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L’enciclopedia in rete sulla “questione della Palestina”

 

Françoise Feugas

17 agosto 2022 – Orient XXI

 

Concepita dall’Institute for Palestine Studies [Istituto per gli Studi sulla Palestina, il più antico istituto di ricerca indipendente senza scopo di lucro nel mondo arabo, ndt.] nel contesto del progetto congiunto con il Museo Palestinese di Birzeit, l’Enciclopedia interattiva della questione palestinese [https://palquest.org/e] ha come obiettivo offrire a un pubblico più ampio, in arabo e in inglese (in attesa che abbia presto una versione in francese), una storia impegnata della Palestina moderna, dalla conquista ottomana a nostri giorni.

Da una ventina d’anni l’Institute for Palestine Studies (IPS) cerca di presentare a un vasto pubblico le conoscenze e i documenti sulla storia della Palestina accumulati dalla sua creazione nel 1963. L’idea di base, ispirata al modello di Wikipedia, era pubblicare in rete una serie di brevi testi informativi piuttosto didascalici e una cronologia del “processo di pace”, progressivamente esteso per coprire altri argomenti legati alla questione palestinese.

Da parte sua la Welfare Association/Taawon [Ong palestinese con sede in Svizzera, ndt.], che da molto tempo collabora con l’IPS, si preparava a lanciare il suo progetto di punta, il Palestinian Museum [Museo Palestinese, https://www.taawon.org/en/media/news/palestinian-museum]. Nel 2012-2013 l’IPS e la Welfare Association cercarono insieme ciò che potesse essere utile sia ai futuri programmi culturali del museo che a promuovere la missione dell’IPS. Le due organizzazioni concordarono sulla necessità di definire una cronologia degli avvenimenti politici e militari che hanno plasmato la Palestina dalla metà del XIX secolo, collegata a documenti storici e completata da qualche articolo di fondo sui principali temi legati alla questione palestinese.

Dalla conquista ottomana alla colonizzazione israeliana

All’inizio del 2014, nel corso dalla sua prima fase di sviluppo, erano già pronti circa 1.000 sequenze temporali e 30 highlights (episodi o fatti salienti). Due anni dopo, basandosi sull’esperienza acquisita, l’IPS sviluppò delle cronologie tematiche. La copertura degli highlights venne estesa per includere non solo le questioni politiche e militari, ma anche quelle sociali e culturali. In seguito sono state aggiunte delle biografie di intellettuali, artisti, dirigenti, combattenti e politici palestinesi che hanno segnato la storia della Palestina nel corso del XX secolo, e poi un sistema di ubicazione geografica delle città e dei villaggi distrutti, indicati su carte storiche della Palestina.

Oggi il sito si presenta come una piattaforma bilingue, in arabo e in inglese, rivolta ai docenti universitari, agli studenti, ai giornalisti e al pubblico in generale. La sua colonna vertebrale è una cronologia generale e dettagliata, probabilmente la più completa che esista, composta da circa 2.000 voci. Inizia con la conquista del Levante da parte degli Ottomani nel 1516 e termina, per il momento, con il 31 dicembre 2018 e l’ennesimo resoconto dell’avanzata della colonizzazione israeliana in Cisgiordania. È suddivisa in tredici macro-periodi storici, l’ultimo dei quali inizia nel gennaio 2017.

Ogni avvenimento citato è un collegamento che porta a una scheda riassuntiva e rinvia a un articolo di analisi approfondita scritto da un autore qualificato, seguito da una bibliografia selezionata e da altri collegamenti su avvenimenti complementari e fatti significativi. Ogni fatto storico è anche definito in funzione della sua natura grazie a uno o due termini: “contestuale”, “azione popolare”, “istituzionale”, “socio-economica”, “violenza”, “diplomatica”, “giuridica”, “politica”, “colonizzazione”, “programma politico”, “biografico”, “culturale”. In compenso il fatto che [questi termini] non siano cliccabili non consente di visualizzare l’insieme dei documenti che essi prendono in considerazione. Quindi funzionano piuttosto come altrettanti sottotitoli.

Li si ritrova nelle cronologie tematiche che esplorano la storia in modo trasversale, ad esempio con la storia della diplomazia e delle relazioni internazionali, quella dell’OLP, delle diverse tappe delle guerre israelo-arabe e dei cicli di negoziati.

Queste multiple classificazioni e questa pletora di collegamenti a volte possono dare una sensazione di vertigine e sembrano molto prescrittive. Tuttavia si capisce che sono presenti per ragioni didattiche, illustrate dall’affermazione un po’ contraddittoria secondo cui l’Enciclopedia è stata voluta sia come “obiettiva” che “militante”.

I documenti d’archivio non spariscono

Si può anche accedere direttamente alla pagina dedicata agli highlights, tutti redatti da docenti universitari. Nel centinaio di avvenimenti che vi sono presentati figurano in particolare la riorganizzazione territoriale ottomana, il diritto penale nella Palestina mandataria, l’ebraizzazione della Galilea, il Partito Comunista Palestinese, i rifugiati, oppure le trasformazioni dei significati della Nakba nel corso del tempo.

“Biografie” permette di esplorare la vita e l’opera di alcuni “uomini importanti” palestinesi – ci sono solo 20 donne su 109 profili –, mentre “Luoghi” propone una cartina con la collocazione di centinaia di villaggi distrutti da Israele durante la Nakba. Ogni nome di villaggio ha un collegamento che porta a una scheda che lo situa sulla cartina locale, fornisce delle foto e cifre sul numero di abitanti, di proprietari e sulle terre coltivabili, ne descrive la configurazione prima del 1948, ed eventualmente la sostituzione con abitazioni ebraiche e ciò che ne resta oggi. Gli avvenimenti storici della cronologia che li riguardano sono anche accessibili attraverso dei link.

La sezione “Documenti” è senza dubbio la più ricca in termini di risorse e costituisce la principale dimostrazione del lavoro d’archivio molto lungo e minuzioso realizzato dall’IPS fin dalla sua creazione. Centinaia di foto, documenti storici, cartine e grafici digitalizzati sono qui liberamente accessibili attraverso un sistema di ricerca e di selezione per titolo, data o tipo di documento. L’interesse che questa sezione rappresenta, in particolare per gli accademici e i giornalisti, è indiscutibile.

Questo tesoro archivistico e documentario funziona, sul modello del sito e del progetto enciclopedico che ne è all’origine, come a specchio, per non dire in risposta, rispetto alla questione della cancellazione quasi annunciata della Palestina che forma il tredicesimo e ultimo capitolo della sua cronologia, intitolato con toni cupi “Con uno stallo sempre più insormontabile, fine della Palestina?” («With a growingly intractable deadlock, wither Palestine?»): quanto a loro, i documenti d’archivio continuano a testimoniare la sua esistenza nel tempo e nello spazio.

Françoise Feugas

Laureata in letteratura comparata e in scienze dell’informazione e della documentazione, giornalista, ha lavorato in particolare come documentalista-archivista e come direttrice di progetto in informazione-comunicazione. Responsabile editoriale di Orient XXI.

 

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’ONU afferma che se la questione palestinese non viene affrontata, le prospettive della soluzione a due Stati si deterioreranno ulteriormente

 

Redazione di MEMO

Mercoledì 27 luglio 2022 – Middle East Monitor

Martedì un’importante funzionaria dell’ONU ha messo in guardia il Consiglio di Sicurezza che se la questione palestinese non viene affrontata, le prospettive per la soluzione a due Stati “peggioreranno ulteriormente”.

“Sono necessarie immediate azioni per invertire la tendenza negativa e supportare il popolo palestinese”, ha sottolineato Lynn Hastings, la vicepresidente dell’ufficio del coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medioriente. Parlando a nome del coordinatore speciale Tor Wennesland, Hastings ha aggiunto: “Non c’è un’alternativa per un legittimo processo politico che risolva le questioni alla base del conflitto. Dobbiamo focalizzarci sul raggiungimento dell’obiettivo definitivo: due Stati che convivano fianco a fianco in pace e sicurezza, in linea con le risoluzioni ONU, con gli accordi precedenti e con il diritto internazionale.”

Ha puntualizzato che “per anni le espansioni delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata hanno progressivamente ridotto il territorio palestinese ed eroso le prospettive per uno Stato palestinese praticabile, dato che la violenza contro i civili inasprisce la sfiducia e provoca un crescente mancanza di speranza in quanto uno Stato, la sovranità e un futuro di pace stanno stanno svanendo.”

La funzionaria dell’ONU ha riportato il numero di palestinesi uccisi e feriti dall’occupazione israeliana durante il periodo del suo rapporto. Allo stesso tempo ha raccontato che le pallottole usate per uccidere la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh sono state sottoposte a test forsensi supervisionati da un ufficiale esperto di sicurezza USA. Tuttavia, sebbene nei test “non si sia raggiunta una conclusione definitiva” a causa del danneggiamento dei proiettili, “sembra probabile che gli spari siano provenuti dalle posizioni delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] (IDF).”

Hastings ha anche citato la mancanza di permessi edilizi rilasciati dagli israeliani ai palestinesi, puntualizzando che le demolizioni israeliane hanno recentemente espulso 61 palestinesi, inclusi 31 minori. Infatti finora quest’anno ci sono stati “trecentonovantanove demolizioni e confische di strutture di proprietà palestinesi palestinesi e sgomberi … con più di 400 palestinesi deportati.”

