Israele ha vietato ai suoi cittadini di lasciare lo Stato

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

Israele ha vietato ai suoi cittadini di volare fuori dallo Stato, citando preoccupazioni per la sicurezza in seguito all’inasprimento delle ostilità con l’Iran. Secondo Haaretz il governo ha ordinato alle linee aeree nazionali di non permettere ai cittadini israeliani di imbarcarsi su voli in uscita mentre cresce la paura riguardo a potenziali attacchi di ritorsione iraniani sugli aeroporti israeliani.

L’aeroporto Ben-Gurion, il principale scalo internazionale, è stato chiuso “senza ulteriore avviso.” Si dice che la decisione sia legata alle preoccupazioni tra i funzionari di sicurezza riguardo ai rischi di sovraffollamento e la possibilità di uccisioni di massa se l’Iran dovesse contrattaccare prendendo di mira gli aeroporti.

La ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev ha annunciato la misura, dichiarando: “In questa fase non approviamo la partenza degli israeliani verso l’estero.” Ha chiarito che solo cittadini non israeliani – come diplomatici e turisti – possono al momento lasciare la Nazione.

Regev ha anche confermato che il governo sta preparando un’operazione per rimpatriare oltre 100.000 cittadini israeliani al momento bloccati all’estero, promettendo che ciò verrà condotto “per fasi e in modo pianificato.”

Tuttavia questa decisione politica ha scatenato una forte reazione. Benny Gantz, capo del partito Israeli National Unity e membro del gabinetto di guerra, ha condannato le dichiarazioni di Regev scrivendo su X [precedentemente Twitter, ndt.]: “Una donna anziana che aspetta un intervento chirurgico, una giovane vedova che ha lasciato suo figlio in Israele a piangere da solo – questi sono solo due delle migliaia di persone che hanno bisogno di tornare a casa. Il tuo compito, ministro, non è di giudicare ma di assicurare il loro ritorno in sicurezza.”

Le restrizioni sui viaggi seguono l’attacco senza precedenti contro l’aeroporto iraniano di Mashhad. Mentre l’Iran deve ancora contrattaccare contro le infrastrutture dell’aviazione israeliana, gli attacchi israeliani hanno incrementato i timori che gli aeroporti siano visti come obiettivi legittimi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La vera ragione per cui Israele ha attaccato l’Iran

Ori Goldberg

15 giugno 2025 al Jazeera

Non c’è nulla di preventivo nell’attacco israeliano alle infrastrutture e ai funzionari militari e civili iraniani

Mentre il conflitto tra Israele e Iran entra nel suo terzo giorno [alla data dell’articolo, ndt.], le vittime da entrambe le parti aumentano. Almeno 80 persone sono state uccise in Iran e almeno 10 in Israele. Nonostante la letale risposta dell’Iran, i funzionari israeliani hanno continuato a insistere sulla necessità di attaccare diverse strutture nucleari e militari iraniane. Molte ragioni sono state date al pubblico israeliano, ma nessuna spiega il vero motivo per cui il governo israeliano ha deciso di sferrare un attacco unilaterale e immotivato.

Il governo israeliano sostiene che l’attacco sia stato “preventivo”, volto a fronteggiare l’immediata e ineluttabile minaccia da parte dell’Iran di costruire una bomba nucleare. Non sembrano esserci prove a sostegno di questa affermazione. L’attacco israeliano è stato indubbiamente pianificato meticolosamente da molto tempo. Un attacco preventivo deve includere un elemento di autodifesa, che a sua volta sia generato da un’emergenza. Nessuna emergenza del genere sembra essersi verificata. Israele ha inoltre affermato che tale emergenza fosse contenuta nel rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) del 12 giugno, che condannava l’Iran per sostanziali violazioni agli impegni del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP) sino ai primi anni 2000. Ma persino l’AIEA sembra respingere tale affermazione. Non c’era nulla nel rapporto che non fosse già noto alle parti interessate.

Il governo israeliano ha anche detto, precisamente in relazione al concetto di attacco “preventivo”, di mirare a “decapitare” il programma nucleare iraniano. Studiosi e politici sono generalmente concordi sul fatto che Israele non avrebbe la capacità di fermare il programma, soprattutto se tentasse di portare a termine un attacco del genere da solo. La natura della campagna in corso sembra anche indicare che Israele non abbia mai avuto l’intenzione di annientare le attività nucleari iraniane. L’esercito israeliano ha bombardato vari obiettivi militari e governativi, da basi missilistiche a un giacimento di gas a un deposito di petrolio. Ha anche compiuto una serie di omicidi contro alti vertici militari iraniani. Ali Shamkhani, ex ministro della Difesa e stretto consigliere della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, era tra gli obiettivi e si dice che sia stato ucciso, sebbene i media ufficiali e il governo iraniano non abbiano ancora confermato ufficialmente la sua morte [dopo la pubblicazione dell’articolo è comparso in televisione, ndt.]. Si ritiene che Shamkhani fosse una figura di spicco nei colloqui con gli Stati Uniti degli ultimi mesi.

Il suo assassinio, insieme agli altri, riflette un tipico modus operandi israeliano. Israele cerca spesso di “eliminare” persone specifiche nella speranza che la loro morte porti al ​​collasso dei sistemi e delle istituzioni che guidano. La mossa di uccidere Shamkhani può essere interpretata come un tentativo di sabotare i colloqui tra Iran e Stati Uniti. In tutti i casi gli assassinii sembrano indicare anche l’esistenza di un piano dettagliato per dimostrare la potenza di Israele a tutti i livelli della vita governativa e delle pratiche ufficiali iraniane. Non si tratta di una “decapitazione” del programma nucleare iraniano.

Una terza ipotesi è che Israele abbia in mente l’avvio di un “cambio di regime” a Teheran. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu lo ha detto apertamente quando ha invitato il “fiero popolo iraniano” a battersi per la propria “libertà da un regime malvagio e repressivo”.

L’ipotesi che gli iraniani vogliano davvero obbedire a Israele che li bombarda incessantemente e unilateralmente sembra analoga all’idea che se Israele affama e stermina i palestinesi di Gaza in misura sufficiente essi si rivolteranno contro Hamas e lo rimuoveranno dal potere.

Anche se così fosse, presumere che gli iraniani aspettino solo un attacco israeliano per abbattere il regime dimostra una profonda mancanza di comprensione delle forze che guidano la politica iraniana. Anche se molti iraniani si oppongono indubbiamente alla Repubblica Islamica, gli iraniani di ogni orientamento politico sono invariabilmente “patriottici”, impegnati a sostenere la sovranità e l’indipendenza dell’Iran contro qualsiasi tentativo da parte di elementi esterni di imporre i propri programmi al Paese.

