Chi è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sfida Netanyahu?

Nadav Rapaport

28 luglio 2026, Middle East Eye

Eisenkot, già membro del Gabinetto di Guerra di Israele, è emerso come lo sfidante più forte da anni del primo ministro Benjamin Netanyahu

Tra tre mesi il primo ministro Benjamin Netanyahu affronterà la sfida elettorale più difficile della sua carriera politica.

Le conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, le campagne militari israeliane in tutto il Medio Oriente e la controversa decisione della coscrizione per gli ebrei ultraortodossi hanno rimodellato il paesaggio politico del Paese, erodendo il sostegno per Netanyahu e la sua coalizione governativa.

Al centro di questo cambiamento c’è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sta emergendo come lo sfidante più forte del primo ministro.

Gli israeliani andranno a votare il 27 ottobre e i sondaggi indicano costantemente che il Likud, il partito di Netanyahu, e i suoi alleati sono in difficoltà nell’assicurarsi la maggioranza parlamentare di 61 seggi necessaria a formare un governo.

Ora Eisenkot guida un ampio blocco di opposizione che abbraccia partiti, ebraici e palestinesi, di destra, centro e centro-sinistra, con recenti sondaggi che suggeriscono che, fino ad ora, ha la massima probabilità di porre fine alla lunga egemonia di Netanyahu.

Da umili origini a capo di stato maggiore

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade in Marocco da immigrati ebrei ma è cresciuto a Eilat, la città israeliana più meridionale.

Dopo le scuole, nel 1978 si è arruolato nell’esercito iniziando una carriera militare culminata nella sua nomina nel 2015 a capo di stato maggiore, terminata dopo quattro anni con il pensionamento nel 2019.

Nel corso di quarant’anni Eisenkot è salito nei ranghi militari coprendo una serie di posizioni di comando ad alto livello. 

Agli inizi del 2000, durante la Seconda Intifada, comandava l’esercito nella Cisgiordania occupata prima di passare a guidare l’influente Direttorato delle Operazioni militari e poi del suo/locale Comando Nord.

Quando era a capo del Comando Nord, Eisenkot si è avvicinato alla “Dottrina Dahiya” che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut a maggioranza sciita.

La dottrina raccomanda un uso schiacciante della forza militare contro infrastrutture civili in zone da cui sono lanciati gli attacchi con lo scopo di causare ampie distruzioni per ottenere degli obiettivi militari.

Nel 2008 parlando con Yedioth Ahronoth [il tabloid ebraico centrista più diffuso, ndt.] Eisenkot aveva delineato la strategia.

“In ogni villaggio da cui sparano contro Israele useremo una forza sproporzionata causando danni e distruzioni terribili,” aggiungendo che “dal nostro punto di vista queste sono basi militari”, chiarendo che i villaggi da cui partono gli attacchi sarebbero stati trattati come bersagli militari legittimi.

Sette anni dopo Netanyahu nomina Eisenkot capo di stato maggiore, sostituendo Benny Gantz di cui era stato il vice.

Durante il mandato di Gantz come capo di stato maggiore con Eisenkot quale vice, l’esercito israeliano uccise oltre 2200 palestinesi durante la guerra a Gaza del 2014 che, durata fino al 2023 è tutt’ora la più lunga campagna militare di Netanyahu.

“Il Medio Oriente sta andando a pezzi. Gli Stati stanno crollando. In questo vuoto un impero ci sta attaccando: l’Iran. Aspira ad armarsi con armi nucleari,” ha detto Netanyahu quando Eisenkot si insediò nel 2015.

“Il popolo di Israele si fida di te, il governo di Israele si fida di te, e Gadi, io mi fido di te,” ha aggiunto il primo ministro.

“Ci batteremo per scoraggiare il nemico, tenere la guerra sotto controllo, minacciare e vincere,” Eisenkot disse insediandosi al comando.

Sebbene durante il mandato di Eisenkot non ci sia stata un’offensiva militare sulla scala della guerra contro Gaza nel 2014, c’è stata un’escalation di violenza nei territori palestinesi occupati.

Tra il 2018 e il 2019, durante le proteste lungo la barriera Gaza-Israele della Grande Marcia del Ritorno, le forze israeliane uccisero oltre 200 palestinesi, ferendone migliaia, molti uccisi mentre si avvicinavano al confine.

Uno dei momenti decisivi del mandato di Eisenkot arrivò nel 2016 dopo l’uccisione di Abdel Fattah al–Sharif da parte del soldato israeliano Elor Azaria nella Cisgiordania occupata.

Sharif, dopo un attacco con un coltello, giaceva a terra ferito nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron e Azaria gli sparò in testa; la scena fu ripresa da un video che scatenò una vasta condanna.

Nonostante le pressioni da parte di politici di destra e manifestanti, Eisenkot insistette che Azaria venisse giudicato da un tribunale militare, sostenendo che il soldato aveva violato il codice etico dell’esercito.

Alla fine Azaria fu condannato a 18 mesi di prigione anche se poi Eisenkot approvò una riduzione di pena a 14 mesi. Azaria fu rilasciato dopo nove mesi e non espresse mai rimorso.

Nel 2022, dopo il pensionamento, Eisenkot è entrato in politica, unendosi a Benny Gantz, suo ex comandante, nel Partito Unità Nazionale di centro-destra. Alla fine dell’anno, con il ritorno al potere di Netanyahu, è poi stato eletto alla Knesset, il parlamento di Israele.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha indotto il Partito Unità Nazionale a unirsi al governo di emergenza di Netanyahu, e sia Gantz che Eisenkot hanno occupato seggi nel gabinetto di guerra.

Ma le tensioni fra i due ex generali e il primo ministro diventarono ben presto di dominio pubblico.

Eisenkot ha ripetutamente criticato Netanyahu per la sua condotta della guerra, accusandolo di non aver dato la priorità al ritorno dei 251 ostaggi catturati da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre. Ha sostenuto che la pressione politica di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i suoi partner nella coalizione di estrema destra, hanno minato gli sforzi per trovare un accordo.

“Quarantasei ostaggi che sarebbero dovuti ritornare non sono ritornati, alcuni di loro avremmo potuto riportarli a casa,” ha detto Eisenkot a Channel 12 News a gennaio.

“Abbiamo commesso degli errori,” ha detto, accusando Netanyahu di aver “sabotato” un accordo con Hamas all’inizio della guerra dopo averlo inizialmente approvato.

“Chiunque sia in una posizione di comando o leadership deve pagare il prezzo e tornarsene a casa,” ha aggiunto Eisenkot riferendosi ai leader sia politici che militari che erano in carica durante l’attacco.

La sua attrattiva

A settembre Eisenkot ha abbandonato il sempre più impopolare Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz per lanciare il proprio movimento politico, Yashar – in ebraico “dritto” o “onesto”.

Annunciando il nuovo partito, Eisenkot ha detto che avrebbe lavorato per “riparare, guarire, e per dare speranza alla società israeliana” collocando allo stesso tempo “la sicurezza e gli interessi nazionali dello Stato di Israele al di sopra di ogni altra considerazione”, una critica non troppo velata a Netanyahu, ripetutamente accusato di mettere la propria sopravvivenza politica davanti agli interessi del Paese.

Sembra che abbia vinto la scommessa.

Recenti sondaggi hanno regolarmente posto Yashar fra i primi partiti in Israele, alcuni mettendolo davanti al Likud e suggerendo che le opposizioni avranno abbastanza seggi per formare una coalizione di governo.

Ma Dahlia Scheindlin, analista politica israeliana, dice che l’ascesa di Eisenkot riflette un più ampio trend politico e non solo la sua popolarità personale.

“Parte del sostegno a Eisenkot non dipende da lui,” ha detto Scheindlin a MEE. “C’è un intero elettorato che si oppone a Netanyahu dai primi mesi della formazione governativa.”

Ha puntato l’attenzione sulle proteste di massa contro la riforma giudiziaria del governo nel 2023, sostenendo che gli elettori anti-Netanyahu hanno cercato fin da allora un leader di opposizione credibile.

“Questo non è un piccolo gruppo,” ha detto. “Dopo il 7 ottobre il suo sostegno è andato prima a Gantz e dopo a Bennett [ex Primo Ministro]. Non è solo grazie a Eisenkot, ma è perché c’è un campo politico in cerca di un leader.”

Anche la carriera militare di Eisenkot ha sostenuto la sua posizione, ha detto Scheindlin.

“I leader militari godono del sostegno pubblico sin dalla fondazione dello Stato, grazie all’alto livello di fiducia che gli israeliani pongono nell’esercito.”

Come altri ex generali che sono poi entrati in politica, dice, Eisenkot è visto da tanti come “efficiente, pragmatico e professionale”.

Inoltre, Scheindlin sostiene che anche la storia personale di Eisenkot è un forte elemento che lavora in favore dell’ex generale.

Fra l’ottobre 2023 e il novembre 2024 suo figlio Gal e due nipoti sono stati uccisi durante l’assalto militare di Israele contro Gaza.

“Ha perso il figlio e due nipoti mentre il governo chiudeva la porta alle famiglie in lutto e alle sofferenze del popolo, in un momento in cui la maggioranza degli israeliani voleva un accordo,” ha detto Scheindlin.

E nota che Eisenkot è visto da molti israeliani “come uno che ha sofferto in prima persona con la sua gente, sacrificando il figlio e nipoti “.

“Questo crea un contrasto tra lui e Netanyahu,” ha aggiunto. “Provoca rabbia verso il governo e incanala contro di esso la rabbia pubblica.”

Anche il suo background è diventato parte della sua identità politica.

Eisenkot diventerebbe infatti il primo mizrahi eletto premier. Figlio di ebrei immigrati dal Marocco, è di recente diventato bersaglio di quelli che i critici descrivono come attacchi razzisti nella campagna di Netanyahu.

I mizrahi, ebrei le cui famiglie provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, hanno da sempre subìto discriminazioni da parte degli ashkenaziti, l’élite sociale storicamente dominante in Israele.

“I miei genitori sono immigrati dal Marocco e io sono fiero di loro e delle mie origini, ma io sarei felice se, innanzitutto, fossimo fieri di essere israeliani,” ha detto Eisenkot dopo gli attacchi del partito Likud di Netanyahu che da tempo si presenta come la casa politica di molti votanti mizrahi.

Amal Oraby, avvocata dei diritti umani palestinesi, ha detto che Eisenkot ha anche ottenuto un certo favore da parte dei cittadini palestinesi di Israele.

“Ha una buona reputazione su cui contare nella società palestinese di Israele,” dice Oraby a MEE. “A differenza di Benny Gantz, quando era capo di stato maggiore Eisenkot non ha condotto una guerra contro i palestinesi.”

Nonostante noti che Eisenkot sia rimasto per lo più in silenzio mentre i partiti dell’opposizione gareggiavano nell’adottare un linguaggio sempre più intransigente verso i cittadini palestinesi di Israele, Oraby sostiene che nonostante ciò molti palestinesi lo vedono come una figura più pragmatica di Netanyahu.

Oraby riferisce il commento di suo padre: ‘Netanyahu ci fa rimpiangere Golda [Meir] e [Menachem] Begin’. “Il livello di violenza e fascismo di questo governo hanno portato i palestinesi a volere qualcuno di normale, qualcuno con cui dialogare.”

I piani di Eisenkot e come pensa di trattare i palestinesi

Eisenkot si presenta come un leader interessato a ricucire le divisioni politiche in Israele dopo quasi tre anni di guerra.

