Israele uccide più di 100 persone, inclusi 46 bambini, in una notte di bombardamento su Gaza

Mera Aladam

29 ottobre 2025 – Middle East Eye

Dopo 12 ore di devastanti attacchi aerei Israele dice che adesso sta “ripristinando” il cessate il fuoco

L’esercito israeliano ha ucciso 104 palestinesi, compresi 46 bambini, in attacchi aerei nella notte tra martedì e mercoledì in tutta la Striscia di Gaza, nell’ultima violazione del cessate il fuoco.

Gli attacchi aerei hanno colpito Gaza City, Khan Younis e i campi profughi al centro di Gaza, colpendo case, tende e il cortile di un ospedale.

I medici hanno detto che il conto delle vittime è destinato ad aumentare, poiché molti dei feriti versano in condizioni critiche e altri si pensa siano ancora sepolti sotto le macerie.

Il Ministero della Sanità palestinese ha affermato che sono state ferite altre 253 persone, compresi 78 bambini.

Secondo Al Jazeera il direttore dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City ha dichiarato che la situazione sanitaria è “catastrofica”, in assenza di medicinali o forniture mediche per curare i feriti.

L’Organizzazione palestinese di Difesa Civile per la ricerca e il soccorso ha invocato un “immediato e totale cessate il fuoco”.

Dopo circa 12 ore di pesanti bombardamenti l’esercito israeliano ha annunciato il ripristino del cessate il fuoco dalle 10 ora locale.

Israele ha accusato Hamas della violazione del cessate il fuoco, citando un presunto attacco alle (sue) truppe a Rafah martedì che ha provocato la morte di un soldato e i ritardi nella consegna dei corpi degli ostaggi morti.

Hamas ha negato ogni coinvolgimento nella sparatoria di Rafah.

L’organizzazione ha anche detto che il ritardo nel consegnare i corpi era dovuto alla mancanza dell’attrezzatura necessaria al loro recupero – una difficoltà logistica, ha detto, che era nota sia a Israele che agli Stati Uniti prima dell’accordo sul cessate il fuoco all’inizio del mese.

Il presidente USA Donald Trump ha dato a Israele copertura politica per l’attacco, dicendo che aveva “il diritto di reagire” e avvisando che Hamas sarebbe stata “eliminata” se non avesse rispettato il cessate il fuoco.

Ha aggiunto che la tregua mediata dagli USA “non è a rischio”.

Secondo la Associated Press due anonimi funzionari USA hanno affermato che Israele ha avvertito Washington prima di lanciare gli ultimi attacchi sulla striscia assediata.

Il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha condannato gli ultimi attacchi, considerando l’amministrazione USA “pienamente responsabile per il terribile massacro”.

Le recenti dichiarazioni USA, soprattutto quelle di Trump che giustificano i crimini dell’occupazione col pretesto dell’ ‘autodifesa’ e usano il termine di ‘vendetta’ contro civili disarmati e bambini, costituiscono una copertura politica, di fatto una legittimazione, ed un assenso a continuare il massacro”, ha affermato.

Prendere di mira abitazioni civili e tende di rifugiati è una macchia sulla coscienza dell’umanità.”

Secondo l’Ufficio Comunicazioni del governo con sede a Gaza, fino a martedì mattina Israele ha commesso almeno 125 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco a partire dall’11 ottobre.

Gli attacchi hanno ucciso almeno 211 persone e ne hanno ferite circa 600, secondo il Ministero della Sanità palestinese.

Israele inoltre ha continuato a limitare l’ingresso degli aiuti e ha mantenuto chiuso il confine di Rafah con l’Egitto, in violazione dei termini dell’accordo.

Complessivamente le forze israeliane dal 7 ottobre 2023 hanno ucciso almeno 68.643 palestinesi e feriti oltre 170.000.

Secondo i dati diffusi dall’esercito la maggioranza delle vittime sono civili.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Trump sta solo rimandando l’annessione israeliana

Joseph Massad

28 otttobre 2025 Middle East Eye

La guerra di Israele contro i palestinesi continua sotto il cosiddetto piano di pace di Trump, con Washington che finge di opporsi all’annessione e i suoi alleati arabi che fingono di crederci

Mentre Israele continua il genocidio dei palestinesi sotto la nuova etichetta del “piano di pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli americani stanno organizzando una campagna diplomatica che simula opposizione alle ultime mosse dei coloni ebraici per annettere la Cisgiordania.

Per assicurarsi il sostegno a un cessate il fuoco a Gaza – mentre da quando è entrato in vigore il 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 88 palestinesi e ne ha feriti altri 315 – Trump ha promesso il mese scorso ai regimi dei suoi clienti arabi che non avrebbe permesso a Israele di procedere con l’annessione, una linea rossa che essi temevano avrebbe scatenato la rabbia dell’opinione pubblica e messo a repentaglio il più ampio progetto di normalizzazione di Washington nella regione.

Tuttavia il parlamento israeliano la scorsa settimana ha dato l’approvazione preliminare a due proposte di legge che chiedono l’annessione formale della Cisgiordania.

Il vicepresidente di Trump, J.D. Vance, che si trovava nel Paese per aiutare gli israeliani a coordinare la successiva fase del genocidio a Gaza, ha descritto il voto come “una trovata politica molto stupida” – e che lo “ha personalmente preso come una specie di insulto”.

Nel tentativo di salvare la faccia con i clienti arabi di Washington, Trump ha anche inviato il suo Segretario di Stato Marco Rubio a rimproverare gli israeliani per il loro voto inopportuno. Durante il viaggio verso Israele, Rubio ha lanciato l’avvertimento più severo dell’amministrazione affermando: “Non è qualcosa che possiamo sostenere in questo momento” – sottintendendo che gli americani l’avrebbero sostenuto in futuro.

La rivista Time ha riportato le insistenze di Trump sul fatto che questo non sia il momento giusto per l’annessione: “Non accadrà. Non accadrà. Non accadrà perché ho dato la mia parola ai paesi arabi. E non potete farlo ora… Israele perderebbe tutto il sostegno degli Stati Uniti se ciò accadesse”.

La parola chiave in queste dichiarazioni è “ora”. Ogni apparente controversia tra americani e israeliani riguarda solo i tempi e i metodi, non l’obiettivo in sé.

Espansionismo che avanza

Lungi dall’opporsi al programma espansionistico di Israele, l’amministrazione Trump è da tempo parte integrante della sua realizzazione.

Dopotutto, durante il suo primo mandato il piano “pace per la prosperità” di Trump elaborato dal genero Jared Kushner ha appoggiato i progetti israeliani di annettere il 30% della Cisgiordania.

In base a tale proposta il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele si sarebbe mosso immediatamente per annettere la Valle del Giordano e gli insediamenti in Cisgiordania, impegnandosi generosamente a rinviare di almeno quattro anni la costruzione di nuovi insediamenti nelle aree lasciate ai palestinesi.

L’allora ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha segnalato che Trump aveva dato il via libera all’annessione immediata, affermando che “Israele non deve assolutamente aspettare” e che “la riconosceremo”. Trump ha ribadito la sua posizione lo scorso febbraio, quando ha giustificato l’annessione osservando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.

Sarebbe assurdo pensare che i regimi arabi credano davvero alle promesse di Trump. Fingono solo, adulandolo e assecondandolo per il bene delle pubbliche relazioni nazionali.

