Lettera aperta a Jean-Noël Barrot
Rami Abou Jamous
5 maggio 2026 – Orient XXI
Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. In questo articolo invia una lettera aperta al ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, dopo che quest’ultimo ha riproposto in Senato una citazione scioccante dell’ex prima ministra israeliana Golda Meir.
La settimana scorsa ho ripreso il mio diario di bordo dopo alcuni problemi di salute. Ve ne parlo perché, al di là del mio caso personale, dicono molto della situazione di tutti i gazawi.
Ho sofferto di dolori a un occhio di cui non si è potuta identificare la causa. Anche se sono riuscito a trovare un oftalmologo, lui non aveva gli strumenti necessari per poter effettuare l’esame. Ho anche avuto un episodio molto doloroso di gotta che mi ha bloccato a letto per una settimana abbondante. Questo disturbo può sembrare paradossale in un territorio sottoposto alla malnutrizione, ma esso non è legato solo a una dieta eccessivamente ricca. È provocato anche dal consumo eccessivo di legumi secchi come le lenticchie. E per me, come per gli altri abitanti di Gaza, le lenticchie sono il cibo quotidiano…
Durante questo periodo d’inattività ho passato il tempo a seguire l’attualità sul mio telefonino grazie a qualche connessione che ancora funziona. Ho sentito il capo della diplomazia francese, Jean-Noël Barrot, citare il 9 aprile davanti al Senato una nota formula di Golda Meir, prima ministra israeliana dal 1969 al 1974: “Noi possiamo perdonare agli arabi di aver ucciso i nostri bambini. Non possiamo perdonare loro di averci obbligati a uccidere i loro bambini.” Per il ministro degli Affari Esteri questa frase assurda illustra “l’etica umanitaria e universalista di Israele”!
Sono rimasto talmente scioccato che, nonostante il dolore, sono balzato giù dal letto. Credevo di aver capito male. Ho cercato il video integrale, l’ho visto varie volte per verificare se questa parte del discorso non fosse stata decontestualizzata. Quando ho capito che Barrot, sottolineando ogni sillaba per dimostrare la sua convinzione, opponeva “l’umanitarismo” di Golda Meir alla recente legge israeliana che impone la pena di morte solo per i palestinesi, mi sono venute le lacrime agli occhi per la disperazione. Secondo il ministro gli israeliani non hanno il diritto di impiccare la gente, ma possono uccidere i bambini perché sono obbligati a farlo. Ho detto a Sabah, mia moglie: “Pensi che rimanendo a Gaza obblighiamo gli israeliani ad uccidere i nostri bambinii?” Mi ha guardato con gli occhi sgranati. Le ho spiegato la ragione, ma lei non poteva credere che un ministro francese avesse potuto dire una cosa del genere.
Quindi ho deciso di mandare una lettera aperta a Jean-Noël Barrot.
Signor ministro,
Lei è la voce della Francia. E noi, i palestinesi, non capiamo come mai la voce della Francia ci insulti. Si rende conto di quello che significa questa citazione? Si rende conto che riassume in poche parole lo spirito colonialista?
Golda Meir diceva in faccia al mondo che le vere vittime dei massacri commessi dal 1948 non erano i morti, compresi i bambini morti, ma quelli che li avevano uccisi. Giustificava così l’occupazione e la colonizzazione. Secondo lei “gli arabi” – perchè lei negava l’esistenza di un popolo palestinese – dovevano accettare di essere colonizzati, così non ci sarebbe stato bisogno di uccidere loro nè i loro bambini.
Riesumando queste parole vecchie di più di 50 anni, lei giustifica l’occupazione di oggi. Essa continua ad estendersi in Cisgiordania, a Gaza e in parti del Libano e della Siria. Lei approva i massacri che continuano senza sosta. E lei ci dice che noi dobbiamo essere delle vittime gentili, animali docili, pecore che si ha il diritto di chiudere dietro a muri. E se ci muoviamo è normale uccidere i nostri bambini. Gli assassini rappresentano un’umanità superiore a cui noi non abbiamo accesso: sono capaci di “perdonarci di aver ucciso i loro bambini” e sono tristi di dover uccidere i nostri.
