“Permesso di stupro” – Il New York Times descrive nel dettaglio le violenze sessuali contro i palestinesi detenuti in Israele

Redazione di Palestine Chronicle

12 maggio 2026 Palestine Chronicle

Un editorialista del New York Times riferisce testimonianze che rivelano le sistematiche violenze sessuali contro i detenuti palestinesi da parte delle forze israeliane

I punti chiave

  • Nicholas Kristof, editorialista del New York Times, riferisce di casi di violenza sessuale commessi da soldati israeliani, guardie carcerarie e coloni.

  • Il rapporto cita le conclusioni delle Nazioni Unite e le testimonianze di organizzazioni per i diritti umani che documentano quelli che vengono descritti come sistematici abusi contro i palestinesi.

  • Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse, e Netanyahu ha liquidato le accuse di violenza sessuale come “prive di fondamento”.

Abuso sistematico

In una lunga inchiesta pubblicata dal New York Times il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Nicholas Kristof ha riferito dettagliate testimonianze di palestinesi che raccontano di diffuse violenze sessuali commesse da soldati, guardie carcerarie, coloni e inquirenti israeliani.

Kristof, corrispondente di guerra di lunga data e opinionista di punta del New York Times, ha scritto: “È un’affermazione semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro”.

“Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino gli stupri”, ha scritto Kristof, aggiungendo però che le autorità israeliane hanno costruito “un apparato di sicurezza” per cui la violenza sessuale è diventata, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, una delle “procedure operative standard” di Israele.

Testimonianze di detenuti palestinesi

Kristof ha affermato di aver intervistato 14 uomini e donne palestinesi che hanno descritto aggressioni sessuali subite a opera di personale di sicurezza israeliano o di coloni.

Tra questi c’è il giornalista palestinese Sami al-Sai, il quale ha raccontato di essere stato aggredito dalle guardie carcerarie dopo il suo arresto nel 2024.

“Mi picchiavano tutti, e uno mi ha calpestato testa e collo”, ha dichiarato al-Sai al New York Times. Ha riferito che le guardie lo hanno spogliato e violentato con degli oggetti ridendo.

“È stato estremamente doloroso”, ha detto. “Pregavo di morire”.

Kristof ha anche descritto la testimonianza di un agricoltore palestinese che è stato ripetutamente violentato con un manganello di metallo per aver cercato di sporgere denuncia contro le guardie carcerarie.

“Ora hai anche altri elementi da aggiungere alla tua denuncia”, gli avrebbe detto una guardia.

L’agricoltore ha poi ritirato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome dopo che, come ha detto, i funzionari dello Shin Bet lo avevano ammonito a non fare dichiarazioni in pubblico.

Donne, bambini e gazawi in prigione

Il reportage del New York Times include anche la testimonianza di una donna palestinese arrestata dopo l’ottobre 2023, la quale ha affermato che i soldati israeliani avevano minacciato di stuprare lei e i membri della sua famiglia.

La donna ha raccontato a Kristof di essere stata ripetutamente spogliata, picchiata e palpeggiata dalle guardie.

“Mi mettevano le mani dappertutto”, ha detto.

Un giornalista di Gaza ha descritto in modo simile gli abusi subiti durante la detenzione, dichiarando al New York Times: “Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali”.

Kristof ha anche intervistato alcuni ragazzi palestinesi che hanno affermato che le minacce di stupro erano una routine durante la detenzione.

Un detenuto di 15 anni ha ricordato che le guardie gli dicevano: “Fai così o ti infiliamo questo bastone nel culo”.

Risultanze sui diritti umani

Kristof cita i rapporti delle Nazioni Unite, di B’Tselem, di Save the Children, di Euro-Med Human Rights Monitor e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti.

Un rapporto di Euro-Med ha descritto la violenza sessuale israeliana contro i palestinesi come “sistematica” e parte di una “una prassi organizzata di Stato“.

B’Tselem ha documentato quello che ha definito “un tragico sistema di violenza sessuale”, mentre Save the Children ha riferito che più della metà dei bambini palestinesi detenuti da Israele che sono stati intervistati ha dichiarato di aver assistito o subito violenza sessuale.

Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse.

Secondo il New York Times un portavoce del servizio penitenziario ha affermato di “respingere categoricamente le accuse” e ha dichiarato che le denunce vengono esaminate dalle autorità competenti.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato le accuse di violenza sessuale da parte delle forze israeliane come “accuse infondate”.

“Dare il permesso allo stupro”

Kristof sostiene che l’impunità ha permesso che gli abusi continuassero.

Ha fatto riferimento al caso del 2024 di un prigioniero palestinese di Gaza che sarebbe stato ricoverato in ospedale con gravi lesioni rettali e interne a seguito di presunti abusi da parte di riservisti israeliani. Sebbene inizialmente diversi soldati fossero stati arrestati, le accuse sono state successivamente ritirate.

Netanyahu ha celebrato l’archiviazione del caso come la fine di una “calunnia del sangue” [archetipo antisemita relativo a presunti omicidi rituali, ndt.].

Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, ha dichiarato al New York Times: “Gli abusi sessuali dilaganti sui prigionieri palestinesi sono una realtà; sono stati normalizzati”. E aggiunge: “Non ci sono prove evidenti che ci siano degli ordini in merito. Ma ci sono ripetute prove che le autorità ne sono a conoscenza e non intervengono per fermare gli stupri”.

Dopo il ritiro delle accuse contro i riservisti Bashi ha detto: “Direi che ritirare le accuse equivale a dare il permesso di stuprare”.

Kristof ha concluso affermando che, poiché gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele finanziariamente e militarmente, Washington ha la responsabilità di affrontare le accuse. “E anche i nostri dollari delle tasse americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano”, ha scritto, “quindi si tratta di violenze sessuali in cui gli Stati Uniti sono complici”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




OMS: da ottobre 2023 43.000 persone a Gaza hanno subito ferite permanenti

Redazione di MEMO

12 maggio 2026 – Middle East Monitor

Martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che circa 43.000 dei 172.000 feriti a Gaza da ottobre 2023, inclusi approssimativamente 10.000 minori, hanno subito ferite permanenti.

Parlando ai giornalisti a Ginevra Reinhilde Van de Weerdt, la rappresentante dell’OMS per i territori palestinesi occupati, ha detto che le stime aggiornate riflettono il devastante impatto a lungo termine del conflitto contro la popolazione e il sistema sanitario di Gaza.

Ha affermato che dall’ultimo rapporto dell’OMS del settembre 2025 sono state registrate circa 5.000 feriti permanenti, quasi la metà dei quali dopo che è stato annunciato il cessate il fuoco a ottobre 2025.

Secondo i dati dell’OMS, le lesioni maggiori agli arti rappresentano la quota più ampia dei casi gravi, con più di 22.000 registrati, seguiti da oltre 5.000 amputazioni traumatiche, più di 3.400 ustioni gravi, oltre 2.000 ferite alla colonna vertebrale e più di 1.300 ferite traumatiche al cervello.

Van de Weerdt ha detto che al momento più di 50.000 ferite richiedono una riabilitazione di lunga durata.

Ha osservato che tra luglio 2025 e maggio 2026 circa 14.000 pazienti sono stati registrati per i servizi di ricostruzione degli arti e circa metà di quelli valutati richiedono operazioni chirurgiche aggiuntive.

Nel frattempo, a causa di gravi mancanze a Gaza, solo 500 dei 2.300 amputati valutati tra settembre 2024 e maggio 2026 hanno ricevuto protesi permanenti.

Secondo l’OMS, nonostante i bisogni crescano, i servizi di riabilitazione rimangono criticamente limitati, senza strutture riabilitative completamente funzionanti a Gaza.

Van de Weerdt ha affermato che più di 400 pazienti stanno aspettando letti specializzati per la riabilitazione, obbligando gli ospedali a dimettere in anticipo i pazienti e incrementando il rischio di disabilità permanente.

Ha anche avvisato che nessuna apparecchiatura per la riabilitazione è entrata a Gaza negli ultimi due anni, mentre 18 spedizioni di sedie a rotelle, arti artificiali e dispositivi per la riabilitazione rimangono in attesa di autorizzazione [all’ingresso].

Gli abitanti di Gaza hanno sopportato una sofferenza inimmaginabile,” ha detto. “Essi si meritano non solo cure di emergenza, ma il supporto continuativo necessario per guarire e riprendere la loro vita.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La guerra di Israele in Cisgiordania prende di mira le serre palestinesi.

