Alcuni psicanalisti stanno lasciando l’International Psychoanalytical Association a causa del suo doppio standard antipalestinese

Palestine Mental Health Networks  

29 marzo 2026 – Mondoweiss

La Palestine Mental Health Network invita i professionisti della salute mentale a dimettersi dall’International Psychoanalytical Association a causa dei pregiudizi antipalestinesi dell’organizzazione.

La psicanalisi comprende meglio della grande maggioranza delle altre discipline che il silenzio non è mai neutrale. Ciò che non viene detto non scompare ma ritorna, distorto, come sintomo. Freud lo chiamò il ritorno di quello che viene represso e su questa intuizione costruì un intero metodo. Di cosa è sintomo, vale la pena di chiedersi, il silenzio dell’International Psychoanalytical Association [Associazione Psicanalitica Internazionale] (IPA) sul genocidio a Gaza?

Siamo le Palestine Mental Health Networks [Reti della Salute Mentale della Palestina], un collettivo di professionisti della salute mentale di 23 Paesi, uniti dal nostro impegno verso i principi della psicanalisi e la fondamentale dignità di tutti gli esseri umani, una categoria dalla quale spesso i palestinesi vengono esclusi. Nelle settimane successive a quando abbiamo diffuso un appello pubblico perché gli psicanalisti si dimettano dall’IPA, lo hanno fatto colleghi di tutto il mondo. Vale la pena di leggere con attenzione le loro ragioni. Non lo hanno semplicemente definito un fallimento politico. Lo hanno definito un fallimento clinico.

Il resoconto

L’IPA è rimasta in silenzio su Gaza per oltre due anni, più di 73.000 persone uccise, oltre 20.000 minori morti, carestia pianificata, torture documentate. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito il comportamento di Israele un plausibile genocidio. La Commissione d’Inchiesta dell’ONU ha confermato che si tratta di genocidio nel settembre 2025. L’International Association of Genocide Scholars [Associazione internazionale di Studiosi del Genocidio] ha confermato che tale è. L’IPA non ha emesso alcun comunicato, non ha chiesto un cessate il fuoco, non ha citato alcun crimine. Le parole “occupazione”, “genocidio”, “apartheid”, “assedio”, “punizione collettiva” e “pulizia etnica” non sono comparse in alcuna delle comunicazioni formali dell’IPA sulla Palestina.

Non è solo un questione di vigliaccheria istituzionale, ma di coraggio istituzionale selettivo.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022 l’IPA si è mossa nel giro di pochi giorni: una pagina di crisi dedicata, un fondo di aiuto d’emergenza, risorse cliniche e un comunicato che definiva la guerra “immorale” e chiedeva di “porvi fine”. Il presidente dell’IPA Heribert Blass ha affermato: “Noi chiediamo la fine immediata della guerra.” Noi chiediamo. Per Gaza, dopo oltre due anni, 73.000 uccisi, minori quotidianamente colpiti alla testa, una carestia indotta e torture documentate, l’IPA non ha chiesto alcunché. Non ha chiesto un solo cessate il fuoco. Per l’Ucraina: chiarezza morale e mobilitazione istituzionale. Per Gaza: silenzio. L’IPA vorrebbe farci credere che questa differenza è dovuta a una questione legale. Non lo è. E’ dovuta alla razza.

Palestinesi non-terroristi”

La prima dichiarazione in assoluto su Israele-Palestina dell’IPA è stata l’8 ottobre 2023, un giorno dopo l’attacco di Hamas. Ha condannato Hamas e ha utilizzato la teoria psicanalitica — scissione, proiezione, l’istinto di morte — per patologizzare la resistenza palestinese come “lo scatenamento dell’istinto di morte”. Decenni di spoliazione, assedio e crimini di guerra documentati contro i palestinesi non hanno prodotto alcuna risposta istituzionale. L’attacco contro Israele ne ha prodotta una nel giro di 24 ore.

A venti giorni dall’attacco di Israele, dopo che migliaia di palestinesi erano già stati uccisi, la presidentessa dell’IPA Hariette Wolfe ha riconosciuto la sofferenza di “palestinesi non-terroristi”. Leggete questa frase come siete stati addestrati a leggere il linguaggio della negazione. “Non-terroristi” colloca “terroristi” come se fosse la condizione abituale dei palestinesi, l’anonima categoria dalla quale alcuni individui devono essere singolarmente inclusi nell’umanità. Non si tratta di un lapsus verbale, compare in un documento istituzionale studiato. Riflette la struttura di pensiero che ha guidato l’intero approccio dell’IPA nei confronti del genocidio: la sofferenza dei palestinesi è leggibile solo nella misura in cui può essere separata dalla resistenza palestinese — solo nella misura in cui come palestinesi possono essere fatti sparire in quanto soggetti politici.

La scusa legale

Il 6 gennaio 2026 le Palestine Mental Health Networks hanno scritto formalmente al direttivo dell’IPA. La lettera chiedeva che l’IPA parlasse del genocidio, riconoscesse la storia di 78 anni di occupazione e offrisse ai colleghi palestinesi la stessa rete di sostegno destinata a quelli ucraini. Il presidente dell’IPA Blass ha risposto nel giro di 24 ore.

Invece di affrontare in modo concreto la lettera, il dottor Blass ha proposto un’obiezione procedurale, sostenendo che la lettera era “anonima”, benché fosse firmata da un collettivo di clinici di 23 Paesi citati. Poi ha invocato vincoli legali: “In quanto ente benefico internazionale, è ormai evidente che l’IPA è sottoposta a vincoli legali e regolamentari che limitano la sua possibilità di fare dichiarazioni politiche.”

Limiti legali. Per Gaza, non per l’Ucraina, nel cui caso l’IPA non ha trovato simili vincoli quando ha chiesto la fine immediata della guerra. Non per il 7 ottobre, quando l’IPA non ha esitato a utilizzare una teoria psicanalitica per patologizzare la resistenza palestinese. I limiti giuridici sembrano agire con una precisione che non traccia rischi legali ma il rischio di turbare i membri impegnati a favore del sionismo.

Normalizzazione come programma

La posizione dell’IPA non è stata del tutto silente. Ha permesso, e promosso, un discorso selettivamente. Nel gennaio 2026 l’IPA ha annunciato un dialogo registrato tra un analista palestinese e uno israeliano pubblicizzato come uno “scambio intimo su Israele-Palestina”. Il video era stato registrato nel luglio 2024, quando erano già stati uccisi 40.000 palestinesi, quando era stato ucciso un minore al giorno, quando molti erano stati operati senza anestesia. La conversazione si incentrava sulle storie personali dei due analisti e sui loro sforzi per comprendersi a vicenda. Non ha citato il genocidio. Non ha affrontato la questione del colonialismo di insediamento israeliano. Ha creato una falsa simmetria tra il colonizzatore e il colonizzato.

Nel marzo 2026 l’American Psychoanalytic Association [Associazione Psicanalitica Americana], un’istituzione che fa parte dell’IPA, ha ospitato un simposio intitolato “Resilienza in risposta alla violenza e alla guerra”. Tre relatori: un ricercatore sulla resilienza, un analista israeliano invitato a parlare della risposta psicanalitica organizzata in Israele e uno psicoterapeuta palestinese, invitato non a parlare delle sofferenze dei palestinesi ma a presentare un caso clinico. Il trauma israeliano: citato, contestualizzato, istituzionalmente organizzato. L’esperienza palestinese: presente solo come materiale clinico. Un simposio sul trauma, tenuto durante il genocidio a Gaza, non riconosce i palestinesi come popolo che soffre. Li riconosce come fornitori di un esempio.

Le dimissioni

Finora vari membri hanno già lasciato l’IPA per questi problemi. Alcuni operatori hanno reso pubbliche le loro ragioni.

