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Cosa c’è dietro il discorso di Kerry?

Ben White – 29 dicembre 2016, Middle East Monitor

Un elogio della soluzione dei due Stati? Forse, ma il discorso del segretario di Stato John Kerry di mercoledì è simile in modo sospetto ad un ennesimo disperato tentativo di tenere in piedi il cosiddetto “processo di pace”.

E’ possibile capire la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il discorso di Kerry, come interpretarli – la loro debolezza e le opportunità che rappresentano -, solo iniziando con guardare in faccia la realtà del processo di pace durato due decenni e guidato dagli USA e dalla comunità internazionale.

Il processo di pace ha imposto una falsa simmetria tra occupante ed occupato, trasformando colonizzatori e colonizzati in “due parti” con obblighi e responsabilità reciproci.

Il processo di pace è anche servito ad rendere ulteriormente immune Israele dal dover rispondere dei sistematici e continui abusi dei diritti umani e delle violazioni delle leggi internazionali. Per esempio, i tentativi di garantire giustizia per le vittime dei crimini di guerra sono stati sacrificati allo per “proteggere” il processo dei negoziazione.

Ed infine l’obiettivo del processo di pace, diventato sempre più esplicito, è di preservare Israele come “Stato ebraico”. I diritti dei palestinesi sono subordinati al “carattere” (etnocratico) di Israele, e la sovranità palestinese ( e la sua autodifesa) è subordinata alle esigenze di sicurezza di Israele.

Ma il processo di pace è fallito, uno sviluppo guidato da una leadership politica israeliana votata alla colonizzazione della Cisgiordania e da una totale mancanza di volontà da parte degli USA e degli Stati europei di imporre un costo reale a un governo israeliano segnato dal dire sempre di no e favorevole alle colonie.

Mercoledì scorso non c’è stato niente di originale nell’affermazione di Kerry che se Israele occuperà la Cisgiordania per sempre sarà “o ebraico o democratico”, ma “non potrà essere entrambe le cose”: versioni di questo avvertimento sono state esposte ormai da anni da diplomatici occidentali e persino da qualche politico israeliano.

Lo stesso Kerry, durante il Saban Forum [incontro annuale organizzato dall’ istituto statunitense “Centro per la Politica in Medio Oriente. Ndtr.] del dicembre 2015, ha chiesto retoricamente: “Come Israele potrebbe continuare ad conservare il suo carattere di Stato ebraico e democratico se dal fiume al mare [dal Giordano al Mediterraneo. Ndtr] non ci fosse un maggioranza ebraica?”

Due importanti punti a proposito di questo “avvertimento”. In primo luogo, Israele ha governato su milioni di palestinesi non cittadini con un regime militare per almeno 50 anni. Per cui, solo su questa base, l’occupazione permanentemente temporanea ormai mette in dubbio le credenziali democratiche di Israele.

Ma, in secondo luogo, il vero contesto è una concessione al razzismo colonialista d’insediamento, in cui la sola presenza dei palestinesi costituisce una minaccia. Ad esempio quali sono le implicazioni per i palestinesi cittadini di Israele di una ideologia dello Stato in cui “troppi” non ebrei sono una questione di pericolo esistenziale?

Ci sono tre fattori principali dietro alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU e al discorso di Kerry (in altre parole, “perché adesso?”). Il principale impulso viene da una nuova legge che sta proseguendo il suo iter alla Knesset, la quale “legalizzerebbe” retroattivamente dozzine di “avamposti” non autorizzati dei coloni in Cisgiordania.

Contemporaneamente a questo sviluppo c’è l’imminente arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, che porta con sé un gruppo di consiglieri sul Medio Oriente che include espliciti oppositori della costituzione di uno Stato palestinese e sostenitori entusiastici della colonizzazione israeliana.

E, oltretutto, questa è stata una manifestazione di frustrazione da parte di un’amministrazione Obama che avrebbe voluto avere due mandati di un primo ministro israeliano come Tzipi Livni o Isaac Herzog – strateghi più accorti quando si tratta di collaborare con il “processo di pace” – mentre gli sono toccati otto anni con Bibi [Netanyahu].

Come ha scritto su “The Nation” [rivista progressista statunitense. Ndtr.] Yousef Munayyer, direttore esecutivo della Campagna USA per i Diritti dei Palestinesi: “E’ stato un tentativo di salvarsi la faccia nei libri di storia con il gioco dello scaricabarile . Kerry ha chiarito che se gli israeliani voglio uccidere la pace con le colonie, è una loro scelta.”

Ma quali sono gli aspetti positivi? Sicuramente il discorso di Kerry è stato una boccata di aria fresca rispetto alle vere e proprie macchinazioni o agli argomenti prevedibili delle fonti ufficiali israeliane e dei loro amici e alleati. Ma ciò non alza di molto il livello.

Kerry si è vantato del record di Barack Obama nell’appoggiare Israele, affermando che “nessuna amministrazione americana ha fatto di più per la sicurezza di Israele.” Ha aggiunto: “Nel mezzo della nostra crisi finanziaria e del deficit di bilancio abbiamo ripetutamente aumentato i finanziamenti per sostenere Israele.”

I diplomatici USA hanno persino sottolineato con orgoglio il sostegno di Obama a Israele durante i brutali attacchi universalmente condannati contro la Striscia di Gaza (o, con le parole di Kerry, “azioni…che hanno suscitato grandi polemiche”).

I principi di Kerry per un accordo di pace sono, nelle parole del giornalista israeliano Barak Ravid, “magnificamente sionisti”: “scambio di territori” per tener conto dei principali insediamenti illegali, negazione del ritorno a casa dei rifugiati palestinesi per non minacciare la maggioranza ebraica (creata con la violenza) di Israele.

E’ vero che Kerry ha riconosciuto alcune verità imbarazzanti a proposito del regime discriminatorio di Israele nella Cisgiordania occupata: “Praticamente nessuna costruzione privata palestinese viene approvata nell’Area C [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo israeliano. Ndtr.]”, ha affermato, notando come “solo un permesso è stato rilasciato da Israele in tutto il 2014 e 2015.”

E sì, Kerry ha anche confutato qualche luogo comune riguardo alla costruzione di colonie, sottolineando come “quello che costituisce un blocco (di insediamenti) è stato fatto in modo unilaterale dal governo israeliano, senza consultare i palestinesi e senza il loro consenso.”

Ma è un monito del fatto che Kerry e i diplomatici come lui non sono ignari di quello che succede – hanno solo scelto di garantire l’impunità di Israele. Oltretutto, è chiaro che Kerry conosce fatti altrettanto imbarazzanti riguardanti situazioni che è orgoglioso di difendere – ad esempio, i bombardamenti israeliani contro Gaza.

Ciò detto, è importante non ignorare le scelte politiche – e l’impatto – dell’ammonimento degli USA, senza mezzi termini e pubblicamente, al governo di Netanyahu, soprattutto facendo immediatamente seguito alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha riaffermato le “flagranti” violazioni delle leggi internazionali da parte di Israele.

Tali dinamiche renderanno sicuramente la vita più difficile ai gruppi che appoggiano Israele – soprattutto quelli che ancora sostengono con la voce roca la causa “progressista” dello Stato del colonialismo di insediamento. Le risibili reazioni di Netanyahu e dei suoi ministri hanno messo in evidenza il loro disprezzo, e la loro paura, delle leggi internazionali.

La risoluzione dell’ONU e il discorso di Kerry (e quello che ciò rappresenta) giocheranno un ruolo e agiranno come catalizzatori di processi preesistenti – come la trasformazione di Israele in un argomento conflittuale nella politica USA e la crescita della campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Dopo la risoluzione dell’ONU le singole campagne di boicottaggio e sanzioni saranno solo più facili da attuare alla luce di una sicura continuazione dell’incremento delle colonie israeliane e delle politiche di apartheid. Dovrebbe risultare ancora più evidente ai gruppi dei diritti umani ed ai governi internazionali che è necessaria una pressione effettiva.

Il giornalista israeliano Chemi Shalev ha definito il discorso di Kerry “un rito di passaggio da un’era ad un’altra”. La domanda per i dirigenti palestinesi è se potranno agire di conseguenza e sfruttare i nuovi sviluppi a favore dell’autodeterminazione e dei diritti di tutto il popolo palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il discorso di Kerry è stato magnificamente sionista, a favore di Israele e in ritardo di tre anni

Nota redazionale: il presente articolo rappresenta posizioni che non corrispondono alle opinioni condivise da Zeitun, in quanto, come afferma lo stesso Barak Ravid fin dal titolo, Kerry ha confermato la sua adesione alla logica sionista. Quindi gli aspetti che il giornalista ritiene positivi dal nostro punto di vista non lo sono affatto. Inoltre è evidente che le responsabilità di un mancato accordo tra le parti non può ricadere equamente su Netanyahu e Abu Mazen, data l’enorme differenza di potere tra i due ed il fatto che il mediatore, in questo caso Kerry, si è sempre dimostrato acquiescente rispetto all’espansione delle colonie israeliane nei Territori occupati. Lo status quo in realtà ha rappresentato la continuazione dei cambiamenti sul terreno imposti da Israele. Anzi, nessun presidente e nessun segretario di Stato statunitensi sono stati sbeffeggiati come Obama e Kerry da un governo israeliano, senza che ciò abbia provocato serie reazioni da parte della superpotenza.

Nonostante queste ed altre obiezioni riteniamo utile tradurre questo articolo in quanto smentisce le informazioni e le interpretazioni del discorso di Kerry circolate sui nostri media, che, facendo eco alle proteste di Netanyahu e dei suoi ministri e diplomatici, hanno sostenuto che si è trattato di un duro attacco contro Israele.