Hastings ha affermato che i permessi di costruzione sono praticamente impossibili da ottenere da parte dei palestinesi. Ha anche segnalato che la recente sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana che permette di procedere con gli sgomberi nei villaggi di Masafer Yatta dimostra che le forze israeliane continuano ad adottare misure restrittive che influiscono sulle comunità palestinesi e sugli operatori umanitari. “Io rimango profondamente preoccupata dal costo umanitario sulle comunità in questione se gli ordini di sgombero dovessero essere portati avanti” ha affermato.

La violenza correlata ai coloni è un’altra questione ed è particolarmente preoccupante nella comunità della Cisgiordania di Ras Al-Tin. “Ripeto che i responsabili di tutti gli atti di violenza devono essere chiamati a risponderne e rapidamente assicurati alla giustizia.”

L’importante funzionaria ha concluso: “L’ONU rimane impegnata a supportare gli israeliani e i palestinesi perché si avviino verso una pace giusta e durevole e noi continueremo a lavorare con le parti e con i partner regionali ed internazionali per ottenere questo risultato.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




OCHA: Israele demolisce oltre 50 strutture palestinesi in due settimane

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) afferma che le autorità israeliane hanno confiscato vaste aree di terra e demolito più di 50 strutture di proprietà palestinese nella Cisgiordania occupata in un arco di tempo di due settimane.

Redazione

L’OCHA ha affermato nel suo rapporto bisettimanale “Protezione dei civili” relativo al periodo tra il 28 giugno e il 18 luglio che circa 47 delle strutture prese di mira sono state demolite nell’Area C, che costituisce il 61% della Cisgiordania ed è stata designata come “zone di tiro” per l’addestramento militare israeliano.

Quattro strutture sono state demolite a East al-Quds [Gerusalemme est, ndt.] inclusa una casa distrutta dai proprietari per evitare di pagare le multe emesse dalle autorità israeliane.

In quattro occasioni, ha affermato l’OCHA, le forze israeliane hanno condotto esercitazioni militari vicino a 13 comunità di pastori palestinesi nell’area di Masafer Yatta, a sud di al-Khalil. Le esercitazioni hanno limitato l’accesso dei palestinesi ai servizi di base e hanno messo a rischio la loro sicurezza.

Di conseguenza, 40 persone, tra cui 21 bambini, sono state sfollate e i mezzi di sussistenza di circa altre 500 sono stati intaccati, ha aggiunto OCHA.

Un tribunale israeliano ha recentemente approvato lo sgombero forzato e l’espulsione di 1.144 persone, inclusi 569 bambini, che vivono a Masafer Yatta.

All’inizio di luglio le autorità israeliane hanno demolito un muro di cemento lungo 200 metri attorno a una sorgente d’acqua vicino a Nablus. La demolizione incide direttamente sull’accesso all’acqua e sui mezzi di sussistenza di almeno 22 famiglie con 132 persone.

In numerose occasioni le forze israeliane hanno emesso ordinanze di demolizione e di blocco delle costruzioni e hanno raso al suolo case palestinesi nell’area con il pretesto della mancanza di permessi di edificazione. Uno studio delle Nazioni Unite afferma che tali permessi sono “praticamente impossibili” da ottenere.

Gli oppositori affermano che le demolizioni sono motivate da una politica che fa parte della strategia del regime di espropriazione e pulizia etnica dei palestinesi.

Israele ha occupato la Cisgiordania, inclusa la parte occidentale della città santa di al-Quds [Gerusalemme], nel 1967. Successivamente ha annesso la parte orientale al-Quds [Gerusalemme est, ndt] che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro stato.

Tra 600.000 e 750.000 israeliani si sino insediati con oltre 250 colonie illegali che sono state costruite in tutta la Cisgiordania dall’occupazione del 1967.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato in diverse risoluzioni i progetti di insediamento del regime di Tel Aviv nelle terre palestinesi occupate.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Ora Israele può togliere la cittadinanza ai palestinesi del ‘48

Lana Tatour

25 luglio 2022 –  Middle East Eye

La sentenza di un tribunale israeliano secondo cui la “violazione della fedeltà” allo Stato è motivo di denaturalizzazione faciliterà notevolmente il suo piano di vecchia data volto ad espellere i cittadini palestinesi di Israele

La scorsa settimana, con una decisione che costituisce un precedente, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che lo Stato ha il potere di revocare la cittadinanza a una persona condannata per reati equiparabili ad una “violazione della fedeltà”, anche se ciò renderebbe la persona apolide e in violazione del diritto internazionale.

La sentenza riguarda il caso di Alaa Zayoud, palestinese con cittadinanza israeliana. Nell’ottobre 2015 Zayoud ha speronato con la sua auto una stazione degli autobus e ha accoltellato tre israeliani. Nel 2017, un anno dopo la sua condanna, il ministero dell’Interno ha notificato a Zayoud la sua intenzione di revocargli la cittadinanza, in conformità con la legge sulla cittadinanza.

Il tribunale amministrativo di Haifa ha approvato questa decisione. Zayoud ha fatto appello e il caso è giunto davanti alla Corte Suprema.

Nella propria sentenza la Corte Suprema ha stabilito: “Non c’è stato alcun vizio costituzionale nella disposizione che consente la revoca della cittadinanza di una persona che ha commesso un atto che costituisce una violazione della fedeltà allo Stato di Israele, come ad esempio un atto di terrorismo, un atto di tradimento o di grave spionaggio oppure l’acquisizione della cittadinanza o il permesso di soggiorno permanente in uno Stato o territorio ostile.”

Ciò anche se, a causa della revoca della cittadinanza, l’individuo divenisse apolide, fermo restando che in tal caso il ministero dell’Interno deve concedergli lo status di residenza permanente in Israele o un altro status giuridico appropriato “.

L’importanza di questa decisione non deve essere sottovalutata. Le sue implicazioni sono gravi e saranno chiare a breve e lungo termine. Questa sentenza ha istituito una procedura legale per la revoca della cittadinanza ai palestinesi del ’48 [cittadini di Israele di origine araba, discendenti dai palestinesi residenti in quello che divenne territorio israeliano e che vi rimasero dopo il 1948, ndt.] (noti anche come cittadini palestinesi di Israele), un passo cruciale negli sforzi di Israele tesi a promuovere la pulizia etnica e l’espulsione dei palestinesi.

‘Intento terroristico’

A livello pratico, la corte ha spianato la strada a quella che diventerebbe la denaturalizzazione di routine dei palestinesi con cittadinanza israeliana, esponendoli all’espulsione, qualcosa a cui Israele aspira da tempo.

La decisione di sostituire la cittadinanza con un cosiddetto status di residenza permanente potrebbe consentire alle persone di continuare ad avere accesso ad alcuni servizi sociali, ma le priverebbe della più importante protezione che la cittadinanza è in grado di garantire: il diritto di rimanere a casa propria.

Israele sa che per rendere i palestinesi del ’48 passibili di espulsione deve prima revocare loro la cittadinanza. La decisione del tribunale facilita proprio questo.

E sono Israele e i suoi servizi di sicurezza a definire ciò che costituisce una “violazione della fedeltà”, che secondo la legge sulla cittadinanza crea i presupposti per la revoca della cittadinanza. Al momento Israele basa la definizione di “violazione della fedeltà” sulla legge israeliana contro il terrorismo, che gli consente di classificare diversi reati come atti terroristici.

Israele usa regolarmente il termine “intenti terroristici” quando si tratta di palestinesi. Ad esempio, all’indomani dell’Intifada dell’Unità del maggio 2021 [ondata di proteste, che ha visto coinvolti anche i palestinesi con cittadinanza israeliana, ndt.] Israele ha arrestato migliaia di palestinesi e ha intentato processi contro centinaia di manifestanti, di cui 167 con l’accusa di reati terroristici sulla base della legge antiterrorismo.

A seguito della recente decisione della Corte Suprema rischiano tutti la revoca della cittadinanza. I palestinesi sanno fin troppo bene cosa questo potrebbe potenzialmente significare: l’espulsione dalla loro patria.

L’atto di revoca della cittadinanza renderebbe apolidi i palestinesi colpiti. Israele ha già reso apolidi tutti i palestinesi nel 1948 con l’annullamento della cittadinanza palestinese [posseduta, ndt.] sotto il mandato britannico. Molti palestinesi sono rimasti apolidi. I palestinesi rimasti dopo la Nakba (la catastrofe) [nome con cui i palestinesi indicano l’esodo forzato di ca. 700.000 palestinesi dai territori occupati da Israele nel corso della guerra arabo-israeliana del 1948, ndt.] del 1948 hanno ricevuto la cittadinanza israeliana nei primi due decenni dello Stato [israeliano, ndt.].

Ora Israele minaccia ancora una volta di renderli apolidi.

Sebbene tale decisione violi chiaramente il diritto internazionale, la corte ha comunque stabilito che la denaturalizzazione dei palestinesi è costituzionale affermando erroneamente che la condizione di apolidia può essere sanata attraverso la concessione di una “residenza permanente in Israele o di un altro appropriato status giuridico”.

Un piano segreto

L’esperienza dei gerosolimitani ci insegna che non c’è nulla di permanente nella “residenza permanente” quando si tratta di palestinesi. Dal 1967 Israele ha frequentemente revocato la residenza ai gerosolimitani, bandendoli di fatto in modo permanente dalla loro città e dalle loro case. Finora, nel quadro dello sforzo continuo rivolto ad eliminare i palestinesi dalla città, sono state revocate oltre 15.000 residenze.

