La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’espansione della ‘Linea Gialla’ da parte di Israele ingloba i distretti di Gaza e sradica le famiglie

Maha Hussaini, Gaza City, Palestina occupata

13 dicembre 2025 – Middle East Eye

Le famiglie palestinesi sono costrette ad andarsene dalle proprie case in silenzio mentre le forze israeliane sono sempre più vicine, nonostante il cessate il fuoco

Quando Ahmed Hamed è tornato a casa sua dopo il cessate il fuoco questa si trovava a circa 1,5 chilometri ad ovest della cosiddetta ‘Linea Gialla’ imposta da Israele.

Due mesi dopo quella distanza si è ridotta a circa 200 metri.

Prima della fine della guerra la nostra casa si trovava in una zona pericolosa ed era difficile per noi ritornarci”, ha detto a Middle East Eye il giornalista palestinese di 31 anni.

Abbiamo aspettato due settimane dopo il cessate il fuoco per essere certi che fosse sicura.”

Alla fine la famiglia è ritornata nella propria casa vicino al quartiere di Shujaiya nella parte orientale di Gaza City.

Quasi immediatamente il fragore della guerra l’ha nuovamente raggiunta.

Fin dal primo giorno in cui siamo tornati abbiamo sentito bombardamenti, demolizioni e spari”, dice Hamed.

Cominciavano al tramonto e proseguivano fino all’alba.”

All’inizio pensavano che le esplosioni fossero lontane, credendo che la Linea Gialla fosse ancora distante.

Ma ora Hamed può vedere i blocchi di cemento gialli piazzati dalle forze israeliane dalla sua finestra – cosa che non era possibile solo alcune settimane fa.

In tutta Gaza la linea provvisoria di demarcazione si è spostata, avvicinandosi ancor di più alle zone densamente popolate e alimentando il timore di nuovi sfollamenti e violenze da parte di Israele.

Fuggire in silenzio’

La Linea Gialla è un confine militare che è stato imposto e contrassegnato unilateralmente dalle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco mediato ad ottobre dagli USA.

Definita zona interdetta, impedisce ai palestinesi di entrare in ampie aree di terra a nord, sud ed est.

Dall’inizio del cessate il fuoco la linea è costantemente avanzata verso ovest, inglobando quartieri e occupando attualmente circa il 53% del territorio.

Ogni nuova progressione viene segnalata con blocchi di cemento gialli piazzati all’interno dei quartieri civili.

Secondo Hamed migliaia di case si trovano all’incirca entro un chilometro quadrato tra la posizione originaria della linea e quella attuale.

Dopo il cessate il fuoco molte famiglie sono tornate in queste case, cercando di riprendere la propria vita.

Le persone hanno installato dei generatori ed anche internet”, spiega.

Poi una notte sono stati svegliati da un’intensa sparatoria ed hanno trovato un blocco di cemento giallo in mezzo alla strada. Hanno raccolto le proprie cose e sono scappati sotto il fuoco in piena notte.”

Alcune famiglie sono rimaste intrappolate nelle loro case per ore a causa dei pesanti bombardamenti prima di poter uscire e scoprire che il confine si era già spostato.

Complessivamente la linea è avanzata di oltre un chilometro durante il cessate il fuoco, provocando silenziose ondate di sfollati che non hanno ricevuto quasi alcuna attenzione dai media.

C’è una potente ondata di abitanti in fuga e nessuno informa di questo”, dice Hamed.

Le famiglie scappano in silenzio. Durante la guerra si parlava della nostra sofferenza e questo leniva un poco il dolore. Adesso nessuno ne parla.

Immaginate l’angoscia: abbiamo ringraziato dio perché le nostre case hanno resistito a due anni di genocidio ed ora la gente le sta perdendo durante il cessate il fuoco.”

La casa della famiglia di Hamed adesso sta proprio di fronte alla Linea Gialla. Dalla sua finestra lui può vedere i carrarmati israeliani e i veicoli militari che pattugliano e sparano verso i quartieri al di là del confine.

La moglie di suo cugino, Samar Abu Waked, trentenne madre di tre figli, è stata uccisa all’ingresso della casa della sua famiglia da un proiettile in testa, evidentemente sparato da un soldato israeliano dalla Linea Gialla, secondo i suoi parenti.

Più di una volta ho dovuto strisciare con mia moglie e i bambini dalla stanza che affaccia sulla strada verso le stanze più interne, a causa delle intense sparatorie”, dice Hamed a MEE.

E’ come un fuoco che brucia in tutto il quartiere e ci aspettiamo che le fiamme ci raggiungano. Nessuno può fermare questa avanzata.”

Dall’inizio della guerra genocidaria ad ottobre 2023 Hamed è stato sfollato molte volte.

Nei primi sfollamenti ho impacchettato solo quel che ci serviva, sapendo che alla fine saremmo tornati”, dice il giovane padre.

Ma adesso, aggiunge, teme che lo sfollamento sarà permanente.

Quartieri ridotti in macerie

Quando le forze israeliane sono avanzate verso ovest hanno usato veicoli carichi di esplosivi per demolire edifici residenziali in un sol colpo a Gaza est, spianando aree e impedendo agli abitanti di tornare.

Domenica il capo dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha definito la Linea Gialla un “nuovo confine”.

In base al piano di cessate il fuoco appoggiato dagli USA la Linea Gialla è una linea di ripiegamento temporaneo per le forze israeliane, mentre ulteriori ripiegamenti verso la frontiera di Gaza sono previsti in successive fasi dell’accordo.

Tuttavia Zamir ha affermato che l’esercito mantiene “il controllo operativo su ampie parti della Striscia di Gaza” e rimarrà sulle posizioni lungo quelle linee difensive.

La Linea Gialla è un nuovo confine, utilizzato come linea difensiva avanzata per le nostre comunità e come linea di attività operative”, ha detto.

Il mese scorso l’abitante di Shujaiya Reem Mortaja è stata sfollata dalla sua casa per l’undicesima volta.

L’aspetto più demoralizzante è che in base all’accordo di cessate il fuoco ci è stato permesso di tornare solo per trovare le nostre case gravemente danneggiate”, ha detto a MEE la ventisettenne.

Eppure eravamo contenti che alcuni muri fossero ancora in piedi. Abbiamo comprato nuove cose e effettuato piccole riparazioni, avendo la sensazione di essere più stabili rispetto ai precedenti sfollamenti.”

Ma quella sensazione di stabilità è durata poco.

Tre settimane fa abbiamo dovuto nuovamente scappare e non abbiamo potuto portare molto con noi”, dice.