La dottoressa Avgi Saketopoulou, un’analista e teorica di New York, ha citato una cosa di cui raramente si parla in pubblico: il silenzio dell’IPA ha “creato un’atmosfera professionale permissiva in cui gli analisti sionisti si sentono autorizzati a scatenarsi, sostenendo cose razziste e discriminatorie con i loro pazienti e supervisori, sia nei consultori che nella nostra lista di indirizzi mail”. Pazienti palestinesi e arabi hanno lasciato prematuramente le cure; tirocinanti hanno cambiato supervisori perché i loro analisti hanno manifestato i loro pregiudizi in contesti clinici ed educativi. Sull’argomento dell’IPA riguardo ai vincoli legali la dottoressa Saketopoulou è stata esplicita: “Garantire lo status di associazione caritatevole è una strategia difensiva di lusso… quello che ci è stato effettivamente detto è che il silenzio sulla Palestina è il prezzo per fare affari.” Ha anche citato quello che ha descritto come uno scandalo che l’IPA ha accolto senza un commento: prima di assumere la presidenza il dottor Blass ha partecipato a un incontro con Yair Lapid, non uno psicanalista ma il leader di un partito dell’opposizione israeliana, che nel febbraio 2026 ha espresso il proprio appoggio a un “Grande Israele” citando i confini biblici che si estenderebbero fino all’Iraq. All’interno dell’IPA questo passa per neutralità. Non c’è uno scenario paragonabile, ha osservato la dottoressa Saketopoulou, in cui verrebbe visto come neutrale un presidente dell’IPA che si sia incontrato pubblicamente con membri della resistenza palestinese o persino con il leader dell’Autorità Nazionale Palesitnese. Meno male che i dirigenti dell’IPA non stanno prendendo posizione!

Denise Cullington, un’analista britannica con oltre trent’anni di esperienza sul campo, ha scritto al dottor Blass: “Ovviamente non si tratta di guerra tra due parti armate, ma di un attacco dal cielo contro ospedali, ambulanze, università, edifici, impianti di desalinizzazione e persone”. Ha citato quello che avrebbe voluto dall’istituzione: “Quello che speravo avreste fatto sarebbe stato dimostrare la vostra attenzione per la psicanalisi e per i vostri colleghi e aiutarli a far fronte alla situazione e al terribile dolore che ne deriva e iniziare ad ascoltare e a condividere il lutto.”

La domanda

Un’istituzione che non riesce a distinguere il genocidio dalle divergenze politiche, i valori dalle opinioni, ha rinunciato alla sua pretesa di essere un’autorità morale. Le Palestine Mental Health Networks chiedono agli psicanalisti di dimettersi dall’IPA.

A quanti dicono di dover rimanere per cambiare l’istituzione dall’interno: cosa è riuscito a cambiare finora il fatto che rimaniate nell’istituzione? In due anni e mezzo di genocidio la vostra presenza nell’IPA ha promosso i diritti dei palestinesi? Se il direttivo dell’IPA vede che persino quelli che sono indignati rimarranno e pagheranno la quota non ha ragioni per cambiare rotta. La vostra presenza non è utile, è una forma di legittimazione.

In futuro a un certo punto tutti parleranno del silenzio dell’IPA. Quando quel momento arriverà sarà impossibile dire a voi stessi che non sapevate. Può darsi che non sempre lo abbiate saputo. Ma adesso lo sapete.

Per favore, unitevi al nostro appello. Non c’è bisogno che siate membri dell’IPA per firmare questa lettera. Firmando dichiarate a quelli che sono ancora dentro l’IPA che la comunità globale della psicanalisi e della salute mentale non guarderà da un’altra parte: continuare a far parte di un’ istituzione che copre un genocidio è incompatibile con i fondamenti etici del nostro lavoro. Ogni firma, dall’interno e dall’esterno, accresce il peso morale di questo appello e rende più difficile ai membri di considerare la loro appartenenza come una scelta privata e apolitica. Non lo è.

Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfR9rB2cf0MxH-UyH8V6yODmBGIJ7s4 FHxTO5qbtvtImBz-rg/viewform

The Palestine Mental Health Networks

No Healing Without Liberation

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ex primo ministro israeliano chiede alla Corte Penale Internazionale di fermare i “terroristi ebrei” in Cisgiordania dopo il blocco dei procedimenti giudiziari.

Emma Graham-Harrison – Gerusalemme

Mercoledì 25 marzo 2026 – The Guardian

Da un’analisi del Guardian sulla violenza dei coloni emerge che dal 2020 nessun israeliano è stato perseguito penalmente per l’uccisione di civili palestinesi, mentre ex capi dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti parlano di «terrorismo ebraico organizzato».

Secondo un’analisi condotta dal Guardian su dati giuridici e documenti pubblici, dall’inizio di questo decennio Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l’uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, favorendo così l’impunità nei confronti di una campagna di violenza.

Gli attacchi hanno spinto l’ex primo ministro Ehud Olmert a chiedere l’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI) per “salvare i palestinesi e noi [israeliani]” dalla violenza dei coloni appoggiata dallo Stato, perpetrata con la complicità e talvolta la partecipazione della polizia e dell’esercito.

“Ho deciso non solo di non rimanere in silenzio, ma di richiamare l’attenzione della CPI dell’Aia affinché adotti misure coercitive ed emetta mandati di arresto”, ha dichiarato Olmert in una dichiarazione scritta inviata al Guardian.

Decine di ex comandanti della sicurezza israeliana hanno chiesto un intervento urgente per fermare gli attacchi “quasi quotidiani” contro i palestinesi. In una lettera pubblica indirizzata all’attuale capo delle forze armate del Paese hanno avvertito che la mancata lotta al “terrorismo ebraico” rappresenta una minaccia esistenziale.

Questo mese i coloni israeliani e la polizia hanno ucciso 10 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, tra cui due fratelli di cinque e sette anni e i loro genitori, tutti colpiti alla testa mentre la famiglia tornava a casa dopo aver fatto la spesa per il Ramadan.

“Non stiamo più parlando di una manciata di teppisti che infrangono la legge. Si tratta di attività organizzate, a volte col coinvolgimento di individui in uniforme, che sparano contro persone innocenti e incendiano proprietà e case di civili”, si legge nella lettera.

Tra i firmatari della lettera, che non è stata preventivamente annunciata, figurano due ex capi delle forze armate israeliane – uno dei quali ha anche ricoperto la carica di ministro della Difesa – cinque capi dei servizi segreti Mossad e Shin Bet e quattro ex commissari di polizia.

Nel loro appello a far rispettare la legge attribuiscono i successi militari del passato alla «forza morale» delle forze armate israeliane e affermano che essa è fondamentale per le vittorie future. «Senza di essa non abbiamo alcun diritto di esistere», affermano.

Secondo i dati dell’ONU dal 2020 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi nella Cisgiordania occupata, almeno un quarto dei quali minorenni. Nessuno è stato incriminato per queste morti.

Secondo i dati ufficiali e quelli forniti dall’organizzazione [israeliana] per i diritti civili Yesh Din l’ultimo attacco mortale compiuto dalle forze di sicurezza israeliane nella Cisgiordania occupata che ha portato a un rinvio a giudizio risale al 2019. L’ultimo omicidio commesso da un civile israeliano che ha portato a un’incriminazione risale al 2018. Questa settimana un tribunale israeliano ha stabilito che l’imputato aveva lanciato il sasso che ha colpito Aisha Rabi [morta nel 2018 in seguito alla rottura del parabrezza della sua auto, ndt.].

Le forze di sicurezza israeliane sono responsabili della maggior parte delle vittime palestinesi nella Cisgiordania occupata, ma gli atti di violenza perpetrati da civili israeliani si sono intensificati dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, quando Israele ha scatenato una guerra a Gaza che, secondo una commissione delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e studiosi di genocidio, è da considerarsi tale.

Omicidi, incendi dolosi, furti e altri crimini commessi da coloni israeliani, inclusi episodi ripresi dalle telecamere e sospette aggressioni sessuali, sono rimasti quasi del tutto impuniti.

Secondo quanto riportato da Yesh Din tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata si è concluso senza un’incriminazione. Su 368 casi solo otto, ovvero il 2% del totale, si sono conclusi con condanne totali o parziali.

Olmert chiede procedimenti giudiziari internazionali contro i coloni violenti che sono “aiutati, sostenuti e ispirati dagli ambienti governativi” nella loro campagna di pulizia etnica. I pogrom nei villaggi palestinesi ricordano quelli “un tempo diretti contro gli ebrei in Europa”, afferma.

“Se le forze dell’ordine israeliane non adempiranno al loro dovere, forse le autorità legali internazionali faranno ciò che è necessario per salvare i palestinesi e noi dagli atti criminali commessi da terroristi ebrei proprio sotto i nostri occhi”.