Israele non ha mai accettato l’esistenza dei suoi cittadini palestinesi.

Nel corso del suo primo decennio ha perseguito piani per l’espulsione di massa dei palestinesi del ’48. Il massacro di Kafr Qasim dell’ottobre 1956, in cui l’esercito giustiziò 51 palestinesi, faceva parte di un più ampio piano segreto, chiamato Operazione Hafarperet, per estromettere la popolazione palestinese dal Piccolo Triangolo [concentrazione di città e villaggi arabo-israeliani, ndt.].

Inoltre, all’inizio degli anni ’50 Israele tentò di portare avanti un piano per l’espulsione di 10.000 palestinesi da sette villaggi della Galilea, nonché altri piani per il reinsediamento di palestinesi in Argentina e Brasile.

Il proposito di espellere i palestinesi è stato mantenuto. È riapparso nel panorama pubblico e politico israeliano durante gli anni ’80 con l’ascesa di Meir Kahane, un rabbino nazionalista ultra-ortodosso di origine americana, e del suo partito fascista, Kach. Kach sosteneva la denaturalizzazione dei cittadini palestinesi e il loro trasferimento, nonché l’espulsione dei palestinesi dai territori occupati nel 1967.

Dagli anni 2000 sono stati compiuti sforzi significativi per facilitare la revoca della cittadinanza ai palestinesi. I piani proposti per ridurre il numero di cittadini palestinesi sono ora parte integrante del discorso politico predominante in Israele e sono supportati dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana.

Abbiamo visto appelli con la richiesta che i palestinesi del ’48 firmino un giuramento di fedeltà allo Stato israeliano come Stato ebraico; l’adozione dello Stato-nazione del popolo ebraico nel 2018; l’avanzamento di quello che è noto come il piano di “scambio di popolazione” – il trasferimento pianificato dei villaggi del Piccolo Triangolo e dei loro circa 300.000 abitanti nello Stato palestinese contro la volontà degli abitanti palestinesi di queste aree.

Uno strumento del sumud

Attraverso una progressione allarmante negli ultimi anni Israele ha revocato la cittadinanza ai beduini palestinesi del Negev come apparente banco di prova per un più ampio progetto di denaturalizzazione dei cittadini palestinesi. Nel 2010 il Ministero dell’Interno ha avviato una revisione dello status di cittadinanza dei beduini.

Il suo rapporto concludeva che migliaia di beduini erano stati erroneamente registrati come cittadini. Successivamente Israele ha denaturalizzato centinaia di beduini del Negev rendendoli apolidi.

Non è un caso che Israele abbia iniziato con i beduini, la popolazione più vulnerabile ed emarginata tra i palestinesi del ’48.

Non è un segreto che Israele voglia vedere scomparire tutti i palestinesi, inclusi i palestinesi del ’48. Anche se a questi ultimi è stata concessa la cittadinanza israeliana, Israele vede i palestinesi del ’48 come ospiti la cui presenza non solo è indesiderabile, ma sempre condizionata.

Israele vede la loro cittadinanza come una concessione, non come un diritto – e le concessioni possono sempre essere revocate – come ben espresso dall’ex ministro dei Trasporti israeliano, Bezalel Smotrich: “Noi siamo i proprietari di questa terra. Questa terra è appartenuta al popolo ebraico per migliaia di anni. Dio ci ha promesso tutta la Terra d’Israele, una promessa che ha mantenuto. Siamo semplicemente stati le persone più ospitali del mondo dai giorni di Abramo e per questo siete ancora qui. Almeno per ora”.

Dobbiamo vedere le cose come sono: Israele lavora passo dopo passo nel creare percorsi giuridici per rendere possibile la denaturalizzazione, e quindi l’espulsione, dei palestinesi del ’48. Per loro la cittadinanza israeliana è stata uno strumento di sumud [risolutezza in arabo, parola simbolo della cultura palestinese derivante dall’esperienza prolungata della dialettica dell’oppressione e della resistenza, ndt.], ferma perseveranza.

Essa garantisce per lo più la continuazione della permanenza in patria. Per i palestinesi del ’48 cittadinanza significa sopravvivenza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lana Tatour è docente/ricercatrice di sviluppo globale presso la School of Social Sciences, University of New South Wales (Sydney, Australia).

 

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Dall’Ungheria a Israele, il razzismo non si limita all’estrema destra

Zvi Bar’el

28 luglio 2022 – Haaretz

“Noi [ungheresi] non siamo una razza mista e non vogliamo diventare una razza mista”, ha detto lo scorso fine settimana il primo ministro ungherese Viktor Orban durante un discorso in un’università rumena di una provincia della Transilvania con una numerosa popolazione di etnia ungherese. “La migrazione ha diviso in due l’Europa, o potrei dire che ha diviso in due l’Occidente. Metà è un mondo in cui convivono popoli europei e non europei. Questi Paesi non sono più nazioni: sono soltanto un miscuglio di popoli”, ha affermato il leader che governa il suo Paese da dodici anni e che per un anno ha frequentato l’Università di Oxford.

Per un breve momento è sembrato che non fosse Orban a esporre la sua teoria sulla razza con una semplicità tanto agghiacciante, e che si trattasse piuttosto di un plagio dai politici israeliani, per cui il razzismo è un credo. E questo vale non solo per i partiti della “nazione pura” o del “salvare la razza”. Bezalel Smotrich [leader del Partito Sionista Religioso, ndt.] e Itamar Ben-Gvir [leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, Potere Ebraico, ndt.] non hanno il monopolio sul marchio del razzismo, ma il loro razzismo diretto ed esplicito, di cui sono così orgogliosi, fornisce un paravento di nobiltà liberale a tutti gli altri. Quando Benny Gantz [vice primo ministro dell’attuale governo israeliano dimissionario, ndt.) e Yair Lapid [attuale primo ministro di Israele, ndt.] parlano degli “estremisti” con i quali rifiuterebbero di sedere in una futura coalizione di governo, insinuano che, rispetto a Sionismo Religioso e a Otzma Yehudit, i membri di Yesh Atid [partito liberale di centro fondato da Yair Lapid, ndt.], Kahol Lavan [Blu e Bianco, partito di centro di Benny Gantz, ndt.], New Hope [Nuova Speranza, partito di destra formato da ex-membri del Likud, ndt.] e naturalmente Yamina [alleanza di partiti dell’estrema destra dei coloni, ndt.] insieme ad altri partiti “legittimi” sono esenti dalla macchia del razzismo. Ma il confronto è distorto e fallace. Il razzismo non è relativo. Un “po’ di razzismo” è razzismo.

Dopotutto, la stessa incontaminata coalizione di cui sono membri ha votato con entusiasmo la legge discriminatoria dello Stato-nazione. I suoi ministri danno la caccia ai richiedenti asilo e non si sono opposti alle decisioni del ministro dell’Interno, Ayelet Shaked [esponente del partito di estrema destra Yamina nota per le sue posizioni oltranziste, ndt.].

È Shaked, non Smotrich o Ben-Gvir, ad aver riportato in vita il termine “Pale of Settlement” [Zona di residenza, regione occidentale della Russia imperiale istituita dal 1791 al 1917 in cui era consentito risiedere agli ebrei, ndt.] quando ha stabilito che i richiedenti asilo provenienti dall’Ucraina potranno lavorare solo in un numero limitato di posti di lavoro in 17 città israeliane. Questo regolamento si applicherà a tutti gli altri richiedenti asilo a partire da ottobre. Secondo le condizioni poste, coloro che violano la regola osando assumere lavoratori stranieri per lavori che non siano dei peggiori dovranno affrontare pesanti sanzioni. E qual è la fase successiva? Forse segnalare le aziende che impiegano lavoratori stranieri in violazione della legge? o ripristinare la struttura di detenzione di Holot? [centro di reclusione nel Negev in cui nel 2015 furono rinchiusi 1.178 richiedenti asilo eritrei, ndt.]

La tranquillità con cui è stata accolta questa contorta “procedura” – presentata da Shaked per ingannare l’Alta Corte di Giustizia – dimostra fino a che punto sia diffusa la metastasi del razzismo. Nessun membro della Knesset ha avuto paura di essere infettato dallo smotrichismo. Dopotutto, è stata Shaked – una dei nostri – a concepire e dare alla luce il mostro. E non è sola.

La legge sulla cittadinanza presentata da Shaked e dal parlamentare Simcha Rothman (di Sionismo Religioso), che impedisce il ricongiungimento di 1.680 famiglie palestinesi e israeliane, è stata sostenuta da 45 parlamentari – più di sette volte il numero dei seggi conquistati da Yamina nelle ultime elezioni.

Per inciso, agli occhi del suo partner ideologico, Shaked non è degna di una medaglia per razzismo. In un’intervista al sito religioso sionista Srugim circa tre settimane fa, Rothman ha chiarito che “chiunque abbia votato per un partito guidato da qualcuno che ha fatto affari con Mansour Abbas [leader di un partito arabo islamista entrato nella coalizione di governo con Shaked e altri esponenti di estrema destra, ndt.] e che in una fase successiva farà affari con la Lista Araba Unita [il partito di Abbas, ndt.] è già nel blocco di sinistra. Non credo che nessuna persona di destra che si rispetti voterà per Ayelet Shaked”. Sionismo Religioso sa come rintracciare quei finti razzisti e lanciare avvertimenti contro di loro. Dopotutto, il razzismo è una risorsa elettorale e la destra dal cuore tenero o i liberali di centro sinistra non possono essere autorizzati a rubare il marchio.