Meron Rapoport

7 maggio 2026 – +972 Magazine

A Jayyous e nei villaggi limitrofi agli agricoltori palestinesi sono stati notificati decine di nuovi ordini di demolizione con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le proprie terre.

Hakam Salim si trovava nella sua serra di peperoni sul territorio di Jayyous, un villaggio a est di Qalqilya i cui terreni agricoli si trovano in parte nella cosiddetta «zona di confine» — la striscia di territorio della Cisgiordania situata tra la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndt.] e la barriera di separazione israeliana. La realizzazione della serra gli è costata più di 30.000 Shekel (8.798 euro), a cui si aggiungono altre decine di migliaia di Shekel investiti nella preparazione del terreno.

Una serra tipica a Jayyous genera un reddito annuo di 50.000-60.000 shekel, al lordo delle spese. Per Salim e suo fratello questo reddito sostiene le loro famiglie e contribuisce a pagare le tasse universitarie dei loro quattro figli.

Ora tuttavia un recente ordine di sospensione dei lavori emesso dall’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare-amministrativo israeliano che gestisce le questioni civili palestinesi nei territori occupati, ndt.] minaccia di spazzare via tutto ciò che Salim ha costruito, insieme al sostentamento della sua famiglia.

L’Amministrazione Civile, un ramo dell’esercito, afferma che le serre sono state costruite senza permessi, nonostante siano presenti da molti anni, alcune da oltre vent’anni. “Quando sono state costruite, non c’è stato alcun problema con l’esercito, nessuno è venuto a dire ‘non costruite qui'”, ha dichiarato Salim a +972. “Il comune le ha persino allacciate alla rete elettrica”.

Salim non è certo un caso isolato. A Jayyous nelle ultime settimane le autorità israeliane hanno emesso ordini di sospensione dei lavori – il primo passo prima della demolizione – per 52 serre situate a est della barriera di separazione. Almeno due di queste sono già state demolite. Inoltre questa settimana decine di altre serre situate dalla parte opposta del muro hanno ricevuto ordini di demolizione.

Il fatto che gli ordini si applichino alle strutture entro 300 metri da entrambi i lati della barriera e non citino alcuna specifica motivazione di sicurezza suggerisce che il loro obiettivo sia quello di eliminare completamente la presenza agricola palestinese dall’area. «Ci perseguitano, noi abitanti dei villaggi, per costringerci a trasferirci nelle città e, da lì, allestero», spiega Salim a +972. «Vogliono rendere la vita più difficile agli agricoltori palestinesi. Il loro obiettivo è politico».

Tagliare il “granaio” della Cisgiordania

Jayyous sorge su una collina che domina la pianura costiera israeliana, con la città di Netanya visibile in lontananza. Le sue serre sono così vicine alla barriera di separazione che durante la recente guerra con l’Iran gli agricoltori che vi lavoravano potevano sentire sia le sirene antimissili in Israele sia le esplosioni delle intercettazioni che spesso si verificavano sopra la Cisgiordania.

I terreni agricoli del villaggio si estendono in una delle zone più ricche d’acqua della Cisgiordania al di fuori della Valle del Giordano. Estendendosi da sud di Qalqilya a nord di Tulkarem, la regione è spesso descritta come il “granaio” della Cisgiordania.

All’inizio degli anni 2000 Israele ha costruito lungo queste terre fertili quello che i palestinesi locali chiamano il “muro dell’apartheid”. In molti punti la barriera corre vicino alle case più occidentali dei villaggi palestinesi, lasciando ampie zone di terreno agricolo sul lato occidentale, tra la Linea Verde e il muro.

Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso cancelli che vengono aperti quotidianamente per brevi periodi, e solo pochi membri delle famiglie ottengono i permessi necessari. Un attivista palestinese di lunga data contro la barriera di separazione, che ha scelto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni da parte delle autorità israeliane, ha dichiarato a +972 che Israele ha stabilito il tracciato “deliberatamente per impedire ai palestinesi di accedere a questa falda acquifera”.

Tuttavia sebbene la barriera limiti severamente l’accesso degli agricoltori di Jayyous ai propri terreni non impedisce all’esercito di entrare regolarmente nel villaggio. Il giorno prima del mio arrivo a Jayyous Sabriya Amin Shamasneh, di 68 anni, è morta per un attacco di cuore mentre i soldati facevano irruzione nella sua casa nel cuore della notte.

Le restrizioni hanno anche portato a situazioni assurde. Un agricoltore di Jayyous, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato di come la polizia israeliana abbia arrestato dei volontari israeliani per aver “rubato” olive dai suoi alberi oltre la recinzione, nonostante le stessero raccogliendo su sua richiesta.

Per Salim la prova che l’esercito e l’amministrazione civile israeliani non vedessero alcun problema nella costruzione delle serre risiede nel fatto che fino al 2014 queste si trovavano in un’area sul lato occidentale del muro di separazione. “Accedevamo alle nostre serre attraverso il cancello con un permesso”, ricorda Salim. “Portavamo attrezzature, archi di ferro, teli di plastica e ortaggi. Non c’era alcun problema”.

Tuttavia a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quell’anno la barriera è stata spostata verso ovest, riportando il terreno sul lato della Cisgiordania. Ecco perché gli ordini di sospensione dei lavori sono stati uno shock. “A volte dicono che è perché non c’è il permesso, a volte dicono che è per motivi di sicurezza, ma non c’è stato alcun problema di sicurezza in quest’area”, afferma.

«Un attacco all’agricoltura in generale»

Sebbene l’agricoltura rappresenti solo il 6% del PIL palestinese la sua importanza va oltre l’aspetto economico. «Storicamente la cultura palestinese è una cultura agricola e abbiamo preservato la nostra identità agricola», ha dichiarato a +972 l’economista Raja Khalidi, ex direttore del Palestine Economic Policy Research Institute. «Se hai soldi compri terra: fa parte della cultura. È il modo in cui le persone mangiano, il modo in cui vivono».

Le politiche israeliane, afferma, hanno accelerato la proletarizzazione della società palestinese, in parte perché la concorrenza con i prodotti israeliani ha impedito alle famiglie palestinesi di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura. Allo stesso tempo, si sta verificando un processo contrario: i palestinesi che hanno perso il lavoro in Israele si sono dedicati all’agricoltura su piccola scala, coltivando cibo per uso personale e per il commercio informale.

Gli agricoltori più anziani di Jayyous ricordano ancora i terreni che appartenevano al villaggio prima del 1948, ora parte della città israeliana di Kochav Yair-Tzur Yigal. «Questa terra apparteneva ai nostri nonni», dice Salim. “Una volta qui coltivavamo grano, angurie e cetrioli, ma nel corso degli anni si è sviluppata l’agricoltura [in serra].”

«Negli anni ’70 e ’80 gli agrumi venivano esportati da lì in Giordania, negli Stati del Golfo e persino in Iran», afferma Khalidi. Ma dopo la prima Guerra del Golfo, il processo di Oslo e la liberalizzazione economica il settore è entrato in crisi. Gli agricoltori si sono adattati dedicandosi a colture come avocado, guava, nespole e litchi, costruendo al contempo serre per peperoni, pomodori e cetrioli. «Questo dimostra l’elevata capacità imprenditoriale degli agricoltori palestinesi», aggiunge Khalidi.

Ora l’intero sistema agricolo è minacciato. Come a Jayyous, sono stati emessi ordini di sospensione dei lavori nel vicino villaggio di Falamya e più a nord in villaggi come Deir al-Ghusun, Shweika e Attil.

Nel villaggio di Irtah, appena a sud di Tulkarem, l’agricoltore Faiz Taneeb ha ricevuto ordini di sospensione dei lavori per nove dunam [9.000 mq., ndt.] di serre che coltivava da 35 anni. «Dopo il 7 ottobre, i soldati hanno tagliato i teli di plastica delle serre vicino alla recinzione», ha raccontato. Per un certo periodo gli operai si sono tenuti alla larga. Ma non appena sono tornati per riparare i danni Taneeb ha ricevuto un ordine di sospensione dei lavori con la motivazione che la serra era stata costruita senza permesso.

«È la prima volta che sentiamo dire che serve un permesso per costruire delle serre», afferma. «L’esercito vuole perseguitarci, vuole che andiamo in città. Il problema non sono solo le serre: questo è un attacco all’agricoltura in generale in Cisgiordania».

«Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento»

Ad eccezione di due o tre già demolite, la maggior parte delle serre a Jayyous è ancora in piedi in attesa dei procedimenti legali. Tuttavia altrove in Cisgiordania i danni si fanno già sentire.

Nella parte orientale in particolare nella Valle del Giordano, ricca di risorse idriche, e in seno alle comunità di pastori che vivono ai suoi margini le milizie dei coloni hanno guidato la campagna di espulsione contro agricoltori e pastori palestinesi, avvalendosi di avamposti coloniali e pascoli per appropriarsi delle terre, mentre l’esercito svolge un ruolo di supporto.

Laddove la terra non viene coltivata attivamente Israele può rivendicarla come proprietà statale. Khalidi e altri ricercatori hanno individuato una “zona vulnerabile” di questo tipo nell’area di Auja, nella Valle del Giordano. “Israele vuole che queste terre siano vuote”, afferma.

Nella parte settentrionale della Valle del Giordano gli agricoltori hanno segnalato gravi disagi, anche per quanto riguarda l’allevamento e l’industria della carne. L’ottanta per cento della carne di capra proviene dalle comunità beduine della Cisgiordania meridionale, così come lo yogurt e il formaggio. Tutto ciò è stato messo a repentaglio dagli attacchi dei coloni.

Allo stesso tempo le strade agricole in tutta la Cisgiordania sono state sistematicamente distrutte mentre l’accesso ad esse è stato ostacolato dai coloni e dall’esercito. “Quest’anno il raccolto di olive è stato quasi inesistente”, ha dichiarato Hagit Ofran dell’ONG anti-occupazione Peace Now a +972.

Ma mentre gli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi in altre parti della Cisgiordania hanno ricevuto una notevole attenzione pubblica l’assalto all’agricoltura nella Cisgiordania occidentale è passato in gran parte inosservato.

A Jayyous, Irtah e in altri villaggi della zona non ci sono milizie di coloni. Sono invece circondati da insediamenti “borghesi” che offrono un’elevata qualità della vita, come Tzofin e Sal’it, ai cui residenti era stato promesso che avrebbero potuto vivere “a 15 minuti da Tel Aviv”. Qui, il compito di sfrattare i palestinesi dalle loro terre è svolto principalmente dall’Amministrazione Civile e dall’esercito.

Oltre che dagli ordini di demolizione Salim afferma che gli agricoltori palestinesi sono schiacciati dall’evoluzione delle dinamiche del mercato. In passato, dice, lui e molti altri agricoltori vendevano i loro prodotti a Israele; oggi, i prodotti israeliani dominano i mercati della Cisgiordania. Solo durante i periodi di carenza in Israele, come nel caso della penuria di pomodori dopo il 7 ottobre, i prodotti palestinesi vengono temporaneamente ammessi, spesso facendo lievitare i prezzi nei mercati della Cisgiordania.

Con l’interruzione delle attività lavorative in Israele dal 7 ottobre e l’Autorità Palestinese che riesce a malapena a pagare gli stipendi, gli abitanti del villaggio dicono di vedere poche possibilità di guadagnarsi da vivere. “Non c’è più lavoro nel villaggio; metà degli uomini lavorava in Israele. Ora la gente non ha nemmeno 20 shekel [6 euro, ndt.] per riattivare l’elettricità nelle proprie case”, ha dichiarato a +972 Yaqoub Asfour, funzionario dell’Autorità Palestinese per Jayyous. “Centinaia di famiglie vivono grazie a queste serre. Se distruggono le serre, distruggono il loro sostentamento”.

Asfour afferma che i giovani di Jayyous stanno sempre più cercando di emigrare, sebbene andarsene, per non parlare di stabilirsi in luoghi come l’Europa o gli Stati Uniti, sia tutt’altro che semplice. “Credo che questo faccia parte di un piano israeliano per cacciarci da qui”, conclude.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mamdani condanna l’esposizione commerciale che a New York promuove la vendita di proprietà nelle colonie della Cisgiordania

Noah Hurowitz

5 maggio 2026 – The Intercept

Precedenti eventi immobiliari che includevano le illegali colonie israeliane erano stati messi in discussione perché discriminatori, e hanno portato a duri scontri.

Martedì [5 maggio] un’esposizione commerciale itinerante per la vendita di terreni in Israele e nei territori palestinesi occupati ha tenuto un evento presso una sinagoga di New York, provocando una condanna da parte del sindaco Zohran Mamdani riguardo al rischio che la vendita di terreni violi le leggi internazionali.

Il Grande Evento Immobiliare Israeliano, una mostra che pubblicizza i suoi servizi per aiutare le persone negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito a comprare terreni in Israele e in Cisgiordania, è stato ospitato martedì presso la sinagoga di Park East nell’Upper East Side [ricco quartiere di New York, ndt.], a Manhattan. La fiera aiuta potenziali acquirenti a orientarsi tra tasse, preoccupazioni relative all’educazione e altre questioni che sorgono durante il trasferimento in Israele.

Prima dell’evento Mamdani ha denunciato la possibilità che in città venga agevolata la vendita di terreni potenzialmente illegale.

Il sindaco Mamdani si oppone nettamente alla fiera immobiliare di questo pomeriggio che include la promozione della vendita di terreni nelle colonie della Cisgiordania occupata,” ha detto Sam Raskin, portavoce di Mamdani, in una dichiarazione a The Intercept. “Tali colonie sono illegali in base al diritto internazionale e strettamente legate alla continua espulsione di palestinesi.”

Il sito web della manifestazione commerciale include un riferimento a Gush Etzion, un gruppo di circa 20 colonie in Cisgiordania, a sudest di Gerusalemme, considerate illegali dalle leggi internazionali. Lara Friedman, presidentessa della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, ha affermato che l’inclusione di Gush Etzion è un simbolo della rivendicazione su tutti i Territori Occupati da parte del movimento a favore delle colonie.

Gush Etzion è un termine israeliano che riguarda una zona della Cisgiordania che si trova a sud di Gerusalemme su cui, in base alle leggi internazionali, ogni costruzione e comunità israeliane sono considerate illegali,” ha affermato Friedman. “Il movimento a favore della colonizzazione in tutto il mondo e la grande maggioranza degli israeliani non fa alcuna distinzione tra Israele e la Cisgiordania. L’idea è che tutto sia Eretz Yisrael — in ebraico “la terra di Israele” — e sia proprietà degli ebrei perché gliel’ha data Dio.”

Martedì The Intercept era presente all’evento. Appena dentro la sinagoga un grande cartello di benvenuto specificava che l’esposizione commerciale aveva “intenzioni puramente informative”. Più di una decina di tavoli pubblicizzavano i servizi di compagnie immobiliari, la maggior parte delle quali promuoveva sfarzosi edifici di lusso a Tel Aviv, Netanya e in altre città all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele.

Almeno un’agenzia, Harey Zahav, esponeva una mappa con proprietà a Kfar Eldad, Karnei Shomron e in altre colonie israeliane in Cisgiordania. Opuscoli sul tavolo di Harey Zahav offrivano dettagliate immagini di proprietà in quelle colonie.

Precedenti accuse di discriminazione

L’esposizione è stata sponsorizzata da un gruppo chiamato “Casa in Israele”, ma non è l’unica organizzazione che promuove eventi di questo genere. Negli ultimi anni fiere immobiliari, anche presso sinagoghe, organizzate da associazioni simili sono spuntate a New York e in altre città nordamericane, tra cui Baltimora, Montreal e altre.

Le colonie israeliane in Cisgiordania sono generalmente considerate ad esclusiva disponibilità degli abitanti ebrei. Nel 2024 a uno evento immobiliare in una zona suburbana del New Jersey i manifestanti hanno affermato che, quando hanno cercato di registrarsi per partecipare all’esposizione commerciale, gli è stata esplicitamente chiesta la fede religiosa, il che potenzialmente chiama in causa le leggi contro le discriminazioni. La Divisione per i Diritti Civili [ufficio statale, ndt.] del New Jersey avrebbe interpellato gli agenti immobiliari riguardo alle loro pratiche. (La Divisione per i Diritti Civili del New Jersey non ha per il momento risposto alla richiesta di un commento).

Pal-Awda, un’associazione filo-palestinese, ha annunciato sulle reti sociali di progettare una protesta martedì fuori dalla sinagoga di Park East.

