Il sionismo ha deformato il linguaggio, quindi ora le parole sono armi utili

Marchella Ward

10 agosto 2026 – Middle East Eye

Le organizzazioni filo-israeliane hanno modificato il senso di ‘intifada’ e ‘Palestina’, favorendo il genocidio e criminalizzando chi vi si oppone

È una domenica mattina presto e vieni svegliato da poliziotti armati che bussano alla porta. Ti consegnano una lettera: lo Stato bloccherà il tuo patrimonio per altri sei mesi negandoti l’accesso ai tuoi conti bancari perché non condivide la posizione contro il genocidio che hai espresso pubblicamente.

La lettera cita un tweet che hai postato parecchi mesi fa e in cui criticavi il bombardamento di Israele e Usa contro l’Iran. Cita il fatto che hai condiviso un’intervista con un attivista filopalestinese e un articolo scritto sulle reti sociali da uno storico accademico. La lettera spiega che queste azioni dimostrano che non hai rinunciato alle tue convinzioni “a favore del jihadismo”.

Sembra una cosa uscita dalle pagine di un libro distopico di fantascienza, ma per Elias d’Imzalene, un attivista francese contro il genocidio e membro fondatore dell’organizzazione filo-palestinese Urgence Palestine, è diventata realtà.

Il reato di cui d’Imzalene è accusato e per il quale le sue libertà sono state ridotte e i suoi beni congelati per più di un anno non è tanto un delitto di pensiero, per usare un termine di George Orwell, quanto di parola.

Nel settembre 2024 durante una manifestazione contro il genocidio a Parigi aveva utilizzato la parola araba intifada in riferimento alla rivolta globale non violenta ancora in corso frequentemente in città di tutto il mondo contro l’occupazione israeliana della Palestina.

Il filmato del suo discorso ha circolato ampiamente sulle reti sociali e quando d’Imzalene è arrivato nell’aula di tribunale per difendersi il significato della parola intifada era stato totalmente modificato.

Secondo le organizzazioni sioniste che hanno intentato causa contro di lui la parola non si riferiva a una rivolta contro gli oppressori; l’avevano trasformata in un termine che denota violenza antisemita.

Cancellazione e controllo

La parola intifada non è l’unica di cui è stato trasformato in questo modo il significato da organizzazioni politiche sioniste.

Nel febbraio 2026 il gruppo della lobby filoisraeliana UK Lawyers for Israel [Avvocati Britannici per Israele] ha scritto al British Museum [uno dei principali musei di Londra, ndt.] chiedendo che eliminasse la parola “Palestina” dalle targhette dell’esposizione.

Secondo loro questa terminologia costituiva una “cancellazione” della storia ebraica e “avrebbe potuto rappresentare una vessazione” per i visitatori ebrei o israeliani. Il termine “antica Palestina” non cancella in alcun modo la storia ebraica, ciononostante il museo ha eliminato le targhette.

La lettera faceva parte di una campagna di lungo corso, svelata allora da Middle East Eye, per riscrivere il passato, imponendo una versione della storia che conferisca legittimità all’occupazione israeliana della Palestina.

La campagna, condotta non solo nei confronti del British Museum ma anche nelle università, compresa quella in cui lavoro, intende trasformare il senso delle parole.

Termini come “antica Palestina”, storicamente attestato almeno dal XII secolo a.C. e ampiamente utilizzato oggi da storici di professione, sono stati trasformati da questa campagna sionista in cancellazione “antisemita” della versione della storia preferita da Israele.

Questi esempi riprendono altri tentativi di trasformare e controllare ciò che le parole significano per ridurre l’opposizione al genocidio israeliano.

Lo slogan “dal fiume al mare” è stato vietato in molti Paesi, tra cui la Germania e lo Stato australiano del Queensland, in base all’argomentazione che sarebbe antisemita, benché appaia nella carta costitutiva del partito Likud di Benjamin Netanyahu del 1977 a sostegno dell’idea di uno Stato etnico ebraico.

E in Gran Bretagna circa 3.000 persone sono state arrestate per aver esposto la frase “Mi oppongo al genocidio, appoggio Palestine Action” in seguito alla messa al bando del gruppo di azione diretta. Il divieto, ora in discussione alla Corte Suprema, ha trasformato Palestine Action in un’organizzazione terroristica e ne ha mutato il significato in una frase a sostegno del terrorismo.

In ognuno di questi esempi vediamo all’opera una delle armi più potenti del sionismo: il suo tentativo di controllare il significato delle parole.

In arabo e in altre lingue la parola intifada è ampiamente utilizzata per riferirsi alla resistenza contro gli oppressori, dagli scioperi dei portuali nel porto di Bassora [in Iran, ndt.] nel 1952 alle proteste anticoloniali irlandesi contro i britannici, alle due intifada palestinesi e all’intifada della resistenza ebraica contro i nazisti nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943.

Sostenere che il termine intifada si riferisce alla violenza antisemita significa svuotare i vari strati di significato che la parola ha costruito in decenni di circolazione e uso e imporle una nuova accezione. Cercare di controllare il significato delle parole è ben noto ai linguisti come una tecnica del fascismo.

Nel suo libro del 1947 Victor Klemperer scrisse “Il linguaggio del Terzo Reich” riguardo a come anche la propaganda nazista cambiò il significato delle parole.

Come gli altri esempi delle parole il cui significato è stato modificato in difesa del genocidio ad opera di Israele, la parola intifada è distorta e riformulata come un indicatore di antisemitismo, trasformando in antisemiti quelli che la pronunciano.

Ridefinire la colonizzazione

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole non è nuova. Di fatto forse il suo atto di trasformazione linguistica di maggior successo è proprio la parola “sionismo”.

Nel suo libro “Lo Stato Ebraico” Theodor Herzl spiegò che il sionismo era un progetto di suprematismo europeo. Discutendo se per fondare uno Stato etnico ebraico dovessero essere colonizzate l’Argentina o la Palestina Herzl sostenne che la Palestina era preferibile perché uno Stato ebraico lì avrebbe costituito “un bastione dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie.”

Descrisse una “Compagnia ebraica” sul modello di altre compagnie coloniali europee come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali e la Compagnia Imperiale Britannica dell’Africa Orientale.

Altri sionisti erano d’accordo. Chaim Weizmann [uno dei principali dirigenti del movimento sionists, ndt.] nella sua autobiografia ricordò di aver detto nel 1919 alla conferenza di pace di Parigi che “quello che la Francia potrebbe fare in Tunisia… gli ebrei sarebbero in grado di farlo in Palestina”, e Vladimir Jabotinsky [leader del sionismo revisionista, di destra, ndt.] scrisse che “il sionismo è un’impresa coloniale.”

Ma il senso della parola “sionismo” venne presto trasformato dal colonialismo europeo in liberazione nazionale.

In una lettera a Max Nordau Herzl scrisse: “La Banca Coloniale Ebraica deve in realtà diventare la Banca Nazionale Ebraica.” E molte altre organizzazioni coloniali vennero rinominate in modo simile. L’Associazione per la Colonizzazione Ebraica, che favoriva l’immigrazione di coloni di insediamento dall’Europa orientale per occupare terre in Palestina, venne rinominata “Associazione Caritativa Ebraica”.

Il fatto che la parola “sionismo” avesse significato colonizzazione venne cancellato e alla parola venne attribuito un nuovo significato. Ora indica la filantropica creazione di un luogo di rifugio e un movimento di liberazione per l’autodeterminazione.

Dire che le armi del sionismo sono anche linguistiche non è un modo per minimizzare il suo potenziale distruttivo. Ciò che le parole significano non è solo una questione di cui accademici o filologi debbano riflettere nelle torri di avorio, sfogliando vocabolari e dizionari etimologici.