Una mattina la sua famiglia al risveglio ha trovato un blocco di cemento giallo piazzato a pochi metri dalla casa. Hanno afferrato quel che potevano e sono scappati.

Pochi giorni dopo che noi e i nostri vicini ce ne siamo andati hanno bombardato le nostre case e ridotto in macerie l’intero quartiere”, dice.

Il mondo pensa che il cessate il fuoco sia in vigore. Ma noi stiamo ancora attraversando fasi di guerra, mentre l’occupazione prosegue senza essere condannata poiché agisce silenziosamente e rapidamente.

Ogni giorno ci sono spostamenti in avanti, attacchi aerei e fuoco d’artiglieria. L’espulsione non si ferma mai, e tutto questo avviene nel silenzio totale.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ci sta cacciando”: il piano per aprire il valico di Rafah a Gaza lascia i palestinesi con più domande che risposte

Nagham Zbeedat

8 dicembre 2025 – Haaretz

I palestinesi di Gaza affermano di sentirsi sotto pressione nel decidere se lasciare le proprie famiglie nella speranza di attraversare il valico verso l’Egitto; alcuni hanno rinunciato del tutto a lasciare la Striscia.

La decisione potrebbe segnare una svolta per gli abitanti della Striscia sotto assedio, dove l’uscita è stata resa praticamente impossibile dall’inizio della guerra. Ha suscitato speranze tra i 16.500 malati e feriti che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno urgente bisogno di lasciare la Striscia per accedere a cure mediche salvavita all’estero, dal momento che il sistema sanitario di Gaza è prossimo al tracollo. La riapertura potrebbe anche dare una fragile spinta all’economia di Gaza, al collasso, offrendo ai commercianti una rara opportunità di movimentare le merci oltre l’enclave.

Ma la riapertura è accompagnata da rigide limitazioni imposte da Israele e da controversie politiche che hanno riacceso i timori che la decisione possa essere parte di un intento più ampio di cacciare definitivamente i palestinesi da Gaza.

Secondo dei funzionari israeliani i palestinesi che vorranno andarsene dovranno ottenere l’autorizzazione della sicurezza sia israeliana che egiziana, sebbene i criteri per tale autorizzazione restino poco chiari.

Israele ha affermato che la riapertura dipenderà dai preparativi logistici della missione dell’Unione Europea che supervisiona il valico dal 2005, nonché dalle riparazioni delle infrastrutture gravemente danneggiate durante la guerra.

Inoltre non è ancora chiaro come verranno gestite le persone prive di documenti o se verranno escluse del tutto, il che aggiunge un ulteriore livello di incertezza, dato il numero di famiglie a Gaza che hanno perso documenti di identità essenziali, tra cui passaporti e carte d’identità nazionali, a causa di ripetuti sfollamenti e bombardamenti.

A seguito dell’annuncio di Israele i ministri degli Esteri di Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato venerdì una dichiarazione congiunta in cui viene espressa una “profonda preoccupazione” per il piano di Israele di aprire il valico di Rafah esclusivamente “in una direzione, con l’obiettivo di trasferire gli abitanti della Striscia di Gaza in… Egitto”.

La dichiarazione congiunta condanna quelli che i ministri hanno descritto come “tentativi di espellere forzatamente il popolo palestinese dalla sua terra” e sottolinea “l’importanza” di attuare il piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede che il valico rimanga aperto in entrambe le direzioni.

Prima della guerra Rafah era l’unica porta di Gaza verso il mondo esterno non controllata da Israele: un passaggio vitale attraverso cui viaggiavano studenti, famiglie riunite e merci.

Dall’inizio della guerra l’Egitto ha inasprito drasticamente le restrizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente nel maggio 2024, quando le forze israeliane hanno preso il controllo del lato di Gaza del valico, costringendo l’Egitto a chiuderlo. Da allora il valico di Rafah è rimasto quasi costantemente chiuso, consentendo solo sporadiche e limitate uscite a scopi medici, l’ultima delle quali a febbraio.

“Molte paure”

Per molti palestinesi a Gaza, intrappolati dalla guerra, dalle espulsioni e dal collasso del sistema sanitario, l’annuncio di Israele è stato interpretato come un’inconsueta opportunità in uno stato di realtà prestabilito. Ma all’interno di Gaza lo stato d’animo è più complesso. Per alcuni l’annuncio non rappresenta un’opportunità ma un dilemma.

Hamada, 29 anni, è originario di Gaza City e vive a Deir al-Balah da settembre. I suoi genitori e fratelli sono rimasti a Gaza City. Se gliene fosse data la possibilità, vorrebbe partire per l’Egitto, ricongiungersi con la sua ragazza in Cisgiordania, sposarsi e costruirsi una nuova vita lì.

Ma anche quel sogno sembra difficile da realizzare.

“Quando ho sentito la notizia per la prima volta, mi sono sentito solo confuso”, dice. “Da un lato, lascerò la mia famiglia e mi adeguerò ai piani dell’occupazione israeliana. Dall’altro, siamo privati ​​dei mezzi di sussistenza di base, sia a livello personale che collettivo. Non riesco a svolgere il mio lavoro come si deve. Lavoro online e non ho una connessione internet stabile. Per ottenere un lavoro dovrei spendere più di quanto riesco a guadagnare.”

Il suo desiderio di andarsene non nasce dal bisogno di comodità, ma dalla stanchezza.

“Per uno come me, che vuole fare una vita normale, vivere in questo posto è estenuante, fisicamente, emotivamente, finanziariamente e mentalmente”, dice. “Se non fosse stato per la mia famiglia me ne sarei andato prima.”

La sua visione dell’Egitto non è idealistica. È vulnerabile e incerta. “Se dovessimo arrivare in Egitto, vorrei stabilirmi, creare una famiglia e vivere in pace”, dice. “Ma in realtà so che sarà dura. Se la pensassi diversamente, mi illuderei. Chiunque viva nella diaspora ha vita dura, persino in Egitto, il posto più vicino a Gaza.”

Ciò che lo frena non è la mancanza di voglia di vivere, ma la paura di perdere tutto il resto. “Ci sono molte incognite e paure”, dice. “Lasciare la famiglia, la possibilità di tornare, l’adattamento dentro e fuori Gaza. Se me ne andassi e mi sposassi in Egitto rimarrei solo? La mia famiglia non può lasciare la Striscia. Cosa faremmo? Ci sono molte paure che ci paralizzano.”

C’è anche il costo. “Se il confine si apre e i prezzi salgono alle stelle, non potrò andarmene”, dice. “Non posso permettermelo.”

