In seguito alle rivelazioni di +972 Microsoft revoca i servizi cloud all’Unità 8200 di Israele.

Yuval Abraham

25 settembre 2025 – +972Magazine

Il colosso della tecnologia ha bloccato l’accesso dopo che abbiamo rivelato che l’esercito israeliano aveva utilizzato i suoi server per archiviare milioni di intercettazioni telefoniche dei palestinesi.

Secondo quanto riportato dal Guardian Microsoft ha informato il Ministero della Difesa israeliano, in una lettera alla fine della scorsa settimana, di aver revocato l’accesso dell’esercito israeliano alla tecnologia che stava utilizzando per archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence sui civili palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

La decisione fa seguito a un articolo di denuncia pubblicato il mese scorso da +972 Magazine, Local Call e dal Guardian che rivelava come l’Unità 8200, l’agenzia d’élite per la guerra informatica dell’esercito israeliano, stesse archiviando registrazioni intercettate di milioni di chiamate da cellulare di palestinesi sulla piattaforma cloud di Microsoft Azure, creando una delle raccolte di dati di sorveglianza più invasive al mondo su un singolo gruppo di popolazione. Secondo l’indagine congiunta, questi dati sono stati utilizzati negli ultimi due anni per pianificare attacchi aerei letali a Gaza, nonché per arrestare palestinesi in Cisgiordania.

Per quanto ne sappiamo questa è la prima volta che una grande azienda tecnologica statunitense revoca l’accesso dell’esercito israeliano a uno qualsiasi dei suoi prodotti dall’inizio della guerra a Gaza. Microsoft continua tuttavia a collaborare con altre unità militari israeliane che sono suoi clienti di lunga data.

La lettera di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano, visionata dal Guardian, afferma che l’azienda ha avviato un’indagine esterna “urgente” a seguito della nostra denuncia e ha riscontrato che l’esercito israeliano ha violato i termini di servizio di Microsoft utilizzando la sua piattaforma cloud per archiviare i dati di sorveglianza. Secondo il Guardian la lettera affermava che, poiché l’azienda ha “trovato prove” a supporto della nostra segnalazione, ha deciso di sospendere i servizi di archiviazione e intelligenza artificiale connessi al progetto in esame. Aggiungeva che Microsoft “non ha come obiettivo quello di facilitare la sorveglianza di massa dei civili”.

Giovedì, riporta il Guardian, il vice amministratore delegato e presidente di Microsoft Brad Smith, ha inviato un’e-mail al personale per informarlo della decisione, spiegando che l’azienda ha “cessato e disattivato una serie di servizi a un’Unità del Ministero della Difesa israeliano”. Ha aggiunto: “Non forniamo tecnologia per facilitare la sorveglianza di massa dei civili. Abbiamo applicato questo principio in ogni paese del mondo e lo abbiamo ribadito ripetutamente per oltre due decenni”.

Questa decisione senza precedenti arriva nel mezzo delle crescenti proteste contro Microsoft e altri giganti della tecnologia i cui servizi Israele ha utilizzato per il suo attacco a Gaza che dura da due anni e in cui i civili hanno costituito la stragrande maggioranza delle vittime. Il mese scorso gli attivisti hanno organizzato una manifestazione fuori dal data center di Microsoft nei Paesi Bassi dopo che la nostra indagine ha rivelato che ospitava 11.500 terabyte di dati militari israeliani, equivalenti a circa 195 milioni di ore di audio.

Secondo il Guardian l’Unità 8200 ha rapidamente trasferito la quantità di dati di sorveglianza dai server Microsoft all’esterno dopo pochi giorni dalla pubblicazione della nostra indagine; secondo le fonti del Guardian l’Unità prevedeva invece di trasferire i dati alla piattaforma cloud di Amazon Web Services, dai cui servizi l’esercito è sempre più dipendente dal 7 ottobre.

Tuttavia molti altri progetti militari israeliani che coinvolgono i servizi Microsoft rimangono inalterati. A gennaio un’indagine condotta da +972, Local Call e dal Guardian, basata su documenti trapelati dal Ministero della Difesa israeliano e dalla filiale israeliana di Microsoft, ha rivelato che il gigante tecnologico “ha una presenza in tutte le principali infrastrutture militari in Israele”, con decine di unità dell’esercito israeliano – tra cui forze aeree, terrestri e navali – che si affidano ai servizi cloud di Microsoft. Inoltre durante il periodo più intenso del bombardamento aereo israeliano su Gaza le vendite di servizi di intelligenza artificiale di Microsoft al Ministero della Difesa israeliano sono aumentate significativamente.

Il progetto di sorveglianza di massa ospitato sui server cloud di Microsoft è nato nel novembre 2021, quando Yossi Sariel, allora comandante dell’Unità 8200, si è recato presso la sede centrale del gigante tecnologico a Seattle per incontrare l’amministratore delegato Satya Nadella. Secondo un documento interno di Microsoft ottenuto dal Guardian che riassume l’incontro, Sariel ha informato alti funzionari dell’azienda di voler archiviare enormi quantità di informazioni di intelligence – fino al 70% dei dati dell’Unità, incluso materiale altamente riservato – sui server di Azure.