In effetti, proprio come molti israeliani che si definirebbero critici intransigenti di Netanyahu si sono messi sull’attenti all’inizio dell’attacco israeliano e ora sostengono apertamente il governo, in particolare i membri dell'”opposizione” parlamentare, allo stesso modo numerosi oppositori della Repubblica Islamica si stanno ora schierando sotto la bandiera a sostegno della sovranità violata dell’Iran. Affermare che Israele stia semplicemente “gettando le basi” per una ribellione popolare iraniana con il suo attacco è, nella migliore delle ipotesi, una cinica manipolazione. Israele non ha colpito l’Iran per queste ragioni. Quindi, cosa lo ha spinto ad attaccare? Nel mezzo della campagna genocida a Gaza, Netanyahu è pienamente consapevole che il suo governo sta esaurendo le opzioni. La comunità internazionale, così come gli alleati regionali, hanno iniziato a criticare apertamente Israele. Alcuni si sono anche preparati ad adottare misure unilaterali come il riconoscimento in massa dello Stato palestinese.

Il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu è incombente e la decisione della Corte Internazionale di Giustizia sulla illegalità dell’occupazione israeliana è in attesa di essere applicata. Israele e il suo esercito hanno continuato a compiere massacri, lo hanno negato e si è scoperto che hanno mentito.

Non c’è dubbio che Netanyahu abbia pianificato l’attacco all’Iran da anni, aspettando il momento giusto. Questo momento è arrivato venerdì. È un disperato tentativo di raccogliere il sostegno del mondo intorno a Israele, mentre il mondo si prepara invece a negargli l’assoluta impunità di cui ha goduto fin dalla sua creazione.

L’Iran è ancora considerato una potenziale minaccia da molte delle principali potenze del Nord del mondo. Invocando i noti luoghi comuni associati alla letale e unilaterale azione israeliana, dalle promesse divine all’Olocausto, Netanyahu spera di ristabilire lo status quo: Israele può ancora fare ciò che vuole.

Questa è l’usuale definizione di “sicurezza” di Israele, il principio più sacro del suo essere. È la genesi apparentemente apolitica dell’israelianità, il luogo interamente dedicato alla supremazia ebraica, che è l’unico modo “reale” per garantire l’integrità delle vite degli ebrei. “Sicurezza” significa che Israele può uccidere chiunque voglia per tutto il tempo che vuole, ovunque e in qualsiasi momento, senza pagare alcun prezzo per le sue azioni. Questa “sicurezza” è ciò che ha motivato le azioni di Israele da Gaza allo Yemen, dal Libano alla Siria e ora in Iran. Un tale “regime di sicurezza” deve espandersi di continuo, ovviamente. Non può mai fermarsi. Colpendo l’Iran, Netanyahu ha rischiato tutto, rivendicando la completa e assoluta impunità per Israele e per se stesso, all’Aja e nei tribunali nazionali.

Sarà questa la salvezza di Netanyahu? La società israeliana lo perdonerà per i suoi abietti fallimenti in patria e i suoi orribili eccessi a Gaza? Considerando l’attuale impressione di giubilo nel dibattito pubblico israeliano, potrebbe essere proprio così. Le lunghe file davanti a ogni negozio aperto, dai ferramenta agli alimentari, dimostrano che gli israeliani sono entrati in modalità sopravvivenza. Una cittadinanza docile può essere un vantaggio per Netanyahu, ma è un presagio negativo per qualsiasi tentativo di costruire e difendere una società israeliana sana.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

L’opinionista israeliano Ori Goldberg ha conseguito un dottorato di ricerca in studi mediorientali con specializzazione in affari iraniani. È un ex professore universitario e consulente per la sicurezza nazionale. Oggi è analista e commentatore indipendente.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La minaccia più grande per Israele non è l’Iran o Hamas, ma la sua tracotanza.

Orly Noy

15 giugno 2025 – 972 Magazine

In collaborazione con Local Call

Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla forza militare è destinato alla dissoluzione più infame e infine a essere sconfitto.

Sono più di 46 anni da quando ho lasciato l’Iran con la mia famiglia all’età di nove anni. Ho passato la maggior parte della mia vita in Israele, dove ho formato una famiglia e ho cresciuto le nostre figlie – ma l’Iran non ha mai smesso di essere la mia patria. Dall’ottobre 2023 ho visto innumerevoli immagini di uomini, donne e bambini in piedi tra le rovine delle loro case e le loro grida sono incise nella mia mente. Ma quando vedo le immagini dall’Iran dopo gli attacchi israeliani e sento le grida in persiano, la lingua di mia madre, la sensazione di trauma interiore è diversa. Il pensiero che questa distruzione venga compiuta dal Paese di cui ho la cittadinanza è intollerabile.

Nel corso degli anni l’opinione pubblica israeliana si è andata convincendo di poter esistere in questa regione nutrendo un profondo disprezzo per i suoi vicini – impegnandosi in aggressioni mortali contro chiunque, in qualunque luogo e in qualunque modo volesse, contando unicamente sulla forza bruta. Per circa 80 anni “la vittoria totale” è apparsa proprio dietro l’angolo: basta sconfiggere i palestinesi, eliminare Hamas, schiacciare il Libano, distruggere gli impianti nucleari dell’Iran – e il paradiso sarà nostro.

Ma per quasi 80 anni queste cosiddette “vittorie” si sono dimostrate vittorie di Pirro. Ognuna affonda Israele in un abisso sempre più profondo di isolamento, minaccia e odio. La Nakba del 1948 ha provocato la crisi dei rifugiati che non ha mai fine ed ha posto le fondamenta per il regime di apartheid. La vittoria del 1967 ha dato inizio ad un’occupazione che continua ad alimentare la resistenza palestinese. La guerra di ottobre 2023 si è trasformata in un genocidio che ha fatto di Israele un paria mondiale.

L’esercito israeliano – centrale per tutto questo processo – è diventato una folle arma di distruzione di massa. Mantiene il suo status rilevante in mezzo ad un pubblico obnubilato da bravate clamorose: cercapersone che esplodono nelle tasche della gente in un mercato libanese, o una base di droni piantata nel cuore di uno Stato nemico. E sotto il comando di un governo genocida sprofonda sempre più in guerre da cui non ha idea di come uscire.

Per tanti anni, sotto l’incantesimo di questo esercito ritenuto onnipotente, la società israeliana si è convinta di essere invulnerabile. La totale venerazione per l’esercito da un lato e dall’altro il disprezzo arrogante per i vicini nella regione hanno coltivato la persuasione che non avremmo mai pagato un prezzo. Poi è arrivato il 7 ottobre, che ha mandato in frantumi – anche se solo per un momento – l’illusione di immunità. Ma invece di fare i conti con il significato di quel momento l’opinione pubblica si è arresa ad una campagna di vendetta. Perché solo attraverso un massacro il mondo avrebbe riacquistato senso: Israele uccide, i palestinesi muoiono. L’ordine è restaurato.

Ecco perché le immagini di edifici bombardati a Ramat Gan, Rishon LeZion, Bat Yam, Tel Aviv e Tamra (una cittadina araba in Galilea) erano così impattanti. Erano simili in modo inquietante a quelle che ci siamo abituati a vedere da Gaza: scheletri di cemento carbonizzati, nuvole di polvere, strade ricoperte di macerie e cenere, giocattoli di bambini stretti nelle mani dei soccorritori. Queste immagini hanno assestato una piccola crepa nella nostra illusione collettiva, che noi siamo immuni a tutto. Le vittime civili da entrambe le parti – 13 israeliani e almeno 128 iraniani – mettono in evidenza il costo umano di questo nuovo fronte, anche se la portata rimane ben lontana dalla devastazione sistematicamente inflitta a Gaza.