 Barak Ravid – 29 dicembre 2016,Haaretz

Se lo avesse messo sul tavolo [delle trattative] nel 2014, lo schema presentato da Kerry avrebbe potuto spingere Israele ed i palestinesi ad un accordo. Ma le risposte ipocrite di Netanyahu e Abbas hanno dimostrato perché i suoi sforzi per la pace sono falliti | Analisi

Il segretario di Stato USA John Kerry ha scelto di dedicare la maggior parte del suo discorso ai suoi personali legami con Israele fin dalla sua prima visita quando era un giovane senatore 30 anni fa. Ha detto di essere salito a Masada, di aver nuotato nel Mar Morto, di essere andato da un sito biblico all’altro, di aver visto le atrocità dell’Olocausto allo Yad Vashem e ha persino parlato di come guidò un aereo dell’aviazione militare su Israele per comprendere le sue necessità in materia di sicurezza.

Non ci sono molti altri politici americani che conoscano Israele quanto John Kerry. Non c’è un solo politico americano in carica che abbia scavato quanto Kerry così in profondità nel conflitto israelo-palestinese e lo abbia studiato e tentato di risolverlo. Queste cose erano chiaramente riflesse nel suo discorso. Il segretario di Stato ha fatto un’analisi convincente dello stato delle cose attuale del processo di pace. Ha evidenziato la profonda sfiducia tra le parti, la disperazione, la rabbia e la frustrazione dei palestinesi, e l’isolamento e l’indifferenza da parte israeliana.

Il discorso di Kerry è stato magnificamente sionista e filo-israeliano. Chiunque appoggi davvero la soluzione dei due Stati e un Israele ebraico e democratico dovrebbe approvare le sue considerazioni ed appoggiarle. E’ un caso duplice, senza mezzi termini. Non c’è da sorprendersi che quelli che si sono affrettati a condannare Kerry, persino prima che parlasse e ancor di più dopo, siano stati il segretario di Habayit Hayehudi [partito di estrema destra dei coloni israeliani. Ndtr.] Naftali Bennett ed i capi della lobby delle colonie. Nel suo discorso Kerry ha notato che è questa minoranza che sta guidando il governo israeliano e l’apatica maggioranza verso la soluzione dello Stato unico.

Negli ultimi quattro anni, il segretario di Stato americano spesso ha agito goffamente, ossessivamente e persino con un tocco di messianismo, ma lo ha fatto per una causa buona e giusta. Ha tentato con tutte le sue forze di porre fine a 100 anni di conflitto per garantire un futuro a Israele, il maggiore alleato dell’America, ed alle sofferenze dei palestinesi. Purtroppo i suoi due partner in questa missione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, semplicemente non l’hanno voluto tanto quanto lui. Negli ultimi quattro anni, Abbas e Netanyahu sono stati uno l’immagine riflessa dell’altro. Si sono impegnati nel conservare lo status quo, sono rimasti trincerati sulle loro posizioni e non hanno voluto prendere neanche il minimo rischio o spostarsi di un millimetro per cercare di ottenere un miglioramento.

Il discorso di Kerry è stato lungo e dettagliato, ma il suo centro è stato il piano per la pace che ha presentato. Il progetto non intendeva essere una soluzione imposta, ma includere i principi fondamentali su cui dovrebbe essere condotto il futuro dei negoziati israelo-palestinesi. Era centrato sul documento complessivo formulato nel marzo 2014 dopo parecchi mesi di colloqui con entrambe le parti.

Quando si leggono le parole di Kerry, si vede immediatamente che egli ha accettato un numero significativo di richieste di Israele, in primo luogo e soprattutto quella secondo cui ogni futuro accordo di pace includa il riconoscimento palestinese di Israele come Stato ebraico. Kerry ha anche affermato che una soluzione del problema dei rifugiati dovrebbe essere giusto e praticabile, che non minacci le caratteristiche dello Stato di Israele. Egli ha detto che ogni futura frontiera dovrebbe essere basata sul fatto di lasciare in mani israeliane i principali blocchi di colonie; ha messo in evidenza che l’accordo definitivo deve costituire la fine del conflitto e precludere qualunque ulteriore richiesta palestinese, ed ha sottolineato che le misure per la sicurezza devono essere una componente fondamentale di ogni accordo.

Nel contempo lo schema di Kerry include una serie di compromessi richiesti ad Israele, il primo e principale è consentire che Gerusalemme sia la capitale di entrambi gli Stati. Kerry ha chiarito che i confini dello Stato palestinese dovrebbero essere basati su quelli del 1967 con un scambio consensuale di territori delle stesse dimensioni, e che Israele deve riconoscere le sofferenze dei rifugiati palestinesi.

Il principale problema dello schema di Kerry è che lo ha presentato troppo tardi. Egli sa di aver fatto un errore quando, nel marzo 2014, non ha messo ufficialmente sul tavolo [delle trattative] il suo documento quadro contenente gli stessi principi che ha enumerato nel suo discorso. I suoi principali consiglieri ammettono che Kerry, se potesse tornare indietro di 33 mesi, proporrebbe questo progetto di pace alle due parti e imporrebbe loro di negoziare su queste basi.

Questa mossa “prendere o lasciare” a quel tempo avrebbe obbligato entrambe le parti a prendere decisioni strategiche. Un simile passo avrebbe anche definito lo schema di Kerry come base per ogni futuro colloquio. Per quanto importante, il fatto di averlo presentato solo tre settimane prima che Donald Trump entri alla Casa Bianca ha solo un valore simbolico.

Come in altri esempi del passato, Netanyahu non si è neanche preso il disturbo di ascoltare le osservazioni di Kerry o di valutarle nel merito. Ha risposto con affermazioni aggressive contenenti pesanti critiche personali a Kerry. C’è chi dirà che la profondità di queste dichiarazioni riflette la profondità delle indagini su di lui [Netanyahu è indagato per corruzione. ndtr.] .

Le critiche di Netanyahu sono condite di ipocrisia e cinismo. I principi che Kerry ha elencato nel suo discorso sono gli stessi che Netanyahu aveva accettato nel marzo 2014. Il primo ministro aveva delle riserve, che aveva previsto di esprimere pubblicamente, ma in pratica aveva accettato di negoziare sulla base di un progetto molto simile. Ad oggi Netanyahu rifiuta di ammetterlo.

Il suo gemello politico, Abbas, ha reagito con la stessa ipocrisia. Quando il presidente USA Barack Obama ha presentato lo schema ad Abbas nel marzo 2014, Abbas ha promesso di pensarci e di tornare da Obama. Obama sta ancora aspettando. Persino dopo il discorso di Kerry di mercoledì Abbas ha rifiutato di dire se per lui lo schema è accettabile o meno.

Il presidente eletto Trump, che sembrava aver accettato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU della scorsa settimana sulle colonie, rispondendo con un tweet formulato in modo generico, non ha potuto esimersi dal commentare il discorso di Kerry. Solo un attimo prima che Kerry iniziasse il suo discorso, Trump ha lanciato tre tweet che hanno reso evidente il suo dissenso.

Negli ultimi mesi Trump ha ripetutamente detto che uno dei suoi obiettivi è raggiungere una pace tra Israele e i palestinesi. Ha chiarito che vuole chiudere “la madre di ogni problema” e porre fine alla “guerra infinita” tra le due parti. Trump ha persino nominato inviato speciale per il processo di pace il suo avvocato e stretto collaboratore Jason Greenblatt. Trump e Greenblatt presto scopriranno che se vogliono fare questo storico accordo, assomiglierà molto a quello delineato da Kerry nel suo discorso.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La Gran Bretagna ha tirato le fila e Netanyahu ha avvertito la Nuova Zelanda che sarebbe stata una dichiarazione di guerra: nuovi dettagli sulla battaglia di Israele contro il voto dell’ONU

di Barak Ravid – 28 dicembre 2016,Haaretz

La gran Bretagna ha lavorato segretamente con i palestinesi e ha spinto la Nuova Zelanda a portare avanti la risoluzione, e una telefonata di Netanyahu a Putin ha innescato un vero dramma alla sede dell’ONU un’ora prima del voto.

Venerdì scorso, poche ore prima del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulle colonie, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha telefonato al ministro degli Esteri neozelandese Murray McCully. La Nuova Zelanda, insieme a Senegal, Malaysia e Venezuela, ha promosso la ripresentazione al voto della risoluzione da cui l’Egitto si era ritirata il giorno precedente.

Poche ore prima un importante funzionario del ministero degli Esteri di Gerusalemme ha telefonato all’ambasciatore della Nuova Zelanda in Israele, Jonathan Curr, e l’ha avvertito che se l’iniziativa della Nuova Zelanda fosse arrivata al voto, Israele avrebbe potuto chiudere la propria ambasciata a Wellington per protesta. L’ambasciatore Curr ha preso nota di ciò ed ha informato il suo governo, ma all’alba a New York Israele ha capito che le cose stavano ancora andando avanti.

La telefonata di Netanyahu a McCully è stata praticamente l’ultimo tentativo di evitare il voto, o almeno di rimandarlo e guadagnare un po’ di tempo. Diplomatici occidentali affermano che la conversazione è stata dura e molto tesa e Netanyahu si è lasciato andare a dure minacce, forse senza precedenti nelle relazioni tra Israele e un altro Paese occidentale.

“E’ una decisione scandalosa. Sto chiedendo che non la appoggiate e non la promuoviate,” ha detto Netanyahu a McCully, secondo diplomatici occidentali che hanno chiesto l’anonimato a causa della delicatezza dell’argomento. “Se continuate a promuovere questa risoluzione dal nostro punto di vista si tratterà di una dichiarazione di guerra. Romperà le relazioni e ci saranno conseguenze. Richiameremo il nostro ambasciatore a Gerusalemme.” McCully ha rifiutato di rinunciare al voto. “Questa risoluzione è coerente con la nostra politica e noi la porteremo avanti,” ha detto a Netanyahu.

Solo un mese prima, quando McCully ha visitato Israele ed ha incontrato Netanyahu, lo ha trovato un uomo completamente diverso. Netanyahu era gentile, amichevole e molto cordiale. Ha fatto vedere a McCully la famosa presentazione PowerPoint che aveva mostrato in un giro di incontri di formazione per i media la scorsa estate. Con un puntatore laser in mano, Netanyahu ha detto a McCully che Israele sta estendendo le proprie relazioni estere, entrando nella regione e facendosi amici in Africa, Asia e America latina.