Un funzionario dell’intelligence ha dichiarato a +972, Local Call e al Guardian che, prima della partnership con Microsoft, l’Unità 8200 disponeva sui suoi server interni solo della capacità di archiviazione necessaria per conservare le registrazioni delle telefonate di decine di migliaia di palestinesi definiti dall’esercito come “sospetti”. Ma grazie alla capacità di archiviazione pressoché illimitata di Azure l’unità ha potuto iniziare a salvare sui suoi server le chiamate intercettate di molti altri palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, consentendo quello che diverse fonti israeliane hanno descritto come l’ambizioso obiettivo del progetto: archiviare “un milione di chiamate all’ora”.

Questa massiccia raccolta di dati di sorveglianza ha permesso all’esercito di ottenere informazioni potenzialmente incriminanti su praticamente qualsiasi palestinese in Cisgiordania, dati che potevano, in pratica, essere utilizzati per ricattare, mettere in detenzione amministrativa o addirittura per giustificare retroattivamente le uccisioni.

Non tutti nell’Unità avevano visto con favore la decisione di Sariel di trasferire le informazioni riservate dell’esercito sui server Microsoft all’estero sia a causa dei costi che della delicatezza del materiale. Ma Sariel aveva insistito, esprimendo chiaramente il suo entusiasmo per il potenziale del progetto.

La nostra indagine ha anche rilevato che la dirigenza di Microsoft considerava il consolidamento dei legami con l’Unità 8200 un’opportunità commerciale redditizia. Nell’incontro del 2021 a Seattle Nadella aveva affermato che la partnership con l’Unità 8200 era “fondamentale” per Microsoft, mentre documenti interni descrivevano il progetto congiunto come “un punto di forza per il marchio”.

Ma di fronte alla crescente indignazione interna e pubblica contro l’azienda – e al crescente numero di organizzazioni per i diritti umani che hanno stabilito che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza – i calcoli di Microsoft potrebbero essere cambiati.

Inizialmente l’azienda ha annunciato a maggio, in seguito alla nostra indagine di gennaio, che una revisione interna non aveva trovato prove che l’esercito israeliano stesse utilizzando la sua tecnologia per danneggiare i palestinesi. Tuttavia l’indagine esterna avviata in risposta alla nostra ultima indagine, supervisionata dagli avvocati dello studio legale statunitense Covington & Burling, ha portato l’azienda a bloccare l’accesso dell’Unità 8200 ad alcuni dei suoi servizi di cloud storage e di intelligenza artificiale.

Secondo il Guardian l’email di Smith al personale sottolinea che la nostra denuncia ha portato alla luce “informazioni a cui [Microsoft] non poteva accedere alla luce dei nostri impegni in materia di privacy dei clienti”. Ha aggiunto: “La nostra verifica è in corso”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




A Gaza Israele sta portando avanti un olocausto. La denazificazione è la nostra unica via d’uscita.

Orly Noy

18 settembre 2025 – +972 Magazine

La mortale supremazia etnica insita nella società israeliana ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

Gaza City è avvolta dalle fiamme, mentre dopo settimane di bombardamenti incessanti l’esercito israeliano lancia la sua offensiva di terra da tempo minacciata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di crimini contro l’umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in streaming da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari nemmeno nei momenti più bui di questo genocidio in corso da due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che perlustrano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico esito di una perdita di controllo degli eventi, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Come è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai campi di concentramento e sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “gray refusers”, riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, sono troppo pochi per rallentare la macchina della morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, membri di un kibbutz e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo di fronte al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la morte di massa su Gaza, lo fanno sapendo benissimo che così facendo potrebbero uccidere gli ostaggi. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un olocausto a Gaza, e non può essere liquidato semplicemente come frutto della volontà degli attuali leader fascisti del Paese. Questo orrore ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’inerente ideologia di supremazia che hanno normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo meccanismo mortale insito nella nostra società possiamo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, in primo luogo con il rifiuto. Il rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Il rifiuto di rimanere ignoranti. Il rifiuto di essere ciechi. Il rifiuto di tacere. Per i genitori è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal rischio che divenga autrice di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con il chiaro riconoscimento che rimangono solo due strade: o uno Stato ebraico, messianico e genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: non è possibile ripulire il sionismo, in tutte le sue forme, dalla macchia di questo crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello venga completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare come cose normali.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa persiana. È presidente del consiglio direttivo di BTselem e milita nel partito politico Balad [rappresentativo della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti affrontano le linee che si intersecano e definiscono la sua identità: mizrahi [comunità ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, donna tout court, migrante temporanea che vive dentro unimmigrata perenne, e il dialogo costante tra tutte queste dimensioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il BDS afferma che Carrefour lascia il Bahrain e il Kuwait per la pressione del boicottaggio

Redazione di MEMO

23 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il Comitato Nazionale Palestinese del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha affermato che il gigante francese del commercio Carrefour ha abbandonato completamente il Bahrain e il Kuwait sotto la pressione di continue campagne di boicottaggio.

Secondo una dichiarazione del BDS, le attività di Carrefour in entrambi i Paesi – gestite dall’Emirati Majid Al Futtaim Group – sono state interrotte dopo aver subito “pesanti perdite finanziarie” e un danno di reputazione collegati alla complicità in azioni israeliane contro i palestinesi.

La campagna globale di boicottaggio contro Carrefour è stata lanciata nel dicembre 2022, dopo la rivelazione che Carrefour Israele ha fornito cibo e pacchi regalo ai soldati israeliani e ha organizzato raccolte fondi a loro favore. Il BDS ha anche accusato la catena di aver avviato la collaborazione con banche e società tecnologiche israeliane coinvolte in violazioni dei diritti umani.