Non rimarremo in silenzio mentre la pulizia etnica viene attivamente promossa nei nostri quartieri,” ha scritto il gruppo.

Autoproclamati sostenitori della sinagoga hanno fatto circolare sulle reti sociali un volantino che annunciava una contromanifestazione. “Ogni membro della comunità ebraica deve uscire a proteggere la sinagoga,” afferma il volantino. Benché includa le pagine sulle reti sociali della sinagoga, l’appello a favore di una contromanifestazione non sembra provenire dalla sinagoga di Park East. (Un portavoce della sinagoga si è rifiutato di commentare).

Eventi precedenti avevano portato a scontri a volte violenti tra manifestanti e contro-manifestanti. Alla luce delle opposte proteste previste fuori dalla sinagoga di Park East, Raskin, il portavoce del sindaco, ha chiesto sia garanzie di sicurezza per i partecipanti all’evento che il rispetto del diritto di espressione dei manifestanti.

La nostra amministrazione ha anche chiarito che siamo impegnati a garantire un ingresso e un’uscita sicuri da ogni luogo di culto,” ha affermato, “ che questo accesso non sia mai messo in discussione e che ogni manifestante possa esercitare i suoi diritti in base al Primo Emendamento [della costituzione USA, che garantisce i diritti civili di ogni cittadino, ndt.].”

Proteste a Park East

La sinagoga di Park East è già stata teatro di una protesta antisionista che ha suscitato controversie a New York.

A novembre Pal-Awda ha organizzato una manifestazione contro un evento condotto da Nefesh B’Nefesh, un’organizzazione che agevola l’emigrazione verso Israele, provocando proteste da parte dell’allora sindaco Eric Adams e di altri dirigenti politici in città.

Quelle proteste, insieme ad altre nella città di New York, facevano parte del dissenso rispetto a un disegno di legge sottoposto quest’anno al consiglio comunale inteso a creare una cosiddetta zona cuscinetto per tenere i manifestanti a distanza da ogni luogo di culto.

Nonostante l’opposizione dei sostenitori della libertà di parola, una versione di quella legge, che richiedeva che il dipartimento di polizia di New York fornisse un piano di protezione dei luoghi di culto ma senza la norma della zona cuscinetto, è stata approvata a marzo ed è diventata legge il 25 aprile, dopo che Mamdani si è rifiutato di firmarla o di porre il veto. La legge ha dato al dipartimento di polizia di New York 45 giorni per proporre un piano d’azione e 90 giorni per presentare un piano definitivo, il che significa che non è ancora pienamente esecutiva.

Una legge collegata che propone zone cuscinetto nelle università e in altre istituzioni educative è stata approvata dal consiglio comunale, ma Mamdani, che ha criticato la norma in quanto troppo generica e una minaccia alla libertà di parola, ha posto il veto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)





Lo strangolamento finanziario dei palestinesi da parte di Israele fa il paio con il terrorismo dei coloni

Amira Hass

7 maggio 2026 – Haaretz

Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele ha intrapreso contro i palestinesi e la loro leadership

Ogni mese Israele ruba centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese. Si tratta dei dazi doganali sui beni importati destinati ai palestinesi che transitano nei porti israeliani, e delle tasse e tariffe su carburante, sigarette e cemento che Israele vende ai palestinesi. Invece di trasferire questi introiti ai funzionari del Tesoro dell’AP come è richiesto, deposita i fondi su alcuni conti bancari israeliani.

I fondi rubati hanno ormai raggiunto la cifra di 14 miliardi di shekel (4,8 miliardi di dollari). Certo sono pochi soldi per la nazione ad alta tecnologia che con una sola bomba intelligente distrugge in pochi secondi ciò che libanesi, iraniani e palestinesi hanno costruito in centinaia di anni. E grazie a dio Israele possiede molte bombe.

Ma il denaro è fondamentale per realizzare i nostri obbiettivi di dominio ebraico assoluto ed esclusivo dal fiume al mare, a prescindere che il primo ministro sia Benjamin Netanyahu o Naftali Bennett. L’importo non arricchirà necessariamente Israele, ma trattenerlo impoverisce sia le famiglie palestinesi che l’intera società palestinese. L’AP è sommersa fino al collo di debiti verso le banche e i fornitori di beni e servizi e verso i dipendenti del suo settore pubblico. A differenza del passato questa volta l’agricoltura e il lavoro in Israele non possono salvare l’economia palestinese; anch’essi sono proibiti, o quasi, da una direttiva israeliana.

Il furto del denaro palestinese è una delle più antiche pratiche di Israele e nel corso degli anni ha assunto svariate forme. In questo caso è un saccheggio esteso, organizzato ed esplicito a livello ufficiale, con forti entrate che crescono di mese in mese. I ladri non sono mascherati, non sparano un colpo e non hanno bisogno di decifrare il codice della cassaforte. La possiedono già e possono entrarvi e prendere ciò che contiene come vogliono. Il bottino è il reddito del governo palestinese, con il quale vengono pagati gli insegnanti, i medici e gli addetti alla manutenzione, con cui vengono acquistati i farmaci e costruite le scuole e sì, vengono anche pagati i salari del personale delle forze di sicurezza palestinesi.

Quelle stesse forze che gli ufficiali dell’esercito israeliano elogiano per il loro ruolo nel garantire la calma in Cisgiordania nonostante le quotidiane incursioni dell’esercito, alcune delle quali mortali, nonostante gli attacchi quotidiani da parte di civili ebrei armati e nonostante la crescente povertà e disoccupazione.

Israele ha condotto il suo lavoro di predatore delle entrate dell’AP in tre fasi. Esse mostrano il progresso della riforma giudiziaria, poiché le decisioni a riguardo si sono sempre più concentrate nelle mani di un singolo ente, senza intervento della Knesset (il parlamento) o dei tribunali.

La persona che per prima ha attirato la mia attenzione su questo aspetto è stato l’economista Muayyad Afaneh, un consulente del Ministero delle Finanze palestinese, che per molto tempo ha segnalato la gravità della situazione. In una prima fase, nel 2018, fu la Knesset ad approvare una legge per confiscare i fondi corrispondenti approssimativamente ai salari e alle indennità che l’AP elargisce ai prigionieri palestinesi, agli ex prigionieri e alle loro famiglie, e alle famiglie delle persone uccise, che aumentano quotidianamente. Vi è stata una discussione, il cui risultato era chiaro fin dall’inizio, ma almeno vi è stata una parvenza di un procedimento che rispettava la separazione dei poteri. La legge è entrata in vigore nel 2019.

Nell’ottobre 2023 il governo ha deciso di appropriarsi delle entrate dell’AP corrispondenti all’importo destinato alla Striscia di Gaza. Per la maggior parte si tratta di indennità destinate a famiglie tradizionalmente contrarie a Hamas: cioè ai dipendenti del settore pubblico dell’AP, per la maggior parte fedeli a Fatah che, su ordine di Mahmoud Abbas (il presidente dell’AP, ndtr.), hanno smesso di lavorare dal 2007 fino alla pensione. L’importo comprende anche il pagamento delle cure mediche per gli abitanti della Striscia di Gaza all’estero e in Cisgiordania e il pagamento di circa 15 milioni di m3 di acqua potabile che Israele fornisce a Gaza dopo le critiche internazionali per aver chiuso i rubinetti all’inizio della guerra.

Questa quantità di acqua non può soddisfare il bisogno della popolazione, né si conosce quanto di essa raggiunga veramente i punti di distribuzione dell’acqua, poiché le condutture sono danneggiate e i carrarmati continuano a distruggere le infrastrutture. Ma ciò che importa qui è che l’AP paga Israele per l’acqua.

E a maggio 2026 il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha deciso di sua propria autorità che verrà sottratto anche ciò che resta nelle casse, dopo tutte le confische e le trattenute per i servizi che Israele vende ai palestinesi. Tutto ciò come punizione perché l’AP si è rivolta alle istituzioni internazionali chiedendo che si interrompa il genocidio e che Israele rispetti la legge. Queste tre fasi indicano che non c’è limite alla corsa alla vendetta collettiva.

Il furto organizzato e sistematico delle entrate palestinesi è simile al terrorismo dei devoti coloni. Entrambi sono parte della guerra di logoramento economica e psicologica che Israele sta conducendo contro i palestinesi e la loro leadership. Tutto ciò in aggiunta alla guerra di annientamento, che si serve di bombe, tortura e morte di fame nelle carceri.

