Manifestazione di israeliane in solidarietà con donne gazawi

Donne israeliane manifestano dall’altra parte del confine in solidarietà con la Marcia delle donne di Gaza.

 “I nostri dirigenti e i loro non vogliono cambiare, per cui tocca a noi”, secondo una delle attiviste pacifiste israeliane che hanno marciato in solidarietà con la prima marcia organizzata delle donne delle continue proteste di Gaza.

Haaretz

 

Kyle Mackie, Jack Khoury – 4 luglio 2018

 

Martedì pomeriggio un gruppo di circa 50 attiviste si è riunito ed ha marciato in solidarietà sul lato israeliano del confine di Gaza durante la prima marcia delle continue proteste di Gaza organizzata dalle donne.

Dopo essersi incontrate nei pressi de kibbutz Nahal Oz, una delle comunità israeliane che si trovano vicino al confine, il gruppo formato soprattutto da donne ha parlato da un cellulare con una delle donne che hanno organizzato la protesta nella Striscia di Gaza.

“Ci ha ringraziate del nostro sostegno e ci ha detto che per loro è molto importante,” ha detto Ghadir Hani, che ha tradotto dall’arabo all’ebraico le parole dell’organizzatrice.

“Ha parlato del potere delle donne, di come il movimento delle “Quattro Madri” ha aiutato Israele ad uscire dal Libano e di come le donne hanno il potere di cambiare le cose,” ha detto, in riferimento a un gruppo di donne i cui figli hanno fatto il servizio militare in Libano e che hanno formato un gruppo di protesta che ha contribuito a indurre Israele a ritirarsi dal Paese.

Hani, che fa parte del movimento politico e sociale di base “Standing Together” [Resistere insieme], ha detto di preferire non rivelare il nome dell’organizzatrice di Gaza. “Standing Together” organizza ebrei e arabi in campagne per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale, e il gruppo ha organizzato l’evento solidale di martedì insieme a un gruppo di abitanti delle comunità di confine di Gaza chiamato “Other Voice” [Altra voce].

La dottoressa Julia Chaitin, del kibbutz Urim, ha parlato all’organizzatrice di Gaza a nome di “Other Voice”. “Le ho detto che da questa parte del confine siamo circa 50 (persone),” ha affermato la dottoressa Chaitin. “Per 10 anni abbiamo continuato a dire che l’assedio deve finire. Che non le vediamo come nemiche, le consideriamo vicine, e che i nostri dirigenti e i loro non vogliono cambiare le cose, per cui spetta a noi farlo.”

Dopo la telefonata, circa metà del gruppo è andata a piedi o in macchina per circa un miglio attraverso le coltivazioni israeliane fino a un posto panoramico da cui le manifestanti di Gaza erano visibili dall’altra parte del confine. Donne mostravano cartelli con slogan come “Un futuro di dignità e speranza da entrambe le parti della frontiera” e ”No alla prossima guerra contro Gaza”, mentre suonavano sirene e l’esercito israeliano sparava contro le manifestanti gas lacrimogeni, molti dei quali sono stati spinti dal vento indietro verso il gruppo di israeliane.  A 17 anni, Dror Adam, di Sderot, era una delle donne più giovani del gruppo. Ha detto di sentire l’importanza di partecipare perché ha sperimentato di persona come la continua violenza della regione colpisca duramente le comunità da entrambi i lati del confine. Nel 2006, quando Dror aveva 7 anni, la casa della sua famiglia è stata distrutta da un razzo sparato in Israele dalla Striscia di Gaza.

“Siamo vicini,” ha detto Dror, parlando delle donne di Gaza. “Mi dispiace per loro e non devono perdere la speranza.”

Ma non tutte le donne che sono venute a solidarizzare vivono nelle comunità vicine. Hamutal Gouri ha viaggiato da Gerusalemme per andare sul confine.

“Volevo essere qui come presenza di donne e uomini che stanno dicendo: ‘Vi ascoltiamo, anche noi siamo qui come donne, come gente che crede nell’attivismo non violento e in una soluzione pacifica del conflitto,” ha detto Gouri.

“Credo che noi – le donne – siamo quelle che possono farlo e arriveranno a un accordo di pace,” ha continuato, “perché penso che abbiamo una prospettiva diversa. Noi diamo il nostro contributo.” A Gaza migliaia di donne palestinesi hanno partecipato a una dimostrazione lungo il confine con Israele. Ci sono notizie secondo cui l’esercito israeliano ha utilizzato misure per disperdere la folla, sparando lacrimogeni e granate fumogene contro la marcia. Fonti palestinesi hanno anche detto che alla manifestazione tre persone sono rimaste ferite da proiettili veri israeliani, nei pressi della barriera e a est di Gaza City.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Proteste contro la demolizione di Khan al-Ahmar

Le proteste travolgono Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane si preparano alla demolizione

Macchinari pesanti circondano il villaggio beduino in vista della sua distruzione, che secondo chi la critica rappresenterà un crimine di guerra

Middle East Eye

 

MEE and agencies

Mercoledì 4 luglio 2018

Mercoledì palestinesi hanno protestato all’interno e attorno a Khan al-Ahmar mentre le forze israeliane hanno iniziato i preparativi per distruggere il villaggio beduino nella Cisgiordania occupata, nonostante le richieste internazionali di non proseguire nel progetto.

Abitanti e attivisti sono saliti sui bulldozer e hanno sventolato bandiere palestinesi nel tentativo di impedire che la demolizione abbia luogo.

La delegata del comitato esecutivo dell’OLP Hanan Ashrawi ha condannato gli imminenti progetti da parte dell’esercito israeliano di radere al suolo Khan al-Ahmar e ha sollecitato la comunità internazionale ad agire.

“La protezione delle famiglie palestinesi e il trasferimento forzato della nostra popolazione autoctona nelle condizioni di persone senza casa e disperate è assolutamente inaccettabile,” ha detto Ashrawi.

“Chiediamo al governo israeliano di annullare immediatamente i suoi illegali progetti di demolizione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar.”

“Il fatto che Israele voglia distruggere un intero villaggio in cui gli abitanti hanno vissuto per 50 anni con l’unico scopo di espandere la colonia illegale cisgiordana di Kfar Adumim è vergognoso e inumano.”

La Mezzaluna rossa palestinese ha informato di 35 persone ferite, di cui 4 ricoverate in ospedale.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che 9 persone sono state arrestate – 5 del villaggio e altre 4, compreso il responsabile delle ricerche sul campo del gruppo.

La polizia ha informato di due arresti e ha detto che sono state lanciate pietre contro i funzionari.

L’incidente è avvenuto dopo che gli attivisti hanno affermato che martedì l’esercito israeliano ha emesso un mandato ai 173 abitanti di Khan al-Ahmar in cui si autorizzava l’esercito stesso a impadronirsi delle strade di accesso al villaggio.

Mercoledì nella zona sono stati visti macchinari pesanti, che hanno suggerito l’ipotesi che si stesse preparando una strada per agevolare l’evacuazione del villaggio e la sua demolizione.

Immagini hanno mostrato bulldozer e macchinari edili pesanti di proprietà di CAT, JCB e dell’impresa cinese Liugong parcheggiati fuori dal villaggio.

Fino al momento della stesura di questo articolo le imprese non hanno risposto alle richieste di commento.

“Oggi stanno procedendo con un lavoro infrastrutturale per agevolare la demolizione e il trasferimento forzato degli abitanti,”, ha detto all’AFP Amit Gilutz, portavoce di B’Tselem.

Le autorità israeliane dicono che il villaggio e la sua scuola sono stati costruiti illegalmente, e in maggio la Corte Suprema ha respinto un ultimo appello contro la demolizione.

Ma gli attivisti sostengono che gli abitanti hanno poche alternative se non costruire senza licenza edilizia israeliana, dato che questo documento non viene quasi mai concesso ai palestinesi perché costruiscano in aree della Cisgiordania in cui Israele ha il totale controllo sulle questioni civili.

Le autorità israeliane dicono di aver offerto agli abitanti un luogo alternativo, ma i residenti di Khan al-Ahmar rilevano che si trova nei pressi di una discarica.

I palestinesi di Khan al-Ahmar hanno giurato di non lasciare mai la propria terra.

“Abbiamo vissuto qui dal 1951. Mio nonno, mio padre ed io,” ha detto a Middle East Eye Faisal Abu Dawoud, un abitante di 43 anni. “È impossibile per noi lasciare questo posto. Anche se ci arrestano tutti e ci buttano fuori, torneremo.”

Khan al-Ahmar  è stato per lo più edificato con lamiere precarie e strutture di legno, come avviene tradizionalmente nei villaggi beduini.

Il sottosegretario inglese per il Medio Oriente, Alistair Burt, in maggio l’ha visitato e ha chiesto al governo israeliano di dare prova di moderazione.

