Raid e spari israeliani tra Gaza e Siria: tre membri del Jihad islamico uccisi

Redazione Nena News

Tensione alta nella Striscia dove ieri mattina i militari di Tel Aviv hanno ucciso e poi sollevato con un bulldozer un giovane militante della fazione palestinese. “Piantava un esplosivo al confine” afferma l’esercito. Razzi del Jihad verso il sud d’Israele. Nella notte la risposta dei jet israeliani: diversi feriti nell’enclave palestinese, 2 le vittime nell’area di Damasco

24 febbraio 2020 Nena News

Giornata ad altissima tensione quella vissuta ieri a confine tra la Striscia di Gaza e, nella notte, in Siria (a sud di Damasco) dove l’aviazione israeliana ha fatto sapere di aver colpito “decine di obiettivi” della fazione palestinese del Jihad Islamico in risposta ai suoi razzi lanciati nel pomeriggio di ieri verso il territorio israeliano.

L’esercito ha riferito di aver colpito nell’area di al-Adleyeh (Damasco) la principale base siriana del Jihad dove si sviluppano razzi. In questa zona, afferma Tel Aviv, avvengono anche le esercitazioni militari dei membri dell’organizzazione palestinese provenienti sia dalla Striscia di Gaza che da Libano e Siria. In un comunicato il Jihad Islamico ha riconosciuto l’uccisione di due suoi combattenti, Salim Salim (24 anni) e Ziad Mansour (23), e ha promesso che si vendicherà.

Israele ha inoltre fatto sapere che ieri pomeriggio il Jihad ha lanciato dalla Striscia di Gaza verso la parte meridionale del suo territorio circa 30 razzi e colpi di mortaio, gran parte dei quali stata intercettata dal sistema difensivo Iron Dome. Il lancio dei razzi era stata una risposta a quanto avvenuto ieri mattina al confine tra Gaza e Israele dove l’esercito ha ammesso di aver ucciso un membro del Jihad mentre “era intento a piantare un esplosivo lungo il confine”. “L’esercito risponderà in modo aggressivo alle attività terroristiche del Jihad islamico che mettono in pericolo i cittadini d’Israele e danneggiano la sua sovranità” si legge in una nota ufficiale dell’esercito. Quanto accaduto ad est di Khan Yunis (a sud della Striscia, assediata da oltre 10 anni dallo stato ebraico) però non può essere ridotto a questo scarno comunicato. In un video che ha fatto ben presto il giro della rete, infatti, si vede chiaramente come un bulldozer dell’esercito trascini e poi sollevi il corpo della vittima, Mohammad Ali al-Naim (27 anni). Una scena orribile che era stata preceduta poco prima dagli spari dei soldati israeliani verso almeno due palestinesi (rimasti feriti) che provavano a recuperare il corpo ormai senza vita di an-Naim.

L’esercito si è difeso: “Abbiamo notato due terroristi avvicinarsi alla barriera di sicurezza e che piazzavano una bomba lì vicino e pertanto i soldati hanno aperto il fuoco verso di loro”. Il Jihad, di cui an-Naim era membro, ha fatto sapere che “il sangue dei martiri non sarà vano”. Duro è stato il commento anche di Hamas che governa la Striscia da oltre 10 anni. Il suo portavoce Fawzi Barhoum ha detto che “il maltrattamento” del cadavere è “un altro odioso crimine che si aggiunge ai tanti orrendi crimini compiuti [da Israele] al popolo palestinese”. Il recupero del corpo senza vita di an-Naim rientra nel piano del ministro della Difesa israeliano Bennet di usare i corpi senza vita dei combattenti palestinesi come pedine di scambio nei negoziati per il rilascio di due israeliani e per riavere indietro i resti di due soldati israeliani che sono tenuti da Hamas. Come segno di vendetta per l’uccisione di an-Naim e per il barbaro trattamento del suo cadavere, il Jihad ha rivendicato gli attacchi di ieri verso il sud d’Israele (il primo lancio di razzi è avvenuto ieri verso le 17:30 ora locale, il secondo verso le 20, qualche altro razzo è stato poi sparato dopo le 21).

Nel pomeriggio della serata di ieri la tensione è salita alle stelle quando l’aviazione di Tel Aviv ha risposto ai razzi del Jihad colpendo più punti della Striscia di Gaza. I militari hanno detto che uno dei target era un sito dove i membri del Jihad si stavano preparando a lanciare razzi verso il territorio israeliano (il ministero della Salute di Gaza parla di 4 feriti nel raid). Secondo Israele, tra gli altri obiettivi colpiti ci sarebbero anche basi militari e depositi di armi del Jihad situati a Beit Lahiya (presa di mira la base di Hittin), Rafah (qui si riportano altri due feriti) e Khan Yunis.

La tensione resta alta al confine tra Gaza e il confine meridionale d’Israele al punto che l’esercito ha ordinato oggi la chiusura delle scuole nelle comunità israeliane vicino alla Striscia e nelle città di Ashkelon, Sderot e Netivot. Vietati anche raduni pubblici. Alla popolazione è permesso andare a lavorare solo se si trovano in prossimità di un rifugio anti-missile.

Gli attacchi di ieri dalla Striscia non hanno provocato feriti (solo qualche leggerissimo danno) perché la maggior parte di loro è stata intercettata dall’Iron Dome o è caduta in aree non abitate. Sirene di emergenza sono suonate diverse volte nell’area vicina al confine o non troppo lontana dalla Striscia. Migliaia di israeliani che vivono nella zona interessata si sono recati nei rifugi.

Il premier israeliano Netanyahu, il ministro della difesa Bennet e diversi membri dei servizi di sicurezza si sono incontrati nel quartier generale dell’esercito a Tel Aviv ieri notte per fare il punto della situazione e per programmare eventualmente un attacco di più ampia portata.

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Aggiungiamo come redazione di Zeitun  da Al Jazeera il video del bulldozer che con la benna trascina il corpo del palestinese ucciso

Israeli army bulldozers reportedly drag Palestinian body

‼️ Warning: Distressing footageWidely shared footage on social media appears to show Israeli army bulldozers dragging body of Palestinians in Gaza.

Posted by Al Jazeera English on Sunday, February 23, 2020




Governanti arabi e leader israeliani: una lunga e segreta storia di collaborazione

Joseph Massad

18 febbrario 2020 – Middle East Eye

I regimi del mondo arabo hanno sempre anteposto i propri interessi alle sorti del popolo palestinese

Nell’ultimo mese i leader israeliani hanno attivamente cercato di stabilire alleanze e relazioni più strette con i paesi arabi, compresi gli Stati del Golfo, il Marocco e il Sudan.

Questi Stati, ci viene detto, hanno finalmente visto la luce e capito che Israele, a differenza dell’Iran, è loro amico, non loro nemico.

La cosa è presentata come un cambiamento radicale da parte dei regimi arabi, che sembrava avessero sempre evitato relazioni con Israele in difesa degli interessi palestinesi.

È sempre stata un’invenzione. La maggior parte dei leader e delle famiglie arabe al potere nel XX secolo intrattennero relazioni cordiali con Israele e, prima ancora, con il movimento sionista.

Narrazione falsa

Questa falsa narrazione di resistenza è stata raccontata sia dai regimi arabi che dagli israeliani. È stata creata da intellettuali arabi filoisraeliani, che sostengono che quei regimi hanno ingiustamente rifiutato Israele o addirittura gli hanno fatto la guerra per volere dei palestinesi, piuttosto che per i loro interessi nazionali e di potere.

Questo ragionamento si conclude con l’affermazione che ora, finalmente, è venuto il momento in cui i governi arabi antepongono ai palestinesi i propri interessi – come se prima avessero dato priorità agli interessi palestinesi.

Questo è stato affermato recentemente dal comandante militare sudanese Abdel Fattah al-Burhan dopo un incontro in Uganda, due settimane fa, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Non era certo il primo di simili incontri tra funzionari sudanesi e Israele.

C’erano stati contatti segreti già negli anni ’50, quando il Sudan era ancora governato da britannici ed egiziani e il partito Umma cercava di ottenere il sostegno israeliano all’indipendenza sudanese.

Dopo l’indipendenza, il primo ministro sudanese Abdullah Khalil e Golda Meir, quarto primo ministro israeliano, ebbero un incontro clandestino a Parigi nel 1957.

Negli anni ’80 il presidente sudanese Gaafar Nimeiri incontrò gli israeliani e agevolò il trasporto israeliano di ebrei etiopi in Israele perché diventassero coloni e si insediassero nella terra dei palestinesi.

Più recentemente, nel gennaio 2016 e con Omar al-Bashir ancora in carica, il ministro degli Esteri Ibrahim Ghandour ha cercato di far revocare le sanzioni economiche statunitensi contro il Sudan offrendosi di aprire rapporti diplomatici formali con Israele. Interrogato sul recente incontro con Netanyahu e sulla normalizzazione delle relazioni, la risposta di Burhan è stata che le relazioni con Israele sono alla base di “sicurezza e interessi nazionali” del Sudan, che vengono per primi.

La storia dei rapporti fra i leader del Sudan e Israele non è affatto unica. In effetti, la cooperazione araba con il movimento sionista risale agli inizi dell’arrivo di funzionari sionisti in Palestina.

Rapporti cordiali

Il 3 gennaio 1919, due settimane prima dell’inizio della Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal Ibn al-Hussein, allora re del regno di breve durata di Hejaz e in seguito re dell’Iraq, firmò un accordo con il presidente della Organizzazione Sionista Mondiale Chaim Weizmann. Faisal acconsentì alla creazione di una maggioranza coloniale ebraica in Palestina, in cambio di poter diventare re di un regno arabo vasto e indipendente esteso in tutta la Siria. 

Ma a Faisal il trono siriano fu negato dall’acquisizione coloniale francese, e l’accordo, che i sionisti usarono alla Conferenza di pace di Parigi per sostenere che i loro piani di insediamento coloniale in Palestina avevano l’accordo dei leader arabi, finì in nulla.

