L’associazione italiana degli allenatori chiede la sospensione di Israele dal calcio internazionale

Redazione di MEMO

20 agosto 2025 – Middle East Monitor

L’Associazione Italiana Allenatori [di Calcio, ndt.] (AIAC) ha chiesto alla FIFA [federazione internazionale di calcio, ndt.] e alla UEFA [federazione europea, ndt.] di sospendere Israele da tutte le competizioni internazionali a causa del conflitto in corso contro la Striscia di Gaza.

Secondo l’agenzia italiana di notizie (ANSA) in una lettera inviata a Gabriele Gravina, il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, l’associazione ha affermato che la richiesta “non è solo una azione simbolica, ma una scelta necessaria che risponde ad un imperativo morale condiviso da tutto il gruppo dirigente.”

Renzo Ulivieri, il presidente dell’AIAC, ha dichiarato che il consiglio nazionale dell’associazione si è trovato unanimemente d’accordo su questa posizione, insistendo che il calcio italiano deve prendere una chiara posizione a favore del popolo palestinese.

Ulivieri ha spiegato che “i valori di umanità che sono alla base di quelli dello sport, ci spingono ad opporci agli atti di oppressione con terribili conseguenze.”

Il vicepresidente Renzo Camolese ha affermato: “Noi crediamo che sia scorretto che noi possiamo solo concentrarci sul gioco, guardare da un’altra parte.”

L’AIAC ha citato il precedente della Russia, che è stata colpita da pesanti sanzioni da parte di FIFA e UEFA in seguito all’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Queste punizioni prevedono l’esclusione della squadra nazionale e dei club russi dalle competizioni internazionali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Marwan Barghouti, Itamar Ben Gvir e il bisogno di Israele di umiliare

Abdaljawad Omar

16 agosto 2025 – MondoWeiss

Il tentativo messo in scena da Itamar Ben Gvir di umiliare Marwan Barghouti ha mostrato l’impotenza dell’ordine politico palestinese – ma ha anche messo a nudo le insicurezze e le inquietudini che alimentano il bisogno di Israele di soggiogare pubblicamente i palestinesi.

Itamar Ben Gvir ha messo in scena il suo tentativo di umiliare Marwan Barghouti con la precisione di un allestimento teatrale politico. Entrando in carcere accompagnato dalle telecamere, il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale ha fronteggiato il detenuto leader palestinese di Fatah nella sua cella, lanciando la brutale minaccia che chi fa del male a Israele sarà “spazzato via”.

La scena è stata poi diffusa sui social media di Ben Gvir. Barghouti, smagrito ma calmo, è apparso sia come un prigioniero che come un simbolo; la sua sola presenza ha trasformato il corridoio del carcere in un palcoscenico in cui i miti e le rivalità nazionali hanno potuto essere messe in scena per il pubblico al di là dei muri.

L’incontro si è svolto nel quadro di un più vasto teatro di umiliazioni avvenute negli ultimi due anni: uomini denudati e fatti sfilare verso l’arresto, gazawi alla fame attirati in trappole mortali presso i punti di distribuzione degli aiuti, soldati ai posti di blocco con il potere di tenere i palestinesi in attesa, coloni che linciano i palestinesi in tutta la Cisgiordania e prigionieri palestinesi picchiati e stuprati.

Lo scopo della visita di Ben Gvir era quello di consumare il capitale simbolico del conflitto, per rafforzare la sua immagine politica attraverso il rituale pubblico dell’umiliazione. In questa coreografia la forza si misura non semplicemente sulle vittorie ottenute, ma sulla nitidezza dell’immagine dei nemici sottomessi esposti all’occhio della telecamera.

Il tentativo di umiliazione, teatrale nella sua intenzione, non era diretto al prigioniero, ma alla collettività da lui rappresentata. L’atto rientra nella logica duplice della degradazione politica: un occhio concentrato sull’obbiettivo, riducendolo ad un oggetto di scena dell’esibizione di dominio; l’altro rivolto verso il pubblico dell’esecutore, esaltando la carica emotiva dello spettacolo.

La stessa logica è alla base delle innumerevoli scene di teatrale umiliazione filmate avidamente dai soldati israeliani e condivise entusiasticamente più volte in tutti i social media dai comuni cittadini israeliani dall’ottobre 2023.

Allora perché questo bisogno perverso, questa ossessione di diffondere immagini di umiliazione ed esibire la forza attraverso la degradazione, esercita un simile fascino politico tra gli israeliani?

L’economia dell’umiliazione

La risposta sta nell’economia emotiva dell’umiliazione. Non è sufficiente che un atto sia compiuto, deve essere visto, deve circolare ed essere riproposto per riaffermare sia l’autorappresentazione del dominatore che la sensazione del pubblico di un potere condiviso. La spettacolarizzazione è inseparabile dall’atto in sé: lo spettacolo trasforma la violenza in narrazione e la narrazione in legittimazione. A sua volta, ciò può convertirsi in moneta politica.

Il gracile corpo di un leader politico, le grida di quelli che implorano pietà, la violazione di sfere intime, tutte queste scene diventano cariche emotive che alimentano il senso di dominio dell’esecutore assicurando allo spettatore israeliano che il potere non viene solo esercitato ma esposto, non solo agito ma condiviso.

Ecco come dovrebbero essere intese le pagliacciate di Ben Gvir. La sua denuncia principale non è che le carceri non mettono in sicurezza lo Stato, ma che non umiliano abbastanza. Per Ben Gvir il regime carcerario di Israele è troppo dignitoso, troppo moderato, non abbastanza spettacolare. Ha più volte condannato il servizio penitenziario per ciò che considera eccessiva indulgenza, arrivando nel dicembre 2023 a licenziare il capo del Servizio Penitenziario Israeliano, accusato di essere “troppo lassista e non abbastanza severo.”

Ha richiesto esplicitamente misure punitive quali la riduzione delle razioni alimentari per i prigionieri palestinesi, configurando la fame come forma di deterrenza, ed ha ipotizzato in termini grotteschi che sarebbe meglio sparare in testa ai prigionieri piuttosto che dargli di più da mangiare. Associazioni per i diritti umani hanno ulteriormente documentato che sotto il suo comando sono state introdotte sistematicamente politiche di privazione, quali restrizioni alimentari, idriche, igieniche, sanitarie e legali, accompagnate da umiliazioni simboliche come costringere i detenuti a rimbiancare i muri della prigione o esibirli come trofei. Ha addirittura esaltato la creazione di celle detentive sotterranee, destinate ad intensificare l’isolamento e le sofferenze psichiche.

Nella retorica e nella prassi di Ben Gvir il carcere, nell’impossibilità di giustiziare i prigionieri, dovrebbe essere un luogo di costante umiliazione, la cui efficacia viene misurata in base all’esplicitazione della degradazione. Ciò che Ben Gvir incarna a livello politico riflette sinteticamente una più ampia logica coloniale: chi predomina ha bisogno di rammentare a sé stesso il proprio dominio. La dominazione, lungi dal costituire un possesso stabile, tende a svanire: deve essere quindi ribadita, esibita e reiterata.

Questo bisogno continuo di affermazione tradisce la sua debolezza: il senso di supremazia del colono poggia su una continua riproposizione di scene di soggiogamento, come se il potere potesse essere verificato solo nel momento in cui viene esercitato sull’altro. La dominazione diventa, più che uno stato permanente, un agire apprensivo, sempre ossessionato dalla possibilità che, se non è continuamente rimessa in scena, possa dissolversi.

È proprio la paura di tale dissoluzione che alimenta il bisogno compulsivo di umiliare ed è proprio la capacità di umiliare che produce l’effimera sensazione di dominazione. Questo doppio legame è ciò che conferisce all’umiliazione la sua forza politica: la debolezza si maschera da forza e la forza si ripropone attraverso la debolezza.

