Il direttore dell’ospedale al-Shifa: 2.000 pazienti amputati e 5.000 malati di cancro hanno bisogno di cure fuori da Gaza

Redazione di MEMO

21 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Il direttore del complesso ospedaliero al-Shifa, il dott. Mohammad Abu Salmiya, ha lanciato l’allarme riguardo al peggioramento della situazione di pazienti amputati e malati di cancro a Gaza, chiedendo alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie di agire urgentemente per salvare le loro vite.

In commenti visti sulla stampa dal Palestinian Information Centre [sito di notizie relative alla situazione in Palestina, Ndt.], il dott. Abu Salmiya ha affermato che circa duemila pazienti amputati e più di cinquemila malati di cancro hanno urgente bisogno di cure fuori dalla Striscia di Gaza.

Ha aggiunto che le liste di pazienti che richiedono il trasferimento sono già state preparate, esprimendo forte preoccupazione per la chiusura continuativa dei valichi che, ha avvertito, può portare ad un incremento del numero dei morti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




I bambini traumatizzati di Gaza hanno urgente bisogno della speranza offerta dall’istruzione

Nada Hamdona, scrittrice e insegnante di Gaza.

19 ottobre 2025 – Al Jazeera

Ripristinare il sistema educativo a Gaza è urgente quanto l’assistenza umanitaria. Può aiutare i bambini a iniziare a riprendersi dal trauma.

Quando è stato annunciato il cessate il fuoco a Gaza ho provato una serie di emozioni contrastanti. Ero felice che le bombe fossero finalmente cessate, ma anche preoccupata che potessero riprendere in qualsiasi momento. Ero ottimista sul fatto che potessimo tornare alla vita normale, ma anche preoccupata che questa potesse essere di nuovo di breve durata.

In quanto insegnante di inglese spero che l’istruzione venga ripristinata il prima possibile. L’istruzione è l’unico mezzo per restituire la speranza e aiutare i bambini a iniziare a superare il trauma di due anni di genocidio. Può dare un senso di normalità e uno scopo. Ecco come dovrebbe essere.

Prima dell’inizio del genocidio, insegnavo inglese agli alunni delle scuole elementari e medie presso un centro educativo e una scuola pubblica femminile a Gaza City. La scuola fu distrutta nelle prime settimane di guerra, il centro educativo fu gravemente danneggiato.

Io e la mia famiglia fummo costretti a fuggire da casa. Pochi mesi dopo, iniziai a insegnare in una tenda; si trattava di un’iniziativa locale gestita da volontari. Nella tenda non c’erano banchi: i miei studenti, di età compresa tra i sei e i dodici anni, sedevano per terra. Le condizioni di insegnamento erano difficili, ma ero determinata ad aiutare i bambini a proseguire la loro istruzione.

Alla fine di dicembre 2024 penne, libri e quaderni iniziarono a scomparire del tutto da negozi e mercati. Quando lo si trovava, un quaderno costava dai 20 ai 30 shekel (dai 5 agli 8 euro). Era fuori dalla portata della maggior parte delle famiglie. Quando la carenza di carta, libri e penne divenne palpabile, alcuni dei miei alunni iniziarono ad arrivare in classe senza nulla su cui scrivere; altri raccoglievano ritagli di carta dalle macerie delle case e arrivavano in classe con quelli, altri ancora scrivevano a minuscole lettere sul retro di vecchi fogli di carta conservati dalle loro famiglie. Data la scarsità di penne, spesso diversi bambini dovevano condividerne una sola.

Dato che scrivere e leggere, il fondamento dell’educazione, era diventato così difficile, noi educatori abbiamo dovuto escogitare strategie didattiche alternative. Facevamo recitazioni di gruppo, narrazioni orali e canzoni.

Nonostante la mancanza di materiale, i bambini avevano una straordinaria volontà di continuare a imparare. Vederli lottare con vecchi ritagli di carta mi riempiva di ammirazione e angoscia: ero orgogliosa della loro volontà di apprendere nonostante tutto e la loro perseveranza mi motivava.

Avevo un quaderno speciale che mia nonna mi aveva regalato anni prima, che usavo come diario. Ci scrivevo i miei sogni e i miei segreti. Dopo la guerra ho riempito le pagine di storie di esplosioni di bombe, famiglie senza casa che dormivano per strada, fame mai provata prima e sofferenza per la mancanza anche dei beni di prima necessità.

Un giorno di scuola ad agosto, quando la maggior parte dei miei studenti si è presentata senza carta, ho capito cosa dovevo fare. Ho preso il mio quaderno e ho iniziato a strapparne le pagine, una a una, per darle ai miei alunni.

Con così tanti bambini, le pagine del mio quaderno si sono esaurite in un solo giorno. I miei alunni hanno dovuto quindi tornare ai pezzi di carta o di cartone.

La tregua potrebbe aver posto fine alle bombe, ma i miei studenti sono ancora senza carta e penna. Gli aiuti umanitari hanno ricominciato ad arrivare a Gaza. Stanno arrivando cibo, medicine e materiali per costruirsi dei precari rifugi. Sono tutti elementi essenziali. Ma abbiamo anche urgente bisogno di materiale scolastico e di supporto per rimettere in carreggiata il sistema educativo per i 600.000 scolari di Gaza.

Libri, penne e carta non sono solo materiale scolastico. Sono un’ancora di salvezza che può aiutare i bambini di Gaza a trionfare sulla guerra, sulla distruzione e sulle immense perdite. Sono strumenti essenziali che possono sostenere la loro perseveranza e la loro forza di volontà di vivere, imparare e vedere un futuro migliore.

Con l’aiuto dell’istruzione i bambini possono riprendersi dal trauma della guerra e riacquistare un senso di sicurezza. L’apprendimento restituisce loro una struttura, la sicurezza in sé stessi e la speranza di un futuro migliore necessarie sia per la guarigione della comunità che per la riabilitazione psicologica.

Dobbiamo dare ai bambini che hanno perso due anni di istruzione l’opportunità di scrivere, imparare e sognare di nuovo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il fardello dell’imprecisione: sui limiti delle statistiche

Nicki Kattoura  

20 ottobre 2025 – Mondoweiss

Il numero di morti a Gaza rimane sconosciuto e le statistiche sono diventate uno strumento di contesa per capire l’entità del genocidio. Ma anche se avessimo un affidabile numero dei morti non riusciremmo ancora a comprendere la vastità del suo significato.

