La verità sulla violenta espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 non è una novità

Amira Hass

3 marzo 2026 – Haaretz

I documenti israeliani recentemente scoperti confermano ciò che i palestinesi affermano da decenni su espulsioni e massacri

“Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948”, dichiara il sottotitolo di un altro inquietante articolo dello storico Adam Raz, pubblicato di recente. Il titolo non coglie nel segno. I palestinesi raccontarono la “vera storia” del ’48 da molto prima che questi documenti emergessero. L’essenza di quella storia è sempre stata chiara: l’esercito ebraico li espulse intenzionalmente, e uno dei mezzi impiegati furono omicidi e massacri.

Il sottotitolo non è del tutto coerente con l’articolo stesso: Raz cita la letteratura e gli studi palestinesi – di Saleh Abd al-Jawad e Adel Manna – basati su testimonianze orali. Questi studi e opere letterarie, anche se pubblicati dopo la Nakba, attingevano alla conoscenza diretta di quanto era accaduto. Questa conoscenza proveniva da centinaia di migliaia di persone che avevano vissuto gli eventi mentre si svolgevano.

Anche se questa conoscenza non fu immediatamente trascritta, verificata con metodi storici convenzionali o tradotta in ebraico, essa trasmetteva la vera storia fin dall’inizio. Era la conoscenza degli espulsi, dei sopravvissuti, degli “assenti presenti”, delle sorelle in lutto e degli abitanti del villaggio che cercavano di raggiungere – “infiltrarsi”, nel nostro linguaggio – i loro vigneti per raccogliere i frutti dagli alberi piantati dai loro genitori. Apparteneva ai giovani che cercavano vendetta con le armi, agli studenti che cantavano il ritorno in patria e ai fondatori delle organizzazioni di liberazione.

Presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che vengono alla luce significa concedere all’autore del reato in esclusiva la prima e l’ultima parola nello stabilire quale sia la storia vera.

Le ipotesi dei ricercatori – e spesso le loro conclusioni esplicite – tratte da queste testimonianze e dal chiaro schema che ne emergeva si sono dimostrate più accurate delle affermazioni di coloro che davano priorità ai documenti scritti sopra ogni altra cosa. Ad esempio: che l’espulsione fosse pianificata piuttosto che spontanea e che gli atti di massacro fossero più numerosi di quanto inizialmente riportato.

Raz osserva che dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico. Il loro occultamento è deliberato. Si può ragionevolmente supporre che se questi documenti avessero contraddetto le testimonianze orali sulla Nakba e sulla Guerra d’Indipendenza ebraica lo Stato si sarebbe affrettato a renderli pubblici.

Quindi un sottotitolo più accurato avrebbe potuto recitare: “Migliaia di documenti scoperti per caso e rivelati grazie ai tenaci sforzi dell’Istituto Akevot [Organizzazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il lavoro dei difensori dei diritti umani anche ampliando l’accesso del pubblico agli archivi del governo israeliano, n.d.t.] confermano la vera storia raccontata dai palestinesi sul ’48 – una storia che la società israeliana si è rifiutata di ascoltare”.

“La storia di ogni società esistita fino ad oggi è la storia di lotte di classe… oppressori e oppressi… in costante opposizione l’uno all’altro”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”. Potremmo ampliare questa formulazione per includere le lotte di genere, interetniche e nazionali. La verità sullo sfruttamento, l’oppressione e il profitto a spese altrui esiste con o senza documentazione.

I documenti – soprattutto quelli prodotti dagli oppressori e profittatori, da chi ha espulso e da chi ha massacrato – aggiungono dettagli cruciali. Consentono precisione: la sequenza degli eventi, le date, i tipi di armi e munizioni, i nomi di coloro che hanno impartito gli ordini, nonché i moventi e gli obiettivi definiti dai loro autori. Ma presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che essi vengono alla luce – significa concedere in esclusiva all’autore del reato la prima e l’ultima parola nello stabilire la verità storica.

Questa assurda gerarchia è familiare a qualsiasi giornalista che si occupi di questioni palestinesi e non consideri il proprio ruolo come un rafforzamento della narrazione israeliana sulla sicurezza. Le testimonianze palestinesi sono generalmente considerate dagli israeliani come materiale giornalistico di qualità inferiore. Un video o una foto incriminanti – ad esempio, di un attacco di coloni, di abusi da parte di un soldato o di una guardia carceraria, o di un detenuto rilasciato dalla custodia dell’Israel Prison Service che sembra appena uscito da un campo di concentramento – hanno maggiori probabilità di essere accettati come prova credibile.

In cima a questa gerarchia di “verità” c’è il documento segreto israeliano trapelato o la dichiarazione di un funzionario israeliano. Ottenere tale materiale è considerato giornalismo investigativo. Di solito conferma – spesso non in tempo reale e solo dopo che sono già stati arrecati gravi danni – le testimonianze palestinesi, respinte come inferiori, accumulate in precedenza.

