Gideon Levy
28 dicembre 2025 Haaretz
Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile
Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.
La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.
Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.
Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.
Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].
L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.
E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono “offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.
Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.
Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.
Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.
Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.
Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche lì c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.
Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.
Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.
“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.
Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