Stiamo vivendo un periodo in cui le parole possono uccidere.

La capacità del sionismo di controllare il significato delle parole è stata fondamentale per il genocidio israeliano dei palestinesi.

Hanno riscritto la storia, incarcerato attivisti e imposto restrizioni su libertà di ogni genere per quanti rifiutano di sottomettersi ai tentativi dei sionisti di controllare il linguaggio stesso.

È tempo che tutti noi impariamo a riconoscere che il controllo sulle parole è un’arma e che ci armiamo con il linguaggio per ribellarci.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Marchella Ward è docente di Studi Classici presso la Open University [principale università pubblica in rete del Regno Unito, ndt.]. Attualmente sta scrivendo un libro intitolato “Classicismo: come l’Occidente ha inventato il mondo antico”.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




‘Buio, fiamme, urla’: villaggio palestinese terrorizzato dai coloni israeliani

Basel Adra

7 agosto 2026 – +972 Magazine

Nel remoto villaggio di Tuba in Cisgiordania un pogrom notturno di decine di coloni ha lasciato abitanti feriti, case bruciate e pannelli solari distrutti

Il messaggio Whatsapp è arrivato alle 21,50 di mercoledì. Era la disperata richiesta d’aiuto di Hamza Abu Jundiya, un ventiduenne del villaggio di Tuba a Masafer Yatta: “I coloni stanno dando fuoco alle case”.

Alle 22,11 un altro messaggio: “Mandate ambulanze e pompieri. Ci sono bambini feriti e le case stanno bruciando.”

Quelle poche parole racchiudevano il crescente terrore di quella notte nel piccolo villaggio, situato al confine meridionale della Cisgiordania occupata. Era stato già prima bersaglio di attacchi incendiari da parte dei coloni israeliani, ma questa volta è sembrato ad un livello diverso.

Arrivare a Tuba non è mai facile. La fangosa strada che conduce al villaggio è stata danneggiata ed erosa dalle piogge invernali perché ai palestinesi è proibito ripararla; ogni azione del genere verrebbe considerata “costruzione illegale” in un’area in cui è impossibile ottenere permessi. Nel migliore dei casi il viaggio dura circa 30 minuti.

Una volta dal mio villaggio di At-Tuwani ci volevano solo cinque o dieci minuti. Ma la creazione dell’avamposto di Havat Ma’on e della colonia di Ma’on ha tagliato il nostro accesso diretto alla strada, lasciando Tuba sempre più isolata ogni volta che scoppiano le violenze.

Per le famiglie intrappolate nelle loro case quella notte ogni minuto sembrava senza fine. Quando è iniziato l’attacco Rana Maghnam di 37 anni era seduta nella stanza degli ospiti con la sua figliastra di 7 anni, Razan.

Ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto un gruppo di coloni che correvano giù dalla collina”, racconta. “Sono uscita e il primo colono che ha raggiunto la nostra casa si è diretto verso di noi. Aveva un bastone ed ha cominciato subito a picchiarmi mentre le ragazze si nascondevano dietro di me.

Siamo corse in un’altra stanza per proteggerci, ma il colono ci ha seguite”, continua Maghnam. “Razan è stata colpita da una pietra lanciata dall’esterno della casa che le ha ferito il naso e il labbro superiore. Poi il colono ci ha nuovamente raggiunte e mi ha picchiata alla testa e ad un braccio.”

L’aggressione ha procurato a Maghnam dita fratturate alla mano destra e una profonda ferita alla testa che ha necessitato di otto punti. È stata trasportata in un ospedale nella città più vicina di Yatta dove ha ricevuto le cure di emergenza. Ma anche molto tempo dopo che le ferite sono state ricucite i ricordi di quella notte restano impossibili da cancellare.

Tuttora fa fatica a descrivere la paura nel vedere decine di coloni israeliani invadere il villaggio. “È stata una notte terrificante. I rumori delle grida, dei pianti, delle persone picchiate e delle finestre in frantumi risuonavano dappertutto. Sono divampate fiamme dalla stanza (degli ospiti) dove eravamo sedute e il fumo si è diffuso nella stanza dove ci siamo nascoste dopo che hanno dato fuoco a sedie, divani e mobili di legno fuori casa.”

Quando finalmente è spuntato il giorno la distruzione si è rivelata in pieno: tre case erano state bruciate fino ad essere irriconoscibili. La rete elettrica del villaggio è stata gravemente danneggiata dal fuoco e i coloni avevano distrutto circa due dozzine dei pannelli solari del villaggio. Cinque abitanti, compresi tre bambini, sono stati feriti.

Mentre lasciavano il villaggio i coloni hanno scritto con lo spray sull’ovile di una famiglia le parole in ebraico “1:0 per gli ebrei” – un messaggio che gli abitanti hanno letto non solo come vandalismo, ma come un festeggiamento per la loro sofferenza.

Hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro’

La mattina dopo dentro ad una delle case bruciate tutto era nero. Dal soffitto pendevano fili elettrici fusi. Il pavimento era ricoperto di cenere. Il frigorifero era diventato nulla più che un contorto ammasso di metallo. Anche 15 ore dopo l’incendio la puzza di fumo era così soffocante da rendere difficile respirare.

In piedi tra i resti della casa di famiglia la 17enne Sujood Mahmoud Awad ha descritto ciò che aveva visto la notte prima. “Ero seduta dentro casa quando ho sentito dei rumori fuori. Ho guardato e ho visto i coloni tirare pietre alle finestre. Sono corsa a nascondermi in bagno. Ho chiamato mio padre che dormiva nella stanza accanto.

Mio fratello Joud di 11 anni stava dormendo in camera sua. Un colono lo ha afferrato al collo, soffocandolo, e lo ha scaraventato fuori.

Sono tornati dentro casa. Sentivo che distruggevano delle cose. Hanno gettato sul pavimento il frigorifero e la lavatrice e poi hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro, tremante di paura.”

In quel momento Sujood non era certa che ne sarebbe uscita viva. “Un colono ha cominciato a colpire la porta del bagno, che mi è sbattuta in faccia e io sono caduta a terra. Quando finalmente i coloni sono andati via la casa si è riempita di fumo denso. Il fuoco è rapidamente divampato da una stanza all’altra. Sono corsa fuori atterrita, ma non riuscivo a respirare. Sono svenuta fuori di casa per via del fumo.”

Suo padre Mahmoud Awad si è svegliato con ciò che descrive come il peggior incubo di qualunque genitore. “La nostra casa stava bruciando, come anche quella di mio fratello Mohammad, due magazzini per il fieno e una tenda che usavamo come deposito. Sono corso a cercare i miei figli. Avevo tre estintori, ma due non funzionavano. Ho tentato di tutto per spegnere il fuoco, ma non ci sono riuscito. Non abbiamo le apparecchiature antincendio necessarie.”

Vedeva impotente il villaggio che sprofondava nel buio. “È andata via la corrente e il villaggio è diventato completamente buio. C’erano solo fumo, fiamme, grida e pianti. Stavamo lì incapaci di spegnere il fuoco mentre lo vedevamo divorare le nostre case e distruggere tutto all’interno.

Continuavo ad andare avanti e indietro portando taniche d’acqua, cercando di spegnere le fiamme, ma ogni volta che mi avvicinavo soffocavo per il fumo e dovevo tornare indietro”, continua. “Non è rimasto niente se non pietre e metallo contorto.”

Tutto ciò che la famiglia possedeva è scomparso in pochi minuti. “Il cibo, i mobili, i materassi, le coperte: tutto è scomparso.”

Hanno distrutto le telecamere di sicurezza, i fari e il nostro bagno’

Hamza, il cui messaggio per primo quella notte mi aveva informato dell’attacco, ha detto che i coloni, dopo aver dato fuoco alla casa di suo cugino Radwan, si sono diretti alla casa della sua famiglia.

