L’ONU avverte che, nel contesto di una carenza di cure protesiche, 1 amputato su 5 a Gaza è un minore

Redazione di MEMO

4 maggio 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che lunedì le Nazioni Unite hanno avvisato che un amputato su cinque nella Striscia di Gaza è un minore, mentre una mancanza critica di specialisti protesici e l’ingresso ristretto di ausili lasciano migliaia di malati senza adeguate cure.

Durante una conferenza stampa il portavoce ONU Stephane Dujarric ha affermato che “riguardo alla salute, rimangono preoccupazioni relative alle malattie della pelle e ad altre questioni mediche legate a parassiti e roditori,” aggiungendo che più di 6.600 persone hanno bisogno di protesi e cure di riabilitazione.

Ciò include migliaia di persone che da ottobre 2023 hanno ricevuto amputazioni, e tuttavia solo otto tecnici protesisti sono in grado di intervenire,” ha detto.

Avvisando che “con una grave mancanza di specialisti e un ingresso ristretto di materiali protesici, potrebbero volerci cinque anni o più per soddisfare gli attuali bisogni,” Dujarric ha sottolineato che “uno su cinque amputati è un minore.”

Dujarric ha evidenziato che “internazionali sono necessari urgentemente tecnici protesici, così come l’ingresso senza impedimenti di materiale protesico che rimane molto limitato dalle autorità israeliane.”

Dal 2007 Israele ha imposto un devastante blocco sulla Striscia di Gaza, lasciando 2,4 milioni di abitanti del territorio sull’orlo della carestia.

Nell’ottobre 2023 ha lanciato una brutale offensiva di due anni contro Gaza, uccidendo più di 72.000 persone, ferendone oltre 172.000 e causando una distruzione massiccia in tutto il territorio assediato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un rapporto le tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni evidenziano le lacune israeliane nonostante i sistemi tecnologicamente avanzati

Redazione di MEMO

29 aprile 2026 – Middle East Monitor

Il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che le capacità militari avanzate di Israele, inclusi il sistema di difesa missilistico Arrow e i velivoli F35 Lightning II, non sono riuscite a evitare i problemi operativi posti dalle innovative tattiche di Hezbollah nell’uso dei droni nel sud del Libano.

Secondo il rapporto, i corpi militari israeliani – in particolare la direzione dell’intelligence militare (AMAN) e quella della ricerca e sviluppo nella difesa (MAFAT) – erano impreparati per ciò che viene descritta come minaccia “micro-tattica” posta da droni piccoli ed economici.

Nel quotidiano si afferma che questi droni sono stati efficaci nel provocare vittime tra le forze israeliane e nell’ostacolare le operazioni sul terreno. Si è osservato che tali minacce non sono nuove e che sono due le principali tipologie identificate nell’uso militare: droni controllati attraverso comunicazioni senza fili e quelli via collegamenti in fibra ottica.

Mentre i droni senza fili possono essere contrastati con sistemi elettronici da guerra che disturbano i segnali, nel rapporto si dice che i droni a fibra ottica presentano una sfida più complessa perché non sono vulnerabili agli stessi metodi di interferenza.

Nel rapporto si aggiunge che queste tecnologie sono state disponibili per anni e si sostiene che l’esercito israeliano dovrebbe aver sviluppato contromisure ben in anticipo, in particolare data l’accessibilità di piattaforme per droni commerciali che possono essere adattate per scopi di combattimento.

Esso sottolinea i vantaggi tattici di tali droni, inclusi volo a bassa quota, scarsa rumorosità e ridotta rilevabilità da sistemi radar convenzionali, che insieme complicano gli sforzi per intercettarli.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Attivisti pro-Palestina compaiono in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania. Le famiglie affermano che dal loro arresto, avvenuto lo scorso settembre, i “Cinque di Ulm” sono detenuti in condizioni carcerarie estreme.

Kate Connolly

Lunedì 27 aprile 2026 – The Guardian

Cinque attivisti pro-Palestina sono comparsi in tribunale per l’attacco a una fabbrica di armi israeliana in Germania, accusati di aver causato danni per circa 1 milione di euro.

I pubblici ministeri affermano che gli imputati, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, si sono introdotti illegalmente nella proprietà e hanno gridato slogan pro-Palestina mentre distruggevano attrezzature per ufficio, delicati strumenti di misurazione e rompevano finestre in un sito collegato alla Elbit Systems nella città meridionale di Ulm.

Gli attivisti hanno pubblicato online dei video in cui rivendicavano la responsabilità dell’attacco, che a loro direintendeva attirare l’attenzione sul sostegno della Germania a Israele e sulle azioni militari di quest’ultimo a Gaza.

L’apertura del processo, lunedì, è stata descritta dai presenti come caotica. Gli avvocati della difesa hanno lasciato l’aula dopo che era stato negato loro il permesso di sedersi con gli imputati che erano separati dalle tribune del pubblico da uno spesso vetro blindato.

Dopo una sospensione di due ore presso il tribunale regionale di Stoccarda, gli avvocati hanno preso posto sulle sedie degli imputati e si sono rifiutati di obbedire all’ordine del giudice di spostarsi ai propri posti.

L’udienza è stata quindi aggiornata e dovrebbe riprendere tra una settimana.

In una dichiarazione rilasciata dopo la sospensione del processo gli avvocati degli imputati hanno affermato di aver presentato un’istanza di ricusazione contro il presidente della corte, accusando il tribunale di “un’inaccettabile violazione del diritto degli imputati a un giusto processo”.