La campagna #LetsBoycottCarrefour da allora si è estesa in tutto il mondo arabo ed oltre, con proteste, petizioni, impegni pubblici, iniziative culturali e mobilitazioni online. Nonostante le restrizioni in alcuni Paesi, secondo il movimento, le azioni dal basso si sono intensificate.

Il movimento BDS ha anche citato dati economici, affermando che i profitti netti del gruppo Carrefour nel 2024 si sono ridotti del 50% rispetto al 2023, mentre Majid Al Futtaim ha riferito il 47% di perdite nei profitti al dettaglio a causa della riduzione della fiducia dei consumatori in mercati come la Giordania, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, il Bahrain, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli USA potrebbero presto colpire l’intera Corte Penale Internazionale con sanzioni

Reuters

22 settembre 2025 – Haaretz

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero condizionare le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine

Gli Stati Uniti stanno pensando di imporre sanzioni entro questa settimana contro l’intera Corte Penale Internazionale, mettendo in pericolo le operazioni correnti della Corte come rappresaglia per le indagini su sospetti crimini di guerra israeliani.

Washington ha già imposto sanzioni mirate contro diversi procuratori e giudici della Corte, ma inserire nell’elenco delle sanzioni la Corte stessa costituirebbe una grave escalation.

Sei fonti a conoscenza del problema, tutte anonime in quanto si tratta di una questione diplomatica sensibile che non è stata resa pubblica, hanno affermato che una decisione su tali “sanzioni all’ente” è prevista a breve tempo.

Una fonte ha detto che funzionari della Corte hanno già tenuto incontri interni per discutere dell’impatto di potenziali sanzioni generali. Due altre fonti hanno detto che si sono tenuti incontri anche con diplomatici di stati membri della Corte.

Un funzionario USA, parlando in condizioni di anonimato in quanto si tratta di questioni sensibili, ha confermato che sono state valutate sanzioni estese all’ente, ma non è stata dettagliata la tempistica della possibile iniziativa.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha accusato la Corte di rivendicare ciò che ha affermato essere la sua “presunta giurisdizione” sul personale USA ed israeliano e ha detto che Washington sta per compiere ulteriori passi, anche se non ha specificato esattamente quali.

(La CPI) ha l’opportunità di cambiare corso apportando cambiamenti cruciali ed appropriati. Gli USA intraprenderanno ulteriori passi per proteggere i nostri coraggiosi militari ed altri, finchè la CPI continuerà a rappresentare una minaccia ai nostri interessi nazionali”, ha affermato il portavoce.

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero compromettere le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine sui suoi computer.

Per mitigare i potenziali danni lo staff della CPI ha ricevuto in questo mese i salari in anticipo per tutto il 2025, hanno detto tre delle fonti, anche se non è la prima volta che la Corte ha pagato i salari in anticipo per precauzione in caso di sanzioni.

Hanno aggiunto che la Corte sta anche cercando fornitori alternativi per servizi bancari e software.

La CPI, che ha sede all’Aja, ha incriminato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, come anche figure dell’organizzazione combattente Hamas, per presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza.

Washington ha in precedenza comminato sanzioni a funzionari della Corte per il loro ruolo in quei casi e in una distinta indagine per sospetti crimini in Afghanistan, che inizialmente aveva riguardato azioni da parte delle truppe USA.

Tre fonti diplomatiche hanno detto che alcuni dei 125 Stati membri della CPI tenteranno di respingere sanzioni addizionali degli USA durante l’Assemblea Generale dell’ONU a New York in questa settimana.

Ma quattro fonti diplomatiche all’Aja e a New York hanno affermato che tutto indica che Washington incrementerà i suoi attacchi alla CPI.

La via delle sanzioni individuali è esaurita. Ora la domanda è quando, piuttosto che se, verrà compiuto il prossimo passo”, ha affermato un alto diplomatico.

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha definito la Corte “una minaccia alla sicurezza nazionale che è stata uno strumento di guerra legale” contro gli Stati Uniti e il loro alleato Israele.

La Corte è stata creata nel 2002 con un trattato che le conferisce giurisdizione a perseguire il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, sia che siano stati commessi da un cittadino di uno Stato membro sia che abbiano avuto luogo sul territorio di uno Stato membro.

Israele e gli Stati Uniti non sono Stati membri. La Corte riconosce lo Stato di Palestina come membro e ha sentenziato che questo le conferisce giurisdizione sulle azioni commesse sul territorio palestinese. Israele e gli Stati Uniti lo negano.

A febbraio la Casa Bianca ha imposto sanzioni contro il Procuratore generale della Corte, Karim Khan, che aveva richiesto i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant. Khan è in congedo a fronte di una inchiesta in corso su accuse di abusi sessuali, che lui nega.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’opinione pubblica statunitense su Israele sta cambiando, e anche la politica statunitense dovrà farlo.

Jasim Al-Azzawi

22 settembre 2025 – Al Jazeera

Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele giungerà al termine, ma questo cambiamento di politica potrebbe richiedere anni.

La narrazione sionista è stata una forza dominante negli Stati Uniti per oltre sette decenni. Promossa da potenti lobby, alimentata da cristiani evangelici e riecheggiata dai media mainstream è rimasta in gran parte incontrastata fino all’irrompere del genocidio a Gaza.

In quasi due anni le incessanti immagini di orrore, la portata della devastazione e la sconvolgente perdita di vite umane hanno creato un record insopportabile di orrore che ha messo in discussione la narrazione sionista. Sondaggio dopo sondaggio si registra un cambiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Israele. Da entrambe le parti dello spettro politico gli americani stanno diventando sempre più scontenti del sostegno generalizzato all’alleato di lunga data degli Stati Uniti. Cosa significa questo per le relazioni tra Stati Uniti e Israele?

