Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Soldati israeliani presentano un esposto mettendo in dubbio la legalità dell’Operazione Carri di Gedeone a Gaza

Redazione di MEMO

8 luglio 2025 – Middle East Monitor

Tre riservisti israeliani hanno presentato un esposto alla Corte Suprema sostenendo che l’operazione Carri di Gedeone dell’esercito a Gaza può infrangere il diritto internazionale, dato che sembra essere orientata al trasferimento forzato e all’espulsione della popolazione della Striscia di Gaza.

Secondo Haaretz lunedì il giudice della Corte Suprema Khaled Kabub ha sollecitato l’esercito israeliano a fornire una risposta ai querelanti nella speranza di evitare alla Corte la necessità di deliberare ulteriormente sulla materia.

In una lettera inviata ai soldati da un funzionario dell’ufficio del capo di stato maggiore israeliano, l’esercito ha dichiarato che “si è operato in tutta la Striscia di Gaza contro obiettivi terroristici per mezzo di bombardamenti e incursioni di terra.” Ha dichiarato che l’evacuazione degli abitanti è stata portata avanti “per ridurre il rischio ai civili,” aggiungendo che “l’esercito israeliano avvisa e permette ai civili nelle zone di combattimento di andarsene per proteggerli mentre si effettuano operazioni militari nell’area.”

Tuttavia i soldati querelanti hanno sottolineato che il trasferimento forzato e permanente dei palestinesi a Gaza – che il governo israeliano ha pubblicamente individuato come uno degli obiettivi della guerra – è un atto militare illegale e viola palesemente il diritto internazionale e i “valori e lo spirito dell’esercito israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il piano israeliano per il trasferimento forzato della popolazione di Gaza “Delinea crimini contro l’umanità”

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

7 luglio 2025 – The Guardian

L’esercito ha ricevuto l’ordine di trasformare le macerie di Rafah in una “città umanitaria”, ma gli esperti la definiscono un campo di concentramento per tutti i palestinesi di Gaza

Il Ministro della Difesa israeliano ha delineato un piano per costringere tutti i palestinesi di Gaza in un campo costruito sulle macerie di Rafah, un piano che esperti legali e accademici hanno definito un progetto di crimini contro l’umanità.

Secondo quanto riportato dal giornale Haaretz, Israel Katz ha affermato di aver ordinato all’esercito di prepararsi a costruire un campo, che lui ha chiamato “città umanitaria”, sui resti della città di Rafah.

Durante un briefing con giornalisti israeliani, Katz ha spiegato che i palestinesi sarebbero sottoposti a “controlli di sicurezza” prima di entrare e, una volta dentro, non sarebbe loro permesso di uscire.

Le forze israeliane controlleranno il perimetro del sito e inizialmente “trasferiranno” 600.000 palestinesi nella zona, per lo più persone attualmente sfollate nell’area di al-Mawasi.

L’obiettivo finale è concentrare l’intera popolazione di Gaza in quel campo e attuare “il piano di emigrazione, cosa che avverrà”, ha aggiunto Katz secondo Haaretz.

Da quando all’inizio dell’anno Donald Trump ha suggerito che un gran numero di palestinesi avrebbe dovuto lasciare Gaza per “ripulire” il territorio diversi politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno iniziato a promuovere con entusiasmo la deportazione forzata, spesso presentandola come un progetto statunitense.

Michael Sfard, uno dei più importanti avvocati per i diritti umani in Israele, ha dichiarato che il piano di Katz viola il diritto internazionale e contraddice direttamente le dichiarazioni rilasciate poche ore prima dall’ufficio del capo di stato maggiore israeliano secondo cui gli sfollamenti dei palestinesi a Gaza avvengono unicamente a scopo protettivo.

“Katz ha delineato un piano operativo per un crimine contro l’umanità. Non è nulla di meno”, ha detto Sfard. “Si tratta di trasferire la popolazione nell’estremità meridionale della Striscia di Gaza in preparazione alla deportazione fuori dalla Striscia.

Mentre il governo continua a definire la deportazione ‘volontaria’, la gente a Gaza è sottoposta a così tante misure coercitive che nessuna partenza può essere considerata consensuale dal punto di vista legale.

Se cacci qualcuno dalla sua terra, in un contesto di guerra, è un crimine di guerra; se lo fai su larga scala, come lui pianifica di fare, diventa un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Sfard.

Katz ha presentato il suo piano poco prima che Netanyahu arrivasse a Washington per incontrare Trump, che lo sottoporrà a una forte pressione per concordare un cessate il fuoco che ponga fine – o quantomeno sospenda – la guerra ormai giunta al ventunesimo mese.

Il Ministro della Difesa ha affermato che i lavori per la “città umanitaria” potrebbero iniziare durante una tregua, aggiungendo che Netanyahu sta cercando paesi disposti ad “accogliere” i palestinesi.

Parlando dalla Casa Bianca lunedì Netanyahu ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti stanno collaborando con altre nazioni per offrire ai palestinesi un “futuro migliore”.

 “Chi vuole restare, può farlo; chi vuole andarsene, dovrebbe poterlo fare”, ha detto prima di cenare con Trump.

Diversi politici israeliani, compreso il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sostengono con fervore la costruzione di nuovi insediamenti israeliani a Gaza.

Secondo Reuters, piani per la creazione di “aree di transito umanitarie” – destinate ad accogliere palestinesi dentro e forse fuori Gaza – erano già stati presentati all’amministrazione Trump e discussi alla Casa Bianca.

Il progetto, dal costo di 2 miliardi di dollari, secondo Reuters portava il nome della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). L’organizzazione dal canto suo ha negato di aver formulato proposte e ha affermato che le slide visionate dall’agenzia “non sono un documento della GHF”.

Preoccupazioni sui piani israeliani per lo sfollamento forzato dei palestinesi erano già emerse in seguito agli ordini militari per l’operazione lanciata questa primavera.

Sfard aveva rappresentato tre riservisti che avevano presentato un ricorso con il quale chiedevano che l’esercito revocasse gli ordini di ‘mobilitazione e concentramento’ della popolazione civile di Gaza e che fosse proibito ogni piano finalizzato a deportare i palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza.

L’ufficio del capo di stato maggiore Eyal Zamir, in una lettera in risposta alle loro richieste, ha dichiarato che né lo sfollamento dei palestinesi né il loro concentramento in una parte della Striscia di Gaza facevano parte degli obbiettivi dell’operazione.

Secondo il prof. Amos Goldberg, storico dell’olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme, questa dichiarazione è stata direttamente contraddetta da Katz.

Il ministro della Difesa, ha spiegato Goldberg, ha delineato un piano strutturato per la pulizia etnica di Gaza con l’obiettivo di creare “un campo di concentramento o un centro di transito per palestinesi prima di espellerli”.

“Non è né una città né un’operazione umanitaria”, ha dichiarato, commentando il progetto di Katz per il confinamento dei palestinesi.

“Una città è un luogo dove puoi lavorare, guadagnare, creare legami e muoverti liberamente.”

“Ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo che hanno in mente. Non sarà un luogo vivibile, così come ora non lo sono le ‘zone sicure’ “.

Goldberg ha sottolineato inoltre come il piano di Katz sollevi un interrogativo urgente: cosa accadrà ai palestinesi che rifiuteranno di obbedire all’ordine israeliano di trasferirsi nel nuovo complesso?

E ha aggiunto: “Cosa accadrà se i palestinesi rifiuteranno questa soluzione e si ribelleranno, visto che non sono del tutto indifesi?”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Rapporto sui legami del Tony Blair Institute con il progetto che promuove la pulizia etnica di Gaza

Redazione di MEE

6 luglio 2025 – Middle East Eye

Alcuni documenti mostrano che alcuni dipendenti del centro di ricerca fondato dall’ex primo ministro del Regno Unito sono coinvolti nelle discussioni su un piano per Gaza condannato in quanto promuove la pulizia etnica.