In effetti, e a suo vanto, Trump aveva già riconosciuto l’annessione illegale delle alture del Golan siriane da parte di Israele nel 2019, così come aveva riconosciuto l’annessione illegale di Gerusalemme Est nel 2017.

Perché, allora, dovrebbe opporsi all’annessione della Cisgiordania piuttosto che rimandarla semplicemente a un momento più propizio?

In effetti gli israeliani stanno già pianificando di espandersi oltre la Cisgiordania, che, come Gerusalemme Est e le alture del Golan, considerano già un fatto compiuto. Ora cercano di strappare altro territorio agli altri vicini arabi.

Solo poche settimane fa Netanyahu ha dichiarato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” a favore del popolo ebraico, aggiungendo di sentirsi “molto legato alla visione della Terra Promessa e del Grande Israele”. Questa visione si estende all’intera Giordania così come ad altri territori siriani, libanesi, egiziani e iracheni.

I paesi arabi si sono affrettati a condannare la visione di Netanyahu che ambisce a far sì che i loro territori diventino future parti di Israele, proprio come condannano le recenti iniziative israeliane per l’annessione della Cisgiordania. Eppure questa è poco più che una manifestazione pro forma.

I regimi arabi, eseguendo gli ordini europei e americani, hanno di fatto acconsentito a ogni annessione israeliana dal 1948 e alcuni le hanno persino riconosciute de jure, come hanno fatto Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Sudan e Bahrein quando hanno riconosciuto i confini di Israele del 1949, che già comprendevano territori palestinesi annessi.

Legittimazione globale

Quando Israele fu fondato nel 1948 già comprendeva metà dell’area assegnata dalle Nazioni Unite a uno Stato palestinese, oltre a Gerusalemme Ovest che avrebbe dovuto rimanere sotto giurisdizione internazionale.

Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, incluso il Regno Unito, inizialmente insisteva sul fatto che Israele sarebbe stato riconosciuto solo dopo il ritiro da questi territori in conformità con il Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947, tra la fine del 1949 e il 1950 il Consiglio di Sicurezza e il Regno Unito riconobbero il paese con i suoi nuovi confini esattamente come ampliati dalle conquiste, ben oltre quelli previsti dal Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947.

Inizialmente Israele accettò di negoziare con i suoi vicini arabi sui confini dello Stato, ma mantenne i territori occupati in violazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi all’annessione di Gerusalemme Ovest nel 1949. Vi trasferì i suoi uffici governativi e dichiarò la città capitale.

L’ONU, gli Stati Uniti e tutta l’Europa riconobbero le annessioni israeliane de facto se non de jure all’inizio degli anni ’50, e i paesi arabi desiderosi di normalizzazione seguirono l’esempio nei decenni successivi.

Dopotutto il presidente egiziano Anwar Sadat non ebbe problemi a rivolgersi al parlamento israeliano nell’annessa Gerusalemme Ovest durante la sua visita del 1977, senza una parola di protesta. Sebbene re Hussein di Giordania non abbia mai effettuato una visita ufficiale a Gerusalemme Ovest poiché le sue visite in Israele nel 1994 e nel 1996 riguardarono principalmente Tel Aviv e il lago di Tiberiade, visitò la Gerusalemme Ovest annessa nel 1995 per partecipare al funerale dell’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e di nuovo nel 1997 per incontrare le famiglie israeliane che avevano perso i figli poiché un soldato giordano aveva aperto il fuoco su di loro.

Vale la pena ricordare che, ancor prima di firmare un trattato di pace con Israele nel 1993, Hussein aveva già ceduto la sovranità palestinese e araba non solo su Gerusalemme Ovest ma anche su Gerusalemme Est, insistendo sul fatto che “solo Dio ha diritto su Gerusalemme” – un’affermazione che avrebbe ribadito molte volte in seguito. Le ambasciate egiziana e giordana, come quelle della maggior parte dei paesi che non riconoscono Gerusalemme Ovest come capitale di Israele, rimangono a Tel Aviv.

Questo tuttavia non significa che quei paesi non riconoscano Gerusalemme Ovest come parte di Israele.

Eredità di conquista

Per evitare di pensare che la “visione” del Grande Israele, recentemente annunciata da Netanyahu, sia una sua esclusiva ossessione va ricordato che finora Netanyahu ha conquistato pochi territori arabi e non ne ha ancora annessi, a differenza dei suoi predecessori da David Ben-Gurion a Menachem Begin, che hanno annesso vaste terre palestinesi e siriane.

L’avidità di Israele per le terre altrui è sempre stata pubblicamente dichiarata ed esibita. Dopo l’invasione del 1956 e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai, il primo ministro fondatore di Israele, il laico David Ben-Gurion, usò un linguaggio biblico affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”. La conquista, aggiunse, ha restituito “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, il nome che gli israeliani avevano dato all’isola egiziana di Tiran, era “tornata a far parte del Terzo Regno di Israele”, proclamò Ben-Gurion.

Di fronte all’opposizione internazionale all’occupazione israeliana Ben-Gurion affermò: “Fino alla metà del VI secolo fu mantenuta l’indipendenza ebraica sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”. Dichiarò inoltre che la Striscia di Gaza era “parte integrante della nazione”. Evocando la profezia di Isaia, Ben-Gurion giurò: “Nessuna forza, di chiunque sia, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.

Quando gli israeliani furono finalmente costretti a ritirarsi, aspettarono il momento opportuno e invasero e occuparono nuovamente quelle aree nel 1967. Nonostante il ritiro definitivo di Israele dal Sinai, di cui richiese la smilitarizzazione, oggi si parla di nuovo di invadere e colonizzare la penisola egiziana.

Dopo il 1948 gli israeliani proseguirono con l’intenzione di rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano già preso il controllo dell’area prima di conquistare lo stesso Golan.

Nei primi 10 mesi di quest’anno Israele ha ampliato la sua acquisizione illegale di territori siriani con l’acquiescenza del nuovo regime siriano sostenuto dagli Stati Uniti, guidato dal riabilitato ex membro di al-Qaeda e dello Stato Islamico Ahmad al-Sharaa.

Gli israeliani hanno creato un’ulteriore “zona cuscinetto” in territorio siriano e, proprio come avevano fatto nella zona demilitarizzata tra il 1948 e il 1967, il mese scorso coloni ebrei israeliani sono entrati in territorio siriano per porre la prima pietra di un nuovo insediamento chiamato Neve Habashan, o “l’Oasi di Bashan”, nei territori siriani appena occupati vicino a Jabal al-Shaykh.

Appartengono al movimento israeliano Uri Tzafon “Risvegliate il Nord”, che mira a colonizzare la Siria e il Libano meridionale, accampando rivendicazioni religiose sulla “regione di Bashan” – il nome biblico che gli espansionisti ebrei danno a queste terre. L’anno scorso il movimento ha inviato migliaia di avvisi di sfratto ai residenti delle città libanesi utilizzando palloni aerostatici e droni.

Anche se l’esercito israeliano ha rimosso i coloni da Jabal al-Shaykh, è solo questione di tempo prima che vengano stabilite colonie ebraiche ufficiali, proprio come continuano a esserne costruite sulle alture del Golan occupate da Israele nel 1967 e annesse nel 1981, l’anno successivo all’annessione di Gerusalemme Est.

L’annessione continua

Nel 2002 Israele costruì il suo “muro di separazione” illegale di apartheid all’interno della Cisgiordania, annettendo di fatto il 10% del territorio e suscitando solo proteste pro forma da parte della comunità “internazionale”, inclusa la Corte Penale Internazionale.