L’esercito come dottrina

Ci fu un tempo in cui alcuni leader ebrei in Israele capirono che la nostra esistenza in questa regione non poteva sostenersi sull’illusione di una totale immunità. Probabilmente non mancava loro un senso di superiorità, ma colsero la verità fondamentale. Il defunto parlamentare Yossi Sarid una volta richiamò Yitzhak Rabin dicendogli: “Una nazione che mostra i muscoli per cinquant’anni – alla fine sfiancherà quei muscoli.” Rabin capì che vivere per sempre impugnando la spada, contrariamente alla terrificante promessa di Netanyahu, non è un’opzione praticabile.

Oggi non ci sono più politici ebrei di quel genere in Israele. Quando la sinistra sionista esplode in festeggiamenti per il temerario attacco all’Iran, rivela un ostinato attaccamento alla fantasia che, qualunque cosa facciamo o per quanto profondamente ci alieniamo dalla regione in cui viviamo, l’esercito ci proteggerà sempre.

Un popolo forte, un esercito determinato e un fronte interno resiliente. Ecco in che modo abbiamo sempre vinto ed ecco come vinceremo anche oggi”, ha scritto Yair Golan, capo del Partito dei Democratici – una unione dei partiti della sinistra sionista Meretz e Labor – in un post su X in seguito allo sciopero di venerdì. La sua compagna di partito, deputata Naama Lazimi, è intervenuta per ringraziare “gli avanzati sistemi di intelligence e la loro superiorità. L’esercito e tutti i sistemi di sicurezza. Gli eroici piloti e l’aviazione militare. I sistemi di difesa di Israele.”

Sotto questo aspetto l’illusione di immunità garantita dall’esercito è ancora più netta nella sinistra sionista che nella destra. La risposta della destra all’ansia sulla sicurezza è l’annichilimento e la pulizia etnica – quello è il suo scopo finale. Ma il centro-sinistra ripone la sua fiducia quasi totalmente nelle capacità presumibilmente illimitate dell’esercito. Senza dubbio il centro-sinistra ebreo in Israele ha un culto dell’esercito molto più fervente della destra, che lo considera semplicemente come uno strumento per realizzare la sua strategia di distruzione e pulizia etnica.

Noi israeliani lo dobbiamo capire: non siamo invulnerabili. Un popolo la cui intera esistenza dipende unicamente dalla potenza militare è destinato a perdersi nella più infame dissoluzione e, in ultima analisi, alla disfatta. Se non abbiamo imparato questa elementare lezione dagli ultimi due anni, per non parlare degli ultimi ottanta, allora siamo davvero perduti. Non a causa del programma nucleare iraniano o della resistenza palestinese, ma della cieca arroganza che si è impadronita di un’intera nazione.

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata in ebraico su Local Call.

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. E’ a capo del consiglio esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. I suoi scritti si occupano delle linee che intersecano e definiscono la sua identità in quanto Mizrahi (ebrei orientali, ndtr.), donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive dentro un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra di esse.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Più Israele uccide, più l’Occidente lo dipinge come una vittima.

Joseph Massad

14 giugno 2025 – Middle East Eye

Da Gaza a Teheran, la guerra in espansione di Israele viene giustificata dall’Occidente come autodifesa, proprio come nel 1967, quando una guerra di conquista fu salutata come un trionfo di civiltà.

Venerdì di primo mattino Israele ha lanciato attacchi aerei non provocati in profondità all’interno del territorio iraniano, prendendo di mira siti vicino a Isfahan e Teheran. Tra le vittime ci sarebbero scienziati, alti funzionari governativi e civili, tra cui donne e bambini.

Tuttavia, nel giro di poche ore, leader e organi di informazione occidentali hanno definito l’aggressione israeliana in termini di autodifesa “preventiva”. Funzionari statunitensi hanno affermato che Israele ha agito per contrastare una “imminente” minaccia iraniana, mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha insistito sul fatto che gli attacchi erano necessari per contrastare “l’aggressione iraniana” e proteggere gli americani.

Nonostante le continue aggressioni militari di Israele in tutta la regione in Occidente ha prevalso, fin da prima della sua fondazione come regime coloniale di insediamento nel 1948, una rappresentazione di Israele come vittima delle sue stesse vittime, piuttosto che come stato violento e predatorio.

Più terre e popoli Israele assoggetta e opprime maggiore è l’insistenza con cui l’Occidente lo dipinge come vittima.

La scelta di questo modo di rappresentare Israele non è casuale.

Nel 1936, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Rivolta Palestinese contro il colonialismo d’insediamento sionista e l’occupazione britannica, il leader sionista polacco David Ben-Gurion (il cui nome alla nascita era Grun) spiegò come i sionisti dovessero presentare la loro conquista della Palestina.

Non siamo arabi, e gli altri ci valutano con criteri diversi… I nostri strumenti di guerra sono diversi da quelli degli arabi, e solo i nostri strumenti possono garantire la nostra vittoria. La nostra forza sta nella difesa… e questa forza ci darà una vittoria politica se l’Inghilterra e il mondo sapranno che ci stiamo difendendo e non attaccando.

Nel 1948, e in linea con questa strategia sionista, la narrazione occidentale dominante dipinse i sionisti, che massacravano i palestinesi e li espellevano dalla loro patria, come povere vittime che si limitavano a difendersi dalla popolazione indigena di cui avevano conquistato le terre.

Tuttavia fu la conquista “difensiva” della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele – proprio 58 anni fa – a consolidarne saldamente l’immagine di “vittima” assediata e a gettare le basi per il genocidio in corso a Gaza.

Oggi persino questo genocidio viene presentato in Occidente come una questione di autodifesa. Israele, ci viene detto, rimane vittima delle sue vittime – tra cui le 200.000 che ha ucciso o ferito nella sua ultima guerra per “difendersi”.

Sacro vittimismo

In Occidente la guerra del giugno 1967 consacrò Israele come vittima intoccabile.

I suoi sostenitori si moltiplicarono, sia tra i cristiani occidentali che tra gli ebrei, che consideravano arabi e palestinesi gli oppressori di Israele.

In effetti fu proprio questo clima di estrema ostilità anti-araba a segnare una svolta nel processo di politicizzazione del compianto Edward Said, intellettuale che ne fu testimone diretto negli Stati Uniti.

Le conquiste territoriali di Israele furono celebrate come atti di eroica autodifesa, un’inversione deliberata tra vittima e aggressore che continua a plasmare la percezione occidentale.

Una rassegna dei cosiddetti successi della guerra del 1967 e della pianificazione che li ha preceduti aiuta a spiegare perché Israele sia ancora dipinto come vittima nonostante uccisioni di massa e l’espulsione forzata della popolazione palestinese.

Tra il 1948 e il 1967 Israele distrusse circa 500 villaggi palestinesi, sostituendoli con colonie ebraiche. Questa cancellazione fu salutata in Occidente come un miracolo: la costruzione di uno Stato ebraico dopo l’Olocausto, nonostante l’odiosa resistenza dei palestinesi indigeni che cercavano di salvare la loro patria.