Gli attivisti berlinesi, cittadini britannici, irlandesi, tedeschi e spagnoli, sono detenuti in custodia cautelare in carceri separate dall’8 settembre, giorno in cui sono accusati di aver compiuto l’attacco e chiamato la polizia.

Il gruppo, noto come i Cinque di Ulm, è stato accusato di violazione di proprietà privata, danneggiamenti e appartenenza a un’organizzazione criminale – Palestine Action Germany – ai sensi dell’articolo 129 del codice penale tedesco.

L’accusa ai sensi dell’articolo 129 implica che le autorità considerino gli imputati una minaccia per la società, che permette di negare la libertà su cauzione. Le famiglie degli imputati affermano che i loro cari sono stati rinchiusi fino a 23 ore al giorno in cella e che l’accesso a visite, libri, telefonate e posta è stato limitato. Se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a cinque anni di carcere.

Parlando a nome di tutti gli imputati in vista del processo, Benjamin Düsberg, avvocato di Daniel Tatlow-Devally, 32 anni, di Dublino, ha affermato di ritenere che lo Stato tedesco stia cercando di fare dei cinque, nessuno dei quali ha precedenti penali, un esempio nel tentativo di ostacolare il movimento contro il commercio di armi verso Israele.

Düsberg, uno degli otto avvocati della difesa, ha dichiarato: “Intendiamo usare il procedimento per ribaltare la situazione. Vogliamo dimostrare che non sono i nostri clienti a dover essere incolpati bensì i vertici di Elbit che hanno continuato a fornire armi anche durante il genocidio”.

Elbit Systems è il principale fornitore di armi terrestri per le Forze di Difesa Israeliane (IDF). L’azienda è stata contattata per un commento sul processo.

Facendo riferimento all’articolo 32 del codice penale tedesco, Düsberg ha affermato: “La nostra argomentazione principale sarà che le azioni dei nostri clienti in Germania – ovvero la distruzione di attrezzature di laboratorio e di uffici – erano giustificate in base al principio di assistenza d’emergenza”.

Secondo questa clausola un atto altrimenti illecito può essere giustificato se non vi è altro modo per scongiurare un danno o un attacco imminente, ha spiegato.

La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti. La difesa sosterrà che, dal momento in cui la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel 2024 che l’accusa di genocidio contro i palestinesi di Gaza era “plausibile”, Berlino avrebbe dovuto interrompere tutte le consegne. Israele ha respinto l’accusa della CIG definendola “oltraggiosa e falsa”.

Mimi Tatlow-Golden, madre di Tatlow-Devally, laureata in filosofia, ha affermato di temere che il caso abbia una dimensione politica e che i cinque saranno “sottoposti a un processo farsa” poiché lo Stato tedesco intende lanciare un messaggio sulle potenziali sanzioni per tali azioni.

Ha dichiarato: “I cinque amici hanno provocato solo danni materiali, in un luogo specifico e con l’obiettivo di porre fine a un genocidio. Non hanno nascosto la loro identità e si sono consegnati spontaneamente per essere arrestati. Non rappresentano alcun pericolo per la collettività. Utilizzare l’articolo 129 per tenerli in detenzione… prima del processo può, a mio avviso, essere visto solo come al servizio di fini politici”.

Matthias Schuster, un altro degli avvocati della difesa, ha dichiarato: “I nostri clienti non sono pericolosi, ma [le autorità] credono che debbano essere considerati tali per giustificare le rigide condizioni di custodia a cui sono stati sottoposti”.

Nicky Robertson, la madre di Zo Hailu, 25 anni, detenuta in una prigione di Bühl nel Baden-Württemberg, ha affermato che il “trattamento estremo” ricevuto dal gruppo è sembrato “una risposta sproporzionata per danni alla proprietà”.

Hailu, cittadina britannica, è stata denudata al momento dell’arresto e le è stato dato un pannolino per adulti da indossare per sei ore, ha detto Robertson. “Queste sono persone che amano l’ambiente e i bambini. Sono ragazzi premurosi, creativi, sportivi e bravi a lavorare in squadra. Non rappresentano un pericolo per la società. Anzi, tutt’altro”, ha aggiunto.

Rosie Tricks, il cui fratello venticinquenne, Crow Tricks, anch’egli cittadino britannico, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Stoccarda-Stammheim, ha dichiarato che le visite sono state limitate a due ore al mese. “È bello vederli, ma conoscendo Crow come una persona socievole, vivace e divertente, la luce della nostra famiglia, è davvero penoso vederli in questa situazione”, ha detto Rosie a proposito di Crow. “La loro salute ne ha sicuramente risentito. Sembrano stare bene, ma dentro c’è molta ansia e preoccupazione.”

Gli altri imputati sono Vi Kovarbasic, un tedesco di 29 anni, e Leandra Rollo, una cittadina spagnola di 40 anni originaria dell’Argentina. A tutti e cinque è stata negata la libertà su cauzione, anche dopo la scadenza del termine di sei mesi per la detenzione preventiva.

Un portavoce del tribunale di Stoccarda-Stammheim ha dichiarato: “Il codice di procedura penale consente, a determinate condizioni, la proroga della detenzione preventiva”. In un’udienza speciale sulla detenzione tenutasi il mese scorso la Corte d’appello regionale di Stoccarda “ha esaminato tali condizioni… e ha disposto la proroga della detenzione preventiva per tutti gli imputati” basando la sua decisione “sull’esistenza di un rischio di fuga che non sarebbe sufficientemente mitigato nemmeno dal versamento di una cauzione”.