Nel breve e medio termine non molto. Le armi, gli aiuti, la cooperazione in materia di sicurezza e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti a Israele non subiranno praticamente alcun impatto. Non ci si può aspettare che una struttura di sostegno costruita in quasi otto decenni evapori dall’oggi al domani.

Ma nel lungo termine il sostegno degli Stati Uniti si ridurrà. Ciò significa che Israele sarà costretto a riconsiderare la sua posizione aggressiva nella regione e arrestare i suoi piani di governare su tutta la Palestina storica.

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi hanno iniziato a rilevare un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense, soprattutto tra i giovani democratici, già prima degli attacchi del 7 ottobre 2023. Ma in seguito questo cambiamento sembra aver subito una drastica accelerazione.

Un sondaggio condotto da Pew Research Center [centro di sondaggi e ricerche sociali con sede a Washington, ndt.] a marzo di quest’anno suggerisce che gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 42% al 53% di tutti gli adulti statunitensi dal 2022. Il cambiamento è più pronunciato tra i democratici, dal 53% al 69% nello stesso periodo.

Ciò che è notevole di questo cambiamento è che è intergenerazionale. Tra i democratici pari e oltre ai 50 anni – persone solitamente moderate sulle questioni di politica estera – gli atteggiamenti negativi nei confronti di Israele sono aumentati dal 43% al 66%.

Anche le espressioni di simpatia sono cambiate. Secondo un sondaggio di agosto, condotto da The Economist e YouGov, il 44% dei Democratici simpatizza maggiormente per i palestinesi, rispetto al 15% per gli israeliani; tra gli Indipendenti queste percentuali sono rispettivamente del 30 e del 21%.

Lo stesso sondaggio suggerisce che una pluralità di americani ora ritiene ingiustificati i continui bombardamenti israeliani su Gaza, e circa il 78% desidera un cessate il fuoco immediato, incluso il 75% dei Repubblicani. La percentuale di intervistati che ha affermato che Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi è stata del 43%; coloro che non sono d’accordo sono stati solo il 28%.

Ancora più significativo è il fatto che una notevole percentuale – il 42% – è favorevole a una diminuzione del sostegno a Israele; tra i Repubblicani questa percentuale si attesta al 24%.

Un sondaggio Harvard-Harris di luglio rivela forse la tendenza più preoccupante per i sostenitori di Israele: il 40% dei giovani americani ora è a favore di Hamas, non di Israele. Sebbene ciò rifletta probabilmente una generale simpatia per i palestinesi, mostra significative crepe nel predominio della narrativa israeliana sul “terrorismo palestinese” tra i giovani americani.

Lo stesso sondaggio ha suggerito che solo il 27% sostiene il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: un voto di sfiducia disastroso ben lontano dall’accoglienza che ha ricevuto alla Casa Bianca e al Congresso.

Come potrebbe cambiare la politica

Mentre gli elettori più anziani – l’ultima roccaforte elettorale di Israele – lasciano il posto agli elettori più giovani, più favorevoli alla causa dei diritti dei palestinesi, la matematica della politica si sposterà verso un profondo cambiamento. La domanda non è più se gli Stati Uniti riconsidereranno il loro rapporto speciale con Israele, ma quando. Il rapporto speciale con Israele è una di quelle rare questioni per cui esiste un sostegno bipartisan. Cambiare questa situazione potrebbe richiedere molto tempo.

Naturalmente nel breve termine sono possibili alcuni cambiamenti. Se dovesse verificarsi un’improvvisa frattura tra Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – forse anche a livello personale – quest’ultimo avrebbe i sondaggi per giustificare un allontanamento da Israele. Un netto cambiamento nell’opinione pubblica gli fornirebbe la copertura politica per dimostrare che sta ascoltando il popolo americano. Tuttavia, un cambiamento così radicale è improbabile.

È più probabile che, sotto pressione dell’opinione pubblica, i membri del Congresso inizino a cambiare opinione sulla questione Israele-Palestina. Coloro che si rifiutano ostinatamente potrebbero essere sfidati da candidati più giovani e più energici che rifiutano essere finanziati da organizzazioni filo-israeliane come l’AIPAC. [American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filoisraeliana negli USA, n.d.t.]

Tuttavia il cambiamento al Congresso richiederebbe molto tempo soprattutto perché incontrerebbe una forte resistenza. I gruppi di pressione filo-israeliani considerano questo un momento cruciale nella storia israelo-statunitense. Impiegheranno le loro vaste risorse per eliminare qualsiasi candidato che esprima simpatia per i palestinesi o metta in discussione il sostegno automatico a Israele.

Inoltre altre questioni, come l’economia e vari problemi sociali, continueranno a dominare l’agenda politica: la politica estera raramente influenza le elezioni statunitensi. La transizione non sarà bipartisan nel breve termine. Il sostegno repubblicano a Israele è più costante. L’establishment democratico è sottoposto a crescenti pressioni da parte della sua base sin dalla presidenza di Joe Biden. Con l’ascesa politica dei membri più giovani – come dimostra la spettacolare vittoria del candidato sindaco di New York Zohran Mamdani alle primarie democratiche – la leadership democratica sarà costretta a cambiare rotta.