E la psicologia del predominio diventa una forma di assuefazione. Il colono si guarda intorno: oggi hai preso a schiaffi uno di loro? Hai preso la tua dose di droga? L’umiliazione produce un’effimera esaltazione e un’ondata di certezza che la propria supremazia sia intatta. Ma come per ogni droga l’effetto dura poco lasciandosi alle spalle una più intensa amarezza.

Ogni atto di umiliazione calma temporaneamente l’ansia che la supremazia possa svanire, solo per aumentare la dipendenza ogni volta che si ripete. In questo modo il dominio mostra la sua intima natura patologica: non può mantenersi senza la costante creazione di degradazione. Non può soddisfarsi se l’altro non è messo in ginocchio. L’esibizione del potere inizia così a riguardare il bisogno di alimentare una compulsione più che la sicurezza, un insaziabile appetito di conferma che corrode proprio quella pretesa di stabilità che vorrebbe sostenere.

Ciò che rende così duratura questa patologia non è solo la dipendenza dei coloni dall’umiliazione, ma la volontà del mondo di soddisfarla. L’ordine globale offre le condizioni in cui questa compulsione può prosperare: il silenzio delle istituzioni che dovrebbero condannare, gli scudi diplomatici che evitano l’assunzione di responsabilità e il flusso continuo di armi e risorse che garantisce che ogni atto di degradazione sia materialmente garantito. Il diritto internazionale viene invocato come principio ma viene sospeso nella pratica: l’indignazione è espressa a parole, ma neutralizzata nei fatti.

Questa patologia non si limita strettamente alle colonie di insediamento, è generalizzata e alimentata dal tacito investimento del mondo nel mantenimento di una gerarchia in cui alcune vite sono violabili all’infinito. Ciò che appare come una disfunzione israeliana è in realtà un assetto mondiale, perché il mondo permette e addirittura premia la dipendenza dall’umiliazione, nella misura in cui è funzionale alle sue alleanze strategiche.

La reazione palestinese

Ma qualcuno potrebbe ancora chiedere: che ne è degli oggetti di scena? Che ne è dei palestinesi che soffrono dentro questa dinamica? Forse la riduzione dei palestinesi a strumenti di spettacolo e corpi esibiti per l’umiliazione è una prova del potere totale che Israele esercita su di loro? C’è del vero in questo: quando Ben Gvir è entrato tronfiamente nella cella di uno dei leader più amati della Palestina e membro del Comitato Centrale di Fatah, il suo obiettivo era quello di umiliare l’ordine politico palestinese.

Intenzionale o meno, il silenzio di Mahmoud Abbas e la passività del Comitato Centrale di Fatah fin dall’inizio del genocidio, e perfino quando uno dei suoi principali leader viene esibito come trofeo nella messinscena populista di Ben Gvir, non fa che confermare quanto profonda sia l’impotenza. Forse Barghouti può non aver avvertito l’umiliazione in quel momento, ma la natura dell’umiliazione non richiedeva il suo cedimento soggettivo, perché non era nemmeno diretta a lui.

Ben Gvir ha portato alla luce il paradosso di una leadership palestinese che continua ad agire in un contesto di obliterazione, coordinando la sicurezza, controllando il suo stesso popolo e sostenendo proprio quell’ingranaggio che lo opprime. Ben Gvir non aveva bisogno di inventarsi lo spettacolo: ha semplicemente amplificato ciò che già esisteva.

Molti palestinesi parlano di questo incontro in modi differenti. Certo, molti di noi si sentono umiliati, spaventati da quanto grande può essere il sadismo umano. Essere fermati ad un posto di blocco e picchiati dai soldati israeliani senza alcuna ragione è scioccante. Essere aggrediti sessualmente dai soldati ai posti di blocco è scioccante. Essere umiliati e trattati come animali è scioccante. Tutto questo provoca gravi traumi, specie nei bambini che Israele arresta e abusa in diversi modi.

Ma non è tutto qui. Insieme al senso di umiliazione ci sono strategie di evasione e gesti di scherno. Alcuni raccontano di aver riso in faccia ai soldati mentre venivano picchiati, trasformando le botte in occasioni per dimostrare l’assurdità del potere. Molti dicono di come l’umiliazione divenga una routine che si sussegue quotidianamente, affrontata non come un fallimento, ma come una condizione che deve essere gestita, a volte persino utilizzata. Queste svariate risposte rivelano che lo spettacolo dell’umiliazione non segue lo stesso copione ma è vissuto e contestato da coloro che dovrebbero recitare la parte degli oggetti di scena.

Ricordo un episodio, raccontato da due amici circa dieci anni fa, che coglie con dolorosa chiarezza questa dinamica. Erano stati catturati da soldati israeliani, bendati e ammanettati con le mani legate dietro la schiena, poi filmati mentre i soldati li picchiavano a turno. Ciò che è rimasto loro impresso non era il dolore, ma la strana interazione che ha prodotto: quando uno di loro gridava l’altro rideva, schernendo il suo amico proprio mentre soffriva. I soldati si sono arrabbiati, incapaci di capire perché le loro vittime non prendessero sul serio le botte. La risata, invece di interrompere la scena, l’ha esasperata, provocando altri colpi.

Questo fatto svela qualcosa di profondo circa la psicologia dell’umiliazione e l’instabilità della dominazione. La violenza non mira solo a ferire il corpo, ma a garantire un copione in cui il dominato conferma il potere del dominante. La risata ha sconvolto il copione. Non si trattava di negare il dolore, ma del rifiuto di permettere al dolore di diventare l’unico significato di quel momento.

In quella risata, per quanto crudele tra due amici, l’umiliazione è stata spiazzata; la vittima è diventata sia il sofferente che lo spettatore, trasformando la scena in una scena dell’assurdo. Ci sono molte storie simili e moltissime altre che restano taciute. E insieme ad esse spesso sorge un’altra domanda quando i coloni scoppiano in un esaltato entusiasmo, muovendosi nel paesaggio come costretti a riaffermare il loro potere con la violenza o con le parole. La domanda è illusoriamente semplice, formulata in arabo: shu malhom? Che cosa li ha scatenati? E dietro questa si cela la domanda più profonda, più inquietante: che cosa c’è di sbagliato in loro?

Abdaljawad Omar

Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese che incentra il suo lavoro sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e sulla lotta palestinese.


(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli alleati di Israele e la nave che affonda

Joseph Massad

14 agosto 2025 – Middle East Eye

Mentre a Gaza si moltiplicano le atrocità i paesi occidentali che sostengono Israele sono in preda al panico temendo possa fare la fine di altre imprese di colonizzazione di insediamento che sono fallite miseramente

Un panico improvviso ha travolto i sostenitori di Israele in tutto il mondo. I regimi neocoloniali occidentali, comprese le colonie di bianchi di Australia, Canada e Nuova Zelanda, sono particolarmente preoccupati per il destino dell’ultima colonia di insediamento europea in Asia.

Persino alcune organizzazioni ebraiche britanniche e statunitensi vicine a Israele si sono unite al crescente coro di voci preoccupate.

Pur difendendo pienamente i crimini commessi da Israele prima e dopo il 7 ottobre 2023 i suoi sostenitori occidentali hanno improvvisamente sviluppato scrupoli morali riguardo alla fase più recente del genocidio, in cui i continui bombardamenti e l’incenerimento di Gaza – un olocausto – sono ora aggravati dalla deliberata fame di massa inflitta ai sopravvissuti palestinesi.

A differenza delle organizzazioni ebraiche antisioniste e di altre formazioni ebraiche di sinistra, che hanno condannato e protestato contro il genocidio israeliano sin dal suo inizio, la maggioranza delle principali organizzazioni ebraiche filo-israeliane britanniche e americane ha mantenuto il pieno sostegno alle azioni di Israele.