La popolazione di coloni israeliani nella Cisgiordania occupata è aumentata costantemente per diversi decenni, anche quando Olmert e l’élite della sicurezza che ora si esprime contro la violenza ricoprivano posizioni di comando o erano al potere.

“I palestinesi potrebbero accogliere con favore queste critiche israeliane, ma non hanno dimenticato che molti di questi ex funzionari hanno facilitato l’espansione delle colonie e, con essa, la violenza dei coloni e dei militari”, ha dichiarato Amjad Iraqi, analista senior di Israele/Palestina presso l’International Crisis Group [ONG internazionale che conduce ricerche e analisi sulle crisi globali, ndt.].

«Questi critici israeliani danno spesso l’impressione che la violenza dei coloni possa essere contenuta semplicemente destituendo l’attuale governo di estrema destra. Ciò avrebbe certamente un effetto, ma non tiene conto del fatto che gli insediamenti coloniali sono un progetto dello Stato che è stato plasmato e guidato da tutte le forze politiche.»

Molti israeliani cercano inoltre di tracciare una distinzione tra gli attacchi dei coloni e luso della forza da parte della polizia e dellesercito israeliani. Olmert ha chiesto lintervento della Corte Penale Internazionale solo per quanto riguarda la violenza perpetrata da civili, pur ammettendo che vi sono stati «troppi» episodi in cui israeliani in divisa hanno ucciso civili palestinesi.

Dal 2020 al 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, le forze di sicurezza israeliane sono state meno soggette dei coloni a essere incriminate per aver causato danni ai palestinesi.

Secondo Yesh Din i palestinesi hanno presentato 1.746 denunce per danni causati in quel periodo dai soldati israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui oltre 600 per omicidio. Meno dell’1% delle denunce ha dato adito ad un’incriminazione.

«I sistemi di applicazione della legge israeliani, sia civili che militari, funzionano meno come meccanismi di giustizia e più come scudi per i responsabili», ha affermato Ziv Stahl, direttore di Yesh Din. «Portano ripetutamente a indagini interrotte e casi archiviati, privilegiando di fatto limmunità rispetto all’applicazione delle leggi».

Per anni il sistema giudiziario ha considerato i casi giunti in tribunale come un’arma fondamentale a difesa di Israele dinanzi ai tribunali internazionali. Quando un solido sistema giuridico nazionale persegue i reati è meno probabile che i tribunali internazionali esercitino la propria giurisdizione.

«Il sistema è programmato per favorire l’impunità, non la responsabilità», ha affermato Michael Sfard, avvocato israeliano specializzato in diritti umani. «Ma era abbastanza intelligente da prevedere anche casi molto rari nei quali i responsabili venivano chiamati a rispondere delle proprie azioni, che potevano essere citati come esempi di come funzionasse l’applicazione della legge».

Tuttavia negli ultimi anni giudici e pubblici ministeri hanno subito forti pressioni attraverso false accuse secondo cui questi casi facevano parte di un sistema sfavorevole agli imputati israeliani, e i procedimenti penali per violenze contro i palestinesi si sono in gran parte interrotti.

«Ciò ha un costo troppo alto [per il sistema giudiziario israeliano]», afferma Sfard. «A livello internazionale non stiamo pagando alcun prezzo a causa dell’impunità, mentre a livello interno loro stanno pagando un prezzo per questa parvenza di responsabilità, comunque falsa»

A febbraio due ex ministri della Giustizia del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato una lettera in cui accusavano l’attuale governo israeliano di consentire la «pulizia etnica attiva e orribile» dei palestinesi nella Cisgiordania occupata.

«La responsabilità giuridica e morale definitiva di porre fine a questa campagna di terrore ricade sul governo israeliano. Ebbene, esso non lo sta facendo», si legge nella lettera, di cui la stampa internazionale non ha ancora dato notizia.

È stata firmata da oltre 20 personalità di spicco del mondo giuridico, tra cui Dan Meridor e Meir Sheetrit, entrambi ex ministri della giustizia del Likud.

«Chiunque contribuisca a questi [attacchi dei coloni], con azioni o omissioni, ne è responsabile, compresi i soldati e soprattutto i comandanti delle forze regolari e della riserva. Gli ordini di eseguire o consentire questi attacchi sono chiaramente illegali».

Anche il capo delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, la scorsa settimana ha chiesto che si intervenga contro la violenza dei coloni, esortando «tutte le autorità del Paese ad agire contro questo fenomeno e a fermarlo prima che sia troppo tardi». Le forze armate israeliane esercitano il controllo sui territori occupati.

Al di fuori della Cisgiordania occupata, dal 2020 ci sono state due incriminazioni di membri delle forze di sicurezza israeliane per l’uccisione di civili palestinesi.

Un agente della polizia di frontiera israeliana che sparò a un uomo autistico a Gerusalemme Est nel 2021 è stato assolto due anni dopo dall’accusa di “omicidio colposo”. Nel 2023 un tenente è stato incriminato per la morte del contadino Hasan Sami Al-Borno, ucciso nel 2021 dal fuoco di un carro armato israeliano a Gaza. Non è stato processato.

La polizia israeliana non ha risposto alle richieste di commento sulle mancate indagini o il fatto di non aver impedito la violenza dei coloni.

Quique Kierszenbaum ha contribuito alla stesura dell’articolo

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza dice che da 6 a 10 pazienti muoiono quotidianamente aspettando di essere curati all’estero

Redazione di MEMO

24 marzo 2026 – Middle East Monitor

Il ministero della Sanità della Striscia di Gaza ha affermato che, a causa di restrizioni sul movimento e sugli attraversamenti dei confini, tra i 6 e i 10 pazienti muoiono ogni giorno mentre stanno aspettando di andare all’estero per cure mediche.

Zaher al-Waheidi, direttore del dipartimento dell’informazione del ministero, ha detto che circa 1.400 pazienti su 20.000 sono morti dal 7 maggio 2024 quando il controllo del valico di Rafah è stato preso [da Israele, ndt.]. Ha affermato che ciò riflette una crisi sanitaria in peggioramento sul territorio.

Nel frattempo lunedì l’Autorità Generale per i Valichi e i Confini [palestinese, ndt.] ha informato che domenica 25 persone hanno attraversato il valico, inclusi 8 pazienti e 17 accompagnatori. Le loro procedure di viaggio sono state facilitate così che possano ricevere cure.

L’autorità ha aggiunto che durante le stesse ore lavorative sono arrivati 28 viaggiatori dopo aver completato le procedure di ingresso. Ha affermato che le operazioni al valico stanno proseguendo normalmente con servizi che continuano e casi umanitari che vengono assistiti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele intende controllare il sud del Libano e Smotrich auspica che il confine si sposti fino al fiume Litani

Mera Aladam

24 marzo 2026 – Middle East Eye

I ministri progettano piani per allargare la “zona di sicurezza” mentre gli attacchi si moltiplicano e cresce il timore di un’invasione

Martedì il Ministro della Difesa di Israele Israel Katz ha detto che l’esercito pianifica di “controllare” il sud del Libano, il giorno dopo che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha auspicato che il confine venga riposizionato sul fiume Litani.

Katz ha detto che le centinaia di migliaia di civili libanesi costretti a fuggire dal sud non potranno ritornare fino a quando non sarà “garantita” la “sicurezza” per gli abitanti del nord di Israele. Ha aggiunto che Israele controllerà la “zona di sicurezza fino al Litani.”

Il principio è chiaro: dove ci sono terrorismo e missili non vi saranno case né abitanti e l’esercito stazionerà all’interno”, ha affermato.

Le sue considerazioni giungono alcuni giorni dopo aver affermato che all’esercito era stato ordinato di “distruggere tutti i ponti sul fiume Litani” e di “accelerare la demolizione delle case libanesi” vicino al confine.

Lunedì Smotrich ha detto che la guerra in Libano finirà con un “cambiamento radicale”, compresa la creazione di un “cordone di sicurezza sterile” molto all’interno del territorio libanese.

L’attuale guerra in Libano deve finire con un cambiamento radicale, dopo la sconfitta dell’organizzazione terrorista Hezbollah”, ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano.

Il Litani deve costituire il nostro nuovo confine con il Libano, come la ‘Linea Gialla’ a Gaza e la zona cuscinetto sul monte Hermon in Siria.”