Hamada osserva sulla rete ciò che scrivono le persone che vogliono andarsene. Insiste sul fatto che queste parole non significano che la gente voglia abbandonare Gaza. “Tutti noi amiamo Gaza”, dice. “Anche quando è in rovina e non mostra segni di vita la amiamo. Questa non è poesia o idealizzazione delle nostre vite. Vivere tutta questa distruzione e morte ci ha legato a questo posto”.

Ciò che la gente sogna qui, dice, è ridotto alle forme più elementari di dignità.

A Gaza i nostri desideri e i nostri sogni si limitano all’amore per una ciotola di zuppa di lenticchie calda, all’odio per un piatto vuoto, al sogno di un luogo dove i bombardamenti aerei non possano arrivare.”

“C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”

Sami, 26 anni, è originario di Jabaliya e vive a Deir al-Balah dal 14 ottobre 2023. Lavora come podcaster e creatore di contenuti visivi ed inoltre è impiegato presso Save the Children. Solo due giorni prima dell’inizio della guerra lui e il suo team hanno aperto il loro studio di podcasting: il culmine di anni di lavoro.

“Un mese dopo lo studio è stato bombardato e raso al suolo”, racconta.

Lo spazio fisico non c’è più, ma il lavoro continua. Il team continua a produrre episodi che parlano della vita giovanile, sociale e culturale a Gaza, anche se le attrezzature e le infrastrutture sono scomparse.

A differenza di altri che vedono nell’andarsene l’unica via d’uscita Sami crede ancora nel proposito di restare, almeno in teoria.

“Ho sempre pensato che quando e se la guerra fosse finita non avrei lasciato Gaza immediatamente”, dice. “Credo che le darò la possibilità di respirare, ricostruirsi e riabilitarsi. Penso che sia meglio fare le cose con calma..”

Ma il suo proposito di restare si scontra con un sentimento di responsabilità e paura. “Sono l’uomo di casa”, dice. “I miei vecchi genitori, i miei sette fratelli: come farò ad andarmene con tutti loro? Come farò ad andarmene senza di loro?”

Per lui la possibilità di andarsene non dipende tanto dall’opportunità quanto dalla sicurezza.

“Se avessi la garanzia che il cessate il fuoco e la fine della guerra fossero una cosa certa e duratura, allora potrei prendere in considerazione l’idea di andarmene”, dice. “Almeno non mi preoccuperei così tanto per la mia famiglia. Li sentirei più al sicuro.”

Ma non ci sono garanzie. “La guerra potrebbe tornare. L’esercito potrebbe non ritirarsi mai. C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”, dice.

Afferma che se potesse lavorare all’estero e portare con sé la sua famiglia lo prenderebbe in considerazione. Senza questa possibilità l’idea di partire gli sembra lacerante.

Descrive la vita quotidiana a Gaza come una sorta di crudele illusione di normalità. “Le nostre grida e le nostre richieste sono ben lontane da ciò che stiamo ricevendo”, dice. “Un’enorme quantità di prodotti è arrivata sui nostri mercati, ma senza alcun valore reale. Hanno inondato i nostri mercati di iPhone, barrette di cioccolato e cose assurde. È come costruire una piscina per un senzatetto.”

Non c’è alcun giudizio nelle sue parole verso coloro che se ne vanno o spendono soldi in beni di lusso. “Non posso biasimare chi compra iPhone o se ne va”, dice. “Tutti noi non sappiamo cosa fare. Non c’è cibo vero da comprare – niente pollo e carne – o è molto raro trovarlo.”

Secondo lui l’apertura di Rafah potrebbe essere legata sia a motivi di immagine sia a questioni strategiche. “L’apertura del valico di Rafah è un modo per migliorare la narrazione e l’immagine [israeliana] nei media internazionali – guardate, gli stiamo fornendo iPhone, cioccolata e permettiamo loro di andarsene– oppure per spingerci in un angolo, senza alcuna speranza, e costringerci ad andarcene volontariamente.”

La sua percezione delle pressioni subite è radicata nella realtà quotidiana. Abbiamo bisogno di cibo, vestiti, riparo. Queste sono le nostre richieste. Ma non abbiamo nemmeno il minimo indispensabile, la sicurezza. Molti dettagli dimostrano come Israele ci stia spingendo fuori dalla Striscia. Ci sta rendendo stranieri e rifugiati nella nostra patria”.

Vede la contraddizione svolgersi in tempo reale. “Molti palestinesi che hanno lasciato Gaza e ora si trovano in Egitto aspettano che il confine venga aperto per poter tornare”, dice. “E molti dall’altra parte aspettano di fare il contrario.”

Per lui i giudizi provenienti dall’esterno sono irrilevanti. A chi ci critica, sia che decidiamo di restare o di andarcene, dico che non sono affari loro”, afferma. Nessuno condivide le nostre ferite, quindi non possono sapere come possiamo guarire”.

Rinunciare ad andarsene

Per Khaled Abu Sultan, 33 anni, che una volta ha cercato di trasformare l’idea della fuga in un impegno collettivo, l’annuncio sul confine non ha praticamente più alcun significato. All’inizio di quest’anno ha lanciato un’iniziativa popolare per aiutare gli abitanti di Gaza a condividere informazioni sulle possibili vie di uscita dalla Striscia.

All’epoca ha descritto l’iniziativa non come un piano per abbandonare Gaza, ma come una lotta per la sopravvivenza. Ha affittato una piccola casa a Gaza City dopo mesi di sfollamento nel sud. Descrive la parte meridionale di Gaza come “insopportabile”, ma afferma che, anche ora, nulla nella Striscia sembra vivibile. La differenza, dice, è l’isolamento.

A Gaza City ho trovato una dimensione di solitudine”, dice. Mi sono isolato. Non desidero parlare con nessuno. Non desidero interagire con ciò che accade intorno a me. Onestamente, non mi sono nemmeno preoccupato di prendere in esame la decisione di lasciare la Striscia. Mi concentro sulla mia casa, sul lavoro e su me stesso, e basta”.

A differenza dei mesi precedenti, quando seguiva ossessivamente ogni voce sull’apertura di un valico, non crede più che ciò possa avvenire con effetti concreti. A suo avviso la disputa tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato il valico in una performance politica.

“Non credo che il confine verrà aperto”, afferma. “Netanyahu vuole qualcosa e al-Sisi dice di no. Per loro è un gioco fatto di provocazioni. E anche se il confine verrà aperto lasceranno passare solo pazienti e feriti, e la situazione sarà monitorata attentamente.”

Quella che sembra un’analisi politica si trasforma rapidamente in qualcosa di più personale.