“La difficile e prolungata guerra ha rivelato la profondità delle spaccature e la necessità di un leader di tipo diverso: professionale, unificante e impegnato in una condotta democratica,” riporta il sito web del suo partito Yashar.

Il partito ha assicurato che darà la priorità alla leva degli ebrei ultra-ortodossi, rafforzando le istituzioni democratiche e attutendo la polarizzazione politica. 

All’inizio del mese Eisenkot ha anche promesso di abrogare le leggi approvate dal governo Netanyahu, accusandolo di indebolire l’esercito con il suo rifiuto di arruolare gli ultra-ortodossi.

Ma gli analisti dicono che Eisenkot è rimasto deliberatamente sul vago su molti dei temi che probabilmente caratterizzeranno il suo premierato, particolarmente il conflitto israelo-palestinese.

“Eisenkot non dice niente,” ha detto Scheindlin a MEE.  “Si concentra su cose che possono essere implementate immediatamente e sulla sua vita personale.”

Sostiene che la sua ambiguità si estende persino a temi che hanno dominato nella politica israeliana, inclusa la riforma giudiziaria che aveva innescato le proteste di massa nel 2023.

“I suoi consiglieri hanno adottato l’approccio che non c’è bisogno di parlare del problema palestinese,” ha detto Scheindlin.

“È possibile che i votanti del centro pensino che Eisenkot voglia raggiungere un qualche tipo di accordo con i palestinesi, ma è come uno schermo bianco su cui proiettare tutti i tuoi desideri.”

Oraby ha detto che Eisenkot sembra favorire il ritorno alla vecchia politica israeliana di gestire invece che risolvere il conflitto.

“Eisenkot vuole ritornare alla politica di gestione del conflitto,” dice Oraby, riferendosi a un approccio praticamente abbandonato dal presente governo.

Nonostante tutto ciò Oraby sostiene che molti palestinesi vedono Eisenkot come una figura più pragmatica.

“I palestinesi possono consolarsi del fatto che non sia un colono,” dice riferendosi alla presente guerra a Gaza e alle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata.

Ma Oraby ha detto che Eisenkot ha fatto pochi sforzi nel coinvolgere direttamente i cittadini palestinesi in Israele.

“Non si rivolge all’elettorato palestinese come a un pubblico che vuole convincere,” dice Oraby, aggiungendo che Eisenkot non ha presentato alcuna proposta per combattere la violenta criminalità contro le comunità palestinesi in Israele.

Dall’inizio dell’anno circa 150 cittadini arabi di Israele sono stati uccisi in atti di violenza criminale, la maggioranza dei quali casi irrisolti.

“C’è una accettazione tra i palestinesi in Israele che un governo guidato da Eisenkot non farà miracoli e certamente non risolverà il conflitto israelo-palestinese,” dice Oraby.

“I palestinesi vogliono un ritorno alla normalità.”

Scheindlin in linea di massima è d’accordo, sostenendo che la principale differenza tra Eisenkot e Netanyahu non stia tanto nella loro visione a lungo termine quanto nel loro stile politico.

“Questo è il significato di pragmatico. Non vuole spostarsi verso una visione fondamentalista.”

I commenti di Eisenkot fanno pensare che sia a favore del mantenimento del controllo israeliano su parti della Cisgiordania occupata anche se si oppone a un’annessione immediata.

“Se annettessimo a Israele i palestinesi, ciò sarebbe una seria minaccia al progetto sionista” ha detto a Channel 13, aggiungendo che la fondazione delle colonie dovrebbe continuare entro i limiti della legge israeliana.

“Io non ho mai parlato di uno Stato palestinesi,” ha detto Eisenkot lunedì, ricusando la critica di essere un candidato di sinistra, ma aggiungendo che farà tutto il possibile affinché non si realizzi il piano di Smotrich di annettere la Cisgiordania.

“L’idea è assurda, una cosa completamente folle,” ha detto Eisenkot, sostenendo che, riferendosi ai palestinesi, Israele deve distinguere “fra terroristi e popolazione”.

Su Gaza Eisenkot sostiene che Hamas dovrebbe essere sostituito da un’Autorità Palestinese riformata.

” L’Autorità Palestinese a Gaza sarebbe meno peggio di Hamas,” ha detto lo scorso mese a i24News.

“Hamas deve essere eliminato come forza militare e governativa, e deve nascere una leadership diversa, affiliata con un’Autorità Palestinese che dovrebbe passare attraverso un accurato processo di de-radicalizzazione.”

Eisenkot può diventare primo ministro?

Resta incerto se Eisenkot saprà tradurre i suoi forti sondaggi in una vittoria elettorale.

“Le sue possibilità non sono così male,” ha detto Scheindlin a MEE facendo notare che, dal ritorno al potere di Netanyahu, i partiti di opposizione hanno costantemente avuto la maggioranza in molti sondaggi.

“Da tre anni e mezzo i partiti di opposizione hanno avuto la maggioranza in quasi tutti i sondaggi,” ha detto, sostenendo che adesso è “molto più difficile per il Likud formare un governo dopo le elezioni.”

Molto dipende se Eisenkot vorrà lavorare con i partiti palestinesi nella Knesset.

“I palestinesi vogliono abbattere il presente governo,” ha detto Oraby a MEE, aggiungendo che molti palestinesi cittadini di Israele dicono: “Siamo pronti a fare qualsiasi cosa per deporre Netanyahu.”

Ma ha messo in guardia che “l’opinione contro il coinvolgimento dei partiti arabi nel governo è così forte che non è certo se Eisenkot avrà il coraggio di farlo “.

In quasi tutti i sondaggi, il partito Yashar guidato da Eisenkot e i suoi alleati ebraici di opposizione non arrivano alla maggioranza dei 61 seggi necessari a formare un governo senza il sostegno dei partiti palestinesi. 

Si prevede che gli islamisti e i conservatori della Lista Araba Unita, noti come Raam, l’acronimo in ebraico, e i socialisti dell’unione Hadash-Taal vinceranno circa 10 seggi il che li renderebbe l’ago della bilancia nei negoziati per una coalizione.

Scheindlin afferma che molti partiti di opposizione hanno inutilmente limitato le loro opzioni di coalizione rifiutandosi di collaborare con i partiti palestinesi.

Comunque Eisenkot ha lasciato la porta aperta almeno a Raam.

“Lascia la porta aperta alla cooperazione con Raam,” ha detto Scheindlin, osservando che i tre princìpi essenziali di Eisenkot – mantenere Israele uno Stato ebraico e democratico, sostenere i valori della Dichiarazione di Indipendenza e appoggiare il servizio militare o nazionale – potrebbero costituire una base comune con il partito.

Ha detto che l’enfasi di Eisenkot sul servizio nazionale come alternativa civile al servizio militare sostenuta da Raam, è ampiamente vista come un segnale che sarebbe favorevole a includere il partito in una futura coalizione.

Tuttavia Scheindlin ha avvertito che Netanyahu resta un formidabile oppositore politico nonostante i bassi sondaggi della sua coalizione.

Consolidando il sostegno a destra e rimodellando la sua coalizione prima delle elezioni, “c’è una possibilità non trascurabile che Netanyahu riuscirà a formare un governo”, ha detto.

Anche se nessuna delle parti riuscisse a ottenere una maggioranza parlamentare, Scheindlin ha detto che Netanyahu potrebbe ancora costringere Israele a un’altra tornata elettorale, uno scenario che ha più volte allungato la sua permanenza in carica.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Ecco com’è un pogrom dei coloni israeliani

Mohammad Hesham Huraini 

27 luglio 2026 – +972 Magazine

Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato totalmente inerme. La mia auto è stata avvolta dalle fiamme, ma l’unica cosa che mi importava era la sopravvivenza della mia famiglia.

Ho saputo che erano qui prima ancora di vederli. Era poco dopo la mezzanotte del 18 luglio e circa 40 coloni israeliani mascherati del notoriamente violento avamposto di Havat Ma’on armati di bastoni, pietre e benzina stavano invadendo il mio villaggio di At Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron.

Ho sentito delle urla, seguite dall’inconfondibile suono di pietre che rompono dei vetri. Poi ho sentito il calore delle fiamme che avevano appiccato.

I coloni sono scesi prima verso la moschea di Al-Tuwani. Hanno sfasciato le sue finestre, sparso versato per terra e appiccato il fuoco all’ingresso. Hanno tracciato con lo spray una Stella di Davide sui muri e scritto slogan in ebraico, tra cui “Vendetta”.

Ma vendetta per cosa, esattamente? Ci hanno accusato di aver provocato un incendio che all’inizio della giornata aveva avvolto la colonia di Havat Gilad. In seguito le autorità israeliane hanno annunciato che probabilmente era stato provocato accidentalmente da una sigaretta ancora accesa.

Ma questo falso pretesto era solo una scusa perché i coloni scatenassero la loro ira contro dei palestinesi. Sapevano che non avrebbero dovuto affrontare le conseguenze dei loro delitti e che se avessimo cercato di difenderci l’esercito israeliano sarebbe accorso in difesa dei coloni arrestandoci o persino sparandoci addosso senza alcuna esitazione.

Dopo aver attaccato la moschea si sono divisi in vari gruppi e sono andati di casa in casa. Hanno lanciato altre pietre, rotto altre finestre e gettato benzina nelle case prima di incendiarle.

Quando l’attacco è iniziato mi trovavo da mio zio, mentre il resto della mia famiglia — i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino — stavano dormendo nella casa vicina. Ho sentito le mie sorelle urlare quando si sono svegliate a causa della puzza di fumo e pareti bruciate, rendendosi conto di quello che stava avvenendo. Sono corso verso casa con un nodo alla gola.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente inerme. Io ero solo e loro erano più di 40, appoggiati dalle forze di occupazione. Mentre correvo mi hanno lanciato contro delle pietre; non sapevo se alcuni di loro avevano armi da fuoco. Ho a malapena avuto abbastanza fiato da gridare contro di loro, se non altro per avere la sensazione di non essere uno spettatore di fronte alla distruzione della mia casa.

Nel contempo non potevo far altro che pensare alla famiglia Dawabsheh, della cittadina di Duma, la cui casa era stata incendiata da coloni israeliani nel 2015 uccidendo tre di loro, tra cui Alì, di 18 mesi. Ero orripilato dall’idea di stare per perdere la mia famiglia nello stesso modo.

Quando ho raggiunto casa mia la prima cosa che ho visto è stata la mia auto avvolta dalle fiamme. Ma in quel momento non mi importava: tutto quello che contava per me era se la mia famiglia era salva.

Ho trovato mia madre e le mie sorelle piangenti e tremanti. Grazie a dio tutti erano in una stanza, ma i vetri delle nostre finestre rotte erano sparsi ovunque sul pavimento. Il terrore, il panico e la paura che tutti noi abbiamo provato quella notte ci accompagnerà per sempre, accentuato dalla possibilità concreta che potrebbe ripetersi domani.

Nei pressi uno dei miei vicini, un ragazzo di 16 anni, stava dormendo vicino a una finestra quando i coloni hanno buttato dentro della benzina, parte della quale si è sparsa sui suoi vestiti. Se le fiamme lo avessero raggiunto oggi non sarebbe vivo. Invece per il resto della sua vita sarà terrorizzato dal ricordo dell’odore acre del fumo, del sapore della paura e della sensazione di una minaccia mortale.