Dal 7 ottobre l’entità sionista ha ucciso a Gaza tra i 65.000 e i 680.000 palestinesi. La differenza è sconcertante, benché il numero più alto non sia necessariamente quello definitivo: è semplicemente ciò che sappiamo.

Il primo ci viene dal ministero della Sanità di Gaza, che raccoglie dati su ogni martire, compreso il suo nome e cognome, il numero di carta d’identità, l’età, il luogo di residenza, l’anno di nascita e il genere. In un’intervista a Drop Side [sito alternativo di notizie statunitense, ndt.] il dottor Zaher al-Wahaidi, direttore del Centro Informazioni, illustra il modo in cui l’identità di ogni martire sia confermata e conteggiata da ogni ospedale che riceve la vittima. Non vengono inclusi nella lista quelli che sono rimasti intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti o quanti muoiono per “morte indiretta”. Ciò include i bambini morti di fame, i pazienti di tumore che non hanno accesso alle cure o chi è stato ucciso da malattie a causa del collasso del sistema sanitario. Gli unici conteggiati nelle cifre ufficiali sono quelli che sono stati uccisi dall’impatto di un ordigno.

Quello di 680.000 è il nuovo dato stimato di morti sulla base di ritmo, durata e intensità della brutalità sionista. Molti ora hanno accolto quel numero nel proprio discorso, sostenendo giustamente che 65.000 è un dato talmente sottostimato che citarlo è di per sé una forma di negazione del genocidio.

L’unico fatto certo è che a Gaza non c’è un numero di morti confermato. Sappiamo che le statistiche diffuse dal ministero della Sanità sono la cifra minima. Abbiamo visto troppe tombe comuni, bambini fatti sparire dalle bombe israeliane e post di Telegram che condividono le liste quotidiane di martiri perché la quantità di uccisioni si mantenga così a lungo costante. Sappiamo che quelli che contano i nostri martiri sono stati anch’essi uccisi, che le uccisioni mirate di giornalisti hanno creato un blocco delle informazioni e che le infrastrutture necessarie per tenere il conto dei morti sono state decimate. A novembre [2023], solo un mese dopo l’inizio del genocidio, l’esercito israeliano ha invaso gli ospedali al-Shifa e al-Rantisi, che fungevano da centri per la raccolta dei dati del ministero della Sanità, portando a una interruzione nel conteggio dei morti. A causa delle dimensioni della violenza che il sionismo ha inflitto al popolo di Gaza non sappiamo quanti palestinesi sono stati uccisi.

Le statistiche sono diventate la misura del genocidio, il mezzo attraverso il quale abbiamo valutato le sue dimensioni, e per i nostri nemici [la misura] per mettere in dubbio questa situazione. In un editoriale particolarmente vergognoso Bret Stephens del New York Times afferma: “No, Israele non sta commettendo un genocidio a Gaza”, chiedendo perché il numero di morti non è dell’ordine di centinaia di migliaia. Sessantamila, sottintende, sono solo il destino di essere arabi e il solo modo in cui un palestinese può vivere è se muore prematuramente.

Lo stagnante bilancio delle vittime ha obbligato a un cambiamento temporale, spostando le sofferenze di Gaza da un conteggio del passato a una proiezione del futuro. L’80% delle case di Gaza che Israele ha bombardato ora viene compreso attraverso i 100 anni che ci vorranno per ricostruire la città costiera. L’estensione dei quartieri distrutti è quantificata attraverso i 10-15 anni necessari per rimuovere le macerie. E invece di tentare di arrivare a un bilancio attendibile dei morti i ricercatori ora stanno prevedendo quanti palestinesi di Gaza verranno uccisi dopo la fine ufficiale della guerra.

Il 19 giugno dell’anno scorso The Lancet ha pubblicato un articolo che tentava di dare conto di tutti i morti palestinesi. In esso, utilizzando una formula da 3 a 15 “morti indirette” per ogni “morte diretta”, l’articolo ha previsto che si potrebbe stimare che “senza un cessate il fuoco” oltre 186.000 palestinesi potrebbero essere morti entro la fine della guerra. Io, insieme a molti altri, ho frainteso quello che questi numeri riflettevano realmente: pensavo che Lancet stesse aggiornando il numero di morti a Gaza e non prevedendo il suo fatale esito se non si fosse raggiunto un cessate il fuoco. Non che fossero già morti 186.000 palestinesi, ma che sarebbero morti in futuro.

Al di là dell’incomprensibilità dell’inquadramento di un numero a sei cifre, sono rimasto sconvolto da questo. Innanzitutto sappiamo che non esiste una cosa come una morte indiretta. Carestia, malattie e la decimazione delle infrastrutture sanitarie sono le tecnologie della violenza dispiegate da Israele per sradicare direttamente i palestinesi da Gaza. Questa è la logica del genocidio: distruggere tutto ciò che serve per vivere e il risultato naturale sarà più morti in modo esponenziale.

Cosa ancora più preoccupante, la loro proiezione ha iniziato a funzionare come una profezia che impone una nuova distinzione tra i palestinesi: gli uccisi e quelli che non sono ancora stati uccisi. L’imprecisione sul bilancio dei martiri ci spinge a un macabro dilemma: se sottostimiamo i nostri martiri li condanniamo nel campo dell’inesistenza. Se li sopravvalutiamo li condanniamo a una morte predeterminata.

Ma anche se avessimo un numero preciso non capiremmo la profondità del suo significato.

Possiamo ragionare su 680.000 martiri quando è di per sé un compito impossibile visualizzarne 65.000?

Le statistiche cancellano, oscurano, confondono e derubano. Penso a quanto sia viscerale la mia risposta affettiva alle storie individuali dei morti, tanto che estrapolarla un migliaio di volte è impossibile e inevitabilmente oscurerebbe questi sentimenti. Muhammad Bhar, per esempio, era un giovane con sindrome di Down che è stato ucciso dopo che i soldati israeliani hanno scatenato i cani contro di lui. Mentre lo dilaniavano a morte Muhammad, che non era riuscito a parlare durante la maggior parte della sua vita, ha pronunciato le sue ultime parole: “Khalas, ya habibi” — “Basta così, mio caro.” I numeri per natura de-individualizzano e riducono la vita a un’equazione aritmetica, al freddo segno 1. I nostri martiri diventano indistinguibili a causa del modo in cui i numeri appiattiscono la vita in una serie di dati.