Israele non ha mai definito formalmente i suoi confini con il Libano, la Siria, o i territori palestinesi: sono invece stati delineati dagli accordi di cessate il fuoco del 1949 e del 1967.

Nel 2024 le forze israeliane hanno occupato il monte Hermon in Siria in seguito alla caduta di Bashar al-Assad, con una mossa largamente considerata come una violazione del diritto internazionale. Lo strategico monte si trova vicino al confine siriano con il Libano.

La cosiddetta “Linea Gialla” a Gaza è un confine militare imposto unilateralmente da Israele all’interno della Striscia dopo il cessate il fuoco di ottobre mediato dagli USA e da allora si è allargato fino a comprendere più di metà del territorio.

Le dichiarazioni di Smotrich e Katz arrivano mentre Israele, secondo l’agenzia Axios, starebbe pianificando una massiccia invasione di terra del Libano e intenderebbe occupare tutto il territorio a sud del fiume Litani.

Il fiume si trova circa 30 km. a nord dell’attuale confine israelo-libanese e costituisce un collegamento cruciale tra il sud del Libano e il resto del Paese.

Durante il weekend le forze israeliane hanno distrutto ponti essenziali sul Litani e distrutto case vicino al confine sud, un’escalation che il presidente del Libano Joseph Aoun ha avvertito potrebbe essere il “preludio ad un’invasione di terra.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele. Come continuare ad essere una Super Sparta

Sylvain Cypel

23 marzo 2026 – Orient XXI

Dal 7 ottobre Israele conduce una guerra su più fronti: palestinese, libanese, siriano, iraniano, yemenita. Il suo primo ministro è rapidamente passato da una retorica della “difesa” all’esplicito progetto di “ridisegnare la cartina del Medio Oriente”. Ma per giustificare ciò bisogna inventarsi sempre un nemico.

E’ una faccenda recente passata relativamente inosservata. Può sembrare bizzarro, ma dice molto di quello che sono diventate in grande maggioranza la classe politica e la società israeliane. Ex-primo ministro dal giugno 2021 al giugno 2022, Naftali Bennett, politico religioso ultranazionalista ma che non ha aderito alle tendenze messianiche dei ministri Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich, cerca di costruirsi un profilo di unificatore, e dunque di migliore alternativa al primo ministro Benjamin Netanyahu, nella prospettiva delle future elezioni legislative previste tra otto mesi, se non verranno anticipate. Dunque, come posizionarsi in Israele quando si vuole mostrare la propria differenza? Essendo, oserei dire, più papista del papa. Cioè, nei tempi che corrono, dimostrarsi ancor più bellicosi di Netanyahu.

Bennett ha trovato. Lo sa lui quale sarà la prossima guerra esistenziale che Israele dovrà imperativamente condurre. Mentre Netanyahu progetta che la guerra contro l’Iran “durerà ancora parecchie settimane”1, e nello stesso momento in cui il presidente Donald Trump, al contrario, assicura che la guerra in Iran “terminerà piuttosto presto”, Bennett ha spiegato davanti a un gruppo di notabili dell’ebraismo statunitense in visita in Israele che “spunta una nuova minaccia: la Turchia.” Perché, “e lo dico alto e forte, la Turchia è il nuovo Iran”; Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco, “è un uomo raffinato e pericoloso che cerca di accerchiare Israele”, ha dichiarato Bennett, e il suo Paese sta tramando la creazione di una nuova alleanza che unirebbe “contro Israele l’Arabia Saudita e un asse sunnita ostile con il Pakistan nucleare”2.

Netanyahu non ha ritenuto necessario reagire. Quanto ad Al Jazeera, ha trattato Bennett con fin troppo rispetto titolando “Israele è già alla ricerca di un nuovo nemico regionale”3. E se fosse una reazione sana? Dopo l’euforia degli Accordi di Abramo e poi il terrorismo del 7 ottobre 2023, seguito dalla distruzione totale di Gaza e dei gazawi, dopo le guerre condotte in Libano e in Iran, ecco emergere una nuova minaccia esistenziale: il ritorno di una coalizione degli odiati sunniti, di cui i Fratelli Musulmani costituiscono il collante, spiega Bennett. Bisogna prenderne coscienza al più presto.

All’inizio c’è la militarizzazione

In realtà Israele ha avuto da sempre bisogno di un’imminente “minaccia esistenziale”. La sua storia, dalla conquista sionista della Palestina ai giorni nostri, non è che una sequenza, se non lineare almeno quasi costante, di conflitti armati. Questi hanno un’unica natura: sono sempre esistenziali. Per questo bisogna sempre agire “preventivamente”, checché ne dica un diritto internazionale obsoleto.

Le prime due alyiot, plurale di alyia, queste “salite” successive di immigrati ebrei europei in Palestina, si sono succedute dal 1881 al 1914. Fin da quel periodo si assistette all’istituzione di milizie attraverso le quali i coloni cercarono di espandere e rafforzare la loro presa sulla terra. Ma fu dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il potere passò dagli Ottomani ai britannici, che si svilupparono queste milizie. L’Haganah (“Difesa”) si formò nel 1920. Questa milizia e altre meno importanti non si limitarono, come ancora oggi viene insegnato ai bambini israeliani, a “difendersi dagli attacchi contro gli ebrei”. Ambivano ad estendere il controllo dell’yishuv4 nell’appropriazione progressiva della terra. Per esempio, i kibbutz non erano solo un’oasi di socialismo, ma anche e soprattutto uno strumento armato di accaparramento della terra.

L’essenziale è capire che in Israele l’esercito raggiunse rapidamente uno status di intangibilità. Questa militarizzazione dell’impresa sionista comparve dunque quasi fin dai suoi inizi. E non è più cessata. Quando nel 1936 i palestinesi lanciarono la Grande Rivolta Araba contro l’occupazione britannica, le forze dell’Haganah funsero da truppe ausiliarie della repressione, che fu assolutamente terribile. Ben presto Orde Wingate [capitano dell’esercito britannico e sostenitore di una strategia offensiva contro i villaggi arabi, ndt.] venne distaccato presso l’Haganah per migliorare la formazione militare dei suoi membri, che appresero in particolare le tecniche “contro-insurrezionali” delle Special Nights Squads (Squadre Speciali Notturne). Fu lì che l’yishuv pose le basi del suo futuro esercito.

Dieci anni dopo il Regno Unito lasciò la Palestina. Dopo gli scontri per la conquista della terra che iniziarono nel 1947 e che scatenarono la Nakba, le forze dell’yishuv si scontrarono con milizie locali palestinesi o giunte dalla Siria e dalla Transgiordania. Il 15 maggio 1948 venne ufficializzata la creazione dello Stato di Israele. Gli Stati arabi l’attaccarono. Undici giorni dopo venne formalizzata la creazione dell’esercito israeliano (il cui l’acronimo ebraico è Tzahal, Forze di Difesa di Israele).

Il culto dell’esercito

Poi questo Stato non ha più smesso di essere in guerra in dimensioni più o meno importanti. Gli anni ‘50 sono stati punteggiati dalla lotta contro gli “infiltrati”, i palestinesi che avevano perso tutto durante la Nakba e che, in maggioranza, cercavano semplicemente di sapere cosa ne fosse stato delle loro terre e dei loro beni. Furono anche gli anni delle operazioni all’interno e al di fuori delle frontiere, come la partecipazione nel 1956 all’attacco franco-britannico (guerra di Suez) per far cadere il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, operazioni che, quasi tutte, erano accompagnate da massacri. Il più noto fu quello commesso nel 1956 nel villaggio di Kafr Kassem contro la minoranza palestinese in Israele.

Gli anni ‘60 sono stati quelli dell’espansione territoriale, la conquista della Cisgiordania, delle Alture del Golan in Siria e di Gaza e del Sinai in Egitto. Già percepita in precedenza come l’istituzione più ammirata del Paese, l’esercito divenne allora oggetto di un culto senza precedenti, anche se si impantanò in una lunga “guerra d’usura” lungo il canale di Suez. Gli anni ‘70 videro la prima importante sconfitta militare israeliana durante i primi tre giorni della guerra dell’ottobre 1973, seguiti da un rovesciamento spettacolare delle forze a favore di Israele.