“Sono una delle tante persone che hanno perso la speranza”, afferma. “Non voglio più viaggiare e andarmene. Tutti intorno a me erano sotto shock. Mi sono arreso alla realtà e sono stato costretto a stabilirmi a Gaza City perché questo dilemma ci prosciugava.”

Questo cambiamento è sorprendente, considerando quanta energia un tempo dedicava al tentativo di aiutare le persone a trovare una via d’uscita.

Quando gli viene chiesto come sia passato dallo sforzo di aiutare gli altri a rinunciare egli stesso alla partenza, la sua risposta è semplice: Ho perso la speranza. Sono arrivato al punto di non sopportarmi più, quindi ho rinunciato”.

“Ora provo indifferenza per tutto ciò che accade”, continua. “Non guardo nemmeno più il telegiornale. La vita non ha senso né scopo. Tutta la nostra esistenza è arbitraria. Questa decisione è nata dalla disperazione, perché mi ha consumato. Ha consumato i miei pensieri. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo. Ecco perché ho deciso di togliermelo dalla testa, dal mio orizzonte

Il suo ritiro non è concepito come pace, ma come autoconservazione. Per lui, la speranza è diventata una forma di tormento.

In questo limbo l’idea stessa di andarsene è diventata fonte di esaurimento. Eppure Khaled non rifiuta del tutto la speranza. Semplicemente ora la tratta in modo diverso.

Nel momento in cui ci si lascia andare appare la rivelazione”, dice, facendo una pausa prima di aggiungere una contraddizione che sembra più umana che politica.

“La speranza c’è finché respiriamo”, dice. “Se smettiamo di sognare moriremo.”

Al centro della tensione c’è una questione politica più ampia: se la riapertura sia stata pensata principalmente per alleviare la pressione umanitaria o per creare delle condizioni che rendano più semplice partire che sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele prepara il più grande atto di “pulizia archeologica” mai realizzato in Cisgiordania

Alon Arad 

11 dicembre 2025 +972 Magazine

Gli archeologi israeliani non si oppongono alle mosse dello Stato che espropria parti di Sebastia, subordinando la verità scientifica all’espansione coloniale

Mentre gli abitanti di Sebastia, un villaggio palestinese a nord di Nablus nella Cisgiordania occupata, si riunivano in assemblea d’emergenza per discutere di un nuovo piano israeliano per impadronirsi di parti significative del loro villaggio con il pretesto di “sviluppare” il suo sito archeologico, gli archeologi israeliani si riunivano a Boston per la CXXV conferenza annuale dell’American Society of Overseas Research (ASOR).

Precedentemente nota come American School of Oriental Research, nel 2021 l’ASOR ha sostituito il significato della lettera “O” nel suo nome evidentemente per segnalare un allontanamento dall’eredità coloniale dell’archeologia verso una ricerca basata su una collaborazione paritaria con le popolazioni locali. Per gli archeologi israeliani tuttavia questo cambiamento appare sostanzialmente di facciata: mentre partecipavano alla prestigiosa conferenza – per loro la migliore scena per coltivare legami con la comunità accademica globale – il loro governo era impegnato a usare l’archeologia come strumento per mantenere il controllo coloniale sui palestinesi.

Il 19 novembre l’Amministrazione Civile israeliana ha annunciato l’intenzione di espropriare 550 appezzamenti privati ​​di Sebastia, circa 1.800 dunam (450 acri) di terreno, da secoli fondamentali per il sostentamento, il patrimonio culturale e l’identità del villaggio. Gli abitanti affermano che il progetto devasterà l’agricoltura locale, anche distruggendo circa 3.000 ulivi alcuni dei quali secolari.

Sebastia è innegabilmente un sito archeologico stratificato e di straordinario valore. Anticamente, nell’età del ferro, città di Samaria, capitale del Regno di Israele, contiene i resti del palazzo di re Acab, portati alla luce negli anni ’30. Nel I secolo a.C. re Erode del Regno di Giudea ricostruì la città, risparmiando un tempio vicino alle rovine più antiche in onore del suo amico l’imperatore romano Augusto. Nella zona sono stati rinvenuti anche un teatro romano ben conservato, una chiesa bizantina e altri reperti archeologici.

Ma l’importanza archeologica di Sebastia non fa che acuire la contraddizione politica in questione: sebbene il sito meriti uno studio attento, il divario tra i presunti impegni etici degli archeologi israeliani e la violenza statale perpetrata a nome dell’archeologia per giustificare i passi verso l’annessione della Cisgiordania non è mai stato così evidente.

L’occupazione di Sebastia da parte di Israele – la sua più grande espropriazione di terreni per appropriarsi di resti antichi – è iniziata nel maggio 2023, quando il governo ha stanziato 32 milioni di shekel [circa 8 milioni e mezzo di euro] per il “restauro e lo sviluppo” del sito. La campagna si è intensificata nel luglio 2024 quando l’esercito ha conquistato la cima di Tel Sebastia (il punto più alto del villaggio, sede dei suoi resti archeologici più significativi) adducendo vaghe “preoccupazioni per la sicurezza”. Poco dopo, il governo ha segnalato l’intenzione di occupare un’area ancora più ampia del villaggio.

Gli abitanti palestinesi – insieme a Emek Shaveh, l’organizzazione che dirigo [ONG israeliana che lavora per prevenire la politicizzazione dell’archeologia nel contesto israelo-palestinese, ndt.] – hanno presentato un’obiezione formale all’Amministrazione Civile, sostenendo che il diritto internazionale proibisce l’uso di beni culturali per scopi militari. L’obiezione è stata infine respinta.

Il Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha celebrato l’espropriazione online. “Non consegneremo più la nostra eredità agli assassini”, ha scritto su X il mese scorso. Eliyahu, grande sostenitore dell’annessione della Cisgiordania e del reinsediamento ebraico a Gaza, ha aggiunto: “Questa è la nostra patria storica; non lasceremo mai questo posto”.

Sebbene l’area attualmente interessata dagli scavi rientri tecnicamente nell’Area C (sotto il pieno controllo israeliano) e la maggior parte del villaggio edificato di Sebastia rientri nell’Area B (sotto l’amministrazione civile palestinese e il controllo di sicurezza israeliano), in pratica le due zone formano un unico paesaggio continuo. Le antichità del villaggio sono storicamente e culturalmente inseparabili da quelle situate nell’Area C.

Il nuovo piano di espropriazione minaccia di interrompere completamente questo nesso. Il progetto prevede di deviare i visitatori israeliani lungo una strada che i coloni intendono costruire per aggirare completamente il villaggio palestinese, e include la costruzione di un centro visitatori, la recinzione della zona archeologica e l’introduzione di un biglietto d’ingresso. Se attuate, queste misure separerebbero di fatto gli abitanti di Sebastia dalla loro terra e dal loro patrimonio.