Ha messo in guardia che ogni trasferimento forzato “potrebbe configurarsi come  trasferimento forzato di persone di competenza delle Nazioni Unite.”

Un simile atto sarebbe considerato una violazione della Convenzione di Ginevra, e quindi un crimine di guerra.

Anche la Francia ha bocciato i progetti israeliani per la comunità palestinese.

“I villaggi si trovano anche in una zona che è essenziale per la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e quindi per la realizzazione di una soluzione dei due Stati, che oggi viene minacciata dalla decisione delle autorità israeliane,” ha detto in un comunicato la portavoce del ministero degli Esteri francese, Agnes Von Der Muhll.

Khan al-Ahmar si trova ad est di Gerusalemme, nei pressi di parecchi grandi blocchi di colonie israeliane e vicino all’autostrada per il Mar Morto.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Gli aiuti umanitari di Israele ai profughi siriani

Non c’è nulla di sincero negli aiuti umanitari di Israele ai siriani

L’uso degli aiuti per occultare le responsabilità israeliane riguardo a occupazione e violazioni dei diritti umani non è nuovo

Middle East Eye

Abir Kopty

Lunedì 2 luglio 2018

La scorsa settimana l’esercito israeliano ha emesso un comunicato sulla consegna di aiuti umanitari a migliaia di profughi siriani. Secondo tale comunicato, gli aiuti includono tende, cibo, apparecchiature sanitarie e indumenti e sono stati spediti in diversi luoghi del lato siriano delle Alture del Golan occupate, dove migliaia di siriani vivono in campi, dopo essere fuggiti dai bombardamenti di Daraa.

Se sostituiamo Israele e Siria con, per esempio, Indonesia e Filippine, questa notizia sarebbe assolutamente normale ed anche positiva. Ma si tratta di Israele e sta mandando aiuti ad un popolo la cui terra – le Alture del Golan – continua ad occupare dal 1967.

Sistema di occultamento

L’uso degli aiuti umanitari per occultare le responsabilità israeliane riguardo a occupazione e violazioni dei diritti umani non è nuovo. Dal Nepal ad Haiti, all’Uganda o alle Fiji, a questi aiuti umanitari è sempre seguito uno sforzo propagandistico per dire al mondo quanto “Israele è umano”, il che è ben lontano dalla realtà.

Qualche anno fa è circolato un video che mostrava i volontari di IsraAID, l’agenzia israeliana per gli aiuti umanitari, che fornivano assistenza ai rifugiati siriani arrivati sulle coste greche. Anche se i volontari ripresi nel video potevano avere buone intenzioni nell’aiutare il prossimo, sono diventati parte della propaganda di occultamento di Israele.

Il video illustrava bene come Israele riesce a sfruttare i momenti più drammatici della vita dei rifugiati siriani, quando annaspano a riva dopo un terribile viaggio per mare, per usarli ai fini del suo programma di marketing. Non si tratta solo del diffuso fenomeno di salvatori “bianchi” che sfruttano le sofferenze delle vittime per farsi pubblicità, ma si tratta anche dell’obbiettivo di Israele di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla sua disumanità, brutalità e razzismo in casa propria – nei confronti dei palestinesi.

Il concetto di aiuto umanitario è sempre stato sopravvalutato. Da un lato, per le vittime in difficoltà, l’aiuto umanitario fornisce soccorso immediato e salva le vite. Inoltre può rafforzare la solidarietà tra Nazioni e unificare i popoli. D’altro lato, solleva la questione dell’iniqua distribuzione della ricchezza e del potere nel mondo.

In molti casi i Paesi che forniscono aiuto hanno interesse ad evitare, per esempio, un afflusso di rifugiati al loro interno. Nel caso dell’aiuto israeliano ai siriani, questo interesse certamente sussiste, accanto all’obiettivo di occultamento.

L’ aiuto umanitario da parte di Israele, uno Stato occupante che pratica l’apartheid, non può essere considerato un gesto disinteressato. Farà sempre emergere ciò che con esso Israele vuole nascondere. Se Israele fosse sincero riguardo alle proprie motivazioni umanitarie, dovrebbe cominciare da casa sua.

La beneficenza inizia a casa propria

Ci sono circa 1,5 milioni di rifugiati palestinesi che vivono con grave disagio in campi profughi in tutta la regione. Hanno passato le stesse vicissitudini che adesso stanno affrontando i siriani. Da più di 70 anni Israele continua a negare il loro diritto a ritornare nella loro patria.

La Striscia di Gaza subisce un assedio brutale da 12 anni. Israele imprigiona due milioni di palestinesi a Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, controlla cibo e merci che entrano a Gaza ed in passato ha utilizzato un calcolo delle calorie per limitare l’arrivo del cibo per i palestinesi a Gaza. Di tanto in tanto bombarda Gaza ed ha scatenato tre guerre che hanno causato quasi 4.000 vittime palestinesi.

Negli ultimi tre mesi l’esercito israeliano ha sparato contro manifestanti disarmati a Gaza, uccidendo oltre 130 persone che protestavano pacificamente. La detenzione di minori, il divieto di libertà di movimento, la demolizione di case e la deportazione di comunità sono alcune delle prassi quotidiane di Israele.

Se si possono elencare le innumerevoli violazioni nei confronti dei palestinesi, sia di quelli nei territori palestinesi occupati che di coloro che hanno la cittadinanza israeliana, è anche importante non dimenticare il razzismo israeliano verso la sua stessa popolazione ebraica non bianca e le pratiche disumane contro i rifugiati africani arrivati in Israele in fuga dai conflitti nei loro Paesi.

All’inizio di quest’anno il governo israeliano ha annunciato l’intenzione di espellere con la forza decine di migliaia di richiedenti asilo africani. Quei richiedenti asilo provengono per la maggior parte da Eritrea e Sudan. Questi migranti non sono ebrei e perciò Israele li considera una minaccia demografica contro la sua ossessione di mantenere una maggioranza ebraica in Israele. Essi subiscono razzismo e disprezzo a tutti i livelli, dall’essere cacciati dalle strade all’istigazione politica e religiosa.

Un Paese razzista caratterizzato da gravissime responsabilità riguardo a crimini di guerra, violazioni dei diritti umani, occupazione militare, incarcerazione ed uccisione di minori, isolamento di un’intera popolazione in una prigione a cielo aperto, distruzione di comunità e respingimento di richiedenti asilo in difficoltà per il fatto che non sono ebrei, non può essere considerato sincero  nell’ offerta di aiuto umanitario ai siriani o a chiunque altro, perché la moralità non si può dividere a metà: o esiste o non esiste.

Abir Kopty è una scrittrice palestinese e studentessa di dottorato. 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’ autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Ebrei USA abbandonano un viaggio organizzato di “Birthright”

Ebrei USA abbandonano un viaggio organizzato di “Birthright” per protestare contro il fatto che nasconde la verità sull’occupazione israeliana

Abbandono del controverso progetto in diretta streaming da parte di cinque americani per andare invece a visitare Hebron con l’ong “Breaking the Silence”

Middle East Eye

 

Redazione di MEE- sabato 30 giugno 2018

Giovedì cinque ebrei americani che visitavano Israele come parte del progetto “Birthright” [Diritto di nascita] hanno abbandonato il viaggio organizzato per protestare contro il modo in cui viene trattata l’occupazione della Cisgiordania.

Invece i giovani, che partecipavano insieme al viaggio gratuito di 10 giorni destinato ad attirare ebrei da tutto il mondo perché vadano a vivere in Israele e prendano la cittadinanza israeliana, hanno visitato la città cisgiordana di Hebron guidati dalla Ong “Breaking the Silence” contraria all’occupazione.

Israele “non sta fornendo il tipo di formazione di cui abbiamo effettivamente bisogno…e racconta una storia di parte,” ha detto uno di quelli che hanno lasciato il tour. “Non è corretto, e noi abbiamo diritto alla verità.”

“Breaking the Silence” è stata creata da veterani dell’esercito israeliano che vogliono accrescere la consapevolezza sugli effetti dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e del suo assedio della Striscia di Gaza.

Hebron, la principale città della Cisgiordania, è una zona calda in cui gli israeliani si sono illegalmente insediati nel centro della città, escludendo i palestinesi da intere aree.

In un comunicato reso noto dai giovani dopo che hanno abbandonato il viaggio organizzato, gli americani affermano che “Birthright” non si è affrontato le loro domande in modo sincero.

“Ognuno di noi è venuto separatamente a [fare] questo viaggio sperando che – soprattutto alla luce delle recenti uccisioni di più di 100 manifestanti a Gaza e dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme da parte di Trump – “Birthright” avrebbe dato sufficientemente fiducia ai partecipanti per fornirci una formazione corretta,” afferma il comunicato.