Uno dei coloni aveva due bottiglie di liquido infiammabile. Mia madre, le mie sorelle e i bambini sono corsi dentro casa a nascondersi. Mio padre, mio fratello ed io siamo rimasti fuori per difendere la casa. Siamo riusciti a evitare che le dessero fuoco, ma mi hanno picchiato sulla testa e sulla schiena con delle pietre.

Hanno distrutto tre telecamere di sicurezza, i fari intorno alla casa e il nostro bagno esterno”, continua. “Hanno anche rotto le finestre cercando di irrompere in casa. Mia madre è stata colpita in faccia da schegge di vetro.”

Man mano che più abitanti del villaggio si sono riuniti e sono corsi verso la casa per aiutare a difenderla i coloni infine si sono ritirati verso il vicino avamposto di Havat Ma’on, a solo pochi minuti da Tuba. È lo stesso avamposto da cui recentemente decine di coloni hanno attaccato il mio villaggio di At-Tuwani, incendiando la moschea e case ed auto, frantumando finestre e scrivendo con lo spray “Vendetta”.

Giovani e volontari dei villaggi vicini sono accorsi per aiutare a spegnere il fuoco prima che riuscissero ad arrivare le squadre di emergenza; a causa delle condizioni della strada le ambulanze non sono arrivate a Tuba fino a quasi un’ora dopo l’inizio dell’attacco. Un denso fumo ricopriva il villaggio mentre gli abitanti si muovevano nell’oscurità recando torce a mano, cercando i sopravvissuti, aiutando i feriti e cercando disperatamente di salvare ciò che restava.

La polizia israeliana è arrivata circa 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, provenendo dalla direzione di Havat Ma’on. I soldati israeliani, che sono responsabili della sicurezza in questa parte della Cisgiordania, non sono arrivati se non dopo più di un’ora dall’inizio dell’attacco.

Gli abitanti dicono che la polizia è andata da una casa bruciata all’altra scattando fotografie e registrando video, procedure di routine che, nella loro esperienza, raramente hanno condotto all’incriminazione degli assalitori. Al tempo stesso i soldati erano apertamente ostili nei confronti della gente del villaggio. Hanno minacciato di arresto gli abitanti e camminavano tra le case bruciate coi fucili puntati contro i civili.

Se la polizia fosse stata davvero interessata ad identificare i responsabili avrebbe saputo esattamente dove cercare. I coloni venivano dai vicini avamposto e colonia, luoghi dotati di alcune delle più avanzate videocamere di sorveglianza nella zona. Ma gli abitanti non hanno speranza che i loro assalitori vengano portati davanti alla giustizia: anzi, vengono lasciati a prepararsi per il prossimo pogrom.

Nel pomeriggio di venerdì tre coloni di Havat Ma’on erano già tornati nel villaggio ad attaccare gli abitanti.

Questi attacchi non solo provocano profondi danni fisici e psicologici alle comunità che li subiscono, ma comportano anche un enorme onere finanziario che raramente viene risarcito. Le famiglie le cui case, veicoli e beni personali vengono bruciati o distrutti sono lasciate a sostenere devastanti perdite che spesso annullano i risparmi e le risorse accumulati in tutta una vita.

Ricostruire una casa, rimpiazzare i beni essenziali e ripristinare anche solo un semplice senso di normalità richiedono risorse che la maggior parte delle famiglie colpite semplicemente non possiede. Di conseguenza questi attacchi si lasciano dietro durature conseguenze umanitarie, economiche e sociali che continuano ad incidere su intere comunità molto dopo che le violenze sono cessate.

Una dichiarazione della polizia israeliana ha confermato che “sono stati inviati sulla scena investigatori della stazione di polizia di Hebron e investigatori forensi della polizia israeliana” e “hanno cominciato a raccogliere prove, reperti forensi e dichiarazioni di testimoni.” +972 Magazine ha chiesto che cosa stia facendo la polizia per impedire gli attacchi dei coloni contro i villaggi palestinesi in questa zona e il portavoce ha risposto che “la responsabilità di impedire e reagire agli incidenti nelle aree A e B compete all’esercito” – eppure Tuba e i vicini villaggi palestinesi di Masafer Yatta si trovano in Area C [sotto esclusivo controllo israeliano, ndt.]

In risposta alla richiesta di +972 di un commento, l’esercito israeliano ha affermato: “Mercoledì le forze dell’IDF sono state inviate nell’area di Khirbet Tuba, nel settore della Brigata Yehuda, in seguito ad un rapporto secondo cui civili israeliani hanno incendiato case e attaccato palestinesi nella zona. Di conseguenza diversi palestinesi sono stati feriti, comprese una ragazza e una donna. Anche diverse strutture sono state bruciate. Al loro arrivo le forze hanno perlustrato la zona e identificato strutture bruciate, scritte sui muri e proprietà danneggiate. I sospetti erano fuggiti prima dell’arrivo delle forze. Durante la notte agenti del distretto di polizia di Giudea e Samaria [come gli israeliani chiamano la Cisgiordania, ndt.] sono entrati nell’area sotto la protezione dell’esercito per raccogliere testimonianze, prove e reperti per l’indagine.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di At-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Una Corte d’appello del Regno Unito conferma che le opinioni antisioniste sono tutelate dalla legge contro la discriminazione

Areeb Ullah

4 agosto 2026 Middle East Eye

L’Università di Bristol perde il ricorso per ribaltare la sentenza di condanna per aver discriminato illegalmente l’accademico David Miller, licenziato per commenti che esprimevano le sue convinzioni antisioniste

Un tribunale d’appello nel Regno Unito ha confermato una sentenza storica secondo cui le convinzioni antisioniste sono anch’esse tutelate dalle leggi sulla non discriminazione, respingendo il ricorso dell’Università di Bristol contro la sentenza secondo la quale avrebbe discriminato illegalmente un professore licenziandolo per aver espresso commenti antisionisti.

In una sentenza emessa martedì l’Employment Appeals Tribunal (EAT, Tribunale d’Appello per il Lavoro) ha confermato le conclusioni di un tribunale del lavoro secondo cui il licenziamento del professor David Miller a causa delle sue convinzioni antisioniste costituiva una discriminazione diretta e illegale delle sue convinzioni filosofiche protette dalla legge.

Il tribunale d’appello ha stabilito che il tribunale di grado inferiore “non ha commesso errori in nessuna delle sue conclusioni in merito alla responsabilità”, compresa la conclusione che le convinzioni di Miller sul sionismo rientrassero nella tutela prevista dalla legge sulla parità di trattamento e non discriminazione del 2010.

“È coerente definire ‘razzista’ un’ideologia [il sionismo] che promuove la creazione di uno Stato [in questo caso Israele] per una sola razza [gli ebrei] in un territorio che in precedenza ospitava un gran numero di persone di una razza diversa [i palestinesi]”, si legge nella sentenza.

“Tale ideologia, che sostiene la migrazione di membri del primo gruppo nel territorio con l’appoggio di una potenza imperiale per sradicare una popolazione indigena, potrebbe anche essere coerentemente definita colonialista e imperialista”.

Nel 2024 un altro tribunale aveva stabilito che il licenziamento del professor David Miller a causa delle sue convinzioni antisioniste costituiva una discriminazione diretta illegittima da parte dell’università, che aveva impugnato tale sentenza. L’EAT ha respinto il ricorso di Bristol e ha stabilito che il tribunale di grado inferiore “non ha commesso errori in nessuna delle sue conclusioni sulla responsabilità”, compresa la constatazione che le “convinzioni filosofiche” di Miller sul sionismo erano “protette” dalla legge. Miller, professore di sociologia politica entrato all’Università di Bristol nel 2018, è stato licenziato per grave negligenza nell’ottobre 2021 a seguito di commenti pubblici rilasciati all’inizio dello stesso anno su sionismo, Israele e le organizzazioni studentesche ebraiche.