Il processo dovrebbe concludersi alla fine di luglio.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

24 aprile 2026 – +972 Magazine

La costante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato un una guerra contro l’Iran che non può vincere, erodendone la legittimità all’estero e approfondendone il degrado morale all’interno.

Il nome attribuito alla letale ondata di bombardamenti israeliani in Libano l’8 aprile, lanciata mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra USA e Iran, è estremamente rivelatrice riguardo all’attuale posizione regionale di Israele. Fino a poco tempo fa Israele sceglieva nomi delle guerre che edulcorassero le enormi distruzioni o mobilitassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, per esempio, cercava di trasmettere resilienza, mentre la campagna “Spade di ferro” nella Striscia dopo il 7 ottobre e “Ruggito del Leone” di quest’anno contro l’Iran ha inteso evidenziarne la potenza militare.

Non più: con 100 attacchi aerei in Libano che hanno lasciato 300 morti e oltre 1.100 feriti “Oscurità eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia morte e annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana nel sud del Libano provocó la fine dell’operazione “Grappoli d’ira”, oggi il massacro di centinaia di persone è percepito praticamente come un fine in sè, senza neppure una traccia di critiche da parte dell’esercito o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a distruggere villaggi e infrastrutture civili in zone del sud sotto il suo controllo, un tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire agli abitanti di tornarvi. A fine marzo il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che alla fine della guerra ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarà permesso tornare e le loro case presso il confine saranno state distrutte.

Sia in Libano che in Iran, guerre non iniziate come risposta a un attacco né per impedire una minaccia inminente, Israele è sembrato adottare in pieno la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha sostenuto recentemenre il sociologo politico Yagil Levy adottando il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio intende non solo eliminare minacce inmediate ma anche quelle future attraverso distruzioni su vasta scala della vita dei civili ed espellere o controllare la popolazione. In sintesi, non c’è una soluzione política, ma solo militare, e quello che non si può ottenere con la forza lo si potrà ottenere con ancora più forza.

Questo approccio della “sicurezza permanente” è stato evidente in primo luogo nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Quando solo qualche giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale”, inizialmente, e a ragion veduta, la frase è stata percepita dall’opinione publica israeliana come un tentativo di sfuggire alle sue responsabilità per gli errori [del sistema di sicurezza]. Ma ciò ha rappresentato molto più di un esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere sono stati la manifestazione della “vittoria totale” sostenuta da tutto il sistema politico e militare israeliano.

Non è un caso che lo spostamento sia avvenuto specificamente a Gaza. Fino al 7 ottobre la Striscia era il principale esempio della messa in pratica della dottrina della “gestione del conflitto” firmata Netanyahu, una combinazione di blocco quasi totale, recinzione sopra e sotto terra, controllo completo in cielo e in mare e una rigida sorveglianza elettronica della vita quotidiana dei palestinesi insieme a periodici episodi di bombardamenti ogni anno o due che venivano reputati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto ha fornito anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia per rinviare la questione dell’autodeterminazione. Hamas è stato “tenuto sotto controllo” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e convogliando fondi approvati dallo stesso Netanyahu in modo da mantenere le tensioni a bassa intensità. E in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è servita come subappaltante dell’occupazione israeliana, conservando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett [exprimo ministro e dirigente di un partito di estrema destra dei coloni, ndt.], che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, l’ ha brutalmente definita come “una scheggia nel culo”, una seccatura da gestire piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera attorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, altrettanto ha fatto la dottrina del contenimento del conflitto. Ma ciò non ha portato Israele a cercare il modo per risolvere lo scontro con i palestinesi. Al contrario ha deciso di vincerlo definitivamente. E non solo con i palestinesi. Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a buona parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina le leggi internazionali non esistono più, il compromesso politico è sparito e i cessate il fuoco non vincolano Israele nè a Gaza nè in Libano. Questa è la guerra permanente, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, e a ogni distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha elevato il concetto di “sicurezza permanente” a un ulteriore livello. Non è stato piu sufficiente colpire duramente i dirigenti, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come Israele ha fatto nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambiamento di regime in un Paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà di migliaia di anni, non semplicemente per neutralizzare una minaccia percepita, ma ridefinendo lo stesso contesto politico.

Eppure Israele da solo non ha la forza militare né la legittimità politica sufficienti per una mossa talmente ambiziosa, e di conseguenza era necessario il coinvolgimento americano. Quindi, contrariamente alle posizioni più caute espresse nel gabinetto di Trump, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente USA Donald Trump che questo obiettivo poteva essere raggiunto e così è iniziata una guerra israelo-americana che per il momento è parsa essere un altro passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” in tutta la regione.

E qui, di fatto, è dove questa logica si è rivelata un’illusione. Anche se una minaccia viene affrontata, immediatamente se ne produce un’altra, evidenziando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere la “sicurezza permamente” ponendo fine al conflitto ma piuttosto il suo perpetuarsi attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran Israele non può vivere senza un nemico,” ha notato all’inizio del mese il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. “Non solo l’amministrazione Netanyahu ma anche alcune figure dell’opposizione, anche se non tutte, stanno cercando di dichiarare la Turchia come il nuovo nemico.” Il vicino capisce come ragiona la Super Sparta [come Netanyahu ha definito Israele, ndt.].