L’archeologia al servizio dell’annessione

L’uso dell’archeologia da parte di Israele per facilitare l’appropriazione di terre palestinesi – una pratica che può essere adeguatamente descritta come “pulizia archeologica” – è di gran lunga precedente a Sebastia. Per decenni lo Stato ha implementato questa strategia sia all’interno dei confini del 1948 che in tutta la Cisgiordania: nel parco della Città di David a Gerusalemme Est, nel villaggio di Susya sulle colline a sud di Hebron, nel parco nazionale di Nabi Samwil, a Shiloh e in numerosi altri siti.

Ampie fasce della comunità archeologica israeliana hanno abbandonato i principi professionali fondamentali e gli standard etici intesi a sostenere il diritto internazionale e a proteggere il patrimonio culturale. Molti hanno collaborato apertamente con i leader delle colonie e le autorità israeliane preposte all’applicazione della legge, fornendo sia copertura ideologica che infrastrutture fisiche per l’espansione degli insediamenti. Ancora l’anno scorso diversi archeologi locali hanno partecipato a una conferenza a Gerusalemme ospitata dal Ministro del Patrimonio Eliyahu, e alcuni hanno persino accettato sistemazioni alberghiere finanziate dal governo.

La comunità archeologica israeliana si è costantemente rifiutata di impegnarsi in una necessaria riflessione interna sulle implicazioni etiche del proprio lavoro. Per anni i suoi studiosi hanno ignorato i dibattiti fondamentali su dove gli scavi possano essere legittimamente condotti e a quali condizioni, nonostante ripetuti avvertimenti, relazioni politiche e risoluzioni di importanti organismi internazionali – tra cui l’UNESCO, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia – che esortano Israele a interrompere l’attività archeologica nei territori occupati.

In questo contesto l’archeologia a Gerusalemme Est e in Cisgiordania ha da tempo perso il suo oggettivo valore scientifico. L’impegno della disciplina nello studio del passato per approfondire la comprensione umana è stato subordinato a un progetto politico di supremazia ebraica, in cui l’archeologia viene usata come strumento di controllo territoriale. Invece di difendere l’integrità del loro campo molti archeologi israeliani sono diventati di fatto un’estensione dell’apparato politico dello Stato.

Alla luce di queste pratiche e in vista della conferenza ASOR alcuni partecipanti internazionali hanno sollecitato limitazioni al coinvolgimento degli archeologi israeliani. Dibattiti simili sono emersi in Europa, anche all’interno dell’Associazione Europea degli Archeologi (EAA), dove alcuni membri hanno proposto di consentire agli studiosi israeliani di partecipare solo a condizione che abbandonassero le loro affiliazioni istituzionali.

Piuttosto che affrontare queste critiche sostanziali, molti archeologi israeliani si limitano a invocare l’antisemitismo e a presentarsi come eterne vittime. Questo atteggiamento esclude qualsiasi significativa discussione sulle questioni etiche fondamentali: l’ammissibilità di scavi in territori occupati contro la volontà delle comunità locali e in violazione al diritto internazionale; la collaborazione con le organizzazioni delle colonie e le condizioni in cui potrebbe ancora essere possibile una ricerca etica in Israele.

La dissonanza degli archeologi israeliani che presentano il loro lavoro a Boston e partecipano all’espropriazione di Sebastia illustra perché i colleghi internazionali siano sempre più restii a collaborare con loro. Ignorando le norme internazionali e allineandosi con coloro che sfruttano l’archeologia come arma per evacuare e spossessare minano la loro stessa credibilità scientifica.

La Cisgiordania ospita oltre 6.000 siti archeologici noti. In qualsiasi altro luogo tale ricchezza sarebbe considerata un tesoro culturale. Ma per i palestinesi è diventata una maledizione: ogni sito – la maggior parte dei quali non ha alcun legame con la storia ebraica nella regione – è trattato come un potenziale strumento per affermare il predominio territoriale. Siti che custodiscono secoli di storia palestinese vengono distrutti attraverso la negligenza sistematica o l’appropriazione, per poi essere sfruttati in un progetto ideologico che minaccia la futura esistenza palestinese.

L’archeologia è diventata un ulteriore meccanismo di oppressione accanto alla violenza dei coloni e dei militari, alle restrizioni di movimento e alle espropriazioni quotidiane. E mentre le comunità palestinesi resistono con i pochi mezzi a loro disposizione, gli archeologi israeliani continuano a legittimare e promuovere quelle violenze.

Se gli archeologi israeliani desiderano mantenere la loro legittimità accademica – e, cosa ancora più importante, cessare di partecipare a un progetto immorale di dominio coloniale – devono ascoltare gli avvertimenti dei loro colleghi internazionali e respingere il cinico sfruttamento della loro professione da parte dello Stato.

Alon Arad è archeologo e direttore esecutivo di Emek Shaveh, una ONG israeliana che si impegna a difendere i diritti del patrimonio culturale e a proteggere i siti antichi come beni pubblici che appartengono a membri di tutte le comunità, fedi e popoli.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La guerra di Gaza è cessata, ma non per gli artisti e gli accademici del mondo

David Rosenberg

11 dicembre 2025 – Haaretz

Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo

Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.

Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.

Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”

Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.

Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.

Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.

Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.

In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.

Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Strappare radici, rubare semi e progettare fughe

Oroub El-Abed

9 dicembre 2025 Middle East Monitor

Il recente raid delle forze israeliane contro l’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo (UAWC) a Ramallah – durante il quale le giovani dipendenti sono state bendate, legate e filmate e la banca dei semi e i documenti dell’organizzazione sono stati confiscati – non dovrebbe essere trattato come un episodio marginale di intimidazione. Esibisce la profonda architettura della cacciata della popolazione indigena operata oggi in Palestina. Un progetto di colonialismo di insediamento non si basa esclusivamente su spettacolari atti di espulsione o drammatici momenti di trasferimento forzato; dipende anche dalla lenta e metodica erosione delle condizioni che consentono a un popolo di rimanere. Il furto di semi è quindi un attacco alle basi materiali ed ecologiche del radicamento palestinese.

In Palestina i semi incarnano la conoscenza accumulata in agricoltura, messa a punto nel corso dei secoli dagli antenati per un suolo e un clima particolari. Preservano la biodiversità, i mezzi di sussistenza e la memoria. Prendendo di mira la banca dei semi le autorità israeliane hanno confiscato le proprietà e attaccato le infrastrutture attraverso cui i palestinesi riproducono la vita, l’autonomia e il senso di appartenenza. Il raid si inserisce in quella che Patrick Wolfe ha descritto come la “logica dell’eliminazione” radicata nel colonialismo di insediamento, in cui l’espulsione di una popolazione nativa viene perseguita attraverso una serie di interventi che rendono la presenza indigena sempre più insostenibile.