Si potrebbe proseguire questa litania guerresca, in particolare le molteplici operazioni militari in Libano, da 1978 a oggi. L’essenziale è comprendere che in Israele l’esercito ha rapidamente raggiunto uno status di intangibilità, in quanto la popolarità di cui gode gli garantisce in ogni circostanza un’impunità indiscutibile. “Tsahal è l’esercito più morale al mondo”. Questa affermazione, aiutata da un’informazione totalmente censurata, serve a mascherare la realtà dei crimini di guerra commessi dall’esercito. Non venne reso pubblico alcunché dei massacri, di civili o di soldati disarmati, commessi nelle diverse guerre: nel 1948, certo, e si sa ormai che ce ne furono diverse decine, così come quello commesso a Gaza nel 1956 contro presunti fedayn, o quello di decine, o più probabilmente centinaia, di soldati egiziani catturati nel Sinai nel 1967 e uccisi, alcuni dei quali bruciati vivi. La censura militare impediva la diffusione di informazioni e la hasbara, la propaganda di Stato, era vigile. In realtà chi voleva poteva saperlo. Ma nella sua stragrande maggioranza la società ebraica israeliana ha sempre preferito arrogarsi lo status di eterna vittima, chiudere gli occhi e tapparsi il naso.

Un esercito che possiede uno Stato

Al contrario non era raro negli anni ‘50 e ‘60 che uno o due giovani dei kibbutz non ammessi alla scuola ufficiali (che vergogna!) si togliessero la vita. L’esercito era il massimo. Dagli anni ‘60 ai 2000 anche i governi israeliani erano composti per metà da generali in pensione. I primi ministri si chiamavano Yitzhak Rabin, Ehud Barak o Ariel Sharon: due ex-capi di stato maggiore e un’icona dell’esercito israeliano. I ministri della Difesa spesso erano ex-capi di stato maggiore e i generali affollavano molti altri ministeri. Non era lo Stato ad avere un esercito, era l’esercito ad avere uno Stato, si disperavano pochissimi israeliani.

Con il tempo questo esercito ha conosciuto dei cambiamenti importanti. Per un verso ha progressivamente perso parte della sua importanza a causa dell’ascesa per vent’anni nella società e nell’esercito del messianismo, per il quale niente né nessuno può essere più importante di Dio. Dall’altro si è pesantemente rafforzato sia come capacità operativa che commerciale. Il piccolo Stato di Israele non dispone solo di un esercito di 650.000 uomini (ufficiali di professione, soldati di leva e riservisti insieme) su una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti, una proporzione unica al mondo. Per fare un confronto, la Francia dispone di poco più di 200.000 militari su 69 milioni di abitanti. In qualche decennio Israele ha anche costruito un complesso militare-industriale che ne fa l’ottavo attore sul mercato mondiale degli armamenti e del materiale militare.

Da qui, oggi, i comportamenti paradossali dell’opinione pubblica israeliana. Le folle esultano ad ogni colpo contro “il nemico”, che sia palestinese, libanese, houti dello Yemen o iraniano. Poco importa che sia parte attiva del conflitto in corso o una persona qualunque. Ma parallelamente l’immagine dell’esercito è stata danneggiata in seguito al suo gigantesco fallimento del 7 ottobre 2023 e al fatto che Netanyahu non faccia niente per rimetterlo in sesto, al contrario. Per lui continuare a condannare solo i militari e i servizi di sicurezza interni per la responsabilità di un simile fallimento è anche l’unica possibilità di salvarsi dal possibile verdetto calamitoso di una commissione d’inchiesta riguardo alle sue responsabilità nell’accecamento che ha portato al 7 ottobre 2023, un verdetto che metterebbe fine alla sua carriera politica o, peggio, macchierebbe la sua immagine politica per sempre.

Imporre il suo ordine con la spada

Da allora Netanyahu si sta barcamenando, di fronte a una società ebraica israeliana che oscilla tra i timori diffusi per il domani e un sentimento di euforia da onnipotenza. Un giorno se la prende con l’esercito, esige l’allontanamento di questo o quel consigliere della sicurezza. Il giorno dopo glorifica i suoi molteplici successi, accaparrandosi i benefici di ogni nuova conquista territoriale in Libano, in Siria, altrove, facendosi così cantore di un avvenire ancora più glorioso.

Malgrado i segni di una evidente stanchezza, malgrado l’aumento del costo della vita e del numero di cittadini che lasciano il Paese, la popolazione, nella sua grande maggioranza, lo segue. Netanyahu spera di conservare il sostegno finché continuerà la guerra. Il fatto è che, come mostrano i sondaggi, resta l’uomo che agli occhi di gran parte dei cittadini ha fatto di Israele una potenza regionale di primo livello. Chi potrebbe resistergli in Medio Oriente? Chi oserebbe impedirgli di agire quando lo decide? Un giorno annuncia che intende “ridisegnare il volto del Medio Oriente”, un altro che manterrà le truppe nel Sud del Libano. I suoi partigiani esultano quando le bombe israeliane continuano a cadere su Gaza nonostante il “cessate il fuoco” ufficiale. Fa quello che vuole. E’ invulnerabile. E i suoi sostenitori vogliono credergli.

Il paragone di Israele con Sparta è un vecchio ritornello. In genere manifesta una forte critica verso lo Stato di Israele. Ma Netanyahu, al contrario, se ne appropria. Il 15 settembre 2025 ha dichiarato davanti a un pubblico di investitori e di responsabili economici israeliani che intende fare del suo Stato una “Super Sparta”5. Si ignora se sappia veramente cos’era Sparta, quella città militarizzata all’estremo e profondamente disuguale in cui regnava un ordine rigido e una totale assenza di democrazia. Ma dovrebbe ben sapere che, a differenza di Atene o Roma, Sparta è scomparsa senza lasciare all’umanità qualcosa che si possa qualificare di “civilizzatore”. Allora, perché fa di Sparta l’effigie di Israele? Il fatto è che l’essenziale è altrove. Sparta è un marchio, una piccola città che, nel V e IV secolo a.C., poté vincere tutti i suoi nemici, inclusa Atene, per estendere il suo impero dalla Grecia alla Persia. Regnare imponendo il suo ordine attorno a sé con la spada, essere una Super-Sparta, è il simbolo che piacerà ai suoi sostenitori.

Allora, si è detto Naftali Bennett, maledizione, ma certo! Per fare meglio di Netanyahu, perché, dopotutto, non fare in più la guerra alla Turchia? Poi ci si occuperà del Pakistan, in attesa di trovare altri bersagli.

Note

1. Neri Zilber et James Shotter, « Israel expects weeks-long war against Iran  » [Israele aspetta una guerra lunga settimane contro l’Iran], Financial Times, 8 marzo 2026.

2. L’ex-primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma che “la Turchia è il nuovo Iran”, AllSides News, 4 marzo 2026.

3. Ibid.

4. Nome ebraico della comunità dei coloni ebrei in Palestina.

5. TheMarker e Jonathan Lis, ‘We are Super-Sparta ’: Netanyahu says Israel faces isolation, must shift to self-reliance  »[Siamo una Super-Sparta: Netanyahu afferma che Israele deve affrontare l’isolamento e deve passare all’autosufficienza], Haaretz, 15 settembre 2025.

Sylvain Cypel

E’ stato membro della redazione centrale di Le Monde e in precedenza direttore della redazione del Courrier international. E’ autore di “Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse” [I murati vivi. La società israeliana a un punto morto] (La Découverte, 2006) e di “L’État d’Israël contre les Juifs” [Lo Stato di Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Seconda Parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Prima parte

Riallineamento geopolitico: una strategia di mitigazione delle sanzioni

In particolare, questi vincoli in materia di governance, lavoro e catena di approvvigionamento contribuiscono a spiegare perché la ricerca dell’autonomia strategica da parte di Israele abbia assunto una forma ibrida. Poiché la piena indipendenza industriale rimane irraggiungibile, il regime israeliano ha perseguito una strategia parallela: approfondire l’integrazione con le reti di difesa transnazionali e i partner autoritari per mitigare le vulnerabilità e rendere più difficile l’applicazione degli embarghi. Questo riallineamento geopolitico costituisce il secondo pilastro, più discreto, della dottrina Super-Sparta: la protezione attraverso il coinvolgimento piuttosto che l’isolamento.