Un nuovo Medio Oriente

E’ troppo presto per sintetizzare i risultati della guerra, ma sembra già che Israele abbia sbattuto contro un muro: invece di avvicinarsi alla “sicurezza permanente” si è ritrovato in una situazione di sicurezza piú precaria di prima. Non solo l’obiettivo generale di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non può neppure cercare di raggiungere un’amara situazione di stallo.

Di fatto l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come molti commentatori ed esperti hanno sostenuto, è riuscito a spostare la discussione da un contesto di coercizione militare a uno di negoziati politici, cambiando di conseguenza le stesse regole del gioco.

Sta iniziando a prendere forma un nuovo Medio Oriente, in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo viene eroso. Israele ha dovuto interrompere i suoi attacchi in Libano e Washington ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica, libera da sanzioni e con ampie dimensioni geografiche, demografiche e ideologiche, non è più soltanto un attore regionale ma sta raggiungendo uno status di potenza globale.

È il suo potere sullo stretto che probabilmente ha obbligato Trump a prendere in considerazione come base legittima per i negoziati la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra, dal togliere le sanzioni e un ritiro statunitense dal Medio oriente fino a garanzie per i suoi alleati regionali. Persino ora, mentre il presidente USA cerca di imporre un contro blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni dell’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più drammatico qui non è l’uranio arricchito che rimane nelle mani dell’Iran né la sua insistenza nel continuare il programma nucleare civile, e neppure i missili balistici che l’Iran ha lanciato per 40 giorni contro Israele e gli Stati del Golfo arabico.

È piuttosto il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha rispettato la richiesta americana di sconfessare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto il contrario. In particolare gli Stati Uniti e Israele sono obbligati a fare i conti con la profondità dei legami strategici tra l’Iran ed Hezbollah: Hormuz non verrà riaperto se Israele continua a bombardare il Libano.

A questo si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nei rapporti tra USA e Israele, e la decisione israeliana di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe dimostrarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025 Israele ha agito da solo fino all’ultimo dei 12 giorni del conflitto, colpendo obiettivi militari e uccidendo importanti politici del regime, e l’Iran ha risposto lanciando missili solo contro Israele. Questa volta l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, garantendo all’Iran la legittimità per ampliare il campo colpendo le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati della regione e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ciò ha dunque trasformato uno scontro bilaterale in una crisi globale costruita da Israele con le sue stesse mani.

Un sondaggio dell’opinione pubblica rivela un drastico declino nell’appoggio a Israele tra gli americani, sospendere la vendita di armi a Israele è rapidamente diventata una posizione maggioritaria nel partito Democratico, con una maggioranza di senatori democratici che ora votano per tali misure. Come ha rilevato una recente inchiesta del New York Times, è diventato impossibile ignorare che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra e la crescente reazione è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di allontanarsi dall’Israele di Netanyahu.

Un vuoto di paradigma

Se due anni e mezzo fa il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu è fallito, ora potremmo stare assistendo all’inizio della fine anche della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambi si basavano sullo stesso presupposto, cioè che la realtà può essere controllata attraverso la forza, ed entrambi hanno fallito.

Il vuoto che accompagna il fallimento di entrambi i paradigmi rivela anche il decadimento morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico è per lo più pervaso dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump ha minacciato di cancellare l’intera civiltà iraniana molti americani e persone in tutto il mondo hanno condannato come genocide le sue affermazioni. In Israele c’è stato silenzio, lo stesso che ha prevalso mentre le forze israeliane distruggevano Gaza o perpetravano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la marea di commentatori e politici che hanno vantato giorno e notte gli “enormi” risultati della guerra e nonostante le assicurazioni di Netanyahu che Iran ed Hezbollah sono stati indeboliti come non mai, l’opinione pubblica israeliana sta già iniziando a vedere le crepe. In un sondaggio condotto da Canale 13 dopo il cessate il fuoco con l’Iran solo il 33% di chi ha risposto credeva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% che avesse vinto l’Iran. Un sondaggio simile del giornale israeliano Maariv ha scoperto dati altrettanto sorprendenti, che si sono raramente visti alla fine delle guerre o delle operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno si deve essere precisi: è il paradigma della “vittoria totale” in sè che si è spezzato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti lì e Hamas non è stato sconfitto, e persino ancor di più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, che si presumeva sconfitto, ha continuato ad operare e a lanciare decine e persino centinaia di missili al giorno. E alla fine, poichè gli israeliani vedono i rappresentanti iraniani che negoziano con gli americani da una posizione di maggior forza rispetto a quella che avevano prima della guerra conservando il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti al mondo.

Eppure questa frattura nella consapevolezza dell’opinione pubblica non garantisce un ravvedimento politico. Senza un progetto politico che fornisca agli israeliani un linguaggio, una direzione e un’alternativa, la crescente sensazione di fallimento politico e militare potrebbe trasformarsi in disperazione piuttosto che in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe in ultima istanza favorire Netanyahu.

Infatti il collasso nella gestione del conflitto e dei paradigmi della “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra quadri di riferimento. Israele sta invece cadendo profondamente in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua per conto suo, persino quando smette di generare un senso o uno scopo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nuove prove che è la lobby israeliana a dettare le linee guida dell’UE

David Cronin 

23 aprile 2026 The Electronic Intifada

Questa settimana Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha offerto un mix di farsa e disonestà.