L’espulsione che i palestinesi affrontano oggi non si limita quindi alle espulsioni dirette, sebbene queste rimangano consistenti. È prodotta anche dallo smantellamento dei capitali di sostentamento, che sia capitale economico, sociale, finanziario ed ecologico, che supportano la vita quotidiana. Quando i sindacati agricoli vengono saccheggiati, quando i semi vengono rubati, quando gli uliveti vengono bruciati o sradicati dai coloni, quando i pascoli vengono invasi il risultato è l’accumulo di fattori di inabitabilità. Queste pratiche svuotano la capacità dei palestinesi di rimanere, consentendo al contempo a Israele di inquadrare qualsiasi eventuale partenza come un atto di scelta individuale piuttosto che come il risultato di una coercizione.

L’attacco all’agricoltura non è casuale. L’agricoltura è da tempo un pilastro della determinazione palestinese (sumud) che àncora le persone alla terra e sostiene le comunità attraverso le generazioni. È anche uno dei pochi settori non completamente dipendenti dall’economia israeliana. Per questo motivo diventa un luogo in cui sovranità, dignità e resistenza si intersecano. Il furto della banca dei semi colpisce quindi un ambito che coniuga sopravvivenza economica e continuità culturale. Quando un’istituzione del genere viene saccheggiata il danno si estende oltre l’immediata interruzione delle attività; recide i fili del legame storico e mina la capacità di rigenerare la vita comunitaria.

Questa strategia è coerente con la più ampia economia politica di espulsione che viene esercitata in tutta la Palestina. A Gaza le condizioni di carestia e le deliberate restrizioni su cibo, acqua e materiali per la ricostruzione hanno trasformato la sopravvivenza stessa in una negoziazione quotidiana con la morte. In Cisgiordania lo strangolamento economico attraverso chiusure, espropri di terre, violenza dei coloni, frammentazione della contiguità territoriale e imprevedibilità negli spostamenti impedisce alle persone di assicurarsi mezzi di sussistenza stabili. In entrambe le aree geografiche la pressione è progettata per vessare e rendere la scelta di rimanere sempre più impraticabile.

L’attacco all’Unione del Lavoro Agricolo si inserisce in un più ampio schema di criminalizzazione della società civile palestinese. Organizzazioni comunitarie, sindacati, cooperative femminili, gruppi per i diritti umani e reti agricole hanno dovuto affrontare chiusure, incursioni, tagli ai finanziamenti e ripetuti tentativi di delegittimare il loro lavoro. Queste istituzioni costituiscono la spina dorsale della vita collettiva palestinese; facilitano l’apprendimento, la produzione, il sostegno e la coesione sociale. La loro erosione è quindi un meccanismo cruciale nella riconfigurazione della soggettività palestinese, da attori politici che resistono all’ingiustizia a individui atomizzati che cercano di sopravvivere. Quando le istituzioni crollano, l’espulsione diventa un movimento fisico che alla fine smantella gli orizzonti sociali.

La violenza si estende oltre gli uffici e le banche dei semi. Gli agricoltori di tutta la Cisgiordania si svegliano regolarmente con campi bruciati, pozzi avvelenati o centinaia di ulivi, alcuni secolari, abbattuti durante la notte. Questi attacchi dei coloni sionisti vengono presentati nel discorso pubblico come estremismo isolato o scontri a livello locale, eppure sono profondamente intrecciati con le strutture statali che consentono, proteggono e persino scortano i colpevoli. Bruciare un uliveto non è altro che la distruzione del reddito, del patrimonio e del senso di stabilità di una famiglia. È il messaggio che la terra non può fornire sicurezza o sostentamento. In questo modo la distruzione ecologica diventa uno strumento di governo, un modo per “gestire” le popolazioni rendendo vana la loro presenza continuativa.

Quando alla fine i palestinesi raggiungono il punto di rottura – quando la fame, la disoccupazione, la paura quotidiana o il crollo dei sistemi di supporto della comunità li spingono a tentare di migrare – la narrazione viene rapidamente riformulata come prova del loro desiderio di andarsene in “migrazione volontaria”!! Il recente caso dei 150 palestinesi sbarcati in Sudafrica senza documenti è stato ampiamente descritto come un disperato tentativo di una vita migliore, come se tali decisioni fossero state prese nel vuoto. In realtà, ciò che appare come migrazione volontaria è il prodotto di condizioni insopportabili. La coercizione in questo contesto non è sempre un militare alla porta; è la soffocante rimozione di ogni possibilità di vivere con dignità.

La macchina delle espulsioni funziona quindi attraverso una duplice strategia: intensificare l’invivibilità e al contempo ribattezzare i risultati che produce come scelte personali. Questo inganno lessicale è fondamentale per assolvere lo Stato israeliano dalle sue responsabilità e garantire la compiacenza internazionale. Se i palestinesi vengono fatti apparire come migranti piuttosto che rifugiati, la violenza di fondo che li spinge ad andarsene viene oscurata. Il raid contro il sindacato agricolo si inserisce quindi in una più ampia lotta sul significato delle parole, su chi può narrare il movimento palestinese e quale interpretazione abbia maggior peso politico.

Il mondo deve comprendere le implicazioni di questi atti. Quando i semi vengono rubati, quando gli archivi scompaiono, quando gli agricoltori vengono cacciati dai campi, quando la continuità ecologica viene interrotta l’espulsione è già in corso. I metodi differiscono per portata: bombardamenti, fame, asfissia burocratica, terrore dei coloni, erosione istituzionale, ma l’obiettivo rimane lo stesso: trasformare un popolo radicato in una popolazione da disperdere.

È essenziale riconoscere il furto della banca dei semi come parte di questo progetto sistematico. Rivela quanto profondamente penetri l’attacco, non solo prendendo di mira corpi e case, ma smantellando le condizioni stesse che rendono possibile la vita collettiva. E sottolinea che la resilienza palestinese è inseparabile dalla conservazione del suo patrimonio ecologico e agricolo. Senza semi, boschi o le istituzioni che li proteggono, la capacità di rimanere è messa a repentaglio.

