Lo scandalo Shin Bet di Netanyahu: chi detiene il potere?

Ramzy Baroud

8 aprile 2025 – Middle East Monitor

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha nominato Eli Sharvit nuovo capo dello Shin Bet, agenzia di sicurezza interna di Israele, solo per revocare velocemente la nomina nel giro di 24 ore. Questo episodio mette in luce la mancanza di coerenza nella leadership di Netanyahu, rafforzando la percezione che le decisioni al più alto livello del governo siano prese d’impulso e senza un chiaro piano.

È anche una prova ulteriore che Netanyahu è facilmente manipolabile, non solo dai suoi alleati di estrema destra nella coalizione, ma anche da forze esterne, governi stranieri e addirittura, da quanto riferiscono media israeliani, da sua moglie Sara.

Questo caotico processo decisionale aiuta a spiegare la profonda mancanza di fiducia che gli israeliani hanno nella loro leadership. Recenti sondaggi della pubblica opinione mostrano che una significativa percentuale di israeliani non ha fiducia nel proprio governo e chiede nuove elezioni o le dimissioni di Netanyahu. Questa sfiducia è stata attribuita all’incapacità di Netanyahu di impedire gli attacchi del 7 ottobre e di vincere la guerra trasformatasi in genocidio a Gaza.

Ma la questione va oltre questi fallimenti. Gli israeliani hanno perso fiducia in Netanyahu perché non lo considerano un leader che agisce nell’interesse nazionale. È diventato così aggrappato al potere che intende provocare una guerra civile in Israele solo per mantenere la propria posizione. Non deve quindi sorprendere che Netanyahu voglia anche sacrificare la vita di oltre 15.000 bambini a Gaza, insieme a decine di migliaia di altri civili innocenti solo per mantenersi più a lungo al potere.

Tuttavia lo scandalo dello Shin Bet è il più chiaro esempio finora della corruzione e scarso giudizio di Netanyahu.

I politici israeliani sono notoriamente in bilico e le coalizioni raramente durano a lungo. In un simile contesto il frammentato governo di Netanyahu potrebbe essere visto come un riflesso della storia israeliana di instabilità politica.

Il conflitto in atto tra il governo e l’esercito, pur inusuale, può anche intendersi come parte di una crescente tendenza in cui la destra israeliana cerca di controllare tutte le istituzioni, compreso l’esercito, che storicamente è stato considerato separato dalla politica.

Gli eventi del 7 ottobre e la fallimentare guerra che ne è seguita –entrambi ora oggetto di indagini critiche – hanno spezzato il fragile equilibrio che consentiva a Netanyahu e alla sua coalizione di destra di mantenere il potere senza provocare un dissenso di massa. La pressione dell’opinione pubblica israeliana si è dimostrata essere un fattore chiave in questo equilibrismo. Per esempio la protesta popolare ha costretto Netanyahu a ridare il suo incarico all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant nell’aprile 2023 (per poi dimissionarlo nuovamente nel novembre dell’anno scorso).

Tuttavia 18 mesi di guerra a Gaza, in Libano e ora in Siria hanno dato a Netanyahu il modo di usare lo stato di emergenza come strumento per schiacciare l’opposizione, reprimere il dissenso e ignorare le richieste di por fine alla guerra per raggiungere un accordo finale. Adesso ha trasformato la guerra in una piattaforma per perseguire un programma politico interno che non era riuscito ad attuare negli anni precedenti al 7 ottobre. Però lo Shin Bet è completamente un’altra faccenda.

Istituito nel 1949 dal Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion, lo Shin Bet è stato per molto tempo il cardine della sicurezza interna di Israele. Se il compito primario dell’agenzia è l’antiterrorismo, la raccolta di informazioni di intelligence e la garanzia della sicurezza dei dirigenti israeliani, il suo ruolo riveste un significato molto maggiore per la stabilità dello Stato.

Uno dei principali obiettivi dello Shin Bet è impedire lo spionaggio e le attività sovversive interne. Dati i fallimenti dell’intelligence palesati dagli eventi del 7 ottobre, qualunque significativa riorganizzazione di un’agenzia così cruciale potrebbe essere disastrosa per Israele.

Benché il capo dello Shin Bet riferisca direttamente al Primo Ministro, è stato sempre chiaro che la posizione debba rimanere al di sopra delle lotte politiche interne. Perciò la decisione di Netanyahu di licenziare Ronen Bar il 2 marzo ha sollevato violenta reazione da parte della società israeliana, addirittura maggiore della sua decisione di licenziare l’ex capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi o il Ministro della Difesa Gallant.

Le azioni del Primo Ministro hanno infranto un annoso tabù, esacerbando ulteriormente la crisi interna di Israele, già senza precedenti.

L’ex capo dello Shin Bet Naday Argaman ha persino minacciato di rivelare informazioni segrete, indicando che l’agenzia è pronta ad impegnarsi in questa lotta di potere interna, che qualcuno teme possa svilupparsi in una guerra civile.

Tuttavia l’annullamento della nomina di Sharvit come sostituto di Bar è forse l’aspetto più rivelatore di questa crisi. Sottolinea l’imprevedibilità del processo decisionale di Netanyahu e rafforza i suoi oppositori, impazienti di farlo cadere. Come ha detto il leader dell’opposizione Yair Lapid, Netanyahu è diventato “una minaccia esistenziale per Israele.”

Alcuni analisti hanno suggerito che il dietrofront di Netanyahu fosse dovuto alle pressioni degli USA, soprattutto da quando Sharvit ha scritto un articolo critico verso il presidente Donald Trump. Mentre qualcuno vede in questo una prova che l’agenda di Netanyahu sia ampiamente dettata dagli USA, questa conclusione è semplicistica. Anche se gli USA esercitano una significativa influenza, le decisioni di Netanyahu sono plasmate da una complessa gamma di fattori.

Tende a presentare l’annullamento della nomina di Sharvit non come un indice di subordinazione politica, ma piuttosto come una concessione o un’apertura strategica verso Trump. Il suo scopo è ottenere un pieno appoggio costante per il suo programma di guerra a Gaza e in tutto il Medio Oriente.

In ultima analisi, questa agenda di guerra perpetua non è sorretta da alcuna ideologia politica coerente. L’unico interesse di Netanyahu rimane quello di conservare unita la sua coalizione politica e di assicurare la propria sopravvivenza politica, niente di più e niente di meno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un anziano palestinese muore dopo essere stato picchiato da soldati in Cisgiordania

Redazione di MEMO

9 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia di notizie Wafa, ieri un anziano palestinese è morto dopo essere stato aggredito dai soldati dell’occupazione israeliana durante la demolizione di una casa nel sud della Cisgiordania occupata.

Le forze israeliane hanno picchiato un gruppo di abitanti palestinesi con i manganelli ed il calcio dei fucili mentre demolivano una casa a Wadi Fukin, ad ovest di Betlemme occupata.

Nell’aggressione sei persone hanno subito ematomi ed escoriazioni, incluso il settantenne Ghazi Badr Manasra, che ha avuto un ictus ed è stato successivamente dichiarato morto.

Un video che è circolato online mostra i soldati israeliani picchiare duramente molti palestinesi durante l’operazione.

Precedentemente lo stesso giorno l’esercito israeliano ha demolito sette case palestinesi in zone differenti della Cisgiordania in quanto “costruite senza permesso.”