Mentre questo ragazzino ha avuto “fortuna”, quella notte c’è stata un’altra tragedia nella sua famiglia. Sua madre, che era incinta, è stata colpita da una pietra lanciata dai coloni attraverso la finestra. La Mezzaluna Rossa palestinese è arrivata circa 20 minuti dopo la fine dell’attacco e ha portato velocemente in ospedale la donna, la trentacinquenne Roqaya Rabie, ma non si è potuto salvare il suo bambino non ancora nato a cui è stata persino negata la possibilità di conoscere una vita qui indenne da questa violenza.

I coloni hanno attaccato anche il nostro caseificio, incendiandolo. Per la maggior parte delle donne del villaggio è l’unica fonte di reddito. Siamo già stati esclusi da molte attività per guadagnarci da vivere: la stazione di benzina, le imprese edili e tessili che una volta erano attive qui, negli ultimi anni hanno dovuto chiudere. Il caseificio è tutto quello che abbiamo e i coloni hanno cercato di distruggere pure quello.

Il pogrom è durato solo per circa 10 minuti. Ma 10 minuti passati credendo di stare per perdere la tua famiglia sembrano un’eternità. Come se non avessero già inflitto abbastanza distruzioni, quando se ne sono andati i coloni hanno dato fuoco a un’ultima casa.

In quel momento avevamo iniziato a spegnere gli incendi. Abbiamo cercato di salvare la moschea, le nostre case e il caseificio. La mia auto non si poteva salvare: il fuoco l’ha completamente bruciata quasi immediatamente. Come sempre l’esercito e la polizia israeliani sono arrivati solo dopo che i coloni se ne erano andati. Invece di inseguire gli aggressori o fare un’irruzione nel loro avamposto per arrestarli, se la sono presa con noi. Ci hanno respinti e ci hanno gridato contro consentendo ai coloni terroristi di andarsene nella più totale impunità. Ancora una volta i palestinesi sono stati lasciati senza difesa di fronte alla violenza coordinata praticata dai coloni con la protezione dello Stato.

Suppongo che non abbiate mai avuto da temere una violenta invasione mentre ve ne state seduti a casa vostra. Non vi aspettate che la vostra auto venga improvvisamente avvolta dalle fiamme. Probabilmente non pensereste mai di rinforzare le vostre finestre o di intonacare i vostri muri con una vernice che renda più facile cancellare le scritte dopo un attacco.

Ma qui a Masafer Yatta queste sono preoccupazioni quotidiane. Non importa che uno di noi abbia vinto un Oscar con “No other land” o che, grazie a questo film, il mondo ora sappia il nome nel nostro piccolo villaggio.

Invece di essere protetti siamo stati lasciati a rimettere insieme i pezzi lasciati da un ulteriore attacco che ha danneggiato le nostre vite. Una volta che i muri sono stati ripuliti e la cenere è stata spazzata via abbiamo iniziato a prendere nota di quello che potrebbe essere recuperato e di quello che è stato definitivamente perso a causa della violenza del regime coloniale di Israele.

Mohammad Hesham Hunaini è un giornalista e attivista per i diritti umani indipendente di At-Tuwani, Masafer Yatta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Karim Khan è stato tolto di mezzo perché ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni

David Hearst

27 luglio 2026 Middle East Eye

Il nome di Khan sarà per sempre legato ai mandati di arresto spiccati contro Netanyahu e Gallant – la risposta più seria che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tra le numerose reazioni seguite alla prevedibile destituzione venerdì del Procuratore Capo Karim Khan dalla Corte Penale Internazionale (CPI) è emerso un post rivelatore.

A scriverlo è stato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha ammonito il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un criminale di guerra che avrebbe dovuto essere arrestato alla sua prossima visita sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.

Danon ha ribadito l’affermazione – che sembrerebbe essere ora stata confermata – secondo cui Khan avrebbe utilizzato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa per insabbiare le proprie presunte molestie sessuali.

Come ha chiarito l’inchiesta di Middle East Eye, Khan ha emesso i mandati di arresto, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse.

Ma la verità e il giusto processo non hanno trovato spazio nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan, che ha incluso

– una campagna mediatica su Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN;

– degli avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se fossero stati spiccati i mandati di arresto;

– senatori repubblicani che gli dissero: “Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te”;

l’essere indicato pubblicamente come sospettato dal presidente dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) dell’ONU, il finlandese Paivi Kaukoranta, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi.

Danon ha minacciato Mamdani della stessa sorte di Khan. “@NYCMayor Zohran Mamdani, prendi nota: usare Israele come arma politica non ti proteggerà dalle tue colpe”, ha scritto Danon.

Un nuovo precedente

In passato Israele preferiva agire dietro le quinte. Quando ha cercato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la procuratrice capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione.

L’ex procuratrice ha raccontato in un’intervista ad Al Jazeera un incontro con l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

“Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero”, ha affermato. “Questo è il punto fondamentale”.

Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto “occupare” di lei e l’avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: “Sì, l’ha detto”.

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall’inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro alle accuse.

Il Mossad ha inviato una squadra all’Aia, dove Khan risiede, per intimidirlo. Ha fatto recapitare dei messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, anche se quest’ultimo ha dichiarato a MEE di parlare solo a titolo personale.

Infine Netanyahu stesso “ha rivelato” che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo accadde poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

L’affermazione di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan rimase fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, proprio lei tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Questa fiducia sembra essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte dell’Office of Internal Oversight Services [OIOS, organo delle Nazioni Unite responsabile della supervisione interna, ndt.] L’OIOS ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno sessuale.

Le prove raccolte dall’OIOS sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dall’ASP.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell’OIOS “non dimostrano alcuna condotta scorretta o inadempienza” da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati proprio dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

A quel punto, l’ASP ha avviato una campagna per sabotare il rapporto redatto dai giudici da essa stessa nominati.

Un processo farsa

Soffermiamoci un momento sull’ultimo punto.

Stiamo parlando di un tribunale. In cui i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.

E poi abbiamo un Ufficio politico formato da ex diplomatici nominati dagli Stati membri che ha deciso di ignorare il parere legale dei loro giudici più titolati e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.

Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha anche emesso un mandato di arresto, avesse fatto le stesse mosse di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della CPI.

Ma è stato persino peggio.

Per licenziare Khan l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte, l’organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, e anzi rifiutare del tutto un qualche processo.

Ed è successo anche che alcuni membri dell’Ufficio abbiano affermato privatamente alla querelante e tra di loro che la carriera di Khan era finita, che abbiano cambiato l’accusa per la quale doveva essere destituito senza sottoporgliela e che abbiano modificato le regole di voto.

Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell’Assemblea degli Stati Parte, ha incontrato privatamente l’accusatrice di Khan per discutere del caso prima che, alla fine del 2024, l’Ufficio deferisse la questione all’Ufficio degli Stati Parte dell’ONU.

Un’altra persona appartenente all’Ufficio, l’ambasciatrice ugandese Mirjam Blaak, è stata sentita dire a un collega di credere che Khan “potrebbe non tornare”, descrivendo l’accusatrice come una conoscenza personale.

Nella mia intervista con lui, Khan ha affermato che l’Ufficio si stava inventando tutto al momento. “È un Khan-processo creato apposta … specifico per me.”

Nella votazione per la sospensione di Khan l’Ufficio ha riscontrato che questi aveva commesso “gravi irregolarità”. La decisione, visionata da MEE, accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la querelante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra i due.

Questa accusa non era mai stata formalizzata nei confronti di Khan. Era stato accusato prima di aver toccato la querelante, poi di stupro, ma mai di aver avuto una relazione sessuale consensuale.

La testimonianza della querelante si concentrava su una condotta non consensuale. L’Ufficio lo ha licenziato sulla base di un’accusa che non gli era mai stata mossa.

Per assicurarsi che la pubblica condanna del loro Procuratore capo si svolgesse come previsto, l’Ufficio ha modificato la procedura di votazione, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire all’ASP di formulare una propria interpretazione della presunta irregolarità.

Tre campi

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre schieramenti: coloro che credevano nella sua innocenza e che l’intero processo fosse stato orchestrato da Israele, coloro che credevano nella sua colpevolezza e che stesse utilizzando i mandati d’arresto come copertura e un gruppo intermedio che non riteneva Khan un “Procuratore credibile” nonostante lo fosse la sua condotta professionale come Procuratore, e che la sua rimozione avrebbe permesso l’esecuzione dei mandati da lui emessi.

Questa era l’opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch. Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un team di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan l’ufficio del Procuratore della CPI ha affermato che il lavoro sarebbe continuato senza interruzioni. La CPI ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Come riferito da MEE, ad aprile l’ufficio aveva richiesto un mandato d’arresto per il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e un altro era in fase di preparazione per il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.

Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.

I mandati originali contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali e due di questi sono ancora pendenti.

Il più importante è che la Corte non avrebbe giurisdizione sui suoi cittadini poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d’Appello e di una camera inferiore e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

In una delle tante offerte per convincere Khan a fare marcia indietro, è stato suggerito di permettere al Procuratore capo di “far marcia indietro”. È stato proposto che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò consentirebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività relative a Israele all’interno della CPI sono state bloccate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l’ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto attivi i mandati di arresto di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell’ufficio.

Quelli in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo?

Tra questi spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce Tommy Pigott ha dichiarato: “Karim Khan è l’esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell’abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. Il risultato odierno non avrà alcun impatto sul piano degli Stati Uniti per smantellare la CPI”.

Il suo superiore Marco Rubio è impegnato in una campagna per smantellare la CPI “mattone dopo mattone”, come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: “La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l’arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a suo piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla CPI il vero significato della determinazione americana”.

Incoraggiati dalla rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri soggetti, come Francesca Albanese relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Hillel Neuer, direttore di United Nations Watch [ong fondata nel 1993 per monitorare l’operato delle Nazioni Unite, in particolare il suo presunto bias anti-israeliano, ndt.], ha scritto: “Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della CPI Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato”.

“La prossima sei tu, @FranceskAlbs. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze”.

Notate la parola “nostra”.

Ma ovviamente su questo punto Neuer ha ragione. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha avuto un “ruolo attivo” nella decisione degli Stati membri della CPI di destituire Khan.

Secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News [canale televisivo privato israeliano di notizie su Medio Oriente e affari internazionali in inglese, francese e arabo, ndt.] Sa’ar ha supervisionato “una task force dedicata e ha profuso intensi sforzi diplomatici volti a ottenere la rimozione di Khan dal suo incarico”.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla CPI.

“Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell’America ad agire con forza contro questa istituzione, un’istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni dei funzionari corrotti e irresponsabili dell’Aia”, ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha difeso la CPI né i suoi colleghi avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi. Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro stessi.

Una battaglia persa

Significativamente lo stesso giorno del licenziamento di Khan le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell’avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d’arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che le azioni delle Nazioni Unite sono irrilevanti. Hanno emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto ma nulla è cambiato riguardo all’occupazione, se non in peggio.

Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto. È stata la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il genocidio a Gaza. Ecco perché bisognava sbarazzarsi di Khan.

Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come criminale di guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo il licenziamento di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno dopo il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un criminale di guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questo è il lascito di un ostinato Procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.

Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno fallito nel compito di difendere la giustizia internazionale.

Come abbiamo rivelato l’anno scorso, il conservatore britannico Cameron, quando era Ministro degli Esteri, si adoperò per sabotare l’indagine di Khan su Israele.

Ma il governo laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la CPI, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto che l’ha rimosso, che non lo avrebbe sostenuto sebbene i funzionari non avessero esaminato le prove concrete contro di lui.