Israele ha inoltre lavorato fin dal 1967 per annettere la Valle del Giordano al confine con la Giordania – un altro 10% della Cisgiordania –, una mossa approvata dal piano di “pace” di Trump del 2020.

L’accettazione, e in alcuni casi il sostegno, da parte di americani ed europei a tali espansioni territoriali non è diversa dal loro sostegno al più recente piano di Trump per Gaza, che prevede che Israele occupi direttamente e a tempo indeterminato più della metà del territorio di Gaza.

I regimi arabi, così come l’Europa e gli Stati Uniti, sanno benissimo che l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele procederà a ritmo serrato, anche se tatticamente ritardata. E questo avverrà con la benedizione della “comunità internazionale” – seppur accompagnata dalle solite proteste pro forma – con i regimi arabi (tranne la Giordania, per ragioni di sicurezza nazionale) in prima linea.

Rubio è stato esplicito su questo punto: “In questo momento è qualcosa che… pensiamo possa essere controproducente” e “potenzialmente minaccioso per l’accordo di pace” – ma chiaramente non in un secondo momento, quando potrebbe essere “produttivo” e “potenzialmente” favorevole alla pace.

In effetti l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha appena pubblicato un rapporto che documenta la complicità di decine di paesi – per lo più europei, ma anche arabi – nel genocidio in corso per mano di Israele. Il Washington Post ha inoltre rivelato che diversi Stati arabi hanno intensificato la loro cooperazione militare con Israele durante il genocidio, tra cui Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Quando i palestinesi vorranno opporsi a questo sostegno internazionale alla continua colonizzazione, insediamento, occupazione e annessione della loro patria da parte di Israele, tutti questi paesi fingeranno sorpresa, favorendo apertamente o segretamente la prossima fase del genocidio israeliano proprio come hanno fatto negli ultimi due anni. E come sempre lo faranno in nome del “diritto di Israele a difendersi”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (Esiti coloniali: la formazione dell’identità nazionale in Giordania); Desidering Arabs (Arabi desiderosi); The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians (La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi) e, più recentemente, Islam in Liberalism (L’Islam nel liberalismo). I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Dopo due anni di guerra contro Gaza, il boicottaggio accademico verso Israele tocca livelli mai visti prima

Redazione di MEMO

28 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Negli ultimi due anni il boicottaggio di ricercatori e istituzioni del mondo accademico israeliano ha conosciuto una crescita senza precedenti, che rispetto al 2023 ha visto i casi di annullamento e/o sospensione degli accordi di cooperazione universitaria addirittura triplicati. Questa netta impennata è una reazione agli atti criminosi che Israele continua a perpetrare nella Striscia di Gaza.

Stando al resoconto pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Haaretz, gli episodi di boicottaggio verso il mondo accademico israeliano registrati dall’inizio della guerra nel mese di ottobre 2023 sfiorerebbero il migliaio. Vi hanno aderito istituti di ricerca, associazioni professionali ed esponenti della comunità accademica internazionale.

Rispetto all’anno precedente — scrive Haaretz — i casi di boicottaggio sono triplicati.

Diversi professori di spicco delle università israeliane avrebbero espresso grande preoccupazione per l’impatto sempre più grave provocato dall’attuale isolamento accademico, soprattutto in mancanza di una qualsivoglia azione efficace da parte del governo, prosegue il giornale.

Intervistato da Haaretz, un ricercatore israeliano che preferisce mantenere l’anonimato ha detto che nel paese la ricerca scientifica “è sull’orlo del tracollo” a causa del crescente isolamento internazionale.

Secondo Ariel Porat, Presidente dell’università di Tel Aviv, le istituzioni accademiche stanno attraversando “il peggior momento di tutta la loro storia, in termini di boicottaggio”, e le prospettive di un miglioramento a guerra finita “sono ancora fuori portata”, data la crescente ostilità nei confronti di Israele.

Haaretz riporta inoltre che negli ultimi due anni all’incirca 40 università estere hanno interrotto, del tutto o in parte, i rapporti di cooperazione accademica con gli atenei israeliani. Segno, questo, del netto calo di prestigio di Israele nella classifica accademica mondiale.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto: l’esercito israeliano scarica dentro Gaza rifiuti e macerie dalle colonie di confine

Redazione di MEMO

26 ottobre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che domenica i media israeliani hanno affermato che l’esercito israeliano ha permesso il trasferimento di grandi quantità di rifiuti e macerie di costruzione dalle colonie adiacenti alla Striscia di Gaza dentro l’enclave palestinese.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che camion israeliani appartenenti ad una società privata stavano trasportando rifiuti e macerie dentro Gaza nelle aree di confine sotto il controllo dell’esercito.

Il giornale ha affermato che i camion sono stati visti avanzare due-trecento metri dentro Gaza dove “hanno scaricato quello che trasportavano lungo le strade invece che nelle apposite aree di conferimento,” prima di ritornare vuoti in Israele attraverso il valico Kisufim, nella zona centrale di Gaza controllata da Israele.

I comandanti sul campo hanno emanato istruzioni che consentono a camion appartenenti a società private di entrare nella Striscia di Gaza e di scaricare i loro carichi ovunque lo ritengano opportuno,” ha affermato Haaretz, citando funzionari di sicurezza.

Secondo il giornale l’esercito israeliano ha negato di essere a conoscenza di tali fatti.

Non c’è stato alcun commento ufficiale dall’esercito sul rapporto.

Giovedì l’ufficio media del governo di Gaza ha dichiarato che, in seguito a due anni di guerra genocida scatenata da Israele che ha distrutto circa 90% delle infrastrutture civili, pari a circa 70 milioni di tonnellate di macerie, l’enclave è una “zona di disastro ambientale e strutturale”.

Secondo l’ONU, si stima che la ricostruzione di Gaza possa costare circa 70 miliardi di dollari.

La prima fase di un accordo per il cessate il fuoco è entrata in vigore a Gaza il 10 ottobre nell’ambito del piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump.

Questa fase include il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il piano prevede inoltre la ricostruzione di Gaza e la costituzione di un nuovo sistema di governo senza Hamas.

Secondo il ministero della Sanità [di Gaza, ndt.] dall’ottobre 2023 l’esercito israeliano in una guerra brutale contro Gaza ha ucciso più di 68.000 persone e ferito più di altre 170.000.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un padre palestinese trova una bomba israeliana inesplosa sotto la tenda della famiglia a Gaza

Faisal Ali

25 ottobre 2025-Al Jazeera

Israele ha dispiegato robot esplosivi telecomandati in tutta Gaza, causando numerose vittime civili palestinesi e distruzioni diffuse.

Un palestinese tornato nel suo quartiere di Gaza, distrutto dai bombardamenti israeliani, ha trovato un ordigno israeliano inesploso tra le macerie dove ha dovuto allestire un rifugio temporaneo. Le famiglie hanno iniziato a fare ritorno nella città meridionale di Khan Younis dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, insieme alle oltre 435.000 persone che hanno fatto ritorno nella direzione opposta, verso le zone settentrionali, dai campi profughi più a sud.

