo reale non ha lasciato spazio alle sfumature. Eppure, la loro portata [il numero di utenti singoli raggiunti da un contenuto pubblicato via social, ndt.] è innegabile.

Ma in un dibattito globale sempre più polarizzato questa strategia giova davvero agli interessi di Israele nel lungo termine? O ridurre il conflitto a uno scontro morale assoluto non ha semplificato il compito dei critici e rischia di alienare potenziali alleati?

Ecco a voi le Real Housewives della Hasbara.

“Attiviste per caso”

Le frasi che queste “hasbariste” usano per descriversi sono spesso ripetitive: “imprenditrice”, “creatrice di contenuti digitali”, “ebrea orgogliosa”. Ma una spicca su tutte: “attivista per caso”.

Molte dicono di “aver trovato la propria voce” dopo l’attacco di Hamas. Il fatto di avere già un seguito sui social grazie alle loro attività nel campo della moda, del wellness o degli affari aiuta. Ma è innegabile che l’antico adagio “la guerra fa bene agli affari” si applichi anche qui. O meglio, la guerra fa bene agli affari degli influencer. Queste donne hanno visto i loro follower schizzare alle stelle, con i contenuti filo-israeliani che trainano un engagement [numero di interazioni attive come “mi piace”, commenti e condivisioni, ndt.] senza precedenti.

Ne è un esempio perfetto Shai Albrecht (centoseimila follower), personal trainer ortodossa moderna [l’ebraismo ortodosso moderno promuove una sintesi fra i principi di fede ebraici e la società moderna e attribuisce un significato religioso allo Stato di Israele, ndt.]. In un’intervista recente, ha ammesso di aver guadagnato decine di migliaia di follower dopo aver spostato i suoi contenuti dal fitness alla propaganda filo-israeliana. Prima del 7 ottobre, Albrecht – che non corrisponde allo stereotipo della donna ortodossa tradizionalmente vestita – postava soprattutto video che la ritraevano mentre ballava in tenuta da palestra, sfidando l’idea che tutte le donne religiose debbano vestirsi con modestia. Le sezioni commenti dei suoi post su Instagram erano spesso animate discussioni, un ottimo allenamento per il veleno che ora riceve ogni giorno.

La sua indifferenza per le norme ortodosse sull’abbigliamento la accomuna a Savetsky, ma le somiglianze non finiscono qui. Entrambe, pur vivendo in America, si trovavano in Israele il 7 ottobre 2023, giorno di una festa ebraica. I loro post emotivi di quel giorno sono incredibilmente simili ed entrambe lo descrivono come un punto di svolta nel loro attivismo. Da donne focalizzate sul personal branding sono ora totalmente immerse nella propaganda filo-israeliana. E sono diventate sostenitrici dichiarate di Trump.

Come molte hasbariste, Savetsky e Albrecht sono persuasive quando parlano degli ostaggi, dei soldati caduti e della causa israeliana. Ma dimostrano anche che queste donne facoltose possono essere, beh, cattive.

Dopo lo sfogo emotivo iniziale Albrecht ha attraversato una sorta di rebranding social. Ora gran parte dei suoi contenuti consiste nello stitch – una funzione di TikTok che permette di rispondere a un video altrui – di clip filo-palestinesi per confutarle, spesso con toni sarcastici.

Albrecht è fermamente convinta che non ci sia alcuna sofferenza tra i gazawi (tutti sostenitori di Hamas a suo dire), che l’esercito israeliano sia il più morale al mondo e che le accuse di abusi sui prigionieri palestinesi – confermate dall’esercito israeliano – siano false.

Anche se Albrecht ha messo in pausa il suo business del fitness, ogni tanto pubblica ancora qualche annuncio a pagamento (o spon-con, come si dice sui social). Ma molte “attiviste per caso” scelgono di integrare le loro attività commerciali con la propaganda filo-israeliana.

L’accostamento a volte è stridente: un video straziante di Yarden Bibas che pronuncia l’elogio funebre per la moglie e i due figli piccoli, uccisi mentre erano prigionieri di Hamas, seguito subito da un post outfit of the day [come mi vesto oggi, ndt.]. Altre volte, i due mondi si fondono: come quando Savetsky ha postato una serie di foto in cui posa indossando costumi da bagno di designer israeliani, con la didascalia “thirst trap sionista” [con “thirst trap” si intende la condivisione sui social media di foto o video in abiti succinti e/o pose provocanti con lo scopo di richiamare l’attenzione, ndt.].

