Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un dirigente dell’OLP afferma che Hamas non è un’organizzazione terroristica e respinge le richieste di disarmo

Redazione di MEMO

24 febbraio 2026 – Middle East Monitor

Azzam al-Ahmad, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha affermato che Hamas non è un’organizzazione terroristica e ha respinto le richieste per il suo disarmo, rivelando progetti di dialogo sulla possibile inclusione del movimento nell’OLP.

In una intervista al quotidiano egiziano Al-Shorouk, al-Ahmad ha affrontato questioni politiche importanti riguardo alla leadership palestinese, incluse il futuro governo di Gaza, le relazioni tra l’OLP e Hamas e la pressione internazionale per riformare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

L’importante politico palestinese, eletto in questo ruolo lo scorso maggio in seguito alla nomina di Hussein al-Sheikh come vicepresidente dell’ANP, ha detto che il confronto relativo alla potenziale inclusione di Hamas nella struttura dell’OLP comincerà presto.

Al-Ahmad ha criticato fortemente le proposte statunitensi legate alla riforma dell’ANP definendole “impossibili” e pericolose per l’identità nazionale palestinese. Ha affermato che tra le condizioni incluse vi è la richiesta di modificare i curricula scolastici rimuovendo simboli come mappa e bandiera palestinesi, che ha liquidato come inaccettabile.

Commentando gli eventi del 7 ottobre, al-Ahmad ha descritto l’attacco come un “errore strategico” sostenendo che i palestinesi hanno pagato un prezzo alto in termini di vittime e distruzione.

Egli ha anche criticato l’ampia la complessiva risposta araba alla guerra, dichiarando che, a parte Egitto e Giordania, gli Stati arabi hanno ampiamente fallito nell’agire effettivamente per impedire la deportazione dei palestinesi dalla loro terra.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Ferrero Laura. Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina, Carocci, Roma, pp. 138.

Recensione di Amedeo Rossi

Nel 2018 vinse il premio per la fiction del Nazra Festival, rassegna di corti palestinesi, Bonboné, che raccontava la storia di una coppia di palestinesi i quali, nonostante lui fosse in prigione in Israele, cercava di avere un figlio facendo uscire clandestinamente lo sperma dal carcere.

Di tale pratica, più diffusa di quanto si potrebbe pensare, parla il libro di Laura Ferrero. Il suo sguardo antropologico le consente di proporre al lettore un’analisi che va molto oltre il semplice accorgimento per risolvere un problema legato all’impossibilità di godere dell’intimità matrimoniale per procreare. La ricerca, che si basa su un approfondito apporto teorico, una ricca bibliografia e su interviste realizzate sul campo. Come scrive l’autrice nell’introduzione, “il libro intende accostare le molteplici cornici di senso necessarie per una profonda comprensione del fenomeno: la dimensione politica, quella etico-religiosa e quella intima” cercando di “riempire cornici interpretative ‘astratte’ con esperienze ‘concrete’.” In Palestina il conflitto tra popolazione autoctona e colonialismo di insediamento sionista include tre aspetti strettamente correlati: il territorio, la demografia e la narrazione. Questo libro tiene conto di tutti e tre, naturalmente con particolare attenzione al secondo, e aggiunge anche dettagli sul discorso etico che nell’islam si occupa di riproduzione assistita (non pare, segnala l’autrice, che questa pratica riguardi anche le coppie cristiane) e sui discorsi che si muovono all’interno della società palestinese, entrambi necessari per inquadrare il “contrabbando di vita”. Tutto ciò è ulteriormente arricchito dalla conoscenza del dialetto arabo locale, il cui lessico svela il contesto culturale sotteso a questa pratica.