Per non essere surclassato dal fratello, Emir Abdullah della Transgiordania si avventurò in un duraturo rapporto di cooperazione con i sionisti, nella speranza che gli fosse permesso di essere re di Palestina e Transgiordania; sotto il suo regno [i sionisti] avrebbero potuto realizzare i loro obiettivi. Questa collaborazione si concluse con il suo assassinio nel 1951.

Suo nipote, re Hussein di Giordania, autorizzò i primi incontri segreti nel 1960 a Gerusalemme tra uno dei generali del suo esercito e gli israeliani. Nel 1963, egli stesso incontrava segretamente gli israeliani nello studio del suo medico a Londra. A metà degli anni ’70 i suoi incontri segreti con i leader israeliani si sarebbero svolti regolarmente in Israele.

Durante il funerale di Rabin nel 1994 fu evidente la lunga amicizia di  Hussein con il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin (che nel 1948 aveva espulso personalmente la popolazione palestinese dalla città di Lydda e nel 1987 avviata la politica di “rompiamogli le ossa” contro i palestinesi di Cisgiordania e Gaza).

La giustificazione che Hussein addusse per i suoi contatti segreti con gli israeliani fu la conservazione del trono, assimilata all’interesse “nazionale” della Giordania, di fronte alla pressione del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e poi a quella dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Alleanze sioniste

Oltre ai principi e re hashemiti, dalla metà degli anni ’40 la chiesa maronita del Libano, così come leader maroniti fascisti di destra come i falangisti, si allearono con i sionisti. Questa alleanza continua fino ai giorni nostri, con lo scopo di creare una Repubblica religiosa cristiana in Libano, modellata sul colonialismo di insediamento ebraico.

Agli inizi degli anni ’50 sarebbero poi stati i nazionalisti tunisini del nuovo partito Destour a incontrarsi con i rappresentanti israeliani alle Nazioni Unite, perché li aiutassero ad ottenere l’indipendenza dai francesi – ignorando la natura coloniale degli insediamenti israeliani. Il dittatore tunisino Habib Bourguiba avrebbe mantenuto relazioni amichevoli con Israele fino alla fine del suo potere, nel 1987.

Negli anni ’60, Israele avrebbe sostenuto gli sforzi dell’Arabia Saudita per mantenere un imam al potere in Yemen contro i repubblicani – gli israeliani inviarono ai monarchici yemeniti armi e denaro che furono molto ben accolti.

Le migliori relazioni in Nord Africa diventeranno quelle tra Israele e il defunto re Hassan II del Marocco.

I leader israeliani incontrarono i funzionari marocchini alla fine degli anni ’50, ma l’apertura di rapporti cordiali avvenne quando re Hassan salì al trono. Dal 1960 in poi gli israeliani, a seguito di accordi segreti con il Marocco, portarono in aereo ebrei marocchini per farli diventare coloni di insediamento sulla terra dei palestinesi.

L’affare marocchino

Nel 1963, il ministro marocchino Mohamed Oufkir concluse un accordo con gli israeliani per l’addestramento degli agenti dell’intelligence marocchina. Israele aiutò anche il Marocco a localizzare i leader dell’opposizione, tra cui Mehdi Ben Barka, che fu catturato e ucciso dall’intelligence marocchina nel 1965. E difatti nel 1976 Yitzhak Rabin fu invitato dal re Hassan ad andare segretamente in Marocco.

Nel 1986 non c’erano più ragioni di segretezza e Shimon Peres visitò il Marocco in pompa magna. Nel 1994, Marocco e Israele hanno aperto rispettivamente sedi ufficiali di contatto.

Nel 2018, Benjamin Netanyahu si è incontrato segretamente alle Nazioni Unite con il ministro degli Esteri del Marocco per colloqui. Nelle ultime settimane, gli israeliani hanno offerto ai marocchini il loro aiuto per garantire il riconoscimento degli Stati Uniti della sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, in cambio della normalizzazione formale delle relazioni fra Marocco e Israele e del sostegno al cosiddetto “affare del secolo” di Donald Trump.

Per quanto riguarda la grande storia d’amore tra le classi politiche e commerciali egiziane con Israele, la relazione è pubblica dalla fine degli anni ’70.

Dal 1991, abbiamo visto leader, funzionari e atleti israeliani recarsi apertamente nella maggior parte dei paesi del Golfo, tra cui il Qatar, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e in segreto anche l’Arabia Saudita, per non parlare dell’apertura di uffici di contatto o commerciali in tutti quei Paesi.

Nemico pubblico numero uno

Le relazioni, ostili o amichevoli, degli arabi con Israele non sono mai state improntate agli interessi del popolo palestinese, ma piuttosto ad interessi di regime, spesso identificati falsamente come interessi “nazionali”.

Infine l’ultima parte della loro storia d’amore con Israele è coincisa dal 1991 con la Conferenza di Pace di Madrid e gli Accordi di Oslo, che hanno trasformato la leadership nazionale palestinese e l’OLP in un ente dell’occupazione militare israeliana; questo è il lascito degli incessanti sforzi di Israele di cooptare le élite politiche, economiche e intellettuali arabe. È anche la testimonianza di come queste élite siano disponibili e lo siano sempre state.

Israele ha avuto per lo più successo con le élite politiche e commerciali, ha fallito miseramente nel coinvolgere la classe degli intellettuali arabi, ad eccezione di quelli sul libro paga dei regimi del Golfo e delle ONG finanziate dall’Occidente. Non ha conquistato affatto il favore delle masse arabe, per le quali, diversamente che dai regimi, gli interessi nazionali e la colonizzazione delle terre palestinesi non sono affatto separabili, e per le quali Israele rimane il peggior nemico di tutti gli arabi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di Politica Araba Moderna e Storia Intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Fra i suoi libri: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la creazione dell’identità nazionale in Giordania], Desiring Arabs [Arabi deisderanti], The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi] e, più recentemente, Islam in Liberalism [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in decine di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per Angela Merkel, «Israele uber alles !»

Iqbal Jassat

19 febbraio 2020Palestine Chronicle

Poco tempo dopo la sua visita in Sudafrica, il governo della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto un nuovo annuncio scioccante difendendo l’insieme delle azioni criminali di Israele e le sue gravi violazioni dei diritti umani.

La Germania ha preso la decisione vergognosa di minare il diritto internazionale contestando la competenza dell’Aja, affermando che la Corte Penale Internazionale (CPI) non ha il potere di indagare sui crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In un’istanza depositata presso la CPI il governo Merkel ha chiesto di essere considerato « amicus curiae » (collaboratore non coinvolto nella causa giudiziaria) per impedire all’Aja di perseguire il regime di Netanyahu.

Dopo lunghi periodi di rinvii, a dicembre la procuratrice della CPI Fatou Bensouda ha finalmente annunciato che sussistono ragionevoli presupposti per indagare sulle azioni di Israele.

Ha tuttavia lasciato aperta una voragine che viene sfruttata da Israele e dai suoi alleati come la Germania. Bensouda ha chiesto all’Aja di pronunciarsi sulla questione della sua competenza, cosa che potrebbe inficiare e compromettere ogni possibilità di perseguire e punire i criminali di guerra del regime colonialista.

E questo nonostante che l’Ufficio della Procura abbia insistito sul fatto che Israele ha distrutto proprietà palestinesi, espulso con la forza palestinesi dalla Cisgiordania occupata e da Gerusalemme est. Bensouda ha anche incluso nel suo atto d’accusa crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza occupata durante l’operazione ‘Margine protettivo’ del 2014, oltre all’operazione israeliana di espulsione degli abitanti palestinesi del villaggio beduino di Khan al-Ahmar e alla costruzione di colonie in Cisgiordania.

La decisione poco accorta di Merkel di prendere le parti di Israele rafforza l’attacco di Netanyahu contro la CPI. In una recente intervista rilasciata ad una catena televisiva cristiana, il dirigente israeliano, che è stato incriminato per frode e corruzione [in Israele], ha falsamente affermato che la CPI sta conducendo un “attacco frontale” contro gli ebrei ed ha sfacciatamente invocato sanzioni contro l’Aja.

L’argomentazione della Germania nella sua istanza sembra un «copia e incolla» delle dichiarazioni di Israele, che sostiene che la competenza della CPI non si estende ai territori palestinesi occupati perché la Palestina non è uno Stato. Incredibilmente, in questo modo la Germania ignora il fatto che la Palestina è firmataria dello Statuto di Roma della CPI.

Non solo è disonesto da parte tedesca non rispettare i diritti della Palestina, ma, tentando di indurre in errore la CPI, il governo Merkel legittima settant’anni di disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele.

Mentre la vergognosa collusione di Merkel con Netanyahu da alcuni può essere vista come un colpo di fortuna per lui in un momento in cui rischia il carcere, per i palestinesi è chiaro che la Germania ha tradito la loro giusta e legittima causa per la giustizia. Come possono le famiglie dei martiri interpretare in altro modo l’istanza scioccante e ingiusta di Merkel, che sostiene che la CPI non ha nemmeno il potere di discutere se Israele ha commesso dei crimini di guerra?

Essendo la Germania uno dei principali membri del Tribunale dell’Aja, ha l’ingiustificato vantaggio di poter influenzare un risultato che nuocerà alle rivendicazioni di giustizia dei palestinesi. La decisione così spudorata di Merkel di schierarsi al fianco di Netanyahu è quindi un abuso di potere a causa della sua posizione privilegiata al momento delle udienze.

Gli ultimi rapporti indicano che, oltre alla Germania, Israele è attivamente impegnato nel reclutamento di diversi Paesi che appoggino la sua causa in quanto “rappresentanti non ufficiali”, poiché esso stesso ha deciso di non partecipare in modo da “evitare di dare legittimità” alla CPI.

L’Ungheria e la Repubblica Ceca, come anche l’Austria, l’Australia e il Canada si sono uniti per sostenere l’impunità di Israele.