Nelle ultime settimane del mandato di Starmer il governo respinse la richiesta di un incontro da parte di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia cambiato radicalmente la politica a una settimana dal voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice nella destituzione di Khan.

Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale (CPI) era destinata solo ad “africani e criminali come Putin. Non è per democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Perché è così che ha ragionato la maggior parte degli Stati membri.

Sotto pressione hanno ceduto e, purtroppo, questo include il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno di non trovarla non potranno far altro che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della CPI contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati d’arresto mettono a nudo i crimini di guerra israeliani come mai prima d’ora e, per la prima volta in questo conflitto, accusano i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti nel perseguire giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e redattore capo di Middle East Eye. È opinionista e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista agli esteri per il Guardian e corrispondente da Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le uccisioni di Tell: il diritto all’autodifesa si applica solo agli ebrei?

Ahmad Tibi

26 luglio 2026 – Middle East Eye

Coloni armati hanno attaccato un villaggio della Cisgiordania, eppure la società israeliana ha accusato dell’atto violento i palestinesi. Quando l’autodifesa dipende dalla nazionalità l’uguaglianza di fronte alla legge smette di esistere.

C’è qualcosa di sorprendentemente prevedibile nel modo in cui la società israeliana si racconta delle storie. Avviene un incidente e nel giro di qualche minuto i ruoli vengono assegnati: ci sono una vittima e un aggressore, il giusto e il colpevole. Solo più tardi, semmai, vengono esaminati con attenzione i fatti. Nel frattempo l’opinione pubblica ha già emesso il suo verdetto.

È quello che è successo venerdì a Tell, un villaggio palestinese a sud di Nablus nella Cisgiordania occupata, dove coloni e soldati israeliani hanno ucciso quattro palestinesi dopo che la mattina presto decine di coloni armati avevano fatto irruzione in case e terreni agricoli alla periferia del villaggio.

Anche due israeliani, una guardia di sicurezza di una colonia e un ufficiale dell’esercito, sono stati colpiti a morte.

All’inizio le prime pagine dei media israeliani hanno parlato di un “escursionista israeliano” ucciso in uno scontro a fuoco; in poche ore sono seguite le parole “attacco terroristico” e “terroristi”. Di fatto tutto il villaggio è stato accusato prima che avesse inizio una qualunque indagine seria.

Ma la vicenda non è iniziata con la morte dei due israeliani.

Secondo testimoni e riprese video condivise in rete i coloni armati sono entrati nel villaggio arrivando da Havat Gilad, un avamposto coloniale israeliano illegale con una lunga storia di scontri e attacchi contro le vicine comunità palestinesi. Un video che è ampiamente circolato sembra mostrare un colono che estrae un’arma da fuoco e minaccia di sparare.

Ne sarebbe seguita una colluttazione terminata con un colpo letale di arma da fuoco. Le autorità israeliane hanno presentato una versione diversa degli eventi. Le discrepanze tra i racconti sottolineano la necessità di un’indagine accurata e indipendente invece di accogliere immediatamente una sola narrazione. Eppure non è stata quasi per nulla posta una domanda ovvia: in primo luogo, cosa stavano facendo coloni armati all’interno di un villaggio palestinese?

Questa domanda mette in discussione uno dei presupposti più radicati nel discorso pubblico israeliano: i coloni ebrei godono di un diritto pressoché illimitato a spostarsi attraverso le comunità palestinesi mentre si pretende che i palestinesi giustifichino persino il loro diritto basilare di vivere in sicurezza nei loro villaggi.

Gli abitanti di Tell non si sono svegliati cercando lo scontro. Si sono svegliati in una situazione ormai consolidata nella Cisgiordania occupata, documentata ripetutamente dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani e da osservatori internazionali: gruppi di coloni armati che invadono terreni coltivati, zone di pascolo e, a volte, villaggi palestinesi.

Eppure ogni volta che questa violenza finisce in tragedia il contesto generale scompare e ogni cosa è ridotta a una sola parola: terrorismo.

Ma il terrorismo non è una categoria etnica.

Se civili armati terrorizzano un’altra popolazione civile con pesanti intimidazioni, cercando di cacciare le famiglie dalla propria terra, questo come dovrebbe essere chiamato? La definizione cambia semplicemente perché i responsabili sono ebrei?

Due sistemi

La Cisgiordania occupata è governata da due sistemi di diritti e la divisione è più profonda della legge. Separa due criteri riguardo al valore degli esseri umani.

I coloni ebrei godono di una maggiore libertà di movimento, una maggiore protezione dall’applicazione delle leggi e, troppo spesso, in pratica dell’impunità. Nel contempo i palestinesi spesso vengono trattati come sospetti persino prima che si sia stabilito quali siano stati i fatti.

Il suprematismo ebraico è spesso liquidato come uno slogan. In pratica è un sistema di dominio in cui l’identità nazionale determina la protezione che si riceve, i diritti di cui si gode e le supposizioni della società riguardo alla colpevolezza e all’innocenza.

La violenza dei coloni è diventata un metodo per operare la pulizia etnica. La campagna quotidiana di intimidazioni è ben documentata: intrusioni in terreni privati, invasioni di zone di pascolo, blocchi delle strade, sradicamento di ulivi, incendi di case e campi e aggressioni di agricoltori e pastori.

L’obiettivo è rendere impossibile la vita quotidiana finché i palestinesi abbandonano le proprie case e terre. Quando la gente se ne va perché giunge alla conclusione che nessuna autorità la proteggerà si tratta di espulsione forzata.

Nel linguaggio ufficiale tutto questo è ripulito con una parola innocua: “frizione”. È lo stesso eufemismo utilizzato dall’esercito israeliano riguardo alla violenza che circonda gli avamposti dei coloni e anche gli osservatori dell’ONU elencano come le “crescenti frizioni” tra le forme di pressione per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

Le conseguenze sono già visibili. Secondo i dati dell’ONU dall’inizio del 2023 nella Cisgiordania occupata 117 comunità di pastori palestinesi e beduini sono state totalmente o parzialmente espulse da attacchi dei coloni e relative restrizioni e circa 6.000 persone sono state obbligate a lasciare le proprie case.

Chiamiamola per quello che è: la sistematica espulsione di una popolazione civile dalla propria terra.

Questi incidenti non possono più essere sminuiti come le azioni di “qualche estremista”. Quando lo stesso modello si ripete in tutta la Cisgiordania mentre importanti dirigenti politici invocano apertamente l’espansione delle colonie, la fondazione di nuovi avamposti e la riduzione della presenza palestinese sulla terra, non è più credibile spiegare tutto ciò come una coincidenza.

Il test di Dromi

Immaginiamo per un momento lo scenario contrario: 20 palestinesi armati entrano a Havat Gilad. Non sparano neanche un colpo, camminano semplicemente nella comunità e si scontrano con i suoi abitanti. Quanto ci vorrebbe prima che ogni studio televisivo dichiarasse che si tratta di un attacco terroristico? Quanti politici chiederebbero una rappresaglia militare? Quanti commentatori metterebbero in discussione il diritto dei coloni a difendersi?

Tutti sappiamo la risposta.

Il che ci porta ad un’altra domanda. Per anni i politici israeliani hanno difeso orgogliosamente quella che è nota come la Legge Dromi, una norma che estende la protezione legale concessa ad individui che difendono le proprie case, fattorie e proprietà contro gli intrusi.

Ma questo principio è universale o si applica solo agli ebrei? Quando coloni armati entrano in un villaggio palestinese gli abitanti palestinesi hanno lo stesso diritto legale e morale di difendersi? O il principio che sta dietro la Legge Dromi si applica solo quando l’intruso è arabo e il proprietario è ebreo?

Questa è una domanda etica quanto giuridica. Se il diritto all’autodifesa dipende dall’identità nazionale l’uguaglianza di fronte alla legge cessa di esistere.

C’è una legge per gli ebrei e un’altra per i palestinesi. Molti nel mondo danno un nome a questo sistema: apartheid sotto occupazione.

Nessuna democrazia può resistere se la legge smette di essere cieca rispetto all’identità e distingue invece tra le persone in base alla nazionalità.

Lo stesso valore

Il rifiuto della violenza poggia su una semplice premessa: ogni vita umana ha lo stesso valore. Venerdì due israeliani hanno perso la vita; anche quattro palestinesi hanno perso la loro. Ognuna di queste morti avrebbe dovuto essere evitata. Una società morale non decide quali vittime meritano empatia e quali spariscono dalla consapevolezza pubblica.

Anche qui quelli che sostengono di rappresentare il campo democratico in Israele hanno fallito. Mi aspettavo che Yair Golan, il leader del Partito dei Democratici, all’opposizione, e i suoi colleghi chiedessero un’inchiesta complessiva e riconoscessero che la violenza dei coloni fa parte del quadro. Invece hanno rapidamente adottato la narrazione che proviene da Havat Gilad.

Quando persino i partiti politici israeliani di centro e della sinistra adottano il quadro concettuale dell’estrema destra il disaccordo politico diventa una questione di gradazione e non di principio. Nel contempo il governo più estremista nella storia di Israele continua a legittimare un discorso di incitamento all’odio, suprematismo e disumanizzazione.

A poche ore dalle uccisioni di venerdì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha detto che Tell e due villaggi vicini “devono diventare come i campi profughi di Nablus e Tulkarem,” in riferimento a quelli distrutti dalle forze israeliane lo scorso anno.

Quando ministri e parlamentari parlano di cancellare villaggi, espellere popolazione o imporre punizioni collettive le loro parole danno forma alla realtà. Legittimano la violenza ed erodono lo stato di diritto.

Spesso Israele si descrive come “l’unica democrazia” del Medio Oriente. Ma la vera misura di una democrazia è se ogni vita umana ha lo stesso valore, comprese le vite palestinesi.

Il filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel ha scritto che in una società libera “alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili.”

Oggi in Israele i diritti sono ineguali. La protezione giuridica è ineguale. A volte persino il riconoscimento fondamentale dell’umanità condivisa sembra ineguale.

Il villaggio di Tell è diventato un test per verificare se la società israeliana vuole affrontare la realtà così com’è invece che come la vuole vedere.

Se Israele continua a descrivere la violenza dei coloni come “frizione”, il suprematismo ebraico come un diritto naturale e l’autodifesa palestinese come terrorismo potrebbe scoprire un giorno che l’occupazione non ha rovinato solo l’occupato, ma anche l’occupante.

La storia non ricorderà chi ha vinto il diverbio su Tell, ma se Israele sceglie l’uguaglianza davanti alla legge o una legge che protegge solo alcuni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Il dottor Ahmad Tibi è il presidente del partito Ta’al [partito della sinistra arabo-israeliana, ndt.] e membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La cessazione delle attività dell’UNRWA lascia molte persone in esilio con gravi difficoltà economiche

Khuloud Rabah Sulaiman 

23 luglio 2026 – The Electronic Intifada

Quando la 37enne Fatima ha lasciato Gaza nel novembre 2023 per salvare la vita di suo figlio malato pensava di andarsene solo temporaneamente.

Invece lo avrebbe sepolto in esilio e poi avrebbe perso il suo lavoro di insegnante di inglese presso l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi con cui aveva lavorato per 12 anni.

La storia di Fatima è simile a quelle di centinaia di dipendenti palestinesi che sono stati licenziati nei mesi scorsi in quanto l’UNRWA affronta una crisi finanziaria che secondo alcuni è stata provocata deliberatamente per pregiudicare i diritti dei rifugiati palestinesi.

