La Norvegia rivede gli investimenti israeliani del fondo patrimoniale di investimento sovrano

Redazione di MEMO

6 agosto 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che martedì il governo norvegese ha ordinato una revisione del portfolio del fondo patrimoniale di investimento sovrano per assicurarsi che le società israeliane che contribuiscono all’occupazione della Cisgiordania o alla guerra a Gaza siano escluse dagli investimenti.

La revisione ha fatto seguito ad un rapporto del quotidiano Aftenposten [principale giornale norvegese, ndt.] che ha affermato che nel 2023-24 il fondo da 1.9 milioni di miliardi di dollari ha acquisito una partecipazione in un’impresa israeliana di motori dei jet che fornisce servizi all’esercito israeliano, inclusa la manutenzione dei caccia.

Il primo ministro norvegese Jonas Gahr Stoereha detto all’emittente pubblica NRK che l’investimento del fondo nella Bet Shemesh Engines Ltd (BSEL) è fonte di preoccupazione.

Dobbiamo avere un chiarimento su questo, perché averlo saputo mi turba,” ha affermato Stoere.

BSEL non ha risposto immediatamente ad una richiesta di commenti.

Norges Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo, ha preso una quota dell’1,3% della BSEL nel 2023 e l’ha alzata al 2,09% alla fine del 2024, detenendo azioni per 15,2 milioni di dollari, come mostrano gli ultimi dati disponibili della NBIM.

Alla luce dell’articolo dell’Aftenposten e della situazione della sicurezza a Gaza e in Cisgiordania, la banca centrale effettuerà una revisione delle partecipazioni israeliane del NBIM, ha affermato martedì il ministro delle Finanze Jens Stoltenberg.

Il presidente di NBIM Nicolai Tangen ha detto alla NRK [rete radiotelevisiva pubblica norvegese, ndt.] che la BSEL non è comparsa in nessuna lista relativa a raccomandazioni di boicottaggio, come quella delle Nazioni Unite o del consiglio etico del fondo stesso.

A giugno il parlamento norvegese ha rifiutato la proposta che il fondo patrimoniale sovrano disinvesta da tutte le società con attività nei territori occupati palestinesi.

I dati mostrano che alla fine del 2024 il fondo, che possiede quote azionarie di 8.700 società in tutto il mondo, deteneva azioni in 65 società israeliane.

Il fondo patrimoniale sovrano norvegese, il più grande del mondo, ha venduto nell’ultimo anno le sue azioni di una società energetica e di un gruppo di telecomunicazioni israeliani e il suo consiglio etico ha affermato che sta valutando se raccomandare il disinvestimento da cinque banche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Potere e resistenza: un nuovo rapporto mostra come la repressione antipalestinese rafforzi l’autoritarismo

Michael Arria

5 agosto 2025, Mondoweiss

Sappiamo che la repressione antipalestinese inevitabilmente porta all’inasprimento della repressione contro tutta la popolazione, ma un nuovo studio mostra nel dettaglio come questo avviene.

L’associazione dei Musulmani Americani per la Palestina (AMP) ha appena pubblicato un esauriente rapporto intitolato “Come la repressione antipalestinese sta creando un precedente autoritario in America”.

Dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump il governo degli Stati Uniti ha drasticamente intensificato gli sforzi per punire l’attivismo filopalestinese creando modelli e precedenti legali per la repressione degli immigrati e delle minoranze in tutto il paese”, spiega il rapporto. “In effetti questi attacchi non hanno solo un effetto dissuasivo ma mirano a punire e criminalizzare qualsiasi protesta contro le politiche del governo USA. L’amministrazione Trump ha strumentalizzato le agenzie federali e gli organismi di regolamentazione (compreso il sistema giudiziario statunitense) e il Congresso dominato dai Repubblicani allo scopo di rafforzare il potere del presidente e sostenere provvedimenti incostituzionali volti a mettere a tacere e indebolire le lotte interconnesse per i diritti dei palestinesi, i diritti degli immigrati e la giustizia razziale”.

L’AMP ha tracciato gli attacchi del governo federale contro studenti e amministratori, la revoca dei visti, la detenzione illegale di attivisti e le minacce contro i finanziamenti alle università.

Inoltre, ha identificato i principali responsabili che rendono possibile o mettono in atto la repressione antipalestinese, tra cui funzionari dell’amministrazione Trump, organizzazioni filoisraeliane, social media e parlamentari.

Il rapporto evidenzia alcuni casi connessi alla repressione in ambito universitario. Ad esempio, ecco una voce che riguarda una studente di psicologia della Virginia Commonwealth University (VCU):

  • Sereem Haddad, una studente palestinese americana di 20 anni, faceva parte del movimento studentesco della VCU che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’oppressione dei palestinesi e sul genocidio a Gaza. Più di 200 componenti della sua famiglia allargata sono stati uccisi durante il genocidio. Nell’aprile del 2024 insieme ad altri studenti ha tentato di allestire un accampamento di solidarietà ben visibile nel campus della VCU. La stessa notte l’amministrazione dell’università ha chiamato la polizia perché sgomberasse gli studenti. Quando gli studenti si sono rifiutati di abbandonare l’accampamento la polizia li ha attaccati violentemente con spray al peperoncino, ha confiscato i loro beni e ha arrestato 13 di loro. Haddad ha dovuto essere portata in ospedale dopo che la polizia l’ha sbattuta per sei volte sul cemento causandole ferite alla testa, emorragie, tagli e contusioni. È stata arrestata senza alcuna accusa. In seguito, ha aiutato ad allestire una commemorazione pacifica per le vittime del genocidio di Gaza. Dato però che l’università ha cambiato velocemente le regole riguardanti le proteste nel campus, la commemorazione è stata considerata una violazione ai protocolli universitari per le proteste studentesche. Le è stata quindi negata la laurea dopo quattro anni, nonostante avesse conseguito il massimo dei voti”.