Benché la Procuratrice Bensouda ritenga che la Palestina sia «sufficientemente uno Stato » perché all’Aja venga trasferita la giurisdizione penale sul suo territorio, la sua richiesta di verifica di questo punto di vista può far fallire l’inchiesta, essendoci una battaglia giuridica riguardo alla definizione di ciò che costituisca uno “Stato”. 

L’attacco contro la CPI – con gli appelli di Netanyahu a sottoscriverlo – arriva proprio dopo la pubblicazione da parte dell’ONU di un elenco di 112 imprese legate alle colonie illegali di Israele. E, nello stesso spirito contrario all’etica, il regime di apartheid ha attaccato il commissario delle Nazioni Unite definendolo partigiano e strumento del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Schierarsi dalla parte di Netanyahu per mascherare i suoi terribili crimini contro i palestinesi può consentire alla Merkel di evitare la collera di Israele, ma questo pone la Germania dalla parte sbagliata della storia – ancora una volta !

Anche se appare incongruo che la Germania ed una manciata di Paesi vogliano impedire l’esercizio della giustizia da parte dell’Aja – cosa che peraltro si sforzano di fare – è vero che, per quanto riguarda i palestinesi, il fatto di schierarsi a fianco di Israele permette a questo Stato delinquente di continuare a commettere crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario internazionale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto a giusto titolo che questa assurda difesa della sistematica condotta criminale di Israele possa rappresentare un colpo mortale per la CPI.

Il timore che viene espresso è che l’azione della Cancelliera Merkel sia miope, creando un buco nero legale nei territori palestinesi occupati che potrebbe comportare la distruzione di una CPI già fortemente screditata.

Israele spera che, distorcendo i fatti e sviando gli obbiettivi della CPI, ne uscirà indenne. Le sue speranze poggiano sulla Cancelliera Merkel in quanto principale dirigente europeo che può distogliere l’Aja dalle sue responsabilità impegnandola in una battaglia giuridica semantica priva di senso, come è la questione della “giurisdizione”, e contestando la ratifica da parte della Palestina dello Statuto di Roma.

Mentre i giuristi internazionali saranno impegnati (si fa per dire) nella discussione sui concetti giuridici, spetta a Paesi come il Sudafrica alzare la voce contro i diversivi giuridici.

Il silenzio a fronte di questo ostacolo giuridico inventato di sana pianta sarà interpretato come una rinuncia a far rispettare e a difendere i diritti umani dei palestinesi.

Iqbal Jassat è membro esecutivo di Media Rewiew Network, con sede in Sudafrica.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Israele. Il “centrismo” della lista Bianco Blu:”la cultura araba è la giungla”

 Jonathan Ofir

17 febbraio 2020 – Mondoweiss

E’ ciò che pensa e ha affermato senza esitazioni in una intervista il deputato Yoaz Hendel, un alto dirigente del partito, presunto centrista, guidato dall’ex capo di stato maggiore Benny Gantz che il 2 marzo potrebbe superare il Likud di Netanyahu e vincere le elezioni israeliane

 Nena News – “Penso che la cultura araba intorno a noi sia la giungla.” Questo è ciò che sostiene Yoaz Hendel in un’intervista rilasciata venerdì al giornalista di Haaretz Ravit Hecht. Hendel è tra i primi dieci leader del partito Blu-Bianco di Benny Gantz, che ha 33 seggi nel parlamento israeliano. Il partito dovrebbe fungere da opposizione di centro al Likud di Netanyahu, e secondo molti sondaggi potrebbe superare il Likud di un paio di seggi alle prossime elezioni di marzo.

L’intervista è sconvolgente. Hendel commenta generalmente in modo derisorio la cultura araba:“C’è gente venuta qui da Paesi di ogni tipo: alcuni arrivano con la mentalità da concerto a Vienna, altri con la mentalità da darbuka”, ha dichiarato a Hecht, facendo riferimento a un tipo di tamburo molto popolare in Medio Oriente.

Non è la prima volta che Hendel fa propaganda razzista. Nel 2017, la sua rubrica settimanale su Yediot Aharonot ha descritto un immaginario di vendetta in cui i Palestinesi avevano il ruolo dei nazisti. In una “manifestazione per la democrazia” orientalista, organizzata dal partito Blu-Bianco l’anno scorso, Hendel ha boicottato l’evento perché, all’ultimo momento, era stato annunciato un intervento di Ayman Odeh, leader della Lista unita dei partiti palestinesi in Israele.

Hendel è passato al partito Blu-Bianco dal Likud, come membro della fazione Telem, insieme a Moshe Ya’alon, che è il numero tre nella lista Blu-Bianca. Anche Ya’alon è un ex membro del Likud, è stato Ministro della Difesa e ha anche lui precedenti di razzismo anti-palestinese, avendo paragonato la “minaccia palestinese” a un “cancro”, contro il quale applica la “chemioterapia” (era il 2002, e lui era Capo di Stato Maggiore dell’esercito). Hendel era il Responsabile della Comunicazione e dell’Hasbara (‘diplomazia pubblica’) di Netanyahu nel 2011-2012.

La dichiarazione secondo cui “la cultura araba intorno a noi è la giungla” non nasce dal nulla. L’idea di Israele come “villa in mezzo alla giungla” viene, infatti, attribuita al leader “di sinistra” Ehud Barak, che la pronunciò in un discorso ufficiale nel 1996. Barak si è anche congratulato con Trump per il suo monito razzista secondo cui “Mohammed” potrebbe diventare Primo Ministro, e reputa che “loro (i palestinesi, e soprattutto Arafat) sono il prodotto di una cultura in cui mentire… non crea dissenso… Per loro dire bugie non è un problema, come invece è nella cultura giudaico-cristiana”.

Ecco qualche altro passo dell’intervista:

Hecht: “Lei ha detto in passato che Israele è una villa nella giungla. Oggi, qui, ribadisce che il nostro vantaggio sui palestinesi è la moralità. Pensa che la cultura araba sia la giungla?”

Hendel: “Sì, certo, penso che la cultura araba che ci circonda sia la giungla. C‘è una palese violazione di ogni singolo diritto umano che noi, nel mondo occidentale, riconosciamo. Lì questi diritti devono ancora vedere la luce del sole. Loro non hanno raggiunto lo stadio evolutivo in cui si hanno dei diritti umani. Non esistono i diritti delle donne, né i diritti LGBT, né quelli delle minoranze, e non c’è educazione. Molti Stati arabi sono dittature mancate, il che spiega perché i trattati di pace che sigliamo qui sono limitati alla leadership. Non esiste la pace tra popoli perché non esiste educazione alla pace e alla tolleranza.”

Hecht contesta Hendel:

Hecht: “Anche in Israele l’odio verso gli arabi è la norma.”

Hendel: “C’è il razzismo e bisogna occuparsene, ma ogni volta che vedo, in ‘A Star is Born’ o a ‘Masterchef’, che gli israeliani votano per un concorrente arabo, o quando giro per gli ospedali per via di mia moglie (è una ginecologa, ndr), ho l’impressione che, finalmente, la vita qui sia priva di razzismo.”

Questa è un’osservazione veramente terribile e paradossale. Hendel cerca di applicare la classica Hasbara quando fa riferimento agli “arabi israeliani” come prova della presunta fiorente democrazia. Ma l’osservazione sugli ospedali! Hendel forse non ha seguito la questione della dilagante e sistematica segregazione razziale delle madri nei reparti maternità israeliani? Non ricorda le parole del parlamentare di estrema destra Bezalel Smotrich, che ha twittato “Subito dopo il parto, mia moglie voleva riposare e non fare una festa come fanno le donne arabe”, e che “È naturale che mia moglie non voglia stendersi vicino a qualcuno che ha appena partorito un bambino che, tra 20 anni, potrebbe voler uccidere il suo”?

Hecht contesta di nuovo le espressioni razziste di Hendel: “Potrai anche votare per un concorrente arabo a ‘Masterchef’, ma dichiari senza esitazione che ‘La mia cultura è superiore e non voglio assomigliare a un arabo’. Anche questa è una forma di razzismo.”

Hendel: “Per come la vedo io, non ho nulla di razzista (sic). Da un punto di vista cognitivo, prima di tutto mi prendo cura della mia gente, delle mie tradizioni e della mia storia. E questo è quanto. Non provo odio verso nessuno e ho legami personali con palestinesi, perché vivo vicino a Gush Etzion (blocco di insediamenti coloniali, ndr).”

Queste espressioni del “colonialista illuminato” che dice “alcuni dei miei amici sono palestinesi” hanno indotto il presidente di B’tselem Hagai El-Ad a paragonare Hendel al Primo Ministro dell’Apartheid sudafricana Hendrik Verwoerd, che dichiarò: “La nostra politica è quella che viene chiamata…‘apartheid’, e io temo che venga spesso fraintesa. Potrebbe essere più semplicemente, e forse meglio, descritta come una politica di buon vicinato.”

Anche Ahmed Tibi, parlamentare della Lista unita araba, è stato particolarmente drastico nel criticare il razzismo di Hendel, sottolineando come gli accenni alla musica araba colpiscano anche gli ebrei arabi: “Un razzista bianco contro arabi e Mizrahim allo stesso modo. Hendel non è Tarzan: Hendel è la giungla. Io amo [il cantante libanese] Fairuz e la darbuka nelle canzoni di Umm Kulthum [compianta cantante egiziana], e quasi sicuramente Hendel ascolta Wagner ogni volta che lo stivale dell’occupazione calpesta i palestinesi privi di diritti umani a causa di quella cultura occidentale che incoraggia gli insediamenti, l‘espropriazione e l’annessione. Detesto la sua visione del mondo e quella di alcuni amici suoi che credono nella supremazia ebraica.”

Il leader della Lista unita araba Ayman Odeh ha detto che “la teoria di Hendel sulla supremazia europea” è stata smentita dall’ “ignoranza e dalla mancanza di cultura che ha dimostrato nella sua intervista a Haaretz”.