La situazione è cambiata nelle ultime due settimane, con la comparsa di dichiarazioni apparentemente coordinate e simultanee di preoccupazione per la carestia a Gaza.

Immagini raccapriccianti di bambini scheletrici, folle disperate nei siti militarizzati di distribuzione degli aiuti e palestinesi affamati massacrati mentre cercavano di procurarsi del cibo hanno reso insostenibile per i governi e le istituzioni occidentali filo-israeliane continuare a giustificare i crimini di Israele o ignorare la portata della catastrofe umanitaria.

A parte il suo sponsor statunitense, sta diventando sempre più chiaro che pochi dei restanti alleati di Israele sono disposti a seguirlo fino in fondo nel perseguimento del genocidio e rioccupazione di Gaza, e alcuni potrebbero già prepararsi ad abbandonare la nave che affonda.

Preoccupazione tardiva

Preoccupati per il destino di Israele, i suoi sostenitori hanno recentemente attenuato il loro giubilo per la guerra con accenni simbolici all’umanitarismo, cercando di garantire che la sua campagna genocida continui senza ostacoli in mezzo alla crescente indignazione globale.

Il 27 luglio la filoisraeliana American Jewish Committee (AJC) ha rilasciato una dichiarazione a sostegno della “giustificata guerra di Israele per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas e garantire il rilascio degli ostaggi rimasti”, ma esprimendo “immenso dolore per il grave tributo che questa guerra ha imposto ai civili palestinesi” e dichiarando di essere “profondamente preoccupati per il peggioramento dell’insicurezza alimentare a Gaza”.

L’AJC ha inoltre accolto con favore “l’annuncio da parte di Israele di una serie di ulteriori e significativi interventi per aumentare il flusso e la distribuzione di aiuti a Gaza”, esortando “Israele, la Gaza Humanitarian Foundation, le Nazioni Unite e tutti coloro che sono coinvolti nella distribuzione degli aiuti ad aumentare la cooperazione e il coordinamento al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili palestinesi a Gaza”.

L’AJC non è l’unica a esprimere una tardiva preoccupazione per i palestinesi. Nella stessa settimana, anche l’Assemblea Rabbinica di New York, che rappresenta la denominazione conservatrice dell’ebraismo, ha espresso la sua preoccupazione “per il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza”, chiedendo “un’azione urgente per alleviare le sofferenze dei civili e garantire la consegna degli aiuti”.

L’Assemblea ha auspicato “un futuro radicato nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi” e ha esortato Israele a “fare tutto il possibile per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno”. Facendo appello agli insegnamenti ebraici, ha affermato: “La tradizione ebraica ci impone di garantire la fornitura di cibo, acqua e medicinali come priorità assoluta”.

A loro si è unita l’Unione per il Giudaismo Riformato, la più grande organizzazione ebraica del Nord America, che si oppone con veemenza al sionismo fin dagli anni ’40.

In una dichiarazione rilasciata il 27 luglio il Movimento Riformista ha affermato: “Né l’intensificazione della pressione militare né la limitazione degli aiuti umanitari hanno avvicinato Israele a un accordo sul recupero degli ostaggi o sulla fine della guerra”. Ha aggiunto: “Israele non deve sacrificare la propria reputazione morale… Far morire di fame i civili di Gaza non fornirà a Israele quella ‘vittoria totale’ su Hamas che desidera, né può essere giustificato dai valori ebraici o dal diritto umanitario”.

Giorni dopo, una lettera firmata da 1.000 rabbini di varie denominazioni in tutto il mondo dichiarava di “non poter tollerare le uccisioni di massa di civili, tra cui un gran numero di donne, bambini e anziani, o l’uso della fame come strumento di guerra”. Hanno scritto: “In nome della reputazione morale non solo di Israele, ma dell’ebraismo stesso, l’ebraismo a cui sono consacrate le nostre vite”.

Controllo del danno

Dichiarazioni di preoccupazione per la condotta di Israele si sono diffuse oltre gli Stati Uniti.

Il 29 luglio la più grande organizzazione ebraica del Regno Unito, il Board of Deputies, ha chiesto un “rapido, incondizionato e sostenuto incremento degli aiuti attraverso tutti i canali disponibili” ai palestinesi di Gaza, appena un mese dopo aver sanzionato alcuni suoi membri per aver criticato i crimini commessi da Israele.

Proprio lo stesso giorno un gruppo di 31 eminenti israeliani ha esortato la comunità internazionale a imporre a Israele “stringenti sanzioni” per la fame imposta ai palestinesi. Questo appello è arrivato il giorno dopo che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Medici israeliani per i diritti umani, si sono unite al resto del mondo nel definire le azioni di Israele come “genocidio”.

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una recente telefonata di smettere di negare la carestia.

Ma non si creda che tutti la pensino così, perché non è vero: un recente sondaggio ha rilevato che il 79% degli ebrei israeliani è “poco turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza a Gaza.

Obiezioni alle politiche israeliane sono arrivate anche dalla maggior parte dei regimi occidentali, in particolare in merito al piano recentemente annunciato da Israele di rioccupare Gaza. Persino le voci più autorevoli sul quotidiano britannico filo-israeliano The Guardian erano in preda al panico, avvertendo che una simile mossa sarebbe dannosa per Israele, poiché “non garantirebbe una vittoria militare” e “intensificherebbe la lotta con Hamas senza alcuna possibilità di porvi fine”.

Anche i sostenitori occidentali di IsraeleGran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altri – si sono dichiarati contrari alla rioccupazione.

Le loro proteste sono giunte nonostante Netanyahu abbia affermato che il suo obiettivo è semplicemente “liberare Gaza da Hamas e consentire l’insediamento di un governo pacifico”.

Il governo tedesco, fanaticamente filo-israeliano, che ha sostenuto ogni azione israeliana dall’ottobre 2023, ha ora dichiarato di voler vietare nuove vendite di armi allo Stato genocida che potrebbero essere utilizzate nell’olocausto palestinese in corso.

A ciò si aggiunge l’ultimo stratagemma occidentale di riconoscere un fantomatico Stato palestinese alle Nazioni Unite il mese prossimo, nel disperato tentativo di salvare la colonia di insediamento che è Israele da se stessa e di mascherare l’aperto e attivo sostegno occidentale al genocidio.

Perfino le dittature arabe sostenute dall’Occidente, le stesse che non hanno esitato a supportare materialmente, se non sempre ufficialmente, il genocidio di Israele sin dal suo inizio, stanno ora sponsorizzando queste misure.

Una nave che affonda

Di fronte al riconoscimento del massacro di Gaza come genocidio da parte di relatori indipendenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani, a cui si sono aggiunte, tardivamente, alcune israeliane, è diventato molto più difficile per i governi occidentali e i media tradizionali giustificare, negare o altrimenti mettere in dubbio la portata della distruzione e delle uccisioni a Gaza, poiché negli ultimi mesi tali narrazioni sono diventate meno sostenibili.

Inoltre, il totale fallimento di Israele nel vincere la guerra contro Hamas, per non parlare dell’Iran, e la sensazione che le sue capacità militari sembrino efficaci solo nell’uccisione di civili pur senza riuscire a costringerli alla sottomissione sono diventati importanti preoccupazioni per la sicurezza dei governi occidentali.

Senza la quotidiana assistenza militare, di intelligence, finanziaria e diplomatica dell’Occidente Israele non avrebbe potuto compiere il genocidio né difendersi dagli attacchi di coloro contro cui ha agito aggressivamente per decenni.

Il fatto che il governo di Israele, sostenuto dalla maggioranza dellelettorato ebraico israeliano, stia portando avanti politiche che hanno gravemente danneggiato limmagine del Paese presso lopinione pubblica occidentale ha rappresentato unulteriore umiliazione per i suoi sostenitori in Occidente.

