Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 gennaio 2017 (due settimane)

In Cisgiordania, nel corso di tre distinti episodi, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, tre palestinesi.

Tra essi un minore 17enne, ucciso il 10 gennaio all’ingresso del villaggio di Tuqu’ (Betlemme), durante scontri che hanno visto lanci di pietre e di bottiglie incendiarie. Gli altri due morti sono un 32enne palestinese, ucciso lo stesso giorno, in circostanze controverse, durante una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas) ed un uomo di 44 anni, ucciso il 17 gennaio ad un posto di blocco vicino alla città di Tulkarem: a quanto riferito, avrebbe tentato di pugnalare un soldato israeliano. Secondo i media, le autorità israeliane hanno aperto un’indagine sul primo episodio.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza dei permessi edilizi israeliani, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 44 strutture, sfollando 17 palestinesi, tra cui cinque minori, e coinvolgendone altri 3.300. Due dei casi più rilevanti sono avvenuti in Area C, presso due piccole comunità di pastori: a Jericho (Al Jiftlik-Abu al ‘Ajaj) e Nablus (Tell al Khashabeh) dove sono state demolite 19 strutture, di cui 15 fornite come assistenza umanitaria. Sempre in Area C, vicino alla città di Hebron (Al Buweib), le autorità israeliane hanno distrutto parte di una strada agricola, colpendo la sussistenza di circa 3.000 persone. Altre 11 strutture non abitative sono state demolite nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est, dove viveva l’autore dell’aggressione dell’8 gennaio scorso [aggressione con camion, riportata nel Rapporto precedente]: 45 persone sono state colpite da queste demolizioni.

Sempre in seguito all’aggressione con camion dell’8 gennaio, la municipalità di Gerusalemme ha consegnato notifiche avverso circa 80 edifici della zona di Jabal Al Mukabber, relative a “violazioni di pianificazione e zonizzazione”. Una prima valutazione effettuata da OCHA prevede che, se sarà dato seguito a tali notifiche, più di 240 famiglie (circa 1.200 persone) che vivono negli edifici coinvolti rischieranno lo sfollamento. È stato anche riferito che la casa di famiglia del colpevole, prima della demolizione punitiva, è stata oggetto di provvedimenti da parte delle autorità.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 26 palestinesi, tra cui dodici minori. Il numero più alto di ferimenti (10) sono stati registrati nella città di Ar Ram (Gerusalemme), durante scontri scoppiati nel corso di una demolizione. Altri scontri, con conseguenti ferimenti, si sono verificati durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah); all’entrata della città di Hizma (Gerusalemme) e nel villaggio Tuqu ‘(Betlemme); in seguito all’ingresso di coloni israeliani alla Tomba di Giuseppe nella città di Nablus; infine, durante quattro operazioni di ricerca-arresto.

In totale, in Cisgiordania, nel periodo di riferimento, le forze israeliane hanno condotto 199 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 288 palestinesi. Il numero più alto di operazioni (67) e di arresti (97) si è avuto nel governatorato di Gerusalemme.

Nella Striscia di Gaza, in almeno 38 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso – o hanno sparato direttamente contro – palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA), imposte da Israele su terraferma ed in mare. Come risultato, sono stati segnalati cinque palestinesi feriti, tra cui tre pescatori e una bambina di dieci anni. In altri sei casi, le forze israeliane hanno arrestato undici palestinesi: due commercianti che stavano attraversando il valico di Erez controllato da Israele, cinque pescatori in mare e altri tre civili che cercavano di entrare illegalmente in Israele.

Secondo fonti dei Consigli di villaggio, in due distinti episodi verificatisi a Beit Lid (Tulkarem) e Turmus’ayya (Ramallah), 56 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati da coloni israeliani. Inoltre, a Burqa (Nablus), un palestinese è stato fisicamente aggredito e ferito da un gruppo di coloni israeliani mentre lavorava sul proprio terreno. In Cisgiordania coloni israeliani ed altri gruppi israeliani sono entrati in diversi siti religiosi, innescando con palestinesi alterchi e scontri conclusi senza feriti. I siti interessati comprendono il Complesso Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio Sabastiya (Nablus) e le Piscine di Salomone nel villaggio di Al-Khader (Betlemme).