L’effetto Tishby

Se l’alveare della Hasbara avesse un’ape regina, sarebbe Noa Tishby (ottocentotrentaseimila follower su Instagram). Nata e cresciuta in Israele, si è trasferita negli USA nei primi anni 2000, ottenendo una certa fama dapprima come attrice e produttrice. Nel 2022 è stata nominata primo inviato speciale israeliano per la lotta all’antisemitismo, ma è stata licenziata l’anno dopo per aver criticato la riforma giudiziaria di Netanyahu.

Da allora, è diventata una delle voci più influenti a sostegno di Israele, usando la sua piattaforma per contrastare la disinformazione, promuovere la narrazione israeliana e denunciare l’antisemitismo. Benché non sia una giornalista, i suoi video esplicativi ben curati, i reportage sul campo e le interviste a soggetti di alto profilo le danno un’aura da professionista.

E le hasbariste hanno preso nota. Ispirate da Tishby, molte sono passate da video casuali e improvvisati – spesso su musiche di tendenza – a uno stile più professionale. Il microfono portatile usato dai giornalisti indipendenti è diventato un accessorio onnipresente, così come i monologhi scritti su immagini di repertorio, che danno ai loro contenuti un’aria autorevole. Ma nonostante l’upgrade estetico le fonti sono raramente citate, le affermazioni non sono verificate e l’accuratezza passa spesso in secondo piano rispetto all’engagement [spesso sui social network i contenuti più divisivi sono quelli che ottengono il maggior numero di reazioni dagli utenti, a tutto vantaggio di chi li diffonde, ndt.].

Durante i loro frequenti viaggi in Israele, molte hanno abbracciato il “reportage sul campo”: visitano le rovine dei kibbutz distrutti indossando giubbotti antiproiettile e caschi, filmano al memoriale del festival Nova e imitano Anderson Cooper [giornalista americano celebre per i suoi reportage, ndt.] con interviste in loco. Un camion di aiuti al valico di Kerem Shalom viene presentato come prova definitiva che Gaza riceve tutto l’aiuto umanitario necessario. L’estetica è giornalistica; l’approccio molto meno.

Ma importa davvero? Secondo il comico Matt Lieb, conduttore del podcast Bad Hasbara (che analizza le strategie di pubbliche relazioni israeliane), nonostante non sia mai stato così facile smascherare le falsità, non è neanche mai stato così irrilevante.

“Non contano i fatti, ma le emozioni”, sostiene. “Si tratta di rafforzare una visione del mondo preesistente. Se l’obiettivo fosse convincere chi è fermamente anti-Israele allora sì, le prove sarebbero importanti. Ma la propaganda israeliana è sempre stata rivolta agli ebrei del mondo occidentale – quelli che vogliono vedere Israele come un baluardo di democrazia, femminismo, anti-razzismo e altri valori liberali. Ecco perché tanta hasbara ha sempre enfatizzato i pride di Tel Aviv o il fatto che, in un mondo di donne arabe in burqa, solo Israele permette di indossare il bikini”.

Tutto è cambiato dopo il 7 ottobre, quando è emerso un nuovo pubblico, più infervorato.

“Conosco molte persone che da 17 mesi vivono in un costante stato di allerta, consumando solo media che dicono loro che gli ebrei sono sotto attacco”, dice Lieb. In molti di questi contenuti, suggerisce, c’è un sottotesto inquietante: che Israele sia giustificato qualsiasi cosa faccia ai palestinesi – perché, se le cose peggiorassero, gli ebrei potrebbero aver bisogno di un piano B.

Ironia della sorte, aggiunge, queste influencer potrebbero ottenere un effetto opposto a quello desiderato. “La gente guarda I Kardashian per odiarli. Ora per alcuni l’unica esposizione all’ebraismo è un’influencer ricca di Beverly Hills che fa la vittima”. Nella migliore delle ipotesi è imbarazzante. Nella peggiore, alimenta un’ostilità che altrimenti non esisterebbe.

Ma forse è proprio questo il punto. Un’analisi approfondita dell’ecosistema dell’indignazione performativa rivela uno schema ricorrente: un post provocatorio scatena un’ondata di odio, in parte chiaramente antisemita. L’influencer inserisce schermate dei commenti peggiori, li riposta come prova dell’odio crescente, e l’indignazione genera più engagement, più follower, più validazione. E il ciclo continua.

“Tutto questo è nettamente dannoso”, si lamenta Lieb.