Ad esempio: il movente dell’espropriazione alla base della dichiarazione di “zone di tiro”, la forza sproporzionatamente letale usata per reprimere le manifestazioni nelle prime settimane della seconda intifada, il fuoco delle IDF contro gli abitanti di Gaza in fuga con bandiere bianche durante la guerra del 2008-2009, l’uso proibito del fosforo bianco contro i civili e la designazione di intere famiglie come obiettivi legittimi nella guerra del 2014. Queste pratiche non sono iniziate il 7 ottobre 2023. Eppure, i resoconti basati sulle testimonianze palestinesi acquisiscono valore solo una volta confermati da un’autorità della sicurezza[israeliana] o da un documento scritto israeliano.

A causa di questa gerarchia giornalistica distorta, quando le testimonianze orali si accumulano – una dopo l’altra, rivelando lo stesso schema in luoghi e tempi diversi, come l’uccisione di palestinesi, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia per nessun soldato – una singola smentita da parte del portavoce delle IDF è sufficiente a spingerle nella cantina dell’attenzione pubblica israeliana.

Ma per quanto profonda possa essere quella cantina, la vera storia – del nostro potere distruttivo, letale, espropriante ed espulsivo – rimane intatta e valida, e va ricercata al di fuori di questo potere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Siamo in guerra, dunque siamo

Orly Noy

1 marzo 2026 +972 Magazine

Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica” Israele lancia un’altra offensiva contro l’Iran, e riparte la rituale cancellazione del dissenso politico

Sabato mattina in Israele le sirene hanno squarciato il silenzio. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare proprio lo scoppio della guerra, quasi una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la inquieta attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta essere inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, alla fine era arrivata.

“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente abbiamo ottenuto una vittoria storica che durerà per generazioni”.

A quanto pare quella “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un ulteriore obiettivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli ayatollah. Perché è ben noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei sapendo che per parte loro affronteranno pesanti perdite a patto che i nostri piloti rechino buone notizie: la liberazione o almeno l’assassinio della leadership iraniana e la distruzione delle infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie e degli impianti nucleari.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e in cerca di pace”. 

Lo stesso uomo che più di ogni altro nella storia di Israele ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitarli e istigarli, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale che pende sul suo capo per crimini contro l’umanità – quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco così tante vite.

Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e determinata per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.

Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora possono essere contenti che il bullo sia dalla loro parte.

Un ritornello familiare

Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato ad arrivare notizie di vittime civili – soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise a quanto sembra in un attacco aereo israeliano – la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata sottile come carta.

Scioccata, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.

So già che, a parte che da una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’uccisione in massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza della società ebraica in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morto palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che nostro nemico non era il popolo iraniano ma il regime.

Nel giro di cinque ore il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a intasare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il regime iraniano avesse bombardato la propria scuola da sé. La maggior parte si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.

“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto uno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, rallegra e scalda il cuore. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto anche tra la gente di sinistra”, ha scritto un altro.

Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto dietro Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aeronautica Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF con tutti noi al loro fianco.”

Persino Yair Golan, che in qualità di presidente del Partito Democratico dovrebbe occupare il posto più a sinistra dello spettro sionista, ha mantenuto un garbato riserbo e ha offerto pieno appoggio alla guerra. “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno appoggio”.

Naftali Bennett, nelle prossime elezioni il principale candidato a sostituire Netanyahu, è rimasto indietro rispetto ai colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente schierato a favore dello sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa Israeliane (IDF), il governo di Israele e il primo ministro per l’Operazione Leone Ruggente. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.

Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno a quale devastazione porterebbe un altro suo mandato.

Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte quelle analisi evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la macchina bellica israeliana. È come se l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra semplicemente non esista nel loro quadro cognitivo.

Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che per unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro sionista basta un clic. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la strategia politica più affidabile, e Netanyahu ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.

Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che se non attacca, distrugge e uccide non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.

Orly Noy è redattrice di Local Call [edizione ebraica di +972 Magazine], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal persiano. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. Nei suoi testi affronta i confini che si intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di un’eterna immigrata, e il dialogo costante tra di loro.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Con una decisione senza precedenti l’UE sanziona un giornalista tedesco per i reportage su Gaza

Ali Abunimah

19 febbraio 2026 – The Electronic Intifada

A gennaio sono rimasto scioccato da un post pubblicato su Twitter/X.

URGENTE: al momento non ho alcun accesso al denaro” ha scritto Hüseyin Dogru. A causa delle sanzioni dellUE non posso provvedere al sostentamento della mia famiglia, compresi due bambini molto piccoli”

Dogru è un giornalista, un cittadino tedesco residente a Berlino.