Lo storico Isaac Deutscher, spesso descritto come un critico del sionismo, definì la cancellazione della Palestina e dei palestinesi da parte di Israele “una meraviglia e un prodigio della storia”, simile ai “grandi miti e leggende eroiche” dell’antichità.

Moshe Dayan, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, così rifletteva sui suoi leggendari successi nella distruzione della Palestina nel 1969: “Villaggi ebraici sono stati costruiti al posto di villaggi arabi. Non conoscete nemmeno i nomi di questi villaggi arabi, e non vi biasimo, perché quei libri di geografia non esistono più. Non solo non esistono i libri, ma nemmeno i villaggi arabi”.

L’orgoglio di Dayan per il furto di terre palestinesi da parte di Israele lo aveva portato, un anno prima, a esortare gli israeliani a non dire mai ‘basta’ quando si trattava di acquisire territorio: ‘Non dovete fermarvi – Dio non voglia – e dire: ‘è tutto; fino a qui, fino a Degania, a Muffalasim, a Nahal Oz!’ Perché questo non è tutto.”

Complicità dell’Occidente

In Occidente il fatto che i sionisti abbiano fondato il loro Stato su terra palestinese rubata non è mai stato motivo di critica.

Pur glorificando i leggendari furti di terre da parte di Israele le potenze occidentali erano dispiaciute per le sue dimensioni ridotte e ne hanno sostenuto i piani espansionistici coloniali, già ampiamente in atto. Dopotutto se Israele era la vittima aveva ovviamente bisogno di occupare ancora più territori.

Questa opinione è stata recentemente ripresa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a febbraio ha difeso il piano di Israele di annettere la Cisgiordania affermando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.

L’avidità di Israele per la terra altrui divenne inequivocabilmente evidente prima e dopo l’invasione e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai nel 1956.

Dopo questa conquista il laico David Ben-Gurion, primo ministro fondatore di Israele, si dedicò a discorsi biblici, affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”.

L’invasione e l’occupazione vittoriose, affermò, restituirono “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, come gli israeliani si affrettarono a rinominare l’isola egiziana di Tiran, “tornerà a far parte del Terzo Regno di Israele”.

Nel pieno della rivalità inter-imperiale con Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti insistettero per il ritiro israeliano, suscitando l’indignazione di Ben-Gurion: “Fino alla metà del VI secolo l’indipendenza ebraica fu mantenuta sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”.

Ben Gurion dichiarò inoltre la Striscia di Gaza “parte integrante della nazione”. Invocando la profezia biblica di Isaia, giurò: “Nessuna forza, qualunque sia la sua natura, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.

Nonostante il sostegno popolare a Israele in Occidente, gli israeliani si ritirarono quattro mesi dopo sotto la pressione dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. L’Egitto accolse la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (Unef) sul suo lato del confine, ma Israele si rifiutò di ricevere osservatori dell’Unef.

Strategia espansionistica

Nel 1954, il Ministro della Difesa Pinhas Lavon “propose di entrare nelle zone smilitarizzate [al confine tra Israele e Siria], di conquistare le alture al di là del confine siriano [quindi una parte o la totalità delle alture del Golan] e di entrare nella Striscia di Gaza o conquistare una posizione egiziana vicino a Eilat”.

Dayan ipotizzò anche la conquista di Ras al-Naqab, a sud, nel territorio egiziano, o di una parte del Sinai, a sud di Rafah, fino al Mediterraneo. Nel maggio del 1955, propose persino che Israele annettesse la parte del Libano a sud del fiume Litani.

Gli israeliani portarono avanti anche dei piani per rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano completato la conquista dell’intera area.

Oltre a questi furti e occupazioni di terre le ambizioni territoriali di Israele si espansero costantemente tra il 1948 e il 1967. Cercò ripetutamente di provocare le sue vittime arabe a rispondere agli attacchi, al fine di creare un pretesto per invadere le ambite terre arabe, continuando a presentarsi come vittima delle sue vittime.

Il 13 novembre 1966 gli israeliani invasero il villaggio di Samu, nella Cisgiordania meridionale, oltrepassando il confine con la Giordania, e fecero saltare in aria più di 125 case, insieme all’ambulatorio e alla scuola del villaggio.

I soldati giordani che reagirono all’attacco caddero in un’imboscata prima di raggiungere il villaggio. Gli israeliani uccisero 15 soldati e tre civili, ferendone altri 54.

Nell’aprile del 1967 gli israeliani minacciarono la Siria, dopo un’ulteriore erosione della zona demilitarizzata attraverso l’invio di contadini, trattori e soldati travestiti da poliziotti. Quando i siriani risposero con colpi di mortaio, le “vittime” israeliane lanciarono 70 aerei da combattimento, bombardarono la stessa Damasco e uccisero 100 siriani.

Casus belli prefabbricato

Le provocazioni israeliane indignarono l’opinione pubblica araba.

Nel maggio del 1967 il leader egiziano Gamal Abdel Nasser cedette alla fine alle pressioni popolari provenienti da tutto il mondo arabo per rimuovere dall’Egitto l’Unef, unità militari che Israele non aveva mai accettato sul suo versante del confine, e per chiudere alle navi israeliane lo Stretto di Tiran, all’imbocco del Mar Rosso. Secondo il diritto internazionale si trattava di un’operazione legale in quanto lo stretto rientrava nelle acque territoriali egiziane.

Nasser inviò due divisioni dell’esercito nel Sinai per proteggere il confine dopo la partenza dell’Unef e chiuse lo stretto, attraverso il quale passava meno del 5% delle navi israeliane.

Israele, che aveva provocato la reazione araba e aspettava una scusa giusta per attaccare le sue vittime e rubare le loro terre, ora ne aveva diverse.

Il 5 giugno 1967 Israele invase Egitto, Giordania e Siria. Nel giro di sei giorni occupò, per la seconda volta in un decennio, la Striscia di Gaza e la penisola egiziana del Sinai fino al Canale di Suez, oltre all’intera Cisgiordania e alle alture del Golan siriane.

A differenza del mondo arabo, che definisce l’invasione come la “Guerra del giugno 1967”, gli israeliani e i loro sponsor imperialisti occidentali non solo insistono sul fatto che Israele sia stato “invaso” piuttosto di aver attaccato i suoi vicini arabi, ma chiamano anche le sue molteplici invasioni la “Guerra dei sei giorni”, paragonando Israele a Dio, che creò un mondo nuovo in sei giorni e si riposò il settimo.

L’Occidente esplose in una sfrenata esultanza razzista.

Il Daily Telegraph definì la guerra “Il trionfo dei civilizzati”, mentre il quotidiano francese Le Monde dichiarò che la conquista israeliana aveva “liberato” l’Europa “dalla colpa di cui si era macchiata in seguito al dramma della Seconda Guerra Mondiale e, prima ancora, per le persecuzioni che, dai pogrom russi all’affare Dreyfus, hanno accompagnato la nascita del sionismo”. Nel continente europeo, gli ebrei ebbero finalmente la loro rivincita, ma ahimè, sulla pelle degli arabi, sulla tragica e stupida accusa: “andarono come pecore al macello”.