“L’Europa è la più grande sostenitrice del popolo palestinese”, ha dichiarato lunedì.

Il giorno successivo i governi dell’UE hanno dimostrato quanto sia grande il loro sostegno, rifiutandosi ancora una volta di imputare a Israele la sua violenza genocida contro il popolo palestinese.

Un milione di cittadini dell’UE ha firmato una petizione per la revoca dei privilegi commerciali a Israele. Invece di compiere questo passo fondamentale, i governi dell’UE hanno imposto ulteriori sanzioni all’Iran, bersaglio dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti.

I diplomatici che lavorano alle dipendenze di Kallas non possono certo essere considerati i maggiori sostenitori del popolo palestinese.

Un documento che ho ottenuto grazie a una richiesta di accesso agli atti dimostra che, a più di due anni dall’inizio del genocidio di Gaza, la lobby israeliana continua a dettare le regole a cui obbediscono i principali funzionari di Bruxelles.

Hélène Le Gal, capo della divisione Medio Oriente del servizio diplomatico dell’UE, sembra particolarmente disposta a farsi scrivere la sceneggiatura.

Il documento dimostra che Le Gal ha accettato di ospitare un “dialogo strategico” organizzato congiuntamente dal servizio diplomatico e dal gruppo filo-israeliano European Leadership Network (Elnet). L’evento, previsto per il 12 e 13 maggio, vedrà la partecipazione di “30 figure di spicco nel campo politico e dell’opinione pubblica – 15 provenienti dall’UE e 15 da Israele”, come si legge nell’invito.

Le Gal, secondo alcuni messaggi di posta elettronica scambiati tra Elnet e i suoi colleghi del servizio diplomatico, ha acconsentito che l’invito fosse emesso a suo nome, chiedendo solo “piccole modifiche”.

È significativo che Le Gal e il suo entourage abbiano richiesto solo “piccole modifiche” all’invito. La bozza originale afferma che il servizio diplomatico “espone le posizioni e gli interessi dell’UE al governo di Israele, con l’obiettivo generale di promuovere le relazioni tra l’UE e Israele”.

Sebbene tale formulazione non sembri aver incontrato obiezioni sostanziali, almeno un collega di Le Gal l’ha ritenuta troppo riduttiva. È stata proposta una modifica per chiarire che il servizio opera “in tutto il mondo”, anche per quanto riguarda le relazioni UE-Israele.

Nessuno sembrava preoccupato dall’obiettivo dichiarato di “promuovere le relazioni” con uno Stato che perpetra un genocidio.

Linea rossa?

Secondo l’invito le discussioni che si terranno durante l’evento di maggio saranno “completamente” riservate. Come di consueto, l’opinione pubblica dovrà rimanere all’oscuro su questioni di evidente interesse pubblico.

Tali questioni, stando all’ordine del giorno, includeranno il Board of Peace [“Consiglio per la Pace”] istituito dal presidente statunitense Donald Trump, le elezioni israeliane del 2026 e la “crescente influenza” di Turchia e Qatar. Anche l’Iran e il “futuro della normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani” saranno all’ordine del giorno.

Un altro tema in discussione sarà il finanziamento delle “tecnologie a doppio uso” nell’ambito di Horizon Europe, un importante programma di ricerca scientifica.

Dato che il termine “doppio uso” si riferisce ad applicazioni sia civili che militari, possiamo fare un’ipotesi plausibile sul contenuto di tali discussioni. Quasi certamente si sosterrà che l’UE dovrebbe finanziare lo sviluppo delle future armi israeliane [Dal 2021 Horizon Europe ha elargito a Israele 3 miliardi e 400 milioni di euro, ndt.]

Con ogni probabilità gli eleganti partecipanti non saranno così volgari da sottolineare che Israele brama più armi per poter sterminare le famiglie palestinesi e distruggere le loro case.

L’assenza di volgarità non dev’essere interpretata come ritegno da parte dei sostenitori di Israele.

L’European Leadership Network non si fa scrupoli a collaborare con personaggi che possono essere considerati “controversi” – per usare un eufemismo. All’inizio di quest’anno ha organizzato la visita di Eyal Hulata al quartier generale della NATO a Bruxelles, come dimostra il documento ottenuto in base alle norme sulla libertà d’informazione.

Hulata potrebbe non essere un nome noto in Europa, ma è ben conosciuto in certi ambienti: per 23 anni ha fatto parte del Mossad, l’agenzia responsabile dello spionaggio e degli omicidi mirati.

A causa di altri impegni Hélène Le Gal “purtroppo non può ricevere” Hulata, si legge in un messaggio di posta elettronica del suo ufficio. Non c’è alcun indizio che suggerisca che abbia espresso disappunto per le attività del Mossad quando i suoi amici di Elnet le hanno chiesto se potesse incontrare Hulata.

La nuova legge israeliana sulla pena di morte era stata descritta come una sorta di linea rossa per l’UE. Eppure il disegno di legge sulla pena di morte era già in discussione alla Knesset – il parlamento israeliano – da alcuni mesi prima di essere formalmente adottato alla fine di marzo. Il “dialogo strategico” UE-Israele previsto per maggio è stato preparato mentre la legge era prossima all’approvazione.