I media israeliani hanno riportato 17 casi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli di coloni israeliani: sono stati segnalati danni a diversi veicoli, ma nessun ferito. Inoltre, nell’attraversamento di Shu’fat (Gerusalemme Est), la metropolitana leggera ha subito danni per lancio di sassi da parte di palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

Il 25 gennaio, all’ingresso dell’ insediamento di Kochav Ya’akov (Ramallah), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese nel corso di una presunta aggressione tramite speronamento con auto; non sono stati segnalati feriti israeliani.

Il 26 gennaio, il Ministero degli Interni israeliano ha annunciato la revoca dei “permessi di ricongiungimento familiare” ad un certo numero di membri della famiglia del palestinese che, l’8 gennaio, ha messo in atto una aggressione contro soldati israeliani.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Uccidili, sono un facile bersaglio

Per la maggioranza degli ebrei israeliani gli arabi non sono esseri umani come noi. Questa disumanizzazione fa sì che i soldati e i poliziotti abbiano il grilletto facile.

Gideon Levy, 20 gennaio 2017 Haaretz

I palestinesi e gli arabi israeliani sono un bersaglio facile. Lo sono nei territori occupati ed in Israele. Lo sono perché il loro sangue vale poco. Vale poco a Umm al-Hiran e vale poco al checkpoint di Tulkarem. Vale poco nei cantieri edili [molti palestinesi lavorano come muratori in Israele, ndtr] e vale poco ai posti di blocco.

Quando le persone uccise sono arabe, a nessuno importa. Quando un soldato viene ucciso in un incidente, è una notizia da prima pagina. Ma quando un palestinese viene ucciso mentre sta camminando verso casa sua, a nessuno importa.

Nessuna delle persone uccise negli ultimi giorni sarebbe stata colpita a morte se non si fosse trattato di un palestinese o di un beduino. Ci sono dubbi sul fatto che ognuno di loro meritasse di morire. E’ stata una strage al fine di spostare l’attenzione da altre vicende, come è già successo in Israele e come è normale nei regimi poco trasparenti? Difficile dirlo. Ma si può con certezza dire: sono un facile bersaglio.

Lo sono stati mercoledì nel Negev. Ecco il sionismo del 2017 – la distruzione di una comunità di rifugiati beduini per costruire al suo posto una comunità ebraica. E’ la violenza che sta alla base del sionismo, nazionalista e razzista. Se si confronta questo caso con quello dell’avamposto di Amona (insediamento di coloni che doveva essere sgomberato in base ad una sentenza dell’Alta Corte israeliana, ndtr.) si ha la prova evidente dell’apartheid: negoziati e risarcimenti per gli ebrei, brutalità per gli arabi.

In nessuna situazione di espulsione di ebrei la polizia avrebbe sparato in quel modo. A Umm al-Hiran lo si può fare. E’ anche consentito ferire il capo della Lista Unita Ayman Odeh, perché la polizia è stata addestrata a pensare che i membri arabi della Knesset sono dei traditori. Questo è quanto hanno sentito dire dal loro ministro della pubblica sicurezza, Gilan Erdan (del partito di destra Likud, ndtr.).

Yakub Abu al-Kiyan, un insegnante, è stato colpito a morte nella sua macchina perché l’avrebbe lanciata di proposito contro un poliziotto. Immediatamente le autorità hanno diffuso le loro menzogne su di lui. Hanno detto che era legato allo Stato Islamico e che aveva quattro mogli. (Il deputato Ahmad Tibi [della Lista Unitaria, coalizione di partiti palestinesi di Israele, ndtr.] afferma che l’unica moglie di Abu al- Kiyan ha un dottorato di ricerca, e che suo fratello è un ispettore del Ministero dell’Educazione [i cui funzionari arabi sono selezionati in base alle informazioni dei servizi di sicurezza, ndtr.]).

Dopo questo, come si può credere alla polizia, che si è affrettata a dichiarare che lui stava deliberatamente lanciando l’auto contro un poliziotto? Almeno un testimone, Kobi Snitz, ha detto ad un sito web di aver visto il contrario. Prima la polizia ha sventagliato di proiettili l’auto di Abu al-Kinyan, e poi lui ha perso il controllo della vettura. Anche un video postato mercoledì solleva pesanti sospetti su quanto accaduto. Si ha l’impressione che gli spari siano stati precedenti all’investimento.

Ma molto altro nel corso della settimana scorsa ha preceduto gli avvenimenti di Umm al-Hiran. Nel campo profughi di Fara i soldati hanno ucciso un uomo che si era appena svegliato: 11 pallottole a bruciapelo di fronte a sua madre; i soldati affermano che stava cercando di aggredirli. Mohammed al-Salahi era figlio unico e viveva con la madre in un’unica stanza.