A parte il suo sponsor e madrepatria adottiva, gli Stati Uniti, le recenti battute d’arresto di Israele hanno spinto molti dei suoi alleati a cercare scialuppe di salvataggio, forse riluttanti ad affondare con una nave che cola a picco.

Alla fine della guerra di liberazione in Algeria, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’opinione pubblica francese si era stancata della violenza barbara scatenata dai coloni francesi contro gli algerini nella loro patria e nella Francia continentale in un ultimo disperato tentativo di preservare la loro colonia di insediamento.

Osserviamo una tendenza simile nel caso israeliano. I sondaggi in tutto il mondo occidentale mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica condanna le atrocità israeliane, da destra a sinistra. Anche negli Stati Uniti, non solo la sinistra, ma anche la destra trumpista ha abbandonato la colonia di insediamento che è Israele e si oppone al sostegno fornitole dagli Stati Uniti.

La preoccupazione tra gli ostinati sostenitori occidentali di Israele è che il suo destino possa rispecchiare quello dell’Algeria francese. Il fatto che Netanyahu stesso si preoccupi da un decennio che Israele possa non sopravvivere fino al suo centesimo compleanno rafforza ulteriormente il timore che il Paese stia accelerando la propria fine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Esclusivo: più di 100 medici che lavorano a Gaza chiedono un’azione internazionale in quanto “i colleghi muoiono di fame e sono colpiti da Israele”

Prem Thakker

13 agosto 2025 – Zeteo

Molti lavoratori sanitari “soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti” si legge in una lettera aperta firmata da professionisti della sanità.

Più di 100 medici e professionisti della salute internazionali che negli ultimi 22 mesi hanno prestato servizio a Gaza hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono l’attenzione internazionale riguardo al devastante attacco israeliano contro i lavoratori sanitari palestinesi e sollecitano un’immediata azione internazionale per proteggerli e ricostruire il sistema sanitario decimato di Gaza.

Rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi muoiono di fame e vengono colpiti da Israele,” si legge nella lettera, diffusa in anteprima da Zeteo [media indipendente di controinformazione, ndt.]. “Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti.”

Tra i firmatari ci sono i dottori Thaer Ahmad, Yasser Khan, Tanya Haj-Hassan, Ambereen Sleemi e Nick Maynard. 

A Gaza negli ultimi 22 mesi le condizioni hanno raggiunto il punto più basso. Le morti per fame sono aumentate a una velocità allarmante. Gli ospedali rimasti ancora in funzione sono arrivati a “un crollo quasi totale” in quanto devono affrontare una media di otto “stragi di massa” giornaliere. Centinaia di migliaia di persone sono sempre più assetate in quanto l’accesso all’acqua potabile si riduce e le malattie si diffondono.

A peggiorare le cose, le condizioni di vita stanno colpendo quelli che hanno l’incarico di contribuire ad alleviare le sofferenze. A maggio 2025, afferma la lettera, le forze israeliane avevano ucciso più di 1.500 operatori sanitari palestinesi. Molti di più, osserva sempre il comunicato, sono stati rapiti, detenuti illegalmente e torturati nelle carceri israeliane.

Nel contempo a Gaza, aggiunge la lettera, l’esercito israeliano ha gravemente limitato il lavoro della solidarietà internazionale e delle organizzazioni mediche e ha bloccato “l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati.” I professionisti della salute palestinesi, anche loro cacciati dalle proprie case, e che spesso vivono in tende o rifugi di fortuna, hanno continuato a prestare le cure a migliaia dei loro vicini che si trovano in situazioni simili.

Nella lettera i medici espongono nel dettaglio perché le condizioni a Gaza sono terribili.

I pazienti non possono guarire senza cibo sufficiente e accesso a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura,” si legge nella lettera.

In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per medici e lavoratori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.” Agli oltre 100 operatori sanitari si sono aggiunti più di 150 lavoratori della salute solidali che hanno anche loro firmato la lettera.

Firmiamo questa lettera in solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Ecco il testo completo della lettera:

La lettera dei medici – Voci in solidarietà con i colleghi palestinesi di Gaza

Ci rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Noi, gli operatori sanitari firmatari, dalla fine del 2023 abbiamo lavorato insieme ai nostri colleghi palestinesi a Gaza e abbiamo assistito in prima persona alle dimensioni e alla gravità della loro sofferenza.

Oggi alziamo di nuovo la nostra voce in piena solidarietà con in nostri colleghi a Gaza che continuano tutti quanti a subire una violenza inimmaginabile.

Il genocidio in corso e l’assedio crescente da parte di Israele hanno di fatto distrutto tutto il sistema sanitario di Gaza. I pochi ospedali rimasti parzialmente in funzione sono ancora in piedi grazie alla determinazione e all’impegno dei medici e infermieri palestinesi che continuano a prendersi cura dei pazienti nonostante il pericolo costante di essere presi di mira, e ora anche di morire di fame.

Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti patiscono fame, capogiri e svenimenti mentre eseguono operazioni o si occupano dei pazienti nel pronto soccorso. La maggioranza di loro è stata sfollata in tende dopo essere stata cacciata dalle proprie case e molti stanno sopravvivendo con meno di un solo piatto di riso al giorno.

Le conseguenze umanitarie della crisi politica a Gaza non sono solo segnate direttamente dalle stragi dell’esercito israeliano contro l’intera popolazione, ma anche dal metodico attacco di Israele contro il sistema sanitario:

  • In seguito ai ripetuti e sistematici attacchi israeliani contro il sistema sanitario e i lavoratori della salute gli operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi in gran numero. A maggio 2025 risultavano uccisi oltre 1.580 lavoratori.

  • L’esercito israeliano ha rapito, arrestato illegalmente, vessato e torturato centinaia di lavoratori sanitari palestinesi, tenendoli in condizioni degradanti nelle prigioni e in campi di detenzione.

  • Lo Stato di Israele ha ripetutamente bloccato l’evacuazione di pazienti e le iniziative sanitarie internazionali e chiuso o ostacolato evacuazioni indispensabili e corridoi umanitari.

  • Israele continua a bloccare sistematicamente l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati. In seguito a ciò i lavoratori sanitari palestinesi devono cercare di salvare vite in ospedali senza i più basilari materiali che sono rapidamente disponibili a poca distanza da loro.

I pazienti non possono guarire senza alimentazione e accesso adeguato a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura. In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per i medici e gli operatori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.

Non ci sono difficoltà logistiche che possano essere risolte semplicemente con un maggiore aiuto medico o più delegazioni sanitarie internazionali. Questa è una crisi interamente creata dall’uomo attraverso una crudeltà senza limiti e nel totale disprezzo per la vita dei palestinesi.

Chiediamo un’immediata azione internazionale per:

  1. Proteggere i lavoratori sanitari palestinesi e tutti i palestinesi, compresi sforzi coordinati per garantire l’immediato rilascio dei palestinesi e degli operatori sanitari palestinesi illegalmente detenuti.

  2. Proteggere le strutture sanitarie e bloccare immediatamente gli attacchi contro tutte le strutture sanitarie compresi ospedali, cliniche e ambulanze come previsto dalle leggi internazionali.

  3. Porre fine al blocco illegale e garantire l’ingresso umanitario senza impedimenti di cibo, acqua potabile, rifornimenti sanitari e distribuzione di carburante e garantire l’accesso illimitato di delegazioni mediche internazionali a Gaza.

  4. Garantire un cessate il fuoco immediato e permanente e la fine dell’illegale occupazione militare di Gaza.

  5. Chiamare a rispondere quanti sono responsabili di attacchi, arresti e violenze che colpiscono le attività sanitarie a Gaza.

