“Permesso di stupro” – Il New York Times descrive nel dettaglio le violenze sessuali contro i palestinesi detenuti in Israele
Redazione di Palestine Chronicle
12 maggio 2026 Palestine Chronicle
Un editorialista del New York Times riferisce testimonianze che rivelano le sistematiche violenze sessuali contro i detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane
I punti chiave
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Nicholas Kristof, editorialista del New York Times, riferisce di casi di violenza sessuale commessi da soldati israeliani, guardie carcerarie e coloni.
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Il rapporto cita le conclusioni delle Nazioni Unite e le testimonianze di organizzazioni per i diritti umani che documentano quelli che vengono descritti come sistematici abusi contro i palestinesi.
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Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse, e Netanyahu ha liquidato le accuse di violenza sessuale come “prive di fondamento”.
Abuso sistematico
In una lunga inchiesta pubblicata dal New York Times il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Nicholas Kristof ha riferito dettagliate testimonianze di palestinesi che raccontano di diffuse violenze sessuali commesse da soldati, guardie carcerarie, coloni e inquirenti israeliani.
Kristof, corrispondente di guerra di lunga data e opinionista di punta del New York Times, ha scritto: “È un’affermazione semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro”.
“Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino gli stupri”, ha scritto Kristof, aggiungendo però che le autorità israeliane hanno costruito “un apparato di sicurezza” per cui la violenza sessuale è diventata, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, una delle “procedure operative standard” di Israele.
Testimonianze di detenuti palestinesi
Kristof ha affermato di aver intervistato 14 uomini e donne palestinesi che hanno descritto aggressioni sessuali subite a opera di personale di sicurezza israeliano o di coloni.
Tra questi c’è il giornalista palestinese Sami al-Sai, il quale ha raccontato di essere stato aggredito dalle guardie carcerarie dopo il suo arresto nel 2024.
“Mi picchiavano tutti, e uno mi ha calpestato testa e collo”, ha dichiarato al-Sai al New York Times. Ha riferito che le guardie lo hanno spogliato e violentato con degli oggetti ridendo.
“È stato estremamente doloroso”, ha detto. “Pregavo di morire”.
Kristof ha anche descritto la testimonianza di un agricoltore palestinese che è stato ripetutamente violentato con un manganello di metallo per aver cercato di sporgere denuncia contro le guardie carcerarie.
“Ora hai anche altri elementi da aggiungere alla tua denuncia”, gli avrebbe detto una guardia.
L’agricoltore ha poi ritirato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome dopo che, come ha detto, i funzionari dello Shin Bet lo avevano ammonito a non fare dichiarazioni in pubblico.
Donne, bambini e gazawi in prigione
Il reportage del New York Times include anche la testimonianza di una donna palestinese arrestata dopo l’ottobre 2023, la quale ha affermato che i soldati israeliani avevano minacciato di stuprare lei e i membri della sua famiglia.
La donna ha raccontato a Kristof di essere stata ripetutamente spogliata, picchiata e palpeggiata dalle guardie.
“Mi mettevano le mani dappertutto”, ha detto.
Un giornalista di Gaza ha descritto in modo simile gli abusi subiti durante la detenzione, dichiarando al New York Times: “Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali”.
Kristof ha anche intervistato alcuni ragazzi palestinesi che hanno affermato che le minacce di stupro erano una routine durante la detenzione.
Un detenuto di 15 anni ha ricordato che le guardie gli dicevano: “Fai così o ti infiliamo questo bastone nel culo”.
Risultanze sui diritti umani
Kristof cita i rapporti delle Nazioni Unite, di B’Tselem, di Save the Children, di Euro-Med Human Rights Monitor e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti.
Un rapporto di Euro-Med ha descritto la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi come “sistematica” e parte di una “una prassi organizzata di Stato“.
B’Tselem ha documentato quello che ha definito “un tragico sistema di violenza sessuale”, mentre Save the Children ha riferito che più della metà dei bambini palestinesi detenuti da Israele che sono stati intervistati ha dichiarato di aver assistito o subito violenza sessuale.
Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse.
Secondo il New York Times un portavoce del servizio penitenziario ha affermato di “respingere categoricamente le accuse” e ha dichiarato che le denunce vengono esaminate dalle autorità competenti.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato le accuse di violenza sessuale da parte delle forze israeliane come “accuse infondate”.
“Dare il permesso allo stupro”
Kristof sostiene che l’impunità ha permesso che gli abusi continuassero.
Ha fatto riferimento al caso del 2024 di un prigioniero palestinese di Gaza che sarebbe stato ricoverato in ospedale con gravi lesioni rettali e interne a seguito di presunti abusi da parte di riservisti israeliani. Sebbene inizialmente diversi soldati fossero stati arrestati, le accuse sono state successivamente ritirate.
Netanyahu ha celebrato l’archiviazione del caso come la fine di una “calunnia del sangue” [archetipo antisemita relativo a presunti omicidi rituali, ndt.].
Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, ha dichiarato al New York Times: “Gli abusi sessuali dilaganti sui prigionieri palestinesi sono una realtà; sono stati normalizzati”. E aggiunge: “Non ci sono prove evidenti che ci siano degli ordini in merito. Ma ci sono ripetute prove che le autorità ne sono a conoscenza e non intervengono per fermare gli stupri”.
Dopo il ritiro delle accuse contro i riservisti Bashi ha detto: “Direi che ritirare le accuse equivale a dare il permesso di stuprare”.
Kristof ha concluso affermando che, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele finanziariamente e militarmente, Washington ha la responsabilità di affrontare le accuse. “E anche i nostri dollari delle tasse americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano”, ha scritto, “quindi si tratta di violenze sessuali in cui gli Stati Uniti sono complici”.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)