Quando nel 1993 Viktor Orban fu eletto presidente del suo partito, Fidesz era un classico partito liberale collocato a destra del centro. Nel giro di pochi anni, sotto la sua guida, è diventato un partito di destra radicale e razzista che si oppone ai diritti LGBTQ e al “trend dei no-gender”, così come ai lavoratori e residenti stranieri. Questo processo non è avvenuto nell’ombra e non sono necessarie approfondite ricerche per scoprirlo. Tutto è accaduto alla luce del sole.

Le impressionanti vittorie politiche di Orban hanno dimostrato che il razzismo è una potente leva politica. In Israele il processo è stato ancora più rapido. I partiti di sinistra devono avvicinarsi al centro per sopravvivere. I partiti di centro devono indossare un velo di destra e i partiti di destra sono già in competizione con i partiti della “nazione pura” per conquistare il trofeo del razzismo. Estremisti? Non tra di noi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Fassino contro Albanese: l’Italia sta dal lato sbagliato della storia quando si tratta di Palestina?

 

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

25 luglio 2022 – Monitor de Oriente

La nuova relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, deve affrontare un compito colossale. Ci si aspetta che difenda i diritti umani dei palestinesi in un’istituzione politica che, per il momento, è dominata in gran parte dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali.

Un recente scambio di opinioni nel parlamento italiano ha confermato questa affermazione. Il 6 luglio la Commissione Esteri del parlamento italiano ha tenuto una seduta informale con Albanese per discutere delle risoluzioni parlamentari sulla riattivazione del “processo di pace” in Medio Oriente. La commissione era presieduta da Piero Fassino, politico italiano del Partito Democratico.

Fino a pochi giorni fa il partito di Fassino faceva parte della coalizione di governo italiana guidata da Mario Draghi. Fassino era già noto per essere un sostenitore di Israele. Nel 2009, durante la guerra israeliana contro Gaza, partecipò a una manifestazione organizzata dalla Comunità Ebraica di Roma, durante la quale accusò i palestinesi della guerra dichiarando: “La responsabilità (della guerra) è di Hamas, un’organizzazione che nega a Israele il diritto di esistere”. Come era prevedibile le sue parole furono accolte con un grande applauso.

Ma, indipendentemente dalle posizioni filo-israeliane di Fassino, Albanese non era in discussione. Da anni fa ricerche, scrive e difende i diritti dei rifugiati, in particolare di quelli palestinesi. Il suo libro Palestinian Refugees In International Law [I rifugiati palestinesi nel diritto internazionale], scritto insieme a Lex Takkenberg, è una lettura imprescindibile per chi intenda conoscere i diritti legali dei rifugiati palestinesi in base alle leggi internazionali.

Purtroppo Fassino non era dello stesso parere. Dopo la sua introduzione, nella quale ha cercato di confondere le violazioni israeliane del diritto internazionale con la mancanza di democrazia dei dirigenti palestinesi, è stata data la parola ad Albanese. Nella sua esposizione l’esperta di diritto internazionale ha riferito la situazione attuale dei palestinesi sottoposti all’occupazione israeliana, e nel contempo ha spiegato l’importanza delle leggi internazionali di fronte alle sistematiche violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

“È necessario che ci siano attori internazionali in grado di portare avanti un processo di costruzione della pace, (…) a cui partecipino anche l’Europa e l’Italia,” ha detto Albanese. “Di conseguenza mi piacerebbe proporre due spunti di riflessione: il primo, la necessità di contestualizzare l’attuale situazione; il secondo, vederla attraverso il prisma del diritto internazionale.”

“Non si tratta propriamente di un conflitto,” ha continuato Albanese. “La realtà è che c’è un’occupazione militare iniziata 55 anni fa e che si è trasformata in uno strumento di colonizzazione. E quando dico ‘colonizzazione’ mi riferisco al significato giuridico del termine, nel tentativo di escludere dalla discussione ogni componente ideologica.”

Fassino si è subito messo sulla difensiva. Prima ha attaccato Albanese, accusandola di non essere imparziale. Poi è passato ad elaborare una visione falsa della storia. Nella versione di Fassino della storia la Nakba, la catastrofica distruzione della patria storica palestinese, è stata totalmente assente. Per lui la spoliazione di quasi un milione di palestinesi delle loro terre e la distruzione di quasi 500 città e villaggi tra il 1947 e il 1948 non è degna di essere menzionata.

Invece ha accusato della loro stessa sofferenza i palestinesi, e non il movimento sionista e poi Israele: “Perché non venne fondato uno Stato palestinese?” ha chiesto in modo retorico prima di proporre una risposta: “Perché i palestinesi e altri Paesi arabi non accettarono la partizione del Mandato britannico e scatenarono una guerra contro Israele. Non possiamo dire che non venne creato perché qualcuno lo impedì. Questa è storia. Ci sono precise responsabilità.”

Una volta terminata la sua analisi storica senza fondamento, Fassino ha dedicato una parte del suo discorso a respingere totalmente il diritto internazionale, affermando: “Che una questione tanto complessa possa essere risolta solo sulla base della legalità è un’illusione astratta.”

Di per sé questa affermazione scandalosa esige una seria analisi, dato che viene da un parlamentare il cui lavoro è preservare la legalità del proprio Paese, dando importanza alla centralità del diritto internazionale.

Alcuni giorni dopo la seduta parlamentare e le bizzarre dichiarazioni di Fassino, Albanese ha scritto sul quotidiano italiano Il Manifesto un articolo in cui ha manifestato la propria preoccupazione per la difficoltà di discutere razionalmente di Palestina, non solo nelle istituzioni statali, ma in tutta Italia.

“L’idea che il diritto internazionale sia cogente per i nemici e facoltativo per gli alleati è una declinazione pericolosa del concetto di autonomia della politica, che da giurista non posso esimermi dal condannare,” ha scritto nel suo articolo. “Parlare di Palestina in Italia è impossibile, anche in parlamento.”

Fassino ha subito replicato, sempre su Il Manifesto. Nonostante la sua affermazione secondo cui egli “lotta per una pace giusta” e crede nella soluzione a due Stati, ha riproposto gli stessi vecchi luoghi comuni sionisti secondo cui Israele è “un Paese democratico… (Israele è) un Paese a cui, per molto tempo, i suoi vicini hanno negato (il diritto di esistere) … È un errore dare la colpa solo a Israele…Mi risulta difficile accettare la definizione di Israele come Paese razzista…”

Purtroppo gli inganni di Fassino non sono l’eccezione ma la norma tra i politici, gli intellettuali e i mezzi di comunicazione italiani. È piuttosto triste quello che è successo in Italia negli ultimi decenni. SI tratta di un Paese che ha avuto un numeroso elettorato socialista che, nel corso degli anni, nonostante le pressioni degli Stati Uniti e dell’Occidente, ha appoggiato la Palestina e i palestinesi.

Negli anni ’80 l’atteggiamento del governo italiano fu apertamente filo-palestinese, almeno rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale. Ciò provocò spesso scontri in politica estera con Israele e i suoi benefattori statunitensi, soprattutto durante la cosiddetta crisi di Sigonella nel 1985.

Durante un discorso al parlamento italiano il primo ministro socialista Bettino Craxi arrivò fino a difendere il diritto dei palestinesi alla lotta armata.

Nel 1982, durante il tradizionale discorso di fine anno alla nazione, il presidente italiano Sandro Pertini fece lungamente riferimento all’orrore del massacro di Sabra e Shatila.

Il fatto che uno dei tradizionali club di tifosi dell’AS Roma, una delle squadre di calcio più amate in Italia, si chiami “Fedayn”, in riferimento ai combattenti palestinesi per la libertà, dice molto di quanto nel corso del tempo la solidarietà filo-palestinese sia penetrata in tutti gli aspetti della società italiana.

Negli ultimi anni tuttavia le cose hanno iniziato a cambiare. Il sentimento filo-israeliano è cresciuto in modo esponenziale in molti settori della vita italiana, soprattutto nel governo e sui mezzi di comunicazione. La lobby filo-israeliana ora è un attore importante della politica italiana. Anche il mondo accademico italiano, che una volta era un esempio del pensiero politico radicale – in fin dei conti Gramsci era italiano -, ora vomita spazzatura orientalista e propaganda filo-israeliana.

Per quanto possa sembrare strano, un tempo, prima di convertirsi in apologeta di Israele e del sionismo, Fassino era membro del Partito Comunista Italiano.

Tuttavia c’è speranza. Dopotutto la stessa Albanese è italiana. Inoltre i gruppi di solidarietà italiani stanno crescendo molto rapidamente, sfidando l’ideologia sionista che ora imperversa nella classe dirigente italiana.