Il rapporto dell’AMP si conclude con una serie di raccomandazioni politiche. Il gruppo invita, tra le altre cose, a opporsi al progetto di legge n. 9495 della Camera dei deputati, tristemente noto come “ammazza associazioni senza scopo di lucro”, alla controversa definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e a sostenere le iniziative del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Chi lavora nell’ambito della giustizia per gli immigrati, della giustizia razziale, delle tutele sociali e più in generale della democrazia deve inoltre aver ben chiaro che l’eccezione palestinese alla libertà di parola e altri diritti ha reso possibile lo sgretolamento delle fondamenta istituzionali di tutte queste cause”, conclude il rapporto. “Proprio come la giustizia razziale e penitenziaria, insieme alla giustizia per gli immigrati, sono le stelle polari della fedeltà ai valori americani, non si può più tollerare che i palestinesi, i musulmani o i difensori della causa palestinese siano vittime giustificabili della violenza dello Stato o della cancellazione mediatica e istituzionale. I casi di repressione antipalestinese costituiscono un precedente autoritario e contro le minoranze”.

La Columbia paga 200 milioni di dollari per ripristinare i finanziamenti

Il mese scorso la Columbia University di New York ha annunciato che avrebbe pagato 200 milioni di dollari all’amministrazione Trump in relazione alle accuse di violazione delle leggi antidiscriminazione.

Questo accordo costituisce un importante passo avanti dopo un prolungato periodo di controlli governativi e di incertezza istituzionale”, ha dichiarato la presidente ad interim dell’università Claire Shipman.

La Columbia University è inoltre tenuta a pagare 21 milioni di dollari per chiudere le indagini avviate dalla Commissione statunitense per le pari opportunità sul lavoro (U.S. Equal Employment Opportunity Commission) e ha accettato di porre fine all’utilizzo della razza come criterio per promuovere la diversità nel processo di ammissione.

La decisione arriva mesi dopo che l’università ha accettato una serie di richieste da parte dell’amministrazione Trump, quasi tutte volte a soffocare le proteste filopalestinesi nel campus. Tra queste figurano il divieto di indossare maschere durante le proteste, l’aumento del numero di agenti di sicurezza nel campus e la revisione dei corsi di studi sul Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa.

La decisione coincide con la sospensione e l’espulsione di quasi 80 studenti coinvolti nelle proteste riguardanti Gaza.

Le interruzioni delle attività accademiche costituiscono una violazione delle politiche e delle regole dell’università e tali violazioni comporteranno inevitabilmente delle conseguenze”, ha dichiarato l’università.

Su Mondoweiss, Tamara Turki descrive in dettaglio come gli studenti attivisti si stanno riorganizzando in risposta a questa ondata di repressione.

È semplicemente assurdo che mentre vediamo i bambini morire di fame a Gaza siano gli studenti della Columbia a finire sotto processo”, ha dichiarato uno studente.

Rashid Khalidi cancella il corso

Rashid Khalidi, professore emerito di studi arabi moderni alla Columbia nella cattedra intitolata a Edward Said, afferma che si ritirerà dall’insegnamento del suo corso autunnale a causa dell’accordo.

Mi rammarico profondamente che le decisioni della Columbia mi abbiano costretto a privare dell’opportunità di seguire questo corso i quasi 300 studenti che si sono iscritti per frequentarlo nel prossimo semestre, così come hanno fatto centinaia di altri studenti per oltre vent’anni, negando loro la possibilità di conoscere la storia del Medio Oriente moderno”, ha scritto Khalidi in un articolo pubblicato sul Guardian. “Sebbene non sia possibile compensarli pienamente della privazione dell’opportunità di seguire il corso, ho intenzione di offrire una serie di conferenze pubbliche a New York incentrate su alcune parti del programma, che saranno trasmesse in streaming e rese poi disponibili online. I proventi, se ce ne saranno, andranno alle università di Gaza, tutte distrutte da Israele con munizioni statunitensi, un crimine di guerra sul quale né la Columbia né altre università statunitensi hanno ritenuto opportuno dire una sola parola”.

La capitolazione della Columbia ha trasformato un’università che un tempo era un luogo di libera ricerca e apprendimento nell’ombra di ciò che era, un’anti-università, una zona di sicurezza recintata con controlli elettronici all’ingresso, un luogo di paura e disgusto, dove docenti e studenti ricevono dall’alto indicazioni su ciò che possono insegnare e dire, sotto pena di severe sanzioni”, ha continuato. “È vergognoso che tutto questo venga fatto per coprire uno dei più grandi crimini di questo secolo, il genocidio in corso a Gaza, un crimine di cui la leadership della Columbia è ora pienamente complice”.

In un’intervista con Democracy Now, a Khalidi è stato chiesta specificatamente un’opinione sulla presidente ad interim dell’università Claire Shipman, che ha difeso l’accordo.

Khalidi:

Penso che stia fungendo da portavoce di quella che io chiamo la quinta colonna all’interno del Consiglio di amministrazione, della comunità dei donatori e fra alcuni docenti, per i quali qualsiasi critica a Israele è inaccettabile, certamente molte critiche a Israele sono inaccettabili, e qualsiasi o molte critiche al sionismo sono inaccettabili.

Non credo che i valori della Columbia includano la possibilità che un supervisore nominato dal governo e proveniente da un’azienda che a giugno ha celebrato l’indipendenza di Israele, o ha celebrato Israele, possa entrare nelle aule, possa partecipare alle riunioni, possa raccogliere i nostri dati. Se questo è il valore che la Columbia sostiene, è un valore da Stasi [ la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, ndt.]. È un valore dittatoriale, in cui il governo nomina un supervisore per controllare ciò che accade all’interno di un’università privata e indipendente. Quali valori sono protetti dalla definizione dell’IHRA? L’unico valore protetto è l’impunità di Israele mentre commette un genocidio.

Ci sono molti altri aspetti dell’accordo, come la nomina di un amministratore speciale, un vice-rettore. Perché i corsi di studio sul Medio Oriente richiedono un esame approfondito? Cosa c’è di sbagliato in ciò che viene insegnato alla Columbia? Si tratta di corsi estremamente popolari. Rappresentano il sapere di una vasta gamma di persone, non solo di coloro che insegnano alla Columbia. Rappresentano, in sostanza, il sapere più rispettato nel campo. Non c’è bisogno di qualcuno che supervisioni gli studi sul Medio Oriente alla Columbia, così come non c’è bisogno di nessuno che supervisioni altri studi di area, che è poi quello a cui si mira. E senza dubbio l’amministrazione Trump continuerà a tirare la corda su questioni di razza, di genere, sull’espansione della Columbia ad Harlem. Queste cose saranno proibite. Non sarà permesso parlare di razza, non sarà permesso parlare di genere, proprio come presto non sarà permesso parlare di… ora, secondo queste regole, non è permesso parlare di certi aspetti di Israele e del sionismo.