Il logoramento ha il suo braccio ufficiale di governo e il suo braccio pirata, l’esercito terroristico dell’impresa coloniale. Entrambi hanno lo stesso obbiettivo. Il braccio ufficiale giustifica le sue azioni con lo stato di diritto e la lotta contro la resistenza palestinese all’occupazione. Il braccio pirata parla apertamente e liberamente di espellere i palestinesi dal Paese, quella fase B del piano decisionale del ministro delle finanze che egli definisce con l’eufemismo di “migrazione volontaria”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta a Jean-Noël Barrot

Rami Abou Jamous 

5 maggio 2026 – Orient XXI

Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI. In questo articolo invia una lettera aperta al ministro degli Affari Esteri francese, Jean-Noël Barrot, dopo che quest’ultimo ha riproposto in Senato una citazione scioccante dell’ex prima ministra israeliana Golda Meir.

La settimana scorsa ho ripreso il mio diario di bordo dopo alcuni problemi di salute. Ve ne parlo perché, al di là del mio caso personale, dicono molto della situazione di tutti i gazawi.

Ho sofferto di dolori a un occhio di cui non si è potuta identificare la causa. Anche se sono riuscito a trovare un oftalmologo, lui non aveva gli strumenti necessari per poter effettuare l’esame. Ho anche avuto un episodio molto doloroso di gotta che mi ha bloccato a letto per una settimana abbondante. Questo disturbo può sembrare paradossale in un territorio sottoposto alla malnutrizione, ma esso non è legato solo a una dieta eccessivamente ricca. È provocato anche dal consumo eccessivo di legumi secchi come le lenticchie. E per me, come per gli altri abitanti di Gaza, le lenticchie sono il cibo quotidiano…

Durante questo periodo d’inattività ho passato il tempo a seguire l’attualità sul mio telefonino grazie a qualche connessione che ancora funziona. Ho sentito il capo della diplomazia francese, Jean-Noël Barrot, citare il 9 aprile davanti al Senato una nota formula di Golda Meir, prima ministra israeliana dal 1969 al 1974: “Noi possiamo perdonare agli arabi di aver ucciso i nostri bambini. Non possiamo perdonare loro di averci obbligati a uccidere i loro bambini.” Per il ministro degli Affari Esteri questa frase assurda illustra “l’etica umanitaria e universalista di Israele”!

Sono rimasto talmente scioccato che, nonostante il dolore, sono balzato giù dal letto. Credevo di aver capito male. Ho cercato il video integrale, l’ho visto varie volte per verificare se questa parte del discorso non fosse stata decontestualizzata. Quando ho capito che Barrot, sottolineando ogni sillaba per dimostrare la sua convinzione, opponeva “l’umanitarismo” di Golda Meir alla recente legge israeliana che impone la pena di morte solo per i palestinesi, mi sono venute le lacrime agli occhi per la disperazione. Secondo il ministro gli israeliani non hanno il diritto di impiccare la gente, ma possono uccidere i bambini perché sono obbligati a farlo. Ho detto a Sabah, mia moglie: “Pensi che rimanendo a Gaza obblighiamo gli israeliani ad uccidere i nostri bambinii?” Mi ha guardato con gli occhi sgranati. Le ho spiegato la ragione, ma lei non poteva credere che un ministro francese avesse potuto dire una cosa del genere.

Quindi ho deciso di mandare una lettera aperta a Jean-Noël Barrot.

Signor ministro,

Lei è la voce della Francia. E noi, i palestinesi, non capiamo come mai la voce della Francia ci insulti. Si rende conto di quello che significa questa citazione? Si rende conto che riassume in poche parole lo spirito colonialista?

Golda Meir diceva in faccia al mondo che le vere vittime dei massacri commessi dal 1948 non erano i morti, compresi i bambini morti, ma quelli che li avevano uccisi. Giustificava così l’occupazione e la colonizzazione. Secondo lei “gli arabi” – perchè lei negava l’esistenza di un popolo palestinese – dovevano accettare di essere colonizzati, così non ci sarebbe stato bisogno di uccidere loro nè i loro bambini.

Riesumando queste parole vecchie di più di 50 anni, lei giustifica l’occupazione di oggi. Essa continua ad estendersi in Cisgiordania, a Gaza e in parti del Libano e della Siria. Lei approva i massacri che continuano senza sosta. E lei ci dice che noi dobbiamo essere delle vittime gentili, animali docili, pecore che si ha il diritto di chiudere dietro a muri. E se ci muoviamo è normale uccidere i nostri bambini. Gli assassini rappresentano un’umanità superiore a cui noi non abbiamo accesso: sono capaci di “perdonarci di aver ucciso i loro bambini” e sono tristi di dover uccidere i nostri.

Per quanto ne so il presidente della Repubblica non ha reagito alle sue affermazioni, il che corrisponde alla condivisione. A quanto pare per il capo dello Stato ogni parola, anche la più estremista, a sostegno di Israele è autorizzata. Che contrasto rispetto alla reazione di un ex-presidente francese alle frasi del suo primo ministro che erano ben lontane dal livello di assurdità delle sue. Nel 1999, me ne ricordo molto bene, Jacques Chirac aveva ripreso severamente il suo primo ministro in coabitazione, Lionel Jospin, che durante una visita in Israele e Palestina aveva trattato come “terrorista” Hezbollah, opponendosi così frontalmente a un accordo di cui la Francia faceva parte1. Il giorno dopo all’università di Birzeit a Ramallah Jospin aveva dovuto scappare pietosamente sotto la sassaiola degli studenti.

Al suo ritorno a Parigi gli era stato imposto di telefonare al presidente prima della mattina dopo per farsi dare una strigliata.

Jacques Chirac non aveva sopportato questa scena umiliante per la diplomazia francese. Oggi Emmanuel Macron non si scompone affatto che lei l’abbia messo pubblicamente in ridicolo riprendendo gli slogan più logori della propaganda sionista. Ma la sua esibizione davanti al Senato non è stata solo risibile. Lei ha normalizzato la narrazione israeliana, che pretende che il suo esercito non faccia altro che “difendersi” aggredendo la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iran. Le vittime, dicono gli israeliani, siamo noi. Tutto il resto del mondo ci vuole uccidere, quindi abbiamo il diritto di uccidere tutti, bambini compresi, in Cisgiordania, a Gaza e ovunque all’estero.

Poiché ama citare Golda Meir, lei conosce sicuramente il seguito della frase che ha riportato: “Non avremo la pace con gli arabi, l’avremo quando ameranno i loro bambini più di quanto ci detestino.”

Sto per farle una rivelazione: amiamo i nostri bambini. Li proteggiamo a mani nude, temiamo per loro, ma l’occupazione li priva persino di quello che dovrebbe essere piú semplice ed elementare: un’infanzia normale. Non ha visto quello che è successo durante il genocidio a Gaza? Quanti minori sono morti dilaniati dalle bombe a Gaza, sepolti nei bombardamenti di case che ospitavano intere famiglie, spesso solo donne e bambini? Lei sa che dal cosiddetto “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 più di cento minori sono stati uccisi da Israele nella Striscia di Gaza? Pensa che noi, i palestinesi, abbiamo “obbligato” l’esercito israeliano ad assassinarli? Lei pensa che i coloni che nel 2015 hanno bruciato vivo insieme alla sua famiglia Ali Dawabcheh, un neonato di 18 mesi, a Douma, in Cisgiordania, siano stati “obbligati” a dare fuoco alla loro casa? Lei pensa che nel gennaio 2024 a Gaza i palestinesi abbiano “obbligato” l’esercito israeliano a crivellare di colpi Hind Rajab, 6 anni, che aveva chiesto aiuto per tre ore, intrappolata in un’auto in mezzo ai cadaveri della sua famiglia?

Lei pensa che il 21 aprile 2026 gli abitanti di Al-Moughaïr, in Cisgiordania, abbiano “obbligato” un riservista dell’esercito israeliano a uccidere con un proiettile in testa Hamdi Al-Naassan, 14 anni, davanti alla sua scuola? Lei sa che, secondo le organizzazioni per la difesa dei prigionieri, nelle carceri israeliane ci sono 350 minorenni?