Per quanto ne so il presidente della Repubblica non ha reagito alle sue affermazioni, il che corrisponde alla condivisione. A quanto pare per il capo dello Stato ogni parola, anche la più estremista, a sostegno di Israele è autorizzata. Che contrasto rispetto alla reazione di un ex-presidente francese alle frasi del suo primo ministro che erano ben lontane dal livello di assurdità delle sue. Nel 1999, me ne ricordo molto bene, Jacques Chirac aveva ripreso severamente il suo primo ministro in coabitazione, Lionel Jospin, che durante una visita in Israele e Palestina aveva trattato come “terrorista” Hezbollah, opponendosi così frontalmente a un accordo di cui la Francia faceva parte1. Il giorno dopo all’università di Birzeit a Ramallah Jospin aveva dovuto scappare pietosamente sotto la sassaiola degli studenti.
Al suo ritorno a Parigi gli era stato imposto di telefonare al presidente prima della mattina dopo per farsi dare una strigliata.
Jacques Chirac non aveva sopportato questa scena umiliante per la diplomazia francese. Oggi Emmanuel Macron non si scompone affatto che lei l’abbia messo pubblicamente in ridicolo riprendendo gli slogan più logori della propaganda sionista. Ma la sua esibizione davanti al Senato non è stata solo risibile. Lei ha normalizzato la narrazione israeliana, che pretende che il suo esercito non faccia altro che “difendersi” aggredendo la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iran. Le vittime, dicono gli israeliani, siamo noi. Tutto il resto del mondo ci vuole uccidere, quindi abbiamo il diritto di uccidere tutti, bambini compresi, in Cisgiordania, a Gaza e ovunque all’estero.
Poiché ama citare Golda Meir, lei conosce sicuramente il seguito della frase che ha riportato: “Non avremo la pace con gli arabi, l’avremo quando ameranno i loro bambini più di quanto ci detestino.”
Sto per farle una rivelazione: amiamo i nostri bambini. Li proteggiamo a mani nude, temiamo per loro, ma l’occupazione li priva persino di quello che dovrebbe essere piú semplice ed elementare: un’infanzia normale. Non ha visto quello che è successo durante il genocidio a Gaza? Quanti minori sono morti dilaniati dalle bombe a Gaza, sepolti nei bombardamenti di case che ospitavano intere famiglie, spesso solo donne e bambini? Lei sa che dal cosiddetto “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 più di cento minori sono stati uccisi da Israele nella Striscia di Gaza? Pensa che noi, i palestinesi, abbiamo “obbligato” l’esercito israeliano ad assassinarli? Lei pensa che i coloni che nel 2015 hanno bruciato vivo insieme alla sua famiglia Ali Dawabcheh, un neonato di 18 mesi, a Douma, in Cisgiordania, siano stati “obbligati” a dare fuoco alla loro casa? Lei pensa che nel gennaio 2024 a Gaza i palestinesi abbiano “obbligato” l’esercito israeliano a crivellare di colpi Hind Rajab, 6 anni, che aveva chiesto aiuto per tre ore, intrappolata in un’auto in mezzo ai cadaveri della sua famiglia?
Lei pensa che il 21 aprile 2026 gli abitanti di Al-Moughaïr, in Cisgiordania, abbiano “obbligato” un riservista dell’esercito israeliano a uccidere con un proiettile in testa Hamdi Al-Naassan, 14 anni, davanti alla sua scuola? Lei sa che, secondo le organizzazioni per la difesa dei prigionieri, nelle carceri israeliane ci sono 350 minorenni?
I nostri bambini non trovano niente da mangiare perché a Gaza c’è un blocco. I nostri bambini sono nati nelle tende perché gli israeliani ci hanno sfollati più volte e hanno distrutto le nostre case. I nostri bambini nascono e crescono nella sofferenza. Spesso devono superare dei posti di blocco umilianti per andare a scuola. Non hanno un futuro perché in Cisgiordania e a Gerusalemme est gli verrà impedito di costruirsi una casa. E a Gaza di case non ce ne sono più. In Cisgiordania i bambini sono percossi e a volte assassinati da milizie di coloni fanatici protetti dall’esercito. I nostri bambini sono fiori. Fiori fragili che crescono in una terra innaffiata da lacrime e ricordi. Si cerca di proteggerli come si può, a mani nude davanti ai carri armati, agli aerei da caccia, alle bombe, ai droni, ai cecchini e ai coloni armati fino ai denti. E’ l’occupazione che strappa i nostri fiori uno per uno per appropriarsi di tutto il giardino.