Secondo alcuni, per quanto riguarda la Columbia non si può parlare di “capitolazione”, dato che l’amministrazione stava già prendendo di mira gli studenti filopalestinesi prima che Trump entrasse in carica.

Non possiamo inquadrare la questione come ‘capitolazione di fronte all’amministrazione Trump’ SPECIALMENTE nel caso della Columbia. Trump fa la parte del poliziotto cattivo mentre l’amministrazione universitaria fa la parte del poliziotto buono in un assalto coordinato alla solidarietà con la Palestina, ha scritto su Twitter il critico dei media Adam Johnson. “I donatori e i dirigenti della Columbia sono in larga parte d’accordo con Trump su questo punto”.

[traduzione di Federico Zanettin]




Un sondaggio rivela che la maggioranza degli ebrei israeliani non è affatto turbata dalle notizie sulla carestia a Gaza

Linda Dayan

5 agosto 2025 Haaretz

Tra il pubblico arabo l’86% degli intervistati ha dichiarato di essere “molto preoccupato” o “abbastanza preoccupato” per la situazione a Gaza. Il sondaggio ha anche rilevato un livello di preoccupazione maggiore tra gli ebrei di sinistra

Secondo un sondaggio pubblicato martedì, la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani – il 79% – afferma di essere “poco preoccupata” o “per niente preoccupata” dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza.

Il sondaggio, condotto dal Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research presso l’Israel Democracy Institute a fine luglio, mostra una notevole discrepanza tra l’opinione pubblica ebraica e quella araba sulla questione della guerra a Gaza.

Tra gli arabi l’86% ha dichiarato di essere “molto preoccupato” o “abbastanza preoccupato” per la situazione a Gaza. È stato riscontrato anche un livello di preoccupazione molto maggiore tra gli ebrei di sinistra, con il 70% che afferma di essere turbato dalla situazione.

Ebrei e arabi hanno opinioni profondamente diverse anche sul fatto che Israele stia compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza; il 78% degli ebrei intervistati concorda sul fatto che “le azioni di Israele sono limitate dai combattimenti, ma si stanno compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza”. Solo il 22,5% degli arabi ha invece affermato che l’affermazione è corretta.

D’altro canto il 66,5% degli arabi intervistati – e il 15% degli ebrei – ha affermato che “anche con le limitazioni imposte dai combattimenti, Israele potrebbe ridurre significativamente le sofferenze dei palestinesi di Gaza, ma sceglie di non farlo”. Il 56% degli ebrei di sinistra concorda con questa affermazione.

Per quanto riguarda i resoconti dell’esercito israeliano sull’entità delle vittime civili a Gaza, il 70% degli intervistati ebrei ha dichiarato di “crederci in larga misura o abbastanza largamente”, mentre solo il 29,5% degli arabi ha dichiarato di crederci.

I sondaggisti hanno anche chiesto agli intervistati opinioni sulla violenza dei coloni in Cisgiordania, aumentata negli ultimi tempi.

Il 44% degli intervistati – il 41% degli ebrei e il 60,5% degli arabi – ha affermato che le forze di sicurezza e le forze dell’ordine sono troppo indulgenti nel punire i coloni coinvolti in violenze contro le IDF e le forze di sicurezza. Del campione totale, il 23% ha affermato che la violenza dei coloni contro le IDF viene gestita in modo appropriato, mentre il 22% ha affermato che i coloni sono trattati con troppa durezza.

Tra gli intervistati ultra-ortodossi il 67% ha affermato che i coloni vengono trattati in modo troppo duro dalle autorità preposte all’applicazione della legge, e il 45% degli intervistati della comunità religiosa nazionale si è dichiarato d’accordo con questa affermazione. Solo il 7,5% degli intervistati laici ha affermato che il trattamento è troppo duro.

Gli intervistatori hanno ricevuto risposte simili quando hanno chiesto informazioni sul trattamento riservato ai coloni che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi. La quota maggiore – il 42% del pubblico – ritiene che vengano trattati con troppa indulgenza, mentre un quarto ritiene che vengano affrontati in modo troppo duro e un altro quarto afferma che vengono trattati in modo appropriato.

Le forze di sicurezza e le autorità di vigilanza stanno trattando i gruppi di coloni coinvolti in atti di violenza contro i palestinesi in modo troppo duro, troppo clemente o appropriato?

Troppo clemente 44%

Appropriatamente 23%

Troppo duramente 22%

Non so 11%

Fonte: Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research presso l’Israel Democracy Institute, 27-31 luglio 2025

La maggioranza degli israeliani ritiene inoltre che la risposta di Israele alle minacce contro la comunità drusa in Siria sia stata appropriata. Tra gli ebrei la percentuale è del 52,5%; tra i drusi del 44%; e tra gli arabi non drusi solo il 22% ha affermato che la risposta di Israele è stata appropriata.

La quota maggiore di intervistati arabi non drusi – il 34% – ha affermato che la risposta di Israele è stata insufficiente, con il 28% dei drusi e il 26,5% degli ebrei che concordano.

Più della metà degli intervistati ha inoltre affermato che l’aumento delle segnalazioni di antisemitismo e molestie nei confronti di israeliani all’estero sta influenzando i loro progetti di viaggi per il prossimo futuro. Del campione complessivo il 38% ha affermato che la cosa ha avuto un impatto sulla scelta della destinazione di viaggio e il 18% ha affermato che non avrebbe viaggiato all’estero nel prossimo futuro a causa di tali segnalazioni. Il 17% ha dichiarato di viaggiare all’estero come di consueto e circa un quarto ha dichiarato di non avere intenzione di viaggiare all’estero a breve, a prescindere.

Tra gli intervistati ebrei il 42% ha affermato che l’aumento degli episodi di antisemitismo e del sentimento anti-israeliano all’estero ha influenzato la scelta della destinazione, e il 17% ha dichiarato che a causa di ciò non viaggerà a breve all’estero.