Voltando le spalle alla Palestina, l’Italia rinnegherebbe la sua storia, definita dalla lotta esistenziale contro il fascismo e il nazismo. Se Fassino avesse compreso la sua storia, avrebbe capito anche che la lotta palestinese contro il sionismo è essenzialmente la stessa storia dell’Italia che si ripete. Disgraziatamente Fassino, consciamente o meno, si trova ora dalla parte sbagliata della storia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Monitor de Oriente.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)

 




Accusare di apartheid non basta: un’intervista a Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani 

David Kattenburg

25 luglio 2022 – Mondoweiss

Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani chiarisce perché l’apartheid non basta a spiegare le cause alla radice della crisi palestinese.

Il viaggio di Joe Biden in Israele, nella Palestina occupata e in Arabia Saudita è finito in un lampo.

La Dichiarazione di Gerusalemme firmata da Biden e dal premier israeliano Yair Lapid cita le “ostilità con Hamas durate undici giorni nel maggio 2021,” e riafferma l’impegno di Washington a fornire a Israele, una potenza nucleare, 1 miliardo di dollari destinati alla difesa missilistica (oltre ai 3,8 miliardi che già riceve) e ad aiutare Israele a costruire “sistemi di armi laser ad alta energia” per difendersi da Iran e dai suoi “terroristi per procura.”

Nella Dichiarazione è degno di nota il riferimento al conflitto del maggio 2021 in cui furono uccisi oltre 250 gazawi, di cui 66 minori, e furono feriti migliaia di palestinesi. In seguito a quell’attacco il Consiglio ONU dei Diritti Umani (HRC) ha istituito una Commissione di Inchiesta per identificare “le cause profonde” degli undici giorni di violenza.

La Commissione ha presentato il suo primo rapporto al Consiglio ONU per i Diritti Umani il 7 giugno, probabilmente mentre si stilava la Dichiarazione di Gerusalemme di Biden e Lapid. A giudicare dal contenuto, il sostegno incondizionato che gli USA hanno sempre offerto a Israele sarà più complicato.

Il nome completo è lunghissimo e la dice lunga. Secondo Ia “Commissione d’Inchiesta indipendente e internazionale (COI) sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e Israele”, “Israele” è effettivamente un unico Stato dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo], uno Stato chiaramente di apartheid, ma dove il problema fondamentale sono i coloni.

Navanethem (Navi) Pillay, giurista sudafricana con straordinarie credenziali (vedi sotto), presiede la Commissione, con l’australiano Chris Sidoti, consulente per i diritti umani, e Miloon Kothari, accademico e attivista indiano per i diritti umani e difensore del diritto alla casa.

Dopo il primo rapporto della Commissione, Mondoweiss ha intervistato Miloon Kothari. Le sue opinioni sono schiette e taglienti.

Un mandato sulle cause profonde

A differenza delle passate commissioni d’inchiesta dell’ONU sul “conflitto” in Medio Oriente, il mandato della Commissione Pillay non ha limiti temporali, non è soggetto a rinnovi annuali né a restrizioni nell’esame del conflitto che ha portato alla sua costituzione. Al contrario, le è stato detto di procedere con calma ed esaminare le “cause profonde sottostanti alle tensioni ricorrenti.”

E, in contrasto con le passate commissioni e i passati relatori speciali sui Territori Palestinesi Occupati (OPT), la Commissione è stata incaricata di esaminare la situazione sia nei Territori che in Israele “propriamente detto”, (“Israel itself,” come definito nel rapporto di giugno della Commissione).

“Quindi essenzialmente stiamo esaminando la situazione dei diritti umani dal fiume al mare,” dice Kothari a Mondoweiss. “Ci sono somiglianze dentro e fuori la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967, ndt.] e quindi bisogna fare dei collegamenti.”

Il rapporto di giugno della Commissione sottolinea questi collegamenti.

“L’impunità alimenta il crescente risentimento fra il popolo palestinese nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est e in Israele … La continua occupazione dei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, il blocco di Gaza che dura da 15 anni e la pluriennale discriminazione entro i confini di Israele sono tutti intrinsecamente legati e non possono essere analizzati singolarmente” [corsivo aggiunto].

Miloon Kothari approfondisce il discorso.

“Ciò che è emerso nei territori occupati dal ’67 è già successo entro la Linea Verde fin dal ’48: i livelli di discriminazione, le leggi differenziate e lo spossessamento dei palestinesi in Israele,” dice Kothari a Mondoweiss. “Così io penso sia importante fare questa distinzione, ma anche tracciare dei parallelismi.”

Più facile a dirsi che a farsi. Israele non permetterà alla Commissione Pillay l’ingresso nello “Stato Ebraico” e l’Egitto non la lascerà entrare a Gaza (per ora). Quindi i commissari hanno incontrato palestinesi e israeliani ad Amman e in Europa. Una delegazione di trenta accademici ebrei israeliani, giornalisti ed ex diplomatici ha incontrato la Commissione a Ginevra.

Kothari dice a Mondoweiss: “In generale erano d’accordo con noi e ci hanno incoraggiato a continuare. L’ambasciatore israeliano non ha risposto a una richiesta di un incontro a Ginevra. Se pensano di avere qualcosa da dire dovrebbero lasciarci entrare e spiegare il loro punto di vista sull’intera situazione. Comunque non abbiamo perso la speranza. Continuiamo a provare. E a sperare che, prima o poi, ci permettano di entrare.”

Un’occupazione permanente

Una delle osservazioni più esplicite del primo rapporto della Commissione (limitato in questa fase alla revisione dei risultati delle precedenti commissioni ONU e dei relatori speciali) si riferisce all’apparente permanenza dell’occupazione israeliana.

“La Commissione nota la forza della prova indiziaria credibile che indica in modo convincente che Israele non ha intenzione di porre fine all’occupazione, attua chiaramente politiche per assicurare il controllo completo sui Territori palestinesi occupati e opera per alterare la demografia tramite il mantenimento di un contesto repressivo contro i palestinesi e favorevole ai coloni israeliani,” afferma il rapporto.

Come ha fatto notare Michael Lynk, ex relatore speciale ONU, un’occupazione belligerante “permanente” secondo il diritto internazionale è un ossimoro. Miloon Kothari va oltre.

“È stata illegale fin dagli inizi,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Mi spingerei a sollevare la domanda sul perché (Israele è) membro delle Nazioni Unite. Perché… il governo israeliano non rispetta i propri obblighi come Stato membro dell’ONU. In realtà, sia direttamente che tramite gli Stati Uniti, cerca sempre di minare il funzionamento dell’ONU.”

E Kothari e gli altri commissari sostengono che Israele pratica il grave crimine di apartheid.

Citando osservazioni del Comitato ONU sui diritti Civili e Politici, la Commissione Pillay nota il “sistema a tre livelli sistema giuridico (israeliano) che concede uno stato civile, diritti e protezione legale differenziati a seconda che si tratti di cittadini ebrei israeliani, cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti a Gerusalemme Est.”

Inoltre nel suo rapporto iniziale la Commissione sottolinea che “Israele applica una parte sostanziale della sua legislazione interna ai coloni israeliani in Cisgiordania, mentre i palestinesi sono soggetti alla legge militare israeliana.”

Limiti dell’apartheid

Ma la Commissione Pillay non è ancora pronta a uscire dal limbo dell’apartheid.

“L’apartheid è un paradigma/quadro per capire la situazione, ma non è sufficiente,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Dobbiamo includere il colonialismo, temi generali come la discriminazione, l’occupazione e altre dinamiche per ottenere un quadro completo delle cause alla radice della crisi attuale… porre fine all’apartheid non porrà fine alla crisi dell’occupazione per il popolo palestinese … il tema dell’autodeterminazione richiede molti altri cambiamenti.”

Ma la Commissione Pillay “in futuro arriverà al tema dell’apartheid perché prenderemo in esame la discriminazione in generale, dal fiume al mare.” dice Kothari.

Nel frattempo la Commissione sta raccogliendo dati forensi per presentarli alla Corte Penale Internazionale (ICC) e alla Corte Internazionale di Giustizia.

“Il nostro lavoro consiste nel formare un archivio di tutte le testimonianze che riusciamo a raccogliere e poi, al momento appropriato, consegnarlo agli organi giudiziari che possono agire,” dice Kothari.

Documentare lo spossessamento

Il segretariato della Commissione Pillay ha a sua disposizione competenze in materia di indagine e consulenza legale, dice Kothari, ed è in contatto con la ICC. A giugno Kothari e i suoi colleghi si sono recati presso la Corte Penale Internazionale, dove hanno incontrato Nazhat Shameem Khan (nessun rapporto con il procuratore capo Karim Khan), la sostituta procuratrice e il suo team.

Mentre raccoglie testimonianze legali per futuri casi giudiziari, la Commissione Pillay progetta anche di individuare “la responsabilità di terzi” dalle “alte parti contraenti” della IV Convenzione di Ginevra. L’articolo 1 della Ginevra IV richiede loro di “rispettare e garantire il rispetto della convenzione in ogni circostanza.”

Fra i temi che la Commissione prenderà in esame con parti terze come USA, Canada e UE ci sono il trasporto di armi in Israele e il coinvolgimento delle loro imprese nell’occupazione a quanto pare permanente di Israele e l’impresa delle colonie, palesemente illegale.

“Speriamo di convincere questi Paesi ad andare oltre l’ideologia e la cieca fiducia in qualsiasi cosa faccia Israele,” dice Kothari.

La Commissione ha in mente di andare in Libano, Giordania, Egitto, Siria e Nord America, per parlare con la diaspora palestinese.