I diplomatici occidentali affermano che McCully, che durante gli ultimi due anni aveva considerevolmente spinto sulla questione israelo-palestinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha parlato con Netanyahu della risoluzione che il suo Paese voleva promuovere. Era una versione molto più morbida e moderata di quella che è stata approvata lo scorso venerdì. La risoluzione della Nuova Zelanda parlava del congelamento delle costruzioni nelle colonie, ma anche di congelare le iniziative dei palestinesi all’ONU e alla Corte Penale Internazionale dell’Aya, e chiedeva negoziati diretti senza precondizioni.

Netanyahu l’ha categoricamente rifiutata. Se fosse dipeso da lui, il problema palestinese non sarebbe affatto stato sollevato durante l’incontro. Il suo messaggio a McCully era simile ha quanto ha detto continuamente in pubblico nelle scorse settimane. Il mondo non si preoccupa molto della questione palestinese. L’automatica maggioranza contro Israele all’ONU sta per diventare una cosa del passato. Un diplomatico occidentale ha affermato: “Il voto di venerdì ha provato il contrario e ha mostrato che l’affermazione di Netanyahu era sbagliata.”

Colloqui con diplomatici occidentali ed israeliani rivelano molti dettagli interessanti a proposito del quello che è successo dietro le quinte nella sede ONU di New York tra giovedì pomeriggio, quando l’Egitto ha annunciato il ritiro della risoluzione sulle colonie, e venerdì mattina, quando Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela hanno annunciato che avrebbero continuato a insistere perché si votasse.

Secondo i diplomatici occidentali ed israeliani, dal momento in cui l’Egitto ha fatto marcia indietro giovedì, Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela hanno subito pressioni per portarla avanti comunque. I palestinesi sono stati i primi a fare pressioni, ma sono stati affiancati dagli Stati del Golfo e dalla Gran Bretagna. I diplomatici occidentali affermano che la Gran Bretagna ha incoraggiato la Nuova Zelanda a continuare a insistere per il voto anche senza l’appoggio dell’Egitto.

La Gran Bretagna ha iniziato ad attivarsi sulla risoluzione pochi giorni prima. I diplomatici israeliani dicono che da informazioni ricevute dal ministero degli Esteri di Gerusalemme, consulenti legali e diplomatici inglesi hanno lavorato direttamente con i palestinesi nella stesura della risoluzione anche prima che venisse distribuita dall’Egitto per la prima volta mercoledì pomeriggio. Secondo i diplomatici israeliani, la Gran Bretagna ho ha fatto in segreto e senza informare Israele.

A Gerusalemme si sospetta che la Gran Bretagna abbia lavorato durante tutti quei giorni per gli americani per garantire che la risoluzione fosse gradita al presidente USA Barack Obama, ma senza che dovesse intervenire direttamente per formularla.

“Sappiamo come leggere le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza,” ha detto un importante diplomatico israeliano. “Non è un testo scritto dai palestinesi o dall’Egitto, ma da una potenza occidentale. “L’ambasciatore israeliano negli USA, Ron Dermer, lunedì ha affermato durante interviste con media americani che Israele ha le prove che l’amministrazione Obama stava dietro la risoluzione e l’ha stilata. Non è chiaro se questo era ciò che intendeva dire.

Diplomatici occidentali hanno in parte confermato la descrizione dei loro colleghi israeliani. Sostengono che la Gran Bretagna ha effettivamente giocato un ruolo importante nella formulazione della risoluzione e nella sua revisione con i palestinesi. Tuttavia dicono di non avere le prove che dietro tutta la manovra ci sia stata l’amministrazione USA.

“La Gran Bretagna ha contribuito ad abbassare i toni del testo in modo che corrispondesse al limite accettabile per gli americani e potesse così essere approvata senza un veto,” sostiene uno dei diplomatici occidentali.

La conversazione telefonica di Netanyahu con il ministro degli Esteri neozelandese non ha posto fine ai tentativi di impedire il voto venerdì pomeriggio. Poche ore prima del voto, il primo ministro ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin ed ha tentato di convincerlo. Solo il giorno prima Israele aveva acconsentito ad una richiesta russa e si è astenuto da un voto nell’Assemblea Generale dell’ONU su una risoluzione riguardante crimini di guerra in Siria.

Non è del tutto chiaro cosa sia avvenuto nella conversazione tra Netanyahu e Putin, ma meno di un’ora prima del voto un vero dramma ha avuto luogo nella sede ONU di New York. Mentre gli Stati-membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando il proprio discorso prima del voto e la discussione pubblica che si era tenuta immediatamente prima, l’ambasciatore russo all’ONU Vitaly Churkin improvvisamente ha chiesto una consultazione riservata.

Un diplomatico occidentale afferma che Churkin ha stupito gli altri ambasciatori dei 14 Stati-membri del Consiglio di Sicurezza quando ha proposto di rimandare il voto a dopo Natale. Non c’è stata una discussione sufficiente sulla stesura della risoluzione, ha sostenuto Churkin, e ha detto di essere sorpreso della fretta di alcuni Paesi per votare al più presto. Martedì mattina il vice ambasciatore russo in Israele, Alexy Drobinin, lo ha confermato in un’intervista con la radio dell’esercito

Drobinin ha detto alla radio dell’esercito che la Russia ha fatto delle obiezioni per la tempistica della risoluzione e che il rappresentante della Russia a New York è stato l’unico ad aver chiesto di continuare la discussione. Drobinin ha affermato che bisognerebbe prendere in considerazione che dopo poche settimane ci sarebbe stata una nuova amministrazione negli Stati Uniti e che la Russia non era contenta del modo in cui la risoluzione era stata portata al voto. Ha sostenuto che il problema non era il contenuto, ma la tempistica e il fatto che la risoluzione riguardsse solo una delle molte questioni cruciali del conflitto.

Ma le osservazioni di Churkin non sono state ascoltate. All’incontro la maggior parte dei rappresentanti le ha respinte e ha chiesto di andare avanti sulla votazione come previsto. Un diplomatico occidentale ha detto che l’ambasciatore russo, che ha capito di non essere riuscito a ottenere appoggio, si è ritirato ed ha sintetizzato la consultazione con una notazione tipicamente cinica sulla proposta abbandonata dall’Egitto – ha detto di non aver mai visto in vita sua tanta gente desiderosa di adottare così in fretta un orfano.

L’incontro è finito, gli ambasciatori sono entrati nella sala del Consiglio di Sicurezza e pochi minuti dopo hanno approvato la risoluzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Rapporto OCHA 13 – 26 dicembre 2016 ( due settimane)

Nel corso di due diversi scontri, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, due palestinesi 19enni.

Uno degli scontri è scoppiato il 17 dicembre nel Campo profughi di Qalandiya (Gerusalemme), dopo una demolizione punitiva (vedi sotto), l’altro durante una operazione di ricerca-arresto effettuata il 22 dicembre nel villaggio di Beit Rima (Ramallah).

Ulteriori scontri, con conseguenti ferimenti di palestinesi, sono scoppiati nel villaggio di Beit Ummar (Hebron), dopo i cortei funebri di accompagnamento dei corpi di due palestinesi che erano stati trattenuti dalle forze israeliane, ma anche durante operazioni di ricerca-arresto e nel corso delle manifestazioni settimanali nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e di Ni’lin (Ramallah). Complessivamente, nel periodo di riferimento, le forze israeliane hanno ferito 72 palestinesi, di cui almeno otto minori.

Nello stesso periodo sono state registrate sei aggressioni e presunte aggressioni palestinesi, che hanno causato l’uccisione di un aggressore palestinese e il ferimento di due coloni israeliani. In particolare, il 14 dicembre, nella città vecchia di Gerusalemme, le forze israeliane hanno ucciso un 21enne palestinese che, con un cacciavite, aveva colpito un poliziotto israeliano di frontiera; nel corso di questo episodio è stato ferito un astante palestinese di 13 anni. Inoltre, due coloni israeliani sono rimasti feriti in due distinte aggressioni, con coltello e con arma da fuoco, rispettivamente presso gli insediamenti di Efrat (Betlemme) ed Hallamish (Ramallah). I due aggressori sono riusciti a fuggire. Infine tre tentate aggressione che non hanno causato ferimenti: un tentativo di accoltellamento al checkpoint di Jaljuliya (Qalqiliya), un presunto speronamento con auto al checkpoint di Qalandiya (Gerusalemme) ed una aggressione con arma da fuoco al checkpoint di Al Jalama (Jenin).

Finora, nel 2016, in Cisgiordania, nel corso di episodi collegati al conflitto, sono stati uccisi 101 palestinesi, 80 di questi durante aggressioni e presunte aggressioni contro israeliani. Numeri in diminuzione, rispetto ai 145 uccisi nel 2015.

Il 23 dicembre, un 15enne palestinese è morto per le ferite riportate nel Campo profughi di Al Jalazunun (Ramallah), nell’ottobre 2016, quando le forze israeliane spararono e lo colpirono durante scontri all’ingresso del Campo.

Le autorità israeliane hanno restituito alle loro famiglie i cadaveri di 16 palestinesi sospettati di aver perpetrato attacchi contro israeliani; alcuni dei corpi erano stati trattenuti per diversi mesi. Allo stato attuale, sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane i corpi di altri 11 presunti aggressori palestinesi, alcuni da otto mesi.

Secondo quanto riferito dai media israeliani, nove soldati israeliani sono rimasti feriti in due distinti episodi di lancio di pietre: presso il villaggio di Beit Ummar (Hebron) e nel Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto quasi 180 operazioni di ricerca ed hanno arrestato più di 240 palestinesi; tra queste, una operazione di ricerca all’interno dell’Università Birzeit (Ramallah) e un’altra presso una associazione giornalistica (Hebron); nelle due sedi sarebbero stati confiscati diversi computer. La quota più alta di operazioni (46) e di arresti (100) è stata rilevata nel governatorato di Gerusalemme. Tre commercianti palestinesi sono stati arrestati al valico di Erez [Israele] mentre rientravano a Gaza.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato undici strutture, sfollando un palestinese e coinvolgendone altri 250. Una delle strutture sequestrate era una roulotte, fornita alla Comunità di Al Mirkez in Masafer Yatta da un’organizzazione umanitaria, perché fosse impiegata come centro di prima assistenza sanitaria. La Comunità si trova in una zona destinata all’addestramento militare e designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 5.000 palestinesi.