Le autorità israeliane proibiscono la costruzione e la riqualificazione del territorio nelle aree classificate come “Area C” [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo israeliano, ndt.] nella Cisgiordania occupata senza un permesso rilasciato da Israele – che i palestinesi affermano essere per loro quasi impossibile da ottenere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Testimone chiave degli “stupri di massa” del 7 ottobre denunciato come bugiardo da un giornalista israeliano

Ali Abunimah

4 aprile 2025 – Electronic Intifada

Un israeliano che ha sostenuto di aver eroicamente salvato centinaia di persone dai miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023 è stato smascherato come assolutamente bugiardo che ha inventato storie “da cima a fondo”.

La smentita delle falsità di Rami Davidian da parte di un importante giornalista israeliano di alto profilo è estremamente significativa. Ma giunge un anno dopo che con una sua inchiesta The Electronic Intifada era giunto alla conclusione che i racconti vanagloriosi di Davidian erano pieni di incongruenze, assurdità e menzogne.

Davidian, che è stato un testimone chiave nel film di propaganda sulle atrocità del 7 ottobre Screams Before Silence [Urla prima del silenzio] di Sheryl Sandberg, ha anche sostenuto di aver visto decine di vittime di presunti stupri morte quel giorno, alcune con oggetti inseriti nei genitali.

Raviv Drucker, un giornalista dell’israeliano Channel 13 [televisione privata, ndt.], ha rivelato che la sua rete aveva previsto di diffondere nei prossimi giorni il reportage sulle bugie di Davidian.

Tuttavia il programma è stato cancellato dopo che una pubblicità per promuovere il programma ha provocato reazioni negative del pubblico. “Oggi nel primo pomeriggio l’amministratore delegato di Channel 13, Elimiano Calemzuk, ha chiamato per dire di aver deciso di non trasmettere la parte su Rami Davidian che doveva essere mandata in onda domenica,” ha rivelato Drucker venerdì in un post su Twitter/X. “È stata la prima volta che abbiamo parlato di questo argomento,” ha affermato Drucker. “Gli ho detto che sarebbe un grave errore.”

Inventato da cima a fondo”

Chiaramente arrabbiato per la cancellazione del lavoro del suo gruppo, Drucker ha proseguito descrivendo quanto meticolosamente sia stato preparato il reportage e specificando quanto rivela riguardo alle affermazioni di Davidian.

Quelle non sono lievi esagerazioni, che gonfiano un po’ il numero di quelli che sono stati salvati, assolutamente no,” ha scritto Drucker. “Sono storie inventate da cima a fondo. Storie agghiaccianti assolutamente mai avvenute.”

Drucker nota che le affermazioni di Davidian sul fatto di aver salvato israeliani “sono state citate in un autorevole documentario, sui giornali in tutto il mondo e in un importante libro.”

Quasi un anno fa The Electronic Intifada aveva già denunciato le menzogne di Davidian quando ha smascherato Screams Before Silence, probabilmente l’autorevole documentario a cui si riferisce Drucker.

Il film di Sandberg è stato promosso come un “documentario sulle violenze sessuali commesse da Hamas,” ma chi scrive lo ha denunciato il primo maggio 2024 come un assoluto falso su The Electronic Intifada Livestream.

A partire dalle contraddizioni sul suo account The Electronic Intifada ha anche concluso che Davidian ha inventato un profilo di supereroe per aver salvato un’israeliana legata a un albero da miliziani di Hamas.

Far soldi con le bugie

Secondo Drucker di Channel 13 fin dal 7 ottobre Davidian “ha trasformato i suoi racconti in un’attività economica,” partecipando a giri di conferenze a pagamento in Israele e all’estero, così come a campagne di finanziamento. In forse centinaia di interviste, scrive Drucker, Davidian “ripete continuamente storie che semplicemente non sono mai avvenute.”

Le affermazioni di Davidian che sono state smentite sono citate anche nel rapporto di un gruppo di parlamentari britannici di tutti i partiti. Il “Rapporto della Commissione Parlamentare sul 7 ottobre” sostiene di “documentare meticolosamente l’orribile destino di 1.182 persone uccise da Hamas e dal Jihad Islamico palestinese.”

Il rapporto parlamentare cita le storie di Davidian così come le ha raccontate a Sandberg come parti dei suoi “elementi probatori”, dando alle sue menzogne un’aura di credibilità ufficiale. Al momento non è stata identificata con certezza neppure una sola vittima, viva o morta, dei presunti stupri di massa del 7 ottobre 2023.

Come ha raccontato The Electronic Intifada fin dalle prime settimane del genocidio a Gaza, la narrazione israeliana degli stupri di massa è una propaganda di atrocità. È radicata negli stereotipi razzisti su popoli colonizzati e sottomessi, simili alle accuse costantemente inventate di violenze sessuali a donne bianche utilizzate per decenni al fine di giustificare i linciaggi di neri negli Stati Uniti.

Il piccolo numero di altri “testimoni oculari” degli stupri o di altre scene dei crimini del 7 ottobre hanno fatto parte di racconti totalmente smentiti alla prova dei fatti e c’è stato un gravissimo scandalo dopo che il New York Times ha pubblicato un noto articolo del dicembre 2023 in cui erano contenute denunce di stupri poi smentite. Né Davidian è il primo che a quanto pare cerca di ricavare soldi e fama dalle falsità sugli stupri di massa.

Dopo che Drucker ha denunciato le menzogne di Davidian, solo l’ultimo [presunto testimone] ad essere stato smentito sul 7 ottobre, non ci sono scuse perché i media e i politici occidentali continuino a ripetere una propaganda il cui unico scopo è incitare o cercare di giustificare il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A Gaza quasi ogni plotone dell’IDF [esercito israeliano, n.d.t.] usa uno scudo umano: un sotto-esercito di schiavi palestinesi

Anonimo

30 marzo 2025-Haaretz

I soldati costringono regolarmente palestinesi innocenti a entrare nelle case di Gaza per assicurarsi che non ci siano terroristi o esplosivi. Allora perché la divisione investigativa criminale della polizia militare dell’IDF sta aprendo solo sei indagini sull’uso di scudi umani?

A Gaza i soldati israeliani usano scudi umani almeno sei volte al giorno.

Ho prestato servizio a Gaza per nove mesi e mi sono imbattuto per la prima volta in queste procedure, chiamate “protocollo zanzara”, nel dicembre 2023. Erano passati solo due mesi dall’inizio dell’offensiva di terra, molto prima che ci fosse carenza di cani dell’unità cinofila dell’IDF, Oketz, che venivano usati per questo scopo. Questa divenne la folle scusa non ufficiale per questa dissennata procedura non ufficiale. Allora non mi rendevo conto di quanto sarebbe diventato onnipresente l’uso di scudi umani, che chiamavamo “shawish” [dal nome di una famiglia allargata araba che ha servito nella polizia del mandato britannico e possiede alcuni negozi nella Gerusalemme vecchia, n.d.t.].

Oggi quasi ogni plotone ha uno “shawish” e nessuna forza di fanteria entra in una casa prima che uno “shawish” la “liberi”. Ciò significa che ci sono quattro “shawish” in una compagnia, dodici in un battaglione e almeno 36 in una brigata. Gestiamo un sotto-esercito di schiavi. La procedura è semplice. Palestinesi innocenti sono costretti a entrare nelle case di Gaza e a “sgomberarle”, per assicurarsi che non ci siano terroristi o esplosivi.