I numeri non possono comunicare la sofferenza che ha provato Muhammad, la permanenza della morte o distinguere tra il palestinese ucciso l’8 ottobre e quello ucciso oggi. Non possono comunicare le sofferenze dei palestinesi come interconnesse, quanto questo numero di palestinesi non sia solo sfollato e questo numero di palestinesi non sia solo malato, o affamato, ma che questi palestinesi sono malati e affamati e sfollati e feriti, o forse malati perché sono affamati, feriti perché sono sfollati.

Le statistiche non ci possono dire niente su come la vita sia afflitta o condannata alla morte. Un bilancio dei morti non può neppure contare i morti. Il numero non rivela le molte vite distrutte, l’amore che ora non ha nessun posto in cui andare, non rivela il dolore e la rabbia e lo strazio e lo sfinimento e i molti discorsi funebri scritti per sé che leggiamo tutti i giorni. È penosamente inadeguato, eppure continuiamo a contare, decisi a sapere quanti ce ne siano.

Spesso sentiamo l’indomito proclama: “Non siamo numeri.” Come dice il dottor al-Wahaidi nella sua intervista, “ognuno di quegli individui è più di un semplice numero: porta con sé una storia unica, una profonda tragedia, una casa piena di ricordi e una famiglia lasciata nel lutto. Non meritano di essere ricordati?” Ma il sionismo ha devastato Gaza a un tale livello che i numeri non esistono. La quantità di martiri è talmente grande che siamo obbligati ad essere imprecisi. Tale imprecisione fa sparire i palestinesi, li obbliga all’inesistenza e li condanna alla morte. Questi sono il fondamento e la logica di funzionamento del sionismo. Le loro ambizioni coloniali impongono un’unica meta ai milioni di palestinesi vissuti a partire dalla Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 la Gran Bretagna si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.]: sparire e morire.

Vogliamo sapere il numero anche se è inafferrabile, anche se quello che rappresenta ci terrorizza o ci ricorda il nostro spregevole fallimento e anche se siamo penosamente consapevoli che non è né corretto né include tutti [i morti]. Capisco la nostra fissazione, benché io non sia sicuro di sapere da dove venga.

Forse è un segno di rispetto, o forse ci offre un simulacro di controllo sulla narrazione del genocidio. Come possiamo vendicare i nostri martiri se non sappiamo quanti sono? Come fermeremo il moto rotatorio del mondo e spingeremo le masse ad agire se non abbiamo delle statistiche accurate? Se fossimo senza numeri dovremmo cercare altrove per provare che erano qui, che vivevano e che hanno ancora importanza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come la politica israeliana di separazione a Gaza e in Cisgiordania consolida Hamas

Amira Hass

17 ottobre 2025 Haaretz

Isolando Gaza dalla Cisgiordania e i palestinesi dalla loro terra, Israele ha contribuito a consolidare Hamas e a cancellare ogni alternativa politica. Anche se il sogno di ville di lusso a Gaza è svanito, la logica che lo sostiene rimane: controllo del territorio, espulsione indiretta e soffocamento continuo del popolo palestinese con il pretesto della sicurezza

Le premesse di un boom immobiliare a Gaza – dall’idea del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich alla promessa del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir di quartieri di lusso per i poliziotti fino al piano della leader dei coloni Daniella Weiss di ristabilire (con l’aiuto divino) le colonie – si sono rivelate nient’altro che aria fritta.

Sarebbe bello poter dire che l’accordo di cessate il fuoco ora in vigore nella Striscia di Gaza abbia inferto un duro colpo al movimento dei coloni e ai suoi sostenitori negli Stati Uniti. Altrettanto seducente è l’immagine dei loro castelli di sabbia che crollano sotto il peso dell’inimmaginabile resilienza e tenacia degli abitanti di Gaza e dopo il rifiuto duro ma politicamente calcolato dell’Egitto a consentire una fuga di massa di palestinesi nel suo territorio.

I responsabili della politica estera egiziana – indipendentemente da chi guidi il Paese – sospettano da tempo l’intenzione di Israele di “appioppargli” Gaza e i suoi problemi. Fin dall’inizio della guerra hanno preso sul serio i piani israeliani di espulsione della popolazione di Gaza e di conseguente reinsediamento degli ebrei, come apertamente espresso dai governanti israeliani – che sembravano dimenticare come tentativi simili da parte dei loro predecessori del partito socialista democratico sionista Mapai-Labour di espellere nuovamente i rifugiati del 1948 da Gaza fossero falliti.

Ma il cessate il fuoco non può essere visto semplicemente come una gratificante sconfitta del movimento dei coloni. La logica politica dietro quelle ondate di aria fritta e castelli di sabbia ha plasmato, e continua a plasmare, la politica israeliana sin dalla firma degli Accordi di Oslo. Tale logica è riuscita a impedire la creazione di uno Stato che avrebbe realizzato il diritto palestinese all’autodeterminazione, seppur sul restante 22% del territorio tra il fiume e il mare.

Il sabotaggio della sovranità palestinese da parte di Israele è l’immagine speculare del suo tentativo di impossessarsi di quanta più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi. In pratica questo significa espulsione – che sia nell’Area A [in base agli accordi di Oslo il territorio cisgiordano sotto virtuale controllo totale dell’ANP, ndt.] o in esilio, con bombe dell’aviazione o con i manganelli e le spranghe di ferro dei “giovani delle colline” [gruppi di coloni particolarmente violenti, ndt.], che sia attraverso demolizioni di case e sfratti forzati effettuati sotto la minaccia delle armi dall’Amministrazione Civile [ente militare incaricato della gestione dei territori occupati, ndt.] o dalle Forze di Difesa Israeliane o l’incarcerazione e la persecuzione di coloro che cercano di proteggere la propria comunità e se stessi – il risultato è lo stesso.

Se questa è la politica guida, gli sforzi internazionali per “riformare” i libri scolastici palestinesi sono destinati a fallire. La realtà quotidiana del soffocamento sistematico imposto da Israele e la sua prepotenza, supportata dalla sua superiorità militare sono i padri dell’istigazione [alla violenza].

Uno degli strumenti più efficaci per sabotare uno Stato palestinese è stato e rimane la “separazione”. Espresso nei termini di sicurezza che l’opinione pubblica israeliana ama adottare – anche quando le motivazioni politiche e immobiliari sono evidenti – questo strumento assume molte forme: separare Gaza dalla Cisgiordania (dal 1991); separare la Cisgiordania da Gerusalemme Est; dividere le città palestinesi l’una dall’altra; isolare i villaggi dalle strade circostanti e dai centri regionali; disconnettere i palestinesi dalla loro terra e tra di loro.