Per consentire esercitazioni militari, le forze israeliane hanno temporaneamente sfollato, per diverse ore in due giorni diversi, circa 90 persone, tra cui 40 minori, della Comunità pastorale di Ibziq nel nord della Valle del Giordano. Per tale Comunità questo è il quarto sfollamento nel corso degli ultimi due mesi. Durante questo periodo, presso la Comunità pastorale di Khirbet Yarza, una esercitazione simile ha provocato danni ad una conduttura per l’acqua che era stata precedentemente fornita come assistenza umanitaria: penalizzati 65 palestinesi. Queste esercitazioni inaspriscono ulteriormente il contesto coercitivo che spinge i residenti ad abbandonare le aree di residenza.

Il 22 dicembre, a Kafr ‘Aqab nella zona di Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno demolito la casa di famiglia di un palestinese che lo scorso ottobre aveva messo in atto una aggressione a Sheikh Jarrah, nel corso della quale furono uccisi due israeliani. Una donna e cinque minori palestinesi sono stati sfollati e altri due sono stati coinvolti. Questa demolizione ha innescato scontri vicino al Campo profughi di Qalandiya, durante i quali le forze israeliane hanno sparato e ucciso un palestinese (citato sopra). Il Coordinatore Umanitario per i Territori Occupati, Robert Piper, ha invitato [14 novembre 2016] le autorità israeliane a fermare la pratica delle demolizioni punitive che, essendo una forma di punizione collettiva, è illegale in base al diritto internazionale.

Coloni israeliani hanno fisicamente aggredito un contadino palestinese del villaggio di Deir Istiya (Salfit) che stava coltivando il suo terreno agricolo nei pressi dell’insediamento colonico di Immanuael; il suo trattore è stato danneggiato. Inoltre, coloni israeliani ed altri gruppi si sono introdotti in vari siti religiosi, tra cui il complesso Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est, un santuario religioso nel villaggio di Haris Kifl a Salfit e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.

Nell’arco delle due settimane, i media israeliani hanno anche riferito undici episodi di lancio di pietre ed aggressioni con armi da fuoco ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani: in nessun caso sono state riportate vittime, ma danni a diversi veicoli. Inoltre è stato riferito che, nei pressi dell’insediamento Gush Etzion, vicino a Betlemme, un colono israeliano è stato ferito da palestinesi nel corso di un distinto episodio di lancio di pietre contro veicoli israeliani.

Dopo gli spari e i lanci di pietre (di cui sopra) da parte di palestinesi contro coloni israeliani, le forze israeliane hanno bloccato temporaneamente sette strade principali, impedendo l’accesso veicolare a servizi e mercati per migliaia di palestinesi: il villaggio di Hizma (Gerusalemme), i villaggi An Nabi Saleh, Deir Nidham, Rantis, Deir Ibzi’, Umm Safa e il collegamento tra la città di Al Bireh e il Campo profughi di Al Jalazun (tutti a Ramallah). Alcune di queste strade risultavano ancora bloccate al termine del periodo di riferimento [26 dicembre 2016].

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto, per i casi umanitari, per tre giorni (17-19 dicembre): è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 1.869 persone ed il rientro a 466. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Il testo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulle colonie israeliane

“Le colonie israeliane non hanno alcuna validità legale, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”.

https://www.un.org/press/en/2016/sc12657.doc.htm

Il Consiglio di Sicurezza,

riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003 e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme est, riguardante, tra gli altri: la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali e importanti risoluzioni,

esprimendo grave preoccupazione per il fatto che le continue attività di colonizzazione israeliane stanno mettendo pericolosamente in pericolo la possibilità di una soluzione dei due Stati in base ai confini del 1967,

ricordando gli obblighi in base alla Roadmap del Quartetto, appoggiata dalla sua risoluzione 1515 (2003), per il congelamento da parte di Israele di tutte le attività di colonizzazione, compresa la “crescita naturale”, e lo smantellamento di tutti gli avamposti dei coloni costruiti dal marzo 2001,

ricordando anche l’obbligo, in base alla Roadmap del Quartetto, delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di mantenere operazioni concrete intese a prendere misure contro tutti coloro che sono impegnati in azioni terroristiche e a smantellare gli strumenti terroristici, compresa la confisca di armi illegali,

condannando ogni atto di violenza contro i civili, comprese le azioni terroristiche, così come ogni atto di provocazione, incitamento e distruzione,

riprendendo la propria visione di una regione in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano uno di fianco all’altro in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute,

sottolineando che lo status quo non è accettabile e che passi significativi, coerenti con la transizione prevista nei precedenti accordi, sono urgentemente necessari per (i) stabilizzare la situazione e ribaltare le tendenze negative sul terreno, che stanno costantemente erodendo la soluzione dei due Stati e rafforzando una realtà dello Stato unico, e (ii) creare le condizioni di efficaci negoziati sullo status definitivo e per il progresso della soluzione dei due Stati attraverso questi negoziati e sul terreno,

1. Riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispendabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati;

5. chiede a tutti gli Stati, tenendo presente il paragrafo 1 di questa risoluzione, di distinguere, nei loro contatti importanti, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967;

6. Chiede passi immediati per evitare ogni atto di violenza contro i civili, compresi atti di terrorismo, così come ogni azione di provocazione e distruzione, chiede che a questo proposito i responsabili vengano chiamati a risponderne, e invoca il rispetto degli obblighi in base alle leggi internazionali per rafforzare i continui sforzi di combattere il terrorismo, anche attraverso l’attuale coordinamento per la sicurezza, e la condanna esplicita di ogni atto di terrorismo;

7. Chiede ad entrambe le parti di agire sulla base delle leggi internazionali, comprese le leggi umanitarie internazionali, e dei precedenti accordi ed obblighi, di mantenere la calma e la moderazione e di evitare azioni di provocazione, di incitamento e di retorica incendiaria, con il proposito, tra le altre cose, di attenuare l’aggravamento della situazione sul terreno, di ricostituire la fiducia, dimostrando attraverso politiche e azioni concrete un effettivo impegno a favore della soluzione dei due Stati, creando le condizioni necessarie alla promozione della pace;

8. chiede alle parti di continuare, nell’interesse della promozione della pace e della sicurezza, di esercitare sforzi congiunti per lanciare negoziati credibili sulle questioni riguardanti lo status finale nel processo di pace del Medio Oriente e nei tempi definiti dal Quartetto nella sua dichiarazione del 21 settembre 2010;

9. Invita a questo proposito ad intensificare ed accelerare gli sforzi e il sostegno ai tentativi diplomatici internazionali e regionali che intendono raggiungere senza ulteriori ritardi una pace complessiva, giusta e definitiva in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, dei parametri di Madrid, compreso il principio di terra in cambio di pace, dell’iniziativa araba di pace e della Roadmap del Quartetto e una fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967; sottolinea a questo proposito l’importanza dei continui sforzi di promuovere l’iniziativa di pace araba, della Francia per la convocazione di una conferenza di pace internazionale, i recenti tentativi del Quartetto, così come quelli dell’Egitto e della Federazione Russa;

10. Conferma la propria determinazione ad appoggiare le parti attraverso i negoziati e nella messa in pratica di un accordo;

11. Riafferma la propria determinazione ad esaminare mezzi e modi per garantire la completa applicazione delle sue risoluzioni a questo proposito;

12. Chiede al segretario generale di informare il Consiglio ogni tre mesi sull’attuazione delle decisioni della presente risoluzione;

13. Decide di seguire attivamente la questione.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Gli Stati Uniti sono finalmente usciti allo scoperto

di Gideon Levy – 18 dicembre 2016,  Haaretz

In seguito alla designazione di un rappresentante favorevole alle colonie, l’inganno è finito: gli Stati Uniti non saranno più in grado di sostenere di essere un mediatore imparziale nel conflitto israelo-palestinese | Opinione

Il presidente eletto Donald Trump ha deciso di nominare ambasciatore in Israele un avvocato anti-israeliano e razzista. Che è, naturalmente, una sua prerogativa. Lo scorso giovedì, con la nomina di David Friedman, gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto. D’ora in poi appoggiano ufficialmente la costituzione di uno Stato israeliano dell’apartheid tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano.

Friedman non è il primo ambasciatore ebreo in Israele – una questione che ha sempre sollevato domande sulla doppia lealtà – ma è il primo sostenitore dichiarato delle colonie a ricoprire questo incarico. Il suo predecessore, Dan Shapiro, era anche lui favorevole alle colonie, come tutti gli ambasciatori prima di lui – rappresentanti di governi che avrebbero potuto bloccare il progetto di colonizzazione ma non hanno mosso un dito per farlo, ed anzi lo hanno finanziato.

Ma ora abbiamo un ambasciatore che ha anche contribuito di tasca propria alla spoliazione.

Questo cambiamento rappresenta la fine delle ridicole denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, che Israele ha sempre ignorato. Non più auto diplomatiche nere dopo la costruzione di ogni nuovo balcone nei territori occupati. D’ora in poi abbiamo un ambasciatore che sarà addolorato per l’evacuazione dell’avamposto di Amona [illegale anche in base alle leggi israeliane e di cui la Corte Suprema israeliana ha deciso l’evacuazione. Ndtr.] e che parteciperà alle cerimonie per la posa della prima pietra in ogni nuova colonia.

Ciò implica il fatto che gli Stati Uniti non potranno più sostenere di essere un mediatore imparziale. Non lo sono mai stati, ma ora la maschera è caduta. Da questo punto di vista, la nomina di Friedman è buona e giusta. I palestinesi, gli europei ed il resto del mondo lo sappiano: l’America è favorevole all’occupazione. Basta inganni.