La pressione delle sanzioni è aumentata con l’intensificarsi della mobilitazione globale in risposta al genocidio di Gaza. Ad esempio, Spagna, Turchia, Germania e Italia hanno introdotto diverse forme di restrizioni commerciali e sulle armi, segnalando un crescente rischio reputazionale e normativo per Israele. Tuttavia, l’applicazione delle sanzioni rimane disomogenea e frammentata, indebolita da scappatoie, esenzioni e inversioni di rotta. Sfruttando queste lacune nell’applicazione delle sanzioni, il regime israeliano ha perseguito l’immunità dalle sanzioni piuttosto che l’isolamento, pur continuando a sostenere l’autosufficienza.

Come documentato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese nel suo rapporto del 2025, lo Stato israeliano è passato da un’“economia di occupazione” a un’“economia di genocidio”, sostenuta da fitte reti di attori aziendali globali e nazionali. Il rapporto identifica oltre 45 aziende come centrali in questa economia politica, tra cui produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese di costruzione, industrie estrattive, istituzioni finanziarie e università. Questa infrastruttura imprenditoriale integra l’economia di guerra israeliana nei circuiti transnazionali di finanza, produzione e sviluppo tecnologico, diffondendo vulnerabilità e rischi nelle reti globali anziché concentrarli in un unico canale sanzionabile.

Anche il settore della difesa israeliano rimane profondamente radicato nelle reti di produzione globali. Aziende importanti come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries dipendono fortemente dalle esportazioni, dalle joint venture e dallo sviluppo congiunto con partner stranieri. L’espansione degli ecosistemi di produzione congiunta – che spaziano dalla difesa missilistica ai sistemi informatici e all’intelligenza artificiale – approfondisce l’integrazione delle aziende israeliane nei mercati transnazionali della difesa, complicando la fattibilità e l’applicazione dei regimi di embargo. Accordi di coproduzione, come la linea di intercettori RTX-Rafael Tamir in Arkansas, evidenziano come Israele gestisca la dipendenza dalla produzione all’estero attraverso l’integrazione strategica.

Meccanismi più diretti di elusione delle sanzioni completano la diffusione strutturale della produzione e dell’ecosistema tecnologico israeliano nel settore della difesa attraverso le reti globali. Ciò include il modo in cui gli appalti per la difesa israeliani si sono affidati a intermediari terzi e reti di rivenditori globali per reperire componenti soggetti a restrizioni, spesso a prezzi maggiorati. Tali pratiche evidenziano che la protezione non si basa solo sulla sostituzione, ma anche su sforzi attivi per minare l’applicazione degli embarghi. In quest’ottica, Israele ha perseguito una strategia di riallineamento geopolitico, rafforzando i legami con un blocco di regimi di destra, etno-nazionalisti e autoritari meno sensibili alle pressioni basate sui diritti umani e al rispetto del diritto internazionale.

Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa integra Israele in reti infrastrutturali, logistiche e tecnologiche a lungo termine, progettate per approfondire i legami economici e geopolitici. L’India è emersa come partner fondamentale e principale cliente di Israele per quanto riguarda le armi, un rapporto ulteriormente consolidato da un trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel settembre 2025. Anche l’Ungheria è diventata un importante collaboratore industriale europeo, mentre l’Azerbaigian fornisce energia e importa armi israeliane. Le esportazioni di armi verso gli Stati firmatari degli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco) sono aumentate vertiginosamente, passando dal 3% delle esportazioni di armi israeliane nel 2023 al 12% nel 2024, rafforzando questo riallineamento regionale.

Il regime israeliano ha inoltre esternalizzato le infrastrutture logistiche nell’ambito di una strategia di copertura marittima volta a mitigare i rischi di un’escalation delle sanzioni, di intercettazione delle navi e di interruzione delle forniture in tempo di guerra. Per ridurre la dipendenza dai porti nazionali vulnerabili a blocchi, scioperi o attacchi missilistici, Israele ha spostato all’estero le operazioni logistiche critiche. Ciò include l’offerta di Israel Shipyards Ltd. per assicurarsi una quota di controllo nel porto greco di Lavrion, creando un hub di trasbordo e immagazzinaggio nel Mediterraneo in grado di sostituire Haifa e Ashdod, entrambi colpiti da ripetute interruzioni operative durante la guerra.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele nel dicembre 2025 riflette analogamente una logica di posizionamento marittimo. Situato vicino al punto di strozzatura di Bab al-Mandeb al largo delle coste dello Yemen, il Somaliland offre un potenziale punto d’appoggio per il monitoraggio, il coordinamento logistico e la protezione delle rotte marittime in un contesto di interruzioni legate agli Houthi nel Mar Rosso. Queste iniziative riflettono una strategia ibrida di isolamento piuttosto che di totale autarchia o di completa autonomia combinando la produzione interna nei settori chiave della difesa con la distribuzione geografica delle operazioni logistiche in diverse giurisdizioni esterne. Questo approccio crea un isolamento stratificato: riduce l’esposizione diretta alle sanzioni, disperdendo al contempo la vulnerabilità su più giurisdizioni e corridoi di approvvigionamento.

La protezione di Israele è ulteriormente rafforzata dalla profonda integrazione dell’industria della difesa con i mercati europei. L’UE rimane il principale partner commerciale di Israele, anche attraverso la cooperazione nella ricerca, lo scambio di tecnologie e i programmi congiunti per lo sviluppo di armamenti. Prima della guerra in corso, le aziende israeliane del settore della difesa avevano instaurato collaborazioni profonde e in rapida crescita con i mercati europei. Joint venture come il programma missilistico EuroSpike, che collega Rafael Advanced Defense Systems con i produttori tedeschi del settore della difesa, illustrano l’entità dell’interconnessione nella collaborazione industriale. Allo stesso modo, le partnership tra il gruppo francese Safran (attraverso la sua controllata Sagem Defence) ed Elbit Systems per la produzione di droni militari, così come l’acquisizione da parte di Israel Aerospace Industries della greca Intracom Defense, forniscono alle aziende israeliane un accesso diretto alle risorse e ai canali di approvvigionamento del Fondo europeo per la difesa. Questi radicati rapporti industriali generano resistenza istituzionale all’applicazione dell’embargo, poiché produttori, investitori e governi europei sono materialmente coinvolti nelle catene di approvvigionamento della difesa israeliana.

A complemento di queste strategie di copertura geopolitica, i contesti legislativi e normativi statunitensi forniscono a Israele un’ulteriore protezione contro l’applicazione del BDS. La revoca del National Security Memorandum-20 da parte del presidente statunitense Donald Trump nel febbraio 2025 ha indebolito la clausola di condizionalità umanitaria che regola i trasferimenti di armi statunitensi, eliminando i requisiti di rendicontazione e garanzia legati al rispetto del diritto internazionale umanitario. Nel frattempo, la legislazione anti-boicottaggio statunitense e le restrizioni sugli appalti a livello statale continuano a penalizzare la partecipazione delle aziende a campagne di boicottaggio o sanzioni, limitando l’ottemperanza del settore privato alle campagne di pressione internazionale.

Inoltre, le attuali discussioni sulla potenziale eliminazione graduale del finanziamento militare all’estero (FMF) statunitense dovrebbero essere intese meno come un passo verso l’indipendenza strategica di Israele e più come una ristrutturazione dei meccanismi di assistenza. I dibattiti politici e le proposte dei think tank legati ai negoziati sul prossimo memorandum d’intesa sulla sicurezza tra Stati Uniti e Israele hanno preso in considerazione la possibilità di destinare parte dell’attuale pacchetto di aiuti annuali da 3,8 miliardi di dollari a programmi ampliati di sviluppo congiunto e collaborazione produttiva finanziati tramite stanziamenti del Dipartimento della Difesa statunitense anziché con i tradizionali contributi del Fondo per la Difesa e il Commercio (FMF). Questo cambiamento consentirebbe a Israele di mantenere – o potenzialmente aumentare – i suoi flussi annuali di armi, riducendo al contempo i meccanismi di controllo storicamente associati agli aiuti militari diretti statunitensi, istituzionalizzando così una collaborazione in materia di difesa meno condizionata e più profondamente radicata. 