Il Tony Blair Institute (TBI) è stato associato a un progetto condannato da più parti perché propone la pulizia etnica di Gaza seguita da una radicale ricostruzione post-bellica della Striscia assediata.

Secondo documenti visionati dal Financial Times e rivelati domenica, i progetti includono una “Riviera Trump” e infrastrutture che prenderebbero il nome da ricchi regnanti del Golfo.

Il piano, delineato in una presentazione intitolata “La Grande Speranza”, è stato creato da un gruppo di uomini d’affari israeliani con l’appoggio di consulenti del Boston Consulting Group (BCG) [affermato centro di consulenza statunitense, ndt.]. Il piano del BCG presuppone che almeno il 25% dei palestinesi se ne vada “volontariamente”, e che la maggior parte di essi non ritorni più. Resta indefinito se i palestinesi avrebbero la possibilità di scegliere, ma la proposta è stata ampiamente condannata in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della popolazione nativa del territorio.

Lo scopo del progetto sarebbe quello di trasformare l’enclave ridotta in macerie da Israele in un lucroso centro di investimenti. Per questa proposta sono fondamentali programmi commerciali basati sulle criptovalute, zone economiche speciali con tassazione ridotta e isole artificiali sul modello del litorale di Dubai.

Benché il TBI insista di non avere né sostenuto né redatto la presentazione, due membri del suo personale hanno partecipato alla discussione riguardante l’iniziativa.

Il Tony Blair Institute è stato fondato dall’ex-primo ministro britannico Tony Blair nel 2016, apparentemente per promuovere riforme politiche globali e combattere l’estremismo.

In un documento interno del TBI, intitolato “Progetto economico per Gaza”, che è stato fatto circolare all’interno del gruppo, si trovano ambiziose proposte economiche e infrastrutturali. Tra queste un porto in acque profonde che collegherebbe Gaza al corridoio India-Medio Oriente-Europa e progetti per isole artificiali al largo della costa.

Significativamente, a differenza della proposta degli imprenditori israeliani, il documento del TBI non suggerisce l’espulsione dei palestinesi, un progetto che ha il sostegno del presidente USA Donald Trump ma che è stato condannato internazionalmente in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della Striscia. Benché alcune idee coincidano, il Tony Blair Institute sostiene di non aver giocato alcun ruolo nella stesura e nell’approvazione della presentazione del BCG.

Inizialmente il TBI ha negato qualsiasi coinvolgimento e un portavoce ha dichiarato al FT: “Il vostro articolo è assolutamente sbagliato… Il TBI non è stato coinvolto nella preparazione del piano.” Tuttavia, dopo che il FT ha presentato le prove dello scambio di messaggi all’interno di un gruppo di 12 persone comprendente personale del TBI, consulenti del BCG e organizzatori israeliani, l’istituto ha riconosciuto che il suo personale era al corrente e presente durante le relative discussioni. “Non abbiamo mai detto che il TBI non sapeva niente di quello su cui questo gruppo stava lavorando,” ha chiarito il portavoce. Il TBI sostiene di essere stato in “modalità d’ascolto” e che questo documento interno era una delle molte analisi degli scenari post-bellici che venivano presi in considerazione.

Blair era in modalità di ascolto

Il gruppo che sta dietro alla proposta include importanti investitori israeliani nella tecnologia come Liran Tancman e il finanziere Michael Eisenberg. Entrambi avrebbero giocato un ruolo nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) [l’organizzazione statunitense creata per sostituire l’ONU nella distribuzione di aiuti umanitari a Gaza in collaborazione con l’esercito israeliano, ndt.].

La credibilità della GHF è stata segnata da polemiche. Durante lo svolgimento caotico del progetto almeno 700 palestinesi sono stati uccisi e più di 4.000 feriti dalle forze israeliane mentre cercavano di aver accesso agli aiuti.

Phil Reilly, che, come riferito in precedenza da Middle East Eye, per otto anni è stato consulente del BCG e ha iniziato a discutere degli aiuti a Gaza con civili israeliani quando ricopriva ancora quel ruolo all’inizio del 2024, ha incontrato Tony Blair a Londra nei primi mesi di quest’anno.

Il TBI ha affermato che era stato Reilly a chiedere l’incontro e ha definitivo il coinvolgimento di Blair come limitato: “Il signor Blair ha solo ascoltato. Come sapete, il TBI non fa parte della GHF.”

Non è la prima volta che Blair e la sua fondazione devono affrontare polemiche. Blair è stato presidente onorario della sezione britannica del Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) israeliano, che ha ricevuto pesanti critiche per le sue attività, tra cui l’aver donato circa 1 milione 160.000 di euro a quella che ha definito come la “più grande milizia israeliana” e l’aver cancellato la Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato alle illegali colonie israeliane e a una rete islamofoba statunitense.

Una fonte aveva detto in precedenza al Financial Times che la GHF ha ricevuto una garanzia di 100 milioni di dollari da un Paese sconosciuto.

La presentazione di 30 pagine, condivisa con funzionari statunitensi e altri attori regionali, propone di affidare i terreni pubblici di Gaza a un’amministrazione fiduciaria gestita sotto la supervisione israeliana finché il territorio sarà “demilitarizzato e deradicalizzato.”

Ai proprietari privati verrebbero offerte criptovalute in cambio dei loro terreni e la promessa di abitazioni permanenti.

La proposta elenca dieci “Mega Progetti”, comprese infrastrutture che prendano il nome da leader del Golfo, l’“Anello MBS [Mohammed Bin Salman, reggente dell’Arabia Saudita, ndt.]” e il “Centro MBZ [Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ndt.], e intese ad attirare importanti aziende internazionali come Tesla, Amazon e IKEA. Secondo le proiezioni del BCG l’iniziativa potrebbe far salire il valore economico di Gaza dallo “0 di oggi” a 324 miliardi di dollari.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Troppe persone sono complici del vergognoso trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane

7 luglio 2025, Haaretz

Il quadro che emerge dalla prigione di Megiddo è davvero terrificante. Un ragazzo di 16 anni che è stato scarcerato era così sottopeso da essere in pericolo di vita, e aveva lesioni da scabbia su tutto il corpo. Questo è successo poco dopo che un ragazzo di 17 anni è morto a Megiddo, con il sospetto che la causa del decesso sia stato il grave stato di malnutrizione.

Un’indagine della giornalista di Haaretz Hagar Sheraf ha messo in luce che entrambi questi casi che coinvolgono minorenni sono parte di un quadro sistemico di inedia, malattie, violenze e incuria sanitaria nei confronti di detenuti e prigionieri palestinesi a Megiddo sotto la responsabilità del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Ma la responsabilità non è solo di Ben-Gvir. Il commissario del Servizio Carcerario Israeliano e i direttori delle carceri mettono in pratica le sadiche direttive di Ben-Gvir. È sotto il loro controllo che ai prigionieri vengono serviti pasti insufficienti e di pessima qualità. È nelle prigioni sotto il loro comando che i prigionieri non ricevono abiti e lenzuola pulite, e sono i prigionieri di cui loro sono responsabili che sono malati e non ricevono cure. E sono sempre loro che permettono che i prigionieri siano sottoposti a violenze quotidiane.

Questa politica crudele è sotto gli occhi di tutti. Anzi, Ben-Gvir se ne vanta. Alcuni gruppi di difensori dei diritti umani stanno cercando di portare alcuni di questi casi all’Alta Corte di Giustizia, ma la Corte sta permettendo questa vergogna perché non si affretta a intervenire. In pratica, secondo le testimonianze pubblicate nel rapporto, perfino i pasti insufficienti che il servizio carcerario dice di fornire non vengono di fatto somministrati ai detenuti, che perdono peso mentre la loro salute si deteriora.