Di recente ho visto che la Divisione investigativa criminale della polizia militare dell’IDF [la MPCID, n.d.t.] ha aperto sei indagini sull’uso di civili palestinesi come scudi umani e sono rimasto a bocca aperta. Ho già visto insabbiamenti in passato, ma qui si raggiunge un nuovo livello di infamità. Se la MPCID volesse fare seriamente il suo lavoro dovrebbe aprire ben più di mille indagini. Ma tutto ciò che la MPCID vuole è che possiamo dire a noi stessi e al mondo che stiamo indagando su noi stessi, quindi hanno trovato sei capri espiatori e stanno addossando loro la colpa.

Ero presente a una riunione in cui uno dei comandanti di brigata ha presentato il concetto di “zanzara” al comandante di divisione come un “necessario risultato operativo per portare a termine la missione”. Era tutto ritenuto così normale che ho pensato di avere delle allucinazioni.

Già nell’agosto del 2024, quando questa storia è scoppiata su Haaretz e nelle testimonianze raccolte da Breaking the Silence [ONG israeliana di veterani dell’esercito, che raccontano le esperienze nei territori occupati, ndtr.], una fonte di alto livello ha affermato che sia il Capo di Stato Maggiore delle IDF uscente sia il Capo del Comando Meridionale uscente erano a conoscenza della procedura. Non so cosa sia peggio: che non sappiano cosa sta succedendo nell’esercito che comandano, o che lo sanno e continuano a farlo nonostante tutto.

Sono passati più di sette mesi da quando è stata pubblicata quella storia e i soldati hanno continuato a trattenere i palestinesi e a costringerli a entrare nelle case e nei tunnel prima di loro. Mentre il Capo di Stato Maggiore e il Capo del Comando Meridionale continuavano a non dire e fare nulla al riguardo, il protocollo è diventato ancora più diffuso e normalizzato.

Il personale di grado più alto sul campo è a conoscenza dell’uso di scudi umani da più di un anno e nessuno ha cercato di fermarlo. Al contrario, è stato definito come una necessità operativa.

È importante notare che possiamo entrare nelle case senza usare scudi umani. Lo abbiamo fatto per mesi, secondo una corretta procedura di ingresso che includeva l’invio di un robot, un drone o un cane. Questa procedura ha dato i suoi frutti, ma ha richiesto tempo e il comando voleva risultati qui e ora.

In altre parole, abbiamo costretto i palestinesi a fungere da scudi umani non perché fosse più sicuro per le truppe dell’IDF, ma perché era più veloce. Ecco perché abbiamo messo a rischio la vita di palestinesi che non erano colpevoli di altro che essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La faccenda non è andata avanti senza incontrare resistenza. Soldati e ufficiali hanno resistito. Io ho resistito. Ma è quello che succede quando al comando superiore non importa e ai politici ancora meno. È quello che succede quando sei veloce a premere il grilletto e operativamente sei completamente esausto. È quello che succede quando sei in una guerra senza fine che non riesce a riportare gli ostaggi vivi mese dopo mese. Perdi il giudizio morale. Un amico ufficiale dell’esercito mi ha raccontato di un incidente che hanno vissuto: hanno incontrato un terrorista in una casa che era già stata sgomberata da uno “shawish”. Lo “shawish” era un uomo anziano e quando si è reso conto di aver sbagliato, si è spaventato così tanto che si è sporcato addosso. Non so cosa gli sia successo. Avevo paura di chiedere.

Questo caso dimostra che le giustificazioni che ci hanno dato, ovvero che la procedura sia per motivi di “sicurezza”, non erano vere. Queste persone non sono combattenti professionisti; non sanno come perquisire una casa. I soldati non si fidano di loro perché non sono lì di loro spontanea volontà. A volte, gli “shawish” vengono mandati nelle case solo per darvi fuoco o farle saltare in aria. Non ha nulla a che fare con la sicurezza. Tremo al pensiero di cosa questo faccia alla psiche di chiunque debba entrare in una casa, terrorizzato, al posto di soldati armati. Tremo anche al pensiero di cosa questo faccia a noi israeliani.

Ogni madre che manda il figlio a combattere capisce che il figlio potrebbe ritrovarsi ad afferrare un palestinese dell’età di suo padre, o del fratello minore e costringerlo violentemente a correre davanti a lui, disarmato, in una casa o in un tunnel potenzialmente pieno di trappole esplosive? Non solo non siamo riusciti a proteggere le nostre truppe, ma abbiamo corrotto le loro anime e non c’è modo di sapere cosa questo farà a noi, come società, quando torneranno a casa dalla guerra.

Ecco perché l’inchiesta MPCID è così esasperante. Prima, i soldati sono costretti a usare i palestinesi come scudi umani, poi gli ufficiali usano soldati di grado inferiore come propri scudi umani, mentre noi stiamo ancora cercando disperatamente di riavere indietro gli ostaggi che sono trattenuti, in parte, per servire da scudi umani per Hamas.

Era ovvio che era solo questione di tempo prima che questa storia esplodesse, ma è troppo grande perché la MPCID possa gestirla. Solo una Commissione d’inchiesta statale indipendente potrebbe arrivare in fondo a questa storia.

Fino ad allora abbiamo tutte le ragioni per preoccuparci delle corti internazionali all’Aia perché questa procedura è un crimine, un crimine che persino l’esercito ora ammette. Accade quotidianamente ed è molto più comune di quanto venga detto al pubblico.

Questo articolo è stato scritto da un anonimo ufficiale superiore di una brigata di effettivi.

 

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Netanyahu ha esercitato pressioni su von der Leyen in merito all’accusa di genocidio

David Cronin

21 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Israele cerca di tenere nascosta la sua attività di lobby contro un’azione legale finalizzata a fermare il genocidio a Gaza.

Attraverso una richiesta di accesso agli atti ho scoperto che Benjamin Netanyahu ha contattato Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in merito al procedimento avviato lo scorso anno dal Sudafrica.

L’ambasciata israeliana a Bruxelles si è opposta alla divulgazione della lettera del Primo Ministro. Vergognosamente, i funzionari di Von der Leyen hanno accettato la richiesta di Israele.

Perché la Commissione Europea concede a Israele il diritto di veto su quali documenti rendere pubblici? Cosa cercano di nascondere Von der Leyen e il suo entourage?

Il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia ha dimostrato che Netanyahu e i suoi collaboratori hanno manifestato una chiara intenzione genocida quando hanno dichiarato guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Nella sentenza preliminare del gennaio 2024, la Corte ha giudicato l’accusa plausibile e ha ordinato la cessazione degli attacchi israeliani.

La Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite impone ai governi di tutto il mondo il dovere di prevenire e punire questo crimine.

Nel mio ricorso contro il rifiuto di divulgare la lettera di Netanyahu, ho sostenuto che la trasparenza è un prerequisito per verificare se la Commissione Europea stia rispettando il diritto internazionale.

In base alle informazioni attualmente disponibili, non si può che concludere che Von der Leyen abbia favorito un genocidio.

Ha incontrato Netanyahu nell’ottobre 2023, mentre Israele compiva massacri e infliggeva enormi distruzioni a Gaza. Von der Leyen ha cercato di giustificare la violenza, suggerendo persino che Israele stesse adempiendo al dovere di proteggere la propria popolazione.

Non è la prima volta che Bruxelles occulta informazioni su richiesta di Israele.