#Riportateliacasa

Una delle cause principali delle hasbariste è la lotta per la liberazione dei 251 ostaggi presi il 7 ottobre (59 sono ancora a Gaza). Addobbate con piastrine di riconoscimento militari e nastri gialli [usati già in occasione della guerra in Vietnam come simbolo di sostegno ai soldati al fronte e speranzosa attesa del loro ritorno, ndt.], inondano i social di simboli, partecipano a ogni possibile evento e raduno. Quelle con un seguito ampio ottengono persino interviste con le famiglie degli ostaggi. Denunciano online Hamas e il silenzio del mondo. Ma quasi mai riconoscono il ruolo del governo israeliano nei falliti negoziati.

Come Lieb, anche Alana Zeitchik è preoccupata per la faziosità del discorso – ma da una prospettiva completamente diversa. Il 7 ottobre sei suoi parenti sono stati rapiti da Hamas, incluso un cugino di primo grado. Ora divide il tempo tra il suo lavoro di consulente media freelance e un’instancabile campagna a favore della loro liberazione per conto della famiglia e di tutti gli ostaggi ancora a Gaza. In questa veste, ha interagito con queste influencer sia online che di persona.

Benché apprezzi i loro sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica e creda che siano sinceramente coinvolte nella causa, Zeitchik è frustrata dalla mancanza di sfumature nei loro messaggi.

“Penso che sia una questione di confine tra il loro ruolo e il nostro”, dice. “Alcune non parlano ebraico. Alcune non seguono da vicino gli eventi in Israele. Altre potrebbero semplicemente non voler criticare il governo”. Ma per Zeitchik e altre famiglie di ostaggi la focalizzazione esclusiva sulla brutalità di Hamas – ignorando i fallimenti israeliani – non sembra essere d’aiuto nel tentativo di spingere il governo a rispondere delle sue azioni.

In alcuni casi la narrazione va oltre, anteponendo agende politiche al ritorno degli ostaggi. “Credo di essere molto aperta a opinioni diverse”, dice Zeitchik. “Ma traccio un confine quando qualcuno costruisce un’agenda politica sulla nostra sofferenza. Quando lo vedo, parlo”.

Cita la famiglia Bibas come esempio. Dopo la liberazione di Yarden Bibas a febbraio, lui e il mondo hanno ricevuto la terribile conferma di ciò che si temeva da tempo: sua moglie e i due figli erano stati uccisi durante la prigionia.

La tragedia ha sconvolto Israele e la comunità ebraica, ma alcuni hanno colto l’occasione per invocare vendetta. “Mai perdonare, mai dimenticare” è diventato un mantra – nonostante la richiesta esplicita della famiglia di non usare il loro nome per incitare alla violenza. In un post durissimo Zeitchik ha denunciato chi ignorava le loro parole: “A chi invoca vendetta e violenza infinita nel nome dei Bibas: non pronunciate più il loro nome, non ne siete degni”.

Zeitchik è chiara: non ha bisogno che queste donne parlino per lei, né si aspetta che condividano le sue opinioni. “Vorrei solo che seguissero il nostro esempio nel tenere insieme diverse verità”, dice. “Usate le vostre piattaforme per amplificare le voci delle famiglie degli ostaggi. Ripostate le nostre storie, non solo i frammenti che vi fanno comodo”.

La cultura della Hasbara

Se un’intelligenza artificiale analizzasse le decine di migliaia di post prodotti dalle hasbariste, parole come Israele, Hamas, ostaggi, 7 ottobre e sionismo dominerebbero. Ma una le eclisserebbe tutte: antisemitismo.

Oltre a difendere il diritto di Israele a esistere, si considerano in missione per sradicare dal mondo l’odio per gli ebrei. E sebbene le due cause siano intrecciate nulla ha la priorità rispetto alla salvezza del popolo ebraico da quella che considerano una forza inarrestabile di odio cieco – che, a loro dire, ha permeato ogni istituzione, movimento e spazio pubblico.

Il giornalista Yakov Hirsch, che da anni analizza le campagne di hasbara globale (e i cui lavori sono apparsi su Mondoweiss e Tablet), sostiene: “La hasbara è una tattica, ma la cultura della hasbara è un’identità”.

Per lui, questa identità include la convinzione incrollabile che esista uno specifico tipo di odio, unicamente per gli ebrei ma completamente scollegato da qualsiasi azione compiuta da ebrei (o israeliani). Un odio visto come inevitabile, eterno e immutabile.

Ma le hasbariste non si sono svegliate un giorno convinte che l’antisemitismo sia una forza inarrestabile della natura, sostiene Hirsch. Questa visione è un’eredità: plasmata da leader israeliani come Menachem Begin e, soprattutto, Netanyahu, rafforzata da giornalisti come Bari Weiss (un milione e centomila follower) e Yair Rosenberg (millecentonovanta follower), e infine distillata in slogan social da influencer come Rach Moon (centoquattromila follower) e una donna che si fa chiamare Barbie Sionista (ventimila follower).