Molti hanno trovato quartieri rasi al suolo, lamiere aggrovigliate e persino armi pericolose dove un tempo sorgevano edifici residenziali e case. Senza un posto dove stabilirsi e con ampie zone di Gaza ancora occupate dall’esercito israeliano, Ayman Qadourah ha dovuto piantare la tenda della sua famiglia sopra un imponente mezzo militare, noto localmente come “robot esplosivo”, che trasportava potenti bombe utilizzate per radere al suolo interi isolati.

I robot esplosivi telecomandati sono stati dispiegati da Israele nelle aree urbane di Gaza causando danni ingenti alle infrastrutture. Qadourah è tornato a casa sua a Khan Younis un mese fa. La casa del suo vicino conteneva un altro ordigno esplosivo, ha detto. Un missile F-16 aveva scavato un cratere profondo tre metri tra le due proprietà, mentre altri due avevano colpito il retro della sua casa.

“Ordigni inesplosi come quello rappresentano un grave pericolo”, ha dichiarato ad Al Jazeera. “Ad esempio, se si avvicina un liquido infiammabile si leveranno fiamme enormi fino al cielo”. Qadourah teme che, se uno degli esplosivi dovesse esplodere, potrebbe distruggere un intero quartiere. Per ridurre il rischio ricopre regolarmente i dispositivi con la sabbia.

All’inizio di settembre l’ufficio stampa governativo di Gaza ha riferito che Israele aveva fatto esplodere più di 100 robot carichi di esplosivo nelle ultime tre settimane di agosto. L’analisi delle immagini satellitari del Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) ha rilevato che nel governatorato di Khan Younis sono stati colpiti più di 42.000 edifici, di cui almeno 19.000 nella città stessa, la seconda più popolosa della Striscia di Gaza. In tutta la Striscia di Gaza, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite, sono state danneggiate più di 227.000 unità abitative, lasciando centinaia di migliaia di persone senza un posto dove tornare a vivere.

Luke David Irving, a capo del Servizio delle Nazioni Unite di Azione contro le Mine nei Territori Palestinesi Occupati, descrive la minaccia rappresentata dagli ordigni esplosivi a Gaza come “incredibilmente elevata”. La sua agenzia ha identificato almeno 560 ordigni di questo tipo nelle aree che è riuscita a raggiungere, sebbene la reale portata rimanga sconosciuta. Dall’ottobre 2023, 328 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi, secondo i rapporti ricevuti dalle Nazioni Unite, anche se si ritiene che il bilancio delle vittime sia più alto.

I figli di Qadourah ora indossano abiti che ha recuperato da sotto le macerie. Gli indumenti hanno causato gravi infezioni cutanee, tra cui eruzioni e ascessi. “Nonostante tutto siamo costretti a vivere qui, semplicemente perché non ci sono alternative. Al momento non c’è nessun posto dove andare”, ha detto. “Non c’è più un centimetro di spazio”, ha aggiunto, riferendosi alle condizioni di sovraffollamento del campo di al-Mawasi a sud. I palestinesi rimasti nel sud “non si muoveranno finché non si troverà una soluzione definitiva” al problema degli alloggi, ha aggiunto Qadourah.

Dopo il cessate il fuoco le agenzie umanitarie hanno intensificato le consegne di aiuti distribuendo cibo, tende, prodotti igienici e carburante, ma Israele continua a limitare pesantemente il flusso di aiuti e l’obiettivo di far arrivare 600 camion al giorno nell’enclave devastata e disperata è attualmente ben lungi dall’essere una realtà.

(traduzione dall’ Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Macerie, bande armate e attacchi aerei: quello che mi aspettava dopo essere ritornato a Gaza City

Ahmed Ahmed 

23 ottobre 2025 – +972 Magazine

Non avrei più potuto rimandare il ritorno dopo il cessate il fuoco. Ma la gioia di essere a casa ha lasciato rapidamente il posto a ulteriori incertezza e paura.

“I carri armati si sono ritirati! La gente sta tornando a Gaza City!”

Era poco dopo il mezzogiorno di venerdì 10 ottobre e via Al-Rantisi, la principale arteria di Gaza, è stata inondata da gente che fischiava, esultava e gridava eccitata nei telefoni. Ero nella tenda dei miei familiari lì vicino, il mio cuore batteva mentre attendevo ansiosamente notizie sull’ inizio del cessate il fuoco mediato dagli USA. Solo una settimana prima ero stato obbligato a scappare dalla mia città in conseguenza della brutale invasione israeliana e non vedevo l’ora di tornare a casa. Improvvisamente era venuto il momento.

Ho cercato invano di fare cenno di fermarsi a ogni veicolo in transito, ma il numero di persone che riempiva la strada, molte delle quali avevano passato la notte in tenda, era molto superiore alla capienza di qualunque mezzo di trasporto disponibile. Ho preso la mia bicicletta dalla tenda e mi sono unito alla folla diretta a nord.

Le strade brulicavano di uomini, donne, bambini e anziani che correvano contro il tempo per tornare a casa. Alcuni erano ansiosi di verificare se la loro abitazione era ancora in piedi. Altri stavano correndo per riunirsi con i propri cari che erano sopravvissuti agli ultimi giorni dell’operazione israeliana. Molti volevano semplicemente lasciare le tende dietro di sé e vivere di nuovo nella propria casa, anche se era stata in buona parte distrutta.

Quando sono arrivato a Gaza City ho faticato a riconoscerla. Le strade erano piene di lamiere contorte, vetri rotti e macerie di case e grattacieli spianati dal metodico bombardamento di edifici alti e dall’uso di robot riempiti di esplosivo da parte di Israele. Molte strade erano completamente bloccate. Ho dovuto scendere dalla bicicletta e portarla a spalle per una parte del percorso.

Erano passati pochi giorni da quando ero stato sfollato, ma in quel lasso di tempo ogni angolo della città era diventato una mappa di ricordi sui luoghi in cui le strutture fisiche si trovavano una volta: la mia scuola, i caffè in cui incontravo gli amici, i ristoranti in cui mangiavo con la mia famiglia, i negozi dove ero solito comprarmi i vestiti.

Una volta raggiunto il mio quartiere mi sono sentito molto sollevato dal vedere il mio edificio ancora in piedi. Ho preso la chiave dalla borsa e ho salito le scale con un sorriso solo per scoprire la porta spalancata, le finestre distrutte e l’intonaco caduto dai muri. Tutti i nostri mobili erano rovinati. Eppure ero comunque contento: a differenza di altri che avevano perso tutto e ora erano obbligati a vivere in tenda io avevo un tetto sulla testa.

Senza rendermi conto di cosa stessi facendo mi sono steso sul pavimento coperto di macerie e ho pianto. Ero a casa.

Un debole battito di vita

Per due anni una domanda mi ha perseguitato giorno e notte: sarei sopravvissuto fino a vedere la fine di questa guerra genocida?

Il mese scorso ho sentito la morte avvicinarsi a me quando le forze israeliane hanno incrementato i loro attacchi contro Gaza City. Avevo giurato che non sarei mai scappato dalla mia città, ma alla fine non ho avuto altra scelta in quanto carri armati e i droni si aggiravano per le strade attorno a me.

Ho lasciato la mia casa in lacrime, portandomi dietro i ricordi dei 29 anni passati tra le sue mura e con una piccola borsa di cose indispensabili: cibo in scatola, documenti personali, vestiti invernali e un album di foto di famiglia. Alcuni parenti e amici sono rimasti a Gaza City, impossibilitati a sostenere i costi del trasporto, trovare un posto in cui andare o sopportare lo sfinimento di mesi da sfollati. Mi sono congedato da loro prima di andarmene, sapendo che a Gaza ogni separazione può essere definitiva.