Come gli altri impiegati dell’UNRWA licenziati che hanno accettato di parlare a The Electronic Intifada per questo articolo, Fatima non ha voluto che venisse usato il suo vero nome.

In agosto 2023 al figlio di Fatima Abdullah è stato diagnosticato un tumore alle ossa e si sottoponeva alla chemioterapia ogni due giorni all’ospedale dei bambini Al-Rantisi a Gaza City. Era un lungo viaggio dalla casa di famiglia a Rafah nell’estremo sud, ma era necessario.

Ma quando Israele ha iniziato la sua campagna militare genocida a Gaza nell’ottobre di quell’anno gli spostamenti tra Gaza City e Rafah sono stati interrotti come anche la possibilità per Fatima di raggiungere l’Al-Rantisi. La chemioterapia di cui Abdullah aveva bisogno non era disponibile al sud.

La sua condizione si è velocemente deteriorata, ha detto a The Electronic Intifada. È diventato pallido e debole, non poteva più camminare. Si lamentava di dolori persistenti alle ossa nella maggior parte del corpo e i parametri del sangue sono scesi a livelli critici.

Il 6 novembre 2023, dopo essersi procurati un riferimento medico, madre e figlio sono stati fatti uscire attraverso il valico di Rafah vero l’Egitto dove Abdullah ha ricevuto la chemioterapia in uno degli ospedali pubblici per 20 giorni.

Però il dolore è aumentato, forti mal di testa lo facevano gridare e agitarsi dal male. È stato trasportato d’urgenza in Giordania dove, dice la madre, è migliorato benché solo temporaneamente.

Un anno dopo il tumore è ritornato in modo aggressivo, estendendosi ai polmoni. I medici non hanno potuto fare niente e lui è morto il 28 dicembre 2024.

Fatima è rimasta in lutto, sola in esilio, contando sull’assistenza finanziaria giordana e sul suo salario dell’UNRWA.

Tuttavia circa due mesi dopo ha ricevuto una email dall’UNRWA con cui veniva posta in “congedo eccezionale” non pagato, adducendo come motivo la crisi finanziaria dell’organizzazione.

Un anno dopo è stata licenziata.

Licenziamenti “arbitrari”

Dopo che ho perso mio figlio sono caduta in una grave depressione”, ha detto Fatima a The Electronic Intifada. Essere licenziata “non ha fatto che peggiorare la situazione”.

I medici le hanno diagnosticato un principio di diabete dovuto in parte allo stress emotivo prolungato, in parte all’alimentazione insufficiente.

Prima del genocidio di Israele Fatima, che è divorziata, era stata l’unica fonte di reddito per i suoi genitori e i suoi fratelli, solo uno dei quali è sposato e nessuno ha un lavoro. Così lei provvedeva alle loro spese e alle medicine della madre. Quando è venuto a mancare il suo salario la famiglia è sopravvissuta grazie agli aiuti e ai debiti.

Con la quasi distruzione di Rafah adesso le resta poco a casa.

“”Non ho più niente a Gaza”, dice. “Ho perso la mia casa, mio figlio e il mio lavoro. Ho perso tutto.”

A gennaio 2026 l’UNRWA ha licenziato 571 impiegati palestinesi a Gaza dopo un anno di “congedo eccezionale”, con la motivazione di una crisi finanziaria.

Il Commissario Generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini nel novembre dello scorso anno aveva avvertito che l’agenzia doveva far fronte a 200 milioni di dollari di deficit per il 2026, dopo che gli USA – storicamente il principale finanziatore dell’UNRWA – ha sospeso i finanziamenti nel 2024.

Ma Hamed al-Wadi, un membro del sindacato dei dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ha condannato i licenziamenti come ingiusti ed arbitrari, dicendo che molti dipendenti hanno lasciato Gaza per cure mediche, per accompagnare qualcuno che necessitava di cure o per sopravvivere, spesso previa autorizzazione.

L’UNRWA aveva in precedenza ordinato ai dipendenti, soprattutto internazionali, di andarsene dal nord di Gaza verso il sud per sicurezza e loro hanno creduto che, dato che lasciare il sud di Gaza in seguito è diventato una questione di sopravvivenza, questo non avrebbe compromesso la loro situazione lavorativa.

Non c’erano direttive che vietassero ai dipendenti di lasciare la Striscia di Gaza, né sono stati avvertiti di eventuali conseguenze di ciò”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada.

L’UNRWA, in quanto maggior fornitore di aiuti a Gaza, è più che mai fondamentale. Circa il 90% delle scuole di Gaza sono state danneggiate o distrutte. Dall’ottobre 2023 circa il 94% degli ospedali sono stati anch’essi distrutti o danneggiati insieme alla maggior parte dei centri sanitari, mentre quasi 400 dipendenti e personale di supporto dell’UNRWA sono stati uccisi.

L’UNRWA ha il compito di fornire servizi ai rifugiati palestinesi “fino a che una soluzione giusta e duratura” non sia raggiunta e, a differenza di altre agenzie dell’ONU, si avvale esclusivamente di donazioni volontarie. Anche prima delle accuse israeliane senza prove circa un coinvolgimento di dipendenti UNRWA nel 7 ottobre 2023, l’UNRWA ha affrontato una grave crisi finanziaria in quanto i donatori hanno tergiversato riguardo al loro supporto e alla missione dell’agenzia.

Debito

Al-Wadi ha detto che i licenziamenti sono stati fatti in modo collettivo senza controllo di merito sui casi individuali.

Secondo i dati forniti a The Electronic Intifada da una fonte UNRWA che ha richiesto l’anonimato il 55% dei licenziati aveva lasciato Gaza per cure mediche o per accompagnare familiari feriti, mentre il 5% aveva avuto l’autorizzazione ad uscire prima dell’ottobre 2023.

Al-Wadi ha criticato la mancanza di trasparenza del processo di selezione. Si è chiesto perché la maggior parte di coloro che hanno perso il lavoro facesse parte del settore educativo dell’UNRWA: secondo una fonte si tratta almeno dell’80%.

Il sindacato dei dipendenti ha chiesto all’amministrazione di revocare la decisione”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada. “Abbiamo proposto che i dipendenti continuino a lavorare online finché il confine non riaprirà, che quelli che tornano mantengano il proprio lavoro e che venga quindi licenziato chi rifiuta.”

L’amministrazione dell’UNRWA ha respinto la proposta, ha detto, e il sindacato non è in grado di intraprendere ulteriori iniziative. L’unica opzione adesso è che il personale colpito si appelli al tribunale dell’UNRWA per le controversie.

Taghreed, di 52 anni, un’insegnante di arabo dell’UNRWA, ha lasciato Gaza il 5 marzo 2024 alla ricerca di cure mediche per sua figlia Layla di 3 anni, gravemente ferita in un attacco israeliano.

Il 15 novembre 2023 la casa di tre piani di Taghreed nel campo profughi di al-Nuseirat nel centro di Gaza è stata danneggiata quando missili israeliani hanno colpito un edificio vicino a pochi metri di distanza. 29 membri della sua famiglia, compresa Layla, sono stati feriti nell’attacco.

Layla ha riportato le ferite più serie, subendo fratture alle gambe, al viso e al bacino, e anche ustioni di terzo grado su gran parte del corpo.

Il padre di Layla era morto anni prima e Taghreed era l’unica persona in grado di accompagnare sua figlia all’estero. È riuscita a ottenere un riferimento medico in Oman.

Layla ha trascorso due settimane in un ospedale pubblico a Muscat, in Oman, sottoponendosi a diversi interventi chirurgici prima di essere dimessa e a lei e sua madre è stata offerta una stanza in un albergo della città. Layla continua la sua terapia lì.

Nonostante questi interventi Layla ha ancora bisogno di parecchie operazioni ricostruttive e dermatologiche per le sue ustioni, che non sono pagate dal governo dell’Oman.

Mia figlia è stata fortunata ad essere operata mentre io stavo ancora ricevendo il salario”, ha detto Taghreed a The Electronic Intifada. “Ma dopo che sono stata licenziata non potevo continuare (a pagare): ogni intervento costa almeno 1.200 dollari”, l’equivalente di un salario mensile.

Rawan, di 40 anni, insegnante di studi sociali per 14 anni, ha lasciato Gaza il 7 novembre 2023 con suo marito e 5 figli piccoli. I due figli maggiori sono ancora a Gaza, vivendo con il salario di suo marito dell’Autorità Palestinese di 630 dollari e metà del suo salario dell’UNRWA di 1.300 dollari.

Al Cairo Rawan e la sua famiglia vivevano con il resto del suo salario, spendendo 300 dollari per l’affitto e le esigenze di base. Quando il suo reddito è stato tagliato hanno dovuto sopravvivere unicamente con il salario di suo marito, accumulando quello che attualmente ammonta a 15.000 dollari di debito.

Vivono in un alloggio rurale non ammobiliato fuori dal Cairo, mentre i suoi figli a Gaza non riescono a riprendere i loro studi universitari.

Due anni prima dell’ottobre 2023 Rawan aveva contratto un prestito bancario di 75.000 dollari per comprare un appezzamento di terra nel campo profughi di al-Maghazi, terra che ora si trova dietro la “linea gialla” di Israele.

A febbraio 2026 sono ricominciate le detrazioni del prestito bancario: in precedenza l’Autorità Palestinese aveva chiesto una moratoria sui rimborsi durante l’aggressione genocida di Israele. Non avendo risparmi sul suo conto, il salario di suo marito, a garanzia del prestito, è stato ridotto a circa 150 dollari al mese.

Adesso la famiglia ha a malapena il necessario per vivere.

Non so come potrà sopravvivere la mia famiglia”, dice. “Ho contratto il prestito prevedendo di ripagarlo col mio salario.”

Indebolire l’UNRWA

Mustafa Ibrahim, analista politico e direttore della Fondazione Al Dameer per i diritti umani di Gaza, ha descritto il taglio dei finanziamenti all’UNRWA da parte dei donatori e i conseguenti licenziamenti dei dipendenti trasferiti come un tentativo politico di porre fine al ruolo dell’UNRWA e compromettere la questione dei rifugiati palestinesi col pretesto di una crisi finanziaria.

Ha attribuito tutto ciò alla pressione israelo-americana con le campagne di disinformazione che hanno accusato 12 dipendenti UNRWA di coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, accuse che non sono mai state provate e per le quali l’agenzia è stata discolpata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ottobre 2025.

La perdurante sospensione dei finanziamenti USA e i tagli da parte di molti Paesi donatori europei in seguito alle accuse di Israele sono altamente dannosi per l’UNRWA, ha aggiunto Ibrahim, poiché l’agenzia dipende unicamente dalle donazioni volontarie.

Questo rende l’UNRWA vulnerabile alle “fluttuazioni politiche e all’instabilità finanziaria” e suggerisce che l’annullamento dei finanziamenti sia “un atto di natura politica”, ha detto Ibrahim a The Electronic Intifada.

La gestione della crisi da parte del Commissario UNRWA – tagliare i servizi, i salari e i dipendenti invece di cercare nuovi donatori per coprire il deficit – risponde agli interessi israelo-americani, ha aggiunto, che consistono nell’indebolire l’UNRWA e, con l’agenzia, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

La pressione USA garantisce il silenzio dei principali soggetti coinvolti, ha aggiunto, compresi la stessa ONU, altri donatori e Paesi ospitanti, come anche l’Autorità Palestinese.