Tuttavia questo non riguarda solo gli intervistati ebrei. Tra gli arabi il 17,5% ha affermato che le segnalazioni dell’aumento di episodi di antisemitismo all’estero hanno influenzato la scelta della destinazione, e un quarto ha affermato che non viaggerà all’estero nel prossimo futuro a causa di questi episodi.

Escludendo coloro che non avevano intenzione di viaggiare nel prossimo futuro, la percentuale di ebrei che ha affermato che questi episodi stanno influenzando i loro progetti di viaggio è salita al 76%. Di questi, il 54,5% ha affermato che la scelta della destinazione ne è stata influenzata, e il 21,5% ha affermato che non viaggerà affatto.

Tra gli arabi il 65% è stato colpito dagli episodi di antisemitismo all’estero: il 26,5% ha dichiarato che questo ha influenzato la scelta della propria destinazione e il 38,5% ha dichiarato di non voler viaggiare affatto.

Il sondaggio è stato condotto online e telefonicamente (per includere gruppi sottorappresentati su Internet) tra il 27 e il 31 luglio 2025, con 601 uomini e donne di età superiore ai 18 anni intervistati in ebraico e 152 in arabo, costituendo un campione rappresentativo a livello nazionale della popolazione adulta in Israele. L’errore massimo di campionamento è stato di ±3,57% con un livello di sicurezza del 95%.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Microsoft immagazzina l’archivio dell’intelligence israeliana utilizzata per attaccare palestinesi.

Yuval Abraham

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’inchiesta congiunta rivela che il gigante tecnologico ha sviluppato per l’Unità 8200 di Israele una versione personalizzata del suo cloud che ospita file audio di milioni di telefonate di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania

Un’inchiesta di +972 Magazine, Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] e del Guardian [quotidiano britannico, ndt.] ha svelato che l’unità d’élite dell’esercito israeliano per la guerra informatica sta utilizzando server di cloud di Microsoft per immagazzinare una grande quantità di dati di intelligence sui palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, informazioni utilizzate per pianificare attacchi aerei mortali e organizzare operazioni militari.

L’Unità 8200, più o meno simile come funzioni all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli USA, ha trasferito file audio di milioni di telefonate di palestinesi nei territori occupati sulla piattaforma del cloud computing [tecnologia che permette di archiviare e accedere a dati e applicazioni tramite internet, su server remoti, ndt.] di Microsoft, Azure, rendendo operativa quella che probabilmente è una delle più grandi e principali raccolte al mondo di dati per la sorveglianza su una popolazione specifica. Questo è quanto si ricava da interviste con 11 fonti di Microsoft e dell’intelligence israeliana, oltre che da un deposito segreto di documenti interni di Microsoft fatti filtrare e ottenuti dal Guardian.

Alla fine del 2021, in un incontro presso il quartier generale di Microsoft a Seattle, l’allora capo dell’Unità 8200, Yossi Sariel, si conquistò l’appoggio di Satya Nadella, amministratore delegato del gigante tecnologico, per lo sviluppo di un’area riservata ed esclusiva all’interno di Azure che facilitasse il progetto di sorveglianza di massa dell’esercito. Secondo le fonti Sariel si rivolse a Microsoft perché il campo di applicazione dell’intelligence israeliana su milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza è talmente ampio che non può essere immagazzinato solo sui server militari.

L’immensa portata del potere di immagazzinaggio ed elaborazione di Microsoft ha consentito di fare quello che molteplici fonti israeliane hanno descritto come l’ambizioso obiettivo del progetto: archiviare “un milione di telefonate all’ora”.

In seguito all’incontro del 2021 un gruppo dedicato di ingegneri di Microsoft iniziò a lavorare direttamente con l’Unità 8200 per costruire un modello che consentisse all’unità di intelligence di utilizzare i servizi del cloud dell’impresa statunitense dall’interno delle sue stesse basi. Secondo una fonte dell’intelligence alcuni di questi dipendenti di Microsoft erano stati a loro volta reclute dell’Unità 8200, il che ha reso la collaborazione “molto più facile”.

Secondo il reportage del Guardian i documenti filtrati suggeriscono che al luglio di quest’anno sono stati archiviati sui server di Microsoft in Olanda 11.500 terabyte di dati militari israeliani, equivalenti a circa 200 milioni di ore audio, mentre quantità minori sono state immagazzinate in Irlanda e Israele. È impossibile dire quanti di questi dati appartengano specificamente all’Unità 8200: come ha rivelato all’inizio di quest’anno una precedente indagine di +972, Local Call e del Guardian, decine di unità dell’esercito israeliano hanno acquistato da Microsoft servizi di cloud computing e l’impresa ha una presenza in tutte le principali infrastrutture militari di Israele.

Il documento fatto filtrare rivela inoltre che prima dell’attuale guerra a Gaza la dirigenza di Microsoft vedeva il fatto di coltivare i rapporti con l’Unità 8200 come una lucrosa opportunità di affari e al suo interno la definiva come “un’incredibilmente potente opportunità per il marchio” di Azure. Lo stesso Nadella, durante il suo incontro del 2021 con Sariel, definì la collaborazione come “essenziale” per Microsoft e si impegnò a fornire le risorse per sostenerla.

Microsoft ha affermato pubblicamente di non aver trovato “alcuna prova” che la sua tecnologia sia stata utilizzata per colpire i palestinesi a Gaza, e in risposta a questa inchiesta un portavoce ci ha detto che l’industria ignorava che questi prodotti sono stati usati per contribuire alla sorveglianza di civili. Ma tre fonti dell’intelligence israeliana hanno affermato che la raccolta di informazioni dell’Unità 8200 sul cloud è stata utilizzata negli ultimi due anni per pianificare bombardamenti letali a Gaza e che spesso è servita come base per arresti e altre operazioni militari in Cisgiordania.

Monitorare tutti in continuazione”

L’interesse di Sariel nel potenziamento dell’infrastruttura della sorveglianza di massa da parte di Israele risale al 2015, quando era un ufficiale dell’intelligence dello stato maggiore di Israele. Quell’anno in Cisgiordania, a Gerusalemme e all’interno della Linea Verde [cioè di Israele] si assistette a un’ondata di attacchi all’arma bianca di “lupi solitari”, molti dei quali effettuati da adolescenti palestinesi in precedenza sconosciuti ai servizi di sicurezza, il che li rendeva particolarmente difficili da sventare.