L’Unione Europea ha precedentemente rifiutato di rispondere a semplici domande su quali ministeri e autorità israeliani partecipino ai “dialoghi sul contrasto al terrorismo” che essa organizza. Un documento interno da me ottenuto nel 2023 affermava che i diplomatici UE “temevano che gli israeliani si sarebbero offesi per la divulgazione”.

 

L’incubatore dell’industria bellica

Questa paura di offendere è evidente nel patetico comunicato diffuso dai leader UE dopo il vertice di questa settimana. Pur definendo “deplorevole” la fine della tregua a Gaza, non hanno specificato che è stato Israele a interromperla, uccidendo centinaia di palestinesi.

Dal canto suo Von der Leyen era troppo occupata a pompare denaro nell’industria bellica per versare lacrime sulla ripresa degli attacchi israeliani.

Israele trarrà quasi certamente vantaggio dall’agenda che lei sta dettando.

Lo sviluppo di nuovi droni e di sistemi di “difesa aerea” sono due priorità da lei indicate.

Israele si è ritagliata una nicchia redditizia nel mercato globale delle armi vendendo droni testati durante l’attuale genocidio e nelle precedenti offensive contro i palestinesi. E lo “scudo aereo” che Von der Leyen propone per l’Europa sembra una copia identica – o quantomeno ispirata – alla Cupola di Ferro israeliana.

Elbit Systems e Rafael – le principali aziende israeliane produttrici di droni e della Cupola di Ferro – stanno già beneficiando della corsa europea agli aumenti della spesa militare.

Le due società hanno annunciato di aver ottenuto un nuovo contratto per fornire a “paesi europei non specificati” un “sistema navale avanzato di lancio e diversione”.

I mercanti di armi riuniti al Tel Aviv Sparks Innovation Summit nei prossimi giorni discuteranno senza dubbio su come ottenere ancora più affari in Europa. “Investimenti nella difesa” è uno dei temi in programma.

I nuovi piani di Von der Leyen per sovvenzionare l’industria bellica dovrebbero favorire principalmente le aziende UE. La stessa Von der Leyen ha tuttavia garantito che le armi finanziate potranno includere fino al 35% di componenti di provenienza extra-UE.

Le società israeliane – già strettamente integrate con l’industria militare europea – trarranno vantaggio da questa sua “generosità”.

Tramite la mia sopra citata richiesta di accesso agli atti, ho anche appreso che la European Jewish Association (EJA) – un gruppo di pressione filo-israeliano – ha contattato l’ufficio di Von der Leyen (tramite diplomatici israeliani) per un possibile riconoscimento.

Sembra che l’associazione volesse premiarla ufficialmente per il suo sostegno alla guerra a Gaza. Ma è solo un’ipotesi: anche in questo caso, l’ambasciata israeliana presso l’UE si è opposta alla pubblicazione della lettera dell’EJA.

E, naturalmente, i lacchè di Von der Leyen hanno ancora una volta accettato le obiezioni di Israele. Dio non voglia che offendano uno Stato che sta commettendo un genocidio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il Regno Unito non renderà pubblici i filmati dell’aereo spia relativi all’uccisione di un operatore umanitario britannico a Gaza

Imran Mulla

1 aprile 2025 – Middle East Eye

James Kirby, 47 anni, era un ex fuciliere dell’esercito britannico che lavorava a Gaza come operatore umanitario quando lo scorso aprile è stato ucciso da Israele.

La famiglia di un operatore umanitario britannico ucciso a Gaza da un attacco di droni israeliani ha criticato duramente il governo britannico per essersi rifiutato di rilasciare informazioni sull’attacco raccolte da un aereo spia della Royal Air Force (RAF).

James Kirby, un ex fuciliere dell’esercito britannico di 47 anni, stava lavorando a Gaza per la World Central Kitchen quando lo scorso aprile è stato ucciso in un attacco mirato israeliano contro un convoglio di aiuti composto da tre auto. È morto insieme a molte altre persone, tra cui altri due veterani britannici.

Il Ministero della Difesa (MdD) del Regno Unito ha dichiarato al Times di possedere delle riprese effettuate da un aereo spia della RAF che il giorno dell’attacco stava sorvolando Gaza nel tentativo di localizzare prigionieri israeliani. Il MdD ha rifiutato di divulgare il filmato, adducendo motivi di sicurezza e difesa nazionale.

In un’intervista al Times la famiglia Kirby ha chiesto perché non le fosse consentito di essere informata su ciò che era stato ripreso.

“Voglio sapere chi e perché ha preso la decisione di non renderlo pubblico”, ha detto la madre di Kirby, Jacqui.

Adam Maguire, cugino di Kirby, ha detto: “Quale giustificazione hanno per non renderlo pubblico? Non cambierà il corso di niente di ciò che avviene a Gaza. Non influenzerà il governo israeliano”.

“Quali crimini abbiamo visto?”

La scorsa settimana un portavoce del MdD ha detto a Middle East Eye  che i voli di sorveglianza su Gaza “sono disarmati, non hanno un ruolo di combattimento e sono finalizzati esclusivamente a garantire la sicurezza del rilascio degli ostaggi”.

“Il Regno Unito controlla quali informazioni vengono trasmesse e solo le informazioni relative al salvataggio degli ostaggi sono trasmesse alle autorità israeliane competenti. Inviamo informazioni solo quando siamo certi che siano utilizzate in conformità con il diritto umanitario internazionale”.

Questo avviene solo poche settimane dopo un dibattito in parlamento che ha visto parlamentari indipendenti mettere sotto torchio il ministro della Difesa in merito ai voli di sorveglianza della RAF su Gaza.

“Se centinaia di voli del Regno Unito hanno avuto luogo su Gaza, cosa abbiamo osservato?” ha chiesto il parlamentare Shockat Adam. “Quali crimini, se ce ne sono stati, abbiamo visto?”

Ha aggiunto: “In un solo anno, da dicembre 2023 a novembre 2024, il Regno Unito ha condotto 645 missioni di sorveglianza e ricognizione, il che equivale a quasi due voli al giorno”.

Il ministro, Luke Pollard, non ha risposto alle domande di Adam.

Inizialmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’uccisione degli operatori umanitari britannici lo scorso aprile sarebbe stata “involontaria”. In seguito l’esercito israeliano ha messo in congedo due ufficiali e sanzionato due alti comandanti, affermando che un operatore di droni aveva erroneamente preso di mira il convoglio.

Ma in un’intervista al Times la famiglia Kirby ha criticato l’indagine dell’esercito definendola un “insabbiamento” e ha chiesto un’indagine indipendente.

Maguire ha affermato: “Prenderemmo in considerazione l’ipotesi di citare in giudizio Israele se la si considerasse un deterrente perché non colpiscano gli operatori umanitari senza essere chiamati a risponderne”.

Critiche al ministro degli Esteri

Jacqui Kirby ha affermato che la famiglia non è stata contattata dai funzionari israeliani per scusarsi di persona dell’omicidio.

Ha anche criticato il ministro degli Esteri britannico David Lammy, dicendo che lo scorso novembre durante un incontro al Foreign Office [ministero degli Esteri, ndt.] si era avvicinato a lei per chiederle chi fosse.

“Ho pensato, ‘Stai venendo qui per incontrare tutte queste famiglie e non hai nemmeno fatto i compiti per individuare l’identità di ognuno.’ Dopo di che mi sono imposta a malapena di parlargli.”