La sua ricerca era concentrata sui gruppi di pressione, comprese le organizzazioni collegate a Stati come Israele e Sudafrica.

Nella sentenza del 2024 il tribunale del lavoro aveva stabilito che Miller era stato licenziato a causa di commenti che esprimevano le sue convinzioni antisioniste che, secondo il tribunale, costituivano convinzioni filosofiche protette ai sensi della Legge sulla Parità di Trattamento e Non Discriminazione del 2010.

Vittoria “decisiva”

La sentenza conclude che sia il suo licenziamento che il rigetto del suo ricorso interno rappresentano una discriminazione diretta e illegale.

L’ex accademico ha descritto la sentenza come una vittoria “decisiva” per il movimento antisionista e ha affermato che la “campagna di pressione” contro di lui si è “ribaltata in maniera spettacolare”.

“Il tentativo dell’Università di Bristol di ribaltare la mia vittoria del 2024 presso il tribunale del lavoro è stato completamente respinto. Abbiamo vinto su ogni singolo punto”, ha scritto Miller su X.

“Questa è un’umiliazione pubblica per il regime sionista genocida, i cui agenti in Gran Bretagna hanno costretto l’Università a licenziarmi e poi l’hanno trascinata in questo inutile ricorso”.

Il tribunale d’appello ha concordato con la conclusione della corte secondo cui le convinzioni di Miller – che il sionismo politico sia intrinsecamente razzista, imperialista e colonialista e debba quindi essere contrastato – godono di protezione legale.

Il tribunale ha inoltre convenuto che le dichiarazioni di Miller del febbraio 2021 fossero manifestazioni di tali convinzioni e avessero influenzato in modo sostanziale la decisione dell’Università di licenziarlo.

Pur riconoscendo che l’Università perseguiva obiettivi legittimi, tra cui la tutela degli studenti e della propria reputazione, il tribunale ha concluso che il licenziamento sia stata una risposta sproporzionata poiché i commenti di Miller erano leciti, non erano considerabili antisemiti, non incitavano alla violenza e non minacciavano l’incolumità di nessuno.

Ha ritenuto che una sanzione disciplinare minore sarebbe stata sufficiente. Il tribunale del lavoro aveva accolto tale argomentazione.

Il tribunale d’appello ha inoltre confermato la sentenza del tribunale di primo grado secondo cui Miller ha contribuito al proprio licenziamento con commenti rivolti a studenti ebrei e associazioni studentesche.

Ha convenuto che l’eventuale risarcimento per licenziamento ingiusto dovesse pertanto essere ridotto del 50%.

Tuttavia ha ritenuto che il tribunale di primo grado non avesse sufficientemente motivato la sua conclusione secondo cui vi era una probabilità del 30% che Miller fosse stato legittimamente licenziato nel 2023 a causa di ricorrenti post sui social media, il che significa che un aspetto del risarcimento deve essere riconsiderato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele destina 37 milioni di dollari allo sviluppo del presunto patrimonio culturale e storico ebraico in Cisgiordania nel contesto di una intensificata espansione delle colonie

Redazione di MEMO

4 agosto 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca, ndt.] Anadolu riferisce che, nel contesto di una intensificata espansione delle colonie illegali nel territorio occupato, martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l’allocazione di 37 milioni di dollari per lo sviluppo di siti dell’eredità culturale e storica ebraica in Cisgiordania.

Per la prima volta nella storia 113 milioni di shekel (32,55 milioni di euro) saranno destinati per sviluppare più di 70 siti dell’eredità culturale e storica in Giudea e Samaria,” ha detto Smotrich sul social media statunitense X, usando i termini biblici israeliani per la Cisgiordania.

Smotrich, leader del partito di estrema destra Sionismo Religioso, non ha specificato i siti cui è destinato il finanziamento.

A maggio la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge per istituire la cosiddetta “Autorità per il patrimonio culturale e storico in Giudea e Samaria” che inserirebbe siti romani, bizantini e dell’epoca delle crociate sotto il controllo del ministero del Patrimonio storico e culturale.

La legge permette la confisca e l’acquisto di proprietà relative a tali siti, sollecitando ad avvertire l’Autorità Palestinese che la misura intende espandere il controllo israeliano e aggravare l’attività di colonizzazione nel territorio occupato palestinese.

Secondo Smotrich da quando il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel tardo 2022 sono stati approvati in Cisgiordania 104 colonie illegali e 160 avamposti.

Secondo i dati palestinesi, circa 750.000 occupanti vivono in 156 colonie illegali e 360 avamposti nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 2334 adottata nel 2016 dichiara che le colonie israeliane nel territorio occupato a partire dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, “non hanno validità legale” e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale.

​​​​​​​In un fondamentale parere consultivo a luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché Israele è amico di aspiranti autocrati in tutto il mondo

Antony Loewenstein

3 agosto 2026 Middle East Eye

Mentre l’opinione pubblica globale si rivolta contro Tel Aviv, il regime di Netanyahu intensifica le sue interferenze elettorali, dall’Europa al Sud America.

Ho trascorso più di un decennio a indagare sull’industria israeliana delle armi e della sorveglianza, e mi è sempre stato chiaro che lo Stato israeliano è molto più coinvolto di quanto ammetta pubblicamente.

Il continuo passaggio di personale tra settore pubblico e privato è ben noto, ma come hanno fatto alcune delle più grandi aziende israeliane ad ottenere un accesso così incredibile ai governi di tutto il mondo, dall’Arabia Saudita all’Etiopia?

Al di là della diplomazia dello spyware del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – un modo estremamente efficace per stringere amicizie, offrendo strumenti sofisticati per spiare presunti nemici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e persino amici – c’erano sempre delle lacune in quanto sapevamo.

Ma una notizia recentemente trapelata offre uno spaccato di come ciò sia avvenuto. Nel 2013 Shalev Hulio, uno dei fondatori di NSO Group (l’azienda che ha sviluppato il software spia per telefoni Pegasus), si è recato a Panama con un passaporto diplomatico israeliano e ha soggiornato presso l’ambasciata israeliana.

Le importanti inchieste dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project e di altre due testate giornalistiche hanno rivelato che Hulio ha avuto un ruolo centrale nella vendita di Pegasus da parte di NSO Group a Panama nel 2012, e che ha firmato il contratto con il governo panamense.

“I registri migratori panamensi ottenuti dai giornalisti mostrano che Hulio è arrivato all’aeroporto di Tocumen a Panama City dagli Stati Uniti con un volo della Copa Airlines il 3 dicembre 2013, utilizzando un passaporto diplomatico per entrare nel Paese. I registri indicano che la visita di Hulio era per ‘svago’ e la sua professione è indicata come ‘diplomatico'”, si legge nel rapporto.

Questo tassello del puzzle conferma parte di una storia che è stato difficile da ricostruire con documenti, e non solo con congetture: NSO Group e molte altre aziende israeliane del settore armi e sorveglianza operano come braccio operativo dello Stato israeliano, promuovendone gli interessi, le preferenze e gli obiettivi, e godendo della sua piena protezione.

Influenza politica

L’enorme quantità di informazioni raccolte da NSO Group e da altre aziende simili è incalcolabile, poiché sono loro a estrarre i dati dai telefoni cellulari (e non i clienti paganti).

È quindi inevitabile che NSO Group, e per estensione il governo israeliano, abbiano raccolto informazioni e segreti che potrebbero essere utilizzati per esercitare una pressione politica su numerosi paesi. Questo è uno dei modi in cui Israele mantiene una significativa influenza diplomatica.