La prigione di Megiddo è forse una delle peggiori, ma non certo l’unica. Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, dall’inizio della guerra 73 prigionieri e detenuti palestinesi sono morti in carcere e nelle strutture di detenzione militari. Il più alto numero di decessi è avvenuto presso la prigione di Ketziot. Un ex detenuto, un residente del Negev che è diventato portavoce dei prigionieri appartenenti ad Hamas, ha descritto nei particolari la situazione nella prigione di Ketziot: pugni in faccia e pasti inadeguati, spesso non cotti a sufficienza, sono la realtà quotidiana anche lì.

Tali condizioni sono inaccettabili, chiunque siano i detenuti. Sfortunatamente troppe persone sono complici di questa condotta vergognosa senza doverne rispondere di fronte alla legge. Anche i sistemi che dovrebbero controllarle hanno paura, permettendo che la situazione si perpetui.

La responsabilità non è solo di Ben-Gvir, del capo del servizio carcerario Kobi Yaakobi e di Meweed Sbeiti e Yaakov Oshri, rispettivamente attuale e precedente direttore di Megiddo. Anche i giudici della Corte Suprema e qualsiasi altro giudice israeliano che riceve ripetuti reclami da parte dei prigionieri e non fa nulla sono ugualmente responsabili.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La prima ricerca indipendente sul numero di morti a Gaza denuncia più di 80.000 vittime

Rachel Fieldhouse

27 giugno 2025 – Nature

I risultati sono in linea con altri tentativi di conteggiare il numero di persone uccise nel conflitto in corso.

La prima ricerca indipendente sul numero dei morti stima che in seguito alla guerra tra Hamas e Israele dall’ottobre 2023 all’inizio del gennaio 2025 a Gaza siano decedute circa 84.000 persone. Lo studio, postato la scorsa settimana sul sito di studi preliminari non ancora pubblicati medRxiv [specializzato in pubblicazioni mediche, ndt.], riporta che più di metà delle persone uccise erano donne di età tra i 18 e i 64 anni, minori o persone con più di 65 anni

Dall’inizio della guerra il ministero della Sanità palestinese a Gaza è stato la principale istituzione ad aver contato le vittime nella regione: ha regolarmente pubblicato elenchi dettagliati di persone decedute. La cifra più recente, del 25 giugno, riportava 56.200 morti . Ma alcuni hanno messo in dubbio l’affidabilità dei dati del ministero, e studi basati su di essi, in particolare con il prosieguo del conflitto e man mano che i centri medici, su cui si basa il ministero per i suoi dati sulla mortalità, hanno subito attacchi.

Gli ultimi dati non si basano sulle cifre del ministero, ma potrebbero non essere precisi a causa delle difficoltà di conteggiare le vittime in zone di conflitto. Ma i numeri sono simili a quelli riportati da un altro gruppo di ricerca che all’inizio di quest’anno ha utilizzato un diverso metodo di conteggio, dice Patrick Ball, statistico e direttore di ricerca dell’ong Human Rights Data Analysis Group [Gruppo di Analisi dei Dati dei Diritti Umani] di San Francisco, California. Ciò accresce la fiducia di Ball in quest’ultimo lavoro.

Studio indipendente

Per condurre uno studio indipendente sulle vittime i ricercatori hanno lavorato con l’ong Palestinian Center for Policy and Survey Research [Centro Palestinese per la Politica e le Indagini Demoscopiche], con sede a Ramallah, per rilevare nuclei familiari selezionati a caso e rappresentativi della popolazione in tutta la Striscia di Gaza. Ciò ha incluso persone che vivono in rifugi di fortuna e tende. A causa del conflitto in atto e degli ordini di evacuazione il gruppo di ricerca non ha potuto entrare nel nord di Gaza, a Gaza city o a Rafah, ma molte persone che vivono in quell’area sono scappate nelle zone in cui lo studio è stato effettuato.

Per una settimana, a partire dal 30 dicembre 2024, coppie di ricercatori hanno visitato 2.000 nuclei familiari e intervistato gli adulti. A quelli che hanno risposto e con la garanzia dell’anonimato è stato chiesto di elencare quante persone facevano parte del nucleo familiare il 6 ottobre 2023 e quanti figli sono nati da allora, e poi di riferire il destino di tutti i membri della famiglia da allora: vivi, morti o dispersi. Riguardo ai deceduti è stato chiesto a chi ha risposto di chiarire se erano morti in modo violento o meno.

“La solidità di questo [studio] deriva dal lavoro sul campo,” afferma Ball, che trova straordinario che il gruppo sia stato in grado di fare un’indagine così dettagliata durante il conflitto.

Morti violente e non dovute direttamente alla violenza

I ricercatori ritengono che nei 15 mesi fino al 5 gennaio a Gaza ci siano state circa 75.200 morti violente e altre 8.540 persone siano morte per cause non dovute alla violenza in conseguenza della guerra.

Ma da quando il sondaggio è stato realizzato ci potrebbero essere state ulteriori morti non violente, afferma il co-autore Michael Spagat, ricercatore di economia presso il [college] Royal Holloway, università di Londra, a Egham. Prima della guerra le condizioni di salute dei palestinesi e il loro accesso alle cure mediche erano buoni, ma ciò è probabilmente cambiato mano a mano che il conflitto è andato avanti, afferma la co-autrice Debarati Guha-Sapir, epidemiologa specializzata in conflitti civili presso l’università di Lovanio a Louvain-la-Neuve, in Belgio, e residente a Bruxelles.

Da quando la ricerca è stata condotta sono passati sei mesi, ma ciò non riduce la sua rilevanza, afferma Laith Jamal Abu-Raddad, epidemiologo nel campo delle malattie infettive presso la facoltà di medicina dell’università Weill Cornell-Qatar a Doha: “Al contrario essa rimane attuale in quanto la crisi continua e presumibilmente si è intensificata nel corso degli ultimi tre mesi.

Un cessate il fuoco di tre mesi tra Hamas e Israele è finito il 18 marzo. Da allora nella Striscia di Gaza sono state gravemente danneggiate infrastrutture fondamentali, compresi gli ospedali; decine di migliaia di persone sono state cacciate dalle proprie case; l’aiuto umanitario è stato ridotto.

Metodi diversi

L’ultimo conteggio è in linea con una stima, riportata all’inizio di quest’anno da un altro gruppo di ricerca, di 64.260 morti violente fino alla fine di giugno 2024.

Quel lavoro, guidato da Zeina Jamaluddine, epidemiologa della London School of Hydiene & Tropical Medicine, ha fatto ricorso a un metodo noto come analisi cattura e ricattura, in cui per calcolare la mortalità viene utilizzata la sovrapposizione tra molteplici elenchi di vittime. Jamaluddine e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati del ministero della Sanità e di altre fonti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il rapporto delle Nazioni Unite elenca le aziende complici del genocidio di Israele: chi sono?

Federica Marsi

1 luglio 2025 – Al Jazeera

La Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese ha pubblicato un rapporto che fa il nome di diverse grandi aziende statunitensi che sostengono l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza. Ci sono anche diverse aziende di altri Paesi, dalla Cina al Messico.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ha pubblicato un nuovo rapporto che traccia una mappa delle aziende che sostengono Israele nell’espulsione dei palestinesi e nella guerra genocida contro Gaza, in violazione del diritto internazionale.

L’ultimo rapporto di Francesca Albanese, presentato il 3 luglio durante una conferenza stampa a Ginevra, fa il nome di 48 aziende multinazionali, tra cui i giganti tecnologici statunitensi Microsoft, Alphabet Inc. (la casa madre di Google) e Amazon. Come parte dell’indagine è stata inoltre creata una banca dati di più di 1000 aziende.