Documenti ufficiali del governo militare degli anni ’50 e ’60 – pubblicati decenni dopo – hanno confermato ciò che i palestinesi (e la sinistra non sionista) avevano capito da tempo: la cosiddetta logica “di sicurezza” alla base delle dure restrizioni alla circolazione era motivata in gran parte da interessi immobiliari ebraici. La concezione di una popolazione e di un territorio palestinesi frammentati su entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania precedente la conquista del 1967, ndt.] ha sempre rispecchiato il progetto di una “Grande Terra d’Israele” per gli ebrei. Entrambe le visioni sono ancora valide oggi, parallelamente alle vaghe clausole del piano Trump per un cessate il fuoco e un “nuovo Medio Oriente”.

Il diritto dei coloni compensa la parziale perdita a Gaza – “parziale” perché l’IDF ha raggiunto l’obiettivo condiviso di infliggere la massima distruzione e morte nell’enclave – intensificando gli attacchi e l’accaparramento di terre in Cisgiordania. Questo si traduce principalmente nella separazione quotidiana dei contadini dalle loro terre, una tattica con risultati immediati e dolorosi. Insieme all’Amministrazione Civile, all’esercito e alla polizia, i coloni accelerano questo processo attraverso la violenza fisica, l’ostruzionismo burocratico e un’arroganza insaziabile. Poiché siamo ormai nella stagione della raccolta delle olive, i battaglioni del Signore [i coloni nazional-religiosi, ndt.] hanno rivolto la loro attenzione al raccolto e agli stessi raccoglitori.

Sabato 11, quando questo articolo è stato scritto, a mezzogiorno sono pervenute segnalazioni di vessazioni e attacchi diretti da parte di coloni e soldati – separatamente o insieme – contro i raccoglitori di olive dei villaggi di Jawarish, Aqraba, Beita e Madama a sud di Nablus, di Burqa a est di Ramallah e di Deir Istiya nella regione di Salfit. Il giorno precedente segnalazioni simili erano arrivate da Yarza a est di Tubas, da Immatin, Kafr Thulth e Far’ata nell’area di Qalqilya, da Jawarish, Qablan, Aqraba, Hawara, Yanun e Beita nell’area di Nablus e da al-Mughayyir e Mazra’a al-Sharqiya a est di Ramallah. Queste segnalazioni provengono solo da un gruppo WhatsApp che monitora la Cisgiordania settentrionale. Le vessazioni vanno dagli sconfinamenti sui terreni alle provocazioni, ai blocchi stradali e alle minacce armate, fino alle aggressioni fisiche, al furto di olive e all’incendio di veicoli di raccoglitori e giornalisti. E ciò che i coloni fanno sporadicamente, la politica ufficiale lo attua sistematicamente: la negazione del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania e all’interno della Cisgiordania stessa. La negazione del diritto di scegliere il proprio luogo di residenza o di lavoro è da tempo devastante per la società, l’economia e le strutture politiche palestinesi, e in particolare per il futuro dei suoi giovani.

Non meno delle valigie di denaro contante del Qatar che Benjamin Netanyahu iniziò a trasferire a Gaza, la separazione della popolazione della Striscia da quella della Cisgiordania e l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, tutto ciò ha contribuito a rafforzare Hamas, prima come organizzazione politica e militare e poi come forza di governo.

Negli anni ’90 Hamas affermò che Israele non aveva alcuna reale intenzione di fare la pace e che gli accordi di Oslo non avrebbero portato all’indipendenza. Le restrizioni israeliane alla circolazione a Gaza e la sua continua espansione delle colonie sia a Gaza che in Cisgiordania resero questa argomentazione convincente per molti palestinesi, soprattutto a Gaza. Gli attentati suicidi di Hamas furono visti sia come una reazione che come un test: avrebbe la risposta di Israele infine premiato gli oppositori di Oslo e i critici dell’Autorità Nazionale Palestinese?

E Israele li ha ricompensati, non rispettando i propri impegni. Le restrizioni alla circolazione e il furto burocratico di terre hanno indebolito Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, che avevano sostenuto il processo diplomatico ma che dall’inizio degli anni 2000 avrebbero sposato la resistenza armata.

Eludendo abilmente il fatto che la frammentazione palestinese sia sempre stata l’obiettivo di Israele, Hamas ha presentato il disimpegno israeliano del 2005 e lo smantellamento degli insediamenti come prova del proprio successo: la lotta armata aveva funzionato. Ogni nuova generazione di diplomati di scuola superiore – che non avevano mai lasciato la Striscia sigillata, non avevano mai conosciuto un altro stile di vita e non riuscivano a trovare lavoro – è diventata più vulnerabile alla visione oppressiva del mondo, alla propaganda e alle motivazioni di Hamas nell’unirsi al braccio armato (un reddito che sostentava le famiglie povere). Hamas ha imparato a incanalare l’energia e la creatività represse di Gaza nella sua macchina militare e politica.

L’Autorità Nazionale Palestinese, Fatah e il loro apparato di sicurezza sono rimasti impotenti di fronte alla crescente ondata di espropriazione di terre in Cisgiordania e alla devastazione economica diretta e indiretta insita in questa espropriazione e separazione, una situazione aggravata dall’ordine dei successivi ministri delle finanze israeliani di trattenere le entrate fiscali palestinesi.

Per l’opinione pubblica palestinese in Cisgiordania, questa impotenza è inseparabile dalla corruzione delle élite civili e militari dell’Autorità Nazionale Palestinese, considerate egoiste e indifferenti finché le loro tasche rimangono piene. Non sorprende quindi che la resistenza armata – associata principalmente ad Hamas – mantenga il suo prestigio tra i giovani della Cisgiordania. Per loro almeno la resistenza armata causa sofferenza e umiliazione all’aggressore israeliano.

Tutti i segnali suggeriscono che Israele continuerà a bloccare la libertà di movimento palestinese tra Cisgiordania, Israele e Gaza e a limitare l’ingresso nella Striscia di palestinesi dall’estero e di attivisti internazionali. Di conseguenza coloro che hanno più bisogno di sapere cosa pensano veramente gli abitanti di Gaza della resistenza armata non potranno saperlo. In altre parole, che molti di loro disprezzano Hamas.