Il palese razzismo di Hendel è troppo anche per molti membri del partito Blu-Bianco. Ofer Shelah (anche lui tra i primi 10 leader del Blu-Bianco, più in alto di Hendel), ha dichiarato che “le affermazioni di Yoaz Hendel sono esternazioni infelici che sarebbe stato meglio evitare, e che non rispecchiano lo spirito del partito Blu-Bianco”. La parlamentare Orna Barbivai (posizionata appena dopo Hendel) è stata più leggera nella sua critica: “Penso che tutti nasciamo uguali e non siamo qui per giudicare”. Definendo “superflui” i commenti di Hendel, ha detto “Io sono favorevole alle darbukas. Ma dedurre da questo che Hendel è un razzista sarebbe esagerato”.

Il fatto che Hendel abbia, in un certo senso, equiparato i Mizrahim ad una presunta degenerazione araba l’ha portato ad essere criticato anche dall’estrema destra. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ritwittato una dichiarazione del Likud secondo cui Hendel dovrebbe vergognarsi di se stesso. Dimenticatevi tutte le dichiarazioni razziste di Netanyahu sugli arabi, adesso ci sono facili consensi da raccogliere contro il suo rivale.

 Perfino il Ministro dell’Educazione Rafi Peretz, del partito di estrema destra Yamina, ha detto di essere “orgoglioso di far parte della cultura delle dabukas”. Il parlamentare di Shas (partito ultraortodosso Mizrahi) Ya’akov Margi ha condannato la “boria” di Hendel e ha detto che gli ebrei Mizrahi vengono da una grande tradizione che include ‘Maimonide, scienza e medicina’. I sionisti cercano, per lo più, di barcamenarsi per non inimicarsi i Mizrahim. Quando però il razzismo è così plateale e disgustoso come nel caso di Hendel, si scivola.

H/t Ronit Lentin, Edith Breslauer

Jonathan Ofir è un musicista israeliano, direttore d’orchestra e blogger/giornalista. Vive in Danimarca.

(Traduzione di Elena Bellini)
Nena news




Nuovo servizio di salute mentale a Gaza: un progetto di controllo psicologico

Samah Jabr

14 febbraio 2020 – Middle East Monitor

In marzo nel nord della Striscia di Gaza, nei pressi del valico di Erez, inizierà ad operare un ospedale da campo costruito dal gruppo di soccorso israeliano “Natan” insieme all’organizzazione evangelica cristiana statunitense “Friend Ships” [Navi Amiche].

Le autorità della Ramallah occupata hanno affermato che il progetto, capeggiato da donatori filo-israeliani, è una copertura per operazioni americane e israeliane di intelligence. Il primo ministro dell’ANP Mohammed Shtayyeh ha accusato l’ospedale di essere funzionale al “piano per la pace” dell’amministrazione Trump; ma sfortunatamente le proteste hanno inteso danneggiare l’immagine pubblica delle autorità di Gaza più che analizzare e spiegare ai palestinesi, comprese le autorità di Gaza, il danno intenzionale di un tale progetto. Come reazione, il portavoce di Hamas, Hazem Qassim, è rimasto sulla difensiva, dicendo a Dunya Al-Watan [portale di notizie]: “Loro (l’Autorità Nazionale Palestinese) confondono quelli (i loro timori) con informazioni immaginarie.”

Ho visto inserzioni per cercare volontari internazionali, compresi professionisti della salute mentale, perché lavorino nel progetto e ho scoperto quanto segue:

Natan”, una “organizzazione umanitaria no-profit” israeliana con sede a Tel Aviv fa parte di questo progetto, che tra le varie cose fornisce cure psicologiche tramite persone con passaporto non israeliano contattate per fornire servizi sanitari a Gaza.

Friend Ships e Natan hanno anche collaborato per fornire cure mediche ai siriani sul lato controllato dalla Siria delle Alture del Golan occupate.

Nella sua inserzione per [la ricerca di] volontari Natan afferma: “Questo nuovo centro di salute può influenzare direttamente la sicurezza israeliana riducendo la minaccia di violenze da Gaza migliorandovi la qualità di vita dei civili.” L’organizzazione utilizza l’usuale linguaggio israeliano per descrivere i palestinesi come una minaccia che deve essere tenuta sotto controllo in ogni modo possibile: niente riguardo alla giustizia, all’occupazione o alla necessità di togliere l’assedio. In questo caso “migliorarvi la qualità di vita dei civili” è una strategia di controllo ed egemonia.

L’inserzione menziona in particolare un membro della direzione di Natan, il maggiore generale Matan Vilnai, ex vice capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, che viene consultato per garantire la sicurezza dei volontari. L’annuncio non cita tuttavia il fatto che quest’uomo è stato imputato di crimini contro l’umanità per il bombardamento di Gaza nel 2009. Né fa riferimento alle sue minacce di genocidio contro i gazawi “che attireranno su di sé una Shoà più grande perché useremo tutta la nostra potenza per difenderci,” utilizzando la parola ebraica normalmente riservata per fare riferimento all’Olocausto ebraico.

L’equipe e i volontari presso il nuovo centro medico entreranno nel campo da Israele e i pazienti del lato palestinese attraverso checkpoint controllati da forze di occupazione israeliane scelte in base ai criteri di Vilnai: altro che umanitarismo!

Le politiche americane sostenute da Israele hanno danneggiato il settore della salute, soprattutto a Gaza. C’è una grave carenza di cure mediche, medicinali e materiale sanitario che nessuno può negare. Apparentemente il settore delle cure mediche sembra un tentativo di mitigare questa situazione premeditata, ma di fatto è un modo per imporre ulteriore controllo e dipendenza per i palestinesi più vulnerabili.

Israele ha fatto accordi con i pazienti palestinesi che sperano di lasciare la Striscia di Gaza per trattamenti sanitari per trasformarli in informatori contro il loro stesso popolo in cambio di permessi di uscita per avere accesso a cure mediche. Ha anche impedito ai genitori di accompagnare i figli molto malati fuori da Gaza, lasciando che i minori morissero da soli negli ospedali di Gerusalemme.

Israele ha imposto un assedio, ha danneggiato infrastrutture e provocato una situazione umanitaria terribile a Gaza, lasciandola nell’assoluta necessità di aiuti e dipendente dagli interventi umanitari dall’estero. Ciò ha reso i governanti di Gaza incapaci di vedere il chiaro danno psicologico e morale di questo progetto, che consente a Israele di lavarsi le mani dopo tutto il sangue che ha versato nella Striscia ed essere sia chi perpetra [crimini] che chi guarisce, in una dinamica del trauma estremamente complessa.

Un centro di salute controllato dall’esercito israeliano è l’antitesi di un luogo sicuro richiesto per cure psicologiche; un terapista volontario che accetti le premesse di un progetto per rafforzare la sicurezza di “Israele” e controllare la “violenza” palestinese non ha la consapevolezza necessaria e l’empatia richiesta per essere un terapeuta per i gazawi; di fatto, e nel migliore dei casi, questo è un progetto per migliorare le pubbliche relazioni a favore di Israele e garantire un’esperienza professionale molto eccitante a volontari in una zona di trauma.

Ovviamente ci sono altri potenziali rischi politici e per la sicurezza nell’utilizzo di questo complesso sanitario: domare la Marcia del Ritorno e far perdere la sincera solidarietà internazionale che invia la Freedom Flottilla con una piccola quantità di aiuti sanitari a Gaza. In un precedente articolo ho affermato che “un rapporto della UN Disengagement Observer Force [Forza di Osservazione del Disimpegno dell’ONU] (UNDOF) ha rivelato che Israele ha collaborato con gruppi jihadisti salafiti nelle Alture del Golan occupate. Questa collaborazione non si è limitata ad offrire aiuto medico ai membri di Jabhat Al-Nusra feriti. Al contrario, ci sono rapporti che descrivono il trasferimento di materiale non specificato da Israele ai siriani, così come incidenti in cui i soldati israeliani hanno lasciato passare siriani che non erano feriti.”

Temo che questo progetto non solo faccia arrivare materiale ed equipaggiamento dal confine siriano a quello di Gaza, ma anche competenze nell’uso del rapporto terapeutico e rapporti medici confidenziali per spiare la popolazione, creare divisioni e reclutare informatori e collaborazionisti.

L’11 novembre 2018 otto agenti israeliani in incognito travestiti da membri di una famiglia palestinese sono entrati a Gaza con l’obiettivo di installarvi impianti di spionaggio nel sistema di comunicazioni private di Hamas. Un’inchiesta ha scoperto che l’unità israeliana utilizzava mezzi di spionaggio e un’attrezzatura per la perforazione entrati a Gaza con la copertura dell’organizzazione umanitaria internazionale Humedica, un ente con sede in Germania che fornisce aiuti a Gaza.

Il responsabile di zona, Joao Santos, con passaporto portoghese, ha abbandonato Gaza il giorno dopo che l’operazione è fallita. Sarebbe un volontario.

In un momento in cui la politica internazionale sta consentendo a Israele di avere il controllo totale su terra e risorse, l’aiuto umanitario viene utilizzato per consentire il controllo delle menti dei palestinesi.

L’aiuto umanitario può essere un mascheramento di intenzioni sadiche e per mantenere la dominazione degli israeliani sui palestinesi. La giusta risposta a tutto ciò sono la promozione dell’autosufficienza palestinese e la fine immediata della separazione tra Gaza e Cisgiordania. I professionisti e i servizi palestinesi della salute mentale in Cisgiordania sono ansiosi di fornire una risposta e di soddisfare le necessità degli abitanti di Gaza appena avremo la libertà di farlo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo il partito Laburista il mio operato come attivista antirazzista e antisionista fa di me un antisemita

Haim Bresheeth

14 febbraio 2020 – Mondoweiss

A Jennie Formby

Partito Laburista

Southside 105 Victoria Street

London SW1E 6QT

11/2/2020

Cara Jennie Formby,

le scrivo in seguito ai recenti avvenimenti – l’espulsione di Jo Bird e l’eccellente lettera di Natalie Strecker [scrittrice laburista che ha mandato in precedenza una lettera simile, ndtr.] -, in quanto le vorrei chiedere, per le ragioni che dettaglierò qui sotto, di deferirmi cortesemente alla commissione dei probiviri per “antisemitismo”.