Sfidare l’isolamento

La dottrina Super-Sparta di Israele opera attraverso due strategie complementari: la sostituzione interna nella produzione critica per la difesa e l’integrazione strategica nelle reti transnazionali. Come è stato illustrato, gli oneri fiscali, la carenza di manodopera e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento limitano la portata della prima strategia, mentre i legami di collaborazione produttiva e il riallineamento geopolitico favoriscono la seconda. Questa duplice configurazione consente all’economia di guerra israeliana di assorbire la pressione delle sanzioni attraverso la diversificazione piuttosto che l’isolamento, spostando le dipendenze, riorientando gli approvvigionamenti e sfruttando l’integrazione con gli Stati partner per sostenere le operazioni militari in un contesto di vincoli diplomatici.

Per contrastare questa strategia la pressione deve concentrarsi sui nodi di dipendenza che si dimostrano più resistenti alla sostituzione, adattandosi al contempo agli sforzi paralleli di Israele per riorientarli e disperderli. La sequenza è fondamentale: un’economia di guerra resiliente alle sanzioni non può essere consolidata dall’oggi al domani. Nel breve termine la priorità è colpire la dipendenza verso l’estero che non può essere rapidamente sostituita. Nel medio termine, l’attenzione dovrebbe spostarsi sugli input industriali, sui sistemi tecnologici e sull’infrastruttura finanziaria che sostengono e rendono operative le atrocità del regime israeliano. Nel lungo termine il compito strategico è impedire che i processi di isolamento si consolidino in una normalizzazione, costruendo coalizioni di controllo durature e istituzionalizzando regimi di responsabilità legale.

Raccomandazioni

Ricalibrare le strategie di responsabilità verso punti materiali su cui fare leva, piuttosto che sull’isolamento simbolico, sarà fondamentale per contrastare l’infrastruttura che sostiene l’economia di guerra israeliana. Le seguenti raccomandazioni sono rivolte a gruppi di attori distinti ma complementari.

Società civile e movimenti di base

Poiché la produzione bellica interna di Israele rimane dipendente da infrastrutture logistiche e di servizi transnazionali, la pressione della società civile è più efficace laddove le catene di approvvigionamento dipendono da attori e infrastrutture esterni.

Gli attori di base dovrebbero sostenere le campagne di boicottaggio dei consumatori, prendendo di mira la logistica militare e le reti di produzione a duplice uso [civile e militare, ndt.]. Le catene di approvvigionamento marittime rimangono un punto critico di pressione. Le recenti interruzioni, tra cui i blocchi del Mar Rosso guidati dallo Yemen e le azioni dei lavoratori portuali europei, come il blocco da parte della CGT francese dei componenti per munizioni a Marsiglia-Fos e l’interruzione delle spedizioni di acciaio di grado militare a Genova da parte dei lavoratori portuali italiani, dimostrano che, nonostante le rivendicazioni di autonomia strategica, le organizzazioni sindacali possono imporre costi diretti sui materiali. L’espansione delle alleanze dei lavoratori portuali in porti come Genova, Pireo, Marsiglia e Ravenna può trasformare le interruzioni episodiche in interruzioni transnazionali prolungate.

Le campagne dovrebbero inoltre mirare alle infrastrutture logistiche e di certificazione alla base del commercio marittimo, tra cui assicuratori, società di classificazione, spedizionieri e fornitori di servizi portuali, per aumentare l’esposizione al rischio commerciale del carico militare diretto in Israele.

L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo vettore di leva. L’ecosistema israeliano dell’innovazione nella difesa rimane profondamente radicato nelle infrastrutture cloud globali, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne come “No Tech for Apartheid” dimostrano come l’organizzazione dei lavoratori, le difficoltà negli appalti e la pressione degli azionisti possano interrompere queste dipendenze dai servizi. La pressione dovrebbe concentrarsi anche sull’infrastruttura fisica che abilita i sistemi di guerra digitale: data center, server farm e filiali estere che ancorano le aziende israeliane agli ecosistemi di approvvigionamento esteri.

Governi nazionali e organismi di regolamentazione

Sebbene Israele abbia ampliato la produzione interna nel settore della difesa, rimane dipendente da input ed ecosistemi di servizi importati e dalla permissività delle normative degli Stati partner. L’azione governativa è quindi più efficace quando si concentra sui fattori esterni che facilitano la sostituzione industriale.

Gli Stati che sostengono i quadri normativi di responsabilità dovrebbero dare priorità ai controlli sulle esportazioni di componenti a duplice uso, tra cui precursori energetici, materiali rari, sensori, sistemi di propulsione e tecnologie di guida, rafforzando al contempo l’applicazione delle norme contro la rietichettatura, il trasbordo e gli approvvigionamenti attraverso intermediari.

Gli enti di regolamentazione dovrebbero ampliare i requisiti di due diligence e di trasparenza per assicuratori, finanziatori, intermediari logistici e organismi di certificazione che operano nelle catene di approvvigionamento dell’industria della difesa. L’applicazione degli standard di rischio del diritto umanitario internazionale nell’ambito dei regimi di licenza per l’esportazione può ulteriormente limitare le spedizioni laddove sussista un rischio credibile di uso improprio.

I governi dovrebbero inoltre limitare gli appalti pubblici, le partnership di ricerca e gli accordi di licenza tecnologica che coinvolgono le aziende implicate, comprese le filiali e le joint venture con sede nei Paesi di destinazione. La supervisione parlamentare e i quadri giuridici possono limitare la partecipazione, facilitata dallo Stato, alle reti transnazionali di produzione per la difesa.

Coalizioni del Sud del mondo e piattaforme intergovernative

Il modello di isolazionismo ibrido di Israele si basa sulla modifica delle reti commerciali, della logistica e degli appalti attraverso giurisdizioni permissive. Un’azione coordinata del Sud del mondo può quindi colmare le lacune nell’applicazione degli embarghi lasciate aperte da embarghi occidentali frammentati.

Le coalizioni del Sud del mondo possiedono una notevole influenza attraverso l’applicazione coordinata degli embarghi, il blocco della logistica e i controlli sulle merci. Gli impegni scaturiti dal Gruppo dell’Aia e dalla riunione ministeriale di Bogotà convocata da Colombia e Sudafrica forniscono un nucleo politico per il coordinamento operativo e dovrebbero essere istituzionalizzati in piattaforme di condivisione di informazioni, meccanismi di coordinamento doganale e quadri sincronizzati per il blocco portuale.

L’istituzione di unità di monitoraggio per l’applicazione degli embarghi e l’elusione degli stessi, in grado di mappare le pratiche di rietichettatura, i corridoi di trasbordo e le reti di approvvigionamento grigio, consentirebbe agli Stati coinvolti di interrompere preventivamente i flussi di approvvigionamento.

Le esportazioni di energia e materie prime offrono un ulteriore strumento di leva. Precedenti come la sospensione delle esportazioni di petrolio greggio da parte del Brasile e delle esportazioni di carbone da parte della Colombia dimostrano come le materie prime strategiche possano fungere da strumenti materiali di coercizione quando coordinati a livello multilaterale.

Istituzioni finanziarie e multilaterali

Anche se Israele espande la produzione interna, la sua economia di guerra rimane radicata nei sistemi transnazionali di finanziamento, assicurazione e capitale dell’innovazione. La leva finanziaria è quindi fondamentale per rompere l’isolamento.

Le banche di sviluppo, i fondi sovrani e le istituzioni finanziarie regionali dovrebbero subordinare gli investimenti, le garanzie di credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto internazionale umanitario. Un maggiore controllo sui finanziamenti di capitale di rischio, sulle sovvenzioni per l’innovazione e sui canali di finanziamento per le tecnologie a duplice uso può limitare l’espansione dell’industria della difesa a livello di ricerca e sviluppo.

Restringere l’accesso ai mercati dei capitali e ai servizi finanziari per le imprese materialmente coinvolte nella produzione militare amplificherebbe al contempo la pressione sui settori della produzione e della logistica.

Le iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per l’attuazione di restrizioni finanziarie mirate, indipendenti dai vincoli normativi statunitensi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

Al Shabaka è l’unica rete globale di esperti palestinesi che produce analisi politiche critiche e immagina collettivamente un nuovo paradigma di definizione delle politiche per la Palestina e i palestinesi di tutto il mondo.




Guerra all’Iran: ecco i siti patrimonio dell’umanità devastati dagli attacchi statunitensi e israeliani

Rayhan Uddin

16 marzo 2026 – Middle East Eye

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad gli attacchi israeliani e americani hanno danneggiato monumenti tra cui alcuni iscritti/inseriti/presenti nella lista UNESCO.

