Ecco com’è un pogrom dei coloni israeliani
Mohammad Hesham Huraini
27 luglio 2026 – +972 Magazine
Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato totalmente inerme. La mia auto è stata avvolta dalle fiamme, ma l’unica cosa che mi importava era la sopravvivenza della mia famiglia.
Ho saputo che erano qui prima ancora di vederli. Era poco dopo la mezzanotte del 18 luglio e circa 40 coloni israeliani mascherati del notoriamente violento avamposto di Havat Ma’on armati di bastoni, pietre e benzina stavano invadendo il mio villaggio di At Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron.
Ho sentito delle urla, seguite dall’inconfondibile suono di pietre che rompono dei vetri. Poi ho sentito il calore delle fiamme che avevano appiccato.
I coloni sono scesi prima verso la moschea di Al-Tuwani. Hanno sfasciato le sue finestre, sparso versato per terra e appiccato il fuoco all’ingresso. Hanno tracciato con lo spray una Stella di Davide sui muri e scritto slogan in ebraico, tra cui “Vendetta”.
Ma vendetta per cosa, esattamente? Ci hanno accusato di aver provocato un incendio che all’inizio della giornata aveva avvolto la colonia di Havat Gilad. In seguito le autorità israeliane hanno annunciato che probabilmente era stato provocato accidentalmente da una sigaretta ancora accesa.
Ma questo falso pretesto era solo una scusa perché i coloni scatenassero la loro ira contro dei palestinesi. Sapevano che non avrebbero dovuto affrontare le conseguenze dei loro delitti e che se avessimo cercato di difenderci l’esercito israeliano sarebbe accorso in difesa dei coloni arrestandoci o persino sparandoci addosso senza alcuna esitazione.
Dopo aver attaccato la moschea si sono divisi in vari gruppi e sono andati di casa in casa. Hanno lanciato altre pietre, rotto altre finestre e gettato benzina nelle case prima di incendiarle.
Quando l’attacco è iniziato mi trovavo da mio zio, mentre il resto della mia famiglia — i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino — stavano dormendo nella casa vicina. Ho sentito le mie sorelle urlare quando si sono svegliate a causa della puzza di fumo e pareti bruciate, rendendosi conto di quello che stava avvenendo. Sono corso verso casa con un nodo alla gola.
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente inerme. Io ero solo e loro erano più di 40, appoggiati dalle forze di occupazione. Mentre correvo mi hanno lanciato contro delle pietre; non sapevo se alcuni di loro avevano armi da fuoco. Ho a malapena avuto abbastanza fiato da gridare contro di loro, se non altro per avere la sensazione di non essere uno spettatore di fronte alla distruzione della mia casa.
Nel contempo non potevo far altro che pensare alla famiglia Dawabsheh, della cittadina di Duma, la cui casa era stata incendiata da coloni israeliani nel 2015 uccidendo tre di loro, tra cui Alì, di 18 mesi. Ero orripilato dall’idea di stare per perdere la mia famiglia nello stesso modo.
Quando ho raggiunto casa mia la prima cosa che ho visto è stata la mia auto avvolta dalle fiamme. Ma in quel momento non mi importava: tutto quello che contava per me era se la mia famiglia era salva.
Ho trovato mia madre e le mie sorelle piangenti e tremanti. Grazie a dio tutti erano in una stanza, ma i vetri delle nostre finestre rotte erano sparsi ovunque sul pavimento. Il terrore, il panico e la paura che tutti noi abbiamo provato quella notte ci accompagnerà per sempre, accentuato dalla possibilità concreta che potrebbe ripetersi domani.
Nei pressi uno dei miei vicini, un ragazzo di 16 anni, stava dormendo vicino a una finestra quando i coloni hanno buttato dentro della benzina, parte della quale si è sparsa sui suoi vestiti. Se le fiamme lo avessero raggiunto oggi non sarebbe vivo. Invece per il resto della sua vita sarà terrorizzato dal ricordo dell’odore acre del fumo, del sapore della paura e della sensazione di una minaccia mortale.
Mentre questo ragazzino ha avuto “fortuna”, quella notte c’è stata un’altra tragedia nella sua famiglia. Sua madre, che era incinta, è stata colpita da una pietra lanciata dai coloni attraverso la finestra. La Mezzaluna Rossa palestinese è arrivata circa 20 minuti dopo la fine dell’attacco e ha portato velocemente in ospedale la donna, la trentacinquenne Roqaya Rabie, ma non si è potuto salvare il suo bambino non ancora nato a cui è stata persino negata la possibilità di conoscere una vita qui indenne da questa violenza.
I coloni hanno attaccato anche il nostro caseificio, incendiandolo. Per la maggior parte delle donne del villaggio è l’unica fonte di reddito. Siamo già stati esclusi da molte attività per guadagnarci da vivere: la stazione di benzina, le imprese edili e tessili che una volta erano attive qui, negli ultimi anni hanno dovuto chiudere. Il caseificio è tutto quello che abbiamo e i coloni hanno cercato di distruggere pure quello.
Il pogrom è durato solo per circa 10 minuti. Ma 10 minuti passati credendo di stare per perdere la tua famiglia sembrano un’eternità. Come se non avessero già inflitto abbastanza distruzioni, quando se ne sono andati i coloni hanno dato fuoco a un’ultima casa.
In quel momento avevamo iniziato a spegnere gli incendi. Abbiamo cercato di salvare la moschea, le nostre case e il caseificio. La mia auto non si poteva salvare: il fuoco l’ha completamente bruciata quasi immediatamente. Come sempre l’esercito e la polizia israeliani sono arrivati solo dopo che i coloni se ne erano andati. Invece di inseguire gli aggressori o fare un’irruzione nel loro avamposto per arrestarli, se la sono presa con noi. Ci hanno respinti e ci hanno gridato contro consentendo ai coloni terroristi di andarsene nella più totale impunità. Ancora una volta i palestinesi sono stati lasciati senza difesa di fronte alla violenza coordinata praticata dai coloni con la protezione dello Stato.
Suppongo che non abbiate mai avuto da temere una violenta invasione mentre ve ne state seduti a casa vostra. Non vi aspettate che la vostra auto venga improvvisamente avvolta dalle fiamme. Probabilmente non pensereste mai di rinforzare le vostre finestre o di intonacare i vostri muri con una vernice che renda più facile cancellare le scritte dopo un attacco.
Ma qui a Masafer Yatta queste sono preoccupazioni quotidiane. Non importa che uno di noi abbia vinto un Oscar con “No other land” o che, grazie a questo film, il mondo ora sappia il nome nel nostro piccolo villaggio.
Invece di essere protetti siamo stati lasciati a rimettere insieme i pezzi lasciati da un ulteriore attacco che ha danneggiato le nostre vite. Una volta che i muri sono stati ripuliti e la cenere è stata spazzata via abbiamo iniziato a prendere nota di quello che potrebbe essere recuperato e di quello che è stato definitivamente perso a causa della violenza del regime coloniale di Israele.
Mohammad Hesham Hunaini è un giornalista e attivista per i diritti umani indipendente di At-Tuwani, Masafer Yatta.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)