“Ci sono rifugiati che storicamente sono stati espropriati nei territori occupati,” dice Miloon Kothari a Mondoweiss.

Per documentarlo la Commissione userà dati geospaziali che “mostrano molto chiaramente… fino a che punto le dimensioni dell’occupazione si siano consolidate in Cisgiordania e i danni arrecati, per esempio, dal blocco di Gaza.”

Il rapporto della Commissione presenterà questi e altri risultati nel suo secondo rapporto all’Assemblea Generale dell’ONU nella terza settimana di ottobre 2022.

Pressioni politiche

Alcuni membri della Commissione andranno due settimane negli USA per partecipare a tavole rotonde in università e incontrare i parlamentari che siano interessati a incontrarla.

Kothari attira l’attenzione di Mondoweiss sull’Atto di Eliminazione della COI (Commissione di inchiesta). Appoggiato da 73 Repubblicani e 15 Democratici (inclusi Henry Cuellar, Josh Gottheimer e Ritchie Torres), la Risoluzione 7223 della Camera (dei Rappresentanti) chiede una riduzione del 25% degli stanziamenti USA per il Consiglio per i diritti umani che sembra corrispondere al lavoro della Commissione Pillay.

Niente fa arrabbiare gli alleati di Israele più della presidentessa sudafricana della Commissione. Navi Pillay è stata oggetto di attacchi al vetriolo dal momento della sua istituzione.

Le credenziali di Pillay sono notevoli. La prima donna ad aprire uno studio legale nella sua provincia natale di Natal, ha difeso attivisti anti-apartheid incarcerati a Robben Island, è stata giudice dell’Alta Corte del Sud Africa e poi del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Pillay al momento fa parte della Corte Internazionale di Giustizia, della Commissione Internazionale contro la pena di morte e del Consiglio Consultivo dell’Accademia Internazionale dei Principi di Norimberga. Presiede inoltre l’inchiesta para-giudiziaria sulla Detenzione nella Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Le sue credenziali non fanno vacillare i suoi oppositori negli USA o in Canada. La [lobby filoisraeliana canadese] B’Nao Brith ha fatto pressione sul governo canadese per farla licenziare ed è stata consigliata (o almeno così dice) di parlare direttamente con Bob Rae, l’ambasciatore canadese.

“Su suggerimento di Rae,” riferisce la BBC, ha anche “richiesto l’aiuto della missione canadese a Ginevra.”

Global Affairs Canada (dipartimento del Governo canadese) a cui è stato chiesto se la BBC avesse veramente chiesto alla missione canadese a Ginevra di far licenziare la dott.ssa Pillay, “educatamente” mi ha detto che non hanno “nulla da aggiungere.”

Dopo il rapporto della Commissione del 7 giugno, quando la porta della stalla era spalancata e i buoi scappati, il Canada si è unito agli Usa e ad altri venti Paesi nella condanna del lavoro della Commissione. La loro lettera al Consiglio per i diritti umani esprime “profonda preoccupazione” circa il mandato “aperto” della Commissione senza “clausola di caducità, data finale o limiti precisi.”

“Nessuno è al di sopra del controllo,” sottolinea la lettera. “Dobbiamo lavorare per opporci all’impunità e promuovere il principio di responsabilità sulla base di criteri applicati in modo coerente e universale.”

Comunque, continua la lettera, “noi crediamo che la natura del COI… dimostri ulteriormente la lunga e sproporzionata attenzione verso Israele da parte del Consiglio… Noi continuiamo a credere che questo esame lungo e sproporzionato debba terminare e che il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale.”

Miloon Kothari concorda che ‘il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale”, ma respinge la “doppiezza” e il “doppiopesismo” contenuti nel resto della lettera.

“Quando si parla di Ucraina, il diritto internazionale diventa molto, molto importante,” ha detto a Mondoweiss. “E si procede a testa bassa facendo notare tutte le violazioni commesse dalla Russia. Ma le stesse violazioni di occupazione e spossessamento compiute da Israele non ricevono lo stesso trattamento.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




La Germania fornisce un timbro kosher all’occupazione israeliana

Avraham Burg

26 luglio 2022 – Haaretz

La destra israeliana razzista e conservatrice controlla le azioni della Germania riguardo agli ebrei, all’antisemitismo e a Israele

Qualche settimana fa ho preso parte ad un’importante conferenza in Germania sul sequestro della memoria dell’Olocausto e la nuova destra. E’ stata una delle più intense, particolari e impegnate conferenze a cui abbia mai partecipato.

L’establishment ebraico locale ha immediatamente reagito con una prevedibile risposta pavloviana: “Antisemiti!”, “Sostenitori del BDS!”. Ci sono state anche sgradevoli e scorrette insinuazioni riguardo ad uno dei più importanti storici della nostra generazione (ovviamente non ebreo). Io c’ero: mentono e distorcono la realtà. Ecco perché adesso mi è chiaro che è tempo di far scoppiare il bubbone di cui sono responsabili.

Negli anni scorsi si sono svolti in Germania parecchi eventi che hanno messo in questione il discorso ebraico-israeliano-tedesco. Uno scrittore ebreo, che sta fuori dal coro dei conservatori, è stato messo a tacere perché sua madre non è ebrea. Contemporaneamente il direttore del museo ebraico di Berlino è stato costretto a dimettersi a causa di un tweet sulla libertà di espressione.

Ora sono nel mezzo di una feroce campagna di delegittimazione nei confronti di alcune tra le più importanti istituzioni di ricerca e culturali sia in Germania che nel mondo: l’Einstein Forum e il Centro Internazionale di Berlino per lo studio dell’antisemitismo. Nella miglior tradizione della falsa propaganda, hanno rinominato quest’ultimo “l’istituzione per l’antisemitismo”.

Stanno cercando di intimidire e intimorire centri importantissimi e validi ricercatori la cui unica colpa è lottare per una ricerca in profondità e universale, senza che vengano imposte a priori delle mistificazioni demagogiche. Chiunque osi esprimere un’opinione o una posizione diversa dalla loro rischia di essere giustiziato pubblicamente.

La Germania ha un governo eletto, ma quando si tratta di sensibilità su questioni legate alla storia ebraica-tedesca o all’attuale problema dell’antisemitismo tutto viene controllato dal Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania. Questo ente dovrebbe rappresentare la totalità degli ebrei della Germania, ma di fatto ne rappresenta solo una piccola parte.

Sotto molti aspetti ciò è logico e giustificabile. Ma pochi colgono la catena di connessioni: l’estrema destra guida la politica dello Stato di Israele; Israele modella le posizioni del Consiglio Centrale e a sua volta questo ente detta la linea delle discussioni politiche più delicate in Germania. Ciò significa che la destra israeliana conservatrice e razzista ha il controllo di una gamma di sentimenti dei tedeschi relativi al loro passato riguardante gli ebrei, l’antisemitismo e Israele.

Come è successo? Israele ha trasformato l’antisemitismo in una potente arma diplomatica. Il suo governo conservatore ha ampliato molto questo concetto. Ogni critica è antisemita; ogni oppositore è un nemico; ogni nemico è Hitler; ogni anno è il 1938.

Questa è la struttura portante della sensibilità politica e dell’arte di governo di Israele e la Germania vi gioca un ruolo chiave: funge da certificazione kosher [di purezza dal punto di vista della religione ebraica, ndt.] per le ingiustizie perpetrate dagli ebrei israeliani. Lo Stato tedesco è terrorizzato da ogni confronto o chiarificazione con Israele sulla natura dell’antisemitismo contemporaneo e sulla questione di che cosa sia una critica corretta delle illegittime politiche israeliane.

Tramite questa elusione la Germania è diventata il maggior garante e complice della realtà in cui i palestinesi sono privi di diritti e di status nella loro stessa patria. Non ci sarà mai pace in Medio Oriente, né esisterà un Israele sano e duraturo, finché la Germania sarà prigioniera delle complessità del suo passato.

L’Olocausto e lo Stato di Israele devono rimanere componenti cruciali dell’identità politica ed etica della Germania – ma non si tratta di questo. In tutti gli ambiti relativi ad Israele e al popolo ebreo, in Germania attualmente non esiste una reale libertà di espressione. Viene attivata automaticamente una stretta e severa censura, anche se si può capire. Ma un meccanismo di cinico sfruttamento politico ha preso il controllo, trasformando l’Olocausto e la sua memoria in strumento per respingere ogni critica ad Israele.

Non esiste nessun altro Paese nell’Occidente democratico che nega i diritti naturali di milioni di persone a votare ed essere eletti, a vivere nel proprio Paese in virtù del diritto all’autodeterminazione, come fa Israele al popolo palestinese. Israele è in grado di fare questo perché gli Stati Uniti considerano giusta la loro visione distorta e la Germania sostiene ogni capriccio israeliano automaticamente e cecamente.

C’è ancora del vero antisemitismo nel mondo e non si deve mostrare alcuna comprensione o legittimazione verso di esso. In piccola parte si tratta del vecchio e tradizionale antisemitismo; in parte è una variante diffusa da gruppi anti-israeliani che usano il crimine dell’occupazione per attaccare tutti gli ebrei dovunque siano e negano la loro esistenza come individui e come comunità.