Un portavoce del Foreign Office ha detto al Times: “Stiamo facendo pressione su Israele affinché concluda rapidamente l’indagine dell’avvocatura generale militare sugli eventi del 1° aprile 2024. Israele deve garantire che vengano apprese le lezioni onde garantire in futuro una maggiore sicurezza per gli operatori umanitari sul campo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il massacro dei soccorritori: 14 operatori umanitari trovati morti e sepolti con le mani legate

Tareq S. Hajjaj

31 marzo 2025 – Mondoweiss

Una squadra di operatori della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza è scomparsa dopo essersi recata a Rafah per una missione di salvataggio. Una settimana dopo i corpi di 14 soccorritori sono stati trovati morti e sepolti nella sabbia dall’esercito israeliano.

All’ospedale Nasser di Khan Younis Taghreed al-Attar siede accanto al corpo del marito, ritrovato venerdì scorso a Rafah. Anwar al-Attar era partito la settimana prima per Rafah con altri soccorritori, ma nessuno è tornato.

Sua moglie racconta che quando hanno perso i contatti con suo marito le persone le hanno detto che era stato imprigionato dall’esercito israeliano. Ma afferma che lui le è apparso in sogno e lo ha visto in paradiso circondato da fiumi e frutteti. Non poteva credere che si trovasse in un carcere.

“Non ha mai perso un momento di lavoro da quando è iniziata la guerra. È stato ferito tre volte e tutti gli chiedevano di smettere di lavorare e di riposarsi”, racconta Taghreed in una testimonianza video a Mondoweiss. “Ma lui diceva sempre che doveva essere un modello per i suoi colleghi e che non avrebbe mai smesso di lavorare e servire la sua gente. Ha rischiato la vita penetrando tra le macerie e tirando fuori i martiri. Sono orgogliosa di lui e spero che i nostri figli saranno come lui”.

Ricorda che lui le parlava sempre dei pericoli che correva, a volte dicendole che i droni quadricotteri li inseguivano sempre e a volte sparavano. Lei gli chiedeva se aveva paura e lui le rispondeva che Dio era con lui.

“Anwar lascia tre figlie, la più piccola delle quali ha quattro anni”, dice la moglie.

La scorsa settimana Al-Attar era stato inviato con i suoi colleghi della Protezione Civile in una missione per salvare una squadra di paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) scomparsa, ma l’unico risultato è stato il blocco delle comunicazioni anche con lui e la squadra di soccorso.

Il corpo di Anwar è stato trovato qualche giorno dopo sepolto sotto la sabbia. Questo è stato il primo segno evidente che l’esercito israeliano aveva preso di mira la Difesa Civile e gli equipaggi della PRCS a Rafah, ha detto un portavoce della Difesa civile a Mondoweiss.

Pochi giorni dopo aver trovato il corpo di al-Attar le squadre della Protezione Civile che hanno scavato nella zona dopo aver ottenuto il permesso dall’esercito israeliano hanno trovato 14 cadaveri.

In una dichiarazione del 30 marzo il Ministero della Salute di Gaza ha affermato che i corpi appartenevano a 8 paramedici del PRCS, 5 membri della Difesa Civile e una persona la cui identità rimane sconosciuta.

Si specificava che gli equipaggi erano stati “giustiziati” e “alcuni sono stati trovati con le mani legate”.

Il Ministero ha aggiunto che i corpi dei componenti delle squadre di soccorso mostravano i segni di un’azione deliberatamente mirata. “Alcuni di loro sono stati colpiti alla testa e al torace e sono stati sepolti in buche profonde per evitare che venissero trovati”, ha affermato il Ministero.

Al funerale di al-Attar la scorsa settimana i membri della Difesa Civile che hanno salutato il loro collega caduto con le lacrime agli occhi hanno raccontato a Mondoweiss tramite una testimonianza video la dedizione di al-Attar al suo lavoro. “Ha svolto un lavoro umanitario durante la guerra e la sua missione era quella di recuperare i feriti e i martiri dalle macerie”, ha affermato Abdul Rahman Ashour, uno dei membri della Difesa Civile che ha riportato il corpo di al-Attar da Rafah.

“Il giubbotto e l’elmetto di Anwar, che lo identificano come un operatore della Protezione Civile, sono stati perforati da oltre 20 fori di proiettile”, ha dichiarato Ashour a Mondoweiss. “È stato colpito alla testa, al torace e nella parte inferiore del corpo. È stato brutalmente assassinato”.

Ashour dice che l’ambulanza del PRCS inviata a Rafah per rispondere alle chiamate di soccorso ha preso fuoco dopo essere stata colpita dall’esercito israeliano. È stato allora che al-Attar e la sua squadra sono stati inviati a bordo di un’autopompa e un’altra ambulanza.

“Gli equipaggi dell’ambulanza e dell’auto dei pompieri sono stati presi di mira subito”, ha aggiunto Ashour, dicendo che al-Attar e i suoi colleghi sono stati “giustiziati sul campo”.

Come si è svolto il massacro dei primi soccorritori

Nella scorsa settimana l’esercito israeliano ha fatto irruzione in varie zone della Striscia di Gaza, tra cui il quartiere Tal al-Sultan a Rafah, in particolare in un’area della parte occidentale comunemente nota come “al-Baraksat”. Durante i primi giorni dell’irruzione gli abitanti hanno condiviso storie orribili di esecuzioni di massa, giovani uomini raggruppati dentro dei fossati e fucilati a bruciapelo e bambini uccisi davanti alle loro madri.

Diversi sopravvissuti che sono riusciti a lasciare la zona hanno ripetuto questi racconti a Mondoweiss, ma al momento il giornale non è stato in grado di verificarli dato che a nessun soccorritore è stato permesso di raggiungere la zona a causa del rigido blocco imposto dall’esercito israeliano. Da allora sono emerse sempre più testimonianze di sopravvissuti e soccorritori provenienti dalla zona.

Marwan al-Hams, direttore degli ospedali da campo a Gaza, ha detto a Mondoweiss nel corso di una testimonianza video di aver ricevuto segnalazioni del ritrovamento a Rafah di “molti corpi e resti umani”. “È quanto rimane di un gruppo di martiri”, ha detto. “Le persone hanno cercato di recuperarli ma non ci sono riuscite. Li hanno semplicemente coperti di sabbia per evitare che venissero mangiati dai cani randagi”.

È stato in questo contesto che la scorsa settimana i civili intrappolati a Tal al-Sultan hanno inviato chiamate di soccorso al PRCS e alla Difesa civile nell’area di Rafah. Sono stati inviati due veicoli, seguiti, dopo la loro scomparsa, dagli altri due guidati da Anwar al-Attar.

Il destino di tutti gli equipaggi è rimasto sconosciuto per oltre una settimana. Durante questo periodo il PRCS e la Difesa Civile hanno tentato di ottenere il permesso di coordinamento dall’esercito israeliano per entrare a Rafah e cercare i loro colleghi scomparsi.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile nella Striscia di Gaza, racconta che non appena la squadra di Attar è arrivata a Rafah, l’esercito israeliano ha chiuso gli ingressi e le uscite della località, assediando di fatto i primi soccorritori. È stato allora che le comunicazioni sono andate perse, dice Basal.

“Abbiamo chiesto alle organizzazioni internazionali e alla comunità internazionale di aiutarci a trovare un accordo con l’occupazione per ottenere l’accesso all’area, così da poter conoscere la sorte delle nostre squadre”, racconta Basal a Mondoweiss. “Per diversi giorni abbiamo tentato di coordinarci, ma l’occupazione ha categoricamente rifiutato”.