La storia delle battaglie di spyware e hackeraggio degli ultimi dieci anni, e il ruolo centrale di Israele in esse, non è finita. Gli strumenti di spionaggio israeliani continuano a essere utilizzati contro politici, giornalisti e attivisti ignari.

Dal Parlamento europeo alla Russia la mancanza di regolamentazione del settore ha permesso a questo fenomeno di diffondersi senza controllo. Ma la minaccia di strumenti informatici come Pegasus sembra relativamente minore se paragonata all’esplosione delle interferenze israeliane nelle elezioni in tutto il mondo.

Dalla Scozia alla Francia, dalla Colombia all’Honduras le aziende israeliane stanno impiegando trucchi sporchi per favorire la vittoria di candidati filo-israeliani, comprese enormi “bot farm” [produttori di falsi account automatizzati e post sui social media, n.t.d.], la diffusione di disinformazione sui candidati filo-palestinesi e la manipolazione dei social media. Come nel caso dell’industria dello spyware il mondo reagisce con paralisi e paura.

Si tratta di una questione che tocca il cuore della democrazia e la possibilità della sua stessa esistenza. I servizi israeliani di manipolazione elettorale sono in vendita al miglior offerente e stanno già distorcendo ciò che sappiamo e comprendiamo sull’essenza stessa di elezioni libere ed eque.

Campagne di destabilizzazione

Prendiamo l’America Latina, una regione che sta vivendo un’ondata di campagne di destabilizzazione guidate da Israele. All’inizio di quest’anno è emersa una notizia su una presunta collaborazione tra l’amministrazione Trump, il regime di Netanyahu e l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti nel 2024 per gravi reati legati al narcotraffico e graziato [da Trump, n.d.t.] l’anno successivo.

Il piano? Destabilizzare i governi “ostili” e insediare elementi filo-israeliani e filo-americani per indebolire la sinistra, dalla Colombia al Messico (la prima campagna ha già avuto successo, con la recente vittoria del presidente eletto Abelardo de la Espriella).

Il Brasile potrebbe essere il prossimo obiettivo, con il candidato presidenziale Flavio Bolsonaro, figlio del precedente presidente Jair Bolsonaro, che ha lanciato la sua campagna con l’appoggio di Netanyahu.

È lecito presumere che gli hacker elettorali israeliani lavoreranno giorno e notte per aiutare la campagna di Bolsonaro e sabotare il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva in vista delle elezioni generali di ottobre.

L’Honduras sembra ancora una volta essere un punto centrale attorno al quale si concentrano le pressioni dell’estrema destra israeliana e americana; il paese sarebbe disposto a cedere il controllo di basi militari e zone economiche speciali a Israele e agli Stati Uniti.

Tutto ciò avviene mentre Israele sta subendo il più grande crollo di consensi della sua storia. Si tratta di un cambiamento storico, che potrebbe avere un impatto significativo sulla politica occidentale nei prossimi anni. Ma in questo momento la Palestina viene calpestata e cancellata, da Gaza alla Cisgiordania occupata.

È difficile rendere l’idea della portata degli sfollamenti, della violenza e della paura tra i palestinesi. Questo è lo Stato israeliano sotto steroidi che intravede un’opportunità irripetibile per allontanare quanti più palestinesi possibile dalla loro terra completando la strada verso uno Stato completamente rabbinico e suprematista ebraico.

In questo contesto è comprensibile che un governo israeliano in preda al furore voglia farsi amici nella comunità internazionale, mentre l’opinione pubblica gli diviene ostile in un modo che non ha precedenti. La manipolazione elettorale potrebbe sembrare una mossa disperata da parte di una nazione sull’orlo del baratro, ma in realtà rappresenta un’accelerazione dell’affermazione di Israele come alleato affidabile e autocratico, che discrimina spudoratamente le minoranze e i palestinesi, e che nel farlo alimenta l’ondata di estrema destra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.




Un medico palestinese detenuto in un carcere israeliano descrive l’incuria medica, le botte e le umiliazioni

Amira Hass

2 agosto 2026 – Haaretz

Il dottor Mazen Rantisi, 71 anni, trattenuto in una struttura carceraria per prigionieri in detenzione amministrativa, ha descritto le violenze delle guardie, il grave sovraffollamento, le squallide condizioni igieniche e il cibo immangiabile. Il Servizio Carcerario: ‘Le accuse sono false’.

Un medico di Ramallah detenuto per più di un mese ha descritto le dure condizioni del carcere di Ofer, una struttura carceraria per detenuti in regime amministrativo in Cisgiordania. Ha rapidamente perso peso a causa del cibo che ha definito non adatto al consumo umano, ha passato i primi dieci giorni senza le sue regolari medicazioni e tuttora gli viene negata una di esse. Le sue richieste di vedere un medico sono rimaste senza risposta, e ha detto, e solo una volta un medico gli ha sentito il polso, attraverso una fessura nella porta.

Il dottor Mazen Rantisi ha reso il suo racconto ad un avvocato del Comitato pubblico contro la Tortura in Israele, che lo ha visitato martedì scorso. La sua testimonianza corrisponde ai risultati di un rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico che ha evidenziato il degrado delle condizioni di detenzione, e ricalca i racconti di altri detenuti e prigionieri palestinesi.

Il dottor Rantisi, di 71 anni, è conosciuto come il “dottore dei poveri”: fa pagare solo 30 shekel (10 dollari) a visita nella sua piccola clinica e spesso rinuncia al compenso. E’ stato arrestato a casa sua nelle prime ore del 21 giugno e accusato di essere a capo del consiglio dell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità.

L’ONG, fondata nel 1985 da attivisti palestinesi di sinistra, fornisce cure mediche ogni anno a migliaia di palestinesi soprattutto in zone lontane dai centri urbani, ed è legalmente registrata presso il Ministero dell’Interno dell’Autorità Palestinese.

Nel 2020 Israele ha dichiarato l’associazione un’ “associazione illegale”ai sensi dei Regolamenti di Difesa (Emergenza) del periodo del mandato britannico, adducendo che questa ed altre associazioni avessero fatto arrivare denaro al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: un’accusa che esse hanno veementemente respinto. Lo hanno definito un pretesto per ostacolare il lavoro di organizzazioni che operano a favore dei palestinesi. Altri sette abitanti della Cisgiordania sono stati arrestati dopo il 21 giugno per i loro incarichi nell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità. Quattro sono stati rilasciati, di cui tre donne; una di loro, che è stata incriminata come il dottor Rantisi, è stata rilasciata su cauzione.

Saja Misherqi Baransi è stata la prima avvocata ad aver incontrato il dottor Rantisi di persona dopo il suo arresto, sebbene attraverso un vetro divisorio. Altri avvocati hanno parlato con lui solo per telefono o lo hanno visto su uno schermo video nel tribunale militare, dove i giudici hanno più volte prorogato la sua detenzione.

Quando il dottor Rantisi è stato condotto nella sala visite Misherqi Baransi, che lo conosceva da anni, ha constatato quanto fosse diventato magro e debole. Ha detto a Haaretz che due guardie mascherate lo hanno fatto entrare con la schiena curva, la testa china verso il pavimento e le mani ammanettate dietro. La benda sugli occhi era stata rimossa appena prima, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che quella era la posizione imposta ai detenuti quando escono dalla cella: per andare in cortile, per spostarsi da un braccio all’altro o verso la stanza dove guardano su uno schermo le loro udienze presso il tribunale militare. Ognuno di questi spostamenti è una tortura, ha detto; quando prova a raddrizzarsi anche di poco le guardie gli spingono la testa di nuovo in basso. Una volta, ha raccontato, la guardia ha cercato di fargli sbattere la testa contro una porta.