“Siamo arrivati con domande su quello che sta succedendo nei territori occupati e volevamo confrontarci con prospettive nuove, ma quello che è risultato chiaro nel corso dei 10 giorni è stato che “Birthright” non aveva intenzione di confrontarsi con le nostre domande in modo sincero,” aggiunge.

“È chiaro che giovani ebrei che fanno domande scomode su Israele non sono i benvenuti a “Birthright”. È scioccante che, viste tutte le recenti violenze, “Birthright” continui ad agire come se non potessimo affrontare la verità.”

Politico o apolitico?

Il quintetto ha messo in streaming su Facebook il proprio abbandono e le immagini li mostrano mentre discutono con organizzatori e partecipanti a “Birthright”.

Nel video dal vivo una dei cinque, Katie Anne, dice: “’Birthright’ ci ha dato una cartina di Israele che non indica la Cisgiordania (benché) il direttore della nostra organizzazione ‘Birthright’ abbia ammesso che la maggioranza delle mappe in Israele (la) includa. Continuano a dire che sono apolitici, ma questo fatto è chiaramente di destra.”

Nelle riprese si vede un organizzatore di “Birthright” che cerca di distrarre altri partecipanti e blocca una dichiarazione letta a voce alta, affermando che non è corretta nei confronti suoi e del resto del gruppo.

Ha accusato i cinque di usare un “astuto stratagemma” e dice che le loro azioni non sono accettabili.

In risposta alla posizione degli americani, “Birthright” ha insistito che si tratta di un progetto apolitico.

L’organizzazione ha affermato: “Dato che rispettiamo la capacità dei nostri partecipanti di farsi un’opinione autonoma, rifiutiamo la promozione di qualunque programma e tentativo di manipolazione della provocazione di qualunque tendenza politica.”

Tuttavia a novembre il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che “Birthright” ha dato istruzioni al proprio personale di evitare di organizzare incontri tra i partecipanti e palestinesi con cittadinanza israeliana.

Uno dei principali finanziatori di “Birthright” è Sheldon Adelson, che ha fatto miliardi di dollari con le sue case da gioco ed è un aperto sostenitore del governo di destra israeliano e del partito Repubblicano USA.

“La richiesta dello schieramento israeliano favorevole all’occupazione che la diaspora ebraica appoggi ciecamente il regime militare nei territori sta allontanando una generazione di ebrei progressisti,” ha affermato “Breaking the Silence”.

“Ma mentre il governo di estrema destra israeliano sta spezzando i rapporti tra Israele e gli ebrei della diaspora, noi stiamo costruendo nuovi ponti basati sui valori dell’uguaglianza e della democrazia.”

“Siamo contenti di rispondere all’invito dei partecipanti a “Birthright” e di invitare chiunque visiti Israele o i territori occupati a partecipare a un viaggio nei luoghi in cui abbiamo fatto il servizio militare e vedere il costo morale di opprimere milioni di palestinesi sotto regime militare,” ha detto.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Repressione proteste a Gaza

Berretti da baseball e abiti civili: anche Hamas ha i suoi soldati in borghese

 

Questa settimana membri di Hamas hanno disperso in modo violento una manifestazione a Gaza contro la divisione politica dei palestinesi ed hanno aggredito i manifestanti che cercavano di fotografarli mentre lo facevano

Haaretz

Amira Hass

29 giugno 2018

Lunedì decine di uomini con in testa kefiah e berretti bianchi da baseball hanno fatto irruzione in una manifestazione che si svolgeva nel centro della città. Sembra l’inizio di un articolo su un’altra protesta dispersa a Ramallah dalle forze di sicurezza in borghese dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma in realtà ciò che è successo lunedì è avvenuto a Gaza City. Era una manifestazione di poche centinaia di persone che chiedevano la fine della divisione politica tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e la revoca delle misure punitive che il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha imposto a Gaza.

I manifestanti, come anche giornalisti e associazioni per i diritti umani, sono convinti che dietro alle violenze per interrompere la manifestazione vi fosse il governo de facto di Gaza; in altri termini, Hamas. Ma Hamas e il ministero dell’Interno di Gaza, controllato da Hamas, negano ogni coinvolgimento.

Siti di informazione riferiscono che l’iniziativa della manifestazione proveniva dalla commissione per i prigionieri di Fatah.

Ad uno sguardo superficiale, sembra che questi manifestanti intendessero “rispondere” alle manifestazioni in Cisgiordania contrapponendosi alla divisione politica – la situazione di due governi palestinesi paralleli. A Gaza la richiesta di porre fine alla divisione è uno slogan che viene attribuito soprattutto ai sostenitori di Fatah e agli oppositori di Hamas, in quanto implica il ripristino del controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese su Gaza.

Ma gli ex prigionieri in Israele di tutti i movimenti palestinesi hanno contribuito ad organizzare la protesta a Gaza. Inoltre, uno dei partecipanti alla manifestazione non era altri che Tawfiq Abu Naim, il capo delle forze di sicurezza nella Striscia.

Abu Naim è sopravvissuto ad un attentato alla sua vita in ottobre, attribuito sia allo Stato Islamico che ad Israele. Nel 1989 è stato incriminato in Israele per aver partecipato alla fondazione dell’ala militare di Hamas e per l’uccisione di palestinesi sospettati di collaborare con Israele. È stato condannato all’ergastolo e poi rilasciato nell’ambito dello scambio di prigionieri con Gilad Shalit nel 2011.

Secondo un comunicato stampa di Hamas, alcuni prigionieri di Hamas rilasciati hanno aiutato ad organizzare la manifestazione e Abu Naim avrebbe dovuto parlare durante la protesta, ma il suo discorso è stato annullato a causa dell’opposizione di alcuni manifestanti. Comunque il messaggio era chiaro. Dopotutto, non ha senso che ex detenuti di Hamas, che hanno contribuito ad organizzare la manifestazione, siano responsabili della sua violenta repressione. Loro, ed in particolare quelli rilasciati in cambio di Shalit, sono stati tra i primi danneggiati dalle misure punitive a Gaza da parte di Abbas.

Circa un anno fa Abbas ha sospeso i loro sussidi mensili e – nonostante le proteste e le promesse – questi pagamenti devono ancora essere ripristinati. Nella società palestinese i sussidi mensili sono considerati un adeguato compenso per il sacrificio dei militanti [che lottano] contro l’occupazione e delle loro famiglie; in special modo quando questi militanti dopo il loro rilascio non hanno ottenuto un lavoro ufficiale con un salario.

Violenta parodia

Secondo il Centro Palestinese per i Diritti Umani, con sede a Gaza City, gli individui con i berretti bianchi da baseball sono comparsi subito dopo l’inizio della protesta. Alcuni sono usciti da una moschea lì vicino. Portavano cartelli e gridavano: “Il popolo vuole che Abbas se ne vada” – un’eco degli slogan del Cairo nel gennaio 2011, quando era presidente Hosni Mubarak [si riferisce alle proteste di piazza Tahrir e alla cacciata di Mubarak, ndtr.].

Sembra una parodia della repressione della manifestazione a Ramallah del mercoledì precedente, in cui dei giovani che indossavano berretti da baseball di Fatah hanno attaccato i manifestanti.

Una parodia molto violenta.  I manifestanti hanno rifiutato la richiesta degli organizzatori di “di gridare slogan unitari.” Sono scoppiati scontri e poi, come scritto nel rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani, agenti di sicurezza in borghese ed alcuni degli uomini coi berretti bianchi da baseball hanno distrutto il palco ed aggredito alcuni partecipanti.

Chiunque cercasse di fotografare o filmare ciò che stava succedendo veniva aggredito dagli agenti in borghese e costretto a cancellare le fotografie. “Quando ho filmato gli attacchi, circa quattro uomini in abiti civili mi si sono avvicinati e mi hanno ordinato di dargli il mio telefonino”, ha detto un attivista di un gruppo per i diritti umani.

“Mi sono rifiutato e allora altri due tipi sono venuti verso di me con dei bastoni in mano. Li ho seminati e sono andato verso un gruppo di civili che poi si sono rivelati essere membri delle forze di sicurezza; si sono qualificati come tali”, ha aggiunto.

“Io mi sono presentato a loro come membro di un gruppo per i diritti umani che ha il diritto di filmare. Ma questo non gli ha impedito di minacciarmi che mi avrebbero arrestato, mi hanno spintonato, ammanettato e hanno preso il mio cellulare.”

Il telefonino è stato restituito dopo che sono state cancellate le fotografie.

Barbe e pistole

Anche un giornalista di una trasmittente radiofonica palestinese ha detto che agenti in borghese gli hanno strappato il telefonino mentre stava filmando gli avvenimenti. Ha detto ad un ricercatore sul campo del Centro Palestinese per i Diritti Umani che la maggior parte degli individui che sono intervenuti nella manifestazione aveva la barba; secondo lui erano chiaramente militanti di Hamas.