Cancellare la Palestina

Come avevano fatto nel 1948, gli israeliani procedettero a cancellare dalla mappa i villaggi palestinesi in Cisgiordania, tra cui Beit Nuba, Imwas e Yalu, espellendone i 10.000 abitanti.

Continuarono a decimare, tra gli altri, i villaggi di Beit Marsam, Beit Awa, Hablah e Jiftlik.

A Gerusalemme Est gli israeliani irruppero nel quartiere Mughrabi [maghrebino, ndt.], così chiamata sette secoli prima, quando i volontari Mughrabi provenienti dal Nord Africa si unirono alla guerra di Saladino contro i crociati franchi.

Il quartiere era stato per secoli proprietà di una fondazione islamica. Migliaia di abitanti ebbero solo pochi minuti per abbandonare le proprie case, che furono immediatamente rase al suolo per far spazio alle masse ebraiche conquistatrici, che entrarono nella Città Vecchia e celebrarono la vittoria di fronte al Muro di Buraq, il cosiddetto “Muro Occidentale”.

Il primo governatore militare israeliano dei territori occupati, l’irlandese Chaim Herzog, che sarebbe poi diventato il sesto presidente di Israele, si attribuì il merito della distruzione dell’antico quartiere densamente popolato.

Nel tipico stile razzista israeliano, lo descrisse come un “gabinetto” che “avevano deciso di rimuovere”. Questo è evidentemente ciò che fanno le vittime “civilizzate” quando trionfano sulle loro stesse vittime.

Le jeep israeliane attraversarono Betlemme minacciando attraverso gli altoparlanti la popolazione: “Avete due ore per lasciare le vostre case e fuggire a Gerico o ad Amman. Se non lo fate le vostre case saranno bombardate”.

Seguì un’espulsione di massa, con oltre 200.000 palestinesi costretti ad attraversare il fiume Giordano per raggiungere la riva orientale. Come nel 1948, civili e soldati israeliani saccheggiarono le proprietà palestinesi.

A Gaza fino al dicembre 1968 le forze israeliane espulsero 75.000 palestinesi e impedirono ad altri 50.000, che al momento della guerra del 1967 lavoravano, studiavano o erano in viaggio in Egitto o altrove, di tornare a casa.

L’ONU registrò 323.000 palestinesi sfollati da Gaza e dalla Cisgiordania, 113.000 dei quali erano rifugiati del 1948 ora espulsi per la seconda volta.

A quanto pare, anche questo fu ritenuto coerente con un comportamento “civilizzato”.

“Vittime civilizzate”

Israele espulse più di 100.000 siriani dalle alture del Golan. Alla fine della guerra ne erano rimasti solo 15.000.

Distrusse 100 città e villaggi siriani, trasferendone le terre ai coloni ebrei. Nel Sinai, dove la popolazione all’epoca era composta principalmente da beduini e contadini, 38.000 persone divennero profughe.

Durante la guerra Israele uccise più di 18.000 egiziani, siriani, giordani e palestinesi, perdendo meno di 1.000 soldati.

Durante e dopo la guerra gli israeliani uccisero a colpi di arma da fuoco almeno 1.000 prigionieri di guerra egiziani che si erano arresi, costringendo molti a scavarsi la fossa prima di essere giustiziati.

Inoltre uccisero i palestinesi che prestavano servizio nell’esercito egiziano, selezionandoli appositamente per l’esecuzione. Con l’avanzare dell’occupazione Israele continuò a deportare centinaia di palestinesi.

Tutto ciò costituì, agli occhi dell’Occidente, un’ulteriore dimostrazione di ciò che le vittime “civilizzate” fanno quando conquistano le terre di coloro che considerano incivili.

Eppure, nonostante i consueti crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il palese razzismo anti-arabo e il disprezzo suprematista, la conquista israeliana fu comunque presentata come una giusta vittoria delle “vittime” israeliane sui loro “oppressori” arabi.

Espansione coloniale

Mentre un coro filo-israeliano in Occidente insisteva sul fatto che il povero Israele stesse mantenendo la sua brutale occupazione dei territori conquistati nel 1967 per poi barattarli con le sue vittime di guerra in cambio della pace, in realtà Israele stava portando avanti il processo di colonizzazione.

Facciamo un rapido inventario.

Nel 1977, 10 anni dopo l’invasione, uno dopo l’altro i governi laburisti israeliani avevano annesso Gerusalemme Est, costruito 30 colonie ebraiche nella sola Cisgiordania e quattro nella Striscia di Gaza, con altre in costruzione.

Oltre 50.000 coloni ebrei si erano già trasferiti nelle colonie fondate a Gerusalemme Est, che vennero deliberatamente e fraudolentemente definite “quartieri”.

Prima che il partito Likud salisse al potere i governi laburisti fondarono anche la maggior parte dei 18 insediamenti coloniali nella penisola del Sinai.

Nel 1972 i laburisti espulsero 10.000 egiziani dopo aver confiscato le loro terre nel 1969. Le loro case, i raccolti, le moschee e le scuole furono rase al suolo per far posto a sei kibbutz, nove insediamenti rurali ebraici e la colonia ebraica di Yamit nel Sinai occupato.

Alla fine le colonie del Sinai furono smantellate nel 1982, in seguito alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele.

Nella Siria occupata Israele istituì la sua prima colonia ebraica, il Kibbutz Golan, nel luglio del 1967.

Durante una visita alle alture del Golan subito dopo la guerra del 1967 il Primo Ministro laburista israeliano Levi Eshkol, il cui nome alla nascita era Shkolnik, fu sopraffatto dalla nostalgia per il suo luogo di nascita, esclamando con gioia: “Proprio come in Ucraina”.

Gli israeliani sfrattarono circa 5.000 rifugiati palestinesi dalle loro case nel “Quartiere ebraico” di Gerusalemme Est, che non era mai stato esclusivamente ebraico e che, prima del 1948, era di proprietà ebraica per meno del 20%. All’epoca, le proprietà ebraiche consistevano in non più di tre sinagoghe con le relative pertinenze.

Nel 1948 i 2.000 abitanti ebrei del quartiere fuggirono nella parte sionista quando l’esercito giordano salvò Gerusalemme Est dal saccheggio e dall’occupazione sionista.

Anche prima del 1948 musulmani e cristiani costituivano la maggioranza degli abitanti del “Quartiere Ebraico” di 2 ettari, e la maggior parte degli ebrei viveva in affitto in abitazioni di proprietà loro o di istituti cristiani o musulmani.

Dopo la conquista israeliana il quartiere fu notevolmente ampliato fino a coprire oltre 16 ettari.

Il Custode Giordano dei Beni degli Assenti [istituzione con sede in Giordania responsabile della gestione delle proprietà di individui divenuti “assenti” a causa del conflitto del 1948, ndt.] aveva conservato tutti i beni ebraici a nome dei loro proprietari originari e non li aveva mai espropriati.