I nostri bambini non trovano niente da mangiare perché a Gaza c’è un blocco. I nostri bambini sono nati nelle tende perché gli israeliani ci hanno sfollati più volte e hanno distrutto le nostre case. I nostri bambini nascono e crescono nella sofferenza. Spesso devono superare dei posti di blocco umilianti per andare a scuola. Non hanno un futuro perché in Cisgiordania e a Gerusalemme est gli verrà impedito di costruirsi una casa. E a Gaza di case non ce ne sono più. In Cisgiordania i bambini sono percossi e a volte assassinati da milizie di coloni fanatici protetti dall’esercito. I nostri bambini sono fiori. Fiori fragili che crescono in una terra innaffiata da lacrime e ricordi. Si cerca di proteggerli come si può, a mani nude davanti ai carri armati, agli aerei da caccia, alle bombe, ai droni, ai cecchini e ai coloni armati fino ai denti. E’ l’occupazione che strappa i nostri fiori uno per uno per appropriarsi di tutto il giardino.

Signor ministro,

noi non possiamo proteggere i nostri bambini. Gli israeliani li uccidono. Non perché obbligati, come le fa credere la sua totale assenza di riflessione, ma perché sanno che questi bambini, se li lasciano crescere, diventeranno dei difensori della Palestina. Si informi sul numero dei minori uccisi da Israele dal 1948 fino ai nostri giorni in Palestina e in Libano.

E si renda finalmente conto che queste morti derivano da una mentalità colonialista. Tre settimane dopo sono ancora distrutto dalle sue parole. Non riesco ancora a capire come lei abbia potuto causare alla diplomazia francese un tale disastro.

Per noi palestinesi la Francia era una importante rappresentante del rispetto del diritto internazionale e dei valori umani. E’ quello che ho imparato quando ho studiato in Francia: la vita umana è centrale. Apparentemente tutto ciò è finito. A Gaza molta gente è al corrente. Il suo video circola sulle reti sociali. Alcuni miei amici, che sanno che conosco bene la Francia fino al punto da vedermi a volte come il rappresentante del suo Paese a Gaza, non smettono di chiedermi: “Ma cosa sta succedendo? Come può la Francia dire simili cose?”

Lei, signor ministro, come d’altronde il resto del mondo, può sapere ciò che avviene in Palestina. Le immagini circolano in continuazione sulle reti sociali. Chiunque può vedere la colonizzazione con i propri occhi, ma a quanto pare ci sono delle persone che non hanno occhi autonomi. Chiunque può sentire con le proprie orecchie gli appelli dei dirigenti israeliani all’annessione, ma a quanto pare ci sono persone che non hanno le orecchie autonome.

Signor ministro, lei può ancora ascoltare nel suo Paese le testimonianze dei francesi che si sono difesi durante l’ultima guerra. E che non hanno obbligato nessuno ad uccidere bambini francesi. Ma forse lei non sa cosa sia un’occupazione. E’ la cosa peggiore. L’occupazione non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti. L’occupazione vuol dire massacri, crimini, uccisioni e l’assassinio di bambini prima degli adulti per impedire che ci sia un avvenire.

Non so se lei ha dei figli. Io ne ho due. Cerco di proteggerli contro i massacri israeliani dal loro primo giorno di vita. Sono fortunati, sono tra i sopravvissuti di questo genocidio. Sono ancora vivi, ma non si sa mai.

L’occupazione genera la resistenza. La resistenza armata è legittima. Lei lo sa bene e l’ha dimostrato di recente. Quando l’ho sentita il 20 aprile annunciare l’appoggio della Francia a un tribunale internazionale ho creduto per un istante che lei parlasse di Gaza. Quel tribunale, lei ha detto, dovrebbe giudicare “i massacri, le deportazioni di bambini, gli attacchi contro i civili, la morte di giornalisti e tutti i crimini di guerra, ma anche la pianificazione e la messa in pratica di questa guerra d’aggressione coloniale, ingiustificabile e ingiustificata.” Ma no, lei parlava della Russia.

La sua umanità ha un colore, il bianco, e una geografia, l’Europa.

1 L’“accordo” dell’aprile 1996 era stato concluso tra Israele e il Libano per porre fine all’offensiva israeliana “Grappoli d’ira”, nel corso della quale un bombardamento israeliano contro una base dell’ONU aveva ucciso 118 civili. Negoziato dagli Stati Uniti e dalla Francia, l’accordo precisava che le due parti si astenessero dal prendere di mira i civili, autorizzando di fatto Hezbollah a colpire obiettivi militari, cosa che alcuni politici hanno definito “terrorismo”. Era stata creata una commissione di vigilanza cosstituita da Francia, Stati Uniti, Siria e anche da Israele e Libano.

Fondatore di GazaPress, un ufficio che forniva aiuto e traduzione ai giornalisti occidentali, nell’ottobre 2023 Rami Abou Jamous, sotto la minaccia dell’esercito israeliano, ha dovuto lasciare il suo appartamento a Gaza City con sua moglie Sabah, i bambini di lei e il loro figlio Walid, di tre anni. Si sono rifugiati a Rafah, poi a Deir El-Balah e in seguito a Nusseirat. Dopo un nuovo sfollamento in seguito alla rottura del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo 2025, Rami è tornato a casa con la sua famiglia il 9 ottobre 2025.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Gli avvocati affermano che Israele ha prorogato la detenzione degli attivisti della Gaza Flotilla

Urooba Jamal

5 maggio 2026 – Al Jazeera

Le avvocate che rappresentano i due attivisti faranno ricorso contro la decisione di proroga, definendola “illecito di stato”.

Un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione dei due attivisti della Flotilla di aiuti umanitari diretta a Gaza, che sono stati sequestrati dalle autorità israeliane la scorsa settimana, afferma un’organizzazione israeliana per i diritti che li rappresenta.

Miriam Azem, coordinatrice dell’ufficio legale internazionale di Adalah, ha confermato a Al Jazeera che martedì il tribunale di primo grado di Ashkelon ha ammesso la richiesta di proroga della detenzione dello spagnolo Saif Abu Keshek e del brasiliano Thiago Avila fino a domenica 10 maggio.

I due erano tra le decine di attivisti salpati per Gaza come parte della Global Sumud Flotilla, intercettata dalle forze israeliane in acque internazionali di fronte alla Grecia il 30 aprile. Gli organizzatori affermano che tra i 180 attivisti, la maggior parte dei quali è stata condotta a Creta, Abu Keshek e Avila sono stati portati in Israele per essere interrogati, e vi restano tuttora in detenzione.

La decisione del tribunale di prorogare la detenzione degli attivisti umanitari catturati in acque internazionali configura una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato”, ha affermato martedì Adalah in una dichiarazione, aggiungendo che avrebbe fatto ricorso contro la decisione.

La proroga della detenzione degli attivisti si basa su “prove segrete” che non è stato permesso visionare a Abu Keshek, Avila e ai loro avvocati, ha detto Adalah.

Essenzialmente il tribunale ha ammesso l’intera proroga di sei giorni senza porre alcuna limitazione o vincolo giudiziario al periodo di interrogatorio”, afferma la dichiarazione dell’organizzazione.

Non è stato presentato nessun capo d’imputazione contro i due uomini, ma Abu Keshek e Avila affrontano diverse accuse, tra cui l’affiliazione ad una “organizzazione terroristica e contatti con agenti stranieri”, aveva precedentemente detto Adalah a Al Jazeera.

Le avvocate di Adalah Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, che rappresentano i due attivisti, hanno sostenuto che le accuse contro di loro sono “prive di alcun fondamento” e non hanno “basi giuridiche”.

Poiché gli attivisti sono stati catturati a più di 1.000 km di distanza da Gaza e non sono cittadini israeliani, il diritto interno israeliano non si applica a loro”, ha affermato l’organizzazione per i diritti.

Ha inoltre detto che entrambi gli attivisti sono tenuti in “totale isolamento, esposti a luce intensa per 24 ore nelle loro celle e bendati ogni volta che vengono spostati, anche durante le visite mediche.”

L’organizzazione ha dichiarato che gli attivisti continuano lo sciopero della fame, bevendo solo acqua, dal momento del loro sequestro il 30 aprile.

Anche gli organizzatori della Flotilla martedì hanno chiesto il rilascio di Abu Keshek e Avila, premendo sulla comunità internazionale perché si attivasse.

Ancora una volta il regime sionista ha esteso la detenzione illegale dei nostri amici Saif Abu Keshek e Thiago Avila”, ha scritto su X l’organizzazione.