L’occupazione perenne [di Israele] è diventata il terreno di prova ideale per i produttori di armi e per le grandi aziende tecnologiche, con un’offerta e una domanda significative, poco controllo e zero responsabilità, consentendo a investitori e istituzioni pubbliche e private di trarne profitto liberamente” si legge nel rapporto.

Le aziende non sono più semplicemente implicate nell’occupazione, potrebbero essere coinvolte in un’economia di genocidio”, si legge, in riferimento all’attacco in corso contro la Striscia di Gaza da parte di Israele. Lo scorso anno, in un parere tecnico, Albanese aveva detto esserci “ragionevoli motivi” per ritenere che Israele stesse commettendo un genocidio nell’enclave palestinese assediata.

Nel rapporto si sostiene che i risultati dell’indagine illustrano “il motivo per cui il genocidio di Israele continua”, ovvero “perché è economicamente vantaggioso per molti”.

Quali aziende di armi e tecnologie sono identificate nel rapporto?

L’acquisto da parte di Israele di aerei da combattimento F-35 fa parte del più ampio programma di approvvigionamento di armi al mondo, che coinvolge almeno 1600 aziende in otto Stati. Fa capo all’azienda statunitense Lockheed Martin, ma i componenti degli F-35 sono costruiti in tutto il mondo.

L’azienda italiana Leonardo S.p.A. è indicata come quella che offre il principale contributo al settore militare, mentre l’azienda giapponese FANUC fornisce i macchinari automatizzati per le linee di produzione delle armi.

Nel contempo il settore tecnologico ha consentito la raccolta, la conservazione e l’uso governativo di dati biometrici dei palestinesi, “in sostegno alla politica discriminatoria dei permessi di Israele”, si legge nel rapporto. Microsoft, Alphabet e Amazon consentono a Israele “un accesso governativo virtualmente illimitato alle loro tecnologie cloud e di IA” potenziando le sue capacità di elaborazione dati e sorveglianza.

L’azienda tecnologica statunitense IBM è anche responsabile dell’addestramento di personale militare e dei servizi segreti, oltre a gestire la banca dati centrale dell’autorità per la Popolazione, l’Immigrazione e le Frontiere (PIBA) di Israele che contiene i dati biometrici dei palestinesi, si legge nel rapporto.

Secondo il rapporto sin dall’inizio della guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 la piattaforma software statunitense Palantir Technologies ha ampliato il suo sostegno all’esercito Israeliano, e vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che l’azienda fornisca la tecnologia automatizzata di controllo predittivo usata per l’automazione delle decisioni durante le operazioni militari, per elaborare dati e produrre elenchi di obiettivi come quelli generati da sistemi di intelligenza artificiale come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”

Le società complici che supportono Israele

Quali altre aziende sono identificate nel rapporto?

Il rapporto elenca anche numerose aziende che sviluppano tecnologie civili utilizzate come “strumenti a doppio uso” per l’occupazione di territorio palestinese da parte di Israele. Tra queste vi sono Caterpillar, Rada Electronic Industries di proprietà di Leonardo, HD Hyundai della Corea del Sud e il gruppo Volvo svedese, che forniscono macchinario pesante per la demolizione di abitazioni e la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania.

Anche le piattaforme Booking e Airbnb sostengono le colonie illegali perché promuovono stanze d’albergo e altre proprietà in affitto nei territori occupati da Israele. Il rapporto indica la statunitense Drummond Company e la svizzera Glencore come i principali fornitori di carbone, importato principalmente dalla Colombia, per produrre l’elettricità per Israele.

Nel settore agricolo, la cinese Bright Dairy & Food è proprietaria della maggioranza di Tnuva, la più grande azienda alimentare israeliana, che trae beneficio dalla terra sottratta ai palestinesi dagli avamposti coloniali illegali di Israele. Netafim, un’azienda che fornisce tecnologia di irrigazione a goccia e che è per l’80 % di proprietà della messicana Orbia Advance Corporation, fornisce infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse idriche nella Cisgiordania occupata.

Anche i buoni del tesoro hanno svolto un ruolo cruciale nel finanziamento dell’attuale guerra contro Gaza. Secondo il rapporto alcune delle più grandi banche del mondo, tra cui la francese BNP Paribas e la Barclays del Regno Unito sono intervenute per permettere a Israele di contenere il premio sui tassi di interesse nonostante il declassamento del credito.

Chi sono i principali investitori dietro queste aziende?

Il rapporto identifica le aziende di investimento multinazionali BlackRock e Vanguard come i principali investitori di diverse tra le aziende elencate.

BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, è il secondo più grande investitore istituzionale in Palantir (8,6 %), Microsoft (7,8 %), Amazon (6,6 %), Alphabet (6,6 %) e IBM (8,6 %), e il terzo in Lockheed Martin (7,2 %) e Caterpillar (7,5 %).

Vanguard, il secondo gestore patrimoniale al mondo, è il primo investitore in Caterpillar (9,8 %), Chevron (8,9 %) e Palantir (9,1 %), e il secondo investitore in Lockheed Martin (9,2 %) e nel produttore di armi israeliano Elbit System (2 %).

Le aziende traggono profitto dai rapporti con Israele?

Nel rapporto si legge che “le imprese coloniali e i genocidi a queste associate sono state nel corso della storia promosse e favorite dal settore aziendale”. L’espansione di Israele in terra palestinese è un esempio di “capitalismo coloniale razziale”, in cui le aziende traggono profitto da un’occupazione illegale.

Da quando Israele ha lanciato la guerra contro Gaza nell’ottobre 2023 “le entità che prima avevano permesso e tratto profitto dall’eliminazione e cancellazione dei palestinesi in un’economia di occupazione, invece di disimpegnarsi sono ora coinvolte nell’economia di genocidio”, sostiene il rapporto.

Per le aziende di armi straniere la guerra è stato un affare lucroso. La spesa militare di Israele tra il 2023 e il 2025 è aumentata del 65 %, salendo a 46,6 miliardi di dollari, una delle più alte al mondo pro capite.

Diverse imprese quotate in borsa, in particolare nei settori delle armi, della tecnologia e delle infrastrutture, dall’ottobre 2023 hanno registrato un aumento dei profitti. Anche la borsa di Tel Aviv è salita come mai prima, del 179 %, con un aumento di valore di mercato di 157,9 miliardi di dollari.

Le compagnie di assicurazione internazionali, tra cui Allianz e AXA, hanno investito ingenti somme in azioni e obbligazioni legate all’occupazione israeliana, si legge nel rapporto, in parte come riserve di capitali ma in primo luogo per generare profitti.

Anche Booking e Airbnb continuano a trarre profitto da proprietà date in affitto nelle terre occupate da Israele. Airbnb per un breve periodo nel 2018 ha tolto dagli annunci le proprietà nelle colonie illegali, ma è poi tornata a donare i profitti da lì derivati a cause umanitarie, una pratica che nel rapporto viene definita di “humanitarian-washing” [un tentativo di migliorare la propria reputazione distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani di cui si rende complice, N.d.T.].

Le aziende private sono responsabili secondo il diritto internazionale?

Secondo il rapporto di Albanese, sì. Le aziende hanno l’obbligo di non violare i diritti umani attraverso azioni dirette o dei loro partner commerciali.

Gli Stati hanno la principale responsabilità di assicurarsi che le aziende rispettino i diritti umani e devono prevenire, indagare e punire gli abusi del settore privato. Le aziende devono però rispettare i diritti umani anche se gli Stati in cui operano non lo fanno.

Secondo il rapporto, un’azienda deve quindi valutare se le attività o le relazioni lungo la sua catena di approvvigionamento rischiano di causare violazioni dei diritti umani o di contribuirvi.

Il non agire in linea con il diritto internazionale può comportare una responsabilità penale. I singoli dirigenti possono essere ritenuti penalmente responsabili, anche davanti ai tribunali internazionali.