Una grata di ferro separa la stanza dove ha avuto luogo l’incontro da quella dove sono posizionate le guardie. Alla base della grata c’è una piccola apertura attraverso cui i detenuti sporgono le mani perchè le guardie rimuovano le manette metalliche. Misherqi Baransi ha visto che il dottor Rantisi faticava a curvarsi e allungare le braccia dietro di lui; ha detto alle guardie che dovevano tenere conto della sua età. Le hanno risposto di non interferire con la procedura, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che durante le quattro conte quotidiane del carcere – la prima alle 5 del mattino – i detenuti devono inginocchiarsi contro il muro con la testa china. Ha anche detto che spesso le guardie li insultano e li umiliano.

La cella del dottor Rantisi ha sei letti, ma ospita 10 persone; quattro dormono a turno su materassi sul pavimento. Tutti sono molto più giovani del dottor Rantisi, che ha detto che gli lasciano sempre un letto. Diverse volte a settimana, ha detto, le squadre del Servizio Penitenziario israeliano fanno incursione nelle celle e picchiano i detenuti: loro la chiamano qam’a (soppressione in arabo). Haaretz ha ricevuto simili racconti da altre carceri.

I giovani mi proteggono, mi circondano e si prendono le botte”, ha detto il dottor Rantisi. Durante un’incursione le guardie hanno sparato gas lacrimogeni nella cella. L’esperienza di soffocamento è stata straziante per lui.

Da quando è stato incarcerato il dottor Rantisi ha indossato gli stessi indumenti forniti dal Servizio Penitenziario israeliano, lavandoli con un sapone che, come ha detto, “puzza terribilmente”. Un’unica saponetta viene usata da tutti i detenuti sia per lavarsi che per lavare i vestiti e si esaurisce prima che ne arrivi una nuova. Poichè non gli è permesso di stendere i panni ad asciugare in cella durante le conte, a volte sono costretti a rimettersi camicie e pantaloni bagnati o umidi.

Il dottor Rantisi ha detto alla sua avvocata che il Servizio Penitenziario israeliano non fornisce detersivi, scope o stracci per pavimenti e che la stanza è torrida e piena di pulci e zanzare. Il problema è peggiorato dal fatto che le guardie portano i materassi nel cortile, li lavano e li riportano dentro bagnati. L’umidità produce muffa.

Il cibo viene portato in cella tre volte al giorno, ma il dottor Rantisi dice che è immangiabile e le porzioni sono scarse. Nei primi giorni non è riuscito a toccarlo. L’hummus non è cotto, ha detto, il riso puzza, i pomodori sono quasi marci e le uova non sono fresche. Poco a poco ha iniziato a mangiare un po’ di pane, anche se era ammuffito. Ai detenuti non vengono dati libri da leggere, nè penne o quaderni.

In risposta il Servizio Penitenziario israeliano ha affermato: “Le accuse descritte sono false, non sono basate su fatti e fanno parte di una campagna di denigrazione contro lo Stato di Israele e le sue legittime istituzioni. Il Servizio Penitenziario agisce in base alla legge e sotto costante supervisione giuridica. Tutti coloro che sono sotto custodia del Servizio Penitenziario sono detenuti nel rispetto della legge e dei diritti e del trattamento richiesti dalla legge.”

Ma il rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico, pubblicato il 1° luglio, afferma che nel 2025 le condizioni di detenzione in Israele sono significativamente peggiorate, con ciò che viene definita una violazione senza precedenti dei diritti di detenuti e prigionieri. Il rapporto punta il faro sul sovraffollamento, la scarsa pulizia e igiene, le infestazioni di insetti, la carente aereazione e la mancanza di dotazioni di base per i detenuti. Sottolinea che il sovraffollamento è tuttora peggiore tra i detenuti e i prigionieri e riporta le loro lamentele circa grave mancanza di cibo, inadeguate cure mediche e costante violenza. Secondo il rapporto questi problemi sono stati portati all’attenzione del procuratore generale e del commissario del Servizio Penitenziario israeliano.

Dichiarazione: chi scrive è amica personale del dottor Rantisi e di sua moglie.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Piena collaborazione”: come l’università di Tel Aviv fornisce servizi ai servizi di sicurezza statali di Israele

Meron Rapoport e Aharon Porath

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Dal reclutamento da parte dello Shin Bet ai programmi di addestramento militare, le istituzioni israeliane della difesa si stanno inserendo sempre più nella vita accademica.

Il 16 luglio, alla cerimonia per il diploma di dottorato dell’università di Tel Aviv, dopo che Hila Ben David si è esibita nella canzone “Imagine” di John Lennon il palco è passato al brigadiere generale (della riserva) Danny Gold, capo della Direzione Generale del ministero della Difesa per le Ricerche e lo Sviluppo della Difesa. Gold, studente della TAU [Tel Aviv University, ndt], dove ha ottenuto tutti i suoi titoli accademici, era tornato alla sua università per rivolgersi ai dottorandi.

In una lezione intitolata “Turning Vision into Security” [Trasformare la Visione in Sicurezza] Gold ha presentato sistemi d’arma israeliani insieme a immagini di lanciamissili, intercettori della difesa aerea e attacchi israeliani contro camion nel cuore di Teheran. Sullo schermo sono comparse diapositive che promuovevano Elbit Systems e Rafael, le principali industrie israeliane della difesa, così come marchi privati più piccoli come SMART (“Mortalità e precisione per combattenti”) e UNIQAI (“IA per la pianificazione delle missioni”).

Dopo circa sette minuti dall’inizio della presentazione la cerimonia è stata interrotta da urla indistinte, sporadici applausi e fischi di disapprovazione. Vari dottorandi e loro familiari se ne sono andati, tra gli altri il dottor Jad Ka’dan, che aveva appena ricevuto il dottorato in studi culturali ed era uno dei 17 studenti palestinesi che quest’anno l’università ha insignito con quel titolo.

Quando (l’università) invita il dr. Gold e improvvisamente stai guardando video del lancio di missili, sirene d’allarme e bombardamenti su Teheran ti rendi conto che vieni trattato con disprezzo, stanno cercando di umiliarti,” ha detto a +972 Magazine e a Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.].

Ka’dan, che ha terminato il suo dottorato in California, ha trovato la celebrazione dell’industria della difesa israeliana particolarmente scioccante: “(In tutto il mondo) la gente sta parlando di BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndt.] e tu ci stai mostrando video come questo? Mi vergogno di dire che questo è ciò che fanno vedere qui,” afferma.

Le proteste non sono venute solo dagli studenti palestinesi. Secondo Ka’dan quando la madre di un suo amico si è avvicinata al palco e ha iniziato a gridare “Vergogna!”, circa un quarto del pubblico si è unita a lei. “Nella sala circa metà delle persone ha disturbi post traumatici da stress in seguito alla guerra (con l’Iran),” ha detto Ka’dan, “e quindi tu mostri loro dei video di esplosioni?”

E’ davvero appropriato,” ha aggiunto. “Prima ‘Imagine’, riguardo al fatto che non ci siano Nazioni e niente per cui uccidere o essere uccisi, e poi un ufficiale dell’esercito.”

Poco dopo che Gold ha finito il suo discorso la rettrice dell’università prof.ssa Noga Kronfeld-Schor, visibilmente a disagio, è salita sul palco e si è scusata se il discorso “aveva ferito alcune delle persone (tra il pubblico).”