“Le loro argomentazioni sono diventate una realtà alternativa”, dice Hirsch. “Non è più solo retorica. È la lente attraverso cui loro e molti altri vedono il mondo. E cercano conferme”.

Questo spiegherebbe perché il 7 ottobre sia stato un punto di svolta per tanti attivisti online: “È stata la prova che cercavano”, sostiene. “Vedete? Loro santificano la morte, noi la vita. Loro la crudeltà, noi la compassione”.

E aggiunge: “Molti si sono convinti che questa guerra sia un’eccezione, che il diritto internazionale valga per le guerre normali, ma che questo scontro tra israeliani e palestinesi – che loro vedono davvero come uno scontro tra ebrei e i loro nemici, tra bene e male – sia unico. E quindi valgono regole uniche”.

Per Hirsch il 7 ottobre ha creato una frattura profonda nel mondo ebraico, che va oltre le divisioni tradizionali. “C’è una spaccatura tra gli ebrei oggi”, dice. “E non è sionisti contro anti-sionisti, liberali contro conservatori o religiosi contro laici.

È qualcosa di più profondo: la divisione tra chi riconosce – e userò una parola sporca – il contesto dietro l’attacco di Hamas, cioè che l’occupazione e il trattamento dei palestinesi sono parte della storia, e chi crede che non ci sia alcun collegamento”.

Per i cultori della hasbara, che rientrano chiaramente nel secondo gruppo, Hamas è solo l’ultima incarnazione di un nemico eterno – nessuna differenza con Amàn, Adriano, Hitler o Hussein.

Per loro, ogni manifestante universitario è un potenziale pogromista; ogni kefiyyah una divisa terroristica; ogni bullo scolastico un presagio di rovina ebraica. Basta scorrere velocemente i feed di queste influencer per rendersene conto. L’antisemitismo non è un problema tra tanti: è il problema, il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutto. E che scherma Israele da qualsiasi critica, perché la critica stessa è antisemita.

La “vibe” di Israele

A fine gennaio, circa 25 influencer e creatori di contenuti sono arrivati in Israele per un viaggio sponsorizzato dal Ministero degli Esteri, progettato per generare contenuti filo-israeliani. Tra loro c’erano diverse note hasbariste, che hanno visitato le rovine di Nir Oz [kibbutz attaccato dalle brigate Al Qassam il 7 ottobre e oggi disabitato, ndt.], visitato il centro riabilitativo del Soroka Medical Center [situato a Beersheba, vicino al confine con la Striscia di Gaza, è l’ospedale dove vengono curati i soldati feriti e i sopravvissuti agli attacchi di Hamas, ndt.], filmato camion di aiuti al valico di Kerem Shalom e incontrato Michal Herzog, moglie del presidente Isaac Herzog.

Questo viaggio è solo uno dei tanti progetti simili, con nomi come “Vibe Israel” e “Project Upload”, pensati per sfruttare la portata degli influencer e modellare la percezione internazionale di Israele, mescolando attivismo e contenuti lifestyle.

E il governo sta investendo molto in questa strategia. A dicembre Israele ha approvato un aumento di 550 milioni di shekel (150 milioni di dollari) al budget della hasbara – oltre 20 volte le allocazioni precedenti – come parte di un accordo politico tra Netanyahu e il neo-nominato ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. All’epoca, Sa’ar aveva dichiarato che i fondi sarebbero stati usati per “campagne mediatiche all’estero, sulla stampa estera, sui social e altro”.

Questa enfasi sul ruolo attivo dell’hasbara nel plasmare la percezione pubblica è uno sviluppo relativamente recente. Secondo Nimrod Goren, presidente e fondatore di Mitvim, l’Istituto Israeliano per le Politiche Estere Regionali, nei primi anni di Israele le preoccupazioni sulla sicurezza avevano la priorità rispetto alla comunicazione.

“Negli anni ’50 la hasbara serviva soprattutto a rompere l’isolamento diplomatico e assicurarsi sostegno militare e politico”, racconta Goren. “Solo dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele passò dall’essere percepito come sfavorito a potenza occupante, l’opinione pubblica divenne un campo di battaglia primario”.

Per decenni, dice Goren, Israele ha operato sulla base di un semplice postulato: se solo il mondo capisse meglio le nostre azioni, le accetterebbe.

Ma nel 2019 la hasbara israeliana ha subìto una svolta, allontanandosi dalla diplomazia governativa tradizionale verso un approccio digitale, decentralizzato e sempre più politicizzato.