Firmiamo questa lettera per solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Firmata da professionisti della salute che hanno lavorato a Gaza:

  1. Mahmooda Syed, DO, MBA, FACEP

  2. Brennan Bollman MD, MPH

  3. Ayesha Khan, MD, MPH

  4. Zahed Rahman RN, Terapia Intensiva

  5. Abeerah Muhammad MSN, RN, CENEN

  6. Owais Nadeem, MD

  7. Sarah Badran, MD, MACM

  8. Lana Abugharbieh BSN, RN, CEN

  9. Nour Sharaf, DO

  10. Aziz Rahman, MD

  1. Talal Ali Khan, MD, FACP, FASN, FRCP

  2. Elidalis Burgos, MSN, APRN, AGACNP-BC

  3. James Smith, MBBS, MA, MSc, MSc, medico di pronto soccorso britannico

  4. Mohammad Rizwan Minhas, MD

  5. Khawaja Ikram, DO

  6. Noor Amin, MD

  7. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  8. Yipeng Ge, MD, MPH, CCFP

  9. Margaret Ogden, MPH, infermiera diplomata

  10. Qutaiba Mohammad Allawwama, infermiere di pronto soccorso

  11. Sarah Lalonde, Bsc. MD, CCFP-EM

  12. Zena Saleh, MD, specializzanda in chirurgia generale

  13. Tarek Meguid, MD,OB/GYN

  14. Anas Alkassem, MD

  15. Ali Khader, MD, MPH

  16. Nada Al Hadithy, FRCS, MD, FMLM, PgDip

  17. Mumen Diraneyya, specialista in chirurgia generale

  18. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  19. Thaer Ahmad, medico e membro del consiglio di PAMA

  20. Mir S Ali, MD, pediatra

  21. Uzer Khan, MD

  22. Feroze Sidhwa, MD, MPH, FACS, FICS

  23. Deirdre Nunan, MD, FRCSC (ortopedico)

  24. Ben Thomson, MD, MPH, MSc, FRCPC

  25. Ambereen Sleemi, MD, MPH uroginecologo

  26. Ahmed Hassabelnaby, DO –medicina d’urgenza

  27. Saira Hussain, MBBS FRCA MA FANZCA

  28. Bushra Othman, BMBS, FRACS, chirurgia generale

  29. Mina Naguib, medico di pronto soccorso, BSc, BMBS, DMCC, MPH, FRCRM

  30. Tom Potokar, Prof, OBE, chirurgo plastico

  31. Goher Rahbour, BMedSci, MBChB, MRCS, MD Res, FRCS

  32. Nick Maynard, MD

  33. Junaid Sultan, specialista in chirurgia vascolare

  34. Aarianna Read, infermiera diplomata

  35. Aalisha Mariam Karimi, MB BChir, MRCP, FRCA, DipHTM

  36. Aqsa Durrani, MD, MPH

  37. Janet Hall, medico

  38. Matthew Arnaouti, specializzando in traumatologia e ortopedia

  39. Kirsty Blacka, Charge Sister – infermiera diplomata

  40. Adam Hamawy, MD FACS

  41. Ana Jeelani, specialista in chirurgia pediatrica ortopedica

  42. Kaji Sritharan, specialista di chirurgia vascolare

  43. Haleh Sheikholeslami, MD, FAAFP

  44. Dr Paul Ransom, medico di pronto soccorso britannico

  45. Yasser Khan, MD, FRCSC

  46. Einar Lande, t ginecologo

  47. Lucy Hooton, capo infermiera

  48. Line Dahlgaard Berntzen, medico

  49. John Kahler,MD, FAAP

  50. Chandra Hassan, MD

  51. Yassar Arain, MD

  52. Nahreen Ahmed, MD MPH

  53. Tanya Haj-Hassan, BMBCh

  54. Mahmoud Sabha, MD

  55. Khaled Al-hreish, MD

  56. Nabeel Rana, MD

  57. Alia Kattan, MD

  58. Rana Mahmoud, RNBSN

  59. Mohamad Abdelfattah, MD

  60. Hina Syed , M.D.

  61. Jennifer Arriaga, BSN, RN, CCRN

  62. Morgan McMonagle, MB BCh FRCSI FACS MD

  63. Christos Georgalas, docente di chirurgia della testa e del collo

  64. Tammy Abughnaim, MD, medicina d’emergenza

  65. Abdullah Salameh, chirurgia generale

  66. Mohammed Akuji, anestesista specializzato

  67. Amy Neilson, MBBS BSc MPH&TM FACRRM FACTM FEWM

  68. Jason O’Connor, infermiere diplomato, PANZMA

  69. Osama H. M. Hamed, chirurgo

  70. Dr. Farah Abdul Aziz, MBBS FRACS

  71. Montaha Khan, specialista in terapia intensiva

  72. Salih El Saddy, MD, PANZMA

  73. Jacklyne Scarbolo, dirigente medico

  74. Jamal Merei, chirurgo generale

  75. Patrick Ennis, NHS infermiere specializzato

  76. Husam Basheer, esparto in ortopedia

  77. Mohammed Alkandari, MD

  78. Ghassan Alami, MD-CM, FRCS(C)

  79. Travis Melin, D.O

  80. Jeremy Hickey, anestesista specializzato

  81. Asma Lina fazlanie, MbChB, FRCA, MRCP

  82. Mohammed Mustafa, MD

  83. Sakib Rokadiya

  84. Hanadi Katerji, RN

  85. Victoria Rose, chirurga plastica specializzata

  86. Martina Marchiò, PMR

  87. Wilhelmi Massay, Terapia intensiva

  88. Tas Qureshi, chirurgo

  89. Heba Al-Nashef, Ostetrica specializzata

  90. Mark Brauner, DO, FACEP

  91. Azeem Elahi, MD

  92. Wajid Jawaid, chirurgo pediatrico specializzato

  93. Michail Liontiris, MD, MScIH –medicina d’urgenza

  94. Haseeb Khawaja MD

  95. Mohamed S A Elfar, MD, MSc, FACS, FCCM

  96. Greg Shay, MD

  97. Elen O’Donnell, MBBS, FACRRM, DipPH

  98. Mohamed Kuziez , MD, FAAP

  99. Adil Husain, M.D.

  100. Mohammed Sbeih, MD, FACS

  101. Chandra Hassan, MD, FACS

  102. Raul Incertis Jarillo, anestesista

  103. Shehzad Batliwala, DO

  104. Anas Ahmed, MD

  105. Mark Perlmutter MD

  106. Joelle Tischhauser

  107. Dr Chris Holden

  108. Amanda Prezioso, infermiera

  109. Yacine Haffaf, Surgeon chirurgo

  110. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  111. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  112. Rana Mahmoud, RNBSN

  113. Riad Abdelkarim, MD, MHCM, FACP; direttore sanitario

La lettera è stata firmata anche da 159 professionisti della salute solidali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele ha creato una “cellula di legittimazione” per “insabbiare” gli omicidi di giornalisti a Gaza

Redazione di Palestine Chronicle

12 agosto 2025, Palestine Chronicle

Perché ucciderlo proprio ora, alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Penso che Israele abbia ucciso Anas Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”. Yuval Abraham.

I servizi segreti israeliani hanno istituito un’unità speciale allo scopo di giustificare le azioni dell’esercito a Gaza, compresa l’uccisione di giornalisti, secondo il giornalista investigativo israeliano Yuval Abraham.

Dopo il 7 ottobre, una squadra chiamata ‘Cellula di legalizzazione’ è stata istituita all’interno di AMAN (i servizi segreti militari)”, ha scritto Abraham su X lo scorso lunedì, dopo l’ultimo omicidio, portato a termine con un attacco aereo, di sei giornalisti, tra cui il reporter di Al Jazeera Anas Al Sharif.