Ci ritrovammo ad andare… da un funerale all’altro,” ricorda Sariel in un libro da lui pubblicato a proposito dell’intelligenza artificiale nel 2021, l’anno in cui assunse la carica di capo dell’Unità 8200 (si è dimesso lo scorso anno). “(Un palestinese) decide di perpetrare un attacco usando un coltello da cucina per pugnalare una vittima, o l’auto di famiglia per investire gente,” scrive. “A volte la persona il giorno prima non sa neppure lui, o lei, che sta per commettere tale attacco. In questo caso le agenzie tradizionali di intelligence sono impotenti. Come è possibile prevedere o prevenire un simile attacco?” Secondo un ufficiale dell’intelligence che all’epoca ha prestato servizio sotto il suo comando la soluzione di Sariel era iniziare a “monitorare tutti in continuazione”.

Nel corso degli anni successivi egli ha diretto un progetto su larga scala e ben finanziato che ha esteso notevolmente la sorveglianza israeliana sui palestinesi e ha integrato molteplici banche dati di intelligence: “Improvvisamente la popolazione è diventata il nostro nemico,” afferma un’altra fonte che ha prestato servizio nell’unità sotto il comando di Sariel.

Nel suo libro Sariel scrive della necessità per le agenzie di intelligence di “migrare verso il cloud” per affrontare il problema di come accumulare una quantità progressivamente maggiore di dati. In precedenza +972 e Local Call avevano rivelato che l’esercito israeliano ha utilizzato anche la piattaforma del cloud computing di Amazon, AWS, per immagazzinare dati militari interni.

Sariel vedeva la collaborazione con Microsoft come una svolta, soprattutto perché avrebbe consentito la massiccia archiviazione di file audio. Molteplici fonti utilizzano il termine “infinite” per descrivere le dimensioni del progetto.

In precedenza nei suoi server interni l’Unità 8200 avrebbe potuto raccogliere le telefonate di decine di migliaia di palestinesi definiti come “sospetti”. L’unità aveva anche sviluppato un modello chiamato “messaggio rumoroso”, che raccoglie messaggi di testo dei palestinesi e assegna a ognuno di essi un punteggio che indica il livello di “pericolosità”. Ma con l’aiuto di Azure l’Unità 8200 era in grado di iniziare ad archiviare le telefonate di milioni di palestinesi, estendendo notevolmente il suo insieme di dati.

Un’importante fonte dell’Unità 8200 ha spiegato che Sariel vedeva i suoi rapporti con Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, come uno strumento per far progredire “rivoluzioni” nella massiccia sorveglianza dei palestinesi. “Yossi si vantava molto, anche con me, dei suoi rapporti con Satya,” ha affermato la fonte. (In risposta a questa inchiesta un portavoce di Microsoft ha affermato che Nadella era stato presente solo per 10 minuti all’incontro del 2021 e che il loro contatto succesivo è stato solo una lettera di condoglianze spedita da Sariel dopo la morte del figlio di Nadella).

Non tutti all’interno dell’unità sembravano favorevoli a questa collaborazione. Una fonte al corrente del progetto ha affermato che era significativamente più caro trasferire dati ai server di Microsoft che comprare autonomamente server e processori. Ma Sariel insisteva, evidenziando il suo entusiasmo per le potenzialità del progetto.

Per Yossi ‘cloud’ e ‘Microsoft’ sono parole chiave,” afferma una fonte di intelligence. “L’ha propagandata all’interno ed è così che ha ottenuto notevoli finanziamenti. Affermava che era la soluzione del nostro problema nel contesto palestinese e che questo sarebbe stato il futuro.”

Non lascerà Azur entro breve”

Alla fine del 2022 ingegneri di Microsoft e dell’Unità 8200 stavano lavorando rapidamente e a stretto contatto per disegnare un modello speciale all’interno del cloud che sarebbe stato accuratamente fatto su misura per le necessità dell’unità. “La frequenza dell’interazione con (8200) è quotidiana, dall’alto in basso e viceversa,” notava un documento interno.

I documenti filtrati rivelano che, come parte dei suoi tentativi per trasportare grandi quantità di dati della sorveglianza sul cloud, l’Unità 8200 era pronta a “superare i limiti” sul tipo di dati che voleva immagazzinare su Azure. Ci si aspettava che una parte significativa delle informazioni grezze venissero sistemate inizialmente in centri di dati di Microsoft fuori da Israele. Ma i ministeri della Giustizia e delle Finanze sollevarono preoccupazioni riguardo a potenziali azioni legali contro fornitori di servizi di cloud all’estero, che li avrebbero obbligati a consegnare dati immagazzinati in caso di sospetto utilizzo in violazione dei diritti umani.

Nel 2022 un parere giuridico interno del ministero di Giustizia notava che sia Francia che Germania richiedevano per legge alle multinazionali di controllare le violazioni dei diritti umani nelle loro catene di fornitura. Sottolineava che se fosse stato rivelato che queste multinazionali stavano operando nei territori palestinesi occupati tali leggi “potrebbero portare all’emanazione di ordini diretti a impedire o limitare i servizi” a Israele. Il ministero metteva in guardia sul fatto che l’Olanda stava lavorando a una legge simile.

Dato che i fornitori di servizi di cloud sono “alcune delle più grandi e potenti compagnie al mondo”, un documento del ministero della Giustizia avvertiva che una potenziale denuncia sarebbe stata particolarmente dannosa per Israele. Nonostante queste preoccupazioni la collaborazione, capeggiata da Sariel in persona, dell’Unità 8200 con Microsoft è continuata.

Dopo che in seguito all’attacco di Hamas del 7 ottobre Israele ha lanciato una guerra contro la Striscia di Gaza, è rapidamente diventato chiaro che l’enclave sarebbe rimasta sotto il controllo militare israeliano per un lungo periodo. In seguito a ciò, spiega un ufficiale dell’intelligence, è aumentato l’entusiasmo interno per accumulare massicci dati di sorveglianza da Gaza sul sistema basato sul cloud.