“Era l’epoca d’oro del Ministero degli Affari Strategici, poi chiuso, quando i portavoce ufficiali hanno cominciato a essere rimpiazzati da gruppi di pressione privati e campagne social”, spiega Goren. “Ma è stato anche il momento in cui la narrazione si è allineata alla politica di destra sotto Netanyahu e i suoi alleati”.

Paradossalmente, aggiunge, nel 2023 Israele ha avuto un colpo di fortuna con le proteste contro la riforma giudiziaria, sebbene il governo non l’abbia visto così. “Anche se la coalizione di Netanyahu si opponeva alle manifestazioni, esse sono diventate una delle campagne di hasbara più efficaci – mostrando al mondo che la società israeliana resisteva a mosse anti-democratiche”.

Ora, dopo il 7 ottobre, con l’indignazione globale per la campagna militare israeliana e i suoi leader che corteggiano estremisti di destra all’estero, Goren avverte che la hasbara deve liberarsi dalla politica, abbracciare le sfumature e ammettere gli errori del governo. Altrimenti, Israele rischia di diventare uno Stato paria.

Se le Real Housewives della Hasbara vogliono davvero aiutare il Paese che dicono di amare, farebbero bene ad ascoltare.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Avvocati italiani denunciano violazioni dei diritti dei palestinesi accusati di terrorismo

Katherine Hearst

9 aprile 2025 – Middle East Eye

Un tribunale ammette le trascrizioni degli interrogatori dello Shin Bet come prova contro imputati legati alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

Gli avvocati italiani dei tre palestinesi accusati di terrorismo hanno denunciato violazioni del giusto processo dopo l’udienza preliminare a L’Aquila.

I tre uomini – Anan Kamal Afif Yaeesh, Mansour Doghmosh e Ali Irar – vivevano nel capoluogo abruzzese, a nord-est di Roma, al momento dell’arresto.

Sono accusati di aver costituito una cellula legata alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo armato associato a Fatah, il partito al governo nell’Autorità Palestinese. Le autorità sostengono che stessero pianificando attacchi “contro obiettivi civili e militari in territorio straniero”.

Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono considerate organizzazione terroristica da Israele, UE e USA, e i capi d’accusa contro il trio prevedono pene fino a 15 anni di carcere.

Tuttavia, i legali degli imputati affermano che l’udienza preliminare – nella quale si determina l’ammissibilità delle prove – ha registrato gravi violazioni procedurali.

Segnalano che il tribunale ha respinto la richiesta di escludere le trascrizioni degli interrogatori di detenuti palestinesi condotti dal servizio segreto israeliano Shin Bet, nonostante un altro giudice le avesse già ritenute inammissibili.

La difesa ha dichiarato in un comunicato che tale decisione viola il diritto alla difesa, poiché i testimoni non possono essere controinterrogati dagli avvocati.

L’articolo 111 della Costituzione italiana stabilisce che “l’imputato ha diritto di interrogare o far interrogare i testimoni d’accusa e di ottenere la convocazione di persone a discarico nelle stesse condizioni dell’accusa”.

I legali hanno inoltre evidenziato che i detenuti palestinesi subiscono ripetuti maltrattamenti durante gli interrogatori delle forze israeliane, tra cui torture e diniego di assistenza legale, in violazione della legge italiana.

“Il tribunale ha fatto finta che non esistano problemi”, ha dichiarato a Middle East Eye l’avvocato Flavio Rossi Albertini. “I giudici hanno dimostrato di non voler far emergere alcun elemento processuale che porti a valutazioni sfavorevoli a Israele”.

Testimoni respinti

Il tribunale ha inoltre respinto 46 dei 49 testimoni proposti dalla difesa, inclusi la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, esperti di diritto umanitario internazionale, operatori umanitari e volontari attivi in Cisgiordania occupata.

Gli unici tre testimoni ammessi riguardavano un solo imputato: un volontario italiano, la moglie dell’accusato e un consulente linguistico, negando così ogni possibilità di difesa agli altri due.

I difensori hanno sottolineato che l’unica testimonianza sulla situazione in Cisgiordania è fornita dalla Digos, l’unità antiterrorismo della polizia italiana.

Secondo Albertini ciò oscurerà il contesto cruciale dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, dove i coloni, protetti dall’esercito, compiono spesso attacchi contro i palestinesi.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale, ma i civili israeliani che vi risiedono non perdono le tutele previste dalle leggi di guerra. Tuttavia, quando partecipano attivamente alle ostilità, perdono l’immunità e diventano obiettivi militari legittimi.