C’è anche un livello ancor più subdolo e pericoloso di antisemitismo: quello che si ammanta di un falso sostegno ad Israele per nascondere la propria xenofobia e odio per gli immigrati. E’ l’antisemitismo dei fascisti e dei neo-nazisti che “amano” Israele. E sorprendentemente parecchi ebrei perbene e tedeschi dell’establishment li sostengono perché, almeno per il momento, appaiono come filo-ebrei o filoisraeliani. In termini più chiari: ci sono ebrei e tedeschi che sostengono l’antisemitismo sottoforma di amore per Israele.

C’è un altro modo per combattere l’antisemitismo globale e l’odio per gli ebrei in Germania. E’ accettabile criticare Israele, esattamente come è accettabile difenderlo. Si può contestare le sue politiche, così come si può appoggiarle. Ed è persino possibile che esista un antisionismo ideologico e intellettuale che non è antisemitismo.

Inoltre la lotta contro il vero antisemitismo non è un problema solo per gli ebrei. Si deve costituire un’alleanza contro ogni forma di odio, sia locale che globale. Quando qualcuno odia un turco, odia anche me. Quando offende i musulmani, offende me. E quando perseguita gli immigrati, le donne e i membri della comunità LGBTQ+, anche io vengo perseguitato. Perché questo è il volto del vero ebraismo, dalla Bibbia a Martin Buber: una civiltà che non ignora mai i propri obblighi universali verso tutte le persone.

L’odio per gli ebrei non deve costituire un’eccezione nell’elenco di odi dei nostri tempi. Solo in questo modo, attraverso la solidarietà con tutte le vittime, possiamo ottenere la vittoria sulla coalizione degli odiatori e dei populisti. In questa lotta globale tedeschi ed ebrei hanno un ruolo strategico di enorme importanza. La Germania è la chiave dell’intero Occidente. È una vergogna che i suoi dirigenti siano un’irresponsabile banda di ebrei egocentrici e tedeschi incapaci di distinguere la luce dal buio.

Come presidente a mio tempo della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e come ex presidente dell’Organizzazione Mondiale Sionista, che è stata coinvolta per molti anni in questa questione, chiedo al governo tedesco e a Josef Schuster, presidente del Consiglio Centrale degli ebrei in Germania: scegliete una data e un luogo e discutiamo del modo in cui l’Olocausto deve essere ricordato nel XXI secolo; del fatto che è vietato sfruttarlo per fini politici impropri; di come rappresentare gli ebrei e l’ebraismo. E soprattutto di come costruire un mondo in cui Israele sia un esempio per risolvere i conflitti e non un certificato kosher per tutti i meschini interessi nel mondo populista di oggi.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La Corte israeliana sentenzia a favore di un’ampia impunità

Maureen Clare Murphy

11 luglio 2022 – The Electrèonic Intifada

La settimana scorsa l’Alta Corte di Israele ha emesso una sentenza in favore di un’ampia immunità per lo Stato per i crimini di guerra perpetrati a Gaza.

Le associazioni palestinesi per i diritti umani affermano che la sentenza sottolinea l’urgente necessità di un’immediata inchiesta della Corte Penale Internazionale.

Adalah, un’associazione palestinese per i diritti umani, ha dichiarato che “la sentenza significa che tutti gli abitanti di Gaza sono esclusi da qualunque risarcimento e ricorso in Israele, a prescindere dalle circostanze, nel corso di ‘azioni di guerra’ o di altro genere”.

La sentenza dell’Alta Corte è una risposta ad una richiesta di risarcimento da parte di Israele per le gravi ferite riportate da Attiya Nabaheen, che aveva appena compiuto 15 anni quando fu colpito dal fuoco delle forze israeliane nel cortile davanti a casa sua mentre rientrava da scuola a Gaza nel novembre 2014.

Nabaheen è rimasto paralizzato in seguito alle ferite.

Adalah e Al Mezan, un’altra associazione per i diritti umani, avevano fatto ricorso presso la Corte per contestare una legge entrata in vigore nel 2012, che prevede che gli abitanti della Striscia di Gaza non possano ricevere risarcimenti da parte di Israele in quanto nel 2007 essa è stata dichiarata ‘territorio nemico.’

Un tribunale di prima istanza ha utilizzato quella legge per respingere il tentativo di Nabaheen di ricevere un risarcimento da Israele per le sue ferite.

L’Alta Corte ha affermato che la legge è conforme al diritto internazionale e che in ogni caso il parlamento israeliano “ha il potere di scavalcare le norme del diritto internazionale.”

Adalah e Al Mezan hanno replicato che la sentenza dell’Alta Corte “giustifica l’avvio immediato di un’inchiesta [della Corte Penale Internazionale], in quanto essa nega alle vittime civili palestinesi di crimini di guerra compiuti da Israele la possibilità di ogni ricorso giuridico.”

Le associazioni aggiungono che “non c’è prova più evidente del fatto che il sistema giuridico israeliano è determinato a legittimare i crimini di guerra e a cooperare con l’esercito nei suoi sforzi di negare alle vittime ogni rimedio legale.”

Un’inchiesta indipendente dell’ONU sull’utilizzo da parte di Israele di forza letale contro i manifestanti della Grande Marcia del Ritorno nel 2018 ha preso in esame il caso di Nabaheen e le sue implicazioni per altri abitanti di Gaza.

La sentenza preclude “la via principale per far valere il loro diritto ad ‘un efficace risarcimento legale’ da parte di Israele, che è loro garantito dalla legislazione internazionale”, hanno dichiarato gli inquirenti dell’ONU.  “E’ quindi difficile sopravvalutare il peso di questa sentenza.”

Nel tentativo di giustificare l’uso della forza letale contro manifestanti disarmati, Israele ha inventato un nuovo infondato paradigma del diritto internazionale, che etichettava la Grande Marcia del Ritorno come parte del suo conflitto armato con Hamas, l’organizzazione politica e di resistenza palestinese che controlla gli affari interni di Gaza.

Le direttive dell’esercito israeliano stabiliscono che deve essere avviata un’inchiesta penale immediatamente dopo la morte di un palestinese al di fuori di attività di combattimento.

Classificando la Grande Marcia del Ritorno come parte del conflitto armato con Hamas, anche se i manifestanti erano disarmati, Israele ha creato un quadro giuridico separato per gestire le denunce relative alle proteste.

Una scappatoia legale

Questa importante scappatoia legale viene anche impiegata riguardo ai palestinesi uccisi dalle forze di occupazione israeliana in Cisgiordania.

Il procuratore generale dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’uccisione della corrispondente di Al Jazeera Shireen Abu Akleh mentre documentava un’incursione dell’esercito a Jenin in maggio era “un evento bellico” e pertanto nessun soldato dovrebbe subire denunce penali.

Israele ha praticamente ammesso che uno dei suoi soldati ha ucciso Abu Akleh e la scorsa settimana il Dipartimento di Stato USA ha comunicato che la giornalista è stata “probabilmente” uccisa da un’arma da fuoco delle truppe israeliane.

Sia Israele che gli USA sembrano trattare l’uccisione di Abu Akleh come un errore operativo piuttosto che come una sospetta esecuzione extragiudiziale.

Diverse indagini indipendenti condotte da associazioni per i diritti umani e da organi di informazione internazionali hanno altresì concluso che Abu Akleh molto probabilmente è stata uccisa da fuoco israeliano.

L’indagine forense della CNN, citando l’esperto di armi esplosive Chris Cobb-Smith, nota che “Abu Akleh è stata uccisa da diversi spari”.

Cobb-Smith ha affermato che “il numero di tracce dei colpi sull’albero dove si trovava Abu Akleh prova che non si è trattato di uno sparo casuale, lei è stata presa di mira.”

Venerdì scorso la famiglia di Abu Akleh ha inviato una lettera al Presidente USA Joe Biden, di cui è prevista una visita in Israele e Cisgiordania la prossima settimana, ed ha accusato la sua amministrazione di “muoversi verso la cancellazione di qualunque misfatto delle forze israeliane.”

Gli USA non sembrano far pressione su Israele per un’inchiesta penale: il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha detto durante una conferenza stampa martedì scorso che “non stiamo cercando di essere prescrittivi riguardo a ciò.”

Sembra che per l’amministrazione Biden responsabilizzazione significhi incoraggiare “passi verso la protezione dei civili e dei non combattenti in una zona di conflitto.”

Price ha aggiunto che l’esercito israeliano “è nella condizione di prendere in considerazione dei passi perché non possa più accadere niente di simile.”

Venerdì la famiglia di Abu Akleh ha detto che “non possiamo credere che una tale aspettativa sia il massimo della risposta della vostra amministrazione.”

La famiglia ha sottolineato l’aiuto militare incondizionato degli USA a Israele e “il quasi assoluto appoggio diplomatico per evitare ai dirigenti israeliani di assumersi le responsabilità.”

I famigliari di Abu Akleh hanno fatto richiesta a Biden di incontrarli durante la sua imminente visita e di fornire loro le informazioni raccolte dalla sua amministrazione riguardo all’uccisione della giornalista.

La famiglia ha parlato al presidente del proprio “dolore, sdegno e sensazione di tradimento” di fronte ai suoi determinati tentativi di assicurare “la cancellazione di ogni misfatto compiuto dalle forze israeliane.”

“Ci aspettiamo che l’amministrazione Biden sostenga i nostri sforzi per ottenere responsabilizzazione e giustizia…dovunque ciò possa condurci”, ha affermato la famiglia.