Dopo numerose richieste il 27 marzo la Difesa civile, la Mezzaluna Rossa e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) hanno ottenuto il coordinamento dall’occupazione.

“Siamo entrati a Rafah dopo molte difficoltà, solo per rimanere sconvolti  dall’entità del massacro che vi si era verificato”, racconta Basal. “Le forze di occupazione hanno aperto il fuoco pesante sui veicoli della Mezzaluna Rossa e della Difesa civile. I bulldozer israeliani hanno persino posizionato barriere di sabbia sull’area [dove erano stati sepolti], alterandone completamente le caratteristiche”.

“Tutte le evidenze sulla scena mostrano che le forze di occupazione israeliane hanno giustiziato gli equipaggi medici”, continua Basal, aggiungendo che durante le ricerche del 27 marzo i team hanno identificato il corpo di Anwar al-Attar. “Abbiamo cercato di localizzare gli altri, ma è calato il buio e ci ha impedito di completare la ricerca”.

Tre giorni dopo le squadre della Difesa Civile hanno trovato il resto degli equipaggi dispersi: 14 persone sepolte, alcune con le mani legate e con segni di colpi di arma da fuoco alla testa e al torace.

Basal sottolinea che le squadre della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa godono dell’immunità internazionale e sono protette dal diritto umanitario internazionale.

“Ma sfortunatamente l’occupazione ha una marcata familiarità con gli eccidi. Stiamo parlando di 105 martiri della Difesa Civile, tutti con l’immunità, ma l’occupazione li ha uccisi”, afferma Basal. “Questo dimostra che l’occupazione non ha linee rosse e non rispetta il diritto internazionale o umanitario”.

Una dichiarazione dell’esercito israeliano all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] ha affermato che “pochi minuti” dopo che i soldati “hanno eliminato diversi terroristi di Hamas” aprendo il fuoco sui loro veicoli, “altri automezzi sono avanzati in modo sospetto verso le truppe”. La dichiarazione ha aggiunto che l’esercito ha sparato “verso i veicoli sospetti, eliminando diversi terroristi di Hamas e della Jihad islamica”.

L’esercito ha ammesso che un’indagine appena avviata ha rivelato che “alcuni” dei veicoli erano ambulanze e camion dei pompieri, aggiungendo che l’esercito condanna l’uso di tali veicoli da parte di “organizzazioni terroristiche” per “scopi terroristici”.

Mahmoud Basal smentisce queste accuse, affermando che l’occupazione ha voluto coprire il crimine sostenendo che si trattava di combattenti di Hamas e della Jihad islamica. Afferma che la Difesa Civile ritiene l’occupazione israeliana pienamente responsabile per l’uccisione degli equipaggi, la violazione del diritto umanitario internazionale e il massacro di personale medico e soccorritori, identificabili per i loro giubbotti arancioni.

“[L’uso di] questo giubbotto è coordinato con l’occupazione israeliana”, afferma Basal. “L’operazione di ingresso [delle squadre di soccorso a Rafah] era chiara, ma l’occupazione ha commesso il massacro e ora vuole liberarsi dal peso dell’onta”.

“Quello che è successo ai nostri equipaggi è un massacro a tutti gli effetti e un crimine per il quale l’occupazione deve essere ritenuta responsabile dal mondo libero e dalle organizzazioni umanitarie”, aggiunge Basal. “Ciò ha gravi ripercussioni e il mondo deve rendersi conto che quanto è successo a Gaza costituisce una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza di Mondoweiss e membro dell’Unione Scrittori Palestinesi. Ha studiato letteratura inglese all’università Al-Azhar di Gaza. Ha iniziato la sua carriera di giornalista nel 2015 lavorando come scrittore esordiente e traduttore per il giornale locale, Donia al-Watan. E’ stato corrispondente per Elbadi, Middle East Eye e Al Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il glorioso lascito della cosiddetta “guardiana della democrazia” israeliana

Orly Noy e Amos Brison

28 marzo 2025 – +972 Magazine

Bisogna resistere ai tentativi del governo di rimuovere la procuratrice generale. Ma persino per sua stessa ammissione lei ha orgogliosamente autorizzato i crimini di Israele contro i palestinesi.

“La procuratrice generale sembra una leonessa che lotta per la ‘democrazia ebraica’, ma quando si tratta dei rapporti (dello Stato) con gli arabi si trasforma nel (ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben Gvir [esponente dell’estrema destra dei coloni religiosi, ndt.].” È così che in un’intervista dello scorso anno a Local Call [edizione in ebraico di + 972, ndt.] Hassan Jabareen, direttore dell’associazione per i diritti civili dei palestinesi Adalah, ha descritto Gali Baharav-Miara, la consulente legale del governo israeliano. Adesso che il governo sta spingendo per cacciarla dal suo incarico, la stessa Baharav-Miara sta usando questo stesso argomento nel tentativo di dimostrare la propria lealtà.

Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato con voto unanime una mozione di sfiducia contro la procuratrice generale, facendo il primo passo sia di un lunghissimo procedimento legale per cacciarla sia la mossa forse più audace finora del tentativo iniziato due anni fa di distruggere ogni controllo giudiziario. Con una proposta di 84 pagine il ministro della Giustizia e principale sostenitore del golpe contro il sistema giudiziario Yariv Levin ha accusato Baharav-Miara di agire “come longa manus degli oppositori del governo”; nel contempo il primo ministro Netanyahu ha inveito contro “lo Stato profondo di sinistra che utilizza il sistema giudiziario per ostacolare la volontà del popolo.”

La procuratrice generale non è l’unica funzionaria importante nel mirino del governo; anche Ronen Bar, capo del servizio della sicurezza [interna, ndt.]  Shin Bet, è finito sotto attacco, e un’ingiunzione della Corte Suprema è stata l’unica cosa che gli ha permesso di rimanere al suo posto dopo che il governo ha votato per cacciarlo.

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All’inizio della guerra Bar è stato preso di mira da Netanyahu in quanto figura chiave del sistema della sicurezza, nel tentativo di assolvere se stesso dalla responsabilità per gli errori del 7 ottobre, nonostante [Bar] abbia apertamente riconosciuto il ruolo dell’agenzia. In seguito, come Baharav-Miara, ha provocato ulteriore collera chiedendo la creazione di una commissione d’inchiesta statale su questi errori, una cosa a cui Netanyahu si oppone strenuamente nel timore che consideri responsabile anche lui.

Ma l’iniziativa che sembra aver segnato il destino di Bar è giunta all’inizio di marzo, quando ha approvato l’avvio di un’indagine sui rapporti tra due dei collaboratori più vicini al primo ministro e il governo del Qatar, ufficialmente nemico di Israele, in uno scandalo noto come “Qatargate”. Per anni Netanyahu ha personalmente agevolato i trasferimenti finanziari del Qatar ad Hamas a Gaza, considerandolo uno strumento per indebolire l’Autorità Palestinese e approfondire le divisioni tra palestinesi. Ora, con il suo circolo più intimo sotto inchiesta per accordi segreti con Doha, c’è un crescente rischio che i rapporti stessi di Netanyahu con lo Stato del Golfo possano essere indagati ancor più nel dettaglio.