Dopo aver letto il suo post gli ho inviato un messaggio privato offrendomi di ordinare la spesa e fargliela consegnare a casa.

La risposta mi ha scioccato ancora di più. “Purtroppo non mi è permesso accettare alcun sostegno finanziario o materiale”, ha scritto Dogru.

Dogru è il primo cittadino dell’Unione Europea residente all’interno dell’UE a subire sanzioni extragiudiziali imposte da Bruxelles che lo privano dei diritti civili e umanitari fondamentali.

È anche la prima persona a essere sanzionata specificamente per i suoi reportage sulla Palestina.

“Non mi è più permesso vivere, non mi è permesso fornire ai miei figli beni di prima necessità”, ha spiegato questa settimana al podcast di The Electronic Intifada.

“Non posso pagare l’affitto, non posso pagare i miei avvocati e sì, non mi è nemmeno permesso accettare cibo, acqua o medicine di alcun tipo da terze parti”.

Tecnicamente queste sanzioni coinvolgono anche la moglie.

Dogru è nato in Germania, dove ha sempre vissuto. È stato il fondatore di Red, una pubblicazione indipendente che ha ampiamente documentato le proteste in Germania contro il genocidio di Israele a Gaza.

È improbabile che sia l’ultima persona a subire questa nuova forma di scomunica, dato che il governo tedesco sta ora minacciando apertamente i giornalisti che potrebbero essere i prossimi se si allontanano troppo dalla linea ufficiale.

Le sanzioni bloccano tutti i beni di Dogru e gli impediscono di viaggiare. In teoria, gli è concesso un prelievo dal suo conto di 600 dollari al mese, ma in pratica la sua banca ha ripetutamente impedito anche tale operazione.

In ogni caso 600 dollari non sono per nulla sufficienti in una città costosa come Berlino. Dogru e la sua famiglia hanno dovuto ridurre drasticamente le spese per cercare di sopravvivere.

Dogru potrebbe andare incontro a pene severe se accettasse aiuto da qualcuno.

Le draconiane direttive dell’UE prevedono fino a cinque anni di carcere per chiunque violi le sanzioni contro Dogru e altri individui.

“Condanna a una morte socio-economica”

Come è potuto succedere tutto questo?

Nel maggio dello scorso anno l’Unione Europea ha adottato il suo diciassettesimo pacchetto di sanzioni apparentemente dirette contro la Russia.

Ma quelle sanzioni e le successive non sono state utilizzate solo contro entità e individui russi.

Bruxelles ha iniziato a prendere di mira, a quanto pare per la prima volta, anche i cittadini dell’UE e di altri Paesi europei.

Ciò che è particolarmente scioccante è che questi individui siano stati sanzionati semplicemente per aver espresso opinioni – giornalistiche o in disaccordo con le politiche estere dei loro governi, della NATO e dell’Unione Europea.

Tra questi Xavier Moreau, ex ufficiale dell’esercito francese e fondatore a Mosca di Stratpol, un sito web critico nei confronti della NATO e del governo francese, e i cittadini tedeschi Alina Lipp e Thomas Röper, sanzionati per i loro reportage dalla Russia.

A dicembre l’UE ha sanzionato anche Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista di intelligence, noto nei media indipendenti per le sue analisi sulla NATO e la strategia occidentale nel contesto della guerra in Ucraina.

Baud vive a Bruxelles, ma a causa delle sanzioni non può tornare in Svizzera, che non è uno Stato membro dell’UE.

Secondo il giornalista Patrick Baab, che gli ha recentemente fatto visita nella capitale belga, Baud sopravvive con le poche centinaia di dollari che gli è consentito prelevare dal suo conto bancario in base alle sanzioni, e “i vicini cucinano per lui”.

Baud, come Dogru, sta lottando.

L’UE ha sanzionato anche Nathalie Yamb, una studiosa anticolonialista svizzero-camerunense.

Yamb ha descritto l’impatto devastante delle sanzioni, nonostante non viva né viaggi in Europa: afferma di non essere in grado di pagare l’affitto o le medicine e di non poter tornare in Svizzera perché le sanzioni impediscono di sorvolare il territorio dell’UE.

Yamb definisce le sanzioni una “condanna a una morte socio-economica” e anche lei sta lottando in tribunale.

Sanzionato per aver scritto sulla Palestina

Oltre a essere il primo cittadino dell’UE a essere punito mentre viveva sul territorio dell’UE, Dogru è unico anche per un altro aspetto che crea un precedente.

Come gli altri, è stato sanzionato in base ad accuse generiche di presunta diffusione di quella che l’UE considera “disinformazione” filo-russa.

Ma è l’unica persona ad essere stata finora punita specificamente per aver documentato la situazione in Palestina, in particolare i crimini israeliani nel contesto del genocidio in corso a Gaza.