Se la comunità internazionale continua a leggere questi eventi come episodi isolati di conflitto piuttosto che come parti di una struttura coordinata, perpetuerà l’illusione che i palestinesi se ne vadano per scelta. Uno sfollamento progettato attraverso la privazione non è volontario. Il raid di Ramallah è un agghiacciante promemoria che la lotta per la Palestina è anche una lotta per il diritto a rimanere, a coltivare e a radicare il proprio futuro nella propria terra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Questo è il “crimine” che ha fatto sì che la signora Rachel venisse nominata “Antisemita dell’anno”

Libby Lenkinski

8 dicembre 2025 – Haaretz

StopAntisemitism, un’organizzazione che pretende di rappresentare gli ebrei, ha inserito nella lista nera l’amata educatrice Rachel perché considera i palestinesi come esseri umani. La sua assurda nomina, in un momento di crescente antisemitismo, riflette la demonizzazione della compassione stessa.

Recentemente StopAntisemitism, un gruppo di pressione che monitora le dichiarazioni di personaggi pubblici per presunto antisemitismo, ha inserito la signora Rachel nella sua lista dei primi dieci finalisti per il premio “Antisemita dell’anno”. Quando il gruppo ha annunciato i suoi tre finalisti, lei non è stata selezionata.

Questo è il contesto in cui una delle educatrici di bambini più amate al mondo viene pubblicamente processata. La signora Rachel. L’insegnante di scuola materna di Internet, la donna che insegna ai bambini piccoli a parlare, cantare e a calmarsi attraversando le loro prime paure. Il suo presunto crimine? Aver offerto assistenza ai bambini e alle famiglie di Gaza con la stessa tenerezza che offre a ogni bambino, ovunque.

Puntano il dito a cose come questa: ha accolto bambini palestinesi amputati nel suo programma affinché i bambini negli Stati Uniti possano vederli non come astrazioni, ma come coetanei – bambini come loro che imparano a parlare, a sorridere, a vivere di nuovo. Si è presentata a un ricevimento della rivista Glamour indossando uno scialle ricamato con disegni realizzati per lei da bambini di Gaza: case, cieli, fiori, parole di desiderio cucite su stoffa da piccole mani. Non propaganda ma connessione umana.

Prima di trasferirmi in Israele ero un’insegnante d’asilo. Conoscevo i bambini nei modi più naturali e normali: il modo in cui raccontavano storie, il modo in cui nutrivano paure, il modo in cui inventavano mondi interi con sabbia e tovaglioli di carta. Quando sento statistiche su bambini morti o feriti, qualsiasi bambino, cerco di rievocare la pienezza dei bambini che conoscevo: la loro immaginazione, le loro particolarità, i piccoli universi che portavano dentro di sé. L’amore per i bambini è amore per i bambini. Perché si dovrebbe chiedere alla signora Rachel di mettere da parte questi sentimenti?

Se questo sembra surreale, è perché lo è. Ma fa anche parte di qualcosa di molto più calcolato, guidato dal governo israeliano di estrema destra e da alcuni esponenti dell’establishment istituzionale ebraico americano: trasformare qualsiasi critica alla politica israeliana in odio per gli ebrei.

Quando le obiezioni all’occupazione, alle espulsioni forzate o alle uccisioni di massa possono essere etichettate come antisemite, la responsabilità svanisce. Intere popolazioni scompaiono dietro un ricatto morale.

Le istituzioni ebraiche americane non hanno inventato questa strategia, ma molte l’hanno adottata con entusiasmo. Barattando la rettitudine etica per accedere alle istituzioni, hanno varcato una linea che non dovrebbe mai essere superata: la sicurezza ebraica non deve avvenire a scapito dell’umanità palestinese. Ma ormai siamo arrivati ​​a questo punto.

Un gruppo che pretende di rappresentare gli ebrei e di essere preso sul serio può inserire un educatore infantile in una lista nera estremista per essersi rifiutato di distogliere lo sguardo dai bambini palestinesi. Non si tratta di proteggere gli ebrei. Si tratta di salvaguardare il potere.

Il pericolo più profondo qui non è la confusione di significati, ma l’inversione dei valori morali. Ci viene detto che invocare pietà è tradimento, che il dolore è estremismo, che nominare la sofferenza è odio. Mentre Gaza è in rovina, il fragile cessate il fuoco rischia di crollare e i bambini continuano a essere uccisi dalle IDF [forze armate israeliane, n.d.t.] persino la compassione viene messa sotto accusa.

Definire questo “difesa nazionale” non lo rende morale. Definire il dissenso “odio” non lo rende antisemitismo. Definire la coscienza “radicalismo” non la rende pericolosa. Definire il silenzio “sicurezza” non lo rende una protezione.

Esistono definizioni di antisemitismo che non richiedono la cancellazione dei palestinesi. Nexus, la Dichiarazione di Gerusalemme e altri distinguono la critica a uno Stato dall’odio per un popolo, pur difendendo con vigore e onestà la sicurezza ebraica. Questi quadri teorici comprendono una cosa semplice: la sopravvivenza ebraica non è mai stata garantita rendendo qualcun altro sacrificabile. È sempre stata garantita attraverso la solidarietà.

[E’evidente la contrapposizione con la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) su cui si basano esplicitamente diversi disegni di legge presentati al Parlamento italiano, n.d.t.]

Eppure, mentre si verifica questa distorsione, l’antisemitismo stesso sta effettivamente aumentando. Il nazionalismo bianco sta risorgendo. Il sionismo cristiano, radicato nella teologia apocalittica e nell’amore strumentale per gli ebrei, è stato accolto nelle strutture di potere americane sotto la bandiera del “sostegno a Israele”. Questi non sono alleati. Sono bombe ad orologeria.

E dovremmo dirlo chiaramente: l’antisemitismo si manifesta anche all’interno di movimenti che rivendicano il linguaggio della giustizia quando la rabbia contro Israele si unisce a vecchie teorie del complotto sul potere e il controllo ebraico.

Qualsiasi istituzione ebraica che si allinei a una qualsiasi di queste forze non sta scegliendo la sicurezza. Sta scegliendo il pericolo.

Ecco perché ciò che sta accadendo alla signora Rachel è importante. Non perché sia ​​assurdo, anche se lo è, ma perché dimostra quanto questa logica sia arrivata lontano. Se i bambini palestinesi devono sparire affinché gli ebrei si sentano al sicuro, allora ciò che viene protetto non è la vita ebraica.

La sicurezza ebraica non si costruisce mettendo a tacere gli altri. Si costruisce rifiutandoci di diventare ciò che un tempo ha cercato di cancellarci.

E se preoccuparsi dei bambini amputati, delle famiglie affamate e dei bambini orfani è ormai considerato antisemitismo… Nominate anche me.