Con l’elezione di un numero sempre maggiore di rappresentanti filo-palestinesi, soprattutto al Congresso, il blocco progressista crescerà e intensificherà la pressione dall’interno per un cambiamento di politica.

Questo processo, tuttavia, non sarà abbastanza rapido da migliorare immediatamente la situazione in Palestina o addirittura da fermare l’imminente pulizia etnica di Gaza. È più probabile che un miglioramento arrivi dalla pressione internazionale e dagli sviluppi sul campo piuttosto che da un cambiamento nella politica statunitense.

Tuttavia a lungo termine un minore sostegno a Israele da parte del Congresso o persino di un presidente degli Stati Uniti significherebbe che il governo israeliano dovrebbe modificare la sua posizione eccessivamente aggressiva nella regione e frenare il suo militarismo avventurista. Probabilmente sarà anche costretto a fare concessioni sulla questione palestinese. Resta da vedere se questo sarà sufficiente per creare uno Stato palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele progetta di espellere con la forza migliaia di palestinesi per far spazio a una colonia che dividerà a metà la Cisgiordania

Zena al-Tahhan

22 settembre 2025 Mondoweiss

Il progetto di insediamento E1 comporterà la pulizia etnica di migliaia di comunità palestinesi residenti nell’area, dividendo al contempo la Cisgiordania in due. I membri delle comunità prese di mira affermano che Israele vuole spingerli nelle città e rubare la loro terra

Mentre diverse nazioni occidentali annunciano il riconoscimento di uno Stato palestinese in occasione dell’imminente voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla questione, Israele sta accelerando le sue misure di annessione illegale della Cisgiordania occupata per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Arroccato lungo antiche rotte commerciali che collegano la Gerusalemme urbana al deserto di Gerico, il piccolo villaggio beduino di Jabal al-Baba è una delle decine di comunità palestinesi che rischiano l’imminente trasferimento forzato da parte dell’occupazione israeliana.

Il progetto di espellere queste comunità palestinesi è il fulcro del piano israeliano per rilanciare il piano di insediamento E1, che ha ricevuto per decenni reazioni negative a livello internazionale a causa delle sue vaste implicazioni.

L’area che Israele vuole riempire di coloni illegali e interdire ai palestinesi è un tratto di terra strategico che costituisce uno dei pochi collegamenti rimasti tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale e uno degli ultimi punti di contiguità tra Gerusalemme occupata e il territorio.

Una volta attuato, il piano taglierebbe a metà la Cisgiordania occupata e consoliderebbe ulteriormente Gerusalemme in mani israeliane.

“Questo seppellirà l’idea di uno Stato palestinese”, ha dichiarato con orgoglio il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a metà agosto, quando il piano E1 è stato di nuovo riproposto. Il 14 agosto il ministro, che sovrintende alla demolizione delle case palestinesi e all’espansione degli insediamenti illegali, ha annunciato l’approvazione di migliaia di nuovi appartamenti nella zona per i coloni illegali.

Jabal al-Baba ospita circa 450 residenti che furono espulsi dalle loro terre ancestrali nel deserto del Naqab (Negev) durante la Nakba del 1948, la violenta pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste.

Attratti dal paesaggio semiarido e vasto che riecheggiava il territorio familiare del Naqab, gli esuli si rinsediarono sulle pendici orientali di Gerusalemme, ideali per il loro stile di vita beduino – lo stesso da generazioni.

Ora, 77 anni dopo, rischiano di nuovo l’espulsione.

“Stiamo parlando dell’occupazione di 12.000 dunam di terra (12 chilometri quadrati)”, ha dichiarato a Mondoweiss Atallah Mazaar’a, portavoce di Jabal al-Baba. “Circa 22 villaggi beduini palestinesi, che ospitano almeno 7.000 residenti, sarebbero evacuati”.

“C’è un attacco a tutto il territorio palestinese da nord a sud, e in particolare ai beduini che vivono in aree aperte e remote”, ha continuato Mazaar’a. “L’attuale occupazione di terra palestinese è massiccia”.

I beduini palestinesi che vivono nell’area destinata a E1 vengono progressivamente espulsi, mentre le autorità israeliane demoliscono le loro case, li sfrattano dai terreni e installano coloni israeliani al loro posto. “E1 è il progetto più aggressivo per i palestinesi di Gerusalemme”, ha affermato Mazaar’a. “Israele sa quanto sia importante. Ecco perché sta correndo per attuare il piano dell’insediamento di colonie”.

Nonostante l’imminente deportazione, Mazaar’a afferma che il villaggio rimarrà saldo. “Preferiremo morire da persone dignitose sulle nostre terre piuttosto che consegnarle a coloni e occupanti”, ha affermato.

“Una deportazione dopo l’altra”

Tra il 12 e il 15 agosto le forze di occupazione israeliane hanno emesso circa 40 ordini di demolizione di abitazioni a Jabal al-Baba e in altri due villaggi beduini nelle vicinanze, concedendo 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

Ma non sono le prime ingiunzioni. Il progetto israeliano di colonie E1 è in cantiere dall’inizio degli anni ’90, proposto per la prima volta dall’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi e unità commerciali per i coloni illegali, creando un’area edificata continua tra l’insediamento di Ma’ale Adumim dove vivono circa 70.000 israeliani e Gerusalemme.

Dal 2009 l’occupazione israeliana ha demolito in decine di comunità nell’area E1 più di 500 case palestinesi e altre strutture vitali, comprese quasi 200 finanziate da donatori internazionali come l’Unione Europea. Almeno 900 persone sono state sfollate con la forza.