Docenti del gruppo “Academia For Equality” [Accademia per l’Uguaglianza] hanno subito fatto circolare una lettera in cui sostengono che il problema è andato al di là di un discorso di laurea privo di tatto. Hanno scritto che l’allocuzione era rivolta a studenti ebrei e palestinesi i cui corpi e le cui menti negli ultimi tre anni sono stati segnati da una guerra che sembra infinita “e che erano arrivati lì “per festeggiare i loro risultati accademici, non per vedere uno spettacolo propagandistico.” L’evento, hanno sostenuto, ha costituito “un ulteriore passo nella crescente militarizzazione delle nostra università nel corso degli ultimi anni.”

Nei giorni seguenti l’amministrazione ha rilasciato delle scuse più dettagliate ai principali membri del personale docente, riconoscendo che l’invito a Gold era stato “un errore” perché la presentazione aveva turbato parte del pubblico, tra cui minorenni, famiglie in lutto e soldati traumatizzati dalla guerra. Ma ha categoricamente rifiutato la principale conclusione di Academia For Equality, secondo cui l’università sta attraversando un processo di militarizzazione.

Nella loro risposta il preside dell’università Ariel Porat e la rettrice Noga Kronfeld-Schor hanno definito l’accusa “una menzogna e un’invenzione, una vera campagna di calunnie” che rafforza la causa di “quanti vogliono boicottare il mondo universitario israeliano presentandolo come un agente dell’esercito.” Eppure un’indagine di +972 e Local Call mette in discussione il biasimo dell’amministrazione.

Interviste e documenti indicano un’università che negli ultimi anni ha dato sempre più spazio al sistema militare e della sicurezza israeliano nella vita del campus, dalla collaborazione con l’esercito ai tentativi di reclutare studenti nello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele.

Caccia ai talenti nel campus

Circa un mese prima della discussa apparizione di Gold alla cerimonia di consegna dei titoli il Centro per lo Sviluppo delle Carriere della TAU aveva invitato gli studenti dei dipartimenti di Studi di Storia del Medio Oriente e Africa e di Studi Arabi e Islamici a un incontro sulle prospettive di carriera con un rappresentante dello Shin Bet. La mail di giugno, inviata dalla consulente per le Carriere Umanistiche Sivan Tivoni e ottenuta da +972 e Local Call, diceva che il servizio di sicurezza aveva preso contatti con l’università per organizzare un evento specificamente rivolto agli studenti dei due dipartimenti.

Come parte dell’evento,” si legge nell’invito, “un ex- ufficiale di altro grado dello Shin Bet sarà nostro ospite per una sessione motivazionale e una discussione aperta su operazioni sotto copertura, su sfide di intelligence e sicurezza e sull’importanza della conoscenza della lingua araba e della familiarità con il mondo arabo e islamico nell’importante lavoro professionale.” Gli studenti avrebbero anche ascoltato “vicende e approfondimenti da questi campi (argomento sottoposto a vincoli di riservatezza riguardo alla sicurezza) e partecipato a discussioni dirette con gli ospiti.”

Muhammad Masarwa, studente di un master in Studi Arabi e Islamici e attivista politico, afferma che l’invito riflette una più generale tendenza a vedere lo studio dell’arabo principalmente attraverso le lenti della sicurezza. “E’ molto triste inquadrare lo studio dell’Islam e la familiarità con il mondo arabo dalla prospettiva di ‘conoscere il nemico’,” ha affermato. L’invito, aggiunge, trasmette il messaggio che “attraverso la tua conoscenza della cultura e della lingua puoi diventare parte di un sistema che può danneggiare altri.”

Masarwa ha detto che né lui né alcun altro studente palestinese che lui conosca nei due dipartimenti hanno mai ricevuto la mail. Lo ha saputo solo dopo che un amico palestinese gli ha inoltrato l’invito che altri studenti ebrei avevano condiviso con quell’amico. (La TAU non ha risposto alla domanda di +972 e Local Call riguardo a se l’invito sia stato mandato esclusivamente a studenti ebrei.)

Secondo Masarwa all’interno del dipartimento l’invito ha provocato scarso dibattito. Ma lui non crede che la diffusione sia stata casuale: “Tra gli studenti ebrei, anche se non tra tutti, c’è un’evidente aspirazione a trovare lavoro nello Shin Bet per unirsi al sistema di sicurezza,” ha affermato. “(Non si dedicano allo studio dell’arabo) per amore verso una lingua e una cultura.”

Fonti ufficiali del dipartimento che hanno parlato con +972 e Local Call hanno preso le distanze dall’iniziativa: “Devo ammettere di non saperne niente,” ha detto il dott. Avner Wishnitzer, direttore del dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa. “Ho capito che l’evento era organizzato dal Centro per lo Sviluppo della Carriera. Non sapevo che la segreteria del dipartimento avesse inviato l’invito. Non è passato attraverso me. In sintesi: non abbiamo alcun rapporto con lo Shin Bet e non organizziamo eventi di quel genere.”

L’università ha fornito una spiegazione simile. Gli eventi per lo sviluppo della carriera intendono esporre agli studenti opportunità di lavoro nei settori pubblici, privati e sociali, ha affermato il portavoce Tomer Walner.

Datori di lavoro “che operano nel rispetto della legge sono invitati a presentare agli studenti campi di lavoro e offerte di impiego coerenti con la loro formazione,” ha aggiunto, sottolineando che questi eventi sono organizzati dal centro e “in nessun caso fanno parte del curriculum accademico.”

Secondo una fonte universitaria alla fine l’evento, previsto per il 15 giugno, non ha avuto luogo perché si sono iscritti troppo pochi studenti. Tuttavia questa “caccia ai talenti”, reclutamento proattivo di persone con capacità specialistiche da parte delle agenzie di sicurezza israeliane nei campus universitari, non è affatto nuova.

Un rapporto del 2025 da parte dell’organizzazione antimilitarista New Profile ha documentato anni di eventi per il reclutamento che hanno coinvolto lo Shin Bet e il Mossad nelle università israeliane, tra cui una “sessione per la carriera nello Shin Bet” del 2017 ospitata dalla facoltà di Scienze Sociali della TAU e un incontro presso il Technion intitolato “La tecnologia al servizio del Servizio della Sicurezza Generale (Shin Bet):”

Più di recente, a maggio, il Centro per lo Sviluppo della Carriera della TAU ha invitato gli studenti di scienze sociali e materie umanistiche a un evento intitolato “Carriere nelle Organizzazioni della Sicurezza” che ha ospitato rappresentanti di Mossad, Shin Bet, ministero della Difesa e Servizio Carcerario Israeliano. “Lo sai” chiedeva l’invito, “che le conoscenze e competenze che hai acquisito nelle scienze sociali e nelle materie umanistiche possono fornirti un reale vantaggio in una carriera nel cuore dell’apparato di sicurezza di Israele?”

Secondo la dott.ssa Outi Bat-El, una linguista della TAU e membro di Academia for Equality, ciò che distingue l’invito di giugno non è che lo Shin Bet stesse reclutando nel campus, ma che stesse cercando studenti da discipline particolari. “L’invito è inusuale in quanto si rivolge specificamente a questi due dipartimenti,” ha sostenuto Bat-El. “Questa non è una fiera del lavoro in cui chiunque può andare e venire come gli va. È mirato.”

La promessa secondo cui gli studenti avrebbero ascoltato “vicende e approfondimenti” sulle operazioni dello Shin Bet, nota, “sembra Disneyland. È un reclutamento per qualcosa di terribile. È cooperazione totale tra l’università e lo Shin Bet.”

Una storia di simbiosi

Il rapporto tra studi di arabo e mediorientali nel mondo universitario israeliano e il sistema della sicurezza del Paese risale ai primi giorni dello Stato e forse persino a prima. Alla TAU è stato istituzionalizzato a metà degli anni ‘60 quando l’università accettò di includere l’Istituto Shiloah, un ente di ricerca del ministero della Difesa che in seguito è diventato il Centro Moshe Dayan, nel suo dipartimento di Studi di Storia su Medio Oriente e Africa.