Di fronte alle politiche israeliane di assedio, uccisioni, distruzione e spoliazione in Cisgiordania, la maggior parte dei palestinesi non residenti nella Striscia, insieme a molti dei loro sostenitori internazionali, continuerà a considerare Hamas come l’autentico rappresentante dell’aspirazione alla libertà e alla resistenza all’oppressione.

L’esperienza dimostra che, una volta avviati i lavori di bonifica degli ordigni inesplosi e di ricostruzione di Gaza, diventerà chiaro che il processo è molto più complicato e costoso di quanto inizialmente previsto. Oltre alla ricostruzione fisica, ciascuno dei milioni di abitanti di Gaza avrà bisogno di cure fisiche e psicologiche e di riabilitazione materiale, su una scala e una durata mai viste che sfidano ogni immaginazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Il prigioniero palestinese Abu Shanab afferma che le autorità israeliane hanno abusato dei detenuti fino agli ultimi momenti prima del rilascio

Redazione di MEMO

14 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il prigioniero palestinese Kamal Abu Shanab ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a maltrattare i detenuti fino all’ultimo momento prima del loro rilascio, descrivendo abusi generalizzati e condizioni disumane nelle prigioni israeliane.

Abu Shanab di 58 anni è stato rilasciato lunedì come parte della prima fase dell’accordo sul cessate il fuoco che è cominciato venerdì scorso, secondo un piano che sarebbe stato mediato con il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Parlando all’agenzia Anadolu, Abu Shanab, un abitante di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ha affermato: “La situazione nelle prigioni è molto difficile – torture, oppressione, umiliazione e paura. Ai prigionieri palestinesi succede di tutto. La situazione è indescrivibile.”

Ha mostrato i segni sui polsi e le caviglie, dicendo che il servizio penitenziario israeliano ha mantenuto i detenuti destinati al rilascio “ammanettati e incatenati sulla ghiaia per più di sei ore.”

Abu Shanab, che è stato imprigionato per 15 anni di una condanna all’ergastolo, ha ricordato che i soldati hanno espresso incredulità per la capacità di resistenza dei prigionieri: “Essi hanno detto ‘Come possono sopportare questo? Che tipo di forza hanno?’”

Ha aggiunto che i prigionieri sono stati “soggetti a umiliazioni e torture” e che “tutto è stato fatto per spezzare la loro resistenza.”

Molti ex-detenuti hanno anche affermato all’agenzia Anadolu che le condizioni nelle prigioni israeliane sono chiaramente peggiorate dall’inizio della campagna militare israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023, citando racconti di tortura, fame e negazione delle cure mediche.

Secondo organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane più di 10.000 palestinesi – inclusi minori e donne – rimangono nelle prigioni israeliane, molti dei quali presumibilmente subiscono trattamenti crudeli e privazioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come sono collegati l’omicidio del giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi e la repressione di Hamas contro le milizie sostenute da Israele

Tareq S. Hajjaj  

14 ottobre 2025  Mondoweiss

L’amato giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi è stato assassinato nel corso della repressione di Hamas contro i clan e le milizie armati sostenuti da Israele che hanno saccheggiato gli aiuti umanitari e seminato il caos durante la guerra. Ecco in che modo sono collegati

L’uccisione del noto giornalista palestinese Saleh Aljafarawi, avvenuta domenica sera pochi giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, è stata uno shock per molti a Gaza. Ma la tempistica della morte dell’amato giornalista ha sollevato molti interrogativi sullo stato di caos e illegalità che si sta diffondendo nella Striscia dopo la fine della guerra.

Secondo fonti locali i contatti con Aljafarawi si sono interrotti nel corso della giornata di domenica. In serata è emersa la notizia della sua uccisione nella zona di Sina’a a ovest di Gaza City. Quando il suo corpo è arrivato all’ospedale arabo al-Ahli, fonti locali hanno riferito che sul suo corpo c’erano segni evidenti di tortura e che sette proiettili lo avevano trafitto. Anche i polsi mostravano che era stato legato.

Aljafarawi aveva raccolto un notevole seguito sui social media durante gli ultimi due anni di genocidio israeliano a Gaza, documentando numerosi massacri e attacchi aerei nella metà settentrionale della Striscia durante la guerra.

Fonti locali indicano che Aljafarawi è stato ucciso da un gruppo armato del clan Doghmush, una delle più grandi famiglie palestinesi di Gaza con una lunga storia di inimicizia con Hamas che dura da decenni. Il clan Doghmush è stato accusato da Hamas di collaborare con Israele.

Secondo fonti locali e amici intimi di Aljafarawi il giornalista sarebbe stato ucciso mentre documentava gli scontri tra il clan Doghmush e l’Arrow Force, un’unità di Hamas formata durante la guerra per combattere le bande armate da Israele che saccheggiavano gli aiuti.

Mondoweiss ha tentato di contattare i membri dell’Arrow Force per un commento sulla morte di Aljafarawi, ma i continui scontri in tutta Gaza con le bande armate sostenute da Israele hanno reso difficile stabilire un contatto. 

Un funzionario del Ministero dell’Interno che sovrintende alla Arrow Force ha dichiarato a Mondoweiss che Aljafarawi è stato “deliberatamente preso di mira” da un gruppo “al di fuori della legge”. Il funzionario ha aggiunto che i membri del gruppo sono stati “trattati nel quadro della legge rivoluzionaria”.

Lunedì è circolato online un video diventato virale che, a quanto pare, mostra membri della Arrow Force che mettono in riga e giustiziano un gruppo di uomini accusati di tradimento e di collaborazione con l’esercito israeliano.

Hamas lancia una campagna di sicurezza contro le bande e le milizie sostenute da Israele

Quando Israele ruppe il precedente cessate il fuoco con Hamas a marzo di quest’anno, uno dei principali obiettivi delle forze armate israeliane furono i funzionari del Ministero dell’Interno, tra cui la polizia e le forze di sicurezza interna. Il sistematico attacco a questi organismi mirava a creare un vuoto di potere e a seminare il caos nella Striscia. Durante la guerra, l’intelligence israeliana ha finanziato e armato bande criminali e clan locali per attaccare Hamas e saccheggiare gli aiuti umanitari, aggravando la polarizzazione sociale. Lo scorso giugno il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha apertamente riconosciuto come propria questa politica.