Gli agenti dei servizi segreti cercano informazioni per fornire una ‘legittimazione’ alle azioni dell’esercito a Gaza: errori nel lancio di missili da parte di Hamas, uso di scudi umani, utilizzo della popolazione civile, il consueto armamentario che ben conosciamo”, ha aggiunto.

Abraham ha detto che “la principale missione della Cellula di legittimazione era di trovare dei giornalisti che potessero essere presentati dei media come segretamente affiliati ad Hamas”, aggiungendo che questa unità ha attivamente identificato i giornalisti uno ad uno ed ha cercato informazioni su di loro”.

Non hanno trovato nulla”

Abraham ha confermato che “hanno passato delle intere giornate alla ricerca di qualcosa, e non hanno trovato nulla”.

Perché fare delle ricerche del genere? Per come la capisco io, per fornire ai media un modo per ‘legittimare’ in generale il fatto che dei giornalisti sono stati uccisi”, ha aggiunto Abraham.

Abraham ha aggiunto che “identificare un giornalista come un membro di Hamas sotto copertura permette di insabbiare la morte di tutti gli altri giornalisti”.

Il giornalista ha fatto notare che Israele “ha ammesso che l’obiettivo dell’attacco alla tenda della stampa davanti all’ospedale al-Shifa era Anas Al Sharif”.

Osservando che “era noto da mesi dove si trovava”, Abraham si è chiesto il motivo della tempistica dell’omicidio di Al Sharif.

Perché ucciderlo ora? Alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara. Io penso che Israele abbia ucciso Anaf Al Sharif semplicemente perché era un giornalista”, ha aggiunto Abraham.

I documenti [presentati dall’esercito israeliano] sono stati il mezzo”, ha aggiunto ancora. “Per lo stesso motivo per cui si sono attivati per cercare dei giornalisti che potessero essere presentati come membri di Hamas, per fornire una ‘legittimazione’ all’uccisione di giornalisti in generale… E per lo stesso motivo ai media internazionali viene impedito di entrare a Gaza: per fare in modo che i crimini siano visti di meno”.

Questi ultimi omicidi fanno salire a 238 il numero di giornalisti assassinati durante il genocidio contro Gaza in corso dall’ottobre 2023.

Un “grande massacro” in preparazione

Lo scorso lunedì il direttore dell’ospedale Al Shifa, il dottor Mohammed Abu Salmiya, ha preavvisato che l’uccisione dei giornalisti da parte di Israele è avvenuta in preparazione di un “grande massacro” che Israele non vuole venga raccontato dai media.

Ecco cosa temiamo: che l’esercito di occupazione stia preparando un “grande massacro”, ma questa volta senza che ne siano trasmessi i suoni o le immagini”, ha dichiarato il dottor Abu Salmiya. Israele vuole uccidere ed espellere il maggior numero possibile di palestinesi di Gaza City, ma questa volta senza le voci di Anas, Mohammed, Al Jazeera e degli altri canali satellitari”.

I corrispondenti di Al Jazeera Anas Al Sharif e Mohammed Qreiqea sono stati uccisi nell’attacco, insieme ai cameramen Ibrahim Zaher e Moamen Aliwa, e al loro assistente Mohammed Nofal. Anche un altro giornalista, Mohammed Al Khalidi, è deceduto in seguito alle ferite.

L’avvertimento di Al Sharif

Il mese scorso Al Sharif aveva avvertito in una dichiarazione su X che l’esercito israeliano “ha lanciato una campagna di minacce e incitamenti all’odio contro di me a causa del mio lavoro come giornalista per Al Jazeera”.

Ha aggiunto: “lo ribadisco: Io, Anas Al Sharif, sono un giornalista senza affiliazioni politiche. La mia unica missione è raccontare la verità dal campo, così com’è, senza pregiudizi. In un momento in cui una carestia mortale sta devastando Gaza, dire la verità è diventato, agli occhi dell’occupazione, una minaccia”.

L’assassinio di Al Sharif e dei suoi colleghi ha suscitato condanne e manifestazioni di cordoglio in tutto il mondo.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza

Gavin Blackburn

12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)

Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.

Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”

Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.

I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.

Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.

Opposizione al ricollocamento

Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.

Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.

Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.

Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.

Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.

Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.

L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.

Da una zona di conflitto ad un’altra

Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.

Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.

Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.

Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.

Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.

Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.

Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.

In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.

Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”

Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’industria bellica di Israele prospera sul genocidio e il mondo continua a comprare

Antony Loewenstein

11 agosto 2025 – Middle East Eye

Dalla Germania all’Arabia Saudita gli Stati stanno alimentando l’economia di guerra israeliana comprando armi e sistemi di sorveglianza testati in guerra contro i palestinesi di Gaza

Mentre chiunque abbia un briciolo di umanità è indignato dalla campagna israeliana di privazione del cibo e morte di massa a Gaza, la Germania ha altre priorità. Recentemente ha accettato di comprare dalla principale impresa bellica israeliana, Elbit, per 260 milioni di dollari un sistema di difesa missilistica. Qui non c’è nulla di nuovo, i soliti affari con uno Stato che persino secondo le più importanti organizzazioni per i diritti umani israeliane sta commettendo un genocidio.

Le industrie israeliane delle armi e della sorveglianza stanno prosperando grazie alla sua violenza a Gaza, in Cisgiordania e altrove. È un importante punto di forza. L’occupazione è un grande affare. Le cifre del 2024, le più recenti a disposizione, mostrano vendite record per 14,8 miliardi di dollari.

I numeri del 2025 probabilmente saranno persino superiori, alimentate da una grande domanda internazionale di armi, droni, sistemi di sorveglianza e strumenti di IA che Israele sta schierando a Gaza.

Il genocidio non impedisce a Israele di presentarsi come la miglior società “testata in battaglia”. Troppi Stati democratici e autocratici stanno ascoltando, imparando e comprando. Le grandi industrie tecnologiche sono invischiate fino al collo con l’esercito israeliano, e sì, mi riferisco a voi Microsoft, Amazon e Google, tra le altre.

Ho passato più di un decennio a indagare sul complesso militare industriale di Israele. Mentre è esagerato sostenere che l’infinita occupazione e i crimini di guerra israeliani esistono solo per promuovere le vendite per la difesa, non ci sono dubbi che il denaro ricavato dall’economia bellica rafforzi significativamente il bilancio di Israele.

È un punto giustamente sottolineato da Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per Cisgiordania e Gaza nel suo recente rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide [dall’Economia dell’Occupazione all’Economia del Genocidio, PaperFirst, 2025] in cui mette alla gogna le imprese che traggono profitto dalle azioni di Israele (Albanese fa costante riferimento al mio ultimo libro, Laboratorio Palestina [Fazi editore], per spiegare la logica della posizione geopolitica di Israele).

Alleanza con l’India

Chi sta comprando tutte queste armi israeliane?

Un recente titolo nel quotidiano israeliano Haaretz dettaglia una relazione fondamentale per la strategia della difesa di Israele: “Perché il futuro della difesa israeliana si trova in India”. L’articolo spiega come molte imprese belliche indiane e israeliane ora abbiano stabilito una stretta collaborazione commerciale, e aziende israeliane abbiano aperto fabbriche in India.

Una fonte israeliana anonima ha detto al giornale: “L’industria israeliana delle armi è diventata, se non una succursale di quella indiana, quanto meno un suo socio a pieno titolo.”

Dal 7 ottobre droni prodotti in India sono stati utilizzati a Gaza e il governo Modi a New Delhi ha schierato droni israeliani nella sua breve guerra con il Pakistan di aprile.

La collaborazione tra India e Israele è alimentata dai soldi, ma è anche ideologica e sia il primo ministro indiano Narendra Modi che quello israeliano Benjamin Netanyahu aderiscono all’etnonazionalismo e perseguitano i musulmani.

È un matrimonio di convenienza, e razzista, tra il fondamentalismo indù e il suprematismo sionista.