Dopo il 1967 il governo israeliano restituì le proprietà ebraiche a Gerusalemme Est ai loro originari proprietari ebrei israeliani, confiscando al contempo tutte le proprietà palestinesi nel quartiere.

Nel frattempo, le proprietà palestinesi a Gerusalemme Ovest, confiscate da Israele nel 1948, non furono mai restituite ai palestinesi di Gerusalemme Est che, ora sotto occupazione, le rivendicavano.

Il rifacimento di Gerusalemme

Il 29 giugno 1967 Israele pose Gerusalemme Est occupata sotto la municipalità ampliata di Gerusalemme Ovest. Destituì e successivamente deportò il sindaco palestinese-giordano, sciolse il consiglio comunale e collocò la città sotto una amministrazione esclusivamente ebraica.

Subito dopo la conquista l’area fu dichiarata “sito di interesse archeologico”, con il divieto di qualsiasi costruzione.

Le autorità israeliane avviarono scavi archeologici sotterranei alla disperata ricerca del tempio ebraico, portando alla distruzione di numerosi edifici storici palestinesi, tra cui l’ospedale Fakhriyyah del XIV secolo e la scuola al-Tankiziyya.

Nel 1980 Israele annesse ufficialmente la città, un’azione dichiarata “nulla e priva di valore” da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli scavi e le trivellazioni sotto e accanto ai luoghi santi musulmani procedettero a ritmo serrato alla ricerca dell’inafferrabile Primo Tempio, che non è mai stato trovato, ammesso che sia mai esistito.

Seguirono presto sfratti di palestinesi di Gerusalemme. Coprifuoco periodici e punizioni collettive furono imposti in tutti i territori occupati.

Inoltre gli israeliani ribattezzarono la Cisgiordania “Giudea e Samaria” e cambiarono i nomi di città e strade per adattarli alle loro fantasie bibliche.

Tutto questo e molto altro hanno preceduto l’attuale genocidio e suscitato elogi o indifferenza da parte dei sostenitori e finanziatori occidentali di Israele.

Un modello persistente

Sembra che il sostegno a Israele da parte dei principali mezzi di informazione occidentali aumenti in proporzione alla sua crudeltà verso le vittime.

La Nakba perpetrata nel 1948 e il sistema di apartheid imposto ai palestinesi che non riuscì a espellere tra il 1948 e il 1967 furono salutati come epiche conquiste da parte delle “vittime ebree” contro le popolazioni a cui avevano rubato le terre e distrutto la vita.

Ma se oggi in Occidente è considerato un crimine morale descrivere la risposta palestinese al colonialismo israeliano in corso come resistenza, lo stesso Ben-Gurion non esitò a chiamarla proprio così nel 1938.

La rivolta palestinese, spiegò, “è una resistenza attiva dei palestinesi a quella che considerano un’usurpazione della loro patria da parte degli ebrei: ecco perché combattono”.

Proseguì: “Dietro i terroristi c’è un movimento che, sebbene primitivo, non è privo di idealismo e abnegazione… noi siamo gli aggressori e loro si difendono. Il paese è loro perché lo abitano, mentre noi vogliamo venire qui e stabilirci, e dal loro punto di vista vogliamo portargli via il loro paese mentre ne siamo ancora fuori”.

A parte questo, è stata la capacità “difensiva” e quasi divina di Israele di annientare le sue vittime nel 1967 a convincere l’Occidente della sua nobile capacità civilizzatrice.

Quella guerra è diventata il modello persistente per le cosiddette campagne “preventive” di Israele, guerre che espandono la sua portata coloniale pur consentendogli di atteggiarsi a vittima innocente.

Quindi non sorprende che i sostenitori occidentali di Israele abbiano invocato questo retaggio non solo dopo i suoi ultimi attacchi contro l’Iran, ma anche durante la sua campagna genocida a Gaza e la sua aggressione di più ampia portata in Cisgiordania, Libano, Siria e Yemen. A loro avviso, Israele non si sta semplicemente difendendo, ma agisce in rappresentanza dell’Occidente.

Il suo attuale furioso accanimento è l’ennesima dimostrazione lampante di ciò che le “vittime” occidentali possono e dovrebbero fare alle loro vittime non occidentali.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è docente di politica e storia intellettuale araba moderne alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Conseguenze coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania, ndt.], “Desiring Arabs” [Desideri degli arabi, ndt.], “The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians” [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e i palestinesi, ndt.] e, più recentemente, “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberismo, ndt.]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cartellino rosso per genocidio: perché la FIFA deve essere ritenuta responsabile

Ramzy Baroud

12 giugno 2025 – Middle East Monitor

I tifosi di tutto il mondo stanno contestando senza mezzi termini il continuo sostegno della FIFA a Israele, organizzandosi con una coesione senza precedenti a sostegno della Palestina. A differenza di azioni precedenti, questa mobilitazione è ora notevolmente ben coordinata, ampia e solida. Sono lontani i tempi in cui gran parte della solidarietà sportiva emergeva dalla tifoseria di club come il Celtic, il Deportivo Palestino o squadre arabe. Gaza è ora il fulcro indiscusso della solidarietà sportiva mondiale. Le conseguenze di ciò sono probabilmente le più significative in termini di raggiungimento di una consapevolezza globale totale in particolare del genocidio israeliano a Gaza, ma anche dell’occupazione militare israeliana e dell’apartheid in tutta la Palestina occupata.

Per anni, i media mainstream hanno fatto del loro meglio per ignorare bandiere, striscioni e cori pro-Palestina. Quando la solidarietà ha superato livelli tollerabili, che si trattasse di Scozia o Cile, la FIFA ha represso con multe e varie altre misure punitive. Oggi, tuttavia, tali tattiche stanno fallendo completamente. A volte, il Celtic Park sembra essere un’enorme manifestazione pro-Palestina, e numerosi altri club si stanno unendo o stanno intensificando i loro sforzi.

Il 31 maggio, durante la finale di UEFA Champions League del Paris Saint-Germain contro l’Inter, è sembrato che tutte le attività dei tifosi del PSG si siano concentrate sulla Palestina. I cori di “Nous sommes tous les enfants de Gaza” – “Siamo tutti i bambini di Gaza” – risuonavano ovunque, dentro e fuori dallo stadio. Non appena Achraf Hakimi ha segnato il gol del vantaggio, sullo sfondo si è srotolata un’enorme bandiera: “FERMATE IL GENOCIDIO A GAZA”.

Questi atti di solidarietà sportiva senza precedenti sono molto simili al boicottaggio sportivo del Sudafrica dell’apartheid, iniziato a metà degli anni ’60. Questi boicottaggi sono stati determinanti nello scatenare il dibattito e spostare la discussione sull’apartheid dalle aule accademiche alle piazze.

Sebbene quanto sopra sia vero, i due casi non sono sempre paragonabili. All’epoca, grazie agli sforzi dei governi del Sud del mondo, i boicottaggi iniziarono in gran parte a livello istituzionale e ottennero gradualmente un massiccio sostegno popolare.

Nel caso palestinese, invece, si registra un completo collasso morale da parte di istituzioni come la FIFA, mentre sono i tifosi a sostenere la solidarietà.