Uno dei più noti fra questi gruppi armati, le cosiddette Forze Popolari, è guidato da Yasser Abu Shabab, membro del clan beduino Tarabin. Si ritiene che si trovi a Rafah, in aree ancora sotto il controllo israeliano.

Subito dopo la fine della guerra, quando Hamas ha lanciato la campagna di sicurezza su larga scala per ristabilire l’ordine e arrestare i collaboratori accusati di aver lavorato per Israele durante la guerra, a Gaza si è diffuso il caos. La campagna mira anche a smantellare i gruppi armati che operavano sotto protezione israeliana.

Hamas ha annunciato la mobilitazione e il dispiegamento di 7.000 agenti di sicurezza in tutta Gaza per “iniziare a ristabilire l’ordine, porre fine al caos e perseguire i collaboratori dell’esercito israeliano”.

Quando un giornalista gli ha chiesto lunedì del “riarmo” della polizia e delle forze di sicurezza di Hamas, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto ai giornalisti: “Lo capiamo perché vogliono davvero porre fine ai problemi, sono stati chiari al riguardo e abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo”. Trump ha poi ribadito la sua difesa della repressione di Hamas ammettendo che Hamas “ha eliminato un paio di bande molto pericolose”.

“E questo non mi ha dato fastidio, a dire il vero”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti.

La campagna è iniziata a Gaza City e nell’area di Tal al-Hawa, quando membri della Arrow Force di Hamas hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente alla famiglia Doghmush nelle aree di Sabra e Sina’a. L’operazione è avvenuta dopo un assedio totale della zona, prendendo di mira diversi membri del clan accusati di collaborare con Israele.

Il sito Telegram al-Hares (“The Guardian”), una piattaforma affiliata all’apparato di Sicurezza della Resistenza che si occupa di scoraggiare e mettere in guardia contro la collaborazione con Israele, ha riferito che è stato lanciato un piano di sicurezza interna per “mettere in sicurezza il fronte interno”. Secondo il sito, gli agenti di sicurezza hanno promesso di perseguire tutti i criminali e i trasgressori della sicurezza in tutta la Striscia.

Il primo attacco è stato contro i complessi residenziali della famiglia Doghmush a Gaza City, quando le forze di Arrow (Sahm) hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente al clan e ucciso oltre quindici persone, secondo i resoconti sul campo. Le forze di Arrow hanno continuato ad assediare la zona e hanno chiesto la consegna di diversi membri della famiglia ricercati per reati penali, non correlati al collaborazionismo.

Questi individui erano stati precedentemente condannati e incarcerati da Hamas prima della guerra, ma erano stati rilasciati durante il genocidio. Fonti locali hanno riferito a Mondoweiss che durante la guerra erano stati coinvolti in saccheggi, furti e nella diffusione del caos. Quando si sono rifiutati di arrendersi all’unità di Arrow hanno cercato rifugio all’interno dell’ospedale da campo giordano di Tal al-Hawa.

Cosa è successo il giorno in cui è stato ucciso Saleh Aljafarawi

Delle fonti hanno riferito a Mondoweiss che membri del clan Doghmush avevano rapito sia Saleh Aljafarawi che Naeem Naeem, figlio di Bassem Naeem, importante leader di Hamas e membro del politburo, uccidendoli entrambi. Lo stesso giorno il clan avrebbe ucciso due combattenti della resistenza, uno dei quali Muhammad Imad Aqel, figlio del comandante di Hamas Imad Aqel assassinato da Israele nel 1993.

La famiglia Aqel ha rilasciato una dichiarazione in cui accusa il clan Doghmush di essere responsabile. “All’inizio del cessate il fuoco, venerdì 10 ottobre, nostro figlio ha lasciato uno dei tunnel di combattimento con uno dei suoi commilitoni per andare a trovare i compagni”, ha scritto la famiglia. “Sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati che li stavano aspettando nei pressi dell’ospedale da campo giordano”.

La dichiarazione affermava che gli uomini armati appartenevano alla famiglia Doghmush e a milizie sostenute da Israele e affiliate alla “occupazione sionista”.

“Hanno rapito nostro figlio, lo hanno interrogato, gli hanno rubato la sua arma personale e una somma di denaro, e lo hanno giustiziato a sangue freddo”, prosegue il comunicato della famiglia.

La dichiarazione della famiglia ha ritenuto responsabile il clan Doghmush e lo ha invitato a revocare la “protezione tribale” al “gruppo criminale” responsabile dell’uccisione di Aqel, membro delle Brigate Qassam.

Gli scontri tra il clan Doghmush e le forze Arrow di Hamas sono continuati per giorni, causando la morte di almeno quindici membri dell’unità Arrow.

La famiglia Doghmush ha successivamente rilasciato una propria dichiarazione in cui condannava le uccisioni.

“Noi, della famiglia Doghmush, denunciamo fermamente l’uccisione del cittadino Muhammad Aqel e del giornalista Saleh Aljafarawi”, si legge nella dichiarazione. “Si tratta di atti individuali che non rappresentano la nostra famiglia e servono solo gli obiettivi dell’occupazione. Affermiamo che non ci sono conflitti tra la nostra famiglia e le famiglie Aqel o Aljafarawi e che il nostro rapporto con loro è di reciproco rispetto e stima”.

Un membro della famiglia del clan Doghmush di Gaza City, parlando con Mondoweiss in condizione di anonimato, ha affermato che sette membri del clan erano ricercati dalle forze di sicurezza di Hamas e condannati per reati penali commessi prima della guerra.

“Alla fine della guerra, le forze di Sahm sono arrivate e hanno chiesto a questi sette uomini di arrendersi, ma loro hanno rifiutato e si sono rifugiati all’interno dell’ospedale”, ha detto la fonte. “Le forze di Arrow hanno quindi assediato completamente il quartiere di Doghmush, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Sono andati porta a porta con liste di nomi, verificando l’identità. Chiunque comparisse sulla loro lista rischiava la tortura o l’esecuzione.”

Il testimone ha anche descritto scene di abusi, sostenendo che i combattenti di Arrow hanno sparato alle gambe di diversi membri della famiglia e torturato giovani uomini, persino strappando loro le unghie.

Mondoweiss ha tentato di contattare membri dell’Unità Arrow e il Ministero dell’Interno per un commento su queste accuse. Al momento della pubblicazione, non è stato possibile raggiungere i contatti a causa della campagna di sicurezza in corso.