Signor ministro,
noi non possiamo proteggere i nostri bambini. Gli israeliani li uccidono. Non perché obbligati, come le fa credere la sua totale assenza di riflessione, ma perché sanno che questi bambini, se li lasciano crescere, diventeranno dei difensori della Palestina. Si informi sul numero dei minori uccisi da Israele dal 1948 fino ai nostri giorni in Palestina e in Libano.
E si renda finalmente conto che queste morti derivano da una mentalità colonialista. Tre settimane dopo sono ancora distrutto dalle sue parole. Non riesco ancora a capire come lei abbia potuto causare alla diplomazia francese un tale disastro.
Per noi palestinesi la Francia era una importante rappresentante del rispetto del diritto internazionale e dei valori umani. E’ quello che ho imparato quando ho studiato in Francia: la vita umana è centrale. Apparentemente tutto ciò è finito. A Gaza molta gente è al corrente. Il suo video circola sulle reti sociali. Alcuni miei amici, che sanno che conosco bene la Francia fino al punto da vedermi a volte come il rappresentante del suo Paese a Gaza, non smettono di chiedermi: “Ma cosa sta succedendo? Come può la Francia dire simili cose?”
Lei, signor ministro, come d’altronde il resto del mondo, può sapere ciò che avviene in Palestina. Le immagini circolano in continuazione sulle reti sociali. Chiunque può vedere la colonizzazione con i propri occhi, ma a quanto pare ci sono delle persone che non hanno occhi autonomi. Chiunque può sentire con le proprie orecchie gli appelli dei dirigenti israeliani all’annessione, ma a quanto pare ci sono persone che non hanno le orecchie autonome.
Signor ministro, lei può ancora ascoltare nel suo Paese le testimonianze dei francesi che si sono difesi durante l’ultima guerra. E che non hanno obbligato nessuno ad uccidere bambini francesi. Ma forse lei non sa cosa sia un’occupazione. E’ la cosa peggiore. L’occupazione non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti. L’occupazione vuol dire massacri, crimini, uccisioni e l’assassinio di bambini prima degli adulti per impedire che ci sia un avvenire.
Non so se lei ha dei figli. Io ne ho due. Cerco di proteggerli contro i massacri israeliani dal loro primo giorno di vita. Sono fortunati, sono tra i sopravvissuti di questo genocidio. Sono ancora vivi, ma non si sa mai.
L’occupazione genera la resistenza. La resistenza armata è legittima. Lei lo sa bene e l’ha dimostrato di recente. Quando l’ho sentita il 20 aprile annunciare l’appoggio della Francia a un tribunale internazionale ho creduto per un istante che lei parlasse di Gaza. Quel tribunale, lei ha detto, dovrebbe giudicare “i massacri, le deportazioni di bambini, gli attacchi contro i civili, la morte di giornalisti e tutti i crimini di guerra, ma anche la pianificazione e la messa in pratica di questa guerra d’aggressione coloniale, ingiustificabile e ingiustificata.” Ma no, lei parlava della Russia.
La sua umanità ha un colore, il bianco, e una geografia, l’Europa.
1 L’“accordo” dell’aprile 1996 era stato concluso tra Israele e il Libano per porre fine all’offensiva israeliana “Grappoli d’ira”, nel corso della quale un bombardamento israeliano contro una base dell’ONU aveva ucciso 118 civili. Negoziato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’accordo precisava che le due parti si astenessero dal prendere di mira i civili, autorizzando di fatto Hezbollah a colpire obiettivi militari, cosa che alcuni politici hanno definito “terrorismo”. Era stata creata una commissione di vigilanza cosstituita da Francia, Stati Uniti, Siria e anche da Israele e Libano.
Fondatore di GazaPress, un ufficio che forniva aiuto e traduzione ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 Rami Abou Jamous, sotto la minaccia dell’esercito israeliano, ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City con sua moglie Sabah, i bambini di lei e il loro figlio Walid, di tre anni. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir El-Balah e in seguito a Nusseirat. Dopo un nuovo sfollamento in seguito alla rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.
(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)