In coincidenza con la ripresa della guerra a Gaza, dove 59 ostaggi israeliani continuano a rimanere in ostaggio, questi sviluppi hanno infiammato una nuova ondata di proteste di massa in Israele, con decine di migliaia di persone scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e in altre città. Sventolando bandiere israeliane e scandendo slogan contro la dittatura, che ricordano le manifestazioni che hanno scosso il Paese per buona parte del 2023, i dimostranti hanno bloccato le principali autostrade e si sono scontrati con la polizia, che ha risposto con granate stordenti e cannoni ad acqua.

Il progettato licenziamento di Baharav-Miara e Bar, insieme al più generale rafforzamento del potere del governo, compresa l’approvazione di una nuova legge che accentua il controllo governativo sulla selezione dei giudici, è stato identificato dall’opposizione alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e nelle piazze come un assalto contro i presunti “garanti della legge”. Ma la loro risposta evidenzia una profonda contraddizione che illumina i limiti della cosiddetta democrazia israeliana.

Un via libera ai crimini di guerra

In risposta alla decisione del governo di licenziarla, Baharav-Miara ha reso pubblica una lettera in sua difesa che elenca le decisioni del governo che lei ha appoggiato nell’ultimo anno e mezzo. Alcune rappresentano una palese distorsione della legge, altre sono profondamente radicate nella discriminazione razziale e altre ancora riguardano evidenti crimini di guerra e contro l’umanità.

Dietro a quasi ogni esempio che cita nella sua lettera come prova della sua lealtà al governo ci sono orribili delitti che ha approvato. Per esempio, il cosiddetto “approccio operativo a Gaza” è un eufemismo per definire la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia che ha portato ad accuse di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questo “approccio” include ad esempio l’uccisione indiscriminata di civili definiti “danni collaterali” in un processo di selezione di obiettivi realizzato dall’intelligenza artificiale.

La “guerra contro il terrorismo e l’incitamento al terrorismo”, di cui pure si vanta la procuratrice generale nella sua lettera, ha significato arresti di massa di cittadini palestinesi di Israele dopo il 7 ottobre anche per minime espressioni di solidarietà con il loro popolo massacrato a Gaza, e tutto ciò mentre le reti sociali in ebraico sono state inondate di espliciti incitamenti al genocidio senza alcuna conseguenza nei confronti dei responsabili. Nei mesi che hanno seguito il 7 ottobre Baharav-Miara ha appoggiato la politica delle forze di polizia di Ben Gvir per impedire ai cittadini palestinesi di protestare contro la guerra mentre il sangue scorreva nelle strade di Gaza.

Nella sua lettera Baharav-Miara ha anche ricordato ai ministri di aver ampiamente collaborato con il governo per “espandere le colonie e sostenerle”, una politica che solo pochi giorni fa è stata descritta in un nuovo rapporto dell’ONU come un crimine di guerra. Che razza di esperto di diritto si vanta di aver appoggiato una così palese violazione delle leggi internazionali? Che razza di procuratore generale è fiero di aver legittimato crimini di guerra?

Ma non si è fermata qui, ha continuato ad elencare un’agghiacciante serie di ulteriori crimini che ha appoggiato: la detenzione amministrativa, lo strumento draconiano che Israele utilizza per incarcerare palestinesi senza accuse né processo; la demolizione punitiva di case di proprietà di quelli che Israele sostiene essere “terroristi”, molti dei quali non sono neppure stati accusati, per non dire condannati, di alcun crimine; il trattenimento di cadaveri di palestinesi come merce di scambio, un atto degno delle peggiori organizzazioni criminali; la difesa della “politica del governo sull’aiuto umanitario a Gaza”, un nauseante eufemismo per [definire] la sistematica privazione di cibo a oltre 2 milioni di esseri umani. Evidentemente questo è il glorioso lascito della cosiddetta guardiana della democrazia israeliana.

La verità è che Baharav-Miara ha totalmente fallito nel suo dovere fondamentale di mettere in guardia il governo contro le evidenti violazioni della legge e di perseguire i responsabili di questi crimini. La lettera che ha inviato ai ministri per difendere la sua posizione è davvero un’ammissione di quanto lei sia inadeguata per il suo ruolo. Mentre lamenta che “la proposta (di licenziarla) non riguarda una maggior fiducia, ma la richiesta di fedeltà politica,” la prima parte della sua lettera è una testimonianza della lealtà criminale che ha dimostrato per le illegali e sanguinarie politiche durante la guerra. Se non fosse per gli orrori incarnati in quelle parole, ci sarebbe da ridere.

Eppure, nonostante tutto ciò, gli israeliani devono ancora uscire a protestare contro il licenziamento di Baharav-Miara perché le forze che intendono sostituirla sono ancora più moralmente corrotte e pericolose di lei. Ogni giorno in cui questo sanguinario governo rimane al potere le vite di milioni di palestinesi sono in grave pericolo e dobbiamo resistergli in ogni modo possibile finché non cadrà.

Questa è anche la ragione per cui il deputato di Hadash [partito arabo-ebraico di sinistra, ndt.] Ayman Odeh chiede ai cittadini palestinesi di unirsi alle proteste. Odeh comprende meglio di chiunque altro il ruolo che Baharav-Miara e Bar giocano in questo miserabile sistema di oppressione (va ricordato che lo Shin Bet è noto, tra le varie cose, per ricattare i palestinesi LGBTQ+ per obbligarli a diventare informatori); il suo appello perché i cittadini palestinesi scendano in piazza non è un sostegno a loro quanto piuttosto un riflesso di quanto profondamente perversa e disperata sia diventata la situazione in Israele.

È essenziale resistere a questo governo e ai suoi instancabili tentativi di proteggersi dal controllo e dal dover rendere conto delle proprie azioni. Ma dipingere la procuratrice generale – che in base alle sue stesse ammissioni ha coperto praticamente ogni crimine israeliano nella guerra genocida contro Gaza e nella persecuzione dei cittadini palestinesi – come una campionessa della democrazia è una tragica farsa.

Baharav-Miara incarna la logica etnocratica di una democrazia solo per gli ebrei. Se questi giorni amari chiariscono qualcosa è che il concetto di una democrazia selettiva non è solo immorale, ma è un’illusione assurda, scollegata dalla realtà e in ultima istanza pericolosa sia per i palestinesi che per gli ebrei.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal Farsi. Dirige il consiglio esecutivo di B’Tselem ed è attivista del partito politico Balad [partito della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti riguardano le linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi [ebrea originaria di un Paese a maggioranza musulmana, ndt.], donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro incessanti migrazioni e il costante dialogo tra loro.

Amos Brison è un redattore di +972 che risiede a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I continui sforzi per impedire la normalizzazione del genocidio

 Awad Abdelfattah

28 marzo 2025 – Middle East Monitor

I lineamenti del conflitto coloniale in Palestina e la direzione nella quale sta andando sono diventati più evidenti che mai, configurando un chiaro ed esplicito piano genocidario e di sterminio. Gli assassini proseguono con i loro massacri senza ritegno, controllo morale o alcun riguardo per le istituzioni giuridiche internazionali e senza preoccuparsi delle conseguenze che avrà per loro in futuro.