Friedman è un anti-israeliano, come chiunque altro incoraggi Israele a intensificare l’occupazione. Friedman è un razzista, come chiunque altro spinga per uno Stato dell’apartheid. E’ anche antidemocratico e maccartista (avendo detto che i sostenitori di J Street [organizzazione di ebrei USA moderatamente critici con Israele. Ndtr.] sono “molto peggio dei kapo” [internati nei lager che collaboravano con i nazisti. Ndtr.]) – e già ne abbiamo abbastanza tra noi. Friedman li incoraggerà, ed anche in questo egli è palesemente anti-israeliano.

Ma Friedman non è un iscritto al partito di estrema destra Tekuma [partito dei coloni fondamentalisti. Ndtr.], né, per quanto ne sappiamo, del movimento anti-assimilazionista Lehava. Friedman sta per diventare il rappresentante del governo USA in Israele. Ci deve risposte ad una serie di domande – analogamente al Senato, che deve approvare la sua nomina.

Il governo USA ed il Senato sono consci della portata delle opinioni del nuovo ambasciatore? Comprendono che è favorevole all’istituzione di uno Stato dell’apartheid sostenuto e finanziato dal Paese leader del mondo libero? Perché chiunque, come Friedman, si opponga alla soluzione dei due Stati sostiene l’unica alternativa, che è uno Stato unico e, nel caso di Friedman, uno Stato dell’apartheid. E’ così che vogliono apparire gli Stati Uniti, persino gli Stati Uniti di Trump?

Gli israeliani di destra che sostengono l’annessione – e ce ne sono molti – possono velare il loro progetto dietro una fitta nebbia che nasconde il suo reale significato. Ma non è il caso del rappresentante del Paese più potente al mondo.

L’ambasciatore designato ci deve delle spiegazioni. Quando dici annessione, cosa intendi? Quando contribuisci economicamente alla colonia di Beit El, sai che per la maggior parte è costruita su terre private rubate ai palestinesi? Cosa dirà il Senato della tua complicità in un crimine? Quale sarà il destino degli abitanti autoctoni dei territori occupati, che sono ciò che rimane della loro terra rubata? Se tu parli di democrazia e uguaglianza per tutti, nello spirito della costituzione americana, allora avremo uno Stato binazionale, ugualitario e giusto – a cui, purtroppo, quasi ogni israeliano si oppone.

Tuttavia non è quello a cui ti riferisci. La tua annessione significa la perpetuazione dello status di padroni della terra ed espropriati, un regime di separazione che il mondo progressista chiama apartheid.

Sua eccellenza, presumibile ambasciatore, lei ci deve delle risposte. Anche quelli a Washington che la mandano qui ci devono delle risposte. Considerate i palestinesi come esseri umani con gli stessi diritti di cui godono gli ebrei in Terra di Israele? Vi pare che lo Stato vostro alleato agisca in modo giusto? Lo vedete come uno Stato che rispetta le leggi internazionali? Pensate che spingendolo avanti in una direzione nazionalista gli fate un favore? L’appoggio ad uno Stato dell’apartheid è utile agli interessi americani? Ciò riflette i valori dichiarati dall’America? In breve, state con noi o con i nostri avversari?

(traduzione di Amedeo Rossi)




La Banca Mondiale avverte: la crisi idrica di Gaza ha causato danni irreversibili

di Amira Hass, 18 dicembre 2016, Haaretz

In un’intervista ad Haaretz l’esperto locale della banca avverte che, senza un maggior flusso di acqua da Israele, Gaza diventerà invivibile entro il 2020.

 

Secondo un importante esperto di risanamento idrico della Banca Mondiale un danno irreversibile è già stato arrecato a parti dell’acquifero costiero della Striscia di Gaza, in seguito all’eccessivo pompaggio e all’infiltrazione di acqua marina.

L’istituto finanziario è una tra le tante organizzazioni locali ed internazionali che negli ultimi 20 anni hanno dato l’allarme e tentato di impedire che questo accadesse.

In termini ecologici il danno all’acquifero sta peggiorando e studi hanno dimostrato un costante aumento della salinità dell’acqua”, ha detto Adnan Ghosheh. Questo avvicina la Striscia di Gaza alla situazione che le Nazioni Unite avevano previsto nel 2014: sarà inabitabile entro il 2020.

Per esprimere ancora una volta l’urgenza di rimediare alla situazione, la Banca Mondiale all’inizio del mese ha emesso un comunicato stampa in seguito al quale Haaretz ha intervistato Ghosheh.

Gran parte delle informazioni contenute nel comunicato stampa non sono nuove. Si segnala che, mentre il 90% degli abitanti della Cisgiordania e l’85% di quelli del Medio Oriente e del Nord Africa hanno accesso all’acqua potabile, solo il 10% dei circa 2 milioni di abitanti di Gaza possono bere in sicurezza l’acqua corrente nelle loro case. Il restante 90% non mette nemmeno in relazione il bere acqua con il semplice atto del girare un rubinetto: la loro acqua è troppo salata a causa dell’infiltrazione di acqua marina e troppo pericolosa a causa dei liquami o delle acque nere che penetrano nelle falde acquifere.

Nel comunicato stampa Ghosheh ha detto: “La popolazione di Gaza non può utilizzare l’acqua che arriva nelle case per bere; la usano per uso domestico, ma per bere devono contare su autobotti. Ci sono circa 150 operatori che forniscono una sorta di acqua desalinizzata, che è stata filtrata per renderla potabile e adatta a cuocere cibi. E’ più cara dell’acqua del rubinetto”, ha aggiunto, e dal punto di vista igienico non è sicura e non soddisfa gli standard relativi all’acqua potabile.

I problemi collegati all’inquinamento ed alla carenza d’acqua comprendono disturbi intestinali, gastroenterite, alti tassi di malattia tra i bambini, malattie della pelle ed altri disturbi. Pochi abitanti di Gaza hanno la possibilità di avere in casa un impianto di trattamento delle acque, mentre altri comprano acqua purificata almeno per lavare i bambini – ma non sono molti a poter sostenere questa spesa nell’impoverita Striscia di Gaza.

La Banca Mondiale afferma che la ragione della caduta del livello dell’acqua dell’acquifero è dovuta all’eccessivo pompaggio a causa della crescita della popolazione. Il comunicato stampa non cita il fatto fondamentale che Israele ha il controllo dell’acqua sia sul proprio territorio sia nei territori occupati e non riconosce il principio dell’equa distribuzione dell’acqua tra i due popoli.

Le disposizioni sull’acqua imposte ai palestinesi dagli Accordi di Oslo trattano Gaza in termini di economia idrica autarchica. Il che significa che i 2 milioni di abitanti di Gaza si devono accontentare di quella parte dell’acquifero costiero che aveva la stessa portata idrica per circa 270.000 persone nel 1949 (200.000 rifugiati e gli altri abitanti autoctoni).

La quantità di acqua annuale fornita dalla parte di acquifero della Striscia di Gaza è di circa 57 milioni di metri cubi. Gli accordi di Oslo non hanno considerato la possibilità che grandi quantità di acqua venissero fornite a Gaza da altre parti, così come vengono fornite nelle zone più aride all’interno di Israele. Invece vi è stato un pompaggio eccessivo per molti anni, per una quantità di 100 milioni di metri cubi all’anno.

Secondo un rapporto annuale dell’Autorità per l’Acqua palestinese relativo alla situazione di Gaza, nel 2015 il livello delle falde acquifere andava dai 12 metri sopra il livello del mare nella parte sud est della Striscia ai 19 metri sotto il livello del mare nella zona di Rafah – che è considerato il livello più basso.

Ghosheh ha detto ad Haaretz che secondo lui la soluzione provvisoria più veloce e sicura è portare più acqua a Gaza da Israele – anche se ha aggiunto che si tratterebbe solo di una soluzione temporanea.

Non capisco perché le due parti non procedano verso questa soluzione. Oggi Israele fornisce” – cioè vende – “circa 7.5 milioni di metri cubi d’acqua all’anno a Gaza. Stanno parlando di aumentare questa quantità fino a 20 milioni di metri cubi, ma non si vedono ancora passi concreti in questa direzione – e neanche 20 milioni di metri cubi sono sufficienti. Si deve discutere di quantità molto più grandi” che Israele venderà a Gaza, ha detto.

Ma la Banca Mondiale – insieme alla Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo e alla Banca Islamica di Sviluppo – sta lavorando soprattutto ad una soluzione che l’Autorità Nazionale Palestinese ha adottato come parte della propria strategia: un grande impianto di desalinizzazione che, secondo il piano, fornirà circa 55 milioni di metri cubi all’anno; il costo di costruzione previsto si aggira intorno ai 500 milioni di dollari. Tre impianti di desalinizzazione più piccoli sono già operativi e forniscono circa 4 milioni di metri cubi all’anno – oltre a dozzine di piccole aziende di purificazione (dell’acqua).

Ci sono opinioni differenti tra gli esperti idrici palestinesi circa la soluzione della desalinizzazione. I favorevoli sono convinti che diminuirebbe la dipendenza di Gaza da Israele. I contrari sono preoccupati dei danni ambientali; sostengono che la dipendenza ci sarà sempre per quanto riguarda l’ingresso di materiali da costruzione e parti di ricambio; e avvertono che, da un punto di vista pratico, gli abitanti di Gaza non saranno in grado di sostenere i costi da soli (l’acqua desalinizzata costa di più). Inoltre il fatto è che un impianto di questo genere richiede un impiego costante di circa 25 megawatts di elettricità – che non è chiaro da dove possano arrivare.

C’è anche chi sostiene che i palestinesi non devono rinunciare alla richiesta di un’equa allocazione delle risorse idriche del paese e quindi a richiedere ad Israele di compensare la quantità d’acqua che estrae dalla Cisgiordania per il consumo dei cittadini israeliani e per i coloni – fornendo grandi quantità d’acqua alla Striscia di Gaza.