Dopo essere sfollato ho continuato a lavorare come giornalista dalla mia tenda a Deir AL-Balah. Ho camminato chilometri ogni giorno alla ricerca di un posto in cui caricare i miei apparecchi elettronici o un segnale abbastanza forte per inviare reportage alle redazioni che li pubblicano. A volte ho lavorato da una semplice tenda destinata ai giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa, che Israele aveva già bombardato.

Nei giorni che hanno portato al cessate il fuoco persino la minima voce dopo la ripetuta serie di colloqui falliti è sembrata un miracolo. Ci aggrappavamo alle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump mentre spingeva per il rilascio degli ostaggi israeliani e mediava un accordo, anche mentre le tasse degli americani continuavano a finanziare le bombe israeliane.

Ogni mattina iniziava con i vicini che bisbigliavano riguardo ai negoziati. “Ritorneremo presto,” ha detto Um Saeb, una donna anziana che viveva nella tenda vicina, quando le ho chiesto cosa aveva sentito quel giorno.

Quando finalmente è stato annunciato l’accordo ho sentito come se a Gaza fosse tornato un debole battito di vita. Nonostante lo scetticismo e il timore di un altro tradimento israeliano all’ultimo momento, la gente ha iniziato cautamente a festeggiare.

Poco dopo il mio rientro a casa il mio amico Waseem mi ha telefonato. “Com’è ridotta la tua casa?” ha chiesto. “E’ parzialmente distrutta, la mia casa ha bisogno di un riparo,” ho risposto prima di chiedergli “E la vostra?” “Ne sto ancora cercando una traccia,” mi ha detto tranquillamente. “I carri armati hanno completamente spianato il nostro quartiere.”

Waseem e i suoi due fratelli hanno sgobbato per anni per costruire la loro casa nel quartiere di Al-Tuffah e la sua famiglia si è rifiutata durante la guerra di lasciarla. Ma alla fine di giugno sono scappati sotto un pesante bombardamento israeliano, spostandosi da allora da una parte all’altra della città.

Suo padre Naser, che soffre di vari problemi di salute, aveva l’abitudine di passare la maggior parte del tempo nell’orto, piantando verdure, ulivi e fiori persino durante il culmine della carestia imposta da Israele al nord di Gaza. Una volta mi ha dato melanzane e peperoni di quell’orto, piccoli ma sono stati regali preziosi durante mesi di mancanza di cibo.

I miei amici e io, compresi alcuni che sono stati in seguito uccisi durante il genocidio, eravamo soliti passare i fine settimana in casa di Waseem per sfuggire al caos del centro della città, facendo grigliate, fumando e a volte vedendo film insieme.

Poco prima della guerra Waseem aveva previsto di sposarsi, quindi sua madre aveva venduto la collana d’oro per aiutarlo a costruire un secondo piano. Quando ho chiamato per consolarla [per la perdita] della casa di famiglia non riuscivo a trovare le parole. Entrambi abbiamo pianto perché a Gaza le case non sono solo muri e soffitti, ma l’incarnazione di sicurezza, memoria e pace: ora tutto ciò è andato in polvere.

Di nuovo in trappola.

Quelli di noi che sono sopravvissuti al genocidio ora stanno iniziando a cercare di mettere di nuovo insieme i pezzi delle proprie vite. Ma a Gaza City i continui attacchi israeliani e gli scontri tra Hamas e le milizie locali si stanno ulteriormente aggiungendo ai nostri problemi.

Dopo che sono tornato a casa i parenti rimasti in città mi hanno messo in guardia dal pericolo delle bande presenti nel nostro quartiere che hanno collaborato con le truppe israeliane durante gli ultimi giorni della loro operazione. Sono state viste saccheggiare case e minacciare di uccidere famiglie sfollate appena rientrate, così come combattere contro le forze di Hamas. Non è chiaro se questi gruppi hanno deciso di rimanere nella zona o sono stati “abbandonati” dalle forze israeliane durante il ritiro.

Un giorno della settimana scorsa, mentre stavo togliendo le macerie e i vetri rotti in tutto il mio alloggio per prepararlo al ritorno dei miei nipoti dal sud, ho sentito vicino a me degli spari. Durante gli ultimi due anni le mie orecchie sono state ben addestrate: potrei dire che provenivano da un kalashnikov. Sono corso alla finestra e ho visto sotto un gruppo mascherato di combattenti, identificabili come di Hamas dalla bandana verde e dalle uniformi di tipo militare.

Vicino a casa mia gli scontri tra Hamas e le milizie sono continuati per tre giorni. Il proiettile di un cecchino delle milizie è sfrecciato direttamente oltre l’edificio. Sono rimasto intrappolato dentro, chiedendomi di nuovo se e quando la sparatoria e il costante rischio di morire sarebbero terminati. Alla fine qualcuno dei combattenti delle milizie è scappato, mentre altri sono stati catturati o si sono arresi ad Hamas prima di essere giustiziati.

Alla fine la situazione era abbastanza sicura perché il resto della mia famiglia tornasse a casa, ma sono rimasto in ansia. Dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco le forze israeliane hanno continuato a bombardare varie zone, compreso un attacco aereo il 19 ottobre che ha ucciso 11 membri della famiglia Abu Shaban mentre tornavano alla loro casa nella parte orientale di Gaza City.

L’esercito israeliano ha detto che la famiglia aveva attraversato la “Linea Gialla” nel territorio ancora occupato dai soldati, ma era chiaro che non rappresentavano alcuna minaccia per la sicurezza; probabilmente non si erano resi conto di quanto fosse ancora pericoloso tornare a casa. I soldati avrebbero potuto sparare colpi di avvertimento, ma sembra che anche dopo il cessate il fuoco siano impazienti di continuare a uccidere.

Dopo essere sopravvissuto a pericoli mortali durante gli ultimi due anni fatico ancora a credere che la guerra sia davvero finita. Ma anche se il nostro incubo fosse finito sopravviverò al trauma che continuerà a perseguitarmi? Potranno mai quelli di noi che sono sopravvissuti a tutto questo sentirsi di nuovo al sicuro?

Ahmed Ahmed è uno pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un obbiettivo alla volta: la logica che ha permesso ai progressisti israeliani di commettere genocidio

Yuval Abraham

20 ottobre 2025 – +972 Magazine

Attribuendo un obbiettivo militare ad ogni uccisione gli israeliani di ogni parte della popolazione hanno potuto partecipare ai massacri senza porsi il problema della moralità delle proprie azioni.

Pochi mesi dopo il 7 ottobre mi sono iscritto ad un corso introduttivo sul genocidio alla Open University di Israele. Il docente ha iniziato la prima lezione dicendoci – eravamo circa 20 studenti ebrei israeliani contattati su Zoom – che alla fine del semestre avremmo capito esattamente che cosa comporta il genocidio e saremmo stati in grado di spiegare perché Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza.

In sintesi la sua argomentazione era la seguente: al massimo Israele potrebbe stare distruggendo Gaza, ma le sue azioni sono guidate da obbiettivi militari piuttosto che da un “intenzione di distruggere” un gruppo specifico “in quanto tale”, come specifica la Convenzione sul Genocidio. In assenza di questa intenzione, ha concluso, il termine genocidio non può essere impiegato.