Nella città palestinese di Tuqu la polizia di frontiera ha ucciso un diciassettenne, Qusai al-Amour, che aveva lanciato pietre – ovvia vendetta. Poi hanno trascinato il ragazzo morente per terra come un sacco di patate. Mentre lo facevano, ha battuto la testa sulle pietre, mentre le telecamere filmavano la scena.

Il giorno dopo le telecamere hanno documentato anche l’uccisione di Nadal Mahadawi, di 44 anni, al checkpoint di Tulkarem. Una scena orribile. Lo si vede tranquillamente fermo in piedi quando i soldati sparano senza apparente ragione. Quando cerca di fuggire, in quella che sembra una corsa per salvarsi, loro lo uccidono.

Ma nulla di grave, il “terrorista” è stato ucciso. Così i media hanno descritto il fatto. Il modo in cui è stato trascinato il giovane ferito a Tuqu e l’esecuzione al checkpoint dovrebbero sconvolgere chiunque. Soprattutto dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani, perché chi ha fatto questo sono i loro figli, i loro soldati e i loro poliziotti. Ma le vittime erano palestinesi.

Un unico filo unisce Umm al-Hiran, Tuqu, Fara e Tulkarem – il filo della disumanizzazione che guida soldati e polizia. Inizia con le campagne di istigazione e finisce con le truppe dal grilletto facile.

Le radici sono profonde; devono essere riconosciute. Per la maggioranza degli israeliani tutti gli arabi sono uguali e non sono esseri umani come noi. Loro non sono come noi. Loro non amano i propri figli o la propria vita come facciamo noi. Sono nati per uccidere. Non c’è nessun problema ad ucciderli. Sono tutti nemici, oggetti sospetti, terroristi, assassini – la loro vita e la loro morte valgono poco.

Quindi uccideteli, perché non vi succederà niente. Uccideteli, perché è l’unico modo di trattarli.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Basta seminare il panico: in Palestina e Israele un unico Stato democratico è possibile

di Ramzy Baroud, 10 gennaio 2017, Middle East Monitor

Già molto prima del 28 dicembre scorso -quando il Segretario di Stato John Kerry è salito sul palco del Dean Acheson Auditorium di Washington DC per pontificare sull’incerto futuro della soluzione a due Stati e sulla necessità di salvare Israele da se stesso -Il tema della creazione di uno Stato Palestinese è stato di primaria importanza.

Infatti, nonostante ciò che si crede comunemente, lo sforzo per costituire uno Stato palestinese accanto ad uno ebraico risale a molto prima della Risoluzione Onu 181 del novembre 1947. Quella famigerata risoluzione chiedeva la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno palestinese e un controllo internazionale su Gerusalemme.

Una lettura più accurata della storia può mettere in evidenza molti riferimenti allo Stato palestinese (o arabo) tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

L’idea dei due Stati è eminentemente occidentale. Nessun partito o leader palestinese ha mai pensato che la divisione della Terra Santa fosse davvero un’opzione. Allora una simile idea è sembrata assurda, in parte perché, come evidenziato da Ilan Pappe nel suo “La Pulizia Etnica della Palestina”, “quasi tutte le terre coltivate in Palestina appartenevano alla popolazione indigena (araba), (mentre) solo il 5.8 % era di proprietà di ebrei nel 1947”.

Un precedente, ma altrettanto importante, rimando ad uno Stato Palestinese fu fatto dalla commissione Peel, una commissione britannica d’inchiesta presieduta da Lord Peel, che venne inviato in Palestina per indagare sulle motivazioni alla base di uno sciopero generale, una rivolta e più tardi di una ribellione armata che iniziò nel 1936 e si protrasse per circa 3 anni.

La commissione stabilì che le “cause sottostanti ai disordini” fossero sostanzialmente due: il desiderio di indipendenza dei palestinesi e l’astio e il timore per la costituzione della patria nazionale per gli ebrei”. Quest’ultima fu promessa dal governo britannico alla Federazione Sionista della Gran Bretagna e dell’Irlanda nel 1917, nota in seguito come la dichiarazione Balfour.

La commissione Peel consigliò la spartizione della Palestina storica in uno Stato ebraico e in uno palestinese, che sarebbe stato incorporato nella Transgiordania [l’attuale Regno di GIordania. Ndtr.], con enclavi riservate al governo mandatario britannico.