“Il tribunale crede di poter giudicare i palestinesi per atti commessi in Cisgiordania attraverso testimonianze della polizia italiana”, ha affermato. “Parliamo di una piccola città abruzzese, a 100 km da Roma tra le montagne. Secondo i giudici, solo la polizia locale sarebbe in grado di descrivere ciò che accade in Cisgiordania”.

Albertini ha definito le decisioni del tribunale senza precedenti nella sua esperienza legale: “Non avevo mai visto un tribunale respingere le prove della difesa, né ammettere prove prodotte in un altro paese”.

Secondo l’avvocato, è improbabile che gli imputati siano estradati se condannati. A marzo una corte d’appello italiana ha respinto la richiesta israeliana di estradare Yaeesh, sostenendo che avrebbe subito “atti contrari ai diritti umani”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Testimone del bombardamento ad una tenda dei giornalisti: “Abbiamo fatto di tutto per salvare Mansour”

Ahmed Aziz a Khan Younis, Palestina occupata

8 aprile 2025Middle East Eye

Ahmed Aziz, collaboratore di MEE, si trovava accanto alla tenda presa di mira. Ricorda una scena di caos e confusione, mentre le fiamme avvolgevano i giornalisti all’interno

Nota dell’editore: Il seguente racconto personale del giornalista palestinese e collaboratore di MEE Ahmed Aziz, che si trovava a Khan Younis sulla scena dell’attacco israeliano a una tenda di giornalisti, è stato riferito a Lubna Masarwa [giornalista del MEE, ndt.]. È stato modificato per brevità e chiarezza.

Intorno a mezzanotte mentre ci trovavamo nella tendopoli un bombardamento ha colpito una delle tende. All’interno c’erano i giornalisti Hassan Islayeh e Ahmed Mansour; Mansour stava svolgendo il turno di notte come redattore di Palestine Today.

In quel momento il giornalista Hilmi al-Faqawi, che lavora nei social media per Palestine Today, stava dormendo. Il suo telefono è stato colpito in pieno da una bomba.

Islayeh è uscito, ma è stato colpito al volto da una scheggia e le dita della mano destra sono state tranciate. Contemporaneamente le schegge hanno colpito Faqawi al torace, allo stomaco e al volto.

Vista la situazione, abbiamo cercato di spegnere il fuoco intenso nella tenda, alimentato anche dal materiale infiammabile di nylon e spugna.

Un altro frammento di scheggia ha colpito la tenda di fronte a noi, appartenente a Russia Today (RT). Ha colpito una bombola di gas. Sebbene la bombola fosse vuota, il gas rimasto al suo interno ha creato un’atmosfera nebbiosa.

A causa della nebbia abbiamo cercato di svegliare gli uomini e di controllare le loro condizioni. Il nostro collega Ehab al-Bourdaineh è stato colpito da una scheggia alla nuca, fuoriuscita lateralmente in corrispondenza dell’occhio destro. Lavora come fotografo per RT.

Era presente anche Yousef al-Khazindar, che spesso dorme dove alloggiano i giornalisti. Altri di loro, tra cui Abdullah al-Attar, sono stati colpiti da schegge alla milza e hanno iniziato a sanguinare copiosamente. Mohammed Fayeq è stato colpito alla mano sinistra.

Gli uomini hanno fatto tutto il possibile per sottrarre Mansour alle fiamme, ma le condizioni erano impossibili. Hanno cercato disperatamente di salvarlo, ma non è stato possibile.

Situazione critica

Ne è seguito il caos, in parte a causa della stanchezza accumulata nel documentare il massacro di Naffar a Khan Younis, dove quel giorno erano state uccise nove persone.

Questo ha lasciato gli uomini confusi, e faticavano a comprendere cosa stesse accadendo. Si sono perfino dimenticati come prestare il primo soccorso e non sapevano cosa fare.

Hanno iniziato a trasportare i feriti all’ospedale Nasser a piedi, dato che era nelle vicinanze.

Una volta arrivati ​​all’ospedale è diventato chiaro chi fosse in condizioni critiche.

Bourdaineh è ancora in terapia intensiva e le sue condizioni rimangono gravi.

Islayeh, un importante giornalista di Gaza, ha riportato gravi ferite. Ha subito l’amputazione della mano destra e presenta ferite da schegge al capo e alla gamba.

Mansour, rimasto ustionato, era inizialmente ricoverato in condizioni critiche nel reparto ustionati. Martedì è morto a causa delle ferite.

Sogni infranti

Lunedì abbiamo celebrato il funerale di Faqawi, che lavorava nei social media per Palestine Today.

Erano passati solo pochi giorni da quando aveva deciso di unirsi a me per documentare i cortei funebri e realizzare interviste.