Per supportare la mia richiesta vorrei raccontarle i miei trascorsi. Sono un accademico, scrittore e regista, e un ebreo ex-israeliano che è stato attivo per oltre cinquant’anni come socialista, antisionista e antirazzista. I miei genitori erano ebrei polacchi, sopravvissuti ad Auschwitz e ad altri campi. Finirono per essere obbligati a seguire le marce della morte verso l’interno del Terzo Reich dopo che il campo di Auschwitz venne svuotato dalle SS a metà gennaio del 1945. Mia madre venne liberata dall’esercito inglese a Bergen-Belsen, mio padre dalle forze statunitensi a Mauthausen. Sono nato in un campo per sfollati in Italia e sono arrivato in Israele da neonato, nel giugno 1948, in quanto allora nessun Paese europeo accettava sopravvissuti all’Olocausto.

Ho fatto il servizio militare nell’esercito israeliano (IDF) come giovane ufficiale di fanteria ed ho preso parte a due guerre, nel 1967 e nel 1973, dopo di che sono diventato un pacifista impegnato. Sono venuto a studiare in Gran Bretagna nel 1972, e poco dopo ho imparato molto più sul sionismo di quando ero in Israele, diventando quindi un acceso sostenitore dei diritti dei palestinesi e un attivista antisionista. Come iscritto al partito Laburista, negli anni ’70 sono stato un attivo sostenitore del movimento contro l’apartheid e in tutta la mia vita ho lottato contro le organizzazioni razziste. I miei film, libri e articoli riflettono le stesse opinioni politiche qui evidenziate, compresi, tra gli altri, un libro di successo sull’Olocausto (Introduction to the Holocaust [Introduzione all’Olocausto], con Stuart Hood, 1994, 2001 2014) un documentario della BBC (State of Danger [Condizione di pericolo], con Jenny Morgan, BBC2, marzo 1988) sulla Prima Intifada e un volume in uscita sull’esercito israeliano (An Army Like No Other [Un esercito senza pari], May 2020). Quando Jeremy Corbyn è stato eletto alla direzione del partito, dopo decenni sono tornato nel partito Laburista in quanto, dopo anni di blairismo, ho riacquistato speranza in un programma progressista per il partito.

È chiaro che, secondo le conclusioni del partito Laburista in base all’errata “definizione” di antisemitismo dell’IHRA, o piuttosto alla versione brandita come un’arma dalla propaganda sionista, intesa a colpire i sostenitori dei diritti umani e politici dei palestinesi, il mio passato mi rende un antisemita. Ma vorrei aggiungere qualche altra prova a carico, in modo da rendere, se possibile, il caso inoppugnabile.

Nel corso dei decenni in vari Paesi – in Israele, in Europa e negli USA – ho partecipato a centinaia di manifestazioni contro la brutalità israeliana ed ho agito contro le atrocità commesse dall’occupazione militare. Ho pubblicato articoli, fatto film e contribuito a molti libri, ho parlato ampiamente in molti Paesi contro la colonizzazione israeliana militarizzata della Palestina, la negazione di qualunque diritto alla maggior parte dei palestinesi, le gravissime violazioni dei diritti umani e politici dei cittadini palestinesi di Israele e l’impatto brutale delle IDF [Israeli Defence Forces, l’esercito israeliano, ndtr.] sulla società ebraica israeliana. In un recente articolo, scritto da una prospettiva antisionista e per i diritti umani, ho anche analizzato la falsa natura della campagna IHRA. Sono attivo in molti gruppi politici affiliati o vicini al partito Laburista, che appoggiano i diritti dei palestinesi – Jewish Voice for Labour [Voce ebraica per il partito Laburista] e Jewish Network for Palestine [Rete ebraica per la Palestina], di cui sono un membro fondatore.

Sono consapevole che, in base alle regole del partito Laburista, quanto detto finora costituisce quello che voi definite antisemitismo.

Personalmente mi è chiaro che tali accuse sono false ed esecrabili, ma nessuno ha interpellato gli iscritti sull’adozione della definizione dell’IHRA e dei suoi esempi. La definizione adottata rende Israele l’unico Stato al mondo che non si può criticare, a meno che non si voglia andare incontro ad accuse di antisemitismo. Criticare l’Impero britannico, ad esempio, non è antibritannico e in questo preciso momento è ancora permesso dalle norme del partito Laburista. Criticare il governo USA per i suoi attacchi contro l’Iraq nel 1991 e nel 2003 non è antiamericano, ed è ancora consentito dalle leggi USA. Criticare il colonialismo di apartheid israeliano non è antisraeliano, né antisemita, ovviamente. Ciò che è antisemita e razzista sono le attuali regole del partito, e finché non saranno modificate, ebrei e altri che appoggiano la Palestina non hanno ragioni per appoggiare un partito che li tratta in questo modo.

Le norme del partito Laburista sono quello che sono. Tuttavia non ho intenzione di interrompere le mie attività, di ridurle o di abbandonare i miei principi per soddisfare la logica distorta del partito Laburista. Insisto sul mio diritto, anzi, sul mio dovere come ex-israeliano, come ebreo, come cittadino, come socialista e, infine ma non meno importante, come essere umano di agire apertamente contro l’apartheid israeliano e di criticare questo e le ingiustizie finché sarò in grado di farlo. Credo anche che come membro di un partito che pensavo fosse diventato un’organizzazione politica progressista, questo debba essere mio diritto e dovere, ma ho compreso che le mie attività sono contro il dogma, le norme e gli attuali interessi del partito Laburista, per cui attraverso questa lettera mi autoaccuso apertamente e le chiedo di deferirmi alla commissione dei probiviri in modo che venga fatta giustizia e che io venga trattato come i miei molti amici che si sono trovati nella stessa difficile situazione – il professor Moshe Machover, Jackie Walker, Elleanne Green, Tony Greenstein, Glyn Secker e molti altri che si sono trovati di fronte al sistema inquisitorio stalinista messo in atto dal partito Laburista. Se voi volete separare gli “ebrei buoni” da quelli “cattivi”, la prego di includermi in quest’ultimo gruppo, perché niente della mia produzione accademica, storia di insegnante, bibliografia o attività politica può sostenere l’affermazione che non sono antisemita in base alle vostre norme. Chiedo che sia fatta giustizia.

Sono fiducioso che la mia richiesta verrà presa seriamente in considerazione e che le venga dato seguito, con lo stesso insieme di fretta, fanatismo e pregiudizi dimostrato nei confronti di altri membri già accusati di questa trasgressione. Non farlo equivarrà ad evidenziare che i criteri per giudicare l’esistenza dell’antisemitismo non sono applicati in modo uniforme.

Sono pronto a fornire tutte le prove richieste dagli inquirenti della commissione dei probiviri per dimostrare la mia colpevolezza. Vi prego di non esitare a chiedere collaborazione sui punti che rimangono poco chiari.

Con i miei ossequi.

Prof. Haim Bresheeth

Il professor Haim Bresheeth è docente e ricercatore associato della SOAS, School of Interdisciplinary Studies [Scuola di Studi Interdisciplinari] e direttore di Camera Obscura Films [casa cinematografica di produzione e distribuzione, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Amazon costringe i palestinesi a registrarsi come israeliani per la spedizione gratuita

Middle East Monitor

14 febbraio 2020 Middle East Monitor

I clienti che inseriscono il proprio indirizzo come “Territori palestinesi” sono costretti a pagare le spese di spedizione e gestione a partire da [un ordine di] 24 dollari

L’azienda internazionale di commercio on line Amazon è stata accusata di discriminare i palestinesi in quanto offre spedizioni gratuite verso le colonie della Cisgiordania occupata ma non ai palestinesi che vivono nella stessa area.

Nei risultati pubblicati in un’indagine del Financial Times, il giornale ha scoperto che, prendendo tutti gli indirizzi corrispondenti alle colonie illegali e inserendoli nel portale di consegna di Amazon, l’azienda applica l’offerta di spedizione gratuita prevista nel proprio sito web “se il tuo indirizzo di spedizione è in Israele, gli articoli scelti sono ammessi e il tuo ordine totale soddisfa la soglia di spedizione gratuita minima di 49 dollari [45,36 euro, ndtr.]”.

Invece i clienti che inseriscono il proprio indirizzo come “Territori Palestinesi” sono costretti a pagare le spese di spedizione e gestione a partire da [un ordine di] 24 dollari [22,22 euro,ndtr.]. Il portavoce di Amazon Nick Caplin ha dichiarato al giornale che i palestinesi possono solo aggirare il problema: “Se un cliente all’interno dei territori palestinesi inserisce il proprio indirizzo e seleziona Israele come Paese, può ricevere la spedizione gratuita usufruendo della stessa promozione”.

Tutte le consegne dell’azienda devono passare attraverso Israele per raggiungere la Cisgiordania occupata e ciò determina lunghi ritardi.

L’avvocato internazionale per i diritti umani Michael Sfard, tuttavia, ha ritenuto tale motivazione non sufficiente e ha definito la politica di Amazon “una palese discriminazione tra potenziali clienti sulla base della loro nazionalità” all’interno della stessa area operativa. Anche l’organizzazione di attivisti Peace Now [O.N.G. pacifista israeliana, ndtr.] ha commentato la situazione, affermando che la politica discriminatoria di Amazon “si aggiunge al quadro generale di un gruppo di persone che godono dei privilegi di cittadinanza, al contrario di altre che vivono nello stesso territorio”.

Negli ultimi anni le colonie ebraiche nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme est sono notevolmente aumentate, con un numero di coloni di oltre 463.000 in Cisgiordania e altri 300.000 a Gerusalemme est alla fine del 2019.

Nonostante il fatto che le colonie siano illegali ai sensi del diritto internazionale, numerose grandi e fiorenti aziende hanno continuato a trattare con loro e ad operare nel territorio che questi hanno occupato illegalmente. Questa settimana le Nazioni Unite hanno pubblicato una lista nera di 112 aziende che continuano a operare nei territori occupati, tra cui i giganti mondiali Airbnb, Expedia, Opodo e Motorola.