Il rapporto invita tutte le aziende a disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale.

Nel luglio 2014 la Corte Internazionale di Giustizia  ha emesso un parere consultivo che stabilisce che la presenza di Israele nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est deve cessare “il più rapidamente possibile”. Alla luce di questo parere consultivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto a Israele di porre fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati entro settembre 2025.

Secondo il rapporto di Albanese la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “qualifica di fatto l’occupazione come un atto di aggressione… Di conseguenza, qualsiasi accordo che sostenga o appoggi l’occupazione e l’apparato ad essa associato può costituire una complicità secondo il diritto internazionale ai sensi dello statuto di Roma.

Gli Stati non devono fornire aiuti o assistenza o partecipare ad accordi economici o commerciali e devono prendere provvedimenti per prevenire relazioni commerciali o finanziarie che aiutino a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei territori palestinesi occupati”.

(traduzione di Federico Zanettin)




“Fa parte del territorio”: come gli archeologi israeliani legittimano l’annessione

Dikla Taylor-Sheinman

1 luglio 2025 – +972 Magazine

La militarizzazione delle antichità è connessa all’eredità coloniale di Israele, afferma Rafi Greenberg, i cui colleghi sono rimasti in gran parte in silenzio sulla distruzione di Gaza.

Il 2 aprile l’Israel Exploration Society ha improvvisamente annullato quello che sarebbe stato il più grande e prestigioso raduno annuale di archeologi del Paese. Il Congresso Archeologico, un appuntamento fisso da quasi 50 anni, è stato annullato dagli organizzatori in seguito alle pressioni del Ministro del Patrimonio di estrema destra Amichai Eliyahu perché venisse escluso il docente dell’Università di Tel Aviv Raphael (Rafi) Greenberg. “Non permetterò che le erbacce del mondo accademico che si adoperano per promuovere il boicottaggio dei loro colleghi archeologi sputino nel pozzo del patrimonio da cui il popolo di Israele beve”, ha scritto il ministro su X.

Agli occhi di Eliyahu e delle ONG di destra che si sono battuti per l’esclusione di Greenberg l’ultimo affronto da parte del professore era stata una lettera aperta scritta un mese prima. In essa esortava i colleghi israeliani e internazionali a boicottare la “Prima Conferenza Internazionale di Archeologia e Conservazione dei Siti di Giudea e Samaria” presso il lussuoso Dan Jerusalem Hotel, nella parte orientale della città, la prima del suo genere ospitata in un territorio occupato riconosciuto come tale a livello internazionale.

Sebbene il Congresso Archeologico si sia svolto online la scorsa settimana con la partecipazione di Greenberg, le controversie che circondano entrambe le conferenze sollevano interrogativi morali e politici più profondi sul ruolo della comunità archeologica israeliana mentre Israele intensifica il suo attacco al patrimonio culturale e ai siti religiosi palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e il governo si muove verso l’annessione della Cisgiordania, in parte attraverso la militarizzazione dell’archeologia stessa.

A maggio il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali israeliano ha ufficialmente avviato gli scavi di Sebastia, a nord di Nablus, in Cisgiordania, con l’obiettivo di trasformare il sito nel “parco nazionale di Samaria“, separando l’acropoli e l’antico villaggio dalla città palestinese a cui è collegato.

Ma lo sviluppo più significativo è iniziato nel luglio 2024, quando il parlamentare Amit Halevi del Likud di Netanyahu ha proposto un emendamento legislativo rivolto ad applicare alla Cisgiordania le leggi israeliane sulle antichità. Nello specifico, la proposta di legge estenderebbe la giurisdizione dell’Autorità per le Antichità Israeliane (IAA) da Israele propriamente detto all’Area C [in base agli accordi di Oslo la parte dei territori palestinesi occupati sotto totale ma temporanea giurisdizione israeliana, ndt.] della Cisgiordania, che copre circa il 60% del territorio palestinese occupato da Israele.

Il disegno di legge rappresenta il culmine di una campagna quinquennale condotta dai consigli regionali dei coloni e dai gruppi di estrema destra rivolta a dipingere i palestinesi come una minaccia esistenziale per i cosiddetti siti del patrimonio “nazionale” (cioè ebraico) in Cisgiordania. La ONG israeliana di sinistra Emek Shaveh ha definito la legge un “tentativo di ottenere l’annessione attraverso le antichità“.

La resistenza dell’IAA alla volontà di estendere la sua competenza alla Cisgiordania potrebbe aver rallentato lo slancio, ma non ha cancellato l’obiettivo più ampio. In quella che sembra essere una svolta strategica, durante le recenti riunioni di commissione i parlamentari hanno proposto di istituire un nuovo organismo sotto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per gestire le attività in tutta la Cisgiordania, non solo nell’Area C. Questa mossa aggira la controversia pur mirando allo stesso risultato: imporre la legge civile israeliana sulle antichità della Cisgiordania.

In effetti la soluzione alternativa ha incontrato reazioni molto meno negative da parte dell’establishment archeologico. Ad eccezione di Emek Shaveh, co-fondato da Greenberg, la resistenza all’interno della comunità archeologica alla proposta di legge si è concentrata principalmente sulle sue implicazioni per l’archeologia israeliana e la reputazione internazionale di Israele.

+972 Magazine ha intervistato Greenberg per discutere sul significato di questa nuova legge per i palestinesi in Cisgiordania — una questione che gran parte dell’opposizione pubblica ha completamente ignorato — i quali già subiscono livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato. Tra i vari temi affrontati abbiamo esplorato il rapporto problematico tra gli archeologi israeliani e i palestinesi, la politicizzazione” dellarcheologia israeliana, gli appelli progressisti alla libertà accademica e il motivo per cui larcheologia israeliana abbia così poco da dire sulla distruzione di Gaza.

L’intervista ha subito dei tagli per ragioni di brevità e chiarezza.

Per iniziare, lei considera il rinvio del Congresso Archeologico di aprile, dopo che il Ministro dei Beni Culturali si è dato da fare per bloccare la sua partecipazione, uno sviluppo positivo o negativo?

Ho avuto un rapporto complicato con la comunità archeologica per decenni perché sono stato molto critico nei confronti di quella che chiamo l’eredità coloniale dell’archeologia israeliana. Ma questa conferenza è stata organizzata da un gruppo di archeologi più giovani. In realtà, è stata l’occasione per parlare – almeno per qualche minuto – di alcune questioni delicate in un contesto prettamente archeologico.

Avrei voluto parlare di quella che [l’archeologo greco e professore della Brown University] Yanis Hamilakis e io chiamiamo la “archeologizzazione” di Grecia e Israele. Si tratta di due Paesi che l’Occidente ha apprezzato fin dal XVIII e XIX secolo quasi esclusivamente per il loro passato. E storicamente, questo ha portato l’Occidente, e in seguito il movimento sionista, a sottovalutare chiunque vivesse nel Paese, presupponendo che fosse privo di una reale conoscenza del passato.

La mia denuncia nell’intervento che avrei letto alla conferenza era che l’archeologia ha avuto un ruolo in questa [disumanizzazione dei palestinesi] e che tutto è iniziato non con l’archeologia israeliana, ma con la vera e propria archeologia coloniale del XIX secolo: archeologia britannica, tedesca, francese. Gli israeliani hanno poi ereditato quel patrimonio e, in quanto colonia di insediamento, è stato conveniente continuare a sostenere questo punto di vista.

Questo tipo di approccio originario all’archeologia è quello che anima i gruppi di coloni e persone come il Ministro del Patrimonio israeliano. [Secondo loro], solo le persone che si legano a specifiche antichità di determinate epoche e culture hanno diritto al Paese, mentre gli altri non hanno alcun diritto alla terra, alle sue antichità, a nulla.