La conclusione inevitabile è che alcune delle figure più importanti della burocrazia di Bruxelles non hanno linee rosse. Hanno solo tappeti rossi, che stendono ogni volta che i sostenitori di Israele glielo chiedono.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Sofferenza silenziosa”: perché i bambini di Gaza stanno perdendo la capacità di parlare

Mariem Bah e Ibrahim al-Khalili

24 aprile 2026 – Aljazeera

Si stima che oggi 1,1 milioni di bambini a Gaza necessitino di supporto psicologico e psicosociale, poiché un numero crescente di loro sta perdendo la capacità di parlare a causa dei traumi e delle ferite riportate nel corso degli attacchi israeliani.

In seguito a un intenso bombardamento vicino alla sua casa il piccolo Jad Zohud, di cinque anni, ha improvvisamente perso la capacità di parlare.

Non è il solo. In tutta Gaza gli specialisti segnalano un numero crescente di bambini che non riescono più a parlare a causa di ferite legate alla guerra o a traumi psicologici.

Per alcuni la causa è fisica: traumi cranici, danni neurologici o traumi da esplosione. Per altri, non c’è alcuna ferita visibile. Il loro silenzio è la conseguenza di ripetute esposizioni alla violenza che sopraffanno la loro capacità di elaborare o comunicare.

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk, che ha lavorato a Gaza in due occasioni con Medici Senza Frontiere (MSF), la descrive come una “sofferenza silenziosa”, spesso celata sotto l’immensità della distruzione.

Come si manifesta il problema?

All’ospedale Hamad di Gaza City i medici affermano che i casi di perdita del linguaggio nei bambini sono in aumento.

Il dottor Musa al-Khorti, primario del dipartimento di logopedia dell’ospedale, ha dichiarato ad Al Jazeera che in alcuni casi “un bambino può perdere completamente la capacità di parlare”, riferendosi a condizioni come il mutismo selettivo o l’afonia isterica, una perdita funzionale della voce legata a un grave disagio psicologico.

I casi sono vari, ma molti seguono uno schema simile: una perdita improvvisa della parola in seguito a violenza o trauma.

Jad, di cinque anni, non aveva mai avuto problemi di linguaggio prima, ha raccontato la madre, ma dopo un bombardamento vicino alla sua casa al risveglio non riusciva più a parlare: era incapace di emettere suoni o parole.

Jad non è un caso isolato. Lucine Tamboura, di quattro anni, ha perso la voce dopo essere caduta dal terzo piano della sua casa a causa del crollo di una scala danneggiata da un attacco aereo israeliano.

«La caduta ha compromesso la sua capacità di parlare e le ha causato una paralisi parziale a un braccio e a una gamba», ha dichiarato la madre, Nehal Tamboura, ad Al Jazeera. «La gamba e il braccio sono guariti, ma ha ancora difficoltà a parlare. Stiamo continuando le terapie per questo problema».

I medici avvertono che, senza cure costanti, queste condizioni possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo, soprattutto se associate a traumi psicologici.

Perché succede questo?

La psicoterapeuta infantile Katrin Glatz Brubakk afferma che i bambini perdono la parola in risposta a traumi estremi.

“Si tratta di bambini che sono stati esposti a traumi molto gravi e, senza alcuna causa patologica, smettono di parlare”, spiega. “All’origine c’è sempre un trauma estremo”.

Descrive bambini che hanno perso familiari, assistito a morti, subito lesioni o vissuto ripetute violenze, per i quali il silenzio diventa l’unico modo per affrontare la situazione.

“A un certo punto il mondo sembra completamente imprevedibile e il bambino si trova in grave pericolo”, afferma. “Non è una scelta. È una risposta fisica”.

Molti entrano in quella che lei definisce una “reazione di blocco”, in cui il corpo si disattiva di fronte alla minaccia.

“Il corpo dice: non posso combattere. Le persone possono morire. Posso morire anch’io. Quindi la cosa più sicura è rimanere immobile”, spiega. “È aspettare che il mondo torni a essere sicuro”.

Ma l’impatto va oltre la perdita della parola, spiega.

«Se i bambini smettono di giocare e interagire, smettono di imparare e di svilupparsi», afferma,«lo definisco trauma cognitivo da guerra».

Spiega che un trauma prolungato mantiene il cervello in modalità sopravvivenza: l’amigdala – il sistema di allarme del cervello – rimane in allerta, mentre i sistemi responsabili dell’apprendimento e della regolazione emotiva vengono bloccati.

«Perfino quando un bambino sembra chiuso in se stesso il sistema nervoso è ancora in stato di massima allerta», afferma. «Nel tempo, questo ha effetti molto gravi sullo sviluppo».

Gaza è diversa da altre zone di conflitto?

Brubakk afferma che in oltre dieci anni di lavoro la portata e la vastità del trauma a Gaza non hanno eguali.

“Lavoro sul campo da 12 anni e non c’è niente che si possa paragonare a Gaza. Niente”, dice. “Non c’è nessuno a Gaza che non sia stato colpito”.

Aggiunge che Gaza è caratterizzata da una totale mancanza di sicurezza.

“Bombe ovunque, tutti colpiti, tutti in pericolo: non c’è alcuna sicurezza”.

Questo problema, spiega, è ulteriormente aggravato dal collasso del sistema sanitario e dei servizi essenziali.

“Non si riesce a ottenere l’aiuto necessario, né fisico né psicologico, e non si può scappare”, dice. “Non c’è nessun posto dove andare. E questa combinazione rende l’impatto così devastante”.