Nel 2024 l’Europa è stata il principale acquirente delle armi israeliane, pari al 54% sulle esportazioni totali. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha spinto molte Nazioni europee verso i sistemi d’arma e la difesa missilistica di Israele. Questa dipendenza spiega in parte la riluttanza dell’Unione Europea a tagliare anche solo parzialmente i rapporti con Israele in quasi due anni di massacri a Gaza.

L’industria bellica israeliana è la polizza assicurativa decisiva per uno Stato ebraico suprematista che sa quanto molti altri dipendano da essa. Ha un’oscura storia di collaborazione con alcuni dei regimi più brutali dopo la Seconda Guerra Mondiale, compresi quelli che sono apertamente antisemiti. Ritengo che negli ultimi decenni Israele abbia venduto armi o sistemi di sorveglianza ad almeno 140 Paesi.

Complicità araba

È già abbastanza grave che molte Nazioni occidentali abbiano adottato il militarismo israeliano, ma troppi Stati arabi, compresi Bahrein, Marocco, gli EAU e l’Arabia Saudita, continuano a fare affari con Israele. Non c’è una vera solidarietà né un supporto tangibile per i loro simili arabi, i palestinesi. Al contrario molte élite arabe desiderano la “normalizzazione” con il governo di Tel Aviv.

Queste dittature arabe temono il loro stesso popolo, una Primavera Araba 2.0, e comprano la tecnologia di sorveglianza israeliana testata in guerra per rafforzare il proprio dominio.

Secondo un nuovo libro sul reggente saudita Mohammed bin Salman (MBS), la giornalista Karen Elliott House spiega: “Egli (MBS) ha una prospettiva in cui Israele e Arabia Saudita sono le due grandi potenze (regionali) che lavorano insieme. Non sarà facile finché non c’è una qualche soluzione a Gaza, ma i sauditi che lo conoscono bene ti diranno che non può permettere che gli interessi sauditi siano ritardati per sempre dai palestinesi.”

È illuminante sapere che uno dei più potenti autocrati musulmani al mondo veda nel migliore dei casi i palestinesi come un disturbo e nel peggiore come una piaga. Si pensi solo a cosa MBS potrebbe fare per loro se chiedesse che Israele ponga fine al genocidio di Gaza. Invece sembra desiderare che spariscano, un’opinione molto simile a quella israeliana.

Farla finita con il commercio

L’unico modo per fermare veramente la potenza bellica israeliana è che le Nazioni smettano di comprarla. Oltretutto, come esorta a fare il Gruppo dell’Aia [composto da Nazioni del Sud del mondo creato a sostegno delle sentenze della Corte internazionale di giustizia e della Corte Penale Internazionale sul conflitto israelo-palestinese, ndt.], di recente costituzione, i Paesi devono anche smettere di vendere armi a Israele.

L’industria della difesa è intrinsecamente corrotta e sporca e molti Stati vi partecipano.

Con Israele come ottavo maggior venditore di armi al mondo e la spesa globale in armamenti che nel 2024 ha raggiunto la cifra record di 2,72 trilioni di dollari, rifiutare il militarismo e le macchine di morte automatizzate è il minimo che un Paese civile possa fare.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best-seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo australiano, ndt.]. Ha scritto articoli per il Guardian, il New York Times, la New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo. Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke, Disaster Capitalism e My Israel Question. I suoi documentari sono Disaster Capitalism e i film per Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis e Under the Cover of Covid. Ha anche vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una nuova strada per assicurare alla giustizia i criminali di guerra

Tyler McBrien

6 agosto 2025 – The intercept

È nei tribunali nazionali, non nella CPI o nella CIG, che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia.

Molti di coloro che osservano gli orrori che si consumano a Gaza hanno riposto le loro più grandi speranze e le loro più profonde frustrazioni nelle corti supreme del mondo: la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. A quasi due anni dall’inizio della guerra questi organi giudiziari non hanno né impedito che si verificassero atrocità né punito i responsabili. Giornalisti e attivisti hanno accumulato ampie prove che documentano i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, eppure i suoi soldati continuano a operare a Gaza impunemente.

È un errore concentrarsi esclusivamente sulla CIG, istituita dalla Carta delle Nazioni Unite per dirimere le controversie tra Stati, e sulla Corte Penale Internazionale, che persegue gli individui accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione ai sensi dello Statuto di Roma. Così facendo, si fraintende e si enfatizza eccessivamente il loro ruolo. “Il dibattito sulla giustizia penale internazionale ruota eccessivamente attorno alla CPI, oscurando altre vie e strumenti di giustizia”, mi ha detto Brian Finucane dell’International Crisis Group [ONG internazionale impegnata nella prevenzione e definizione dei conflitti, ndt.]. Questa miopia non tiene conto anche dell’importante lavoro svolto dai tribunali nazionali. È proprio a livello nazionale che i palestinesi hanno le migliori possibilità di ottenere giustizia, poiché gli Stati nazionali cercano di adempiere ai propri obblighi internazionali attraverso indagini e procedimenti giudiziari interni.

Per molti versi le speranze e le frustrazioni riposte nella CPI e nella CIG sono comprensibili. Quando si pensa a processi internazionali, viene in mente Norimberga e il segnale dato alla comunità internazionale che si trattava dei crimini più gravi in assoluto”, ha affermato Jake Romm, avvocato per i diritti umani e rappresentante statunitense della Hind Rajab Foundation [fondazione con sede a Bruxelles, impegnata nel contrastare l’impunità israeliana per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani in Palestina,ndt.]. Gaza è esattamente il tipo di grave situazione per cui sono stati istituiti questi tribunali, che dal 7 ottobre 2023 non sono rimasti completamente inattivi. All’inizio del 2024, dopo che il Sudafrica ha intentato una causa contro Israele sostenendo che avesse violato la Convenzione dell’ONU sul genocidio, la CIG ha emesso diverse serie di misure provvisorie ordinando a Israele di astenersi dal compiere atti di genocidio, di interrompere l’azione militare e garantire il flusso di aiuti umanitari. Nel novembre dello stesso anno la CPI ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant (insieme a tre alti comandanti di Hamas) per il crimine di utilizzo della fame come metodo di guerra e per i crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani.

Ma generalmente gli ingranaggi della giustizia si muovono lentamente e nel caso specifico dei palestinesi può spesso sembrare che gli ingranaggi della giustizia internazionale non si muovano affatto. La CIG probabilmente non si pronuncerà sul caso di genocidio prima della fine del 2027. E se le prospettive di vedere Netanyahu o Gallant sul banco degli imputati all’Aja sono sempre state scarse, appaiono ancora più scarse dopo che l’Ungheria, Stato parte dello Statuto di Roma, ha concesso al primo ministro ricercato di Israele un passaggio sicuro attraverso Budapest, sottraendosi all’obbligo di arrestarlo. Inoltre la CPI rimane coinvolta in una crisi dopo che il suo procuratore capo ha preso un periodo di congedo a causa di accuse di molestie sessuali, mentre i perenni problemi legati alle risorse e le pressioni politiche continuano ad affliggere la Corte e l’amministrazione Trump la prende di mira con sanzioni e altre minacce. Persino i tribunali penali internazionali speciali, come le strutture ad hoc create per i casi dell’ex Jugoslavia o Ruanda, sono soggetti al veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un ostacolo insormontabile per i palestinesi.

Questi tribunali internazionali non hanno certamente soddisfatto le esigenze del momento, ma non possono lottare da soli per la giustizia globale, né sono stati concepiti per farlo. Senza un procedimento esecutivo indipendente il diritto internazionale funziona come un sistema volontario, la cui applicazione dipende dagli Stati – sia come soggetti che come agenti principali. E, secondo Chantal Meloni, professore associato di diritto penale all’Università degli Studi di Milano e consulente legale esperto del Centro Europeo per i Diritti Costituzionali e Umani, lo Statuto di Roma stabilisce “una logica molto chiara secondo cui non tutti i crimini internazionali commessi ovunque nel mondo possono sottostare alla giurisdizione della CPI, e gli Stati devono assumersi la loro parte di responsabilità per prevenire e punire questi crimini”.