(L’esercito) ha capito che questo era necessario anche a Gaza, che là ci stiamo avviando verso un controllo di lungo termine, come in Cisgiordania,” spiega la fonte. “Questo (archivio di sorveglianza) non lascerà molto presto Azure. È un progetto enorme.”

Varie fonti insistono sul fatto che il progetto ha “salvato vite israeliane” prevenendo attacchi palestinesi: “Senti (qualcuno dire): ‘Voglio diventare un martire’, e ti rassicura, come ufficiale della sicurezza, che questa faccenda sia stata individuata dal nostro sistema,” dice un militare.

Ma tale sorveglianza generalizzata consente a Israele di trovare informazioni potenzialmente compromettenti su pressoché ogni palestinese, che possono essere usate per qualunque scopo, compresi ricatti, detenzione amministrativa o per giustificare retroattivamente uccisioni.

Queste persone sono entrate nel sistema e i dati su di loro continuano ad aumentare,” spiega un ufficiale dell’intelligence che recentemente ha prestato servizio in Cisgiordania. “Quando hanno bisogno di arrestare qualcuno e non ci sono ragioni abbastanza buone per farlo, trovano il pretesto (nell’archivio di sorveglianza). Ora siamo in una situazione in cui praticamente nessuno nei territori (occupati) è ‘pulito’ in quanto a ciò che l’intelligence ha su di lui.”

Gravi accuse di complicità in genocidio”

In documenti interni dal 2023 Microsoft ha stimato che in cinque anni la collaborazione con l’Unità 8200 avrebbe generato centinaia di milioni di dollari per l’impresa. Vi si nota che i comandanti dell’unità speravano di moltiplicare “di dieci volte” la quantità di dati immagazzinati nei server di Microsoft nei prossimi anni.

Ma notizie sui media riguardo alla complicità di Microsoft nel massacro israeliano contro Gaza, compresa la rivelazione di +972 e Local Call secondo cui la vendita del cloud e di intelligenza artificiale dell’azienda all’esercito israeliano è schizzata alle stelle durante la guerra, hanno accentuato la pressione sull’impresa sia da parte dell’opinione pubblica che dei suoi stessi dipendenti.

In un incidente molto pubblicizzato, durante l’annuale conferenza dell’azienda a maggio un ingegnere di Microsoft ha interrotto il discorso programmatico di Nadella: “Satya, che ne dici di mostrare come Microsoft sta uccidendo i palestinesi?” ha gridato. “Che ne dici di come i crimini di guerra di Israele sono potenziati da Azure?”

Contro questo scenario a luglio 60 investitori di Microsoft, che nel complesso detengono azioni per un valore di 80 milioni di dollari, “di fronte a serie denunce di complicità in genocidio e altri crimini internazionali” hanno posto all’azienda la richiesta di rivedere i suoi meccanismi di monitoraggio e supervisione dei clienti che usano scorrettamente strumenti di IA.  

Rispondendo alle crescenti pressioni Microsoft ha annunciato di aver condotto un controllo riguardo a se le sue vendite al ministero della Difesa israeliano abbiano portato a violazioni dei diritti umani. Secondo il comunicato Microsoft ha fornito “un limitato supporto d’emergenza” all’esercito israeliano dopo il 7 ottobre per “contribuire a salvare ostaggi”. L’azienda ha sottolineato che non ci sono “al momento prove” che l’esercito usi Azure per “colpire persone nel conflitto a Gaza”, sottolineando che l’appoggio di Microsoft non viola “la privacy e altri diritti dei civili a Gaza.”

Eppure i documenti interni che dettagliano la collaborazione di Microsoft con l’Unità 8200 dipingono un quadro diverso sulla preoccupazione dell’impresa riguardo alla privacy dei palestinesi. Di fatto nei documenti che riassumono l’incontro del 2021 tra Sariel e Nadella, che includeva anche ufficiali dell’intelligence israeliana e importanti dirigenti di Microsoft, i palestinesi non vengono menzionati.

Secondo il reportage del Guardian l’Unità 8200 informò Microsoft delle sue intenzioni di trasferire su Azure fino al “70%” dei suoi dati, compresi quelli segreti e top secret. E mentre il fine ultimo del progetto (oltre ad “approfondire la collaborazione”) non sembra essere stato esplicitamente dichiarato, una fonte dell’intelligence afferma che ai dirigenti della filiale israeliana di Microsoft, che lavoravano a stretto contatto con il personale dell’Unità 8200 sul progetto, erano state date indicazioni più chiare.

Tecnicamente si presume che non gli sia stato detto esattamente di cosa si trattava, ma non devi essere un genio per immaginartelo,” nota la fonte. “Tu dici (a Microsoft) che non abbiamo più spazio sui server, che si tratta di file audio. È piuttosto evidente di cosa si tratti.”

Rispondendo alla nostra inchiesta un portavoce di Microsoft ha affermato: “L’impegno di Microsoft con l’Unità 8200 si è basato sul rafforzamento della cybersicurezza e la protezione di Israele da cyber attacchi di Stati e terroristici. Questo era lo scopo dell’incontro del novembre 2021 e, in aggiunta al nostro rapporto commerciale standard, è la base della nostra collaborazione in corso con l’Unità 8200.

I comandanti dell’Unità 8200 erano interessati a valutare la protezione di sicurezza dei dati nel nostro prodotto di cloud pubblico Azure,” ha proseguito il portavoce. “Offriamo protezioni specifiche per numerosi clienti del commercio al dettaglio, organizzazioni di servizi finanziari e consulenza, così come governi. L’Unità 8200 era interessata ad esse e ne ha testato la sicurezza. Non era un progetto ‘segreto’ o nascosto.

Durante questo impegno in nessun momento o da allora Microsoft è stato a conoscenza della sorveglianza di civili o della raccolta delle loro conversazioni telefoniche con l’utilizzo di servizi di Microsoft, anche attraverso il controllo esterno che ha commissionato,” ha continuato il portavoce. “Ogni accusa riguardo al coinvolgimento e appoggio della dirigenza di Microsoft a questo progetto… è falsa.”