Quindi da un lato sono stato piacevolmente sorpreso che il mio articolo sia stato accettato; questa è stata l’occasione per presentarlo alla comunità archeologica, che in generale non vuole parlare di questo problema. E allo stesso tempo, ha innescato questo scontro tra gli organizzatori della conferenza e gli agitatori di destra, che mi avevano da tempo inserito nella loro lista nera.

Ma il contesto dello scontro tra il Ministro dei Beni e gli organizzatori della conferenza era tale da riecheggiare una lotta più ampia in Israele tra le cosiddette forze filo-democratiche e le cosiddette forze autoritarie o etnocratiche. E una pluralità molto significativa di archeologi appartiene al campo liberaldemocratico, quindi per loro la conferenza è diventata una questione di libertà accademica e di espressione.

Per questo motivo è stato facile per la maggior parte dei miei colleghi archeologi [e per gli organizzatori della conferenza] schierarsi dalla mia parte. O, come mi ha scritto uno dei miei ex studenti su WhatsApp, “insistono nel dire di avere il diritto di non ascoltarti, di poter scegliere di ignorarti”. Non avrebbero permesso al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali di fare quella scelta al posto loro.

Sebbene la sessione in cui ho presentato il mio ultimo intervento la settimana scorsa sia stata molto partecipata, con oltre 120 presenze, si è trattato di un breve intermezzo di 15 minuti in quella che altrimenti sarebbe stata una bolla isolata. Sono stati letti circa 12 articoli sugli scavi in ​​Cisgiordania e a Gerusalemme Est, presentati dall’Università di Tel Aviv e da altri ricercatori o da studiosi dell’Università di Ariel [nell’insediamento coloniale di Ariel in Cisgiordania, ndt.], articoli che sarebbero stati esclusi dalla maggior parte delle sedi internazionali. Durante la stessa settimana la Conferenza Archeologica Mondiale ha cancellato l’invito a uno studioso dell’Università di Ariel.

Nelle loro argomentazioni a favore dell’estensione della giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania, le ONG di destra dei coloni sostengono che i palestinesi in Cisgiordania non solo non hanno idea di come prendersi cura delle antichità presenti, ma le stanno attivamente distruggendo, vandalizzando e depredando. Può parlare delle iniziative legislative attualmente in corso alla Knesset per estendere la giurisdizione dell’IAA? Qual è il rapporto con l’annessione?

Il luogo comune che ha menzionato, secondo cui le popolazioni locali non si prendono cura dei reperti o li distruggono, è antico quanto larcheologia stessa. E qui, in Israele, si aggiunge un ulteriore livello: quello del presunto diritto divino e storico alla terra, rivendicato dai colonizzatori.

Ma l’atto in sé di estendere la giurisdizione dell’IAA alla Cisgiordania è in gran parte una mossa politica, perché i coloni non hanno un vero interesse per l’archeologia. In effetti in Israele il sionismo è stato piuttosto lento ad adottare l’archeologia come mezzo per [stabilire un legame ebraico con la terra] perché le antichità [ebraiche] qui in Israele non sono tanto maestose o imponenti e presenti solo in piccola quantità.

Non è come con i templi greci che, come dice il mio collega Yanis Hamilakis, sono come scheletri sparsi in tutta la Grecia: ovunque si vedono colonne e marmi bianchi. Invece in Israele la maggior parte delle antichità visibili probabilmente non è ebraica. Se cammini per le campagne e ti imbatti in un edificio in rovina o in un castello, è molto più probabile che sia islamico, cristiano o di altro tipo.

Quindi larcheologia non offre ai coloni un legame immediato con il paesaggio. Eppure i coloni sostengono che tutta la Cisgiordania, sotto la superficie, sia fondamentale per la storia ebraica — che è lì che è stata scritta la Bibbia.

Quando ero effettivamente impegnato a catalogare tutti i siti archeologici conosciuti, esaminati e sottoposti a scavi in Cisgiordania e successivamente ho cercato di tradurli in una mappa dei punti di interesse storico, solo una piccola minoranza di siti poteva essere effettivamente attribuita con pochi dubbi a uno specifico gruppo etnico o religioso. La maggior parte dei siti è eclettica, presenta reperti che precedono l’ebraismo di migliaia di anni. O altri posteriori all’epoca dell’indipendenza ebraica nell'[antica] Palestina, risalenti a diverse dinastie islamiche e al dominio cristiano.

Se prendiamo un qualsiasi frammento della storia di Israele-Palestina, in qualsiasi momento, non troveremo una cultura univoca e omogenea in tutto il territorio. Non c’è mai stata un’epoca in cui in questo Paese fossero tutti ebrei, musulmani, cristiani o altro. L’archeologia, nella sua essenza, non fornisce quel tipo di certezza e purezza che i ministri etnocratici di destra potrebbero desiderare. Quindi devono inventarsela. E poi dicono che i palestinesi stanno danneggiando quel [patrimonio esclusivamente ebraico] e quindi useremo questo come pretesto per accaparrarci altra terra.

Quindi [i coloni] hanno questa visione molto strumentale di ciò che l’archeologia può offrire loro. Non si tratta assolutamente di antichità, ma di una strumentalizzazione delle antichità come ulteriore modalità di espropriazione di proprietà immobiliari. Noi di Emek Shaveh la chiamiamo la militarizzazione dell’archeologia o “modello Elad”, dopo quanto accaduto nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est. Lì i coloni ebrei non solo si sono impossessati di case [palestinesi], ma anche di ampie aree archeologiche vuote. E collegando le case sottratte alle aree archeologiche hanno ottenuto il controllo di tutta Silwan, o almeno del quartiere di Wadi Hilweh. Il modello Elad è ciò che i coloni stanno cercando di replicare in Cisgiordania.

Sembra che larcheologia venga strumentalizzata nello stesso modo in cui nei decenni successivi alla guerra del 1967 e alloccupazione israeliana della Cisgiordania sono stati usati contro i palestinesi i poligoni militari, le riserve naturali e le dichiarazioni di proprietà statale.

Esattamente

Emek Sheveh inquadra questi atti legislativi come un ulteriore passo verso l’annessione della Cisgiordania. Per controbattere un po’ a questo, Israele non ha forse già annesso di fatto la Cisgiordania? I siti archeologici in Cisgiordania sono oggi sotto la competenza dell’Amministrazione Civile (un ramo dell’esercito israeliano), quindi esiste già un ente israeliano che si occupa delle antichità in Cisgiordania. E l’IAA, che dovrebbe operare solo in Israele, si è infiltrata in Cisgiordania. Questa spinta legislativa è per lo più simbolica? In che modo rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto allo status quo?

Il modo in cui le cose hanno funzionato finora – quindi il fatto che l’Amministrazione Civile israeliana abbia una propria struttura archeologica nell’Area C della Cisgiordania, separata da Israele – è tornato molto comodo per i miei amici accademici israeliani [progressisti]. Tutti i lavori archeologici israeliani nella Cisgiordania occupata vengono svolti nell’ambito di un quadro giuridico per cui ricevono di volta in volta il timbro di approvazione dell’Alta Corte israeliana, sulla base dell’asserzione che l’occupazione israeliana è una situazione temporanea e che l’Amministrazione Civile è incaricata solo di promuovere gli interessi delle persone che vivono in quel territorio fino al raggiungimento di un accordo sullo status definitivo. Quindi studiosi dell’Università Ebraica, dell’Università di Tel Aviv e dell’Università di Haifa possono sostenere che il loro lavoro in Cisgiordania è legale perché conforme ai vincoli imposti dall’Amministrazione Civile israeliana.

Ora, questa iniziativa di consegnare la Cisgiordania all’IAA sta facendo saltare la loro copertura. L’Autorità per le Antichità Israeliane sta sostanzialmente annettendo le antichità della Cisgiordania a Israele, e quindi la legge israeliana si applicherà a quei siti e, di conseguenza, qualsiasi cosa si faccia [in Cisgiordania], si riconoscerà sostanzialmente questa legge annessionista. Questo mette gli accademici e l’IAA in una situazione molto scomoda.