Ma la FIFA non ha ancora preso alcuna misura contro Israele, nonostante il palese razzismo all’interno delle istituzioni sportive israeliane e il danno diretto che sta infliggendo allo sport palestinese. La scusa preferita dalla FIFA è lo slogan: “Sport e politica non vanno d’accordo”. Ma se così fosse, perché allora la FIFA ha combinato perfettamente le due cose dopo l’invasione russa dell’Ucraina?

Quasi subito dopo l’inizio della guerra i paesi occidentali, con la pretesa di parlare a nome della comunità internazionale, hanno iniziato a imporre centinaia, e poi migliaia, di sanzioni contro la Russia, che si è ritrovata isolata in ogni ambito, incluso lo sport. La FIFA si è subito schierata.

Sebbene sia iniziata molto prima del genocidio israeliano a Gaza, riguardo alla Palestina l’ipocrisia è sconfinata. Ogni sforzo palestinese, spesso sostenuto da associazioni arabe, musulmane e del Sud del mondo, per ritenere Israele responsabile dell’apartheid e dell’occupazione militare si è scontrato con un fallimento sistematico. Ogni volta, la risposta è la stessa. La dichiarazione imbarazzante della FIFA dell’ottobre 2017 ne è un esempio lampante.

La dichiarazione era una risposta al rapporto finale del “Comitato di monitoraggio FIFA Israele-Palestina” che faceva seguito alle ripetute richieste da parte di organizzazioni internazionali di indagare sulla questione dell’occupazione israeliana e sulla necessità che la FIFA chiamasse Israele a rispondere delle proprie azioni.

La replica è stata netta: “La situazione attuale (…) non ha nulla a che fare con il calcio”. È di “eccezionale complessità e delicatezza” e non può essere “modificata unilateralmente da organizzazioni non governative come la FIFA”. Lo “status finale dei territori della Cisgiordania” è di competenza delle competenti autorità di diritto pubblico internazionale.

La dichiarazione concludeva che “la FIFA… deve rimanere neutrale rispetto alle questioni politiche”, aggiungendo che l’associazione “si asterrà dall’imporre sanzioni” a Israele e che “la questione è dichiarata chiusa”.

Da allora molto è cambiato. Ad esempio, nel luglio 2018, Israele si è dichiarato un paese riservato agli ebrei, da cui la Legge sullo Stato nazionale. Ha inoltre approvato una legge nel luglio 2020 che consente l’annessione della Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre 2023 ha lanciato un genocidio contro Gaza.

I termini delle accuse questa volta non provengono dai palestinesi e loro alleati. È il linguaggio delle istituzioni internazionali che stanno indagando attivamente sulle orribili violazioni commesse da Israele a Gaza.

Sebbene la FIFA possa ancora affermare che la questione sia troppo “complessa” e “delicata”, come può ignorare che oltre 700 atleti palestinesi sono stati uccisi e oltre 270 impianti sportivi sono stati distrutti nei primi 14 mesi di guerra?

Qui va detto qualcosa sulla tenacia dei palestinesi, una qualità che non dipende dall’azione o dall’inazione della FIFA. La nazionale di calcio palestinese continua a crescere e, cosa ancora più impressionante, i bambini palestinesi di Gaza riescono in qualche modo a crearsi spazi persino tra le rovine delle loro città per calciare un pallone, rubando così un momento di gioia agli orrori del genocidio.

Sebbene la FIFA continui a deludere la Palestina, gli appassionati di sport si rifiutano di essere parte di questa farsa morale. E, in definitiva, saranno la tenacia dei palestinesi e la crescente solidarietà con la loro giusta causa a costringere la FIFA ad agire, non solo per il bene della Palestina, o anche per il futuro dello sport, ma per la rilevanza stessa della FIFA.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Ad oltre 300 membri del ministero degli esteri del Regno Unito è stato detto di valutare le loro dimissioni se non fossero d’accordo con la politica su Gaza del governo

Redazione di MEMO

10 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì la BBC ha riportato che a più di 300 membri del ministero degli Esteri del Regno Unito che hanno espresso preoccupazioni riguardo alla potenziale complicità inglese nelle azioni di Israele a Gaza è stato detto che potrebbero licenziarsi se sono in forte disaccordo con le politiche governative.

Secondo la BBC ciò è accaduto dopo che una lettera interna inviata il mese scorso al ministro degli Esteri David Lammy aveva criticato le continue vendite inglesi di armi ad Israele e aveva accusato il governo israeliano di “totale… disprezzo del diritto internazionale.”

La lettera dei membri del ministero, datata 16 maggio e ottenuta dalla BBC, ha evidenziato le restrizioni di Israele sugli aiuti a Gaza, l’uccisione di 15 soccorritori a marzo e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata.

I firmatari, che rappresentano un ampio insieme di ruoli nel ministero degli Esteri a Londra e all’estero, hanno espresso timori che il loro ruolo nell’implementare la politica [governativa, ndt] potrebbe esporli ad essere chiamati a risponderne in futuri procedimenti contro il Regno Unito. Questa è almeno la quarta lettera simile inviata da funzionari pubblici dalla fine del 2023, e riflette il crescente disagio riguardo alla posizione del Regno Unito nel continuo aumento delle vittime civili a Gaza.

La BBC ha riferito che in una risposta del 29 maggio gli alti funzionari pubblici Sir Oliver Robbins e Nick Dyer hanno ammesso le preoccupazioni dei membri del ministero, ma hanno evidenziato che i funzionari pubblici devono ottemperare alle politiche governative “senza riserve” entro i limiti legali.

Essi hanno suggerito le dimissioni come un “percorso onorevole” per coloro che sono fortemente in disaccordo, provocando indignazione tra alcuni dei firmatari. Un anonimo funzionario ha detto alla BBC che la risposta ha mostrato un “profondo senso di delusione” e una riduzione dello spazio per il dissenso interno.

Il ministero degli Esteri ha difeso la sua posizione, affermando che ha i metodi per permettere ai funzionari di esprimere preoccupazioni e che il governo ha “rigorosamente applicato il diritto internazionale” a Gaza. Da quando ha assunto l’incarico, il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha sospeso 30 su 250 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando i rischi di serie violazioni del diritto umanitario internazionale.

Il 19 maggio il Regno Unito si è inoltre unito a Francia e Canada nella minaccia di “azioni concrete” se Israele non dovesse fermare la sua offensiva militare e revocare le restrizioni agli aiuti [a Gaza].

Critici, incluso un ex funzionario che ha parlato in forma anonima alla BBC, hanno definito “oscuramento” la risposta del ministero degli Esteri.

Il ministero degli Esteri ha reiterato la sua volontà di offrire un parere imparziale della pubblica amministrazione e ha osservato di aver creato un “Consiglio per i Problemi” e sessioni di ascolto per gestire le preoccupazioni dei suoi membri.

In ogni caso, il conflitto interno in corso evidenzia le sfide che il governo del Regno Unito si trova di fronte mentre la sua politica su Gaza si muove tra lo sguardo critico internazionale ed il dissenso interno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cos’è la Marcia Globale verso Gaza?