Era tanto orgoglioso di sé per aver girato un video diventato virale solo il giorno dopo.

“Ho meno esperienza di te, ma diventerò più famoso”, mi ha detto con vanto.

Mi diceva che voleva “lavorare, lavorare e lavorare” e che sognava di farlo per un’agenzia di stampa internazionale.

Mansour, che ho conosciuto il 10 ottobre 2023, tre giorni dopo l’inizio della guerra, aveva una figlia e un figlio, Wissam, che andava a trovare ogni giorno nel quartiere di al-Amal.

Ospitava a casa sua molti dei suoi parenti sfollati.

Durante i primi tre mesi di guerra abbiamo lavorato insieme per lunghe ore, a volte trascorrendo 13 ore al giorno nello stesso posto, e sopportando la fame insieme.

Era gentile, dolce e sempre disponibile.

Era un bell’uomo che si prendeva sempre cura di sé. Si curava sempre la barba e si vestiva in modo ordinato.

Se fosse sopravvissuto, non avrebbe potuto convivere con la gravità delle sue ustioni. È stato straziante vederlo in ospedale.

È duro osservare la bicicletta che usava e la tenda dove alloggiava.

In loro memoria

Sono esausto. È passato più di un anno e mezzo. Non avrei mai immaginato che la mia carriera giornalistica sarebbe stata così.

Ho perso così tanti amici e colleghi, persone che conoscevo da oltre 10 anni.

Ora evito di stare nelle tende dei giornalisti. Evito di fare due chiacchiere con i colleghi intorno a me perché non sopporto il pensiero di perdere un altro amico.

La gente non può nemmeno immaginare cosa stiamo attraversando, bombardamenti e perdite quotidiane.

Non sono d’acciaio. Sono a pezzi dentro.

Lavoro ogni giorno solo per evitare di stare a casa, perché mi distruggerebbe.

Preferirei essere martirizzato sul campo.

Anche se sono ferito non posso smettere di lavorare. Per i miei colleghi e in loro memoria.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Queste sono le tue possibilità se sei un orfano palestinese a Gaza

Rajaa Natour

8 aprile 2025 – Haaretz

“Questo povero bambino ha perso il diritto di crescere con la sua famiglia”, dice la zia di Osama Al-Krinawi, di dieci mesi. Osama è uno delle migliaia di bambini palestinesi rimasti orfani a causa della guerra.

È nato nel dicembre 2023 da Mohammed e Alham dopo 16 anni di matrimonio. Dieci giorni dopo suo padre è stato ucciso, insieme al nonno e allo zio, in un attacco israeliano alla loro casa a Gaza. Lui e sua madre sono stati tirati fuori dalle macerie. Sua madre è fuggita a Deir Al-Balah in cerca di un rifugio, ma è stata uccisa insieme a decine di altre persone quando la casa in cui alloggiava è stata bombardata.

Fortunatamente per il piccolo Osama, dopo la perdita dei genitori, del nonno e dello zio, altri parenti ancora in vita lo hanno preso con sé salvandolo così dalla morte, dalla fame, dallo sfruttamento e dal traffico di minori. Ma questo non è certamente il destino di tutti i bambini di Gaza rimasti orfani o separati dai genitori.

Sebbene sia molto difficile verificare le informazioni nell’attuale situazione di guerra a Gaza, secondo Save the Children il numero di bambini “perduti”cioè separati dai genitori o di cui non si hanno più notizie (escludendo i morti sotto le macerie) – è di circa 17.000.

Gaza non è, come molti sostengono, solo un cimitero per i bambini palestinesi ma è anche un inferno per quelli sopravvissuti. Immaginate 17.000 bambini palestinesi che vagano tra le rovine e i cadaveri, esposti a ogni tipo di violenza e sfruttamento. Quindi se sei un bambino palestinese, e non ti trovi da un anno sotto le macerie e non sei considerato disperso o non stai vagando tra le rovine o non hai miracolosamente raggiunto uno degli orfanotrofi di Gaza non bombardati, ti trovi di fronte a tre scelte, una peggiore dell’altra.

Nel primo scenario, ti trovi insieme a dei parenti, che ti accolgono e proteggono, ma sono comunque degli estranei il cui impegno a mantenerti e proteggerti dipende fortemente dalle loro risorse. Dopotutto ti tengono con loro perché non hanno scelta, e stanno lottando per sfamare i propri figli. Quindi costituisci un peso imprevisto.