Il portavoce dell’IDF ha sostenuto che “il coordinamento tra il ministero della Difesa e l’IDF con imprese civili è condotto sulla base di accordi regolati e controllati dal punto di vista legale,” aggiungendo che l’esercito opera “nel rispetto delle leggi internazionali con l’intento di contrastare il terrorismo e garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini.”

Yossi Sariel ha rifiutato di commentare e ci ha invitati a rivolgerci al portavoce dell’IDF.

In seguito alla pubblicazione di questo articolo il portavoce dell’IDF ha inviato un’altra comunicazione: “Apprezziamo il supporto di Microsoft per la protezione della nostra sicurezza informatica. Confermiamo che Microsoft non lavora e non ha lavorato con l’IDF nella raccolta o elaborazione di dati.”

Harry Davies del Guardian ha collaborato a questo reportage.

Yuval Abraham è un giornalista e regista cinematografico che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A Gaza acqua contaminata e malnutrizione causano la diffusione del morbo di Guillain-Barré

Redazione

5 agosto 2025 – The Palestine Chronicle

Il Dott. Munir al-Bursh afferma che Gaza rischia una mortalità di massa a causa di malattie e fame, mentre i casi di morbo di Guillain-Barré aumentano e gli aiuti medici rimangono bloccati.

Il Dott. Munir al-Bursh, Direttore Generale del Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, ha avvertito che l’acqua contaminata è la causa principale della recente diffusione della sindrome di Guillain-Barré (GBS) nell’enclave assediata, sottolineando che attualmente a Gaza non è disponibile alcun trattamento per la malattia.

Parlando ad Al-Jazeera al-Bursh ha spiegato che la malattia, che spesso esordisce con perdita improvvisa del controllo muscolare a partire dalle gambe per poi diffondersi verso le parti superiori, colpisce in particolare i bambini.

Finora sono stati documentati almeno 95 casi, di cui 45 bambini. Le persone colpite presentano un grave deterioramento neurologico, comprese difficoltà respiratorie, che possono degenerare in condizioni letali.

Lunedì il Ministero della Salute ha segnalato tre decessi per GBS. Ha attribuito la diffusione della malattia a infezioni atipiche e al peggioramento della malnutrizione acuta nel contesto del blocco e del conflitto in corso.

Il Ministero ha avvertito che la malattia potrebbe propagarsi rapidamente a causa del deterioramento delle infrastrutture sanitarie di Gaza e della mancanza di cure mediche.

Al-Bursh ha affermato che in seguito all’insorgenza della GBS nella popolazione il Ministero aveva precedentemente allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha descritto una situazione di “mortalità su larga scala”, derivante sia dai bombardamenti israeliani che dagli attacchi ai civili nei punti di distribuzione degli aiuti.

Ha sottolineato il grave sovraffollamento a Gaza, osservando che la popolazione è ora concentrata solo nel 18% del territorio della Striscia, con circa 40.000 persone per chilometro quadrato, condizioni che accelerano la trasmissione di malattie infettive.

Secondo al-Bursh dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 18.000 bambini, mentre le malattie continuano a devastare i più piccoli e vulnerabili di Gaza. Oltre alla GBS, ha segnalato 1.116 casi di meningite nel 2025, insieme a diffuse insorgenze di malattie respiratorie e altre malattie infettive.

Ha avvertito che la crisi sanitaria potrebbe diventare ancora più catastrofica se la guerra e il blocco dovessero continuare, data la crescita del numero di bambini affetti da malnutrizione acuta e la totale mancanza di accesso al latte e altri beni essenziali. Gli individui vulnerabili, tra cui bambini e malati cronici, sono i primi a essere colpiti dalla fame, che ora si sta diffondendo alla popolazione adulta.

Al-Bursh ha affermato che Gaza si sta avvicinando alla quinta fase della carestia – uno stadio che contempla carestia di massa e mortalità estesa – a causa dell’assedio in corso e del rifiuto dell’occupazione israeliana di consentire l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari e beni alimentari essenziali.

Lunedì il Ministero della Salute ha confermato altri cinque decessi dovuti a carestia e malnutrizione, che portano il numero totale di vittime legate alla fame a 180, di cui 93 bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Moschea di Al-Aqsa: i palestinesi hanno ancora una volta ragione mentre Israele intensifica le violazioni

Abed Abou Shhadeh

5 agosto 2025 – Middle East Eye

Il governo di Netanyahu sta sfruttando l’impunità globale per riformulare demografia e geografia dal fiume al mare, inclusa la Moschea di Al-Aqsa.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui i diplomatici arabi e occidentali continuano a liquidare le dichiarazioni politiche israeliane come mera retorica.

Altrettanto sconcertante è la misura in cui i politici israeliani si sono dimostrati onesti ed espliciti riguardo alle loro intenzioni.

Ora, a 21 mesi dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, possiamo guardare indietro e vedere come Israele abbia, passo dopo passo, attuato quasi tutte le promesse fatte l’8 ottobre 2023, e il mondo è rimasto a guardare mentre intere città venivano cancellate dalla faccia della terra.

Con il passare del tempo il consenso globale si è spostato verso il riconoscimento che ciò che sta accadendo a Gaza è una campagna di sterminio anche per mezzo della fame, ma solo dopo che la catastrofe si è verificata.

Eppure mentre il mondo guarda questo orrore in corso Israele continua a insistere.

Azioni unilaterali

Per limitarci all’ultimo mese la Knesset israeliana ha approvato un disegno di legge simbolico ma politicamente significativo che approva di fatto l’annessione della Cisgiordania. In seguito a fine luglio il Ministero della Difesa ha trasferito il controllo amministrativo della Moschea Ibrahimi di Hebron, la seconda moschea più grande della Palestina, dal Waqf palestinese e dalle autorità locali al Consiglio religioso di Kiryat Arba.

A partire dal Protocollo di Hebron del 1997, parte degli Accordi di Oslo II, le autorità palestinesi, in particolare il Waqf islamico e il Comune di Hebron, erano responsabili delle questioni civili relative alla sezione musulmana della moschea, comprese le infrastrutture di sicurezza, l’elettricità, i servizi igienici e i sistemi di sorveglianza, mentre le forze israeliane controllavano la sicurezza e l’accesso degli ebrei.