Negli ultimi due anni ho pubblicato molte ricerche che rivelano dettagli sulla politica di fuoco illimitato di Israele a Gaza, parecchie delle quali hanno contribuito a formulare accuse legali di genocidio. Quando il Sudafrica ha presentato la sua denuncia contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel gennaio 2024, essa si basava in parte sul nostro esposto del novembre 2023 che rivelava la campagna di Israele di uccisioni di massa gestite dall’intelligenza artificiale dirette contro le case delle famiglie di sospetti militanti. Quando un comitato delle Nazioni Unite il mese scorso ha analogamente raggiunto la conclusione che Israele ha commesso un genocidio si è basato, in parte, su un’altra delle nostre ricerche che mostrava che l’80% dei morti a Gaza erano civili, secondo un data base dei servizi di sicurezza interni israeliani.

Eppure pochi delle decine di soldati ed ufficiali con cui ho parlato nel corso di queste ricerche, molti dei quali si sono offerti volontariamente come informatori, si ritenevano partecipi di un genocidio. Quando ufficiali di intelligence e comandanti descrivevano il bombardamento di case civili a Gaza spesso richiamavano la logica del docente dell’università: certo, possiamo aver commesso dei crimini, ma non eravamo assassini poiché ogni azione aveva uno specifico obbiettivo militare.

Per esempio, dopo il 7 ottobre l’esercito ha autorizzato i soldati ad uccidere fino a 20 civili allo scopo di assassinare un sospetto militante di Hamas di basso grado, oppure centinaia di civili se l’obbiettivo erano figure più importanti. La gran maggioranza di queste uccisioni sono avvenute in abitazioni civili dove non aveva luogo alcuna attività militare. Ma per la maggioranza dei soldati con cui ho parlato la mera esistenza di un sospetto obbiettivo militare, anche in casi in cui la fotografia dell’intelligence non era chiara, giustificava virtualmente qualunque numero di morti.

Durante un’altra ricerca un soldato mi ha raccontato come il suo battaglione abbia utilizzato droni a controllo remoto per sparare su civili palestinesi, compresi donne e bambini, mentre cercavano di tornare alle loro case distrutte in una zona occupata dall’esercito israeliano, uccidendo 100 palestinesi disarmati nell’arco di tre mesi. L’obbiettivo, mi ha spiegato, non era ucciderli per il gusto di farlo, ma per svuotare il quartiere e renderlo così più sicuro per i soldati di stanza lì.

Un’altra soldatessa ha raccontato di aver preso parte ad un bombardamento di un intero blocco residenziale, comprendente oltre 10 edifici multipiano e un grattacielo, tutti abitati da famiglie. Sapeva in anticipo che facendo ciò lei e la sua squadra avrebbero probabilmente ucciso circa 300 civili. Ma l’operazione, ha spiegato, si basava su informazioni secondo cui un comandante di Hamas di livello relativamente alto avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte sotto uno di quegli edifici. In assenza di informazioni più precise hanno distrutto l’intera zona nella speranza di ucciderlo.

La soldatessa ha ammesso che l’attacco è stato un massacro. Ma a suo parere non era questa l’intenzione: l’obbiettivo era colpire il comandante, che avrebbe potuto anche non essere là.

Questo schema di focalizzazione sull’obbiettivo ha svolto un ruolo cruciale nel consentire agli israeliani comuni di partecipare al genocidio, forse più ancora della sola obbedienza, che normalmente viene considerata la principale motivazione in simili contesti. Considerando ogni azione violenta come un compito a sé stante, dal prendere di mira un militante di Hamas al mettere in sicurezza una zona, i soldati possono evitare di confrontarsi con il proprio ruolo nel massacro di massa di civili.

Inoltre questo atteggiamento mentale diventa più facile da sostenere in un periodo di intelligenza artificiale e di grandi numeri. Queste tecnologie possono raccogliere ed analizzare informazioni su un’intera popolazione quasi istantaneamente, mappando gli edifici e i loro abitanti con presumibile precisione. In tal modo producono un continuo flusso di apparenti giustificazioni militari, creando una parvenza di legalità per una politica di uccisioni di massa. Infatti l’intelligenza artificiale ha permesso a Israele di trasformare un caposaldo del diritto internazionale – l’obbligo di attaccare soltanto obbiettivi militari – in uno strumento che legittima ed accelera proprio quel massacro che si intendeva impedire.

Motivazioni sovrapposte

Mentre un fragile cessate il fuoco mediato dagli USA entra in vigore a Gaza, gli sforzi globali per garantire responsabilità e giustizia continueranno a pieno ritmo. La denuncia del Sudafrica alla CIG continuerà a far rumore, mentre Israele e i suoi sostenitori, compresi i governi occidentali, tenteranno di screditare le accuse di genocidio allo scopo di evitare le conseguenze legali di una simile sentenza. Nel far questo continueranno ad indicare pretesi obbiettivi militari dietro ogni specifico attacco, come fa normalmente l’esercito in risposta ai nostri rapporti.  

L’abitudine degli autori del genocidio di invocare la “sicurezza” come giustificazione della violenza di massa è ben documentata, giustficando le azioni di brutalità in un più ampio schema di autodifesa. Ma qualunque inconsistente scusa venga avanzata per ogni caso, gli attacchi di Israele sono stati condotti innegabilmente con la totale consapevolezza che avrebbero comportato la distruzione di un altro popolo. Il risultato è un numero di morti palestinesi che si ritiene superi i 100.000 e il quasi completo annientamento della Striscia di Gaza.

Tuttavia focalizzarsi solo su come ogni singolo atto di violenza si è sommato fino a creare una complessiva realtà di genocidio significa anche non cogliere il punto. Per molti leader israeliani la morte e la distruzione di massa era l’intento. Dalla deliberata riduzione alla fame di due milioni di persone e l’uccisione di chi cercava gli aiuti, fino al radere al suolo sistematicamente intere città e agire attivamente per l’espulsione di massa, l’eliminazione dei palestinesi di Gaza come obbiettivo in quanto tale era ampiamente chiara.

Soprattutto dopo che Israele ha violato il precedente cessate il fuoco di marzo, qualunque [giustificazione come, n.d.t.] obbiettivo militare si potesse dire esistesse è diventata anche più esile. Ciò che è rimasto è una nuda logica omicida che l’esercito raramente si è preoccupato di giustificare in termini militari.

Questa motivazione è chiara non solo nei fatti ma anche a parole. Come ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu a maggio: “Continuiamo a demolire le case: non hanno dove ritornare. L’unica via di uscita sarà la volontà dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia.” L’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva è entrato in dettagli anche più specifici: “Per tutto ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di noi che è morto il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Non importa adesso se bambini o no. Non sto parlando di vendetta ma sto mandando un messaggio per le future generazioni. Hanno bisogno di una Nakba adesso e poi soffrirne il prezzo.”

Ma essenzialmente le motivazioni legate a un obbiettivo e quelle genocidarie non si escludono a vicenda: anzi, si rafforzano una con l’altra. E questa sovrapposizione allarga la base di coloro che intendono partecipare al massacro.

I soldati apertamente favorevoli al genocidio – e ce n’erano molti – hanno raso al suolo la città di Rafah per fare pulizia etnica dei palestinesi, mentre quelli con una percezione più liberale di sé stessi l’hanno distrutta per “creare una zona cuscinetto di sicurezza”. Haliva considerava il bombardamento di case civili come un atto di vendetta, mentre soldati più turbati da simili giustificazioni potevano raccontarsi che è stato fatto per colpire un bersaglio al loro interno.