Solo nel 2025 l’esercito ha già demolito almeno nove case e oltre 50 stalle per animali.

“Si tratta di una deportazione continua”, ha detto a Mondoweiss Bassam Bahar, capo del comitato per la protezione delle terre di Gerusalemme Est. “Queste famiglie sono qui dagli anni ’50 e vivono su terreni privati ​​palestinesi con il consenso dei proprietari”.

“Le autorità di occupazione israeliane vogliono trasferire questi residenti nei centri abitati di Abu Dis e forse anche a Gerico per creare una nuova realtà demografica [israeliana] nelle zone orientali di Gerusalemme, l’unica area rimasta ai palestinesi di Gerusalemme per espandersi”, ha continuato.

“L’obiettivo di tutti questi progetti è giudaizzare Gerusalemme e creare una cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme per circondarla da tutti i lati, sia a nord che a sud e a est”, ha spiegato Bahar. “Hanno occupato tutte le aree a sud verso Betlemme, e a nord verso Ramallah. Oggi, l’unica area in cui potremmo estenderci ulteriormente è quella a est, verso Gerico”.

Ma’ale Adumim fu costruita nel 1975 su terreni palestinesi sottratti principalmente alle città e ai villaggi di al-Aizariya, Abu Dis, al-Issawiyya e Anata. Queste aree costituivano storicamente la periferia orientale di Gerusalemme, situate a pochi chilometri dal centro città.

Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania nel 1967, Israele ha ridisegnato i confini municipali di Gerusalemme escludendo quelle città e ponendole sotto controllo militare come parte della Cisgiordania occupata. Di conseguenza centinaia di migliaia di palestinesi hanno improvvisamente avuto bisogno di permessi per accedere alla propria città. Nel 2002 Israele ha rafforzato questa separazione costruendo il suo muro illegale alto otto metri attorno a queste aree, isolandole – insieme alle vicine comunità beduine – da Gerusalemme a ovest.

Il piano E1 peggiorerà ulteriormente le condizioni dei palestinesi. In primo luogo, Israele prevede di costruire il muro attorno a queste aree ad est, circondandole completamente. Non saranno solo tagliate fuori da Gerusalemme ma anche dalla Cisgiordania, trasformate così in una prigione a cielo aperto.

In secondo luogo Israele ha recentemente approvato la costruzione di una serie di strade e tunnel sotterranei – ingannevolmente definiti da Israele “Fabric of Life” o “Sovereignty Road” – che correranno sotto il cuore dell’area E1.

Questo escluderà il traffico palestinese dalle principali autostrade che attraversano l’E1 in superficie, oltre alla storica strada per Gerico sulla Route 1 utilizzata poi solo dai coloni illegali. Jabal al-Baba non sarà solo isolata da Gerusalemme ma anche dalla città più vicina di al-Aizariya.

“La strada alternativa che vogliono costruire per i palestinesi non è adatta al passaggio delle persone. Più di un milione di palestinesi che viaggiano tra il centro e il sud la dovranno usare. Costituirà un pericolo per la vita dei residenti”, ha affermato Mazaar’a di Jabal al-Baba. 

Sgombrare le terre”

Questi sviluppi si inseriscono nell’ambito dell’annessione sempre più pervasiva da parte di Israele delle aree orientali di Gerusalemme così come dell’intera Cisgiordania occupata, nel tentativo di impedire la creazione di qualsiasi tipo di Stato palestinese. I residenti che vivono in aree aperte vengono trasferiti con la forza – un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale – mentre l’esercito israeliano consolida l’occupazione della maggiore parte di terra palestinese possibile.

Le autorità israeliane hanno compiuto atti di annessione nella Cisgiordania occupata per oltre cinquant’anni. Ma dal genocidio di Gaza l’appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di colonie illegali hanno raggiunto livelli record. Il governo israeliano finanzia direttamente i coloni con milioni di dollari e li arma per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

I funzionari non operano più in segreto. In una sessione della Knesset a luglio i parlamentari israeliani hanno votato a larga maggioranza a favore per imporre l’annessione alla Cisgiordania occupata.

Il 3 settembre il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, responsabile anche della demolizione delle case palestinesi e della costruzione di colonie illegali, ha presentato una proposta di mappa in base alla quale l’82% della Cisgiordania occupata diventa parte di Israele. Tre milioni e mezzo di palestinesi sarebbero stipati nei centri urbani in appena il 18% della Cisgiordania occupata.

“Il massimo della terra con un minimo di popolazione”, ha detto Smotrich.

E con i recenti appelli di diversi paesi occidentali alla creazione di uno Stato palestinese, l’obiettivo e l’intento dell’annessione sono diventati uno dei fini più urgenti per Israele, con politici di ogni genere che chiedono alla propria leadership di agire in tal senso.

“Vogliono spingere le persone che vivono in aree remote e nei villaggi verso le città per assediarli”, ha detto Bahar. “Si tratta di sgombrare la terra dei suoi residenti”.

Mazaar’a ha affermato che i residenti sono ben consapevoli che questa è una politica ben radicata. “Israele paga i coloni per razziare i nostri villaggi. Vengono e si spogliano nel centro delle nostre comunità per indurci ad andarcene”, ha detto.

“Anche se il mondo intero ci abbandonasse, noi palestinesi continueremo a portare avanti la nostra causa”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Spagna boicotterà Eurovision se Israele parteciperà alla manifestazione durante la guerra a Gaza

Redazione di MEMO

16 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì l’emittente pubblica spagnola ha annunciato che la Nazione non parteciperà all’Eurovision Song Contest se Israele rimarrà nella competizione mentre continua la guerra contro Gaza.