La famiglia Doghmush ha una storia decennale di rivalità con il movimento Hamas a Gaza. Quando Hamas prese il controllo della Striscia nel 2007 lanciò una vasta campagna per reprimere e disarmare tutti i clan armati, molti dei quali erano affiliati a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste famiglie c’erano il clan Doghmush, il clan Hilles e alcuni altri.

Gli scontri di quell’anno nei pressi dei complessi residenziali della famiglia Doghmush nei quartieri di Sabra e Tal al-Hawa causarono la morte di oltre 200 membri della famiglia.

Oggi, mentre l’ultima campagna di sicurezza di Hamas continua, molti a Gaza hanno espresso sui social media la convinzione che il clan Doghmush abbia colto l’occasione, durante il caos della guerra – e l’attacco israeliano alle forze di sicurezza di Hamas – per regolare vecchi conti. Diversi account sui social media hanno accusato i membri del clan Doghmush di aver persino collaborato con l’esercito israeliano per combattere Hamas.

Martedì il presidente della più grande assemblea dei clan di Gaza, Abu Salman al-Mughani, ha espresso il suo sostegno alla repressione di Hamas, affermando che gli accusati erano responsabili di aver ucciso bambini, collaborato con Israele, saccheggiato aiuti e case e perpetuato la carestia a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Chi ha tratto profitto dal 7 ottobre?

Jim DeBrosse

25 settembre 2025 – The Electronic Intifada

Mentre l’invasione militare israeliana, i massacri indiscriminati e la fame imposta a Gaza continuano, restano senza risposta le domande su come circa 3.000 combattenti guidati da Hamas siano riusciti a violare le barriere di sicurezza israeliane il 7 ottobre 2023.

Il governo israeliano continua a respingere un’indagine indipendente e si stanno accumulando prove che i massimi vertici civili e militari dello Stato non solo non abbiano colto i segnali di un imminente attacco, ma potrebbero averli volutamente ignorati. Il motivo era giustificare la pulizia etnica di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e la creazione di un Israele più grande nella Palestina occupata.

Inoltre l’attività sospetta del mercato azionario avvenuta pochi giorni prima dell’attacco di ottobre, sorprendentemente passata sotto silenzio, avvalora la teoria che qualcuno da qualche parte sapesse qualcosa.

All’inizio di questo mese un’inchiesta di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] ha scoperto che il comandante in capo militare israeliano per l’area di Gaza aveva visitato il luogo del rave Supernova il 7 ottobre solo un’ora prima dell’attacco e non aveva preso alcuna precauzione.

Il tenente colonnello Haim Cohen, comandante della Brigata Nord della Divisione di Gaza, ha notato che solo un piccolo contingente di agenti di polizia era in servizio al festival molto affollato, ma ha dichiarato agli investigatori militari di non aver avuto informazioni che suggerissero che avrebbe dovuto disperdere la folla o rafforzare la sicurezza.

Il rave Supernova, dove sono state uccise 378 persone e 44 sono state prese in ostaggio, è stato il singolo luogo con il maggior numero di vittime in una giornata che ha visto un totale di 1.139 persone uccise e 240 prese in ostaggio.

Non è ancora chiaro quanti dei morti siano stati uccisi dai combattenti palestinesi e quanti siano stati uccisi da Israele stesso, a causa della sua mortale Direttiva Annibale [impedire il rapimento di civili o soldati israeliani anche a costo di ucciderli, n.d.t.].

Anche la risposta immediata del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla crisi è stata oggetto di esame. Il suo capo di stato maggiore e confidente più stretto, Tzachi Braverman è accusato di aver alterato i registri telefonici di Netanyahu per far sembrare che i suoi primi ordini ai militari, la mattina del 7 ottobre, fossero arrivati ​​prima di quanto non fosse in realtà.

La notte prima

Tuttavia, l’esercito israeliano aveva ricevuto avvertimenti su un altissimo rischio imminente la notte prima del 7 ottobre, ma i massimi livelli di comando avevano scelto di ignorarli.

Secondo quanto riportato da Ynet, il più grande sito web di notizie israeliano, un’unità di intelligence militare aveva notato segnali di un imminente lancio di razzi su Israele e “insolite attività delle forze aeree di Hamas” che avrebbero dovuto far scattare l’allarme. Invece l’esercito “ha scelto di evitare di rivelare fonti di intelligence sensibili piuttosto che [adottare misure per] essere pronto a reagire”.

Davvero? La protezione di pochi agenti [dello spionaggio] valeva il rischio di un massiccio attacco missilistico sul territorio israeliano senza avvertire i civili? Dieci giorni dopo che tali segnalazioni sono diventate di dominio pubblico, l’ufficio di Netanyahu ha riconosciuto di non aver trasmesso il promemoria che descriveva dettagliatamente le attività sospette la notte prima del 7 ottobre, ma la giustificazione per non averlo fatto è che l’allerta era etichettata come “non urgente”.

I leader israeliani sembrano essere stati più preparati a espellere i palestinesi da Gaza che a sventare un possibile attacco. Pochi mesi dopo l’attacco di ottobre, chiedevano già la “migrazione volontaria” dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza, mentre negoziavano con diversi Paesi per il loro reinsediamento.

Tali idee sono state rapidamente respinte da Egitto, Giordania e una serie di altre Nazioni arabe, ma Israele continua a prendere in considerazione altri Paesi per la deportazione forzata dei palestinesi da Gaza, tra cui Indonesia, Etiopia e Libia, con l’aiuto dell’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Ancora più sconcertante è che i funzionari israeliani fossero in possesso, con un anno di anticipo, di una copia del piano d’assalto di 40 pagine e siano rimasti a guardare mentre Hamas si addestrava e preparava lo sfondamento, come riportato dal New York Times nel novembre 2023.

A confermare il sospetto che i principali dirigenti israeliani abbiano volontariamente ignorato lo sconcertante numero di segnali premonitori, l’ufficio di Netanyahu si è rifiutato di consentire che venga avviata un’inchiesta sui suoi errori il 7 ottobre consentendo invece un’indagine sul ruolo e la risposta dell’esercito. Netanyahu continua ad opporsi a una commissione statale indipendente che prenda in considerazione “l’immagine complessiva” del coinvolgimento politico, civile e militare.