Ola, di 38 anni, insegnante di arabo con 15 anni di esperienza, ha lasciato Gaza il 30 marzo 2024 in quanto paziente bisognosa di un medico specialista, con l’approvazione dell’UNRWA: necessitava di cure in Egitto per un tumore all’utero.

Poiché gli alloggi per i pazienti erano sovraffollati ha affittato un appartamento a proprie spese. Sua figlia Jamileh, di 15 anni, che l’ha accompagnata da Gaza, non poteva iscriversi alle scuole egiziane a causa delle restrizioni alla residenza per i palestinesi. Perciò Ola è stata costretta a cercare altrove una maggiore stabilità.

Nel 2022 Ola aveva ottenuto una borsa di studio per un dottorato di ricerca da un’università algerina, che fino ad allora non era riuscita a prendere. Questo alla fine ha permesso a lei e Jamileh di andare in Algeria a fine ottobre 2025. La borsa di studio tuttavia non copriva le spese quotidiane, perciò Ola contava sul suo salario UNRWA per le bollette e il cibo.

Questo fino a quando è stata posta in congedo obbligatorio. Quando ha presentato la documentazione che confermava che la sua partenza da Gaza era collegata a cure mediche, è stata bruscamente licenziata, ha detto, da un funzionario UNRWA in Giordania con le parole: “La tua salute adesso è stabile.”

Da allora ha dovuto contare su 2.000 dollari di indennità di congedo non utilizzata per pagare l’affitto mensile di 200 dollari. Suo marito Muhammad, segretario nell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, fino al giugno dell’anno scorso, quando è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel loro edificio nel quartiere Al-Karama di Gaza City, le inviava più di 300 dollari dal suo salario ogni 50 giorni

Ola non ha avuto altra scelta che trovare lavoro come insegnante in Algeria per 200 dollari al mese, ma il suo tumore è peggiorato e l’ha costretta a smettere dopo tre mesi. Adesso sopravvive dando ripetizioni e con i 100 dollari al mese che Jamileh riceve attraverso un sostegno separato.

A causa delle mie difficoltà finanziarie ho dovuto ripetutamente rimandare i miei controlli oncologici fino a quando potrò pagarli”, ha detto Ola a The Electronic Intifada.

Quando mia figlia ha avuto bisogno di un intervento al collo non ho potuto far altro che farlo in un ospedale pubblico”, ha aggiunto. Ciò che ha definito sutura “di bassa qualità” dopo l’intervento ha lasciato una cicatrice nella zona vicina al collo di Jamileh.

I risparmi di Ola copriranno l’affitto solo per altri tre mesi e lei teme che le detrazioni per il prestito possano ridurre la sua liquidazione a 7.000 dollari, appena sufficienti a mantenerle.

Non riesco a dormire di notte”, ha detto. “Continuo a preoccuparmi di come ce la caveremo.”

Khuloud Rabah Sulaiman è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Seconda Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Prima parte

Ricompense per le espulsioni

Un’analisi sui dati delle colonie rivela alcuni sviluppi già visti in precedenza ma che Israele ha evitato per decenni, come la legalizzazione di sette insediamenti su terreni utilizzati come basi militari e la creazione di 44 colonie su terre non riconosciute come statali, compresi appezzamenti di proprietari privati palestinesi. Oltre a questi sono stati identificati altri sviluppi senza precedenti: l’approvazione di colonie in zone di tiro, la legalizzazione di avamposti coinvolti nell’espulsione di comunità [palestinesi] e la creazione di insediamenti coloniali su terreni che sono stati soggetti a pulizia etnica.

Questo ultimo dato emerge dall’esame della posizione delle colonie confrontata con la mappa delle comunità espulse stilata da B’Tselem [ong israeliana, ndt.]. In 19 casi su 103 il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione di avamposti nei pressi dei quali dal 2022 le comunità [palestinesi, ndt.] sono state espulse, in molti casi con il notorio coinvolgimento diretto dei coloni nelle espulsioni. In altri due casi è stato approvata la creazione di un nuovo insediamento coloniale nei pressi di comunità espulse. Decine di colonie sono già state definite zone con autonomia amministrativa, benché ciò non sia stato attribuito alle strutture abbandonate delle comunità espulse, molte delle quali si trovavano su terre il cui status era stato riconosciuto come proprietà privata palestinese.

In coordinamento con i vertici politici e militari sono stati creati avamposti agricoli e a questi sono state concesse a pascolo terre pubbliche in modo non trasparente. Un rapporto del 2024 di Peace Now e Kerem Navot [ong israeliana che monitora la colonizzazione della Cisgiordania, ndt.] rivela che la maggior parte della terra occupata dagli avamposti agricoli, che rappresentano centinaia di migliaia di dunam, non è affatto terra dello Stato e non è stata assegnata in modo legale agli allevamenti. Dallinizio della guerra [contro Gaza, ndt.] decine di comunità sono scappate a causa del terrorismo inflitto loro da questi abitanti.

La colonia di Mitzpeh Eretz, ad esempio, è la legalizzazione dell’avamposto di Netzah Harel, fondato nel 2023 tra le aree della comunità beduina di Mu’arrajat al-Markaz. Le strutture di questa comunità si trovavano su terre palestinesi riconosciute come di proprietà privata, mentre l’avamposto agricolo era su un vicino appezzamento di terra statale e terrorizzava i suoi vicini. Nel dicembre di quell’anno la comunità beduina è stata obbligata a scappare. Una foto satellitare del 2023 mostra la fattoria incastonata nel complesso della comunità, mentre una foto del 2025 la mostra nei pressi delle strutture abbandonate.

La stessa cosa è successa nellinsediamento coloniale di Kanfei Hashahar. E’ nato come avamposto agricolo di Gaon Yarden, fondato nel 2020 su una piccola porzione di terra statale a nord della comunità di Ein Samiya e a ovest di quella di Ras al-Tin, entrambe su terreni palestinesi riconosciuti come proprietà privata. Nel luglio 2022 gli abitanti di Ras al-Tin sono stati espulsi e nel maggio 2023 anche quelli di Ein Samiya. Non lontano da lì nel 2023 è stata creata anche la fattoria HaTeena, a nord dellavamposto agricolo di Malchei Hashalom, che è stato riconosciuto come colonia lo stesso anno. Tra le due fattorie cera la comunità di al-Qabun, espulsa nellagosto 2023.

Malachei Hashalom, creata nel 2015, è considerata la fattoria madre” della zona. La sua prima emanazione, lavamposto agricolo Harashash, è stata fondata nel 2020 e ha occupato vaste aree di pascolo. Nellottobre 2023 è stata espulsa la vicina comunità di Ein al-Rashash, e due mesi dopo anche quella di Khirbet Jabait. Altre comunità nei dintorni di Duma e di al-Mughayyir sono state espulse dopo continue vessazioni da parte di altri avamposti agricoli legati a Malachei Hashalom, tra cui quello di Giborei David, la cui legalizzazione è stata approvata lo scorso marzo, lo stesso mese in cui ha espulso la comunità di Kaabneh.

Mentre gli abitanti di al-Kaabneh discutevano se cercare di tornare alle proprie case, che si trovano su terreni riconosciuti come di proprietà privata palestinese e che ora sono state denominate terre in fase di indagine” [letteralmente survey lands” definizione previa alla denominazione come terre dello Stato, ndt.], il gabinetto di sicurezza aveva già approvato la creazione lì di una nuova colonia.

La legalizzazione di Malachei Hashalom incarna ogni ramificazione del meccanismo di erosione delle terre palestinesi. Si trova su terreni privati palestinesi di proprietà del villaggio di al-Mughayyir, per i quali alla fine degli anni 70 lesercito emise un ordine di esproprio. Le leggi internazionali in effetti stabiliscono che tali ordini potrebbero essere imposti solo per scopi militari e in forma provvisoria, ma in quegli anni fungevano da principale mezzo per fondare colonie, che lo Stato allora sosteneva servissero per uno scopo temporaneo di sicurezza.

Nel 1979, in seguito a un ricorso della colonia di Elon Moreh allAlta Corte, in cui i coloni chiarirono che per loro si trattava di un insediamento permanente, lapproccio cambiò. Il governo approvò la Risoluzione 145, che stabiliva che da allora in poi la creazione di colonie sarebbe avvenuta su terre dello Stato”.

Molti degli ordini militari imposti rimasero in vigore e sulle terre di al-Mughayyir venne creato un avamposto della brigata Nahal dellIDF [l’esercito israeliano, ndt.] e trasformato in una base dellartiglieria. Nel corso degli anni essa si ridusse di dimensioni e nel 2015 alcuni coloni occuparono la parte abbandonata. Dopo otto anni, nel febbraio 2023, il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione dellavamposto [dei coloni, ndt.]. Tuttavia su tali terreni, di proprietà privata palestinese in unarea teoricamente espropriata per scopi militari, non possono essere approvati progetti edilizi.

Per risolvere il problema è stata tirata fuori una vecchia soluzione: lo scorso giugno 750 dunam sono stati dichiarati terra dello Stato per legalizzare retroattivamente la colonia. Da allora la zona è stata dichiarata territorio amministrativamente autonomo e la sua piena legalizzazione è imminente.

Si prevede che questo trucco verrà utilizzato a favore di altri 43 insediamenti su terre che non sono state approvate come terreni delle Stato per la costruzione. Come Malachei Hashalom, 15 di essi si trovano su terreni che l’Amministrazione Civile ha definito terre private palestinesi.

Malachei Hashalom è anche una delle 7 colonie approvate in basi militari dismesse. A tale proposito si tratta di un caso particolarmente estremo: un insediamento fondato su terra privata sottoposta a un ordine di esproprio militare e attorno al quale sono state operate massicce espulsioni della comunità viene legalizzato attraverso la dichiarazione che si tratta di terreni statali.

E’ un caso estremo, ma non eccezionale. Nel corso dei decenni successivi alla Risoluzione 145 in Cisgiordania centinaia di migliaia di dunam sono stati dichiarati terre dello Stato, cioè terre pubbliche. Secondo le Convenzioni dellAia è previsto che il potere occupante (Israele) preservi le risorse del territorio della popolazione occupata a titolo provvisorio e le gestisca a favore di questultima. Ma nel 2018, in seguito a un ricorso da parte dellong [israeliana] Bimkom e dellAssociazione per i Diritti Civili in Israele, è risultato chiaro che più del 99% dei terreni dello Stato destinati allo sviluppo civile è stato ceduto per la colonizzazione.

Oltre a queste, sette insediamenti sono stati approvati in zone di tiro, dove è vietato lingresso ai civili, un divieto applicato ai palestinesi ma non ai coloni che lo violano. Questo è un fenomeno nuovo, ma chiunque abbia anche solo una vaga conoscenza della storia non dovrebbe essere sorpreso. Negli anni successivi al 1967 circa il 20% del territorio della Cisgiordania, compresi terreni riconosciuti come proprietà privata palestinese, è stato dichiarato zona di tiro.

Nel verbale di una discussione della Commissione Ministeriale Congiunta sulle Questioni delle Colonie del 1979 lallora ministro dellAgricoltura Ariel Sharon, che aveva dato il via a questa pratica nel 1967, spiegò che le zone di tiro erano state tutte ideate per uno scopo: fornire unopportunità per la colonizzazione ebraica nella zona.”