Nel 2009 la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto dal titolo “Valutazione delle restrizioni allo sviluppo del settore idrico palestinese”, che descriveva in dettaglio l’iniqua distribuzione delle risorse idriche in Cisgiordania. Rispondendo alla domanda se l’ultimo comunicato stampa sia la prova che il rapporto del 2009 non è riuscito ad esercitare pressioni su Israele perché cambiasse la sua politica, Ghosheh ha sorriso. “ Lei fa domande difficili”, ha detto, aggiungendo: “Quando uno va a Gaza e vede la situazione, parla con la gente e vede quanto soffre e poi va ad un incontro nell’ufficio del Coordinatore delle Attività del Governo nei Territori [ente israeliano che governa nei Territori Occupati. Ndtr.], o dei paesi donatori o dell’Autorità Nazionale Palestinese e cerca di spiegare, capisce che non c’è relazione tra quello che vi si dice e la gravità della situazione.”

Adesso, dice Ghosheh, la Banca Mondiale sta preparando un nuovo rapporto che sarà incentrato sulla possibilità di opzioni di manutenzione e di maggiore efficienza nella gestione idrica palestinese. Secondo lui “ci sono cose che l’ANP può fare – come, ad esempio, l’efficienza. Prima che Israele iniziasse a desalinizzare l’acqua, ha cercato di ridurre la perdita d’acqua nelle tubature. Circa il 38% dell’acqua a Gaza viene perduto.”

Si è detto d’accordo sul fatto che Gaza deve negoziare per lunghi mesi con l’apparato di sicurezza israeliano per ogni grammo di materie prime o pezzi di ricambio introdotti nella Striscia, ma ha spiegato: “Lo studio viene fatto per fornire raccomandazioni non solo ai paesi donatori, ma anche agli utilizzatori,” riferendosi all’Autorità per l’Acqua palestinese ed agli enti locali. “Se vogliamo parlare di sicurezza dell’acqua dobbiamo parlare anche del contesto palestinese”, ha aggiunto.

Alla domanda se mettere l’accento sull’Autorità Nazionale Palestinese può essere visto come prendere di mira un facile bersaglio dopo che la pressione su Israele non ha ottenuto risultati, Ghosheh ha risposto: “Certo, i palestinesi sono il fattore debole dell’equazione ed è più facile ottenere un cambiamento con loro. Noi siamo un’istituzione per lo sviluppo, non un’istituzione politica. Loro possono fare dei miglioramenti al loro interno. Lo capiscono e stanno già facendo dei cambiamenti.”

La Banca Mondiale ha rinunciato a fare pressione su Israele perché modifichi la sua politica discriminatoria?

Il nostro scopo non è mai stato fare da mediatori, ma piuttosto supportare il popolo palestinese. Il nostro cliente è l’Autorità Nazionale Palestinese e noi le diamo consigli su che cosa è possibile e che cosa è impossibile.”

In altri termini, la sua conclusione è che è impossibile cambiare la politica israeliana relativamente all’ingiusta ed ineguale distribuzione dell’acqua?

Lei sta parlando di politica e questo non è il mio campo.”

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il consulente di Trump su Israele sostiene (di nuovo) l’annessione della Cisgiordania con calcoli sbagliati

di Allison Deger 28 settembre 2016, Mondoweiss

nota redazionale: questo articolo è di fine settembre e già allora si mettevano in luce le pessime credenziali del Signor Friedman  recentemente nominato ambasciatore USA in Israele.

Secondo un reportage del Canale 2 di Israele, che ha ottenuto un video dell’incontro, durante una cena con i rappresentanti di un’organizzazione dei coloni a New York il consulente di Donald Trump per Israele ha di nuovo evocato la possibilità che il suo candidato sostenga l’annessione della Cisgiordania occupata da parte di Israele.

Un video della discussione mostra David Friedman, assistente di Trump, mentre parla, presumibilmente due settimane fa, con il dirigente dei coloni Yossi Dagan.

Le riprese colgono Friedman mentre sostiene un’argomentazione matematica per l’espansione territoriale israeliana in tutta la Cisgiordania. Il nocciolo di questa posizione è che l’annessione può essere “ebraica e democratica”, perché ci sarebbe una maggioranza di ebrei se la popolazione dei territori fosse unita a Israele.

“Il concetto che abbiamo, secondo cui ci si debba disfare della Giudea e della Samaria (la Cisgiordania) per conservare il carattere ebraico di Israele, è sbagliato,” ha detto Friedman. “Secondo la maggior parte dei calcoli, se prendi tutto lo Stato di Israele dal Giordano al Mediterraneo, nel senso di annettere tutta la Giudea e Samaria a Israele, la popolazione ebraica sarebbe ancora attorno al 65%. Questa è la più…l’opinione diffusa attualmente.”

“Nessuno si è preoccupato di fare il calcolo,” ha aggiunto Friedman tra un boccone e l’altro, prima di sfoderare le sue statistiche.

“Ci sono 400.000 ebrei che vivono in Giudea e Samaria, altri 400.000 che vivono a Gerusalemme est. Si stanno moltiplicando proprio adesso,” ha detto.

I calcoli di Friedman sono basati su cifre confutabili. Colloca 800.000 coloni ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme est, un forte aumento rispetto ai 500-650.000 coloni secondo i dati del governo e delle Nazioni unite. Anche la maggioranza ebraica del 65% è smentita. La maggioranza dei demografi sostiene che il numero è all’incirca di 50% ebrei e 50% palestinesi tra il Giordano e il Mediterraneo.

Friedman ha anche affermato che la popolazione ebraica sta aumentando con un tasso superiore a quello dei palestinesi. “Per cui la verità è che se tu chiedi a dieci esperti di statistica quanti arabi stanno vivendo in Cisgiordania non ti potrebbero dare una risposta perché nessuno lo sa davvero,” ha sostenuto.

La popolazione palestinese in Cisgiordania è costantemente aumentata dal 1967, l’anno del primo censimento israeliano del territorio, secondo i dati sia dell’Amministrazione Civile israeliana [l’autorità militare che governa nei territori occupati. Ndtr.] che dell’Ufficio Centrale di Statistica palestinese. Entrambi concordano sul fatto che circa 2.5 milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania.

Su Gaza, Friedman ha lasciato intendere che i palestinesi di lì sarebbero esclusi dal piano di pace per il Medio Oriente del presidente Trump. Ha detto: “L’evacuazione [israeliana] da Gaza (nel 2005) ha avuto un effetto positivo, ha escluso due milioni di arabi dal calcolo.”

Prima di schierarsi con Trump in aprile, Friedman era relativamente sconosciuto, un avvocato della zona di New York apparentemente senza nessuna competenza in Medio Oriente se non la direzione di un settore per la raccolta di finanziamenti per una colonia della Cisgiordania, Beit El. (Il gruppo si chiama “Amici Americani della Yeshiva di Beit El” ed invia circa 2 milioni di dollari all’anno per finanziare una scuola religiosa fuori Ramallah).

Fiedman una volta ha lavorato anche come curatore fallimentare di un casinò del candidato presidenziale ad Atlantic City.

Dagan è un portavoce del Consiglio Regionale della Samaria, un gruppo noto per accompagnare delegazioni ufficiali USA nella Cisgiordania occupata.

I dati demografici a cui ha fatto riferimento Friedman, che superano di più di un milione i calcoli ufficiali, sono stati forniti dal “Gruppo di Ricerca Demografica Israelo-Americano”, una congrega di studiosi israeliani e americani che hanno pubblicato i loro risultati su due blog invocando “un unico Stato ebraico” sotto controllo israeliano.

Il gruppo non ha un sito web indipendente, i risultati della loro ricerca sono postati su portali in rete poco frequentati, con titoli come il “Progetto per uno Stato unico: uno Stato democratico ebraico” e “Demografia israeliana”.

I loro dati statistici sono rifiutati dai demografi ufficiali come uno strumento lobbistico molto poco attendibile e con lo scopo di indebolire l’appoggio ad uno Stato palestinese.

Il demografo Della Pergola dell’Università Ebraica ha detto a “Times of Israel” [giornale online israeliano. Ndtr.] che il ricercatore che sta dietro questo studio, l’ex-diplomatico israeliano Yoram Ettinger, è “delirante”.

“Sta spacciando un qualche futuro immaginario in un modo assolutamente non professionale, perché non ha mai studiato demografia. Non è altro che un ciarlatano,” ha affermato Della Pergola.

La registrazione video non è la prima occasione in cui Friedman ha sollevato la questione dell’annessione israeliana. In un’ intervista ad “Haaretz” in giugno ha detto al giornale israeliano che Trump potrebbe abbandonare il piano per i due Stati in favore dell’annessione. Facendo questa ipotesi, ha anche citato i dati forniti dal gruppo di Ettinger.

Negli scorsi mesi le considerazioni di Friedman hanno agitato le acque tra le istituzioni degli ebrei americani. Dopo che in luglio ha parlato alla CNN contro i colloqui di pace a favore di un unico Stato ebraico, il presidente dell’Unione per l’Ebraismo Riformato, il rabbino Rick Jacobs, ha scritto in una lettera aperta a Friedman che il progetto di Trump per uno Stato unico “sarebbe uno Stato ebraico che smetterebbe di essere una democrazia e priverebbe del diritto di voto milioni di palestinesi, oppure sarebbe una democrazia e smetterebbe di essere ebraico.”

Friedman ha risposto: “Devo rifiutare categoricamente la sua affermazione secondo cui Israele deve essere o uno Stato democratico o uno Stato ebraico.” In questo scambio epistolare ha fatto di nuovo riferimento agli stessi calcoli errati che si ritrovano nel video del suo pranzo a New York.

Allison Deger è vice caporedattore di Mondoweiss.net.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La legge che mette in evidenza la vera natura colonialista di Israele

di Oren Yiftachel

14 dicembre 2016, Haaretz

Sia che si tratti di terra coltivata (Negev) che incolta (Cisgiordania), si troverà uno stratagemma legale per trasferirla da mani arabe a  ebraiche|Opinione

Durante il periodo coloniale il concetto giuridico di terra nullius è stato utilizzato per definire terre senza diritti di sovranità o proprietà come terre di nessuno. Ciò per centinaia di anni ha fornito agli europei una giustificazione legale per strappare il controllo di territori e persone ai quattro angoli della terra. Questo concetto, reso ora nullo, affermava tra le altre cose, che le terre dei popoli nativi di America, Africa, Asia ed Australia, che non erano formalmente accatastate o gestite in modo “moderno”, erano da considerarsi “prive” di diritti legali.