Per Brubakk le conseguenze più trascurate non sono solo le lesioni visibili ma anche quelle che lei definisce «conseguenze silenziose a lungo termine» che si manifestano sotto la superficie.

«È semplice mostrare le amputazioni o le bende», dice. «Ma qui si tratta di una sofferenza silenziosa. Ed è ovunque»

A Gaza, aggiunge, non esiste più nemmeno la presunzione di sicurezza.

«Non possiamo dire a nessuno che è al sicuro perché non si può mai sapere», afferma. «Anche con il cosiddetto cessate il fuoco la gente continua a morire. Non si sa mai quando toccherà a te».

Come inizia il processo di guarigione nei bambini?

Per Brubakk la guarigione dal mutismo post-traumatico è lenta e instabile.

Ricorda Adam, un bambino di cinque anni che sviluppò un mutismo selettivo dopo aver assistito alla morte del padre in un bombardamento aereo israeliano. Smise di parlare con chiunque tranne che con la madre, comunicando solo con deboli sussurri, isolandosi quasi del tutto.

Inizialmente rifiutava qualsiasi interazione. Ma gradualmente comparvero piccoli segni di guarigione.

“Un giorno sussurrò alla madre: ‘Manda via quella donna, non mi piace'”, racconta. “E in realtà ne fui felice, perché significava che stava reagendo di nuovo”.

Da quel momento in poi il recupero avvenne per gradi: brevi sguardi, momenti di curiosità, piccoli passi verso un ritorno alla normalità, finché, poco a poco, ritrovò la voce.

Brubakk afferma che questo tipo di progresso dipende da cure strutturate e costanti, che sono sempre più difficili da fornire. All’ospedale Hamad, al-Khorti afferma che i bambini con patologie come il mutismo selettivo necessitano di strumenti specializzati e di una riabilitazione a lungo termine.

«Queste condizioni richiedono interventi terapeutici e strumenti di riabilitazione specializzati», dichiara ad Al Jazeera. «Molti di questi sono stati danneggiati o persi durante la guerra».

Nonostante ciò, Brubakk afferma che la guarigione può comunque iniziare nei modi più semplici.

Uno dei suoi strumenti è quello che lei chiama «bolle di speranza»: bolle di sapone utilizzate nella terapia con bambini introversi.

«Sono così belle e così rilassanti mentre cadono lentamente», dice. «E aiutano i bambini a distogliere l’attenzione dalla paura».

Il soffiare diventa anche un modo per regolare il respiro e calmare il sistema nervoso.

«Se vuoi bolle grandi, devi respirare lentamente», spiega. «Diventa un modo per calmare il corpo attraverso il gioco».

Dice che questo passaggio, dalla paura alla curiosità, può aiutare i bambini a ricominciare a interagire e a rilassarsi.

«Li aiuta a rilassarsi, a dormire meglio, a regolare il loro sistema nervoso», afferma. «Li rimette sul giusto percorso di sviluppo».

Ricorda di nuovo Adam, con lo sguardo perso nel vuoto. La ripresa, spiega, non avviene grazie a una singola svolta, ma attraverso molti piccoli, quasi impercettibili progressi.

“Bisogna avere pazienza”, afferma. “Ogni piccolo passo conta”.

A Gaza, continua, anche i più piccoli momenti di sicurezza hanno un peso enorme proprio perché sono così rari.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le vittime invisibili di Gaza: un’impennata di nati morti e malformazioni congenite

Ibrahim al-Khalili

22 aprile 2026 – AlJazeera

Mentre gli effetti della guerra persistono Gaza sta assistendo a un aumento senza precedenti di anomalie congenite e a un incremento del 140% dei nati morti.

GazaNel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Nasser, nel sud di Gaza, i neonati lottano per la vita contro gravi malformazioni congenite legate alle dure condizioni della guerra genocida israeliana.

Osama, di due mesi, è nato con un buco nel cuore [Forame Ovale Pervio, con comunicazione tra i due atri, ndt.] e dilatazione dei ventricoli cerebrali. La madre, Najia Zurub, non ha lasciato l’ospedale dalla sua nascita.

«Sono rimasta incinta durante la guerra e la gravidanza è stata estenuante a causa della mancanza di cibo», racconta Zurub, aggiungendo di aver vissuto in tende senza accesso all’acqua potabile. La forte tensione e lo stress l’hanno costretta a partorire prematuramente. I medici hanno confermato che la condizione di Osama non è genetica, sottolineando che è il suo primogenito e che non ci sono precedenti familiari di questo tipo di malattie.

Osama condivide il reparto con Ahmed, di due settimane, che presenta segni di idrocefalo un eccesso di liquido nei ventricoli cerebrali che causa pressione sui tessuti cerebrali e con Suheir, di due mesi, nata con malformazioni multiple a carico di bocca e orecchie. In precedenza il reparto ospitava cinque neonati con anomalie congenite, ma la piccola Fatama è stata trasferita d’urgenza in terapia intensiva, dove lotta per sopravvivere, mentre un altro neonato, Iyal, è deceduto.

Un’impennata senza precedenti

Sebbene sia spesso difficile individuare la causa esatta di specifiche anomalie congenite, i funzionari sanitari di Gaza affermano che l’enorme numero di casi che stanno attualmente riscontrando non ha precedenti.