La storia dell’Iran è caratterizzata da conquiste, rinnovamenti culturali e maestria artigianale, tutti elementi visibili nei suoi straordinari siti storici.

Le iconiche cupole turchesi di Isfahan e gli interni fittamente decorati di moschee e palazzi in tutto il paese sono rinomati a livello internazionale.

Il patrimonio architettonico iraniano può essere suddiviso approssimativamente in due epoche. La prima è il periodo pre-islamico che comprende imperi iraniani come gli Achemenidi e i Sasanidi, mentre la seconda include una successione di imperi e Stati islamici a partire dal califfato Rashidun fino allo stato Qajar, all’inizio del XX secolo.

L’Iran vanta 29 siti riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, decimo tra i più numerosi al mondo. Ma nelle ultime due settimane e mezzo questi siti sono stati oggetto di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti.

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad, i raid israeliani e statunitensi hanno devastato monumenti iraniani tra cui diversi siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il protrarsi della guerra e l’aver stabilito un precedente fanno sì che altri siti del patrimonio siano a rischio: un funzionario iraniano ha definito gli attacchi una “dichiarazione di guerra a una civiltà”.

Middle East Eye elenca i siti che sono stati danneggiati finora.

Palazzo Golestan

Il 1° marzo, un giorno dopo l’inizio del conflitto, un attacco ha danneggiato il Palazzo Golestan, l’unico sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO a Teheran.

Dalle immagini pubblicate dai media iraniani si vede che la deflagrazione di un missile esploso nelle vicinanze ha mandato in frantumi le finestre del palazzo e danneggiato gli iconici specchi e le vetrate del complesso.

Seyyed Ahmad Alavi, capo del comitato per il turismo e il patrimonio di Teheran, ha affermato che l’esplosione ha anche danneggiato le storiche porte Orsi e sollevato sezioni di asfalto all’interno del complesso.

Il Palazzo Golestan fu originariamente costruito nel XIV secolo durante il periodo safavide.

La maggior parte delle sue caratteristiche e le decorazioni attuali risalgono al XIX secolo, all’epoca Qajar, quando divenne la sede del governo della dinastia. I Qajar fecero di Teheran la capitale del paese nel 1786.

Oltre a un complesso di giardini circondato da un muro di cinta è composto da otto edifici palaziali la maggior parte dei quali ora adibita a musei.

Palazzo Chehel Sotoun

Una serie di importanti siti storici di Isfahan è stata danneggiata dagli attacchi israeliani e statunitensi, tra cui il Palazzo Chehel Sotoun (Quaranta Colonne).

Le immagini pubblicate dai media iraniani mostrano porte rotte, finestre in frantumi e detriti sparsi in tutto il palazzo.

Il sito, commissionato da Abbas I, lo scià safavide spesso noto come Abbas il Grande, è famoso per i suoi affreschi raffiguranti scene di battaglia e ricevimenti reali.

Un filmato online mostra una grande crepa al centro di un affresco del XVII secolo raffigurante lo scià safavide Tahmasp che dà il benvenuto al sovrano moghul Humayun in Iran.

I giardini del palazzo fanno parte di nove giardini storici in Iran che sono stati tutti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Palazzo Ali Qapu

Vicino a Chehel Sotoun anche il palazzo Ali Qapu ha subito danni.

I media locali hanno riferito che porte e finestre del complesso sono state distrutte.

Ali Qapu è iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come parte di un insieme di siti nella piazza Naqsh-e Jahan a Isfahan.

Il palazzo fu inaugurato nel 1597.

L’edificio a sei piani presenta soffitti scolpiti con intarsi elaborati, oltre a numerosi dipinti e affreschi. 

Moschea Jameh

Anche una storica moschea di Isfahan è stata danneggiata. Un’esplosione il 9 marzo ha fatto crollare al suolo le piastrelle turchesi della Moschea Jameh, ha riportato il New York Times. Il quotidiano ha citato fotografie del ministero della cultura e del patrimonio iraniano, che mostravano colonne di fumo alzarsi dietro la moschea.

Gli attacchi statunitensi e israeliani all’interno dei confini della piazza Naqsh-e-Jahan, sito patrimonio mondiale dell’Unesco a Isfahan, hanno danneggiato la storica Moschea Jameh (Agenzia di stampa Tasnim)

Una moschea fu costruita per la prima volta sul sito alla fine dell’VIII secolo, durante l’era abbaside. Fu ricostruita un secolo dopo, con nuove aggiunte e ristrutturazioni nel corso di oltre un millennio. È considerata uno degli esempi più importanti di architettura persiana e islamica.

Recinto Reale (Dawlat Khaneh)

Oltre ai due palazzi e alla moschea storica, secondo quanto riferito, anche altri siti nel Recinto Reale, noto come Dawlat Khaneh, sono stati danneggiati. Secondo un giornale d’arte, citando i media locali, è stato danneggiato anche il padiglione Rakeb-Khaneh (Casa del Fantino) del XVII secolo. Anche Ashraf Hall, una struttura residenziale della corte safavide, è stata colpita. Così come Teymouri Hall, un edificio dell’era timuride che in seguito divenne il Museo di Storia Naturale dell’Iran.

Castello di Falak-ol-Aflak

Anche la cittadella di Falak-ol-Aflak, situata nella zona di Khorramabad, nella provincia del Lorestan, è stata danneggiata. Il sito risale al periodo sasanide (tra il III e il VII secolo).

Le autorità iraniane hanno dichiarato che l’8 marzo i raid aerei israeliani hanno colpito la zona circostante il castello situato su una collina.

Gli attacchi hanno preso di mira il Dipartimento per i Beni Culturali del Lorestan, distruggendo l’edificio.

Il castello di Falak-ol-Aflak, situato sulla cima di una collina a Khorramabad, nella provincia del Lorestan (Wikimedia/Flickr/Leoboudv)

L’esplosione ha danneggiato anche i musei di archeologia e antropologia del sito, ha affermato un funzionario locale, così come le caserme, gli edifici reggimentali e altre strutture della cittadella.

“Fortunatamente, la struttura principale del castello di Falak-ol-Aflak non ha subito danni”, ha dichiarato Ata Hassanpour, capo del Dipartimento per I Beni Culturali del Lorestan.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele garantisce l’impunità a coloni e soldati, e una famiglia palestinese viene uccisa a colpi d’arma da fuoco

Editoriale di Haaretz

16 marzo 2026 Haaretz

La responsabilità dell’uccisione della famiglia Bani Odeh a Tammun, nella parte settentrionale della valle del Giordano, avvenuta nella notte tra sabato e domenica ricade sull’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha sparato contro un’auto che semplicemente trasportava un padre, una madre e quattro figli di ritorno a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se l’avessero percepito, nulla può giustificare la pesante e indiscriminata sparatoria.

L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da una spesa a Nablus, in vista del Ramadan. Secondo i testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi a essere colpiti sono stati Othman di 7 anni, che a quanto pare aveva bisogno di cure speciali ed era cieco, e Mohammed di 5 anni, seguiti dai genitori, Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh di 35. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e gli ha detto: “Abbiamo ucciso dei cani”.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha dichiarato che il veicolo “ha accelerato in direzione delle truppe” e che l’unità “si è sentita in pericolo”. Un parente ha commentato: “Un padre, una madre e quattro figli. Chi mai accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo”.

La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata un bene di scarso valore, sia per i coloni in uniforme o anche in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi partecipa, possono chiamarsene fuori.

Tutto ciò avviene sotto la guida del Capo del Comando Centrale Avi Bluth che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, con un Capo di Stato Maggiore che non fa nulla per fermarla e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.

La situazione è peggiorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con bastoni si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La settimana scorsa tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso sempre a colpi di arma da fuoco da un colono in uniforme militare. Una settimana prima un colono riservista aveva ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre le truppe dell’IDF si trovavano nella zona.

Questi atti non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato di politiche che permettono a coloni e soldati di agire indisturbati e di colpire palestinesi innocenti. L’unità degli affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersene la responsabilità le uccisioni non faranno che aumentare. Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, ideatore del “Piano Decisivo”, da Bezalel Smotrich, dallo sconsiderato Ministro della Difesa Israel Katz e dal Ministro della Sicurezza Nazionale kahanista [fanatico religioso, ndt.] Itamar Ben-Gvir, le uccisioni fanno parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)