Dopo la pubblicazione del documento gli Stati Uniti hanno bocciato l’iniziativa, mentre Israele ha sospeso i rapporti con il Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“È incitamento all’odio”: la deputata democratica affronta l’AIPAC

Alex Kane

14 febbraio 2020 – +972

In un’intervista esclusiva, la parlamentare Betty McCollum risponde all’inserzione dell’AIPAC secondo cui lei sarebbe “più pericolosa” dell’ISIS a causa del suo impegno per i diritti dei palestinesi.


La pubblicità negativa è una sporca, costante caratteristica della vita politica americana. Ma la deputata Betty McCollum (Democratici-Minnesota) è rimasta comunque sorpresa quando la sua segreteria le ha mostrato due inserzioni pubblicate su Facebook dall’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee – Comitato Israelo-Americano per gli Affari Pubblici, lobby americana di sostegno allo Stato di Israele, ndt) che prendono di mira direttamente lei e due sue colleghe, Rashida Tlaib (Democratici – Michigan) E Ilhan Omar (Democratici – Minnesota), un approccio insolito per un’organizzazione che ha tentato in tutti i modi di mantenere i Democratici dalla propria parte.

Le inserzioni diffamatorie – una delle quali contiene foto di McCollum, Tlaib e Omar – rimandavano ad una petizione che definiva le deputate “antisemite” e suggeriva che fossero “probabilmente più pericolose” di gruppi terroristici come l’ISIS e Hezbollah.

Vedere un attacco personale così pieno d’odio è stato davvero sconvolgente” ha dichiarato la McCollum a +972 Magazine, nella sua prima intervista dopo la pubblicazione delle inserzioni. “Con il loro linguaggio, incitano all’odio. E, per quel che posso capire, stanno cercando di intimidire i membri del Congresso perché non facciano sentire la propria voce”.

Circa una settimana dopo la pubblicazione delle inserzioni, McCollum è passata dallo shock all’azione. Mercoledì, la deputata ha pubblicato una feroce dichiarazione, in cui definisce l’AIPAC “gruppo d’odio”, dice che l’AIPAC “ha usato l’antisemitismo e l’odio come arma per mettere a tacere il dissenso” e che, nel farlo, “ha deriso i Democratici, facendosi beffe dei nostri valori fondanti”.

McCollum ha anche respinto il tentativo dell’AIPAC di limitare i danni: una dichiarazione pubblicata sabato, con la quale hanno chiesto scusa per le inserzioni e le hanno rimosse. Comunque il gruppo ha ribadito la propria preoccupazione per un piccolo numero di Democratici che stanno “pregiudicando le relazioni USA-Israele”.

Le scuse, di qualsiasi tipo, dovrebbero essere sincere, venire dal cuore, essere pubbliche. Dovrebbero dire che hanno sbagliato e che non lo faranno mai più, e che non useranno più espressioni di questo tipo contro nessuno,” ha detto McCollum a +972.

Il ginepraio tra McCollum e l’AIPAC è uno scontro senza precedenti tra un Democratico e il gigante delle lobbies israeliane. Il che, ora, minaccia di tormentare l’organizzazione mentre si prepara all’annuale dimostrazione di forza, la conferenza politica dell’AIPAC, che di solito vede la partecipazione dei più potenti Democratici del Congresso.

McCollum aggiunge: “La reazione dei miei colleghi al Congresso, di qualsiasi appartenenza, è stata di sdegno e dispiacere per il modo in cui sono stata trattata”.

Non è chiaro se qualcuno, tra i Democratici del Congresso, boicotterà la conferenza dell’AIPAC alla luce degli attacchi contro McCollum, Tlaib e Omar. La candidata alle presidenziali Elizabeth Warren, però, aveva già dichiarato, prima che le inserzioni fossero pubblicate, che non sarebbe andata all’incontro.

Al di là della conferenza politica, comunque, c’è una preoccupazione ben più grande per l’AIPAC. Le inserzioni diffamatorie sono forse l’esempio più lampante del perché il marchio AIPAC si stia velocemente trasformando in un punto debole all’interno del Partito Democratico.

L’AIPAC si dedica da lungo tempo a garantire, attraverso relazioni personali e contributi elettorali, che entrambi i partiti politici restino irremovibili nel loro sostegno a Israele. Ma oggi, di fronte ai cambiamenti demografici nel Partito Democratico, a un movimento per i diritti dei palestinesi organizzato che sta facendo un’opposizione efficace, e alle dispute tra Netanyahu e Obama a cui è seguita l’alleanza Netanyahu-Trump, l’AIPAC sta lottando per mantenere la propria influenza all’interno del partito.

Non è chiaro quale sia esattamente il motivo per cui l’AIPAC abbia scelto di immischiarsi in questa faccenda proprio adesso, ma McCollum avanza un’ipotesi.

Ecco un esempio di qualcuno che è paranoico o spaventato, al punto da inveire utilizzando espressioni così piene d’odio per cercare di far fuori qualcuno o far sì che la gente abbia paura di venirvi associata. Mi fa pensare che derivi dalla paura”.

L‘AIPAC ha molto da temere in questo momento. La base del Partito Democratico si sta allontanando dal sostegno incondizionato a Israele. Bernie Sanders, candidato democratico capolista alle presidenziali, è il primo candidato credibile che chiede che, relativamente agli aiuti statunitensi a Israele, sia imposta la condizione del rispetto dei diritti umani, e di fare pressione su Israele perché smetta di costruire colonie nei territori occupati.

Nel frattempo, nel Congresso, l’AIPAC è in lotta con una nuova generazione di Democratici che non esitano a denunciare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele. E McCollum, ormai veterana tra i deputati, guida la carica nelle stanze del potere.

Già in precedenza McCollum si era scontrata pubblicamente con l’AIPAC, dopo che un rappresentante del Minnesota della lobby aveva dichiarato che “il suo [di lei, ndt] sostegno ai terroristi non verrà tollerato”. La dichiarazione è arrivata dopo che la deputata aveva votato contro un disegno di legge del 2006 che avrebbe tagliato l’assistenza umanitaria ai territori palestinesi occupati, una mossa che gli alleati di Israele al Congresso avevano intrapreso in seguito alla vittoria di Hamas alle elezioni democratiche di quell’anno. McCollum aveva poi sotterrato l’ascia di guerra con l’AIPAC, e ne aveva incontrato i rappresentanti di recente, proprio l‘anno scorso.

Ma McCollum non ha smesso di difendere i diritti dei palestinesi. L’anno scorso ha presentato una proposta di legge che vieterebbe a Israele di utilizzare l’aiuto militare statunitense per arrestare e commettere abusi sui minori palestinesi, una versione leggermente modificata della proposta del 2017, che aveva la stessa finalità. Questa è stata in assoluto la prima proposta di legge presentata al Congresso incentrata sui diritti umani dei palestinesi. Israele arresta centinaia di minori palestinesi ogni anno: spesso li tiene bendati, li picchia e li costringe a firmare confessioni in ebraico, una lingua che molti di loro non capiscono.

Tutti i minori meritano di essere trattati con dignità e rispetto, e non smetterò di battermi per questo,” ha dichiarato McCollum.

La proposta di legge ha oggi il sostegno di altri 23 Democratici. Il che non è abbastanza per farla procedere al Congresso, ma la normativa è appoggiata dalle stelle della nuova classe congressuale: Alexandra Ocasio-Cortez (Democratici-New York), Ayanna Pressley (Democratici – Massachusetts), Tlaib e Omar, comunemente note come “La Squadra”.

In merito all’AIPAC, McCollum ha dichiarato che, per il momento, non accetterà di parlare con i rappresentanti dell’AIPAC, riportando così il gelo nelle relazioni tra la deputata e l’organizzazione.

Perché dovrei incontrare qualcuno che pensa che io sia peggio di un terrorista?” chiede la deputata.

Alex Kane è un giornalista di New York i cui articoli su Israele-Palestina, libertà civili e politica estera USA sono stati pubblicati, tra gli altri, da Vice News, The Intercept, The Nation, In These Times.

(traduzione dall’inglese di Elena Bellini)




In che modo i coloni si prendono la terra palestinese? La risposta è: con una strada

Dror Etkes 

12 febbraio 2020 – + 972

Per collegare le enclavi che compongono Kedumim, i coloni hanno assunto il controllo di una importante strada che serviva ai palestinesi e gliene hanno bloccato l’accesso.

Il 28 gennaio, il giorno in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso pubblico l’ “accordo del secolo”, nella colonia di Kedumim una donna seduta in un’auto a noleggio digitava sul cellulare mentre gli spari risuonavano dalla vicina Kufr Qaddum. Si potevano sentire rumori di veicoli militari arrivare dal villaggio palestinese a poche centinaia di metri a ovest della colonia.

La donna continuava a guidare verso sud, verso l’uscita principale di Kedumim, e io proseguivo verso ovest lungo Nahlah Street. Dall’altra parte della strada, ho visto un allievo della scuola elementare tornare a casa mentre passava l’auto di servizio del consiglio dei coloni. Routine quotidiana della colonia.

Dopo un po’ sono arrivata alla casa più a ovest di Kedumim, accanto agli uliveti di Kufr Qaddum. È probabile che questo punto diventerà presto un altro segnale dei confini internazionali di Israele, se il piano di Trump verrà attuato e Israele annetterà gli insediamenti.

Kedumim fu fondata nel 1975 in seguito al famigerato “compromesso di Sebastia”, quando i coloni di Gush Emunim raggiunsero un accordo con l’allora Primo Ministro Yitzhak Rabin e il Ministro della Difesa Shimon Peres per fondare un nuovo insediamento come risarcimento dell’essere stati allontanati dalla terra che avevano occupato alla stazione ferroviaria di Sebastia, adiacente all’omonimo villaggio palestinese nella Cisgiordania settentrionale. Da molti anni, però, Nahlah Street era la strada utilizzata dagli abitanti palestinesi di Kufr Qaddum per accedere a Nablus, la grande città a loro più vicina.