La mentalità orientata ad un obbiettivo frammenta la distruzione di un popolo e la inserisce in migliaia di azioni isolate, ognuna giustificata di per sé, nessuna riconosciuta come parte di una più ampia campagna di genocidio. Ciò consente ad alcuni di coloro che la conducono di ignorare l’intento generale, nemmeno se leader come Netanyahu e Haliva lo esplicitano chiaramente. Per parafrasare il vecchio detto: concentrandosi su un singolo albero non vedono la foresta del genocidio.

Il genocidio come disegno morale

Ciò che sta al cuore di queste giustificazioni è la disumanizzazione dei palestinesi. I soldati che hanno massacrato 300 persone per uccidere un solo militante di Hamas mi hanno detto che probabilmente non lo avrebbero fatto se anche un solo bambino ebreo si fosse trovato nell’edificio.

La disumanizzazione va in due direzioni: non solo trasforma le vittime in una minaccia mostruosa, ma fa anche l’opposto, riducendole a polvere, rimpicciolendole fino a farle scomparire. Ecco come un soldato che compie una determinata missione può giustificare l’uccisione di 300 persone. Non le vede come 300 singoli esseri umani, ma solamente come dati di un software che calcola “i danni collaterali”.

Molti ebrei israeliani hanno interpretato gli sviluppi degli ultimi due anni attraverso il linguaggio dell’olocausto. Un amico d’infanzia che è diventato ufficiale di carriera nell’esercito, e che non mi parla più, ha scritto su Facebook che prima del 7 ottobre si è impegnato a seguire le testimonianze pubbliche di sopravvissuti all’olocausto “per traumatizzarsi il più possibile” e in tal modo trovare uno scopo nel suo lavoro. Dopo il massacro di Hamas, che lui considera un’azione degli odierni nazisti, ha scritto che ora può capire a fondo il dolore dei sopravvissuti all’olocausto.

Altri in Israele e nel mondo, me compreso, hanno visto il massacro di Israele di civili, i bambini di Gaza che muoiono di fame, le fosse comuni e i continui sfollamenti forzati ed hanno considerato quegli stessi eventi dalla prospettiva opposta.

E’ impressionante che l’immaginario dell’olocausto possa essere usato sia per giustificare la distruzione di Gaza sia per opporvisi. Questo paradosso parla del potere del genocidio come linguaggio morale prevalente nel nostro tempo e del fatto che i palestinesi devono spesso tradurre la propria sofferenza nei termini di quel linguaggio per essere anche solo ascoltati come vittime.

Tuttavia vedere gli ultimi due anni non solo attraverso il prisma del genocidio ma anche come una seconda Nakba – un duraturo progetto di eliminazione finalizzato a distruggere sia un popolo che lo spazio in cui vive – può avvicinarci a comprendere la natura delle azioni di Israele. Mentre il genocidio è spesso considerato violenza fine a sé stessa, la Nakba rappresenta una violenza che ha uno scopo: la rimozione e la sostituzione di un popolo.

Eppure, in quanto ebreo israeliano posto di fronte agli orrori degli ultimi due anni, non posso non pensare in termini di olocausto. La distruzione di Gaza mi ha permesso di comprendere meglio non solo le storie delle vittime, ma anche quelle degli autori – la maggioranza silenziosa che ha favorito le atrocità con le proprie azioni e con le storie che si racconta per giustificare tutto questo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Centinaia di prestigiosi ebrei e israeliani sollecitano le potenze mondiali a considerare Israele responsabile delle “atrocità a Gaza”

Etan Nechin

22 ottobre 2025 – Haaretz

Una lettera aperta firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personalità politiche ebrei e israeliani chiede all’ONU e ai capi di stato di affrontare “le condizioni soggiacenti di occupazione, apartheid e la negazione dei diritti dei palestinesi” che sono assenti nell’accordo di cessate il fuoco del presidente USA Trump a Gaza.

New York – Un gruppo di importanti personalità e celebrità ebraiche chiede ai dirigenti mondiali che Israele sia considerato responsabile delle sue azioni a Gaza e di utilizzare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e definitiva.

In una lettera aperta intitolata “Ebrei chiedono di agire” resa pubblica mercoledì all’ex-portavoce della Knesset ed ex-presidente israeliano ad interim Avraham Burg, all’ex-negoziatore israeliano Daniel Levy, alla saggista canadese Naomi Klein e al giornalista Peter Beinart si sono aggiunte almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che invocano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al segretario generale dell’ONU e ai capi di stato del mondo, segna il primo appello collettivo di questo genere da quando è iniziato il cessate il fuoco il 10 ottobre.

“È con grande sollievo che accogliamo il cessate il fuoco,” afferma la lettera. “E tuttavia non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo cessate il fuoco è fragile: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le sottostanti condizioni di occupazione, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte.”

Tra i firmatari ci sono artisti, scrittori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi vincitori di Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, gli attori di teatro Eric André e Leo Reich e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

La lettera sollecita i leader mondiali a rispettare le leggi internazionali, sanzionare i complici di crimini di guerra, garantire che gli aiuti raggiungano Gaza e respingere le false accuse di antisemitismo contro i sostenitori della pace e della giustizia.

“Il cessate il fuoco deve essere l’inizio, non la fine. Il rischio del ritorno a una situazione politica di indifferenza verso l’occupazione e il conflitto permanente è troppo grande. Questa stessa pressione deve continuare per raggiungere una nuova epoca di pace e giustizia per tutti, sia palestinesi che israeliani,” afferma la lettera.

In un’intervista telefonica con Haaretz Burg ha spiegato le ragioni della stesura della lettera. “Durante le tenebre a Gaza non ho mai smesso di scrivere e difendere i miei valori. Da ciò è emerso un progetto che appoggio senza riserve. Abbiamo raggiunto un momento di rottura esistenziale. Il mio Paese ora è in conflitto con i miei valori umani ed ebraici più profondi. Tra un apparato dello Stato che è stato sequestrato e i fondamenti morali del mio popolo, la scelta è chiara,” ha detto.

Ad agosto Burg aveva chiesto agli ebrei del mondo di unirsi in una denuncia legale collettiva presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di crimini contro l’umanità a Gaza, scrivendo sul suo Substack [piattaforma in rete, ndt.]: “Abbiamo bisogno di un milione di ebrei, meno del 10% della popolazione ebraica totale, per presentare un appello collettivo alla Corte dell’Aia.”

“Sono arrivato alla convinzione che mi sbagliavo a credere che fossimo in pochi. Migliaia di ebrei nel mondo stavano aspettando questa voce. Quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori [palestinesi] occupati non è ebraismo, è un’orribile mutazione religiosa e fanatica. Dobbiamo opporci contro di essa, dire la verità al potere e rifiutarci di rimanere in silenzio,” ha aggiunto.

Levy, uno dei promotori della lettera, ha detto ad Haaretz che il tentativo non è sminuire le atrocità del 7 ottobre. “Riguarda il fatto di vedere senza veli non solo quello che è successo dopo, ma quello che è stato ignorato per decenni: il rifiuto di perseguire qualunque cammino politico per affrontare e risolvere l’occupazione permanente. Ciò non potrà mai portare alla sicurezza o al benessere,” ha affermato.