Questo approccio ha avuto varie versioni, a seconda di chi comandava, ma la sostanza era la stessa: tutto ciò che aveva preceduto l’invasione europea -storia, cultura, agricoltura e leggi tradizionali – era cancellato. Il principale strumento che permetteva agli europei di esercitare il controllo, oltre alla violenza, era la legge. L’invasore, che era anche il legislatore, garantiva che l’accaparramento delle terre a danno dei nativi sarebbe sempre rimasto coperto da un ingannevole e mistificatorio velo di “legalità”.

[Il concetto di] terra nullius, come un modo di pensare e una “categoria” di sistemi legali, ha operato nel mondo fino a XX° secolo inoltrato, quando è emersa una legislazione opposta, che sostiene i diritti umani e riconosce quelli dei popoli indigeni. La nuova tendenza ha gradualmente ammesso che anche le culture e i popoli colonizzati hanno i propri legittimi sistemi di leggi, di proprietà e di governo.

Nel caso “Mabo” del 1992, la Corte Suprema australiana ha formalmente ribaltato il concetto giuridico di terra nullius, e molti altri Paesi hanno fatto altrettanto. La dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni del 2007 delinea le nuove norme internazionali, che rispettano le leggi consuetudinarie e proibiscono l’appropriazione di terre e risorse dei nativi o il trasferimento forzato di comunità autoctone.

La scorsa settimana il controverso disegno di legge israeliano noto come “Legge per la Regolarizzazione”, che intende legalizzare insediamenti ebraici (“avamposti”) non autorizzati in Cisgiordania ha superato la prima lettura. Questo disegno di legge può a buon diritto far parte della legislazione globale sulla terra nullius. Può darsi che sia in ritardo di un secolo, ma, in nome dell’occupazione e dell’insediamento coloniale -in questo caso, ebraico -, questa legge cancellerà la validità dei precedenti sistemi di proprietà in vigore da secoli. Come hanno ribadito i dirigenti dei coloni (“Smettiamola di chiedere scusa!”), nessuno gli impedirà di violare le leggi internazionali e ignorare etica e giustizia.

E’ una classica posizione colonialista. Proprio come i colonizzatori che hanno importato le loro leggi dalle capitali europee, gli abitanti di Amona (tutti coloni ebrei, naturalmente) mirano a importare le loro leggi dallo Stato occupante. Bisogna sottolineare che, secondo le norme internazionali, nessuno Stato ha l’autorità di emanare leggi riguardanti territori al di fuori dei propri confini nazionali o dichiarare proprietà di quello Stato terreni di questi territori.

Naturalmente ciò non significa che non ci siano milioni di ettari di terre ebraiche e israeliane che sono stati acquisiti o registrati in modo corretto, o che il diritto degli ebrei all’autodeterminazione sia minacciato. Per niente. Questa consapevolezza mette in una luce più chiara l’ingiustizia dell’appropriazione di terre attraverso inganni legali, mentre un tale furto non è per niente necessario allo Stato ebraico.

Comunque è altresì importante non esagerare l’importanza della legge attualmente in discussione, in quanto aggiunge solo un ulteriore, ancora più brutale livello al sistema che è iniziato 70 anni fa, attraverso il quale le terre palestinesi sono state trasferite agli ebrei con mezzi che “legalizzano” l’esproprio da parte dello Stato.

La messa in pratica dell’approccio della terra nullius è iniziata nel 1948 e si è aggravata dopo il 1967 – quando l’esproprio a danno di singoli individui ha riguardato le collettività, impedendo la realizzazione di uno Stato palestinese. E’ importante ricordare nell’attuale polemica che lo Stato per 70 anni ha cancellato, attraverso iniziative legali contorte e riguardanti la sicurezza, la maggior parte dei precedenti diritti legittimi dei palestinesi.

Stando così le cose, il cosiddetto “forte dissenso”, di cui si parla, tra persone che sarebbero a favore della “certezza del diritto”- Isaac Herzog [del partito Laburista. Ndtr.], Benny Begin [del Likud. Ndtr.] e Avichai Mendelblit [capo della procura militare. Ndtr.]– e “trasgressori della legge”, come Naftali Bennett e Uri Ariel [ministri e dirigenti del partito di estrema destra dei coloni. Ndtr.], può essere visto come una mossa di facciata. La nuova legislazione nella sua essenza non è nuova. Cambierà semplicemente i tempi: invece di dichiarare che le terre in apparenza erano di proprietà dello Stato ebraico fin da prima dell’insediamento dei coloni, la legge permetterà di dichiarare che lo sono dopo anni di insediamento delle colonie.

Ogni arabo che vive nelle Galilee, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele a maggioranza palestinese. Ndtr.] e soprattutto nel Negev può testimoniare che metodi simili sono stati utilizzati anche là per svuotare il sistema autoctono dei diritti di proprietà. In quelle regioni lo Stato ha spesso dichiarato terre arabe “vuote” o “abbandonate”, “morte” o “necessarie per finalità pubbliche (ebraiche)”, ed ha trasferito la proprietà a ebrei.

I metodi per trasformare in ebraiche terre palestinesi in Cisgiordania sono dettagliati in un nuovo rapporto di B’tselem, sotto il titolo “Espellere e sfruttare”. Questo rapporto documenta nei particolari la recente storia di terreni attorno a tre località palestinesi nei pressi di Nablus: Azmut, Deir al-Khatab e Salem. Il quadro generale è noto e inquietante: vasti appezzamenti di terre dei villaggi sono stati progressivamente trasferiti a ebrei attraverso varie misure che hanno incluso la creazione di aree di sicurezza, strade asfaltate ad accesso limitato, costituzione di avamposti illegali, registrazione come proprietà abbandonate e destinazione di territori a riserve naturali.

Il rapporto completa un ampio studio di B’tselem del 2012 intitolato “Sotto le mentite spoglie della legalità”, che ha documentato i modi in cui Israele ha manipolato le leggi ottomane ed inglesi per trasferire terre private palestinesi in mani israeliane ed ebraiche. Il rapporto ha dimostrato per la prima volta che Israele non solo ha gravemente violato le leggi internazionali, ma anche quelle nazionali, stravolgendo le norme fondiarie ottomane e britanniche. Ciò nonostante l’obbligo per lo Stato di conservare ogni norma legale già esistente nelle regioni occupate.

Il processo distorto in Cisgiordania si basa sul fatto di dichiarare che terre incolte nelle zone agricole dei villaggi possono essere dichiarate terre statali – benché, secondo il diritto ottomano, ognuna di tali terre non coltivate debba essere prima offerta ai precedenti proprietari, poi al villaggio di appartenenza o essere venduta con un’asta pubblica.

Israele ha ignorato le clausole più scomode del diritto ottomano e le ha sostituite con ordinanze del Mandato [inglese sugli ex territori dell’impero ottomano. Ndtr.], che erano concepite per delimitare le terre pubbliche in un contesto completamente diverso. Questa distorsione ha fornito le basi di una massiccia ed illegale “israelificazione” delle terre palestinesi. Inutile dire che i governanti ottomani e inglesi che hanno emanato queste leggi non hanno mai espropriato terre palestinesi (o ebraiche) in questo modo.

Fin dal 1970 Israele ha utilizzato una simile manipolazione della legge nel Negev, dichiarando terre non formalmente registrate in due momenti storici diversi – nel 1858 e nel 1921 – come “mewat”, ossia “terre morte”. Queste sono presumibilmente terre incolte, non occupate, abbandonate e periferiche, senza proprietario e pertanto terre statali. Israele ha fatto tutto ciò nonostante l’appartenenza storica delle terre ai beduini, molte delle quali erano coltivate e occupate, secondo le leggi tradizionali e riconosciute dagli ottomani e dagli inglesi.

Tutti lo sapevano, comprese le istituzioni sioniste che pagarono a caro prezzo vasti terreni dei beduini, con l’approvazione delle autorità britanniche. Tuttavia anche qui lo Stato ignora le parti scomode della storia e della legge, classificando in seguito queste terre come “morte”. In casi giudiziari recenti lo Stato sta fondamentalmente dicendo ai beduini: “I vostri padri e nonni non lo sapevano, ma vi stiamo dicendo che erano occupanti abusivi, e le terre che avete ereditato o comprato sono dello Stato.”

I tribunali hanno approvato questa interpretazione soprattutto in base alla precedente cultura giuridica in vigore in Israele, che si basa su vecchie sentenze. Queste vennero emesse in un periodo in cui i proprietari di terre arabi erano privi di potere e non avevano le risorse per sfidare l’espropriazione mascherata di legalità.

Il confronto tra la Cisgiordania e il Negev pone in evidenza il persistente e continuo processo di giudeizzazione sotto il regime israeliano. Che la terra sia coltivata (Negev) o incolta (Cisgiordania), sarà trovato un escamotage legale per trasferirla da mani arabe a ebraiche, rendendola quindi “terra nullius” – terra svuotata dei diritti originari.

Alla luce di questa lunga e distorta storia giuridica, è forse preferibile per chi desidera pace e giustizia che la legge per la legalizzazione sia totalmente accolta, e non respinta dalla Knesset o dall’Alta Corte di Giustizia. Ciò ci risparmierà le false distinzioni tra l’attuale legislazione e le precedenti discutibili leggi per l’espropriazione, e spazzerà via le differenze tra Amona e Ofra [colonia israeliana legittima secondo le leggi israeliane. Ndtr.] o tra Salem e ‘Araqib [rispettivamente un villaggio palestinese della Cisgiordania e uno beduino nel Negev israeliano. Ndtr.]. La legge metterà chiaramente in evidenza quello che Israele ha fatto per anni di nascosto: prendere il controllo colonialista delle terre palestinesi mettendo in atto la propria versione della dottrina della terra nullius, annullata e invalidata dalle leggi internazionali.