Ha identificato i membri delle forze di sicurezza tra i dimostranti dalle pistole che nascondevano e dalle loro radio. Alcuni manifestanti hanno risposto a quelli che intervenivano con grida di “Con l’anima e il sangue ti redimeremo, Abbas.”

Il giornalista ha detto che un alto comandante delle forze di sicurezza di Hamas – che dalle riprese che non sono state cancellate risulta essere Abu Naim – è andato sul palco ed ha dichiarato che nessun membro delle forze di sicurezza era tra gli aggressori. Ma i manifestanti gli hanno gridato che non era vero: la piazza era piena di uomini delle forze di sicurezza. Il comandante se ne è andato e poi sono scoppiati gli scontri, ha detto il giornalista.

Le condanne da parte delle organizzazioni palestinesi, dell’associazione della stampa e dei portavoce di Fatah e dell’ANP in Cisgiordania non si sono fatte attendere. Il ministero dell’Interno di Gaza ha ripetutamente asserito che non solo non era coinvolto negli eventi, ma che aveva dato la sua approvazione alla manifestazione. Come ha detto Hamas in una dichiarazione, gli scontri sono scoppiati tra i manifestanti a causa della forte tensione a Gaza e dell’oppressione patita dalla popolazione.

Forse il ministero dell’Interno e Hamas sono stati talmente sofisticati da irrompere nella manifestazione senza rivendicare di averla repressa? Se il ministero dell’Interno era così favorevole alla protesta, come mai non ha fermato le persone che l’hanno aggredita? Oppure era davvero un’iniziativa personale di teste calde che per caso erano membri di Hamas?

Secondo alcuni partecipanti, gli uomini con i berretti da baseball, mentre attaccavano i manifestanti, gridavano: “Abbasso la laicità”. Pesanti accuse contro la laicità (quasi un sinonimo di “eresia”) venivano lanciate contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in generale, e soprattutto contro i gruppi di sinistra, ma anche contro Fatah, anche se molti dei suoi più importanti dirigenti sono credenti.

I manifestanti di mercoledì a Betlemme erano per lo più di sinistra; una settimana dopo la famosa protesta a Ramallah hanno sfidato l’ANP e si sono uniti alla richiesta di togliere le sanzioni a Gaza.

Questa volta la polizia palestinese ha evitato di interrompere la manifestazione, si è limitata a mantenere l’ordine, ha offerto acqua fresca ai manifestanti e li ha lasciati gridare i loro slogan.

Secondo le notizie di siti di informazione palestinesi, i manifestanti hanno elogiato Mohammed Def, il capo dell’ala militare di Hamas, hanno chiesto la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele ed hanno gridato slogan sprezzanti verso la lotta nonviolenta e a favore della ripresa della lotta armata.

Simili slogan si sentono abitualmente nelle manifestazioni di piccoli gruppi di giovani che si identificano con la sinistra – “dei laici”, per usare le parole di quelli che hanno interrotto la manifestazione di Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele e le politiche di Trump

Analisi: Israele ha ispirato la politica di Trump di separazione dalle famiglie?

Ma’an News

27 giugno 2018

di Ramzy Baroud

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è ” The Last Earth: A Palestinian Story” [L’Ultima terra: una storia palestinese]

Lo scorso maggio il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, Jeff  Sessions, ha annunciato la politica della “tolleranza zero” del governo ai posti di frontiera USA. E’ stata questione di qualche settimana prima che la nuova politica iniziasse a produrre tragiche conseguenze. Chi tentava di attraversare illegalmente il confine per entrare negli USA è stato sottoposto a un’incriminazione penale federale, mentre i figli gli sono stati tolti dalle autorità federali, che li hanno messi in strutture simili a gabbie.

Come prevedibile, questa politica ha provocato indignazione e alla fine è stata revocata. Tuttavia molti di quelli che hanno condannato l’amministrazione del presidente Trump sembrano ignorare deliberatamente il fatto che Israele ha portato avanti pratiche molto peggiori contro i palestinesi.

Di fatto molti all’interno della classe dominante americana, sia repubblicani che democratici, sono stati ammaliati per decenni dal modello israeliano. Per anni opinionisti hanno elogiato non solo la presunta democrazia israeliana, ma anche il suo apparato di sicurezza come un esempio da emulare. In seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 è fiorita una rinnovata storia d’amore con le strategie securitarie israeliane, grazie alle quali Tel Aviv ha rastrellato miliardi di dollari dei contribuenti americani in nome dell’aiuto per rendere sicuri i confini USA contro presunte minacce.

Un nuovo, persino più terribile capitolo della continua cooperazione è stato stilato poco dopo che il neo-eletto Trump ha reso noto il suo piano di costruzione di un “grande” muro sul confine USA – Messico. Ancor prima che le imprese israeliane cogliessero l’occasione per costruire il muro di Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha twittato a favore della “grande idea” di Trump, affermando che il muro di Israele è stato un “grande successo” perché “ha bloccato qualunque immigrazione illegale:”

“Uccelli dello  stesso piumaggio fanno uno stormo insieme”, dice un proverbio inglese. Netanyahu e Trump si sono mossi insieme per oltre un anno e mezzo in perfetta armonia. Purtroppo la loro affinità personale, lo stile opportunistico in politica e, in modo più preoccupante, i punti di contatto ideologici hanno peggiorato le cose. Nel caso di Israele, la parola “democrazia” non è certo appropriata. Tutt’al più, la democrazia israeliana può essere descritta come unica. L’ex-presidente della Corte Suprema dello “Stato ebraico”, Aharon Barak, avrebbe detto che “Israele è diverso dagli altri Paesi. Non solo è uno Stato democratico, ma anche ebraico.”

All’inizio di quest’anno, durante una conferenza a Tel Aviv, la controversa  ministra della Giustizia di Israele, Ayelet Shaked, ha proposto la sua personale versione dell’affermazione di Barak. “Israele è uno Stato ebraico,” ha detto. “Non è uno Stato per tutte le sue nazionalità. Cioè, uguali diritti per tutti i cittadini ma non uguali diritti nazionali.”

Per preservare la sua versione della “democrazia”, Israele deve, in base alle parole di Shaked, “conservare una maggioranza ebraica anche a costo di una violazione dei diritti.”

Israele ruota il concetto di democrazia in qualunque direzione gli consenta di garantire la dominazione della maggioranza ebraica a spese dei palestinesi, gli abitanti originari del territorio, il cui crescente numero è spesso visto come una “minaccia demografica”, persino una “bomba”.

A tutt’oggi Israele non ha una costituzione formale. E’ governato da quella che è nota come “Legge fondamentale”. Non avendo un codice etico o un fondamento giuridico in base al quale può essere giudicato il comportamento dello Stato, il parlamento israeliano (la Knesset) è, di conseguenza, libero di stilare e imporre leggi che prendono di mira i diritti dei palestinesi senza doversi confrontare con nozioni quali la minaccia di ‘incostituzionalità’ delle leggi.

Una delle ragioni per cui la legge di Trump di separazione delle famiglie sul confine è fallita è che, nonostante i difetti nel loro sistema democratico, gli USA hanno una costituzione e una società civile relativamente forte che può utilizzare i codici etici e giuridici del Paese per sfidare il terribile comportamento dello Stato.

Invece in Israele questo non succede. Il governo investe molta energia e fondi per garantire la supremazia ebraica e stabilire contatti diretti tra le colonie ebraiche illegali (costruite su terra palestinese sfidando le leggi internazionali) e Israele. Allo stesso tempo investe altrettante risorse per la pulizia etnica dei palestinesi dalla loro terra, mantenendo ovunque le loro comunità separate e frammentate.

La triste verità è che quello a cui gli americani hanno assistito sul loro confine meridionale negli ultimi due mesi è quello che i palestinesi hanno provato come situazione quotidiana da parte di Israele negli ultimi 70 anni.

Il tipo di segregazione e separazione che le comunità palestinesi sopportano va persino oltre le tipiche conseguenze della guerra, dell’assedio e dell’occupazione militare. E’ una cosa sancita dalle leggi israeliane, fatte principalmente per indebolire, persino demolire la coesione della società palestinese.

Per esempio, nel 2003 la Knesset ha votato a favore della legge “Cittadinanza e ingresso in Israele”, che pone gravi limitazioni ai cittadini palestinesi di Israele che facciano richiesta di ricongiungimento familiare. Quando alcuni gruppi per i diritti umani hanno messo in discussione la legge, i loro tentativi sono falliti in quanto all’inizio del 2012 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore del governo.

Nel 2007 quella stessa legge è stata modificata per includere coniugi di “Stati ostili” – cioè la Siria, l’Iran, il Libano e l’Iraq. Non sorprende che i cittadini di alcuni di questi “Stati ostili” siano stati inclusi nel divieto di ingresso negli USA di Trump contro cittadini di Paesi in maggioranza musulmani.