Anche la pubblicazione di Dogru, Red, è stata sottoposta a sanzioni da parte dell’UE. Per giustificare l’attacco a Red l’UE sostiene che la pubblicazione “ha diffuso sistematicamente false informazioni su argomenti politicamente controversi con l’intento di creare discordia etnica, politica e religiosa tra il suo pubblico di riferimento prevalentemente tedesco, anche diffondendo le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali come Hamas”.

Non è difficile immaginare come un’affermazione così vaga e generica, che ricorda le accuse di Israele secondo cui qualsiasi critico è un sostenitore di Hamas, possa essere utilizzata per mettere a tacere qualsiasi pubblicazione che smentisca le narrazioni ufficiali.

Le sanzioni contro Red si sono rivelate superflue: la pubblicazione è stata di fatto costretta a chiudere prima ancora che le misure entrassero in vigore.

Questo è avvenuto dopo quella che la pubblicazione ha definito una “campagna coordinata” di accuse false e persino criminali, lanciate da “una scellerata alleanza di organi di stampa tedeschi, giornalisti, rappresentanti sindacali e ONG, alcune delle quali sono state persino fondate o finanziate direttamente dagli Stati tedesco e israeliano”.

Un’eco inquietante del passato tedesco

Queste sanzioni personali vengono adottate dai ministeri degli Esteri dell’UE, senza alcun procedimento giudiziario o possibilità per le persone prese di mira di difendersi, e sono vincolanti per tutti gli Stati membri.

A quanto pare per privare Dogru di qualsiasi diritto legale di cui godrebbe in quanto cittadino dell’UE, la decisione dell’UE sulle sanzioni lo identifica come cittadino turco, sebbene sia in realtà un cittadino esclusivamente tedesco e non turco.

La Germania e l’UE sembrano negare la cittadinanza tedesca a Dogru basandosi esclusivamente sulla sua etnia, una scelta di comodo e un’eco terrificante di come un precedente governo tedesco trattava i suoi cittadini ebrei qualche tempo prima di decidere di sterminarli.

Il messaggio a milioni di europei con antenati nelle ex colonie europee non potrebbe essere più chiaro.

La battaglia difensiva

Dogru sta contestando le sanzioni dinanzi ai tribunali dell’Unione Europea, un processo lungo e costoso che potrebbe richiedere anni senza offrire a lui e alla sua famiglia alcun aiuto immediato.

Il fatto che Dogru non sia stato accusato di alcun reato e non gli sia stato concesso alcun giusto processo sembra essere proprio il cardine delle sanzioni.

L’UE stessa afferma che “le sanzioni non sono punitive e mirano piuttosto a provocare un cambiamento nella politica o nella condotta di coloro che sono colpiti, al fine di promuovere gli obiettivi della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’UE”.

Inoltre Bruxelles ammette che nel sanzionare persone come Dogru per aver pubblicato notizie e opinioni che l’UE preferirebbe sopprimere le stia prendendo di mira per comportamenti “non illegali”.

In altre parole l’Unione Europea sta privando i giovanissimi figli di Dogru dei diritti e delle necessità essenziali finché il loro padre non si adeguerà alle sue politiche: una versione personalizzata delle guerre occidentali attraverso le sanzioni condotte contro intere popolazioni a Cuba, in Venezuela, a Gaza, in Siria, Iraq o Iran.

Tuttavia Dogru è fermamente convinto che il tentativo non avrà successo.

“L’unico modo per combattere è fare esattamente l’opposto di quello che loro vogliono”, afferma Dogru. “Non promuoverò mai la sicurezza e la politica estera europea, quindi la combatterò.”

Nonostante la chiusura di Red Dogru continua ad esprimersi su Twitter/X, Instagram e YouTube. Gestisce ancora l’account @redstreamnet su Twitter/X.

La sua opera include un documentario sulla resistenza palestinese alla colonizzazione israeliana, all’apartheid e al terrorismo dei coloni, girato nella Cisgiordania occupata nel 2022.

Per Dogru, non è un caso che lui, con la sua particolare attenzione alla Palestina e al genocidio di Gaza, sia il primo cittadino dell’UE a essere sanzionato sul suolo europeo.

“Stanno testando tale tipo di intervento su di me perché mettere a tacere le voci palestinesi o filo-palestinesi è attualmente la cosa che suscita meno polemiche” afferma Dogru. E una volta raggiunto questo obiettivo e creato un precedente, si rivolgeranno anche contro tutte le voci non filo-palestinesi”.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di “The Battle for Justice in Palestine” [La battaglia per la giustizia in Palestina, ndt.], ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha anche scritto “One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse” [Un solo Paese: una proposta ambiziosa per porre fine alla situazione di stallo israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)