Secondo il Ministero della Salute nel 2025 i casi di anomalie congenite sono raddoppiati rispetto al 2022. Nello stesso periodo anche il tasso di nati morti è aumentato del 140%. Solo l’anno scorso si sono registrati 457 decessi neonatali, con un incremento del 50% rispetto al periodo prebellico.

Zaher al-Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha attribuito queste cifre impressionanti a cinque fattori principali: fame diffusa, grave deterioramento dei servizi sanitari, sovraffollamento estremo, esposizione ad acqua potabile contaminata e altri effetti persistenti dei raid aerei israeliani.

Asaad al-Nawajha, pediatra e specialista in neonatologia presso l’Ospedale Nasser, ha espresso profonda preoccupazione per le anomalie interne che colpiscono gli organi vitali. Ha spiegato che queste condizioni si sviluppano tipicamente quando un feto è esposto a fattori ambientali avversi durante il primo trimestre di gestazione, un periodo critico per la formazione degli organi. Dato il grave impoverimento delle risorse mediche secondo i sanitari alcuni di questi bambini colpiti non possono essere curati.

Un collasso sistemico

La guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso almeno 20.000 minorenni. Il conflitto ha anche impedito fisicamente a molte donne palestinesi di portare a termine la gravidanza. Al culmine dei bombardamenti israeliani le nascite nella Striscia sono crollate di oltre il 30%. Sebbene i numeri si siano leggermente ripresi l’anno scorso, rimangono ben al di sotto dei livelli prebellici.

Nonostante il “cessate il fuoco” entrato in vigore lo scorso ottobre il bilancio delle vittime continua a salire e i palestinesi sottolineano che gli attacchi quotidiani di Israele su Gaza proseguono.

Per i neonati dell’ospedale Nasser la riduzione dei bombardamenti offre ben poco sollievo immediato. Questi bambini possono essere sopravvissuti agli attacchi aerei ma ora devono affrontare una diversa e prolungata lotta contro le conseguenze di una guerra che ha devastato i loro fragili corpi.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Eurovision 2026: Oltre 1000 artisti chiedono il boicottaggio contro la “normalizzazione” del genocidio israeliano

Dalia Anis

21 aprile 2026- Middle East Eye

Brian Eno, Macklemore e Sigur Rós tra gli artisti che accusano l’emittente di “reazioni ipocrite ai crimini di Russia e Israele”

Oltre 1100 musicisti e operatori culturali hanno chiesto il boicottaggio della 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest per via della partecipazione di Israele in un quadro di crescente pressione per escludere il paese a causa del genocidio a Gaza.

I gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (più comunemente noto come movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) hanno pubblicato martedì una lettera aperta per “rifiutare l’uso dell’Eurovision per insabbiare e normalizzare il genocidio, l’assedio e la brutale occupazione militare israeliana contro i palestinesi”.

«Visti i piani israelo-americani per la creazione di campi di concentramento iper-sorvegliati nella “Nuova Gaza” come può un artista o un fan dell’Eurovision partecipare in coscienza alla prossima edizione del concorso in Austria, “?» si legge nella lettera firmata anche da artisti come Macklemore, Paloma Faith, Kneecap, Massive Attack e da ex vincitori dell’Eurovision.

«Ci sono momenti in cui il silenzio passivo non è un’opzione. Ci rifiutiamo di tacere quando la violenza genocida di Israele fa da colonna sonora e mette a tacere le vite dei palestinesi». L’Eurovision, organizzato annualmente dall’Unione Europea di Radiodiffusione (UER), è stato accusato di doppi standard per aver escluso la Russia dalla competizione poco dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, citando le preoccupazioni per una “crisi senza precedenti in Ucraina” che avrebbe potuto “screditare il concorso”.

Dopo oltre due anni e mezzo di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, con un bilancio di oltre 72.000 morti secondo il Ministero della Salute di Gaza, l’Eurovision ha ripetutamente difeso la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana Kan al concorso.

“Le risposte ipocrite dell’EBU ai crimini di Russia e Israele hanno infranto ogni illusione di ‘neutralità’ dichiarata dall’Eurovision. Nel 2022, l’EBU affermò che la presenza della Russia avrebbe ‘screditato la competizione'”, continua la lettera.

“Eppure oltre 30 mesi di genocidio a Gaza, insieme alla pulizia etnica e all’espropriazione di terre nella Cisgiordania assediata, non sono considerati sufficienti per applicare la stessa politica a Israele”.

L’EBU ha rifiutato di sottoporre l’esclusione di Israele ad un voto durante la sua riunione di dicembre e in risposta cinque paesi – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro dall’Eurovision 2026 a Vienna.

L’anno scorso il sito israeliano Ynet ha riportato che il presidente israeliano Isaac Herzog aveva formato una squadra per promuovere la partecipazione di Israele con alcune “attività di lobbying dirette ai membri dell’EBU con l’obiettivo di impedire all’assemblea di procedere a una votazione vincolante che Israele temeva di perdere”.

La lettera aggiunge: “Applaudiamo al ritiro etico delle emittenti spagnole, irlandesi, islandesi, slovene e olandesi, e dei numerosi finalisti della selezione nazionale che si sono impegnati a rifiutarsi di partecipare all’Eurovision”.

In una protesta simile contro la decisione dell’EBU il vincitore svizzero dell’Eurovision Song Contest 2024, Nemo, ha restituito il premio dopo che Israele ha ottenuto il via libera per partecipare all’evento di quest’anno.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)