E’ come se Trump stesse seguendo un modello israeliano, improntando le sue decisioni ai principi che hanno guidato le politiche israeliane verso i palestinesi per molti anni.

Persino l’idea di rinchiudere bambini in gabbia è israeliana, una pratica che è stata denunciata dal gruppo per i diritti umani “Commissione pubblica contro la tortura in Israele” (PCATI).

La politica, che a quanto si sostiene è stata sospesa,  ha consentito di rinchiudere detenuti palestinesi, compresi minori, in gabbie esterne, persino durante durissime tempeste invernali.

“Mettere in gabbia palestinesi”, tuttavia, è una vecchia prassi. Oggi il muro dell’apartheid israeliano separa i palestinesi dalla loro terra e segrega arabi ed ebrei su base razziale. Riguardo al caso di Gaza, tutta la Striscia, che ospita 2 milioni di persone, per lo più rifugiati, è stata trasformata in un’immensa “prigione a cielo aperto” di muri e fossati.

 

Mentre molti americani sono confortati dalla decisione di Trump di porre fine alla pratica della separazione familiare sul confine, i politici e i media USA dimenticano il destino dei palestinesi che hanno subito terribili forme di separazione per molti anni. Ancora più scioccante è il fatto che molti tra i repubblicani e i democratici vedano Israele non come un ostacolo per una reale democrazia, ma come un fulgido esempio da seguire.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Purezza razziale e coppie miste in Israele

I sostenitori della purezza razziale in Israele: uniti nel timore degli ebrei che amano non-ebrei

Se i politici effettivamente progressisti sperano di allontanare Israele dal baratro, dovranno impegnarsi a favore di ogni sorta di uguaglianza

Middle East Eye

 

David Sheen – Mercoledì 27 giugno 2018

Nel pomeriggio di un Sabbath [sabato ebraico, giorno di festa settimanale, ndtr.] alla fine di novembre del 2014 tre giovani membri della banda di strada israeliana razzista “Lehava” hanno fatto irruzione nell’unica scuola di Gerusalemme che non è segregata in base alla religione.

Dopo che uno dei suoi complici ha tracciato con lo spray sui muri della scuola graffiti con la scritta “Nessun matrimonio misto”, Yitzhak Gabay, 22 anni, ha dato fuoco alla scuola con il benzene che aveva portato con sé.

Un anno dopo un tribunale israeliano ha dichiarato colpevole Gabay di incendio e incitamento alla violenza razzista, vandalismo, possesso di armi e collaborazione con un gruppo terroristico. È stato condannato a tre anni e quattro mesi di carcere e rilasciato a febbraio.

La scorsa settimana Gabay era di nuovo in tribunale, per un altro caso di incendio. Questa volta non era presente come imputato, ma piuttosto come uomo libero, come sostenitore di altri presunti incendiari.

Un giudice si stava occupando del caso di altri due giovani israeliani imputati di essere entrati nel luglio 2015 di notte in un villaggio della Cisgiordania e di aver lanciato una bomba incendiaria nella casa di una famiglia palestinese, bruciando vivi il padre, la madre e un bambino di un anno. I media israeliani hanno fotografato Gabay tra i 20 giovani israeliani che sono andati in tribunale per deridere il nonno del bambino, gridandogli “Barbecue! Tuo nipote era sulla griglia!”

Chiaramente, per quanto Gabay abbia scontato una breve condanna in carcere, ciò non ha ridotto il suo odio per i palestinesi e per gli ebrei che vogliano vivere con loro come uguali e come amanti.

Purezza razziale

Per quanto deprimente, la macabra scena avrebbe potuto essere presa in considerazione e trasformata in un’occasione istruttiva. I dirigenti israeliani avrebbero potuto respingere pubblicamente l’insistenza di Gabay sulla purezza razziale ed esprimere solidarietà con le vittime – se non con i palestinesi sotto attacco solo per il fatto di esistere, almeno con gli ebrei e gli arabi che Gabay ha attaccato perché coesistono.

Invece quel giorno il ministro dell’Educazione israeliano si è comportato come un capo sensale di matrimoni e su twitter ha chiesto una “riunione mondiale in Israele degli ebrei non sposati.”

Memore del fatto che le famiglie miste sono vittime della violenza razzista, Naftali Bennett [il ministro dell’Educazione, ndtr.] ha cercato innanzitutto di impedire che ne esistano altre.

Indubbiamente sarebbe stato ingenuo aspettarsi una qualunque simpatia da parte del ministro dell’Educazione. Sotto la sua direzione, libri in cui si trovino relazioni sentimentali tra ebrei e palestinesi sono stati eliminati dalla lista di letture per la scuola.

“Casa Ebraica”, il partito politico guidato da Bennett, è stato all’avanguardia nei tentativi di eliminare quei pochi matrimoni misti esistenti in Israele. Gruppi di coloni di estrema destra affiliati al partito ricevono regolarmente finanziamenti pubblici per spostarsi dalla Cisgiordania occupata in Israele, nelle poche città in cui ebrei ed arabi vivono negli stessi quartieri, con l’obiettivo dichiarato di interrompere rapporti sentimentali tra ebrei e non ebrei.

Campagna globale

Ma Bennett non è solo intenzionato a sradicare l’amore interrazziale in Israele. Detiene anche la competenza sugli affari della diaspora, e utilizza i fondi di quel ministero per finanziare programmi intesi a convincere gli ebrei che vivono fuori da Israele a non frequentare non ebrei.

Nel 2015, assumendo questo incarico, ha chiesto che i finanziamenti governativi per questi programmi internazionali contro i matrimoni misti salissero da 4 a 50 milioni di dollari.

Ad essere onesti, non sono solo le fazioni d’estrema destra del governo ad odiare le famiglie multiculturali di Israele. Bentzi Gopstein, il leader di “Lehava”, che ha apertamente invocato l’incendio di chiese in tutto il Paese, è riuscito ad entrare alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] ed esporvi le sue opinioni suprematiste solo grazie al partito di governo del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Nel 2011 i deputati del Likud Tzipi Hotovely e Danny Danon hanno invitato Gopstein a un’audizione in una commissione della Knesset, quindi ha potuto senza alcun fondamento definire spregiativamente rapimenti i rapporti consensuali tra uomini palestinesi e donne ebree. Funzionari di polizia in servizio hanno affermato di non conoscere neanche un singolo caso di questo tipo. Tuttavia i sostenitori di Gopstein alla Knesset oggi sono le due figure più importanti del governo dal punto di vista diplomatico: Hotovely è ministra degli Esteri ad interim e Danon è ambasciatore alle Nazioni Unite.

Gli accoliti e le accolite di Gopstein vanno a protestare ai matrimoni tra arabi ed ebrei e pattugliano le città in Israele per molestare coppie interrazziali, sperando di evitare del tutto che avvenga anche uno solo di questi rari matrimoni.

Per anni queste attività contro i matrimoni misti sono state finanziate dallo stesso governo israeliano. Dopo che il giornalista d’inchiesta Uri Blau lo ha rivelato nel 2011, il flusso di denaro del governo si è interrotto.

Da allora, “Lehava” è stato finanziato dalla famiglia Falic [miliardari della Florida, ndtr.], che è anche il maggior donatore delle campagne elettorali di Benjamin Netanyahu.

La “piaga” di Herzog

Non dovrebbe sorprendere che in Israele il campo della dominazione (sostenitori di una soluzione di uno Stato unico dell’apartheid) e quello dell’eliminazione (quelli che vogliono uno Stato dell’apartheid con la pulizia etnica dei non ebrei) vorrebbero eliminare ogni possibilità che gli ebrei dormano con i loro cosiddetti nemici.

Ma cosa dire del campo israeliano della segregazione? Cosa fanno i sostenitori della soluzione dei due Stati – sionisti etichettati come progressisti –  per proteggere i diritti di ogni cittadino israeliano di innamorarsi, sposarsi e fare figli con chiunque il loro cuore voglia, indipendentemente dalla razza o dalla religione?

Domenica il deputato del partito Laburista Yitzhak Herzog ha annunciato che avrebbe dato le dimissioni dalla Knesset. Facendosi da parte dopo cinque anni come leader dell’opposizione, ha messo in chiaro che le sue simpatie non vanno alle assediate famiglie miste di Israele, ma semmai ai razzisti che passano notti in bianco cercando di escogitare il modo per contrastare i matrimoni misti tra ebrei e non ebrei.