Corte Penale Internazionale

Una di tali sedi processuali è la Corte Penale Internazionale, che è stata adita relativamente all’uccisione di Abu Akleh sia dall’Autorità Nazionale Palestinese che da Al Jazeera. Gli USA si sono affiancati a Israele nel cercare di boicottare l’inchiesta dell’Aja in Palestina.

La CPI privilegia le indagini interne ad un Paese, dove esse sussistano.

La recente sentenza della corte israeliana che ha rifiutato il risarcimento per Attiya Nabaheen e la copertura della responsabilità per l’uccisione di Shireen Abu Akleh dovrebbero dissolvere ogni restante dubbio su ciò a cui si prevede che serva il sistema giuridico di Israele.

Ma resta in dubbio se la CPI funzionerà come un tribunale di ultima istanza per i palestinesi con qualche carattere di urgenza.

Mentre raccoglie risorse per una tempestiva inchiesta in Ukraina, con il rischio per la presunta indipendenza della Corte proveniente dalle contribuzioni volontarie all’indagine, l’inchiesta sulla Palestina sembra essere lasciata morire sul nascere.

Il silenzio sulla Palestina e su altre inchieste che non hanno l’appoggio di potenti Stati “può aver indebolito l’effetto di deterrenza della Corte ed ha lasciato un vuoto che è stato riempito da attacchi politici all’operato della Corte, e anche da attacchi nei confronti di difensori dei diritti umani”, ha recentemente dichiarato Amnesty International.

Senza una risposta ugualmente forte alle crisi in Palestina e in Afghanistan, come in altri luoghi, l’ufficio del procuratore della CPI potrebbe essere considerato “semplicemente il braccio legale della NATO”, come ha detto recentemente l’avvocato per i diritti umani Reed Brody.

Mureen Clare Murphy è caporedattrice di The Electronic Intifada

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“L’impunità a livello internazionale è la colonna portante dell’occupazione israeliana,” afferma un’associazione per i diritti

Anjuman Rahman

10 luglio 2022 – Middle East Monitor

Quando i ragazzi palestinesi, in maggioranza adolescenti, difendono le proprie case e la propria terra, l’esercito israeliano risponde picchiandoli e lanciando contro di loro granate assordanti e lacrimogeni. Si tratta niente meno che di un’aggressione su vasta scala.

“La maggioranza dei minori palestinesi presi di mira dalle forze di occupazione israeliane sono giovani maschi,” afferma Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma per la responsabilizzazione di Defence for Children International-Palestine [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina] (DCIP).

Secondo un rapporto di DCIP dall’inizio dell’anno 15 minori palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione. Tra le vittime ci sono stati Muhammad Akram Ali Abu Salah, Sanad Muhammad Khalil Abu Attia, Muhammad Hussein Muhammad Qassem e Amjad Walid Hussein Fayed, tutti sedicenni, e Shawkat Kamal Shawkat Abed, di 17 anni.

DCIP aggiunge che il 13 febbraio un cecchino israeliano ha ucciso colpendolo a un occhio il sedicenne Muhammad Abu Salah, abitante del villaggio di Al-Yamoun, a Jenin.

“Le violazioni dei diritti umani dei minori palestinesi sono causate dalla presenza delle forze di occupazione israeliane nei territori palestinesi occupati,” afferma Ayed.

“Nonostante i numerosi strumenti giuridici e i criteri che la comunità internazionale ha cercato di istituire per proteggere i diritti dei minori, nel corso degli anni la quantità delle violazioni nei confronti dei minorenni continua a peggiorare.”

“Per esempio lo scorso anno abbiamo documentato l’uccisione di 78 minori palestinesi per mano dell’esercito israeliano, 61 dei quali nella Striscia di Gaza e 17 in Cisgiordania.”

“Sessanta dei 61 morti nella Striscia di Gaza sono stati uccisi durante l’attacco militare contro Gaza nel maggio 2021. Ma, cosa più importante, dalla nostra documentazione vediamo che non era necessario sparare per uccidere i minori palestinesi, perché essi non rappresentavano alcuna minaccia alla vita dei soldati israeliani.”

I bombardamenti aerei e da terra durante l’aggressione di 11 giorni hanno ucciso 253 palestinesi e ferito più di 1.900 persone.

DCIP documenta l’arresto, il ferimento, la morte e l’incarcerazione di ragazzi e giovani palestinesi e offre difesa legale a quanti sono processati nei tribunali militari israeliani.

“Durante gli ultimi 10 anni per l’uccisione di un minore palestinese è stato rinviato a giudizio solo un soldato israeliano, e la condanna che ha subito è stata meno grave di quella a cui viene condannato un minore palestinese per aver lanciato una pietra contro un veicolo israeliano.”

Secondo Ayed questo è un doloroso ma perfetto microcosmo della politica israeliana di totale impunità, del suo sistema giudiziario corrotto e delle amare frustrazioni della lotta dei palestinesi per vivere nelle proprie case sulla propria terra.

Il problema principale, spiega, è incentrato sul livello di responsabilizzazione e impunità di cui godono i soldati agli occhi della comunità internazionale. “L’impunità a livello internazionale è la colonna portante dell’occupazione israeliana,” afferma.

I soldati che prestano servizio nei territori occupati sanno benissimo che quasi tutto quello che fanno verrà giustificato. Non saranno mai puniti né da Israele né dalle sue autorità né da chiunque altro. Le uccisioni, le incursioni notturne, gli arresti e le detenzioni senza processo, le punizioni collettive, le demolizioni di case, le confische di terre, l’espansione delle colonie e lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle forze di occupazione sono sistematicamente tollerate.

I dati raccolti dall’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din mostrano che solo il 2% delle denunce contro soldati israeliani presentate da palestinesi porta a incriminazioni. Nel contempo oltre l’80% dei casi vengono chiusi senza che venga svolta neppure un’inchiesta penale.

“Nonostante le molte violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani, Israele non è stato chiamato a rispondere di nessuna delle sue prassi brutali e pensa di avere il permesso di continuare con le sue uccisioni e violazioni dei diritti dei civili palestinesi, compresi i minorenni.”

Oltre a questo disinteresse, Ayes accusa la comunità internazionale di applicare in modo palese un doppio standard nella risposta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non c’è differenza tra l’invasione di Kyiv da parte di Mosca e l’illegale occupazione delle terre palestinesi da parte di Israele, spiega.

“Non c’è la volontà politica da parte della comunità internazionale di rispettare i propri obblighi giuridici, cioè punire e sanzionare Israele per le sue pratiche illegali. Tutto quello che sta facendo è sacrificare le proprie responsabilità riguardo ai diritti umani per mantenere buoni rapporti politici e diplomatici con Israele.”

Egli denuncia anche l’ONU per non aver punito adeguatamente Israele, in particolare per essersi rifiutata di includere Israele nella lista di chi viola i diritti dei minori e nel rapporto su Minori e Conflitti Armati, dopo una delle più letali guerre israeliane contro Gaza nel 2014.

“Il numero di minori palestinesi uccisi quell’anno è stato il più alto a livello internazionale e, nonostante la nostra insistenza presso l’ONU perché aggiungesse Israele alla lista degli eserciti e gruppi armati che violano i diritti dei minori, essa si è ripetutamente rifiutata.”

Ogni anno DCIP raccoglie centinaia di testimonianze di minori palestinesi arrestati e sottoposti a lunghi interrogatori senza la presenza di un familiare, un tutore o un avvocato.

Spesso i minori sono obbligati a firmare false confessioni in documenti scritti in ebraico, una lingua che la maggioranza dei minori palestinesi non conosce. Oltretutto, mentre le leggi militari e civili israeliane fissano a 12 anni l’età minima per la responsabilità penale, DCIP afferma che le forze israeliane arrestano regolarmente minori palestinesi con un’età inferiore.

“Le dichiarazioni che raccogliamo rendono l’idea di come il sistema stia funzionando e delle tipologie di maltrattamenti e torture a cui sono sottoposti i minori, che poi noi utilizziamo per costruire le nostre campagne di sensibilizzazione,” afferma Ayed.

“Quello che riscontriamo è che fin dal momento dell’arresto i minori palestinesi subiscono maltrattamenti e torture per mano delle forze israeliane. Tre su quattro durante l’arresto o l’interrogatorio sperimentano violenze fisiche, che comprendono schiaffi, calci, pugni, e i minori vengono obbligati a stare seduti in posizioni dolorose.”

Nel contempo minori detenuti da Israele soffrono anche di pesanti violenze psicologiche consistenti in detenzione in isolamento, minacce contro le loro famiglie, intimidazioni e incarcerazione senza processo in base alla detenzione amministrativa.

Inoltre nelle prigioni non ci sono consulenti psicologici e, nonostante la loro età, spesso vengono tenuti insieme a delinquenti israeliani. Il loro arresto avviene spesso di notte e comprende metodi inumani di contenzione e trasporto intesi a distruggerne l’animo. Tutto il processo ha un profondo effetto psicologico, fisico e sociale su di loro.

“Metodi di tortura psicologica sono utilizzati per esercitare il massimo di pressione possibile sulla persona sotto interrogatorio per spezzarne la resistenza,” spiega Ayed.

“Crediamo che ogni minore che passa attraverso questo sistema ne rimarrà psicologicamente colpito, perché tutto il sistema israeliano è inteso ad attaccare non solo il fisico, ma anche la mente e il benessere psicologico di questi minori. Vogliono spezzarli dentro.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)