Tuttavia, questi vincoli amministrativi e legali, che in precedenza avevano impedito alle autorità israeliane di modificare le strutture di gestione o apportare modifiche fisiche senza il consenso palestinese, sono stati aggirati o rimossi dall’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano. Questo cambiamento apre la strada a cambiamenti unilaterali, tra cui progetti di costruzione e controllo da parte dei coloni, ed è ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale e del consolidato accordo sullo status quo del sito.

Nel fine settimana coloni ebrei, sotto la stretta sorveglianza della polizia, hanno preso d’assalto il complesso della Moschea di Al-Aqsa in numero senza precedenti. Guidati dal Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir che ha poi guidato riti di preghiera all’interno del complesso stesso.

Si è trattato dell’ottava incursione di questo tipo dall’inizio del genocidio e dell’undicesima dalla sua nomina, laddove in passato la polizia aveva limitato l’accesso dei visitatori ebrei alla piazza orientale e li aveva trattenuti dall’effettuare riti religiosi.

Sebbene secondo le autorità religiose ebraiche ufficiali vi sia il divieto di ingresso degli ebrei nel complesso della Moschea di Al-Aqsa e nonostante l’accordo di status quo instaurato dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967 – che proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo e ne lascia l’amministrazione nelle mani del Waqf islamico, consentendo solo ai musulmani di pregarvi – questa volta ai coloni ebrei è stato consentito l’accesso all’intero complesso e di pregare liberamente.

Ciò che ha reso questa visita ancora più significativa è stata la dichiarazione di Ben Gvir durante la sua marcia verso la moschea in occasione di Tisha B’Av, il giorno di lutto ebraico per la distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Infatti ha dichiarato che quel giorno non avrebbe dovuto essere solo un giorno di dolore, ma di “costruzione” – la costruzione del Terzo Tempio.

Questa dichiarazione è arrivata solo pochi mesi dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un video dai tunnel scavati sotto la Moschea di Al-Aqsa, un progetto decennale che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito minacciare le fondamenta strutturali della moschea: hanno collegato l’erosione e i danni visibili agli scavi israeliani in corso.

Avvertimenti palestinesi inascoltati

Ciò che è ancora più frustrante è la noncuranza internazionale e araba per ciò che i palestinesi dicono e paventano.

Più volte i palestinesi hanno messo in guardia dalle intenzioni israeliane, soprattutto riguardo alla Moschea di Al-Aqsa, e più volte i loro avvertimenti sono stati respinti come infondati.

E ora, come si evince dal comunicato stampa del Governatorato di Gerusalemme che afferma: “Oggi la divisione spaziale della Moschea di Al-Aqsa è apertamente e pericolosamente iniziata; mettiamo in guardia contro una guerra di religione nella regione”, i palestinesi avevano tragicamente ragione .

Per decenni i palestinesi hanno avvertito che Israele intendeva modificare lo status della moschea di Al-Aqsa. Oggi questo si sta verificando sotto i nostri occhi e siamo testimoni di questi cambiamenti.

Nonostante tutti questi sviluppi, negli ambienti diplomatici internazionali persiste un atteggiamento noncurante basato sul falso presupposto che le azioni di Israele siano esagerate o poco serie. Eppure ogni anno porta con sé un nuovo livello di trasgressione. Mentre un tempo la polizia proibiva la preghiera ebraica all’interno del complesso della moschea, oggi è il ministro responsabile della polizia a guidarla personalmente.

Il genocidio a Gaza ha dimostrato che Israele non solo è capace di atrocità di massa, ma è anche incoraggiato dall’impunità globale. Negli ultimi 21 mesi, Israele ha violato centinaia, se non migliaia, di leggi e convenzioni internazionali.

A parte gli Stati Uniti, a nessun altro Paese sarebbe permesso comportarsi come Israele. Persino la Russia, a causa dell’invasione dell’Ucraina, rimane sottoposta a pesanti sanzioni nonostante la sua importanza economica ed energetica per l’Europa.

Eppure Israele, nonostante le proteste globali e l’enorme indignazione pubblica, continua a godere del sostegno occidentale e arabo mentre prosegue il genocidio.

La brutalità ricompensata

I paesi occidentali continuano a fornire armi a Israele. I regimi arabi stanno sempre più esplorando la normalizzazione [dei rapporti con Israele, n.d.t.] in quella che può essere interpretata solo come una ricompensa per la brutalità di Israele.

Questa realtà richiede una ridefinizione della strategia dei palestinesi: che aspetto ha il potere nel XXI secolo e come possiamo affrontare un mondo in cui il genocidio non è punito ma incentivato?

Israele sta ora perseguendo un piano concepito da lungo tempo: il trasferimento di massa dei palestinesi da Gaza. L’unico elemento mancante è uno o più paesi ospitanti disponibili.

Dall’inizio della guerra Israele ha apertamente proposto questo piano e, dopo l’approvazione dell’idea da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua presidenza, ha investito risorse per realizzarlo.

La convinzione che Israele fallirà senza incontrare resistenza non è altro che un’illusione. L’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha visitato di recente Israele e Gaza e ha dichiarato che “non c’è carestia a Gaza”, nonostante soldati e operatori umanitari americani segnalino fallimenti catastrofici sul campo.

Lo stesso inviato continua a sostenere la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione controllata da Israele che gestisce i flussi umanitari, nonostante le prove schiaccianti della sua complicità.

Gli sviluppi sul campo non fanno che riaffermare che il popolo palestinese è solo in questa lotta: costretto a confrontarsi con uno Stato a cui non si applica il diritto internazionale, uno Stato capace di commettere genocidio anche mediante la fame con il sostegno dei governi occidentali

Israele sta ora sfruttando la situazione per modificare la demografia e la geografia del territorio dal fiume al mare e verosimilmente anche all’interno della moschea di Al-Aqsa.

È vero che Israele non è riuscito a raggiungere tutti i suoi obiettivi e continua a pagare un prezzo sotto forma di vite umane e instabilità sociale. Sono convinto che l’opinione pubblica internazionale finirà in futuro per tradurre la sua indignazione in azioni politiche. Ancora più importante, lo scopo di questo articolo non è dire “ve l’avevamo detto”, ma di avvertirvi: se il mondo continuerà a ignorare le dichiarazioni dei politici israeliani, questi non si fermeranno al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti) 




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)