Il giorno in cui è stato scelto per dirigere la parastatale “Agenzia Ebraica” – spesso definita come il governo della comunità ebraica internazionale –  Herzog ha indicato le sue principali priorità, facendo un elenco dei problemi che sentiva più importanti da affrontare. Come ha spiegato al sito di notizie israeliano Ynet:

“Le racconterò un’esperienza personale. La scorsa estate ho fatto un viaggio con (mia moglie) negli USA. Per le vacanze. Mi sono diplomato in una scuola ebraica di New York. E siamo andati a trovare degli amici. Ho molti amici negli USA.  Ed ho trovato qualcosa che ho definito una vera piaga. Ho visto i figli dei miei amici sposati o insieme a compagni non ebrei! E i genitori si battevano il petto e si facevano domande, e stavano soffrendo. Senta, si tratta di ogni famiglia (ebrea) negli USA! E stiamo parlando di milioni! E allora ho detto che ci deve essere una campagna, una soluzione. Dobbiamo spremerci il cervello per trovare il modo di risolvere questa grande sfida.”

Leggendo il reportage di Ynet sulle osservazioni di Herzog in ebraico, ho twittato che egli ha chiamato i rapporti sentimentali tra ebrei e non ebrei negli USA “una vera piaga” per cui sperava di trovare una “soluzione”.

Herzog ha subito risposto, twittando che Ynet lo aveva citato in modo errato. Così ho scaricato il file video dell’intervista e guarda un po’: la trascrizione di Ynet delle affermazioni di Herzog contro i matrimoni misti era stata assolutamente corretta. Quindi Herzog ha definito le famiglie interrazziali come un morbo, intendendo forse che la purezza razziale dovrebbe essere la cura adeguata per il popolo ebraico.

Se vi stupite del fatto che presunti progressisti come Herzog possano denigrare relazioni interrazziali, non dovreste farlo.

Altri politici israeliani che si definiscono di centro – compresi Yair Lapid ed Elazar Stern di “Yesh Atid”, così come, tra gli altri, il vice-ministro degli Affari Esteri Michael Oren [della lista centrista “Kulanu”, ndtr.], hanno anche loro parlato in termini denigratori dei matrimoni misti.

Separatisti progressisti

Ma abbracciare apertamente in ebraico una simile retorica razziale – e fare poi una debole retromarcia una volta che è stata svelata in inglese – lascia prevedere una fine ingloriosa per il lavoro ipocrita di Herzog come leader dell’opposizione.

Nell’ultimo decennio, Israele è stato guidato da governi Netanyahu sempre più razzisti, forse i più razzisti nella storia del Paese. Herzog ha passato un lungo periodo del suo mandato come dirigente di quell’opposizione parlamentare che cerca di diventare il socio di minoranza di Netanyahu.

Secondo informazioni giornalistiche, Herzog voleva entrare nel governo e guidare il ministero degli Esteri, dove avrebbe potuto presentare un aspetto più accettabile a livello internazionale delle politiche razziste di Netanyahu.

Con la sua visione rivolta alla purezza del popolo ebraico, Herzog sta tornando alle sue radici familiari. Settantacinque anni fa il nonno da cui ha preso il nome – Isaac HaLevi Herzog, l’allora rabbino capo della comunità ebraica in Palestina, –  fondò il “Comitato per la Difesa dell’Onore delle Figlie di Israele” per combattere i matrimoni misti.

In quel clima di odio e isteria, le donne ebree che frequentavano uomini non ebrei – sia cristiani che musulmani – erano vessate, picchiate, torturate sessualmente e a volte persino uccise. Nessuno è mai stato punito, arrestato, imputato, e nemmeno indagato per quei crimini efferati.

Patriarchi che vigilino sulla vita sessuale dei propri figli non sono un’invenzione del sionismo del XX^ secolo, né sono un’esclusiva della religione ebraica. Ma mentre Israele pretende di definirsi una democrazia, proibisce ai suoi cittadini di sposarsi tra loro se i rispettivi genitori sono registrati con religioni diverse.

Questa particolare caratteristica del Paese venne inserita nella legge da David Ben Gurion, il padre fondatore di Israele e suo primo capo del governo – del campo laburista. E ora, addirittura 70 anni dopo, i dirigenti progressisti di Israele vedono ancora le eccezioni alla regola, le poche famiglie che sopravvivono e si sviluppano sotto queste avverse condizioni, come vera e propria incarnazione di una malattia.

Benché il suo intervistatore di Ynet lo incoroni come neo-eletto “primo ministro del popolo ebraico”, è estremamente improbabile che Isaac Herzog abbia una maggiore influenza sulle abitudini in camera da letto degli ebrei fuori da Israele di quella che ha avuto sulle abitudini elettorali degli ebrei all’interno del Paese – vale a dire, veramente poca.

Sprofondato nell’odio

Ma la generalizzata opinione contro i matrimoni misti che Herzog ha intercettato rimane una forza potente. Sabato sera, mentre camminavo per la strada nel sud di Israele con la mia compagna non ebrea, a meno di cinquanta passi dal nostro appartamento un uomo che non avevamo mai visto prima ci ha fissati e ha sputato verso di noi mentre gli passavamo vicino. Non è stata la prima volta che ciò è accaduto, e probabilmente non sarà l’ultima.

Herzog non è, e non potrà mai essere, “il primo ministro del popolo ebraico”. Qualunque ebreo descriva le famiglie tra ebrei e gentili come una “piaga” – o qualcosa in meno che membri apprezzati delle nostre comunità – non è degno di servirci un piatto di hummus, figuriamoci di prestare servizio in un qualunque ruolo dirigente in Israele, America o altrove.

Se i politici veramente progressisti sperano di allontanare Israele dal baratro, allora dovranno opporsi a qualunque tipo di supremazia e difendere qualunque forma di uguaglianza. Qualunque altra cosa garantirebbe solo che la persona che alla fine sconfiggerà Netanyahu alle elezioni erediterà un Paese ancora più sprofondato nell’odio.

– David Sheen è un giornalista e regista indipendente nato in Canada, ora corrispondente da Israele-Palestina. Il suo lavoro si concentra principalmente sulle tensioni razziali e l’estremismo religioso. Nel 2017 Sheen è stato dichiarato da “Front Line Defenders” [Difensori in prima linea], con sede in Irlanda, difensore dei diritti umani per il suo lavoro di informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Festival tedesco contro gruppo musicale a favore del BDS

Un festival artistico tedesco prima revoca poi rinnova l’invito ai “Young Fathers”

Il dietrofront del festival arriva dopo che il gruppo era stato liquidato per il suo sostegno a un’organizzazione filo-palestinese

The Guardian

Philip Oltermann da Berlino

Martedì 26 giugno 2018

Un importante festival tedesco di musica e arte è stato messo in subbuglio dopo che i suoi organizzatori hanno revocato – e poi rinnovato –  l’invito al gruppo scozzese “Young Fathers” per il suo sostegno al movimento filo-palestinese Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

All’inizio del mese la direttrice artistica della “Ruhrtriennale”  ha annunciato che il trio britannico di hip-hop  sarebbe stato tolto dal programma del festival, che si svolge dal 18 agosto al 30 settembre.

In un comunicato Stefanie Carp ha affermato che, benché non creda che criticare le politiche del governo israeliano sia antisemita, il gruppo, vincitore del premio “Mercury” [importante premio musicale britannico assegnato al miglior disco dell’anno, ndtr.],  “purtroppo non ha preso le distanze dal BDS”.

Ma giovedì gli organizzatori del festival hanno fatto una svolta a 180 gradi. Non solo hanno invitato i Young Fathers, ma li hanno anche invitati a spiegare la loro posizione sul palco.

“In quanto tedesca, ovviamente è difficile per me essere messa in rapporto con un movimento che boicotta Israele,” ha detto Carp. “Ma io ho invitato i Young Fathers e non il BDS.”

Un portavoce della Ruhrtriennale ha detto a “The Guardian” che i Young Fathers li hanno informati di non poter accettare il nuovo invito.

Alcuni artisti che inizialmente si erano ritirati dalla Ruhrtriennale in solidarietà con il gruppo scozzese, compreso il chitarrista libanese Sharif Sehnaoui, hanno detto di aver accettato di essere inseriti nel programma del festival. Gli organizzatori della Ruhrtriennale hanno detto che gli altri eventi andranno avanti come previsto, con in più un dibattito sulle ragioni alla base di queste reazioni.

Comunque in Germania il dietrofront di Carp è stato criticato  da organizzazioni ebraiche locali e da Isabel Pfeiffer-Poensgen, ministra della Cultura dello Stato Nord-Reno Wstphalia.

“Non si può escludere che questa decisione darà alla campagna BDS una tribuna alla Ruhrtriennale,” ha detto  Pfeiffer-Poensgen. “In un momento di incremento dei delitti di antisemitismo ed altri incidenti, purtroppo anche nel Nord-Reno Wstphalia, questo è un segnale sbagliato.”