Nel secondo scenario, scappi e trovi rifugio in uno dei soli quattro orfanotrofi non ancora bombardati, divenuti riparo per migliaia di rifugiati palestinesi, dove ti unisci ai 33.000 bambini palestinesi orfani che vivevano lì prima della guerra. In entrambe le situazioni, sei un bambino palestinese all’interno di una comunità di persone che non conosci, in un ambiente con codici sociali ed equilibri di potere cambiati in modo irriconoscibile.

L’amore incondizionato, la cura e la protezione che ricevevi dal tuo nucleo familiare prima di questa guerra si trasformano in un “favore” che altri parenti e sconosciuti ti offrono, non esattamente per un profondo obbligo umano e morale. Inoltre, la tua sicurezza, la tua vita, la tua sopravvivenza e quella dei tuoi fratelli dipendono da sconosciuti che a loro volta affrontano una continua lotta per la sopravvivenza, mentre tu, senza stretti legami di sangue, non sei la loro priorità. Dopotutto, ognuno ha più bocche da sfamare.

Queste dinamiche, unite a solitudine, alienazione e necessità di sopravvivere, costringono i bambini palestinesi a mendicare cibo, riparo e protezione da sconosciuti. All’ombra della totale distruzione del tessuto sociale, questo è un periodo di vulnerabilità, umiliazione e sfruttamento.

Nel terzo scenario, se hai superato la prima infanzia, rischi di ritrovarti tra centinaia di palestinesi arrestati dall’esercito israeliano. Sì, per chi non lo sapesse, l’esercito israeliano fa irruzione in case e rifugi, arresta decine e persino centinaia di uomini sospettati di avere legami con Hamas e costringe le loro famiglie a trasferirsi in altre zone di Gaza. Ciò ha come risultato famiglie divise e, spesso, bambini perduti.

Lo dimostra la scomparsa di Massa Ajour, una bambina di quattro anni ferita dai soldati israeliani e separata dalla madre. La madre di Massa, Rim Ajour, ha visto la figlia e il marito per l’ultima volta nel marzo 2024, durante un raid nel nord di Gaza. Da allora sono passati dieci mesi e non conosce il loro destino. L’esercito nega qualsiasi collegamento tra l’incidente e l’arresto. Il Centro per la Difesa dell’Individuo HaMoked afferma che questo è solo uno delle migliaia di casi di palestinesi scomparsi ai sensi della legge sull’incarcerazione dei combattenti illegali.

“Sono viva e morta nel contempo”, ha dichiarato Rim Ajour in un’intervista. È importante notare, sulla base delle informazioni fornite da HaMoked, che rappresenta alcune delle famiglie scomparse, che il caso della famiglia Ajour è uno delle migliaia di casi di adulti e bambini palestinesi scomparsi durante la guerra.

La direttrice esecutiva di HaMoked, Jessica Montell, ha affermato che non si è mai verificato un caso di sparizioni di massa di questo tipo in cui le famiglie non abbiano ricevuto alcuna informazione per settimane. Ha aggiunto che HaMoked ha chiesto informazioni su 900 persone scomparse che, a sua conoscenza, sono sotto la giurisdizione israeliana. L’esercito ha confermato di detenere solo 500 prigionieri. Che fine hanno fatto le altre 400 persone? Nessuno lo sa.

Nemmeno le petizioni all’Alta Corte di Giustizia sono state d’aiuto. Una petizione presentata da HaMoked sulla questione è stata respinta senza che venissero nemmeno presi in esame i mezzi per impedire il ripetersi di casi simili in futuro. Le famiglie non sanno se i loro cari siano detenuti o morti.

Chiedo quindi perdono e misericordia ai bambini di Gaza perché, a quanto pare, esiste un quarto scenario. In questo alcuni giudici dell’Alta Corte si rifiutano di intervenire e costringere l’esercito israeliano a fornire risposte a migliaia di famiglie palestinesi che vivono nell’incertezza da oltre un anno.

Nel quarto scenario esiste un intero sistema israeliano, legale e ben rodato, che consente la perpetrazione di crimini di guerra e pulizia etnica a Gaza, e potrebbe persino esserne complice proprio per il suo rifiuto di fornire risposte.

E quel che è ancora peggio è che in questo scenario l’Alta Corte e alcuni dei suoi giudici, consapevoli che in tempo di guerra la famiglia e la comunità possono salvare la vita dei bambini palestinesi, sono complici della politica di distruzione sistematica del tessuto sociale palestinese. In questo scenario, se sei un bambino palestinese sei un subumano e la tua vita non vale nemmeno un’udienza presso l’Alta Corte. La tua famiglia non ha il diritto di ricevere risposte e ottenere giustizia, e tu non hai alcuna possibilità di sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)