Redazione di Al Jazeera

10 giugno 2025 – Al Jazeera

La Marcia Globale verso Gaza intende fare pressione sui leader mondiali affinché pongano fine alla guerra genocida di Israele nell’enclave palestinese.

Migliaia di attivisti da tutto il mondo stanno marciando verso la Striscia di Gaza per cercare di rompere il soffocante assedio israeliano e attirare l’attenzione internazionale sul genocidio lì in corso.

Circa 1.000 persone che partecipano al tratto tunisino della Marcia Globale verso Gaza, noto come Convoglio Sumud [parola araba che significa “resilienza”, ndt.], sono arrivate in Libia martedì mattina, un giorno dopo la partenza dalla capitale tunisina, Tunisi. Ora si trovano in Libia dopo un’intera giornata di viaggio, ma non hanno ancora il permesso di attraversare la parte orientale del paese nordafricano.

Si prevede che il gruppo, composto principalmente da cittadini del Maghreb, la regione dell’Africa nord-occidentale, crescerà con l’adesione di persone provenienti dai Paesi attraversati nel suo percorso verso il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza.

Come faranno? Quando arriveranno? Di cosa si tratta?

Ecco tutto quello che c’è da sapere:

Chi è coinvolto?

Il Coordinamento di Azione Congiunta per la Palestina guida il Convoglio Sumud, facente parte della Marcia Globale per la Palestina.

In totale circa 1.000 persone viaggiano su un convoglio di nove autobus con l’obiettivo di fare pressione sui leader mondiali affinché intervengano a Gaza.

Sumud è sostenuto dal Sindacato Generale del Lavoro Tunisino, dall’Ordine Nazionale degli Avvocati, dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani e dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali.

Si coordina con attivisti e persone provenienti da 50 Paesi che arriveranno in aereo nella capitale egiziana, il Cairo, il 12 giugno, in modo che possano marciare tutti insieme verso Rafah.

Alcuni di questi attivisti sono affiliati a una serie di organizzazioni di base, tra cui il Movimento Giovanile Palestinese, Codepink Women for Peace negli Stati Uniti e Jewish Voice for Labour nel Regno Unito.

Come raggiungeranno il valico di Rafah?

Il convoglio di auto e autobus ha raggiunto la Libia. Dopo una breve sosta, il piano prevede di proseguire verso il Cairo.

“La maggior parte delle persone intorno a me prova coraggio e rabbia [per quello che sta succedendo a Gaza]”, ha detto Ghaya Ben Mbarek, una giornalista tunisina indipendente che si è unita alla marcia poco prima che il convoglio attraversasse il confine con la Libia.

Ben Mbarek è spinta dalla convinzione che, come giornalista, debba “stare dalla parte giusta della storia, fermando un genocidio e impedendo che la gente muoia di fame”.

Una volta che al Cairo Sumud si sarà unito ad altri attivisti si dirigerà a El Arish, nella penisola egiziana del Sinai, per poi intraprendere una marcia di tre giorni verso il valico di Rafah, a Gaza.

Gli attivisti incontreranno ostacoli?

Il convoglio non ha ancora ricevuto dalle autorità regionali il permesso di attraversare la Libia orientale. La Libia ha due amministrazioni rivali e, sebbene nella parte occidentale [della Libia, ndt.] il progetto della carovana sia stato accolto con favore, sono ancora in corso trattative con le autorità di quella orientale, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera un responsabile della carovana.

Gli attivisti avevano precedentemente dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press di non aspettarsi di essere ammessi a Gaza, ma sperano che il loro viaggio spinga i leader mondiali a costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida.

Un’altra preoccupazione riguarda l’Egitto, che ha dichiarato il tratto tra El Arish e il valico di Rafah come zona militare e non consente l’ingresso a nessuno che non vi risieda.

Il governo egiziano non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito alla concessione alla Marcia Globale verso Gaza del permesso di attraversare il suo territorio.

“Dubito che gli venga permesso di marciare fino a Rafah”, ha detto un attivista egiziano di lunga data, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza.

“La sicurezza nazionale viene sempre prima di tutto”, hanno dichiarato ad Al Jazeera.

Se il convoglio riuscisse a raggiungere il valico di Rafah, lì dovrà affrontare l’esercito israeliano.

Perché gli attivisti hanno scelto questo approccio?

I sostenitori della Palestina hanno provato di tutto nel corso degli anni mentre Gaza soffriva.

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, 20 mesi fa, i civili hanno protestato nelle principali capitali e intrapreso azioni legali contro i propri rappresentanti eletti per aver favorito la campagna di uccisioni di massa di Israele a Gaza.

Attivisti hanno navigato su diverse imbarcazioni che portavano aiuti umanitari verso Gaza, cercando di rompere il soffocante blocco imposto da Israele dal 2007; tutte sono state attaccate o intercettate da Israele.

Nel 2010, in acque internazionali, un commando israeliano salì a bordo della Mavi Marmara, una delle sei imbarcazioni della Freedom Flotilla in rotta verso Gaza. Uccise nove persone e un’altra morì in seguito per le ferite riportate.

La Freedom Flotilla ha continuato nei tentativi [di forzare il blocco], mentre Gaza subiva un assalto israeliano dopo l’altro.

L’attuale guerra di Israele contro Gaza ha spinto 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition a salpare il 1° giugno dall’Italia a bordo della Madleen nella speranza di fare pressione sui governi mondiali affinché fermassero il genocidio israeliano.

Tuttavia il 9 giugno gli attivisti sono stati sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali.

La Marcia Globale verso Gaza avrà successo?

Gli attivisti ci proveranno, anche se sono quasi certi di non riuscire a entrare a Gaza.

Affermano che restare inerti permetterà solo a Israele di continuare il suo genocidio finché la popolazione di Gaza non sarà morta o sottoposta a pulizia etnica.

“Il messaggio che la gente qui vuole inviare al mondo è che anche se ci fermate via mare o per via aerea, noi arriveremo a migliaia via terra”, ha detto Ben Mbarek.

“Attraverseremo letteralmente i deserti… per impedire che la gente muoia di fame”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Quanto è grave la situazione a Gaza?

Da quando Israele ha iniziato la sua guerra contro Gaza il 7 ottobre 2023 ha bloccato l’ingresso del cibo e dei rifornimenti nell’enclave palestinese, pianificando una mancanza di cibo che ha ucciso probabilmente migliaia di persone e potrebbe ucciderne altre centinaia di migliaia.

Israele ha bombardato Gaza a tappeto, uccidendo almeno 54.927 persone e ferendone più di 126.000.

Tempo fa alcuni giuristi hanno dichiarato ad Al Jazeera che le sofferenze a Gaza suggeriscono che Israele stia deliberatamente infliggendo condizioni volte a provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, in tutto o in parte: esattamente la definizione di genocidio.

L’indignazione globale è cresciuta mentre Israele continua a uccidere migliaia di civili, tra cui bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti.

Da marzo Israele ha rafforzato il suo dominio su Gaza, bloccando completamente gli aiuti e poi sparando alle persone in coda per ricevere i pochi aiuti a cui consente di entrare, provocando inconsuete dichiarazioni di condanna da parte dei governi occidentali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)