Invece i tribunali nazionali spesso non devono affrontare le stesse limitazioni di risorse e possono perseguire i responsabili lungo tutta la catena di comando. La ricerca della giustizia attraverso i tribunali nazionali “può coinvolgere centinaia, persino migliaia di potenziali sospettati, a differenza della CPI, che è in grado di occuparsi solo di pochi casi”, ha affermato Mark Lattimer, direttore esecutivo del Ceasefire Centre for Civilian Rights [ONG con sede a Londra impegnata nella promozione dell’accesso alla giustizia per tutti, ndt.] . Sebbene gli Stati affrontino anche pressioni politiche interne, non devono necessariamente destreggiarsi come fa la CPI per compiacere i suoi numerosi sostenitori. Lattimer aggiunge che gli sforzi nazionali possono anche “rompere i doppi standard” fin troppo presenti nelle corti internazionali, soprattutto nei Paesi con una magistratura forte e indipendente, immune dalle conseguenze dei continui slittamenti di potere geopolitici e libera di perseguire le più gravi violazioni del diritto internazionale, indipendentemente dalla nazionalità del colpevole.

Gli sforzi per attivare la giurisdizione nazionale per i crimini internazionali non sono una novità. Un ampio corpus giurisprudenziale è emerso da procedimenti extraterritoriali sulla guerra siriana, sulle guerre balcaniche, su vari conflitti africani e, naturalmente, sulla Seconda Guerra Mondiale. Paesi come la Spagna e il Belgio disponevano già di leggi sulla giurisdizione universale, che autorizzano le autorità nazionali di qualsiasi paese a indagare e perseguire gravi crimini internazionali anche se commessi in un altro Paese, in vigore anche prima dell’adozione dello Statuto di Roma nel 1998.

Avvocati e attivisti, basandosi su questi precedenti storici, stanno spingendo le giurisdizioni nazionali ad indagare e perseguire gli atroci reati commessi dall’esercito israeliano a Gaza, con risultati tangibili in diversi Paesi. Il mese scorso le autorità belghe hanno fermato e interrogato durante un festival musicale due soldati israeliani in licenza in risposta a una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation e dal Global Legal Action Network. L’episodio dell’arresto di soldati israeliani da parte di autorità nazionali con l’accusa di crimini commessi a Gaza potrebbe aver costituito un precedente, ma questi “soldati itineranti”, alcuni dei quali con doppia cittadinanza, hanno dovuto affrontare anche altre conseguenze. A gennaio, il ministro degli Esteri israeliano ha aiutato Yuval Vagdani, soldato in vacanza, a fuggire dal Brasile dopo aver appreso che un giudice federale aveva aperto un’indagine per crimini di guerra a seguito di un’altra denuncia della Hind Rajab Foundation. (Vagdani ha negato le accuse.)

Oltre ad aver presentato una denuncia alla CPI contro oltre 1.000 membri dell’esercito israeliano, la Fondazione Hind Rajab ha inoltrato elenchi di accuse e richieste di arresto alle autorità nazionali di almeno 23 Paesi. In risposta a questi e altri interventi il governo israeliano ha emesso avvisi per i soldati che si recano in determinate giurisdizioni con suggerimenti legali e altri consigli. “Sono spaventati”, dice Romm. “Per la prima volta nella storia sistemi giuridici nazionali stanno attivando la possibilità di arrestare e incarcerare questi soldati israeliani per quello che stanno facendo ai palestinesi”. Sebbene nessuna denuncia abbia ancora portato a un procedimento giudiziario è probabile che questi procedimenti continuino e potrebbero persino accelerare. A luglio 30 Paesi riuniti nel Gruppo dell’Aja [blocco inizialmente formato da otto Stati, con lobiettivo dichiarato di assicurare Israele alla giustizia sulla base del diritto internazionale, ndt.] si sono impegnati a sostenere “mandati di giurisdizione universale, nei modi e nei luoghi applicabili secondo i nostri quadri giuridici costituzionali e giudiziari, per garantire giustizia a tutte le vittime e la prevenzione di futuri crimini nei Territori Palestinesi Occupati”.

Naturalmente in diversi Paesi l’attuale contesto politico rende impossibile qualsiasi indagine sui soldati israeliani, a prescindere dalle questioni di giurisdizione e di capacità processuale. Ad aprile la Fondazione Hind Rajab ha presentato una richiesta urgente al Dipartimento di Giustizia per perseguire penalmente il soldato israeliano Yuval Shatel ai sensi della legge federale statunitense, dopo aver appreso che era stato avvistato in Texas giorni prima. Secondo un comunicato stampa della fondazione, la richiesta includeva un dossier di prove a sostegno delle accuse secondo cui Shatel avrebbe commesso “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario durante la campagna militare israeliana a Gaza”. (Shatel e il Dipartimento di Giustizia non hanno risposto alle richieste di commento).

Tuttavia la Hind Rajab Foundation non è ingenua. Le possibilità che il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi ordini al Dipartimento di Giustizia di indagare sulle accuse contro Shatel sembrano a dir poco scarse, considerando soprattutto che il War Crimes Act statunitense, approvato nel 1996, è rimasto inattivo fino al dicembre 2023, quando il Dipartimento di Giustizia ha incriminato quattro russi per presunte violazioni dello statuto federale sui crimini di guerra – il primo (e unico) procedimento penale nei 30 anni di storia della legge. L’evidente riluttanza ad applicare lo statuto altrove ha suscitato critiche in concomitanza con l’intensificarsi della campagna militare israeliana a Gaza. Il 21 ottobre 2024 gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno scritto una lettera al predecessore di Bondi, Merrick Garland, “sottolineando il ‘divario evidente’ tra l’approccio del dipartimento ai crimini commessi da Russia e Hamas e il suo silenzio sui potenziali crimini commessi dalle forze armate e dai civili israeliani”.

La richiesta della Hind Rajab Foundation mira a colmare questa lacuna. “C’è una discrepanza tra il dettato della legge e il modo in cui gli Stati Uniti stanno agendo”, dice Romm. “Abbiamo presentato questa richiesta perché vogliamo che procedano ad un’azione penale, e perché possono farlo. Hanno giurisdizione e i reati sono molto chiari”. Il caso Shatel è la prima richiesta di accusa presentata da HRF negli Stati Uniti, ma Romm afferma che non sarà l’ultima. “Tutto quello che posso dire è che ce ne saranno altre”, mi ha detto. “Cercheremo di far arrestare tutti quelli che possiamo”.

Non esiste prescrizione per le più gravi trasgressioni del diritto internazionale. Per gli autori di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio, la spada di Damocle del pubblico ministero incomberà su di loro per tutta la vita. Lo hanno dimostrato a dicembre i tribunali tedeschi nel processare un ex nazista centenario, quasi 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. “Nonostante questa carneficina vada avanti da quasi due anni, sulla base degli standard giudiziari è ancora agli inizi”, ha affermato Finucane. “Quando si tratta di accertare le responsabilità per i crimini più atroci l’attesa è molto lunga, e queste cose vanno avanti per decenni”.

Per chiunque chieda giustizia e accertamento delle responsabilità per i crimini israeliani a Gaza, il messaggio è chiaro: che fioriscano mille procedimenti giudiziari.

Tyler McBrien è caporedattore di Lawfare e borsista del Law & Justice Journalism Project 2024-25 [organizzazione internazionale indipendente impegnata a promuovere lo stato di diritto in tutto il mondo, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)