La decisione è stata approvata dal consiglio d’amministrazione della Radiotelevisión Española [Radio Televisione Spagnola] (RTVE) in seguito ad una proposta del suo presidente: è passata con 10 voti a favore, quattro contrari e un’astensione.

La Spagna si unisce a Irlanda, Slovenia, Islanda e Olanda nel chiedere l’esclusione di Israele.

Diventa anche il primo membro dei cosiddetti Cinque Grandi – i Paesi che forniscono il più ampio contributo finanziario all’Unione delle Emittenti Europee (European Broadcasting Union, EBU) – ad effettuare questo passo. Il gruppo include anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania che entrano di diritto nella finale della competizione indipendentemente dai loro risultati precedenti.

L’EBU, che organizza l’Eurovision, deve decidere a dicembre se escludere Israele come chiesto da RTVE.

Se la Spagna boicotterà la competizione sarà la prima volta nella sua storia che non parteciperà a Eurovision.

All’inizio dell’anno RTVE ha inviato una lettera all’EBU sollecitando un dibattito sulla partecipazione di Israele. Durante la partecipazione di Israele alla competizione del 2025 commentatori e sottotitoli hanno criticato apertamente la guerra a Gaza.

Nell’edizione di quest’anno Israele si è classificata al secondo posto e ha vinto il voto del pubblico.

Lunedì il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che Israele venga escluso dalle competizioni sportive internazionali dopo che le massicce proteste pro-Palestina a Madrid hanno costretto alla cancellazione dell’ultima tappa della gara ciclistica La Vuelta e della relativa cerimonia di premiazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




I massimi inquirenti legali delle Nazioni Unite concludono che Israele è colpevole di genocidio a Gaza

Sondos Asem

16 settembre 2025 – Middle East Eye

Il rapporto più autorevole delle Nazioni Unite sul genocidio apre la strada alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, sostengono i suoi autori

Nella pronuncia più autorevole fino ad oggi il principale organo investigativo delle Nazioni Unite su Palestina e Israele ha stabilito martedì 16 settembre che Israele è colpevole del crimine di genocidio a Gaza.

Il rapporto di 72 pagine della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Palestina e Israele rileva che Israele ha commesso quattro dei cinque atti proibiti dalla Convenzione sul Genocidio del 1948 e che i leader israeliani hanno espresso l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza come gruppo.

La conclusione fa eco ai rapporti di organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali che sono giunte alla stessa conclusione nell’ultimo anno.

Ma questa è la prima indagine legale completa condotta da un organo delle Nazioni Unite e funge da linea guida per una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) che attualmente sta esaminando una denuncia del Sudafrica che accusa Israele di genocidio. Si prevede che la conclusione del caso presso la Corte Internazionale di Giustizia richiederà diversi anni.

Navi Pillay, presidente della commissione, ha dichiarato a Middle East Eye: “Per arrivare alla conclusione della responsabilità di Israele per la sua condotta a Gaza la commissione ha utilizzato lo standard giuridico stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta quindi della conclusione più autorevole finora emessa dalle Nazioni Unite”.

“Il rapporto delle Nazioni Unite rimarrà la dichiarazione più autorevole fino a quando la Corte Internazionale di Giustizia non avrà finito il suo lavoro e si sarà pronunciata sul caso di genocidio intentato contro Israele”.

“I rapporti prodotti dalle Nazioni Unite, compresi quelli di una commissione d’inchiesta, hanno un valore probatorio particolare e possono essere considerati affidabili da tutti i tribunali nazionali e internazionali”.

Pilay, un’eminente giurista che in precedenza ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e Presidente del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, ha affermato che tutti gli Stati hanno l’obbligo giuridico inequivocabile di impedire il genocidio a Gaza. Ha inoltre esortato il governo del Regno Unito a rivedere la sua posizione sul genocidio di Gaza, incluso il suo rifiuto di etichettarlo come tale. “L’obbligo di prevenire il genocidio sorge quando gli Stati vengono a conoscenza dell’esistenza di un grave rischio di genocidio e quindi gli Stati, incluso il Regno Unito, devono agire senza dover attendere una decisione giudiziaria per impedirlo”, ha affermato.

Un altro membro della commissione, Chris Sidoti, ha dichiarato a MEE che gli Stati devono agire ora per prevenire il genocidio. “Non ci sono scuse per non agire ora”, ha affermato.

Il rapporto dovrebbe essere presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a ottobre.

Il rapporto invita gli Stati membri delle Nazioni Unite ad adottare diverse misure, tra cui l’interruzione dei trasferimenti di armi a Israele e l’imposizione di sanzioni contro Israele e individui o società coinvolti o che facilitano il genocidio o l’incitamento a commetterlo. Il rapporto conclude che Israele ha commesso un genocidio contro i palestinesi a Gaza dal 7 ottobre 2023, coprendo il periodo da tale data al 31 luglio 2025.

Si afferma che Israele ha commesso quattro atti di genocidio:

1. Uccisione di membri del gruppo: i palestinesi sono stati uccisi in gran numero attraverso attacchi diretti contro civili, persone protette e infrastrutture civili vitali, nonché mediante la creazione deliberata di condizioni che hanno portato alla morte.

2-Gravi danni fisici o mentali: i palestinesi hanno subito torture, stupri, aggressioni sessuali, sfollamenti forzati e gravi maltrattamenti durante la detenzione, oltre ai diffusi attacchi contro i civili e l’ambiente.