Da allora nel corso degli anni lo Stato ha continuato a legare il preteso scopo securitario con l’intenzione meno dibattuta di impedire lo sviluppo palestinese nella zona. Tra le varie questioni, nel 2014 un importante ufficiale del Comando Centrale [dell’esercito israeliano, ndt.] affermò che l’addestramento nelle zone di tiro intendeva ridurre il numero di palestinesi che vi vivevano e nel 2022 l’Alta Corte ha consentito l’espulsione di otto villaggi dalla Zona di Tiro 918 a Masafer Yatta dopo che l’esercito aveva sostenuto che ciò era fondamentale per mantenere l’efficienza operativa [delle truppe].

Da allora vi sono stati creati circa 10 avamposti, compresi tre aziende agricole nate in coordinamento con i vertici politici e militari; ciò non ha impedito allesercito di sostenere ancora una volta, nel giungo 2025, che le costruzioni palestinesi interferiscono con le sue attività di addestramento. Recentemente il capo del Comando Centrale ha firmato ordini per escludere terreni da varie zone di tiro in Cisgiordania dopo che degli avamposti [di coloni, ndt.] avevano invaso il loro territorio, un passo che si prevede accelererà la loro legalizzazione.

Smuovere le acque

Vasti settori dell’opinione pubblica israeliana si augurano che ci siano cambiamenti se il governo di Netanyahu verrà sostituito in seguito alle imminenti elezioni. Ma sarà possibile rovesciare la rivoluzione che lo Stato ha messo in atto in Cisgiordania negli ultimi anni? “Alcune delle iniziative sono revocabili. Poteri che sono stati trasferiti possono essere restituiti, allocazioni finanziarie possono essere cancellate. Molte cose possono essere radicalmente cambiate, ma ciò richiede passi concreti con un altissimo costo politico, soprattutto riguardo all’evacuazione (di colonie),” afferma Ofran.

Il prossimo governo sarà in grado di annullare la costituzione di nuove colonie, ma mentre stiamo parlando sono già state fondate illegalmente sul terreno a un ritmo accelerato e con uno stanziamento di denaro destinato a questo scopo. Ogni passo che viene fatto (la pubblicazione di un bando di gara, un contratto firmato, una struttura occupata) richiederà uno sforzo politico molto maggiore se lo si vuole annullare. Più ci allontaniamo da un accordo politico più alto sarà il suo prezzo.”

Secondo Ofran la questione cruciale non è solo quanto potere avranno quelli che si oppongono alle colonie, ma anche cosa faranno a questo riguardo. Se, con il fine di garantire la coesione della coalizione, non decidono di smuovere le acque, come negli ultimi 20 anni, non cambierà niente. E altrettanto succederà se agiranno come il governo del cambiamento(il breve governo Bennett-Lapid) che disse di non aver intenzione di modificare lo status quo. Riguardo a tutte le colonie che sono state approvate diranno: Non è una cosa nuova, è già stato deciso.”

Il dottor Shaul Arieli, che guida il gruppo di ricerca Tamrur-Politography che si concentra sul conflitto israelo-palestinese, propone unopinione diversa: A breve termine le 103 nuove colonie sono in buona misura un bluff burocratico, un tentativo di creare infrastrutture nel futuro. Molte di queste sono derivazioni di quartieri e avamposti che sono stati legalizzati, non nuove costruzioni o un incremento di popolazione,” afferma.

In pratica nel corso degli ultimi 20 anni c’è stato un graduale declino nel bilancio migratorio complessivo delle colonie e durante il mandato dell’attuale governo è diventato negativo: se ne sono andate più persone di quante siano arrivate. Quindi a medio termine, anche se il prossimo governo non cambiasse la politica e questi insediamenti venissero popolati, si prevede che vi andranno a vivere solo alcune centinaia di abitanti, mentre esse creano un pesante fardello per la sicurezza. Militarmente più una comunità è piccola più è facile evacuarla. La questione è prendere una decisione e agire in modo complessivo e sistematico, e per fare ciò è necessario un contesto politico diverso rispetto all’attuale.”

Arieli insiste sul fatto che una soluzione a due Stati è ancora fattibile: Il territorio consente ancora una separazione a un prezzo politico ragionevole per entrambe le parti. Con uno scambio di terre del 4% del territorio l80% della popolazione israeliana al di là della Linea Verde può rimanere sotto sovranità israeliana,” sostiene, ma ci risulta difficile trasmettere questo dato allopinione pubblica. La sensazione che una soluzione politica non sia realistica è una vittoria cognitiva dei coloni sullopinione pubblica israeliana.”

E a lungo termine? Secondo Arieli se le 103 colonie vengono realizzate e Israele si muove verso un accordo politico il prezzo nazionale che dovrà pagare sarà maggiore, in parte a causa della necessità di evacuarle. Al contrario, se sceglie di non perseguire un accordo politico ma di annettere i territori, questi 103 insediamenti non cambieranno la perdita della maggioranza ebraica o, alternativamente, la perdita del regime democratico in Israele.”

Dror Etkes, di Kerem Navot, non è ottimista. Echiaro che quello che è stato fatto in Cisgiordania nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è irreversibile,” afferma. Uno Stato che non riesce e si rifiuta di evacuare avamposti nelle zone dell’Autorità Nazionale Palestinese che sono stati creati per provocare il collasso degli Accordi di Oslo e non riesce e si rifiuta di sanzionare i propri soldati sicuramente non evacuerà oltre 200 avamposti fondati durante il mandato dellattuale governo, che ha stretto unalleanza con nazionalisti criminali.

Levacuazione di questi avamposti e colonie, la cui dislocazione è stata accuratamente scelta, o anche solo di una piccola parte di essi richiederà che lo Stato eserciti la propria autorità e violenza che non sono mai state utilizzate contro i coloni in Cisgiordania, neppure durante il disimpegno. È difficile immaginare che lex-direttore del Yesha Council delle colonie [organizzazione dei consigli municipali dei coloni, ndt.] Naftali Bennett entri in conflitto con i suoi amici e collaboratori, e altrettanto Gadi Eisenkot, che è stato fotografato qualche mese fa in uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania. Nei prossimi anni Israele continuerà a intensificare il proprio coinvolgimento nel pantano dellapartheid che ha creato e alimentato con le proprie mani.”

(traduzione dallinglese di Amedeo Rossi)




Israele ha utilizzato la violenza sessualizzata come arma di colonialismo di insediamento dal 1948 a oggi

Nada Elia, Noura Erakat

21 Luglio 2026 – Mondoweiss

Un ampio nuovo rapporto del Palestinian Feminist Collective ricostruisce la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi dalla Nakba del 1948 fino alla Gaza di oggi, dimostrando che non si tratta di abusi incidentali, ma di uno strumento deliberato di pulizia etnica e controllo.

Nel dicembre 2023 l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul ha dichiarato alla conduttrice della CNN Christiane Amanpour che, durante il suo servizio nel corpo diplomatico, era venuto a conoscenza dello stupro da parte di ufficiali israeliani di un ragazzo tredicenne mentre si trovava in stato di detenzione. In risposta alle richieste di chiarimento avanzate dagli Stati Uniti il governo israeliano ha designato Defense for Children International – l’organizzazione palestinese che aveva documentato l’abuso – come organizzazione terroristica.

Da allora sono emerse numerose testimonianze palestinesi, sufficienti a riempire le pagine dei rapporti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato, nonché di B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani. Tra gli episodi più raccapriccianti figura un video trapelato che mostra cinque ufficiali israeliani stuprare in gruppo un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teiman. Un tribunale israeliano non solo ha assolto gli ufficiali, ma la società israeliana li ha celebrati come eroi, protestando contro il loro processo in famigerati raduni “a favore dello stupro”. Eppure, quando il giornalista americano Nicholas Kristof ha pubblicato sul New York Times il suo editoriale che deplorava l’impunità per gli abusi sessuali sistematici contro i palestinesi in stato di detenzione israeliana, ha comunque affermato che non c’era “alcuna prova che i leader israeliani ordinino stupri”. (Il governo israeliano ha comunque minacciato di citare in giudizio il giornale per accusa del sangue [storico stereotipo antisemita secondo cui gli ebrei rapirebbero e ucciderebbero bambini cristiani a scopo rituale; il termine viene qui invocato dal governo israeliano per accusare l’autore dell’articolo di antisemitismo, ndt.]).

Sebbene Kristof, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani abbiano ragione a denunciare la mancanza di attenzione e di responsabilità per gli abusi sessuali contro i palestinesi, raramente si sono chiesti come la violenza sessualizzata abbia funzionato all’interno del più ampio sistema israeliano di conquista, occupazione e dominio.

Il 30 giugno 2026 il Palestinian Feminist Collective [rete di studiose, attiviste e professioniste palestinesi e della diaspora che promuove un’analisi femminista e decoloniale della causa palestinese, ndt.] ha pubblicato un rapporto che contribuisce a colmare questa lacuna con una ricerca meticolosa e una documentazione scrupolosa. A Predatory State: Israeli Systemic Sexualized and Gendered Violence against Palestinians [Uno Stato predatore: la violenza sistemica israeliana, sessualizzata e di genere, contro i palestinesi, ndt.] delinea uno schema pluridecennale di aggressione sessuale israeliana contro bambini, donne e uomini palestinesi. Per quanto strazianti siano le 200 pagine del rapporto, si tratta di una lettura necessaria per chiunque abbia a cuore i diritti umani e la giustizia di genere. L’ampiezza storica del rapporto, dai primi attacchi delle milizie sioniste contro una popolazione palestinese terrorizzata fino alla tortura sessuale che oggi si consuma nelle carceri israeliane ai danni dei prigionieri palestinesi, dovrebbe mettere definitivamente a tacere ogni tentativo di razionalizzare gli orrori attuali come una risposta ai presunti stupri commessi da militanti di Hamas ai danni di cittadini israeliani, o peggio ancora come la questione di pochi soldati fuori controllo. Il rapporto del PFC chiarisce che, al contrario, questa violenza è funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

Il rapporto ripercorre un caso del 1949, rivelato nel diario personale del primo Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion, in cui questi descrive come un plotone di soldati israeliani avesse rapito una giovane beduina “sui quindici anni”. Quando l’ufficiale al comando diede loro la scelta tra impiegarla come personale di cucina o come schiava sessuale, gli ufficiali israeliani scelsero la seconda opzione. Le tagliarono i capelli e le lavarono la testa con cherosene, per poi stuprarla in gruppo con una violenza tale che, la mattina seguente, l’ufficiale responsabile, il Sottotenente Moshe, “ritenne opportuno toglierla dal mondo”.

La violenza di genere è uno strumento intrinseco al colonialismo di insediamento, non solo israeliano. Anche qui negli Stati Uniti, altro Stato coloniale di insediamento, il movimento Missing and Murdered Indigenous Women (MMIW) ha messo in luce l’impunità che circonda le aggressioni sessuali contro le donne indigene nelle riserve, dove la sovrapposizione delle giurisdizioni penali statunitense e tribale ha reso le donne indigene particolarmente vulnerabili a tali aggressioni. Non è un caso. Che si tratti di una crisi tuttora affrontata con risorse gravemente insufficienti e ancora irrisolta non è un caso.

Analogamente, in quanto progetto di costruzione nazionale, l’ideologia sionista richiede l’espropriazione della terra palestinese e in ultima analisi l’eliminazione dei palestinesi attraverso la negazione giuridica – la negazione del loro diritto all’autodeterminazione, la deportazione forzata, il contenimento e/o la distruzione. La violenza sessuale è centrale in questo sforzo, poiché al tempo stesso fa avanzare le ambizioni di pulizia etnica e distrugge la coesione sociale dei palestinesi che rimangono.