Nel corso degli  ultimi 10 mesi sindaci di città tedesche, comprese Berlino, Monaco e Francoforte, hanno messo in relazione l’appello del BDS al boicottaggio contro Israele a pratiche del periodo nazista. Ci sono state richieste di mettere al bando l’uso di spazi pubblici per le attività del BDS.

In una lettera a “The Guardian” 75 artisti e personaggi della cultura  hanno criticato quello che ritenevano essere un “tentativo di imporre un condizionamento politico ad artisti che appoggiano i diritti umani dei palestinesi,” descrivendo la decisione iniziale di togliere dal programma i Young Fathers come “censura, persecuzione e repressione.”

I firmatari della lettera includono Patti Smith, che si è esibita alla Ruhrtriennale nel 2005, e i Massive Attack, che hanno suonato al festival nel 2013 [e tra gli altri anche i musicisti Brian Eno, Peter Gabriel e Roger Waters, gli intellettuali Judith Butler, Noam Chomsky, Angela Davis, Alice Walker, Desmond Tutu, Naomi Klein e Eyal Weizman, i registi e attori Aki Kaurismaki Mike Leigh, Ken Loach, Mira Nair, Julie Christie e Viggo Mortensen, ndtr.].

L’esibizione dei Young Fathers è l’ultima di una serie di concerti recentemente annullati in Germania in relazione con l’appoggio di artisti al movimento BDS. Nel 2017 i Young Fathers sono stati una delle numerose band che si sono ritirate dal festival “Pop-Kulture” di Berlino, dopo che si è scoperto che l’ambasciata israeliana ha regalato 500 € per contribuire a coprire le spese di viaggio di artisti provenienti da Israele. L’ambasciata israeliana era indicata come partner sui manifesti dell’evento.

Il musicista britannico Richard Dawson, così come gli artisti di “Shopping” e Gwenno , si sono ritirati dal programma del festival “Pop-Kultur” di quest’anno, con quest’ultima che ha citato l’uccisione di palestinesi a Gaza da parte delle forze di frontiera israeliane come una delle ragioni per annullare la sua apparizione.

Lo scorso settembre la poetessa e performer inglese Kate Tempest ha annullato un concerto al teatro ” Volksbühne” di Berlino in seguito a quelle che il suo manager ha definito “minacce personali via mail e sulle reti sociali” per il suo appoggio al movimento BDS.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Farsi una canna nella base militare in Israele

Farsi una canna nella base militare in Israele

Forse i soldati si rendono conto che c’è qualcosa di totalmente sbagliato nel prestare servizio in un’istituzione il cui compito è opprimere 4 milioni di persone

Haaretz

Amira Hass |

26 giugno 2018

Il consumo di cannabis tra i soldati israeliani (sia nell’esercito che in servizio di leva) è in aumento. Secondo un articolo del quotidiano Yediot Ahronoth [quotidiano di centro, uno dei più letti in Israele, ndtr.] , basato su un’indagine dell’Autorità anti droga di qualche mese fa,  nel 2017 non meno del 54% delle truppe ne faceva uso.

Come dovremmo interpretare l’aumento dell’uso di marijuana e hashish tra i soldati? Forse tutti i discorsi sulla legalizzazione lo hanno agevolato? Si tratta di una politica più flessibile di repressione e punizione dei fumatori nell’esercito? L’articolo di Yedioth non prende in esame le motivazioni del maggior uso, perciò dobbiamo basarci su ipotesi.

Il giornalista, Amir Shouan, ha parlato con soldati di entrambi i sessi in diverse unità ed ha appreso che ci sono anche comandanti che si drogano e comandanti che sanno quali tra i loro soldati fanno uso di cannabis. E ci sono soldati che guadagnano soldi facili utilizzando applicazioni per vendere hashish. Gli spacciatori fanno persino sconti ai soldati.

L’uso di droga non si limita ai periodi di licenza. “In molte unità, alcune delle quali operative e riservate, fumare cannabis è diventato un fatto diffusopersino all’interno delle stesse basi”, scrive Shouan.

L’istinto immediato è trovare una spiegazione positiva al fenomeno. I soldati, per quanto giovani e programmati, si rendono conto che quello che stanno facendo è male: irrompere nelle case; svegliare i bambini nel cuore della notte puntandogli contro i fucili; sparare agli abitanti di quella prigione che è Gaza, che siano manifestanti, pescatori, pastori o agricoltori; proteggere le demolizioni delle case e dei serbatoi d’acqua della gente; o rimanere passivi in base agli ordini mentre ebrei mascherati attaccano pastori e contadini palestinesi.

Una sorta di conferma di questa interpretazione viene da una soldatessa di nome Shira, che ha detto a Shouan di soffrire di turbe emotive a causa del suo servizio militare. “E allora la sola cosa che ti aiuta è  drogarti. La cannabis ti aiuta a rilassarti, a sopportare il dolore – mentale e fisico – e i pensieri. E quando lo fai con un’altra persona, quando c’è qualcuno che ti è complice nel reato, per un momento dimentichi tutti i tuoi problemi.”

Yuval, un soldato in prima linea, spiega perché i soldati si drogano: “E’ un modo gradevole, divertente, per sopportare la situazione. A volte molte cose non hanno senso, ordini noiosi o tutte quelle cose che dobbiamo fare e con cui non siamo d’accordo. Quando sei fatto, ti butti tutto alle spalle. Dici ‘tutto bene, fantastico.”

I pensieri, il dissenso: Bertolt Brecht scrisse una poesia ottimista nel 1938, intitolata “Generale, il tuo carro armato…”: “Generale, l’uomo può fare di tutto / può volare e può uccidere / ma ha un difetto / può pensare.”

Forse i soldati si rendono conto che c’è qualcosa di essenzialmente sbagliato nel prestare servizio in un’istituzione il cui compito è opprimere 4 milioni di persone che si oppongono al governo da dittatura militare che è loro imposto. Forse la droga li aiuta a coprire l’ipocrisia. I soldati sono dipinti come i difensori del popolo, mentre sanno che la loro missione è assicurare la tranquillità e l’espansione dell’impresa di colonizzazione.

L’interpretazione ottimistica suggerisce che i soldati sperimentano in ogni istante il contrasto tra la pretesa moralità di Israele e ciò che in realtà si richiede loro di fare. Sballarsi attenua piacevolmente la vergogna. Il crescente uso di cannabis deriva da un diffuso senso di colpa.

L’interpretazione pessimistica ci ricorda che siamo molto lontani dal 1938, e che Brecht si sbagliava. I soldati pensano che i loro generali abbiano ragione. Si identificano con il loro ruolo e la loro missione, ed anche con Israele. Cercano solo un modo per migliorare le proprie prestazioni.

Uno dei danni emotivi attribuiti all’uso della cannabis è l’aumento dell’aggressività. In un esercito come il nostro, che deve continuamente ricordare a chi è assoggettato che il suo giusto ed eterno posto è in basso, l’aggressività personale non è un difetto. Fa parte dello schema di lavoro.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi feriti ‘puniti’ per aver protestato a Gaza

Mersiha Gadzo e Anas Jnena

18 giugno 2018, Al-Jazeera

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che Israele ha concesso solo a un terzo dei dimostranti feriti il permesso di attraversare il checkpoint di Erez per essere curati

 

Il solo modo in cui ora a Sari al-Shubaki può comunicare è aprire e chiudere le palpebre.

La mattina del 14 marzo un cecchino israeliano l’ha colpito al collo con un proiettile durante le manifestazioni a Gaza. Da allora, il ventiduenne è paralizzato. Un frammento del proiettile è rimasto fra la spalla e il collo.

Nell’ultimo mese è rimasto ricoverato in condizioni critiche nel reparto di cure intensive dell’ospedale Al Shifa della città di Gaza.

Da allora, la famiglia sta aspettando che Israele gli conceda un permesso per uscire attraverso il checkpoint di Erez a nord di Gaza, che i palestinesi chiamano Beit Hanoun, per essere curato.

Il giorno successivo a quello in cui Sari è stato colpito, i medici hanno detto che l’avrebbero trasferito in Egitto per le cure, ma la speciale ambulanza ICU necessaria per spostarlo non è mai arrivata come era stato invece promesso, dice Dawud al-Shubaki, suo padre.

“Non so se è la verità o se è perché lo considerano un caso senza speranza. Mi sembra che abbiano dei casi prioritari, visto che ci sono così tanti feriti” dice Dawuf ad Al Jazeera dall’[ospedale] Al Shifa.

Senza altra possibilità, Dawuf ha continuato a protestare nel cortile dell’ospedale per far conoscere le condizioni del figlio e ricevere aiuto.

“C’è ancora speranza. È cosciente. Ci hanno detto dall’ospedale S. Giuseppe di Gerusalemme che sarebbero pronti ad accoglierlo, ma quanto tempo ci vorrà? Il ferito che era nel letto vicino a lui è morto ieri”, dice Dawuf.