I nostri organizzatori sono stati illegalmente rapiti in acque internazionali, sottoposti a pestaggi e torture in acque territoriali greche e condotti a forza contro la loro volontà nella Palestina occupata, dove sono stati sottoposti a interrogatori, minacce di morte, privazione del sonno e negligenza medica.”

Sabato le avvocate di Adalah avevano visitato gli attivisti nel carcere di Shikma a Ashkelon, dove hanno testimoniato riguardo a “grave violenza fisica configurante tortura.”

Il primo viaggio della Global Sumud Flotilla verso Gaza in agosto e settembre aveva attirato l’attenzione mondiale prima che le forze israeliane intercettassero le imbarcazioni di fronte alle coste di Egitto e Gaza all’inizio di ottobre.

Membri dell’equipaggio, compresa l’attivista svedese Greta Thunberg, sono stati arrestati ed espulsi dalle forze israeliane.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Conquistare la pace in Libano è più difficile che vincere una guerra.

Lorenzo Kamel

4 maggio 2026 – Aljazeera

Per risolvere il conflitto in Libano è necessario tenere conto della sua lunga e complessa storia e delle nuove realtà geopolitiche.

Nel contesto di una fragile tregua in Libano il presidente Joseph Aoun si sta preparando per quello che alcuni definiscono un «viaggio storico» a Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe esercitare pressioni su di lui affinché incontri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Se questo incontro dovesse aver luogo, sarebbe il primo nella storia.

Tuttavia un incontro simbolico non sarebbe sufficiente a risolvere il conflitto in Libano, che ha profonde radici storiche e un’ampia portata geopolitica.

Nonostante il cessate il fuoco Israele continua a occupare parti del Libano meridionale. L’obiettivo dell’operazione in corso, come dichiarato dal Ministro della Difesa Israel Katz, è quello di stabilire una “zona di sicurezza” nell’intera area a sud del fiume Litani, che rappresenta il 10% del territorio nazionale libanese.

Alla popolazione civile è stato impedito di tornare alle proprie case, mentre le forze israeliane hanno continuato i bombardamenti e le demolizioni su larga scala. Netanyahu sembra utilizzare la narrativa della «distruzione di Hezbollah» per nascondere quella che in realtà è una campagna di distruzione di massa e di trasferimento forzato della popolazione.

È importante sottolineare che per Israele l’occupazione dei territori a sud del fiume Litani non è solo un obiettivo militare. È un’aspirazione storica.

Nel 1918 Yitzhak Ben-Zvi, futuro secondo presidente israeliano e il più longevo, e David Ben-Gurion, futuro primo ministro israeliano, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele in cui i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba.

Nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, l’incontro formale delle forze alleate vincitrici per stabilire i termini di pace dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, una delegazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum per uno Stato ebraico che si estendesse fino al fiume Litani, nonché sul Sinai e altri territori al di là dei confini dell’odierno Israele.

Durante la guerra del 1948 il neonato Stato israeliano rivolse la sua attenzione al Libano meridionale, il Paese con l’esercito più piccolo della regione. Nell’ottobre di quell’anno l’esercito israeliano conquistò il villaggio di Hula senza incontrare alcuna resistenza. Più di 80 abitanti indifesi furono uccisi. Il principale responsabile di quel massacro, Shmuel Lahis, fu condannato a un solo anno di prigione e, dopo aver ricevuto la grazia presidenziale nel 1955, divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica [istituzione preposta all’accoglienza e inserimento sociale degli immigrati ebrei da tutto il mondo, ndt.]

Molti villaggi, come Qadas e Saliha, adiacenti al confine tra Libano e Israele, furono teatro di analoghi massacri e deportazioni. Nel frattempo, a seguito di quella che i palestinesi chiamano la Nakba (catastrofe), 100.000 rifugiati palestinesi vennero costretti a trasferirsi in Libano. L’attuale composizione demografica del Libano meridionale va interpretata alla luce di queste dinamiche e delle ferite che ha lasciato.

Anche i decenni di conflitto successivi hanno plasmato il sud del Libano. Basti pensare che negli anni ’60 molte aree sciite del sud del Paese erano prive di acqua corrente, elettricità e accesso a scuole non religiose poiché lo Stato libanese investiva nella regione solo lo 0,7% della spesa pubblica. Questa incuria sarebbe diventata la base della politicizzazione e della mobilitazione della popolazione sciita nei decenni successivi.

Lo scoppio della guerra civile libanese nel 1975 fu fondamentalmente determinato dalla convergenza di profonde divisioni interne e dalla presenza destabilizzante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che agiva come uno “Stato nello Stato” e intraprendeva attacchi transfrontalieri contro Israele.

Nel marzo del 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, una grande invasione del Libano meridionale con l’obiettivo di paralizzare le basi dell’OLP e stabilire una zona cuscinetto, provocando un significativo esodo di civili e il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU.

Alcuni membri della comunità sciita accolsero con favore l’espulsione dell’OLP dal sud da parte di Israele. Ma quando l’esercito israeliano invase nuovamente il Libano nel 1982 divenne presto chiaro che non aveva alcuna intenzione di andarsene. Ciò accelerò la mobilitazione politica degli sciiti libanesi e Hezbollah ne fu una delle principali conseguenze.

Nei decenni successivi Hezbollah divenne una delle principali minacce alla sicurezza di Israele. Il gruppo utilizzò il Libano meridionale per lanciare razzi e missili contro il nord di Israele e compì attacchi contro israeliani in altre zone.

Inoltre dopo il 1979 Hezbollah sviluppò una stretta relazione con il principale nemico di Israele: la Repubblica Islamica dell’Iran, relazione che in seguito si è evoluta da una dipendenza ideologica a una vitale partnership strategica.

Se inizialmente il regime iraniano considerava Hezbollah un elemento chiave per esportare la propria rivoluzione, ora lo ritiene la sua risorsa regionale più efficace e la prima linea di difesa contro gli obiettivi e le politiche espansionistiche di Israele nella regione. Teheran ha trasferito tecnologia militare al suo alleato libanese, fornendogli missili avanzati, droni e capacità informatiche.

Sebbene sia vero che Hezbollah abbia rappresentato una minaccia per Israele non si può ignorare la disparità di potenza di fuoco. Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, Canale 4 ha riferito che gli attacchi israeliani in Libano hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Nell’anno successivo al cessate il fuoco del 27 novembre 2024 la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha documentato quasi 7.800 violazioni dello spazio aereo da parte delle forze israeliane.

Per l’Iran, Hezbollah e Israele la guerra in corso si è trasformata in un conflitto esistenziale. In questo contesto per il governo libanese Hezbollah rappresenta sia una minaccia alla stabilità sia l’unica carta vincente a sua disposizione nei confronti di Israele. Per gli Stati Uniti, nonostante la presenza militare e il coinvolgimento politico, la guerra è solo l’ennesima avventura militare.

Cosa significa tutto ciò per le dinamiche attuali e la ricerca di soluzioni? Si possono trarre almeno quattro conclusioni.

Innanzitutto non esiste una soluzione militare a quello che è in realtà un problema politico; l’uso della forza non può che peggiorare la situazione. Hezbollah non esisteva prima dell’invasione del Libano del 1982. Hamas non esisteva prima dell’occupazione del 1967. E l’elenco potrebbe continuare. Ogni tentativo di sottomettere, opprimere o annientare altri popoli o paesi si traduce nello schema incarnato da questi movimenti.

In secondo luogo, sulla scena sono presenti attori influenti che spingono per inasprire il conflitto. In Libano alcuni esponenti politici hanno deciso di allearsi con Israele, il che provocherà sicuramente una reazione da parte di Hezbollah. Nel frattempo Netanyahu, che ha un forte interesse a mantenere una guerra permanente” fino alle elezioni israeliane per distrarre lopinione pubblica interna e rimandare i procedimenti giudiziari contro di lui, continuerà ad alimentare le tensioni.

In terzo luogo, lIran non è stato attaccato perché possedeva armi nucleari, bensì perché non le possedeva, il che lha reso un bersaglio apparentemente vulnerabile. Lo stesso vale per il Libano: non ci sarà alcuna possibilità di pace e stabilità finché il Paese sarà considerato un bersaglio facilmente vulnerabile.

Infine, ma non meno importante, abbiamo assistito ai limiti della potenza militare di Israele e allerosione dellinfluenza di diversi Paesi del Golfo che dipendevano completamente dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. Lesternalizzazione della sicurezza non porterà mai a una pace formale e duratura in Libano e nella regione in generale ma, nella migliore delle ipotesi, a una stabilità armata” o a una stabilizzazione militarizzata” imposta con la forza.