La decisione non avvenne senza discussioni. In un recente articolo di Haaretz [giornale israeliano di centro-sinistra, ndt.] l’ex-presidente della TAU Itamar Rabinovich, che guidò il Centro Dayan prima di diventare direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa, ha ricordato che l’università Ebraica di Gerusalemme aveva rifiutato la proposta del ministero della Difesa di inglobare l’istituto.

La TAU adottò un approccio diverso. All’epoca la nascente istituzione stava cercando di reclutare Shimon Shamir, allora giovane studioso che in seguito sarebbe diventato capo di dipartimento e ricoprì l’incarico di ambasciatore in Egitto e in Giordania. Shamir condizionò la sua nomina al fatto che l’università accettasse l’Istituto Shiloah.

La “simbiosi” tra l’istituzione e il nuovo dipartimento che ne derivò, ha scritto Rabinovitch, “diede all’università di Tel Aviv uno status unico,” all’interno del mondo universitario israeliano.

Il dottor Yonatan Mendel, capo del dipartimento di Studi sul Medio Oriente all’università Ben-Gurion, la cui ricerca riguarda il rapporto tra sicurezza e studi arabi dall’Yishuv [comunità organizzata di immigrati ebrei, ndt.] pre-statale in Palestina in poi, concorda sul fatto che il rapporto era inusuale: “Una relazione così diretta ed esplicita che leghi lo studio dell’arabo all’università con lo Shin Bet e la sicurezza nazionale è piuttosto rara,” ha detto a +972 e Local Call.

Eppure, aggiunge, “l’ingresso di aspetti delle agenzie di intelligence e della sicurezza nell’accademia non è sicuramente un fenomeno nuovo. Ci sono processi che precedono la creazione di Israele e hanno preso slancio negli anni ‘60 e ‘70.”

Nei decenni seguenti, dice Mendel, tale rapporto venne largamente mantenuto sotto un velo di segretezza. Tuttavia dal 7 ottobre ha riguadagnato forza ed è diventato sempre più esplicito. “Forse ciò è a causa del fatto che appoggiare le necessità di sicurezza è improvvisamente visto come all’ordine del giorno,” suggerisce.

Mendel sostiene che il suo dipartimento all’università Ben Gurion non ha mai ricevuto richieste dirette comparabili. La cultura dell’istituzione può spiegare in parte la differenza: nel suo articolo su Haaretz Rabinovich ha descritto il dipartimento di studi sul Medio Oriente della Ben-Gurion come “ribelle, contrario allo spirito dominante.”

Nel suo libro del 2024 “Torri d’Avorio e di Ferro: come le università israeliane negano la libertà ai palestinesi,” [ed. it. Alegre, 2024, ndt.] la studiosa israeliana Maya Wind sostiene che le università israeliane hanno a lungo aiutato a produrre sapere che appoggia il dominio di Israele sui palestinesi presentandosi come istituzioni progressiste e democratiche.

Nel contesto di una crescente collaborazione accademica tra le università statunitensi e israeliane, lo scorso agosto Wind ha detto a +972 che queste ultime “sono di fatto profondamente coinvolte nel colonialismo di insediamento israeliano e ora nel genocidio”, non per ultimo a causa del fatto che intere discipline accademiche “subordinano la loro produzione di sapere alle necessità dello Stato di Israele.”

Per Mendel questa vicinanza storica tra gli studi sul Medio Oriente e il sistema di sicurezza aiuta a spiegare perché il campo di studi “a volte cade nella trappola dell’Orientalismo” e perché molti cittadini palestinesi di Israele hanno stentato a vederlo come proprio.

Tuttavia evidenzia anche una tendenza opposta: negli ultimi anni studiosi e ricercatori dell’accademia israeliana hanno spinto le loro discipline in direzioni più civili e critiche. “Questa è la tendenza che dobbiamo rafforzare: ricerca indipendente e critica il più lontano possibile da un approccio centrato sulla sicurezza.”

Militarizzazione alla luce del sole

Eppure, anche se alcuni studiosi hanno un’opinione critica nei confronti dei rapporti tra il mondo universitario e il sistema della sicurezza, negli ultimi anni i legami istituzionali della TAU con l’esercito si sono significativamente rafforzati.

Agli inizi dell’ottobre 2023, prima dell’attacco del 7 ottobre, l’università ha lanciato il programma “Erez” [terra in ebraico, ndt.], in base al quale approssimativamente 200 candidati al ruolo di ufficiale di combattimento completano il corso di laurea in materie umanistiche e scienze sociali prima di iniziare l’addestramento come ufficiali. La TAU riceverebbe circa 15 milioni di shekel (circa 4,3 milioni di euro) per il programma.

Benché inizialmente l’università abbia promesso che i partecipanti del programma non avrebbero portato armi nel campus, dopo lo scoppio della guerra soldati armati e in uniforme hanno iniziato ad assistere regolarmente alle lezioni. Da allora il loro numero è diminuito, ma i docenti dicono che continuano ad essere una presenza consueta. Bat-El dice: “Sei nel campus e 50 soldati in uniforme e armati si spostano da un edificio all’altro. Non mi sento a mio agio. Immagina come si sentono gli studenti palestinesi.”

I legami dell’università con il sistema della sicurezza si estendono anche nel settore tecnologico. Dal 2018 TAU Ventures, un fondo di capitale di rischio creato dall’università, ha avviato con lo Shin Bet l’“Xcelerator”. Il programma fornisce a startup selezionate un finanziamento di 50.000 dollari dall’agenzia della sicurezza insieme all’ufficio del supporto spaziale e aziendale, e pubblicizza quello che chiama un’“opportunità esclusiva per la validazione e prove di concetto con lo Shabak (lo Shin Bet).”

Il programma ha affermato che per il suo ultimo gruppo stava cercando tecnologie nei campi che includono IA e dati, cyber, minacce con i droni e UAV [aeromobili a pilotaggio remoto, ndt.], piattaforme senza pilota, sensori e intelligence in rete che potrebbero “avere un impatto sul campo di battaglia” e rafforzare le “capacità a lungo termine nella sicurezza” di Israele.

All’inizio del prossimo anno accademico la TAU ospiterà anche il prestigioso programma “Havatzalot”, che addestra le migliori reclute dei servizi segreti mentre completano i loro studi universitari. Il programma è attivo presso l’Università Ebraica dal 2019 nonostante l’opposizione di studenti e docenti, che sostengono che rappresenta “un’espropriazione della sfera accademica e il suo trasferimento al controllo militare.” Dopo che la TAU ha vinto il bando per ospitare il programma l’Università Ebraica ha chiesto al tribunale di impugnare la decisione.

Un incidente recente suggerisce che i legami della TAU con il sistema della difesa va al di là delle campagne di reclutamento e dei programmi di addestramento. Nel maggio 2025, dopo che l’amministrazione universitaria ha sospettato uno studente palestinese di aver scritto slogan contro la guerra di Israele contro Gaza sugli stand dello Shin Bet e di Elbit durante una fiera del lavoro nel campus, essa ha fornito allo Shin Bet i suoi dati personali. Poco dopo lo studente ha ricevuto una chiamata da un uomo che si è identificato come un rappresentante dello Shin Bet e gli ha ordinato di recarsi a una stazione di polizia per una “conversazione”.

Anche se il procedimento è stato subito bloccato dopo l’intervento da parte dell’ufficio disciplinare dell’università, l’incidente ha dimostrato con quanta facilità la cooperazione dell’università con il sistema di sicurezza possa sconfinare nella sorveglianza e nell’intimidazione degli studenti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)