Ma un tratto di 2 chilometri di quella strada si snoda tra gli ulivi e i campi di Kufr Qaddum orientale, su cui Kedumim è stata fondata 45 anni fa. E negli ultimi vent’anni, quella strada è stata chiusa agli abitanti palestinesi di Kufr Qaddum. Mentre la lotta popolare si è in gran parte attenuata in tutta la Cisgiordania occupata, il villaggio è uno degli ultimi posti in cui è possibile assistere a manifestazioni quasi settimanali del venerdì che protestano contro la chiusura della strada.

Kufr Qaddum non è affatto l’unica comunità palestinese in Cisgiordania ad avere uno dei propri punti di accesso chiuso dall’espansione delle colonie. La colonia di Kiryat Sefer, per esempio, ha inglobato la strada Bil’in-Safa. La colonia di Maale Adumim controlla il tragitto Abu Dis-Old Jericho. E la colonia di Neve Daniel ha inglobato una strada locale che collegava diversi villaggi palestinesi a Maqam Nabi Daniel.

Per di più, la maggior parte delle aree che l’esercito ha assegnato alle colonie è composta da enclavi e territori non contigui, e comprende campi agricoli che le autorità israeliane riconoscono come terra privata palestinese. In quanto tali, fin dall’inizio queste aree non potevano essere ufficialmente sotto la giurisdizione delle colonie.

La cosa può suonare strana a chiunque pensi in modo tradizionale ai progetti di una comunità – dove le persone normali desiderano condurre una vita in base alle regole che non implichi il furto di proprietà. Ma la Cisgiordania non è un posto normale, e il sistema di assegnazione e pianificazione del territorio che Israele vi ha imposto obbedisce ad un principio organizzativo supremo: rubare e saccheggiare a piacimento e poi pensare a come fare col bottino.

Oltretutto, esiste solo una connessione statisticamente casuale tra le aree giurisdizionali ufficiali e quelle effettive delle colonie. Il motivo è che i coloni essenzialmente fanno ciò che vogliono e le autorità responsabili dell’applicazione della legge non la applicano. È ciò che è successo a Kedumim: l’area totale delle sette enclavi assegnate in aree non contigue è di 3.300 dunam [330 ettari], mentre i coloni sostengono che la comunità occupa circa 6.000 dunam [600 ettari]. Da dove vengono i 2.700 dunam [270 ettari] in più?

Oggi Kedumim occupa tutta la terra di Kufr Qaddum, che l’esercito ha “donato” ai coloni a spese degli abitanti palestinesi. Tra il 1970 e il 1978 l’esercito israeliano ha cominciato ad emanare una serie di “ordini di sequestro militare temporaneo per esigenze di sicurezza”, espropriando oltre 450 dunam [45 ettari] di terra, di cui oltre la metà è stata data ai coloni.

Le fotografie aeree scattate nel 1970 mostrano l’area acquisita quell’anno. Nella parte meridionale si trova la base militare di Kadum dell’esercito israeliano, nello stesso punto in cui prima del 1967 si trovava una base militare giordana. L’area settentrionale divenne, nel corso degli anni, il punto di partenza della colonia di Kedumim e della piccola zona industriale adiacente. A nord della colonia si vede chiaramente la strada che collega Kufr Qaddum a Nablus.

Nel 1979, con l’istanza Alon Moreh, l’Alta Corte di Israele decretò che era illegale assegnare per la costruzione di colonie i terreni palestinesi espropriati dall’esercito israeliano per un preteso scopo militare. Ma poco dopo, per espandere le colonie, Israele cominciò a dichiarare “terreni di stato” ampie fasce di terreno attorno a quello sotto ordine di sequestro, appartenenti agli abitanti di Kufr Qaddum,.

Le immagini aeree del 1983 mostrano chiaramente che i “terreni statali” consegnati ai coloni non erano adiacenti al nucleo della colonia, perché in quei luoghi c’erano – e ci sono ancora – uliveti di proprietà degli abitanti di Kufr Qaddum. I residenti palestinesi possono accedere ad alcuni dei loro uliveti solo un certo numero di giorni fissati ogni anno, e gran parte di quei terreni rimane loro del tutto inaccessibile. Già nei primi anni ’80, Kedumim si espanse al punto che i confini della colonia erano 2 chilometri più a nord del suo originale centro.

Le foto aeree del 2019 mostrano il punto più a nord a cui è arrivata Kedumim, a quarant’anni dalla sua fondazione. Gli edifici costruiti da allora si trovano prevalentemente all’interno dei confini meridionale e settentrionale della colonia.

Dunque, come hanno fatto queste zone separate a formare un unico, continuo insediamento in Cisgiordania? Secondo Daniella Weiss, leader dei coloni ed ex sindaco di Kedumim, basta costruire una strada che attraversa gli uliveti di Kufr Qaddum. Lo studio ravvicinato di una foto aerea del 1983 mostra che, nell’area sotto ordine di sequestro, una strada dalla zona meridionale sbuca nella parte settentrionale lungo la strada Kufr Qaddum-Nablus.

L’espansione della colonia verso nord è stata il colpo finale alla strada Kufr Qaddum-Nablus. Nel corso degli anni, mentre Kedumim si espandeva ed estendeva su più di 10 colline, la strada è diventata determinante per la crescita della colonia e tutto ciò che i coloni hanno dovuto fare è stato aspettare un’opportunità per bloccarvi il traffico palestinese.

L’opportunità è arrivata nei primi anni della Seconda Intifada, che vedevano i coloni di Kedumim nel pieno di una aggressiva campagna di occupazione iniziata alcuni anni prima. Questa campagna per il controllo su più terra intorno alla colonia includeva le solite mosse di questo tipo di colonie: creare nuove strade, bloccare violentemente l’accesso alle aree intorno alla colonia e costruire avamposti.

È così che, alla fine degli anni ’90, il monte Mohammad di Kufr Qaddum è diventato l’avamposto “Har Hemed”. Ed è così che nel 2004 è stato costruito il quartiere in cui vive attualmente il parlamentare di estrema destra e Ministro dei Trasporti Betzalel Smotrich.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il “campo pacifista” di Israele rischia di scomparire

Jonathan Cook

7 Febbraio 2020 –The Electronic Intifada

Per il cosiddetto “campo pacifista” di Israele gli scorsi 12 mesi di elezioni generali – la terza è prevista il 2 marzo – sono stati vissuti come una continua roulette russa, con sempre minori opportunità di sopravvivenza.

Ogni volta che la canna della pistola elettorale è stata ruotata, i due partiti parlamentari collegati al sionismo liberale, Labour e Meretz, si sono preparati alla loro imminente scomparsa.

Ed ora che la destra israeliana ultranazionalista celebra la presentazione del cosiddetto “piano” per la pace di Donald Trump, sperando che porterà ancora più dalla sua parte l’opinione pubblica israeliana, la sinistra teme ancor di più l’estinzione elettorale.

Di fronte a questa minaccia Labour e Meretz – insieme ad una terza fazione di centro-destra ancor più minuscola, Gesher – a gennaio hanno annunciato l’unificazione in una lista unica in tempo per il voto di marzo.

Amir Peretz, capo del Labour, ha ammesso francamente che i partiti sono stati costretti ad un’alleanza.

“Non c’è scelta, anche se lo facciamo contro la nostra volontà”, ha detto ai dirigenti del partito.

Alle elezioni di settembre i partiti Labour e Meretz, presentatisi separatamente, hanno a malapena superato la soglia di sbarramento.

Il partito Labour, un tempo egemone, i cui leader hanno fondato Israele, ha ottenuto solo cinque dei 120 seggi in parlamento – il risultato più basso di sempre.

Il partito sionista più di sinistra, il Meretz,, ha ottenuto solo 3 seggi. È stato salvato solo dall’alleanza con due partiti minori, teoricamente di centro.

Sempre fragile

Anche al culmine del processo di Oslo alla fine degli anni ’90, il “campo pacifista” israeliano era una costruzione fragile, senza sostanza. Al tempo vi era un dibattito scarsamente rilevante tra gli ebrei israeliani riguardo a quali concessioni fossero necessarie per raggiungere la pace, e sicuramente riguardo a come potesse configurarsi uno Stato palestinese.

Le recenti elezioni, che hanno fatto del leader del Likud Benjamin Netanyahu il Primo Ministro israeliano più a lungo in carica, e la generale euforia riguardo al piano “di pace” di Trump, hanno indicato che l’elettorato ebraico israeliano favorevole ad un processo di pace – anche del tipo più blando – è del tutto scomparso.

Da quando Trump è diventato presidente, la principale opposizione a Netanyahu è passata dal Labour al partito Blu e Bianco, guidato da Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano che è stato il responsabile della distruzione di Gaza nel 2014.

Il suo partito è nato un anno fa, in tempo per l’ultimo voto di aprile e nelle due elezioni generali dello scorso anno i partiti di Gantz e Netanyahu hanno praticamente pareggiato.

I commentatori, soprattutto in nord America e in Europa, hanno accomunato Blu e Bianco con Labour e Meretz come il “centro sinistra” israeliano. Ma il partito di Gantz non si è mai presentato come tale.

Si pone stabilmente a destra, attraendo gli elettori stanchi dei guai molto discussi sulla corruzione di Netanyahu –deve affrontare tre diverse imputazioni per frode e corruzione – o del suo continuo accondiscendere ai settori più religiosi della società israeliana, come i seguaci del rabbinato ortodosso e il movimento dei coloni.

Gantz e il suo partito si sono rivolti agli elettori che vogliono un ritorno ad un sionismo di destra più tradizionale e laico, che un tempo era rappresentato dal Likud – capeggiato da figure come Ariel Sharon, Yitzhak Shamir e Menachem Begin.

Non è stata quindi una sorpresa che Gantz abbia fatto a gara con Netanyahu nell’appoggiare il piano di Trump che sancisce l’annessione delle colonie illegali della Cisgiordania e della Valle del Giordano.