È un’ironia il fatto che quando queste caratteristiche non erano ancora così evidenti e le notizie dei crimini erano meno diffuse a livello internazionale sia tra le istituzioni che tra la pubblica opinione, vi era ancora un certo limite alla brutalità. Oggi invece, nonostante l’evidente natura del crimine e la sua barbarie senza precedenti, esso ha il supporto e la legittimazione dell’impero americano e della maggior parte dei regimi occidentali, nel silenzio e nell’indifferenza delle grandi potenze orientali. Ciò provoca terrore non solo a questa parte del mondo, ma a tutti i popoli.

Siamo di fronte ad una realtà in cui è in atto un processo di normalizzazione del genocidio e di giudaizzazione della Palestina. Viene avanzato un piano di deportazione in negoziati con regimi arabi che da tempo sono caduti nella palude della dipendenza e della vergogna. L’amministrazione imperiale americana cerca di attuare il piano e di imporre la normalizzazione ai regimi arabi come via per porre fine alla causa palestinese e stabilire un controllo diretto israeliano sulla regione. Questo viene ottenuto col normalizzare le relazioni tra il regime criminale israeliano e il regno dell’Arabia Saudita, che finora appare riluttante, proponendo ancora una volta la soluzione dei due Stati. Tuttavia riproporre tale soluzione senza definire in che cosa essa consisterà, compresi i confini dello Stato e la sua sovranità, significa sostanzialmente normalizzare le relazioni con il regime di apartheid, il progetto coloniale e gli sforzi per portare a compimento la giudaizzazione della Palestina.

Tramite la lobby sionista americana Israele trova nelle attuali circostanze internazionali una storica opportunità per risolvere il conflitto una volta per tutte a vantaggio del suo progetto, che si estende oltre la Palestina fino al Libano, alla Siria e al resto della regione araba. Le persone sensate con una formazione storica sanno che attuare il suo progetto strategico, che consiste nel seppellire la causa palestinese e risolvere il conflitto attraverso l’emarginazione politica o fisica del popolo palestinese, è impossibile. Il popolo palestinese non è la Germania o il Giappone durante la seconda guerra mondiale, come afferma la propaganda sionista. Questi due Paesi erano sotto regimi nazista e fascista nel primo caso, ed espansionista, coloniale e militarista nel secondo caso. La Palestina invece è una terra usurpata, in cui è nato un movimento di liberazione nazionale, che resiste e persegue l’indipendenza e la libertà, come avviene nella maggior parte dei Paesi colonizzati. La Palestina non ha invaso una potenza straniera ed il suo popolo non ha aggredito un’altra nazione.

Al contrario, la terra e il popolo sono stati, e continuano ad essere, vittime della barbara aggressione di un’alleanza coloniale occidentale-sionista. Prima e dopo la Nakba del 1948, soprattutto negli anni ’60 del 1900, questo movimento nazionale si offrì di accettare la presenza di ebrei europei in Palestina e la coesistenza in un unico Stato e questo movimento palestinese fece una concessione, senza precedenti in qualunque movimento di liberazione nazionale nella storia moderna, accettando l’ingiusta “soluzione dei due Stati” e firmò un accordo preliminare, gli Accordi di Oslo del 1993, sperando di ottenere uno Stato indipendente sul 22% della sua patria. Questo movimento nazionale ed il suo popolo hanno pagato e continuano a pagare un caro prezzo per essere caduti in questa illusione mortale. Ciò ha rivelato la natura del progetto sionista che non può tollerare la richiesta di pace e giustizia, poiché la sua struttura e ideologia sono fondate sull’assoluta negazione dell’altro, non sulla coesistenza con esso su un piano di parità.

Nessuno avrebbe potuto immaginare, in quest’epoca, che la discussione non avrebbe riguardato come rinnovare gli sforzi per arrivare alla pace e risolvere un lungo e vasto conflitto con una soluzione giusta, ma piuttosto quali strumenti usare per fare pulizia etnica di un popolo indigeno: vuoi attraverso una migrazione volontaria, vuoi continuando a spargere sangue e eliminare il maggior numero possibile di palestinesi. Così l’occidente ci ha riportati a quelle epoche oscure in cui ha spazzato via intere nazioni dalla faccia della terra per acquisire e ottenere ricchezza.

In questa fase violenta del conflitto il popolo palestinese ha fatto sacrifici astronomici ed ha subito gravi perdite che, agli occhi della maggioranza, sono il prezzo per ottenere la libertà. Questa libertà non può arrivare adesso, ma un giorno arriverà. Comunque questa questione deve essere oggetto di una sincera discussione e revisione, specialmente su come gestire il conflitto con il colonialismo, su quali costi il popolo può sopportare e, cosa più importante di tutte, su come affrontare la fase attuale e quelle future, con quali strumenti e strategie. Non c’è dubbio che il popolo palestinese e il suo movimento nazionale abbiano urgente bisogno di un radicale ripensamento della questione.

Stante il fatto che le speranze di raggiungere una liberazione anche parziale si stanno affievolendo, il popolo palestinese si trova ad un punto di svolta storico significativo e molto pericoloso. La sua priorità è diventata porre fine al genocidio prima di riprendere la strada della liberazione. Tuttavia questa catastrofe è esacerbata dal fatto che non vi è niente all’orizzonte per la sua salvezza se non la propria risolutezza nel sopportare questa fase del conflitto. L’aspetto più pericoloso è l’impossibilità di raggiungere l’unità dei palestinesi e un accordo su una leadership unita e responsabile che sia all’altezza dei sacrifici del suo popolo. Non realizzare questa missione resta una ferita profonda nella coscienza palestinese.

Perciò le priorità e i compiti del popolo palestinese, vista la diminuzione della sua influenza [sullo scenario mondiale, ndt.], restano imperniati sul mettere pressione per fermare il genocidio e proseguire negli sforzi e iniziative nazionali indipendenti per creare una forza popolare di pressione e mobilitare le masse, di concerto con i movimenti delle generazioni palestinesi all’estero e col movimento popolare mondiale che esemplifichi l’intersezionalità della lotta.

E’ diventato chiaro che non c’è soluzione all’orizzonte, neanche sul medio termine, a meno che intervengano improvvisi sviluppi che ribaltino gli equilibri. Vi saranno molti anni in cui il progetto israeliano prevarrà, grazie alla forza militare, al supporto dell’impero americano e all’assenza degli arabi e dei musulmani dal processo. Perciò il compito principale di affrontare questo progetto di sterminio pesa sulle spalle della forza popolare palestinese, sia dentro che fuori la Palestina, e sui suoi alleati, il cui numero è cresciuto e la cui consapevolezza della realtà del sistema criminale globale è anch’essa cresciuta.

Data questa brutalità e l’assenza di un supporto per il popolo palestinese, soprattutto da parte degli arabi, diviene più evidente l’importanza degli sforzi, della perseveranza e della determinazione delle forze libere professionali e politiche, sia palestinesi che internazionali, per impedire la normalizzazione del genocidio in Palestina. Questo deve accadere, per quanto brutali siano gli assassini, per quanto gli attivisti nel mondo, o i funzionari delle istituzioni internazionali, siano perseguitati, vilipesi e minacciati. Questi sforzi servono ad accumulare prove che valgano come strumenti per mettere all’angolo gli assassini e i loro complici in una lunga battaglia per ristabilire l’umanità e la giustizia. Il giorno in cui la battaglia si placherà e si svelerà la portata degli orribili crimini sta arrivando e Israele e i suoi leader verranno continuamente perseguiti fino a che si ottengano giustizia e punizione.

Questo articolo è apparso in arabo su Arab48 il 25 marzo 2025

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)Inizio modulo