Lo storico israeliano Benny Morris, che lamenta il fatto che la Nakba del 1948 non si sia spinta abbastanza in là nella pulizia etnica della Palestina, ha registrato numerosi casi denunciati di stupro risalenti alla fondazione dello Stato sionista. Ha osservato che “poiché né le vittime né gli stupratori erano propensi a denunciare questi episodi, dobbiamo presumere che la dozzina di casi di stupro denunciati che ho rintracciato non rappresenti l’intera storia. Sono solo la punta dell’iceberg.” La violenza sessuale, come altre forme di violenza perpetrate durante la Nakba e da allora in poi, mirava a terrorizzare i palestinesi e a costringerli ad abbandonare le proprie città e i propri villaggi in cerca di salvezza.

I documenti ufficiali dimostrano che i più alti funzionari israeliani erano pienamente consapevoli di questi abusi. Il rapporto del PFC ripercorre questa storia da prima della fondazione di Israele fino all’attuale e intensificato genocidio a Gaza per illustrare come Israele abbia sempre fatto affidamento sulla violenza sessuale per portare avanti i propri piani coloniali. Vi si apprende dello stupro di civili durante la Nakba del 1948, della tortura sessuale di prigionieri innocenti in detenzione amministrativa durante e dopo la guerra del 1967 e dello stupro di attivisti di base durante l’Intifada, fino ad arrivare al 2023 – cioè prima del 7 ottobre 2023. Il rapporto offre inoltre un’analisi delle infondate accuse di stupro di massa rivolte ai militanti di Hamas per dimostrare come simili narrazioni contribuiscano a rafforzare una rappresentazione razializzata della società palestinese come incivile e indegna di vivere.

Dal suo utilizzo come metodo per espellere i palestinesi dalla propria terra nel 1948 fino all’impiego della violenza sessualizzata e di genere per torturare detenuti e prigionieri palestinesi all’indomani della guerra del 1967 e oltre, il rapporto dimostra che, pur mutando frequenza e forma, la violenza sessualizzata è rimasta una costante dello sfollamento e dell’oppressione coloniale di insediamento.

Gli Stati Uniti non possono trattare questo crimine come se fosse un problema altrui. I funzionari statunitensi sono stati informati di questi abusi. Le armi e il sostegno diplomatico degli Stati Uniti continuano a proteggere il sistema all’interno del quale essi si verificano. La responsabilità deve essere estesa oltre una manciata di soldati per raggiungere e smantellare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e poi proteggono questi crimini.

Nada Elia

Nada Elia è Professore Associato di Studi Etnici, specializzata in lotte transnazionali, decoloniali e di genere, con un focus sull’America araba e la Palestina. Studiosa e attivista, Elia fa parte del Palestinian Feminist Collective. È autrice di Greater Than the Sum of Our Parts: Feminism, Inter/Nationalism, and Palestine (Pluto, 2023), e ha contribuito con capitoli a numerose antologie, tra cui The Case for Sanctions Against Israel (Haymarket, 2020).

Noura Erakat è avvocato per i diritti umani e Professore Associato di Africana Studies e del Programma di Giustizia Penale presso la Rutgers University, sede di New Brunswick. È co-autrice, insieme a John Reynolds, del libro di prossima pubblicazione Confronting Zionism: Decolonizing Palestine and Building the World Anew, edito da Haymarket Books.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele sta costruendo una barriera di terra lunga vari km all’interno di Gaza, consolidandone la divisione

Lee Keath e Julia Frankel

22 luglio 2026 – Associated Press

Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Il Cairo (AP). Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Negli ultimi mesi sono stati costruiti più di 23 km che corrono attraverso comuni palestinesi demoliti dall’esercito. Ciò equivale a più di metà dell’estensione della striscia costiera, che è lunga circa 40 km ed ospita oltre 2 milioni di palestinesi.

Quando ha ricevuto le immagini satellitari l’esercito israeliano ha confermato all’Associated Press di aver costruito una barriera fisica nella zona della cosiddetta “Linea Gialla”, il confine oltre al quale le truppe israeliane si sono ritirate in base all’accordo di cessate il fuoco con Hamas dell’ottobre [2025]. La linea era stata prevista dall’accordo mediato dagli USA come una divisione transitoria del territorio in previsione di un totale ritiro israeliano.

La costruzione del muro nella Striscia di Gaza

Ma mentre la tregua ristagna si scopre che Israele sta consolidando la posizione, mentre aumentano i timori palestinesi che la linea si stia trasformando in un confine. Né il Comando Centrale USA, incaricato di monitorare il cessate il fuoco, né il Board of Peace, l’entità guidata dal presidente USA Donald Trump pensata per supervisionare ad un certo punto Gaza, hanno voluto commentare la barriera.

L’esercito ha detto all’AP di aver istituito attorno alla linea insieme alla barriera una “zona di sicurezza” equipaggiata con strumentazione tecnologica e di intelligence. Quando è stato chiesto quanto si estenderà la barriera si è rifiutato di fornire dettagli sul suo percorso. Ha affermato che si intende impedire infiltrazioni e proteggere le truppe e le comunità israeliane nei pressi di Gaza.

La costruzione della barriera sta procedendo rapidamente

È da quando è entrato in vigore l’accordo di cessate il fuoco che i palestinesi di Gaza temono che Israele non restituisca la parte di Gaza che controlla. Ma sembra che, a causa del pericolo anche solo di avvicinarsi a quella zona, pochi si siano resi conto dei terrapieni che ora gli stanno costruendo attorno.

Secondo le immagini satellitari fornite da Planet Labs PBC [società statunitense specializzata nel controllo satellitare del pianeta, ndt.] questo mese una parte della rete di barriere nella zona meridionale di Gaza è stata estesa per più di 2 km in due settimane.

Il primo luglio il terrapieno era lungo circa 500 metri, ma il 15 luglio era di circa 2,4 km, separando le rovine della città di Rafah sotto controllo israeliano da Mawasi, il luogo in cui si trova uno dei più grandi accampamenti palestinesi di tende.

Se la costruzione continua nell’attuale direzione si congiungerà con il tratto più lungo della barriera, che corre praticamente senza interruzioni per circa 17 km dalla città meridionale di Khan Younis fino nei pressi di Gaza City, nel nord.

In base alle immagini satellitari in quel tratto la costruzione è iniziata a febbraio e sembra che il lavoro per estenderla ulteriormente a sud stia continuando. Più di 1 km è stato aggiunto tra il 21 giugno e il 7 luglio nei pressi di una base militare israeliana sulle rovine della città di Bani Suheila, vicino a Khan Younis.

Nell’estremo nord di Gaza vari tratti non collegati del terrapieno corrono appena fuori dalla città di Beit Lahia, in buona parte distrutta.

L’altezza dei terrapieni in ogni luogo rimane incerta. In alcuni posti le barriere sembrano correre fuori dalla Linea Gialla.

Israele ha in gran parte distrutto e spopolato metà della Gaza che controlla

La popolazione di Gaza è stata ammassata nella zona costiera a ovest della Linea Gialla, per lo più vive in miseri campi di tende e dipende dagli aiuti.

Dall’altra parte della linea le immagini satellitari mostrano che le forze israeliane hanno spianato la grande maggioranza degli edifici utilizzando bulldozer ed esplosivi, cancellando praticamente varie cittadine e Rafah, che una volta ospitava più di 400.000 persone.

Hanno tracciato una nuova rete viaria ed eretto nuove basi sulle rovine delle città palestinesi. Anche i terreni agricoli sono stati distrutti. L’esercito israeliano afferma che sta demolendo infrastrutture utilizzate da Hamas.

La Linea Gialla non è mai stata definita con precisione né nell’accordo di cessate il fuoco né dai politici israeliani o statunitensi ed è stata tracciata in modo irregolare sul terreno. L’esercito ha detto all’AP che sta lavorando per segnare in modo chiaro il suo percorso per “ridurre le frizioni ed impedire danni a persone non coinvolte.”

Le forze israeliane hanno ucciso i palestinesi che si sono avvicinati alla linea o l’hanno attraversata. L’esercito israeliano afferma di aver sparato a quelli che credeva fossero miliziani che minacciavano le sue truppe. Ma le persone uccise comprendevano minori e altri civili che sembravano non sapere della linea. Alcuni soldati hanno detto che non sempre sapevano a chi stavano sparando e di aver ricevuto l’ordine di uccidere chiunque attraversasse il confine.

Dal cessate il fuoco gli attacchi israeliani hanno ucciso centinaia di palestinesi

Da quando è iniziato il cessate il fuoco le forze israeliane hanno ucciso più di 1.100 palestinesi, soprattutto in attacchi aerei e con i droni in tutta Gaza. Nello stesso periodo gli attacchi di miliziani hanno ucciso 5 soldati israeliani.

Secondo l’ospedale Shifa martedì mattina presto un attacco israeliano a Gaza City ha ucciso Firas al-Masri, sua moglie e i loro quattro figli dai 6 ai 13 anni d’ età. L’esercito israeliano ha detto solo di aver condotto in quel momento un attacco contro miliziani di Hamas nella zona.

Il fratello di Firas, Ahmad al-Masri, vive nei pressi e ha detto di aver sentito le voci dei bambini al momento dell’esplosione.

Mi stavano chiamando, ‘Zio! Zio!’” ha affermato. “Ma il fuoco stava divampando e non abbiamo potuto fare niente.”

In base all’accordo di cessate il fuoco si prevedeva che col tempo Israele avrebbe ritirato le sue truppe oltre i confini di Gaza perché venissero sostituite da una forza di sicurezza internazionale. Ma l’applicazione dell’accordo è rimasta in stallo per mesi.

Un ex-diplomatico dell’ONU ora incaricato di coordinare il cessate il fuoco ha attribuito la colpa al mancato disarmo di Hamas. Pare che colloqui sporadici per trovare una formula per la consegna delle armi abbiano fatto scarsi progressi e in cambio Hamas accusa Israele di violare il cessate il fuoco.

La guerra è iniziata dopo che il 7 ottobre 2023 miliziani guidati da Hamas hanno attaccato le comunità israeliane uccidendo circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne ha prese altre 251 in ostaggio. Israele ha risposto con un’offensiva militare punitiva che secondo il ministero della Sanità di Gaza ha ucciso più di 73.000 persone.

Il ministero, che fa parte del governo guidato da Hamas recentemente disciolto, tiene una documentazione dettagliata, considerata generalmente attendibile dalle agenzie dell’ONU e dalle organizzazioni internazionali. Non distingue tra civili e combattenti, ma sostiene che donne e minori rappresentano circa metà di tutte le vittime.

Lee Keath

Keath è caporedattore per gli articoli di approfondimento sul Medio Oriente presso l’Associated Press. È inviato al Cairo dal 2005.

Julia Frankel

Frankel, residente a Gerusalemme, è inviata da Israele e dalla Cisgiordania occupata da Israele. I suoi articoli riguardano la guerra, i diritti umani, lo sfollamento e la giustizia penale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quasi metà del governo israeliano si unisce alla marcia che promette insediamenti a Gaza

Oren Ziv

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua

Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.

La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.

I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.

Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.

Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.

Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.

“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.

Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.

È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.

Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.

“Non ci saranno più arabi a Gaza”

La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.

“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.

“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”

Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”

Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.

Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.

Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.

+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)