Ma le difficoltà della destra israeliana sono iniziate molto prima della nascita di Blu e Bianco. E per un po’ di tempo sia il Labour che il Meretz hanno cercato di reagire ostentando una linea più intransigente.

Abbandonare Oslo

Sotto la guida di diversi leader il Labour si è progressivamente allontanato dai principi degli accordi di Oslo che ha firmato nel 1993. Il discredito di quel processo è avvenuto in larga misura perché lo stesso Labour all’epoca ha rifiutato di impegnarsi in buona fede nei colloqui di pace con la leadership palestinese.

Nel 2011, dando un segnale generalmente interpretato come il riposizionamento del partito Laburista, la candidata alla sua guida ed ex capo del partito, Shelly Yachimovich, ha puntualizzato che le colonie, che violano il diritto internazionale, non erano un “peccato” o un “crimine”.

In un momento di sincerità ha attribuito direttamente al Labour la loro creazione: “È stato il partito Laburista che ha dato inizio all’impresa coloniale nei territori. Questo è un fatto. Un fatto storico.”

Questo graduale allontanamento dal sostegno anche solo a parole il processo di pace è culminato nell’elezione del ricco uomo d’affari Avi Gabbay come leader del partito Laburista nel 2017.

Nel 2014 Gabbay aveva contribuito a finanziare, insieme a Moshe Kahlon, un ex Ministro delle Finanze del Likud, il partito di destra Kulanu. Lo stesso Gabbay, benché non eletto, ha ricoperto brevemente un ruolo ministeriale nella coalizione di estrema destra di Netanyahu dopo le elezioni del 2015.

Una volta diventato leader del Labour, Gabbay ha fatto eco alla destra stralciando in gran parte il processo di pace dal programma del partito. Ha dichiarato che qualunque concessione ai palestinesi non doveva includere l’“evacuazione” delle colonie.

Ha anche suggerito che fosse più importante per Israele mantenere per sé l’intera Gerusalemme, compresa la parte est occupata, piuttosto che raggiungere un accordo di pace.

Il suo successore (e due volte predecessore) Amir Peretz potrebbe sembrare teoricamente più moderato. Ma ha mantenuto legami con il partito Gesher, fondato da Orly Levi-Abekasis alla fine del 2018.

Levi-Abekasis è un ex deputato di Yisrael Beitenu [Israele è casa nostra], il partito di estrema destra che è ripetutamente entrato nei governi di Netanyahu ed è guidato da Avigdor Lieberman, ex Ministro della Difesa e colono.

Abbandonare la minoranza palestinese di Israele.

Il Meretz ha intrapreso un percorso ancor più drastico di allontanamento dalle proprie origini di partito pacifista, lo scopo per il quale è stato espressamente creato nel 1992.

Fino a poco tempo fa il partito aveva l’unico gruppo parlamentare apertamente impegnato per la fine dell’occupazione e posto i colloqui di pace al centro del proprio programma. Tuttavia, a partire dall’indebolimento (degli accordi) di Oslo alla fine degli anni ’90, non ha mai conquistato più di una mezza dozzina di seggi.

Di fatto dal 2014 il Meretz si è pericolosamente avvicinato alla scomparsa elettorale. In quell’anno il governo Netanyahu ha alzato la soglia elettorale a quattro seggi per poter entrare in parlamento, nel tentativo di eliminare quattro partiti che rappresentavano l’ampia minoranza di 1,8 milioni di cittadini palestinesi di Israele.

I partiti palestinesi hanno reagito creando una Lista Unita per superare la soglia. Ed in un chiaro esempio di conseguenze impreviste, la Lista Unita è attualmente il terzo più grande partito della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.].

Da parte sua, il Meretz è stato lacerato dalle divisioni su come procedere.

Dopo le elezioni di aprile dello scorso anno, in cui a fatica ha superato la soglia, nel Meretz ci sono state voci che chiedevano di prendere una nuova direzione, promuovendo la partnership ebraico-araba. I suoi molto votati rappresentanti “arabi”, Issawi Freij e Ali Salalah, si dice abbiano salvato il partito raccogliendo in aprile un quarto dei voti dai cittadini palestinesi di Israele, quelli che rimasero di quanti vennero espulsi dalle proprie terre nel 1948 durante la Nakba.

La minoranza palestinese è diventata sempre più politicamente polarizzata, esasperata dall’incapacità dei partiti ebraici di affrontare le sue preoccupazioni riguardo alla sistematica discriminazione che subisce.

I più votano per la Lista Unita. Ma una piccola parte della minoranza palestinese sembra stanca di gettare via quello che finisce per essere un voto di protesta.

Di fronte ad una sempre più forte istigazione anti-araba da parte della destra, guidata dallo stesso Netanyahu, alcuni erano sembrati pronti ad andare verso la società ebraica israeliana attraverso il Merertz.

Alcuni dirigenti del Meretz, guidati da Freij, hanno anche proposto di scindere la Lista Unita e creare un’alleanza con alcuni dei suoi partiti, soprattutto Hadash-Jebha, un’alleanza socialista che già include un gruppo ebraico minoritario.

Ma nella corsa al voto di settembre i dirigenti del Meretz hanno di fatto cassato qualunque ulteriore intenzione di promuovere questi tentativi di collegamento con la minoranza palestinese. In luglio il partito ha istituito un nuovo gruppo, chiamato Unione Democratica, con due nuovi partiti guidati da ex politici del Labour – il Movimento Verde di Stav Shaffir e il partito Democratico di Ehud Barak.

Improbabili alleati

Shaffir si era inimicata molti cittadini palestinesi durante le brevi proteste per la giustizia sociale nel 2011 in cui si è messa in risalto. I leader della protesta hanno lavorato sodo per mantenere a distanza i cittadini palestinesi e hanno ignorato le questioni relative all’occupazione, in modo da creare un’ampia coalizione ebraica sionista.

I precedenti di Barak – l’ex Primo Ministro è stato colui che ha messo il campo pacifista sulla sua strada di autodistruzione dichiarando che i palestinesi non erano “partner per la pace” –erano ancor più problematici.

Ha descritto il suo partito Democratico come “a destra del partito Laburista”. Il suo programma non faceva menzione di una soluzione di due Stati e della necessità di porre fine all’occupazione.

Nitzan Horowitz, il leader del Meretz, in quel momento ha giustificato l’alleanza in base al fatto che “abbiamo bisogno di aumentare la nostra forza (elettorale)”.

E, a parte il ruolo di Barak nell’ostacolare il processo di Oslo, nel 2000 come Primo Ministro all’inizio della seconda intifada diresse anche una violenta repressione poliziesca delle proteste civili dei cittadini palestinesi, in cui furono uccise 13 persone.

L’anno seguente Barak perse le elezioni a Primo Ministro dopo che i cittadini palestinesi infuriati boicottarono in massa il voto, di fatto spianando la strada alla vittoria del suo sfidante del Likud, Ariel Sharon.

Solo l’anno scorso, vent’anni dopo, Barak ha espresso le scuse per il suo ruolo in quelle 13 morti, come verosimile prezzo per entrare nell’alleanza con Meretz.

Ora il Meretz ha rotto l’alleanza con Barak e Shaffir. Ma facendolo, si è spostato ancor più a destra. Il suo accordo elettorale di gennaio con Labour e Gesher per le elezioni del 2 marzo sembra chiudere la porta ad ogni futura alleanza arabo-ebraica.

Il Meretz ha relegato Freij, il suo candidato palestinese di punta, in una irrealistica undicesima posizione [nella lista dei candidati].

Recenti sondaggi indicano che la nuova coalizione si aggiudicherà solo nove seggi.

Un improbabile scenario

Né il Meretz né il Labour hanno mai veramente rappresentato un significativo campo pacifista. Entrambi hanno una storia precedente di entusiastico appoggio a ogni recente guerra che Israele ha lanciato, benché parti del Meretz abbiano avuto abitualmente dei ripensamenti quando le operazioni si prolungavano e aumentavano le vittime.

Pochi, anche nel Meretz, hanno chiarito che cosa significhi il campo pacifista o come considerino uno Stato palestinese.

La “prospettiva” di Trump ha risposto a queste domande in modo del tutto negativo per i palestinesi. Ma il suo piano si allinea ai sondaggi che indicano che molto meno della metà degli ebrei israeliani sostiene alcun tipo di Stato palestinese, praticabile o no.

Ugualmente problematico per i sionisti liberali del Meretz e del partito Laburista è come contrastare la sistematica discriminazione nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele senza compromettere lo status ebraico dello Stato imposto per legge.

I fondamenti sionisti di Israele implicano privilegi per i cittadini ebrei rispetto a quelli palestinesi, dall’immigrazione ai diritti sulla terra e la separazione tra le due popolazioni negli ambiti sociali, dalla residenza all’istruzione.

Ma senza qualche forma di accordo con la minoranza palestinese è impossibile immaginare come il cosiddetto campo pacifista possa ottenere qualche successo elettorale, come previsto l’anno scorso dall’ex leader del Meretz Tamar Zandberg.

L’enigma è che sottrarre potere alla destra estremista e religiosa guidata da Netanyahu dipende da una quasi impossibile alleanza sia con la destra laica e militarista guidata da Gantz, sia con la Lista Unita.

Dato il razzismo anti-arabo dilagante nella società israeliana, nessuno crede davvero che una tale configurazione politica sia realizzabile. Questo è in parte il motivo per cui Netanyahu, gli estremisti religiosi e i coloni continuano a dettare l’agenda politica, mentre il “centro-sinistra” israeliano rimane a mani vuote.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale per il Giornalismo ‘Martha Gellhorn’.

I suoi ultimi libri sono: ‘Israel and the clash of civilization: Iraq, Iran and the plan to remake the Middle East’ [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ridefinire il Medio Oriente] (Pluto Press) e ‘Disappearing Palestine: Israel’s experiments in human despair’ [Palestina che scompare: esperimenti israeliani di disperazione umana] (Zed Books).

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)