Come se i piani dettagliati e persino le registrazioni video pubbliche delle esercitazioni di Hamas non fossero sufficienti, gli investigatori finanziari israeliani non hanno notato un altro campanello d’allarme: un improvviso picco, nei giorni precedenti il ​​7 ottobre, di contrattazioni che scommettevano sul crollo imminente dei valori dei principali titoli azionari israeliani. La ragione più probabile della scommessa era che gli investitori sapevano che la guerra sarebbe presto scoppiata e avrebbe messo a dura prova l’economia israeliana.

Operazioni sospette

La tempistica sospetta dell’attività del mercato azionario è stata rivelata in uno studio di 67 pagine pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti dalla CNN.

Gli autori dello studio hanno scoperto che investitori non identificati in Israele e negli Stati Uniti avevano venduto le loro azioni di importanti società israeliane pochi giorni prima dell’attacco di Hamas.

Con una pratica nota come “vendita allo scoperto” gli investitori hanno poi riacquistato le loro azioni a un prezzo molto più basso, ricavandone milioni di dollari di profitti.

Lo studio, intitolato “Trading on Terror?” [Fare affari con il terrorismo], è stato redatto dall’ex presidente della Securities and Exchange Commission [Commissione per i Titoli Bancari e gli Scambi, entre federale USA che controlla le attività in borsa, ndt.] Robert Jackson Jr., ora professore alla New York University, e dal professore di diritto della Columbia University Joshua Mitts, esperto nel monitoraggio delle attività di vendita allo scoperto sui mercati azionari.

“I nostri risultati suggeriscono che i trader informati degli imminenti attacchi abbiano tratto profitto da questi tragici eventi”, hanno scritto gli autori, aggiungendo che “giorni prima dell’attacco, i trader sembravano anticipare gli eventi a venire”. Lo studio ha rilevato che il 2 ottobre “quasi il 100% del volume di scambi fuori borsa nel [mercato azionario israeliano]… consisteva in vendite allo scoperto”.

Nessuno degli autori del rapporto né gli uffici stampa della Columbia University hanno risposto alle richieste di interviste.

Nel servizio della CNN del 4 dicembre 2023, Jonathan Macey, professore alla Yale Law School, ha dichiarato al canale di notizie che i risultati erano “scioccanti”. “Le prove che i trader informati abbiano tratto profitto anticipando l’attacco terroristico del 7 ottobre sono solide”, ha affermato Macey. “Le autorità di regolamentazione sembrano non essere in grado di individuare le entità responsabili di queste operazioni, il che è deplorevole”.

Un articolo apparso lo stesso giorno su Haaretz ipotizzava che fossero stati investitori legati ad Hamas a ritirare i loro soldi, non israeliani o filo-israeliani, sebbene gli autori dell’articolo affermassero di non essere in grado di identificare gli investitori.

Tuttavia se i venditori allo scoperto avessero effettivamente avuto legami con Hamas è probabile che gli israeliani lo avrebbero saputo.

Il New York Times ha scritto che almeno dal 2015 l’intelligence israeliana ha monitorato i finanziamenti che sostengono Hamas, chiudendo un occhio. I critici ritengono che la strategia dei leader israeliani fosse quella di sostenere la leadership di Hamas a Gaza contro il controllo limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese su alcune parti della Cisgiordania occupata, in modo che le due fazioni continuassero a dividere il popolo palestinese e a impedire la creazione di uno Stato palestinese unificato.

Chi ne ha tratto profitto? Le autorità di regolamentazione statunitensi della Securities and Exchange Commission e di Wall Street hanno dichiarato alla CNN che la loro politica prevede di non confermare né smentire alcuna indagine. Questo accadeva 19 mesi fa.

Le autorità di regolamentazione israeliane hanno promesso di indagare sull’insolita attività, ma, solo un giorno dopo, hanno dichiarato di non aver trovato prove di vendite allo scoperto. I funzionari della Borsa di Tel Aviv hanno criticato il rapporto “Trading on Terror?” definendolo inaccurato e irresponsabile e hanno sottolineato che un errore di calcolo della valuta da parte degli autori ha gonfiato i potenziali profitti delle vendite allo scoperto da circa 9,5 milioni di dollari a poco meno di 1 miliardo. Indipendentemente dall’errore di calcolo, gli autori del rapporto hanno dichiarato a Institutional Investor [rivista finanziaria USA, ndt.] di essere ancora convinti della veridicità della sostanza del loro rapporto.

Yaniv Pagot, responsabile del trading per la Borsa di Tel Aviv, ha dichiarato a Reuters che era improbabile che gli investitori legati ad Hamas potessero aver violato le norme di sicurezza della borsa contro il “riciclaggio di denaro o simili”. Quindi, forse, la vendita allo scoperto è stata opera di investitori israeliani o filo-israeliani informati da funzionari dell’intelligence israeliana o da leader politici. O forse magari i funzionari israeliani a conoscenza dell’imminente attacco erano essi stessi venditori allo scoperto.

Dato che Israele ha finora sistematicamente eliminato cinque alti dirigenti militari di Hamas, 11 membri dei suoi uffici politici e ha tentato di assassinarne altri proprio questo mese con un attacco militare contro il Qatar, alleato degli Stati Uniti, scoprire chi ha tratto profitto dal 7 ottobre dovrebbe essere una priorità assoluta per i leader israeliani.

O, a giudicare dalla riluttanza del governo israeliano a indagare sul proprio ruolo, forse no.

Jim DeBrosse, Ph.D., a veteran reporter and a retired assistant professor of journalism, is the author of See No Evil: The JFK Assassination and the US Media.

Jim DeBrosse, dottorato, giornalista veterano e professore associato di giornalismo in pensione, è autore di “See No Evil: The JFK Assassination and the US Media” [Non vedere il male: l’assassinio di JFK e i media USA].

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




A due anni dal 7 ottobre la Palestina è diventata un cimitero di strategie fallite

Muhammad Shehada

7 ottobre 2025 – +972 Magazine

Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.

«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come atrocità”, assedio”, resistenzae persino genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.

Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.

I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.

Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.

Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.

E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.

Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.

Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.

Mutevole sostegno a Hamas

È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.

Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come avventato” e un disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.

Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.

Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.

Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.

In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. [I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.

Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.

Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.

‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”

Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.

Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa.Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.

Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?

In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».

Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.

Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.

Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.

Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.

Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era

I palestinesi non possono fare nulla”

Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dellassalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.

Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le armi offensive” mantenendo però le armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.

Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.

Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.

L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. Hanno provato di tutto”.

Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.

Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)