Nir Hasson ha scritto su Haaretz che l’attuale disegno di legge per estendere la giurisdizione dell’IAA “trasforma ufficialmente l’archeologia israeliana in un piccone con cui scavare per promuovere l’apartheid”. Lei ha scritto estesamente sull’archeologia israeliana in Cisgiordania dal 1967. Qual era il rapporto dell’archeologia israeliana con questo territorio occupato prima degli ultimi decenni?

Penso che questa [visione dell’archeologia israeliana] appartenga in realtà alle fondamenta coloniali del sionismo e di Israele stesso. Una delle cose date per scontate in questa visione coloniale del mondo è [l’idea che] “se amiamo le antichità e tutto ciò che vogliamo fare è scoprire gli ultimi 3.000 o 10.000 anni, allora perché non dovremmo poterlo fare? Rappresentiamo la scienza, la cultura, il progresso”.

Insisto nel dire questo perché [durante il XVIII e il XIX secolo] gli studiosi o gli addetti ai lavori di scavo che arrivavano erano sprezzanti nei confronti sia degli abitanti musulmani che cristiani o ebrei che qui incontravano, rappresentanti di un passato che doveva essere superato dalla scienza. [Per loro], la cosa giusta da fare [era semplicemente] portare alla luce le antichità, ovunque.

Voglio sottolineare che [l’espropriazione dei palestinesi per mano dell’archeologia israeliana] viene troppo spesso presentata come se gli archeologi israeliani stessero portando alla luce reperti ebraici per sostenere l’appropriazione ebraica di terre. Ma la questione è più complessa: qualsiasi lavoro da noi eseguito, che si tratti di un sito dell’età del bronzo o del neolitico, è considerato valido perché lo stiamo facendo per il bene della scienza.

La recente legge è imbarazzante per coloro che condividono questa visione perché ora improvvisamente l’archeologia viene “politicizzata”, come se fino ad ora non lo fosse stata. Ho cercato sempre più di dimostrare ai miei colleghi, e in generale, che questa posizione presuntuosa, apparentemente apolitica, è politica. Non è che ci si svegli pensando: come posso strumentalizzare l’archeologia per impossessarmi di questa collina o di questa valle? È più simile a questo: se il confine con la Siria viene aperto e c’è un meraviglioso sito dell’antica età del bronzo dove scavare, allora l’archeologo attraverserà il confine nel fine settimana per vedere le antichità vicino a Quneitra. Parlo ipoteticamente, ma non mi sorprenderei se fosse già successo.

In ebraico si dice po’al yotseh: “fa parte del territorio”. È quello che succede: quando Israele occupa un posto, gli archeologi lo seguono subito, a volte nel giro di pochi giorni.

Quindi sembra che quello a cui stiamo assistendo ora sia una strategia dei coloni molto sfrontata per impossessarsi di altri territori in Cisgiordania.

Sì, se prendiamo in considerazione la Valle del Giordano, ad esempio, troveremo il coinvolgimento dell’archeologia. Anche in questo caso quegli archeologi sono lì solo per fare ricerca. È semplicemente comodo che la ricerca agisca proprio accanto a un avamposto di coloni. Quindi diventa parte della recinzione [della terra palestinese], del circondare questi pastori e piccoli villaggi palestinesi con strutture che rappresentano le autorità israeliane.

Ci sono alcuni siti archeologici sorvegliati nella Valle del Giordano, e sono sicuro che se chiedete a chi esegue gli scavi, vi dirà: “Oh, questo sito è stato esplorato 20 anni fa e hanno trovato delle ceramiche dell’età del ferro. È proprio questo che mi interessa. E faccio parte dell’Università di Ariel [situata nella Cisgiordania occupata], ma non siamo politici, stiamo solo studiando le antichità“.

A un certo punto posso capire che il mio collega dell’Università di Tel Aviv che studia il periodo romano e non si occupa di teoria sociale o politica possa non comprendere il ruolo del suo specifico interesse per l’archeologia romana nel colonialismo, ma può una persona che insegna all’Università di Ariel e che effettua scavi in ​​Cisgiordania fraintendere il suo ruolo? Credo che si dovrebbe essere volontariamente ignoranti.

Dato che l’elemento coloniale dell’archeologia israeliana è antecedente all’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza, può parlarci un po’ dell’archeologia all’interno di Israele propriamente detto e di come gli archeologi israeliani si siano confrontati con la storia palestinese negli ultimi secoli?

L’Università Ebraica di Gerusalemme ha avuto il monopolio dell’archeologia fino al 1967. A quel tempo esisteva un protocollo consolidato che divideva l’archeologia in preistorica, biblica e classica. Tutti gli archeologi israeliani erano d’accordo di operare all’interno di tale cornice teorica, e quando negli anni ’70 furono istituite le nuove università di ricerca, adottarono lo stesso programma di base, che arrivava più o meno fino all’epoca bizantina. Ogni studente poteva scegliere due specializzazioni, una delle quali doveva essere il periodo biblico.

Ciò significava che l’archeologia biblica era la ragion d’essere dell’archeologia israeliana. Non esisteva un’archeologia islamica; all’Università Ebraica c’era [solo] un piccolo laboratorio artigianale di arte islamica.

Questa attenzione verso l’archeologia biblica, i racconti biblici con i siti menzionati nella Bibbia e la geografia biblica rende irrilevanti il ​​presente e le ultime centinaia di anni. Fino a 30-40 anni fa questo significava che quando si effettuavano scavi in ​​siti antichi si procedeva rapidamente attraverso gli strati più superficiali, o talvolta li si rimuoveva completamente senza documentarli. Questa non è più considerata una buona pratica.

Ho sempre interpretato questo [l’omissione della storia recente dalla documentazione archeologica] sul piano teorico, ma grazie a due progetti a cui ho partecipato di recente sono giunto a una comprensione molto più concreta del suo significato. Il primo era un progetto a cui ho collaborato con lo storico dell’arte e archeologo dell’Università Ebraica Tawfiq Da’adli a Beit Yerach, o Asinabra [vicino al Mar di Galilea]. Il sito era stato oggetto di scavi e ripetutamente identificato erroneamente come romano o ebraico, ma Tawfiq e io siamo riusciti a reidentificarlo come un palazzo omayyade del VII-VIII secolo d.C. Solo le fondamenta del palazzo erano state conservate, quindi esistevano ostacoli oggettivi alla comprensione del sito.

Abbiamo effettuato due brevi campagne di scavo. Tutti i lavoratori retribuiti erano palestinesi di lingua araba provenienti dalla Galilea, quindi l’arabo era la lingua di lavoro sul sito, e il mio arabo è molto elementare. Ma insieme a Tawfiq e a un altro archeologo di Chicago, Donald Whitcomb, ho approfondito il periodo omayyade e come potrebbe apparire una moschea di quel periodo. Quello è stato il mio primo tentativo di uscire dal mio guscio di sicurezza.

Il tentativo più recente è il lavoro che sto svolgendo a Qadas, un villaggio palestinese spopolato nel 1948, quando fu occupato a intermittenza dall’esercito israeliano e dalle truppe dell’Esercito Arabo di Liberazione. Gli abitanti fuggirono e diventarono rifugiati in Libano. Per capire cosa stessi facendo lì a Qadas ho dovuto interagire con un gran numero di persone con cui non avevo mai parlato prima: studiosi del Medio Oriente, abitanti sciiti di quella zona della Galilea e persone che potevano raccontarmi delle battaglie del 1948 e dell’Esercito Arabo di Liberazione. Abbiamo aperto gli archivi [israeliani], il che ha consentito uno studio molto approfondito dell’intero contesto di questo scavo.