3. Infliggere condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo: Israele ha deliberatamente imposto condizioni di vita disumane a Gaza tra cui la distruzione di infrastrutture essenziali, la negazione di cure mediche, sfollamenti forzati, il blocco di cibo, acqua, carburante ed elettricità, la violenza sulle donne incinte e la fame come metodo di guerra. I bambini sono stati particolarmente presi di mira.

4.Impedire le nascite all’interno del gruppo: l’attacco alla più grande clinica per la fertilità di Gaza ha distrutto migliaia di embrioni, campioni di sperma e ovuli. Gli esperti hanno affermato alla commissione che ciò avrebbe impedito a migliaia di bambini palestinesi di nascere.

Intento genocida

Oltre agli atti genocidi l’inchiesta ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno l’intento genocida di distruggere, in tutto o in parte, i palestinesi nella Striscia di Gaza.

L’intento genocida è spesso il più difficile da dimostrare in qualsiasi caso di genocidio. Tuttavia, gli autori del rapporto hanno trovato “prove pienamente conclusive” di tale intento.

Come prova diretta dell’intento genocida hanno citato dichiarazioni rilasciate dalle autorità israeliane, tra cui il Presidente Isaac Herzog, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, che ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa per gran parte della guerra.

Hanno inoltre rilevato che i tre leader hanno commesso il reato di incitamento al genocidio, un reato sostanziale ai sensi dell’Articolo III della Convenzione, indipendentemente dal fatto che il genocidio sia stato commesso.

Inoltre, sulla base di prove circostanziali, la commissione ha ritenuto che l’intento genocida fosse “l’unica deduzione ragionevole” che si potesse trarre dal modello di condotta delle autorità israeliane. Questo è lo stesso standard di prova che sarà utilizzato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo attuale procedimento contro Israele.

La commissione ha affermato di aver identificato sei modelli di condotta delle forze israeliane a Gaza che supportano l’ipotesi di un intento genocida:

1. Uccisioni di massa: dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso e gravemente ferito un numero senza precedenti di palestinesi, per lo più civili, utilizzando munizioni pesanti in aree densamente popolate. Secondo il rapporto al 15 luglio 2025 l’83% delle vittime erano civili. Quasi la metà erano donne e bambini.

2. Distruzione della cultura: la sistematica distruzione di case, scuole, moschee, chiese e siti culturali è stata citata come prova di un tentativo di cancellare l’identità palestinese.

3. Sofferenza deliberata: nonostante tre ordinanze provvisorie della Corte Internazionale di Giustizia e ripetuti avvertimenti internazionali, Israele ha continuato le sue politiche sapendo che i palestinesi erano intrappolati e impossibilitati a fuggire, ha affermato la commissione.

4. Collasso dell’assistenza sanitaria: le forze israeliane hanno preso di mira il sistema sanitario di Gaza attaccando ospedali, uccidendo e abusando il personale medico e bloccando forniture vitali e l’evacuazione dei pazienti.

5. Violenza sessuale: gli investigatori hanno documentato torture a sfondo sessuale, stupri e altre forme di violenza di genere descrivendole come strumenti di punizione collettiva.

6. Prendere di mira i minori: i bambini sono stati colpiti da cecchini e droni, anche durante le evacuazioni e nei rifugi, e alcuni sono stati uccisi mentre sventolavano bandiere bianche.

“I leader politici e militari israeliani sono agenti dello Stato di Israele, pertanto i loro atti sono attribuibili allo Stato di Israele”, si legge nel rapporto.

“Lo Stato di Israele è responsabile dell’incapacità di prevenire il genocidio, dell’attuazione di un genocidio e dell’incapacità di punire il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Chi sono gli investigatori delle Nazioni Unite?

La commissione d’inchiesta, composta da tre membri, è stata istituita nel maggio 2021 dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRC-CDU) con sede a Ginevra con un mandato permanente per indagare le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani nella Palestina occupata e in Israele a partire da aprile 2021.

La commissione ha il compito di riferire annualmente al CDU e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I suoi membri sono esperti indipendenti, non retribuiti dalle Nazioni Unite, con un mandato a tempo indeterminato.

I rapporti della commissione sono molto autorevoli e ampiamente citati da organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale dell’Aia.

Negli ultimi quattro anni ha prodotto alcuni dei rapporti più dirompenti sulle violazioni del diritto internazionale in Israele e Palestina.

Dal 7 ottobre 2023 la commissione ha pubblicato tre rapporti e tre documenti sulle violazioni del diritto internazionale per opera di diversi attori. Precedenti rapporti hanno concluso che le forze israeliane hanno commesso crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, tra cui, tra gli altri, sterminio, tortura, stupro, violenza sessuale e fame come metodo di guerra. Hanno anche concluso che a Gaza sono stati commessi due atti di genocidio

I suoi tre membri sono eminenti esperti di diritti umani e giuristi.

Pillay è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. In precedenza ha ricoperto il ruolo di giudice presso la Corte Internazionale di Giustizia e ha presieduto il tribunale ad hoc delle Nazioni Unite per il Ruanda.

Miloon Kothari è stato il primo relatore speciale delle Nazioni Unite sull’alloggio adeguato tra il 2000 e il 2008, mentre Sidoti è l’ex commissario australiano per i diritti umani e in precedenza è stato membro della Missione Internazionale Indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sul Myanmar dal 2017 al 2019.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)