Il primo livello, imprescindibile, è la situazione determinata dall’occupazione israeliana e più in generale dal colonialismo di insediamento. Il tentativo di occupare la “Terra Promessa” è alla radice della costruzione dello Stato israeliano e della sua progressiva espansione territoriale. Questa occupazione ha implicato fin da subito l’eliminazione della presenza dei palestinesi. Nel 1972 due giornali israeliani raccontarono che Golda Meir, all’epoca primo ministro e presidente del Partito Laburista, aveva affermato di perdere il sonno pensando alla quantità di bambini “arabi” che stavano nascendo in quel momento. A questo tentativo di cancellazione, sia fisica che simbolica, i palestinesi si oppongono in vari modi, dalla lotta armata alla resistenza non violenta, come il boicottaggio, e con il sumud, sintetizzato nello slogan “esistere è resistere”. Uno dei principali strumenti di oppressione a danno dei palestinesi è l’incarcerazione di oppositori o presunti tali e l’uso della detenzione amministrativa, una misura che consente di trattenere una persona in carcere senza un processo e senza accuse formali. Si stima che dal 1967 circa il 20% della popolazione palestinese sia stato arrestato almeno una volta nella vita. La percentuale di condanne nei tribunali militari dei territori occupati raggiunge l’iperbolica percentuale di circa il 99%. Le vittime dirette di questo sistema sono in grande maggioranza maschi, ma ciò si ripercuote anche sulle donne, in particolare sulle mogli dei condannati a lunghe pene detentive. Nel contempo, evidenzia Ferrero citando Dalla Negra, “dominazione coloniale e oppressione patriarcale sono «sistemi gerarchici di controllo e sopraffazione che si plasmano e si rinforzano a vicenda».” Così alla tradizionale centralità maschile (la maschilità, come la definisce l’autrice, concetto che indica i vari modi di essere o di voler essere maschi all’interno di un certo contesto storico-culturale) si unisce l’enfasi nazionalista, che rivendica la virilità dei maschi e il ruolo delle donne come “riproduttrici biologiche e simboliche della patria”. Una “bomba biologica”, le definì Arafat. Ferrero aggiunge, citando Joseph Massad, che a partire dalla lettura che vede il nemico sionista stuprare la terra palestinese, “la mascolinità [palestinese] si lega alla protezione della nazione-corpo femminile-terra, che richiede che si risponda alla violenza subita con un’affermazione virile di resistenza.” Questa retorica, che fa del corpo delle donne un terreno di lotta per la terra e con essa le identifica, ne oscura “i vissuti e le narrazioni, anche silenziando il loro dolore.” Nel contempo essa accentua la pressione sociale sulle donne, il cui vissuto viene subordinato all’esigenza di rimanere legate ai detenuti politici e di sostenerli nei duri anni di detenzione. “Non mettono in prigione le persone solo per impedirgli di fare attività politica,” afferma una delle donne intervistate, “ma gli impediscono di vivere, di vedere la loro famiglia, di studiare, di vivere la loro vita […] Quindi il discorso dei figli […] è un messaggio per l’occupazione che loro non possono vietarci tutto.”

Il vissuto e il dolore emergono nel libro dalle testimonianze delle mogli dei detenuti che hanno deciso di affrontare il percorso della procreazione assistita in assenza del coniuge. In esse è presente la rivendicazione di un ruolo all’interno della resistenza contro l’occupante, la consapevolezza che il personale è anche politico, ma in genere prevale una visione intima e privata della decisione di avere dei figli “a distanza”. Questa scelta non ha solo cambiato in positivo la vita delle mogli/madri, ma anche quella dei detenuti. Come dice Hanan, citando un detto locale: “Chi ha figli non muore […] È come quando pianti un albero, e trai benefici dai suoi frutti, e dai suoi frutti puoi avere altri semi, e puoi piantare ancora altri alberi.” Un beneficio che Ferrero e le sue intervistate interpretano in senso ampio: non solo affettivo o politico, ma anche per il benessere della coppia forzatamente separata e come una forma di assicurazione per la vecchiaia, in presenza di un welfare piuttosto debole.

Nella scelta di procreare ha un peso notevole la pressione della comunità, sia scoraggiando la decisione per il rischio di maldicenze e pettegolezzi, sia in senso contrario: “Per noi i discorsi della gente sono molto importanti […] Devi rispettare la società perché non puoi perdere il supporto della comunità,” afferma Souad. Tutto l’iter, dalla consegna dello sperma del detenuto per l’inseminazione, che coinvolge in prima persona i maschi delle rispettive famiglie perché certifichino “l’autenticità” dello sperma, fino al parto sono avvenimenti pubblici, come sfida all’occupazione ma anche per sfatare l’accusa che il neonato sia il frutto di una relazione extraconiugale. “[I mezzi di comunicazione] hanno rivestito un ruolo di primaria importanza non solo nella diffusione delle notizie relative alla nascita di un nuovo bambino, ma anche nel veicolare un determinato discorso simbolico e culturale […] i corridoi e le stanze dell’ospedale erano popolati da conduttori televisivi e personalità pubbliche.” In genere il figlio ha anche un effetto positivo sulla coppia: “Il nostro rapporto è diventato più bello. Lui ha visto che mi sacrifico per lui, e che lo aspetto veramente […] C’è finalmente qualcosa a cui pensare, di cui occuparsi. Non devo rivolgere il mio pensiero tutto solo e unicamente alla prigione,” afferma Rola; “I miei figli hanno restituito luce alla mia vita […] Adesso addirittura la vita di mio marito in carcere è migliorata; anche per lui è una nuova speranza,” racconta Mariam. Questi bambini hanno ridato almeno in parte la normalità alla vita di coppia nonostante le condizioni avverse dovute all’occupazione. E si comprende la ragione per cui i bambini nati dallo “sperma di contrabbando” dei detenuti vengano chiamati safir al-hurriyya, ossia “ambasciatori della libertà”, definizione che racchiude il significato politico di questa pratica e nel contempo li carica di un senso che va oltre il loro posto all’interno della famiglia di appartenenza.