Questa è stata una spiegazione molto prolissa del perché, quando non si ha un curriculum accademico o basi teoriche per procedere allo scavo esso non ha senso. Solo quando lo trasformo in un oggetto di studio acquista un significato archeologico.

Inoltre le leggi israeliane sull’antichità si applicano solo a siti o oggetti risalenti a prima del 1700. Qualsiasi rinvenimento risalente a periodi più recenti, anche se frutto di scavi rispettosi dell’etica, non è mai stato oggetto di studi o interventi conservativi rilevanti.

Tornando al presente, come interpreta la dissonanza tra l’opposizione alla legge che estende l’autorità dell’IAA alla Cisgiordania e la partecipazione alla conferenza al Dan Jerusalem Hotel, nella parte occupata della città?

Quando qualcuno della mia università interviene a quella conferenza magari sta promuovendo un dottorando che ha partecipato a degli scavi lì, oppure vuole farsi strada e pubblicare [la propria ricerca]. Oppure ha ricevuto finanziamenti dal governo e vuole dimostrare di non essere in contrasto con esso — così da continuare a ottenere supporto.

L’archeologia è un’attività costosa. Ha bisogno di sostegno esterno e le persone sono riluttanti ad andare contro il governo. Basti pensare a ciò che sta accadendo in Nord America. Noi della sinistra israeliana siamo sbalorditi dalla rapidità del crollo del fronte progressista nelle università dell’Ivy League [rete che comprende i più famosi atenei internazionali, a partire dalle otto università americane più prestigiose, ndt.] che sono tra le ventitré migliori università del mondo; dalla rapidità con cui le persone abbandonano tutte le loro convinzioni e cercano di ingraziarsi il governo [degli Stati Uniti]. È in realtà lo stesso meccanismo [in Israele]. È lì che sta il potere.

E le persone trovano compromessi dicendo: Ok, il mio nome comparirà nella conferenza, ma non sarò io a tenere lintervento. Non parteciperò fisicamente, ma darò comunque unapprovazione tacita facendo parte dellevento. È per il bene della scienza.” Credo che solo una piccola minoranza direbbe apertamente: sì, siamo a favore dellannessione e degli insediamenti ebraici illegali.

Non credo che la conferenza nella Gerusalemme Est occupata sia così importante. Sono rimasto più scioccato dalla partecipazione di persone dell’Accademia Austriaca delle Scienze e del Manitoba che da quella degli israeliani.

Come ha reagito la comunità archeologica israeliana alla distruzione di Gaza nellultimo anno e mezzo? E ora che, almeno tra i progressisti israeliani, la narrazione si è spostata da un sostegno incondizionato a quella di una guerra voluta — una guerra per la sopravvivenza politica di Netanyahu — latteggiamento è cambiato?

Non ha reagito affatto. Non c’è stata alcuna risposta ufficiale da parte di nessuna organizzazione, a parte Emek Shaveh. All’inizio della guerra abbiamo istituito un gruppo di risposta, che includeva alcuni aderenti a Emek Shaveh, Dotan Halevy e Tawfiq Da’adli, e abbiamo cercato di documentare la distruzione del patrimonio culturale. Poi, il mio co-direttore di Emek Shaveh, Alon Arad, e io abbiamo pubblicato un editoriale sull’intero fenomeno della distruzione e su come noi, in quanto archeologi, vediamo il perseguimento dal 1948 della totale e ubiquitaria distruzione del patrimonio culturale palestinese.

Alcuni archeologi hanno partecipato pubblicamente al recupero forense di resti umani nei kibbutz, nei luoghi attaccati il ​​7 ottobre. Si trattava di una sorta di sforzo della società civile in assenza di qualsiasi tipo di risposta governativa. Quindi gli archeologi hanno usato la loro competenza per dare un contributo positivo, ma questo è stato anche strumentalizzato da alcuni membri della comunità per sostenere la posizione israeliana e la propaganda di guerra anti-Hamas.

Persone con cui avevo lavorato — che avevano partecipato a discussioni accademiche sul libro mio e di Yanis Hamilakis — si sono tirate indietro e sono entrate a far parte di quel gruppo di accademici israeliani profondamente turbati dalla reazione della sinistra globale e del movimento pro-palestinese dopo il 7 ottobre. Questi archeologi si collocavano un po’ nellarea che potremmo definire alla Eva Illouz” [sociologa franco israeliana, ndt.], se posso usarla come esempio-tipo: dicevano cose come Pensavamo di essere di sinistra, ma dopo aver visto cosa rappresenta oggi la sinistra, non lo siamo più.” Erano piuttosto irritati dal mio prendere posizione in modo aperto, ma non me lo hanno mai detto chiaramente — il che, purtroppo, è abbastanza normale.

Lo scorso novembre, poche settimane dopo l’inizio del semestre autunnale all’Università di Tel Aviv, ho dato inizio a uno sciopero giornaliero in cui io e altre persone ci piazzavamo sul prato dell’università con cartelli contro la guerra. In seguito altri si sono uniti, ma non siamo mai stati più di 20 o 30. Questo era contrario ai regolamenti universitari. Sono stato avvicinato dalla sicurezza e da contro-manifestanti. Questo ha creato una piccola ma rumorosa resistenza.

Un paio di dottorandi mi ha detto che quello che stavo facendo era terribile: che alcuni dei miei studenti prestavano servizio nell’esercito, nella riserva, e che li stavo accusando di crimini di guerra. Spesso chiedevo: chi rappresenti? Perché sei così sicuro di rappresentare tutti gli ufficiali della riserva?

Ma la situazione è cambiata con la recente ripresa dei bombardamenti [a metà marzo]. Credo che sia stato questo il punto di svolta: il fatto che Israele non abbia portato a termine l’accordo di cessate il fuoco. E credo che da quel momento in poi la reazione accademica sia cresciuta esponenzialmente. Le persone sono disposte a dichiararsi contrarie alla guerra. Quindi, fino al cessate il fuoco, nel campus non si poteva chiedere pubblicamente la fine della guerra. Era considerata una violazione dei regolamenti universitari.

Poi il tono è cambiato, ma l’opposizione alla guerra è effettivamente incentrata sui palestinesi e sulla distruzione di Gaza? E tra i suoi colleghi archeologi, qual è l’opinione sulla completa distruzione di tutte le moschee e di molte chiese a Gaza?

È una domanda che pongo ai miei colleghi: siete sconvolti per lo smantellamento di un antico muro in Cisgiordania, eppure non avete detto nulla delle centinaia di siti distrutti a Gaza.

Di recente ho ricevuto un libro da un collega tedesco, un archeologo biblico più o meno della mia età. Non credo che abbia rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla guerra a Gaza, ma ha scritto una monografia di 850 pagine che raccoglie tutto ciò che si sa sulle antichità di Gaza. Non contiene alcuna dichiarazione all’inizio, se non che non sappiamo cosa sia successo a tutti questi siti, ed esprime una generica speranza per il benessere di tutti i soggetti coinvolti. E questo in Germania [dove la repressione anti-palestinese si è intensificata].

Questo tipo di risposta umanistica è una cosa grandiosa da fare. È una risorsa, un servizio alla comunità. Illustra l’importanza di quel tratto di terra, la sua storia, la sua profondità, tutto ciò che gli israeliani vogliono ignorare. Ma l’ha fatto un tedesco, non un israeliano.

Dikla Taylor-Sheinman è una borsista per la giustizia sociale presso il NIF/Shatil [il New Israel Fund è una fondazione israeliana indipendente per il sostegno dei diritti umani e l’uguaglianza sociale; Shatil significa piantina, ndt.] e collabora con +972 Magazine. Attualmente residente ad Haifa, ha trascorso l’anno scorso ad Amman e i sei anni precedenti a Chicago.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)