Libby Lenkinski è la fondatrice di Albi, un’organizzazione che promuove la cultura del cambiamento

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Secondo un rapporto nel 2025 Israele è stato responsabile del 43% delle morti di giornalisti in tutto il mondo

Redazione di MEMO

9 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che secondo un rapporto pubblicato martedì l’esercito israeliano è stato ritenuto responsabile per circa la metà delle morti dei giornalisti in tutto il mondo nel 2025.

Secondo Reporter Senza Frontiere, una organizzazione non governativa con sede a Parigi che difende i diritti dei giornalisti, il 2025 ha visto una impennata del numero di giornalisti uccisi nel mondo.

Il rapporto mostra che nel corso di un anno 67 professionisti dei media sono stati uccisi e almeno 53 di questi sono stati vittime di “pratiche criminali di gruppi militari e del crimine organizzato.”

Nel rapporto si afferma che “circa la metà (43%) dei giornalisti assassinati negli ultimi 12 mesi è stata uccisa a Gaza dalle forze armate israeliane.”

Inoltre da ottobre 2023 sono stati uccisi dall’esercito israeliano circa 220 giornalisti, 65 dei quali sono stati colpiti per la loro professione o mentre lavoravano.

Secondo i dati dell’ufficio dei media del governo di Gaza almeno 257 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dall’inizio della guerra genocida.

Nel rapporto si afferma che Israele è al secondo posto [al mondo] per numero di detenzioni di giornalisti stranieri, in quanto nel 2025 sono stati imprigionati 20 giornalisti palestinesi in aggiunta ai 16 arrestati a Gaza e nella Cisgiordania occupata negli ultimi due anni.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza più di 70.000 persone, per la maggior parte donne e minori, e ne ha ferite oltre 171.000.

Secondo il rapporto il Messico è la “seconda Nazione più pericolosa al mondo per i giornalisti con nove uccisi e la Cina è il Paese che costituisce la più grande prigione al mondo per i giornalisti, in quanto tiene in arresto 121 reporter.

I giornalisti affrontano rischi maggiori nelle loro Nazioni, ha affermato l’organizzazione, dato che tutti i professionisti uccisi eccetto due sono stati uccisi mentre svolgevano i loro compiti nei propri Paesi d’origine.

In Sudan i giornalisti affrontano gravi abusi in quanto il conflitto continua a infuriare,” si dice nel rapporto, osservando che nel 2025 le Forze Paramilitari di Supporto Rapido hanno ucciso quattro giornalisti, inclusi due che erano stati sequestrati dal gruppo di ribelli.

Secondo il rapporto un totale di 37 giornalisti su 135 scomparsi durante il regime del deposto presidente Bashar al-Assad sono al momento dispersi in Siria dopo essere stati imprigionati dalle autorità del regime o presi in ostaggio dall’ISIS (Daesh).

Assad, leader della Siria per circa 25 anni, si è rifugiato in Russia l’8 dicembre 2024, ponendo fine al regime del partito Baath, rimasto al potere dal 1963.

Al-Sharaa, che ha guidato le forze antiregime che hanno cacciato Assad, lo scorso gennaio è stato dichiarato presidente per un periodo transitorio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Durante la tregua mancano le forniture essenziali: il sistema sanitario di Gaza distrutto da Israele

Redazione di Al Jazeera

7 dicembre 2025- Al Jazeera

Israele non permette l’ingresso nella Gaza assediata di antibiotici, soluzioni per le flebo o materiale chirurgico, nonostante il cessate il fuoco in vigore da due mesi.

Dopo essere stati decimati dai continui bombardamenti e la totale mancanza di ausili medici durante la guerra genocidaria di Israele, il sistema sanitario di Gaza è sull’orlo del collasso nonostante quasi due mesi di cessate il fuoco.

I medici nell’enclave devastata dalla guerra e assediata dicono di essere in difficoltà nel salvare vite poiché Israele non permette l’ingresso delle essenziali forniture mediche. Dolciumi, telefonini e persino bici elettriche possono entrare, ma gli antibiotici, le soluzioni per le flebo e il materiale chirurgico sono vietati.

Siamo di fronte ad una situazione in cui il 54% dei farmaci essenziali è indisponibile e il 40% dei medicinali per le operazioni chirurgiche e le cure di emergenza – proprio i farmaci su cui contiamo per curare i feriti – sono irreperibili”, ha detto a Al Jazeera il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità di Gaza.

Il Ministero afferma che la penuria è senza precedenti, stante che Israele consente l’ingresso a Gaza solo di cinque camion alla settimana che trasportano forniture mediche. Tre camion consegnano le forniture ad organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue agenzie, e solo due agli ospedali gestiti dal governo.

Questo numero è una misera quota degli aiuti che Israele è obbligato a fornire a Gaza in base all’accordo di cessate il fuoco – colpendo altri ambiti delle vite dei palestinesi.

La guerra genocidaria di Israele a Gaza continua incessante, con circa 600 violazioni del cessate il fuoco in due mesi.

Almeno 600 camion dovrebbero entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza, ma ciò che entra è veramente poco”, ha detto Hind Khoudary di Al Jazeera, corrispondente da Gaza City.

Il gas per cucinare è solo il 16% del necessario; c’è carenza di rifugi, tende, teloni e tutto ciò che i palestinesi necessitano per ripararsi dalla pioggia. Vediamo palestinesi raccogliere legno, cartoni e qualunque cosa con cui possano accendere un fuoco”.

Le persone che hanno malattie croniche patiscono molto queste restrizioni.

Naif Musbah, di 68 anni, che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha un tumore al colon e i farmaci di cui ha bisogno per curarsi non sono disponibili.

Ho bisogno di supporti e sacche per colostomia da poter collegare all’addome e del dispositivo che mi consenta di evacuare. Questi non sono disponibili e nemmeno i supporti e finiamo per insudiciarci. La situazione è estremamente difficile. Mancano anche garze, sacche di ghiaccio, cerotti, guanti o soluzioni disinfettanti – non c’è niente”, dice Musbah a Al Jazeera.

Non avendo modo di gestire la propria condizione, il malato palestinese dice di sentirsi come se la guerra gli avesse rubato la dignità.

Intanto i medici improvvisano con quel poco che è rimasto, mentre le famiglie dei pazienti vanno in cerca di semplici oggetti che rendano più agevole la vita dei propri cari – oggetti, dicono, che non dovrebbe essere così difficile trovare.

Durante la guerra genocidaria di Israele – che dura da più di due anni – quasi tutti gli ospedali e le strutture sanitarie di Gaza sono stati attaccati, con almeno 125 strutture danneggiate, inclusi 34 ospedali.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza più di 1.700 operatori sanitari, compresi medici, infermieri e paramedici, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)