Se approvata, la nuova legislazione metterà l’approccio israeliano nel posto che gli compete, come parte di un oscuro periodo coloniale i cui tempi sono passati. Forse ciò scatenerà un processo di trasformazione e decolonizzazione ad ampio raggio, così urgentemente necessario nella nostra terra lacerata.

L’autore insegna geografia politica e giuridica nel Negev ed è un ex copresidente di B’tselem.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Espellere e sfruttare: la pratica israeliana di impossessarsi dei terreni agricoli palestinesi

La sintesi del Rapporto di B’Tselem,

B’Tselem

Dic 2016

Questo rapporto racconta la storia del processo di frammentazione imposto ai terreni agricoli palestinesi in Cisgiordania attraverso lo studio del caso di tre villaggi nel distretto di Nablus – ‘Azmut, Deir al-Hatab e Salem.

Quello che queste comunità hanno subito dal 1980, quando Israele ha fondato nelle vicinanze Elon Moreh [colonia israeliana di circa 1700 abitanti. Ndtr.], non è altro che uno degli esempi di dinamiche più estese che hanno avuto luogo in tutta la Cisgiordania. La loro storia è simile a quella di centinaia di comunità palestinesi sulle cui terre sono stati costruiti insediamenti israeliani.

Come molti altri villaggi palestinesi, Azmut, Deir al-Hatab e Salem si sono sviluppati in sintonia con le caratteristiche geografiche della zona. Terreni coltivati, pascoli e fonti idriche naturali sono serviti come fondamento dell’economia locale e come base per la formazione di un’intera cultura che lega profondamente gli abitanti al loro ambiente. I contadini utilizzavano per lo più coltivazioni tradizionali delle zone aride, coltivando ulivi e alberi da frutto, legumi e cereali. Allevavano anche bestiame, basandosi su pascoli naturali che si estendono lungo le distese collinose del al-Jabal al-Kbir (letteralmente: la Grande Montagna) e le vallate circostanti. Per centinaia di anni i contadini hanno vissuto di agricoltura e pastorizia.

Dall’occupazione del 1967 Israele ha utilizzato varie misure – ufficiali e non – per tagliare fuori i contadini dalla loro terra e assegnarla ai coloni. Il primo passo fu la fondazione nel 1980 della colonia di Elon Moreh su 127,8 ettari (1.278 dunam) delle terre del villaggio già registrate come proprietà statale sotto il governo giordano precedente il 1967. Solo due anni dopo il Comando della Giudea e Samaria stabilì una riserva naturale su una parte delle terre rimanenti a ovest della colonia. Ciò determinò la creazione di una zona, molto più ampia della giurisdizione dell’insediamento, in cui i palestinesi devono ottenere un permesso israeliano per intraprendere qualunque tipo di attività, costruzione, nuove coltivazioni o allevamento di bestiame. Nel 1987 170 ettari della riserva naturale furono dichiarati “terra dello Stato” e nel 1998 vi venne costruito un avamposto illegale dei coloni.

“Circa cinque coloni vivono nella fattoria Skali, ed hanno più pecore di tutti quanti gli abitanti del nostro villaggio messi insieme. Hanno grandi greggi – da 500 a 1.000 pecore a testa – mentre noi, gli abitanti di Salem che siamo i proprietari della terra, non abbiamo il permesso di attraversare la strada e allontanarci dalle nostre case, e le nostre pecore rimangono tutto il tempo nei recinti. Non escono mai a pascolare e non abbiamo nessun posto in cui portarle.”

La fase successiva del processo di espropriazione ebbe luogo alla fine di settembre 1995, dopo che Israele e i palestinesi firmarono gli accordi di Oslo II. Le terre di Azmut, Deir al-Hatab e Salem furono divise tra le aree B e C: la maggior parte dei terreni su cui si era costruito all’epoca fu definita area B, mentre la maggior parte delle riserve di terra, coltivazioni e pascoli dei villaggi furono attribuiti all’area C, sotto totale controllo israeliano. Da allora l’uso delle terre definite come area C, praticamente per ogni uso – soprattutto per la costruzione e lo sviluppo – è soggetto all’approvazione israeliana, che quasi sempre è negata ai contadini. Così facendo Israele ha messo le basi amministrative per separare i centri abitati dei villaggi dalla maggior parte dei loro terreni coltivati e pascoli.

Nel 1996 Israele costruì una strada per unire le colonie di Elon Moreh e Itamar, in modo che gli israeliani non dovessero più attraversare la zona abitata di Salem. Così, seguendo le basi amministrative stabilite un anno prima, Israele mise in piedi l’infrastruttura concreta per separare fisicamente le zone abitate dei tre villaggi dalle loro coltivazioni e pascoli. Nel 2000, quattro anni dopo che la strada era stata asfaltata, è scoppiata la seconda Intifada. Da allora, Israele ha vietato ai palestinesi di utilizzare la strada e persino di attraversarla. Benché questa proibizione sia priva di base legale, la tangenziale di Elon Moreh ha costituito la misura più radicale e significativa per bloccare l’accesso dei contadini alle terre coltivate, ai pascoli e alle fonti idriche naturali.

In pratica ogni restrizione che Israele ha imposto agli abitanti di Azmut, Deir al-Hatab e Salem ha permesso ai coloni di invadere quelle terre ed estendere il territorio sotto il loro controllo. La separazione determinata da Israele tra gli abitanti palestinesi e le loro terre coltivate ed i loro pascoli consente ai coloni di costruire case, stabilire avamposti, tracciare sentieri, piantare coltivazioni e uliveti, allevare greggi e appropriarsi di sorgenti di acqua di quella terra. Nel contempo i contadini sono anche regolarmente sottoposti a violenti attacchi.

Israele ha sempre tentato di dare una sorta di legalità alle sue azioni in Cisgiordania, sostenendo che queste azioni sono legali (in base alle leggi internazionali o a quelle applicabili alla Cisgiordania) oppure che sono iniziative private intraprese dai coloni. Tuttavia tutte queste attività rappresentano violazioni delle leggi internazionali e sono basate su un’interpretazione distorta e manipolatoria delle leggi che Israele stesso applica in Cisgiordania.

La separazione forzata dei contadini palestinesi dalle loro terre, pascoli e risorse idriche naturali ha violato gravemente i loro diritti, devastato l’economia locale e li ha proiettati nella povertà e nella dipendenza da istituzioni esterne. I contadini sono stati lasciati in uno stato di insicurezza a più livelli: finanziario, alimentare e sociale.

Questa è la storia di tre villaggi, una sola area rurale. Ma è una storia che si ripete spesso. Questo rapporto illustra una radicale politica di lungo periodo che Israele ha messo in atto in Cisgiordania per quasi cinquant’anni. Sotto l’apparenza di un’ “occupazione militare temporanea”, Israele tratta i territori occupati a suo piacere: portando via la terra, sfruttando le risorse naturali e creando colonie permanenti. Gli abitanti palestinesi sono stati progressivamente spogliati delle loro terre, delle loro radici e dei mezzi di sussistenza, per essere sostituiti dal controllo israeliano attraverso azioni ufficiali dirette o da attività dei coloni come suoi rappresentanti.

Nel corso degli anni Israele ha spogliato i palestinesi di circa duecentomila ettari di terra, compresi coltivazioni e pascoli, che poi ha destinato generosamente alle colonie. Alcune aree sono state dichiarate “aree militari chiuse” ed ai palestinesi è stato vietato di entrarvi senza un permesso; altri appezzamenti sono stati occupati creando fatti sul terreno e con l’uso della forza. Circa 580.000 israeliani attualmente vivono in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) in oltre 200 colonie, e godono di quasi tutti i diritti e privilegi attribuiti ai cittadini israeliani che vivono in Israele, all’interno della Linea Verde.

L’impatto che le colonie della Cisgiordania hanno sulla vita degli abitanti palestinesi è molto più ampio rispetto alle terre destinate alla semplice costruzione delle colonie: altre terre sono state espropriate per creare centinaia di chilometri di strade di collegamento asfaltate; posti di blocco e altre misure che limitano i movimenti solo per i palestinesi sono stati messi in atto in base alla collocazione degli insediamenti; l’accesso dei proprietari palestinesi a molte delle loro terre agricole – all’interno o all’esterno delle aree delle colonie – è stato nei fatti bloccato; il tortuoso tracciato della Barriera di Separazione – che viola gravemente i diritti dei palestinesi che vivono nei dintorni – è stato situato in profondità all’interno della Cisgiordania, soprattutto per inserire quante più colonie possibile sul suo lato occidentale (israeliano), insieme ad estesi appezzamenti che Israele ha destinato alla futura espansione di quelle comunità.

Intanto Israele ignora totalmente le necessità di milioni di palestinesi che vivono sotto il rigido regime militare della Cisgiordania, che nega a questi abitanti la possibilità di partecipare alla definizione del loro futuro, li priva dei loro diritti e delle loro risorse e impedisce loro qualunque possibilità di assicurarsi una vita quotidiana normale.

La politica di Israele dimostra chiaramente che lo Stato non vede l’occupazione, che si sta rapidamente avvicinando al mezzo secolo, come temporanea. Nel corso degli anni, gli insediamenti sono effettivamente diventati parte del territorio sovrano di Israele. Benché Israele abbia finora evitato un’annessione formale (tranne che a Gerusalemme est), ha lavorato in molti modi per eliminare la Linea Verde per i suoi cittadini, mentre ha concentrato la popolazione palestinese in 165 “isole” (le aree A e B) – enclaves non contigue che non possono prosperare. Questo movimento parallelo, dei coloni israeliani che si trasferiscono e occupano sempre più terra della Cisgiordania e i palestinesi che vengono espulsi, è stato una costante della politica israeliana in Cisgiordania fin dal giugno del 1967, con gli organi legislativo, giuridico, della pianificazione, finanziari e della difesa israeliani che hanno lavorato per questo obiettivo.

( Traduzione di Amedeo Rossi)