L’iniziativa intende trovare altre voci ebraiche. “E non è difficile,” sostiene. “Continuano ad aumentare. Molti sono stati profondamente disgustati da quello che è stato fatto in nome della collettività ebraica, come se fosse ciò che abbiamo imparato dalla storia ebraica, come se fosse il nostro destino manifesto.”

La lettera fa seguito a un recente sondaggio del Washington Post che mostra una netta disapprovazione tra gli ebrei americani per la condotta israeliana della guerra, con il 61% che afferma che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi.”

Nonostante il cessate il fuoco, secondo fonti ospedaliere da domenica gli attacchi dell’esercito israeliano nel sud di Gaza hanno ucciso 44 persone.

“Penso che vedremo più persone che non vorranno tornare alla situazione precedente dopo questo fragile cessate il fuoco. Dicono no, questo deve cambiare. Dobbiamo chiedere fondamentalmente quello per cui ci battiamo. Perché tornare semplicemente allo status quo del 6 ottobre porterà solo a un ulteriore disastro. Fare pressione funziona. Sanzionare è importante. Non possiamo semplicemente voltare pagina come se non fosse successo niente,” ha aggiunto Burg.

“Nel corso della storia ebraica ci sono stati momenti in cui la maggioranza ha seguito ciecamente dirigenti disastrosi ed è stata una minoranza che si è opposta a loro ed ha preservato questa grande e nobile tradizione. Ciò è successo in precedenza ed è di nuovo il nostro dovere,” ha detto.

“La minoranza dei giusti deve offrire un’ancora di salvezza alla maggioranza fuorviata. Opporsi alle ideologie del suprematismo ebraico e alla leadership di un primo ministro corrotto che sacrifica tutti noi sull’altare dei suoi interessi egoistici e della sua brutale arroganza.”

La pubblicazione della lettera coincide con un summit europeo a Bruxelles in cui i leader stanno valutando sanzioni contro Israele e con un’imminente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò coincide anche con l’inizio di colloqui sulla seconda fase del piano del presidente USA Donald Trump per il cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nella denuncia per l’uccisione di Hind Rajab sono stati identificati decine di soldati israeliani

Redazione di MEE

21 ottobre 2025 – Middle East Eye

La Fondazione Hind Rajab ha rintracciato i presunti assassini della bambina palestinese e dei suoi familiari

Martedì la Hind Rajab Foundation [Fondazione Hind Rajab] (HRF) ha annunciato di aver identificato un’altra ventina di soldati israeliani che ha denunciato alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo nell’uccisione di Hind Rajab.

L’HRF prende il nome dal Rajab, la bambina palestinese di 6 anni uccisa lo scorso anno da una raffica di proiettili israeliani a Gaza durante il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

Tra le persone identificate ci sono tre comandanti di alto grado di cui la fondazione ha fatto pubblicamente i nomi: il colonnello Beni Aharon, comandante della 401sima brigata corazzata, già oggetto di una denuncia presso la CPI; il tenente colonnello Daniel Ella, comandante del 52simo battaglione corazzato; il maggiore Sean Glass, comandante della compagnia Impero del Vampiro [che fa parte della 52sima brigata, ndt.].

Si ritiene che Ella e Glass siano stati i diretti responsabili dell’uccisione sul terreno.

Altri 22 soldati che operano nella compagnia Impero del Vampiro saranno citati per nome e cognome “progressivamente, in quanto le denunce a livello nazionale sono presentate in Paesi diversi,” ha affermato HRF in un comunicato.

Sulla scia del documentario di un’ora Ma Khafiya Aatham (La punta dell’iceberg) messo in onda su Al Jazeera in arabo insieme alla fondazione, la HRF ha affermato di aver presentato un documento di 120 pagine in base all’articolo 15, denunciando questi soldati alla CPI.

L’articolo 15 dello Statuto di Roma, che ha creato la CPI, stabilisce che il procuratore “deve iniziare indagini… sulla base di informazioni su crimini [commessi] all’interno della giurisdizione della Corte”, e “deve esaminare la fondatezza delle informazioni ricevute.”

Il documento “include prove digitali, satellitari e medico-legali esaustive che confermano che i carrarmati Merkava IV della Compagnia Impero del Vampiro hanno sparato ripetutamente contro la Kia Picanto nera in cui Hind e i suoi familiari erano intrappolati e in seguito hanno preso di mira l’ambulanza inviata per salvarla,” afferma la HRF.

“L’attacco è stato effettuato nella totale consapevolezza dello status di civili protetti delle vittime, in seguito a un precedente coordinamento [per concordare il salvataggio, ndt.] tra la Croce Rossa Palestinese e le autorità israeliana,” aggiunge.

“La squadra di avvocati della Fondazione conclude che, in base agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, queste azioni rappresentano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.”

La HRF ha già in corso una causa penale in Argentina contro Itay Cukierkopf, un membro della squadra di carristi citata nella sua denuncia alla CPI.

Macchina della giustizia”

Per due anni i soldati israeliani hanno inviato post su TikTok, Instagram, YouTube e su altre reti sociali vantandosi delle loro operazioni a Gaza.

La HRF ha utilizzato queste stesse prove per dare seguito alle accuse di crimini di guerra contro di loro in tutto il mondo.

“Non puoi massacrare persone, filmarti mentre lo fai, vantartene in giro per il mondo, confessare le tue azioni e poi continuare come se niente fosse, sederti vicino a me in un caffè a Bruxelles,” aveva detto in precedenza a Middle East Eye Dyab Abou Jahjah, il presidente della HRF.

Stiamo dando la caccia ai criminali di guerra ovunque vadano.”

Abou Jahjah ha rivelato che all’inizio del 2025 la Fondazione aveva raccolto più di 8.000 prove riguardanti presunti crimini di guerra da parte di soldati israeliani a Gaza.

“Le prove sono là,” aveva detto. “La sfida è trasformarle in un processo giudiziario.”

Il lavoro della HRF si concentra su una condotta processuale aggressiva e su una duplice strategia per chiamare [gli imputati] a risponderne, prendendo di mira due categorie di soldati: israeliani che hanno la cittadinanza di un Paese in cui può essere avviata una causa giudiziaria e soldati che sono in viaggio e che non sono cittadini dei Paesi di destinazione. “Non ci consideriamo una ong, ma una macchina della giustizia,” ha detto a MEE Abou Jahjah.

La Hind Rajab Foundation prende il suo nome in onore della bambina palestinese di 6 anni la cui morte per mano di soldati israeliani il 29 gennaio 2024 è diventata il simbolo delle estesissime violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle forze israeliane.

Nel giugno 2024 un’indagine ha rivelato che Rajab e cinque membri della sua famiglia erano stati colpiti dall’esercito israeliano con 335 proiettili mentre tentavano di scappare dal nord di Gaza nella loro auto.

Per tre ore Hind rimase l’unica sopravvissuta, intrappolata insieme ai suoi parenti uccisi. Alla disperata ricerca di aiuto chiamò i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese, ma Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun vennero entrambi uccisi dalle forze israeliane prima che potessero salvarla.

Una straziante registrazione dell’ultima telefonata di Hind, resa pubblica dopo i fatti, ha conservato le sue agghiaccianti suppliche: “Ho paura del buio, venite a prendermi.”

Ora si prevede che il prossimo anno un lungometraggio sulla sua tragedia vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera.

Oltre 67.000 palestinesi sono morti nella guerra contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)