In questa situazione, già di per sé complessa, ci sono altri due elementi che hanno una notevole importanza: la tecnologia riproduttiva e la questione religiosa, cui Ferrero dedica particolare attenzione. Il primo fa riferimento all’attività del centro Razan di Nablus, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la fecondazione artificiale. A loro volta sia detenuti e mogli che lo stesso centro l’hanno accolta favorevolmente in quanto una serie di fatawa, di pareri, hanno considerato halal, legittima dal punto di vista religioso, la riproduzione assistita attraverso il contrabbando di sperma. Ciò risponde anche a quello che l’autrice definisce “un vero e proprio imperativo riproduttivo maschile” tipico del mondo arabo “che attribuisce alla fertilità e alla procreazione un ruolo centrale nella costruzione dell’identità maschile.”

La ricerca sul campo si è svolta dall’ottobre 2015 al febbraio 2016. Nel frattempo, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, la situazione in Palestina e in particolare nelle carceri è notevolmente peggiorata. Le visite dei parenti sono state praticamente vietate e la mobilità all’interno dei territori occupati è stata ulteriormente limitata, compromettendo la possibilità dei prigionieri e delle loro mogli di accendere la “luce” portata nelle loro vite dagli “ambasciatori della libertà”.




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire.

https://www.digiunogaza.it/wp-content/uploads/2026/02/no_liste_no_bersagli.pdf

Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza, rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i princìpi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale.

 

Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori.

Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata.

I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita.

Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane.

La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 operatori sanitari uccisi e 161 arrestati.

In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale.

L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso.

Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni.

Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti.

Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, si è dimostrata affidabile.

Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 morti.

A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza organizzata contro una popolazione.

Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un genocidio.

Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di:

● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;

● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio;

● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi.

Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile.

Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone.

Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza.

Il silenzio è complicità. L’azione è dovere.

Firma anche tu!

Per info: digiunogaza@gmail.com 

Coordinatori della petizione

  • Luisa Morgantini (AssoPacePalestina)
  • Jonathan Montomoli (#DigiunoGaza)
  • Roberto De Vogli (Università di Padova)
  • Ghassam Abu-Sittah (University of Glasgow, University of Beirut)
  • Gennaro Giudetti (operatore umanitario)

Soggetti promotori

  1. #DigiunoGaza
  2. Sanitari per Gaza
  3. AssoPacePalestina
  4. FNOMCEO – Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
  5. Global Movement to Gaza Italia
  6. Assemblea Corpi e Terra – Non unə di meno
  7. Medicina Democratica
  8. SPIGC – Società Polispecialistica Italiana Giovani Chirurghi
  9. RUP – Ricerca e Università per la Palestina
  10. Specializzandi per la Palestina
  11. Women in Surgery Italia
  12. Isde Italia – Associazione Medici per l’Ambiente
  13. EPHA – European Public Health Alliance
  14. People’s Health Movement Europe
  15. G2H2 – Geneve Global Health Hub
  16. SID – Society for International Devolopment

Associazioni prime firmatarie/First signatories associations

  1. Rimini4Gaza
  2. Ecomapuche – Emilia Romagna
  3. Ass.ne Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA Abruzzo
  4. Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste
  5. Comitato “Fermiamo la guerra” – Firenze
  6. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo
  7. Fucina per la Nonviolenza – Firenze
  8. SUMUD Centro Culturale palestinese delle Marche
  9. Comunità delle Piagge – Firenze
  10. Rete Pace e Disarmo Fano – Pesaro
  11. Centro Culturale Paolo VI – Rimini
  12. La Bottega del Barbieri
  13. Rifugio antispecista Agripunk – Arezzo
  14. Circolo Arci Ugo Winkler, Brentonico
  15. Fondazione Cetacea – Riccione
  16. Associazione Periferie al Centro – Fuori Binario – Firenze
  17. Sanitari per Gaza Ravenna
  18. Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone”
  19. Libere Cittadine per la Palestina – Roma
  20. Associazione Progetto Arcobaleno – Firenze
  21. Mani Rosse Antirazziste – Roma
  22. Associazione Culturale Lavoratori e Lavoratrici del commercio equo e solidale “Flavio Iuliani”
  23. Statunitensi contro la guerra – Firenze
  24. Casa dei Diritti dei Popoli – Firenze
  25. Zeitun , Notizie e libri sulla Palestina

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Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)