“Faccio appello a chiunque abbia ancora un cuore misericordioso perché faccia sì che mio figlio riceva le cure di cui ha bisogno. Non possiamo pensare di perderlo. Se muore sarà una catastrofe per tutta la famiglia” dice Dawuf, scoppiando in lacrime.

Dall’inizio delle manifestazioni per la Grande Marcia del Ritorno, il 30 marzo, l’esercito di Israele ha ucciso per lo meno 129 palestinesi dell’enclave costiera assediata, e ha ferito più di 13000 persone.

In mancanza di risorse adeguate per provvedere alle cure necessarie ai pazienti, i dottori dell’impoverita Striscia di Gaza normalmente derivano i malati agli ospedali di Israele, della Cisgiordania e qualche volta della Giordania.

Ma per andarci i pazienti hanno bisogno di un permesso rilasciato da Israele, che spesso lo rifiuta senza spiegazioni o ci mette troppo tempo a concederlo per condizioni sanitarie urgenti.

L’altra possibilità è di uscire attraverso la frontiera sud di Rafah per essere curati in Egitto, ma la cosa è spesso dilazionata.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), al 3 giugno è stato concesso a 12 feriti su 22 di attraversare Rafah per essere curati in Egitto.

A causa del blocco israelo-egiziano che dura da 11 anni, i malati a Gaza affrontano da tempo ostacoli per lasciare Gaza e sottoporsi a cure indispensabili, cosa che ha causato a molti una lenta morte, ma i dimostranti feriti affrontano ora ostacoli anche più stringenti per attraversare Erez.

Secondo un nuovo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della SAlute, dall’inizio del movimento della Marcia del Grande Ritorno solo un terzo dei palestinesi feriti durante le manifestazioni ha avuto dalle autorità israeliane un permesso di uscita.

Al 3 giugno, dei 66 manifestanti feriti che hanno presentato domanda per essere trasferiti attraverso Erez, solo 22 sono stati approvati – rispetto a un tasso di approvazione del 60% nel primo trimestre del 2018.

Trentatré, cioè il 50%, hanno ricevuto un rifiuto – una percentuale significativamente più bassa rispetto all’8% del primo trimestre 2018.

I restanti pazienti stanno ancora aspettando, e intanto due di loro sono morti.

“È stato deciso che sarà rifiutata senza appello ogni richiesta di ingresso in Israele a scopo medico inoltrata da un terrorista attivo o da un dimostrante che abbia preso parte ai fatti violenti avvenuti vicino alla barriera”, ha commentato in una mail ad Al Jazeera un portavoce del COGAT, l’ente amministrativo dell’occupazione militare di Israele.

‘Una politica punitiva e vendicativa’

Secondo Adalah – il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba -, il rifiuto di Israele di evacuare i manifestanti feriti corrisponde ad una forma di punizione.

Prima del 15 aprile, a nessuno dei feriti durante le proteste della Marcia del Grande Ritorno è stato concesso il permesso di attraversare Erez per le cure.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani e Adalah hanno dovuto fare ricorso alla Corte Suprema di Israele perché i malati palestinesi potessero essere trasferiti attraverso Erez.

Il 16 aprile, tre giudici della Corte Suprema israeliana hanno unanimemente deciso che fosse consentito a Yousef Kronz, ventenne, ferito da un proiettile dell’esercito israeliano, di lasciare Gaza per cure mediche urgenti a Ramallah, per salvare la gamba rimasta.

Adalah riferisce che, a causa del ritardo imposto dall’esercito israeliano e dal tribunale riguardo alla sua iniziale richiesta di trasferimento inoltrata più di due settimane prima, Kronz ha già subito l’amputazione di una gamba.

La Corte ha deciso che Kronz non costituiva alcuna minaccia e che la sua condizione sanitaria rappresenta “un totale cambiamento nella sua vita”.

“Dalla nostra esperienza nel caso Kronz, l’esercito israeliano cerca di implementare una politica punitiva e vendicativa nel rifiutare ai residenti di Gaza accesso a trattamenti medici salvavita in Cisgiordania solo perché hanno partecipato ad una manifestazione” ha detto Mati Milstein, coordinatore per i media internazionali di Adalah.

“Di fatto, durante le udienze del tribunale, rappresentanti del governo hanno detto chiaramente che il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha deciso di impedire il trasferimento per trattamenti medici urgenti dei gazawi feriti che abbiano partecipato alle proteste e alle manifestazioni pacifiche – anche a rischio di un’amputazione.”

Secondo le leggi umanitarie internazionali, come forza d’occupazione Israele è obbligato ad assicurare ai palestinesi accesso alle cure e a garantire strutture mediche, ospedali e servizi nei territori occupati.

Tuttavia, per la delegazione di Medici per i Diritti Umani di Israele (PHRI) che ha visitato Gaza in aprile, lavorare nei migliori ospedali disponibili in città è stato come tornare indietro di diversi decenni.

Dr. Jamal Hijazi, del Centro Medico Shaare Tzedek di Gerusalemme, ha spiegato che non ci sono antibiotici, e i malati se li devono portare. Non ci sono nemmeno disinfettanti e lo staff medico usa al loro posto una soluzione salina, aumentando la probabilità di infezioni.

PHRI ha riferito che lo staff medico usa più volte i prodotti usa-e-getta, come pure i medicinali scaduti. Mancano anche materiali fondamentali come garza, morfina, punti di sutura chirurgici, anestetici e tutori per fratture alle gambe.

“I feriti non sono curati adeguatamente, e qualcuno paga con la vita”, ha detto PHRI nell’ultimo rapporto, in riferimento al pesante bilancio di vittime del 14 maggio.

“Costretti a frugare fra i resti delle scorte mediche e dei medicinali, su qualsiasi cosa riescano a mettere le mani, i medici si sentono come nullatenenti che chiedano l’elemosina.”

Non c’è altro da fare che aspettare

Il paramedico Mazen Jabreel Hasna è stato sottoposto a sei operazioni chirurgiche per salvare la sua gamba destra dopo che è stato colpito da un proiettile a frammentazione nell’area di Malaka a Gaza.

I medici hanno detto che avrebbero trasferito il trentatreenne in Egitto o in Giordania per un’operazione chirurgica, ma questo non è ancora successo. Aspettando il permesso, ha paura che le arterie artificiali che i medici hanno usato per salvargli la gamba possano presto esplodere o guastarsi, visto che non sono della misura giusta.

“Ora sono in attesa e se Dio vorrà, potrò farlo prima che qualcosa vada storto”, dice Hasna.

Anche Omar al-Housh, di 25 anni, sta aspettando il permesso di lasciare Gaza per operarsi. Il dolore è continuo, dice. “Giorno e notte.”

Passa tutto il tempo a letto, incapace anche di usare le stampelle e tiene la gamba ferita sotto un lenzuolo; non ha il coraggio di guardarla da quando il 14 maggio un cecchino israeliano l’ha colpita con un proiettile a frammentazione.

Il fratello mostra foto della gamba colpita di Omar – una profonda ferita va dall’anca alla caviglia, muscoli e tessuti completamente esposti.

Quando è arrivato Omar l’ospedale ha chiesto urgentemente donazioni di sangue. Ha ricevuto più di 60 unità di sangue a causa delle vene e dei vasi danneggiati e ha subito tre operazioni per salvargli la gamba.

Omar ha detto che il giorno dopo esser stato colpito gli è stato negato il trasferimento in Egitto.

Attualmente è sulla lista d’attesa per operarsi in Giordania, poiché in punti di sutura usati per cucire le sue vene e i vasi sanguigni danneggiati non sono del tipo giusto e la frattura delle ossa è parzialmente scomposta.

Sta aspettando il permesso dalle autorità israeliane e giordane, ma gli è stato già più volte rifiutato l’ingresso.

“Ci vuole tanto tempo e ho paura che mi rifiuteranno ancora una volta l’ingresso in Israele o in Giordania”, dice Omar.

“I medici hanno fatto un’operazione d’urgenza, temporanea, per evitare che la mia ferita peggiorasse. Voglio poter camminare di nuovo” dice Omar, aggiungendo che la sua pena è diventata anche mentale, poiché soffre di incubi e flashback.

Omar ha lavorato occasionalmente con il fratello come pescatore, ma lui e la sua famiglia non possono pagare le medicazioni e gli analgesici, ciò che aggrava il problema.

“Tutti i giorni ha bisogno di analgesici e iniezioni, altrimenti sveglia tutto il vicinato con le sue urla, ma io non posso permettermeli”, dice il padre Younis al-Housh, insegnante.

“L’altro giorno mi ha chiesto di non prendergli le iniezioni e i medicinali perché si sente di peso. Vedete come è diventata dura la vita qui? Ma ciò che ora è importante è che vogliamo che sia curato fuori di qui e possa camminare.”

(traduzione di Luciana Galliano)