Conquistare la pace, che è spesso più difficile che vincere una guerra, richiede un nuovo ordine regionale negoziato e accettato, prima di tutto, dalle potenze e dagli attori locali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gerusalemme Est “sta per essere espulsa un’intera comunità palestinese”

Shatha Yaish 

1 maggio 2026 +972 Magazine

Israele sta sfrattando i 1.500 abitanti di Al-Bustan per costruire un parco a tema biblico. Per evitare di pagare multe salatissime, le famiglie stanno demolendo da sé le proprie case.

Omar Abu Rajab ha messo i suoi effetti personali nei sacchi neri della spazzatura. Pochi giorni fa, mentre il sessantenne era in lutto per la recente perdita della madre, i rappresentanti del Comune di Gerusalemme hanno bussato alla sua porta notificandogli un ordine di demolizione per il piccolo appartamento che condivide con la moglie ad Al-Bustan, un quartiere di Silwan nella Gerusalemme Est occupata, attualmente al centro di una campagna israeliana di espulsioni in rapida intensificazione.

Di fronte all’ordine di demolizione e alla prospettiva di una multa di migliaia di dollari per il problema causato al Comune dalla demolizione della sua casa, ha scelto di non aspettare le ruspe. Ha optato invece per la soluzione più economica: demolirsi da solo la casa.

Il Comune di Gerusalemme sostiene che case come quella di Abu Rajab siano state costruite illegalmente, senza i permessi necessari. “Non ci sono permessi”, ha dichiarato Abu Rajab a +972 Magazine, spiegando che Israele rende quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere l’autorizzazione necessaria per costruire legalmente.

Negli ultimi dieci anni Abu Rajab è già stato sfrattato da altre due case a Silwan; una è stata demolita dal Comune, mentre l’altra l’ha demolita lui stesso.

“Sto ancora pagando le penali per una casa precedente che hanno demolito anni fa”, ha spiegato. “Sono malato, lavoro quattro ore al giorno e non riesco a sostenere tutte queste spese. Non c’è altro che io possa fare. È più economico farlo da solo.”

Pochi giorni fa tre dei nipoti di Abu Rajab hanno marinato la scuola per aiutare nella demolizione, portandosi i martelli per abbattere i muri. Da allora Abu Rajab e sua moglie si sono trasferiti dalla famiglia del fratello che abita nella casa accanto, tutti stipati in un piccolo appartamento.

Nei piani del Comune le case di Al-Bustan sono da tempo destinate alla demolizione per sostituire l’area residenziale con un parco a tema biblico. Ma nel contesto della guerra di Gaza, dopo una battaglia legale durata vent’anni, le autorità israeliane hanno intensificato i loro sforzi per “ripulire” la zona dai palestinesi.

Questa pressione si è ulteriormente intensificata nelle ultime settimane, con la polizia che ha effettuato incursioni nell’area insieme a rappresentanti del Comune per consegnare una serie di ordini che intimano agli abitanti di demolire le proprie case o di accollarsi le spese relative alla demolizione. L’intero quartiere di Al-Bustan, composto da 115 case e circa 1.500 abitanti, è ora a rischio di demolizione.

“È un’intera area di Silwan destinata alla demolizione”, ha dichiarato a +972 Aviv Tatarsky, ricercatore dell’organizzazione non profit israeliana Ir Amim [Città di persone, fondata nel 2004 si propone di garantire pari dignità a tutti gli abitanti di Gerusalemme, ndt.]. “Un’intera comunità sta per essere espulsa”.

«Non abbiamo altro»

Secondo Ir Amim il progetto di un parco a tema ad Al-Bustan fa parte di un più ampio tentativo di rafforzare il controllo israeliano sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui quartieri circostanti (noti collettivamente come “Bacino della Città Vecchia”) attraverso l’espansione di attrazioni turistiche e parchi nazionali anche su terreni di proprietà della Chiesa come il Monte degli Ulivi.

Situato immediatamente a sud della Città Vecchia, Al-Bustan è vicino a un’altra zona di Silwan nota come Batan Al-Hawa, che sta subendo una simile campagna di espulsioni guidata da organizzazioni di coloni israeliani.

Secondo il Governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nei primi quattro mesi del 2026 le autorità israeliane hanno demolito 185 edifici nella città. Delle 40 case distrutte ad aprile, 17 sono state demolite dai loro stessi abitanti.

In tutto Al-Bustan si percepisce un senso di sconfitta. Molti residenti, come Hatem Baydoun, considerano l’autodistruzione il male minore. “Se lasciassimo che sia il Comune a demolire la nostra casa dovremmo pagare decine di migliaia di shekel”, ha dichiarato a +972. “Quindi abbiamo deciso di farlo da soli.”

A due porte di distanza il sessantenne Mohammad Qwaider si trova di fronte alla stessa impossibile scelta. Vive in un condominio con la madre novantasettenne, Yusra, costretta a letto.

L’edificio di sei unità abitative è stato costruito nel 1970, con l’aggiunta di altri piani man mano che la famiglia cresceva; Qwaider ha detto che nei primi anni dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, c’erano meno restrizioni edilizie.

All’inizio del mese scorso, racconta, “il Comune mi ha ordinato di demolire l’appartamento al terzo piano, altrimenti sarebbero venuti loro a demolirlo, e così abbiamo fatto”. Ma dopo aver demolito quell’appartamento, che ospitava uno dei suoi figli e i suoi nipoti, il Comune gli ha ora ordinato di demolire l’intero edificio, adducendo la mancanza di permessi.

Questa volta si rifiuta di obbedire. “Possono demolirlo, e rimuoverò le macerie e ci metterò una tenda per viverci. Il terreno è più importante della struttura che ci sorge sopra”.

Sua moglie, Manal, è d’accordo. «Non dormiamo la notte», ha detto. «Non abbiamo alternative a questa casa o a questa terra. Non abbiamo altro che questo posto.»

“Doppia sofferenza”

Secondo Tatarsky di Ir Amim, il forte aumento delle demolizioni ad Al-Bustan è stato innescato dalla decisione improvvisa del Comune di Gerusalemme di sospendere ogni trattativa con gli abitanti volta a giungere a una soluzione abitativa.

“Le autorità israeliane vogliono trasformare Silwan in un insediamento israeliano e stanno usando ogni mezzo per farlo”, ha spiegato. “Usano la scusa della costruzione senza permesso, ma per i residenti è impossibile ottenere i permessi. Quindi Israele può dichiarare illegali tutte le case in questa parte di Silwan.”

“Le autorità hanno una forte motivazione politica”, ha continuato Tatarsky. “Non si tratta di leggi edilizie; è una questione di politica, [tesa a] trasformare Silwan da quartiere palestinese a colonia ebraica. Ufficialmente il piano è [portato avanti] dal Comune di Gerusalemme, ma proviene in gran parte dal governo, e gli ordini sono stati originariamente emessi circa 20 anni fa.”

Finora, spiega, la campagna per proteggere queste case ha avuto successo “principalmente perché sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica e a esercitare una forte pressione su Israele attraverso la comunità internazionale”. Ma dopo il 7 ottobre “la comunità internazionale o non se ne cura più o si concentra su Gaza. Il punto è che la comunità internazionale non sta fermando il governo israeliano”.

Secondo Fakhri Abu Diab, un attivista locale, dal 7 ottobre 2023 più di 50 case ad Al-Bustan – circa la metà della comunità – sono state demolite. Le autorità israeliane “sono diventate più aggressive”, dice. “Arrivano nel cuore della notte e ti notificano [l’ordine di demolizione]”.

La sua stessa casa è stata demolita dal Comune nel febbraio 2024, costringendolo a pagare “enormi somme di denaro. Sto ancora pagando a rate”.

Abu Diab si oppone alle autodemolizioni, che a suo dire causano “una doppia sofferenza” per i palestinesi. “È una sorta di guerra psicologica contro le famiglie. Diventiamo lo strumento con cui il Comune mette in atto i suoi piani. Non vogliono che il mondo veda la distruzione delle nostre case. Facendolo da soli, li aiutiamo”.

Ma Abu Diab riconosce anche la paura che le famiglie provano non sapendo quando le squadre di demolizione israeliane arriveranno a casa loro, e la difficoltà di essere costretti a pagare multe esorbitanti. “Le persone cercano di minimizzare il danno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)