Nel lasso di tempo di 80 anni tra quella raccomandazione e l’avvertimento di Kerry secondo cui la soluzione a due Stati sarebbe “seriamente in pericolo”, davvero poco è stato fatto in termini di passi concreti verso la costituzione di uno Stato palestinese. Ancor peggio, gli Stati Uniti hanno fatto uso ripetutamente del loro potere di veto all’ONU per impedire la costituzione dello Stato palestinese, nonché utilizzato il loro potere politico ed economico di intimidazione nei confronti di chi avesse (anche solo simbolicamente) riconosciuto uno Stato palestinese. Hanno giocato inoltre un ruolo chiave nel finanziare gli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme, rendendo l’esistenza di uno Stato palestinese virtualmente impossibile.

Il punto ora è: perché l’Occidente continua ad utilizzare la “soluzione a due Stati” come parametro politico per giungere ad una risoluzione del conflitto israelo-palestinese mentre, allo stesso tempo, assicura che la sua stessa richiesta di risoluzione non diventi mai una realtà?

La risposta sta, parzialmente, nel fatto che fin dall’inizio la “soluzione a due Stati” non è mai stata concepita fin dall’inizio per essere realizzata. Come il “processo di pace” ed altre finzioni, ha avuto lo scopo di promuovere tra i palestinesi e il mondo arabo l’idea che esista un importante obiettivo per cui battersi, nonostante esso sia inattuabile.

Ma anche quell’obiettivo è stato condizionato da una serie di richieste risultate fin dall’inizio irrealistiche. Storicamente, i palestinesi hanno dovuto rinunciare alla violenza (la loro resistenza armata all’occupazione militare israeliana), acconsentire a varie risoluzioni dell’ONU, (benché Israele ancora rifiuti di riconoscerle), accettare il “diritto” di Israele ad esistere in quanto Stato ebraico, e così via. Lo Stato palestinese, prima ancora di essere costituito, avrebbe dovuto essere demilitarizzato, diviso tra Cisgiordania e Gaza ed escludere buona parte di Gerusalemme Est occupata.

Furono offerte numerose soluzioni “creative”, per ridurre ogni timore israeliano che l’inesistente Stato palestinese, nel caso fosse stato creato, potesse costituire una minaccia per Israele. Talvolta, la discussione in corso riguardava l’idea di una confederazione tra Palestina e Giordania, altre volte, come nelle proposte più recenti del capo del Jewish Home Party [La Casa Ebraica, partito di estrema destra dei coloni. Ndtr], il ministro israeliano Naftali Bennett, quella di trasformare Gaza in uno Stato indipendente e di annettere a Israele il 60% della Cisgiordania.

E quando gli alleati di Israele, delusi dall’ascesa della destra ebraica e dall’ostinazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, insistono nell’affermare che è giunto il momento della soluzione a due Stati, esprimono i loro timori sotto forma di un amore estremo. L’attività delle colonie israeliane sta infatti “consolidando enormemente l’irreversibile realtà dello Stato unico” ha detto Kerry la settimana scorsa nel suo discorso politico.

Tale realtà dovrebbe costringere Israele o ad un compromesso circa l’identità ebraica dello Stato (come se avere una identità etnico/religiosa in un moderno Stato democratico fosse una precondizione normale) oppure a lottare contro il fatto di diventare uno Stato di apartheid (come se ciò non fosse già una realtà).

Kerry ha messo in guardia Israele circa il fatto che sarebbe rimasta solo l’opzione di porre i palestinesi “sotto occupazione militare permanente” privandoli della maggior parte delle libertà fondamentali”, aprendo così la strada ad uno scenario di “separazione e disuguaglianza”.

Mentre ci si preoccupava della disintegrazione della possibilità della “soluzione a due Stati”, pochi in realtà hanno cercato di comprendere la realtà dal punto di vista palestinese.

Per i palestinesi, il dibattito sulla necessità di Israele di scegliere tra essere uno Stato democratico o confessionale è risibile. Infatti per loro la democrazia israeliana si applica integralmente solo ai cittadini di origine ebraica e a nessun altro, mentre i palestinesi sono sopravvissuti per decenni dietro muri, recinti, prigioni ed enclave assediate, come nella Striscia di Gaza.

E lo scenario di apartheid fatto di “separazione e diseguaglianza” evocato da Kerry, con due ordinamenti giuridici, due diverse normative e due realtà applicate a due diversi gruppi sullo stesso territorio, si è realizzato nel momento stesso in cui lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948.

Secondo un recente sondaggio, due terzi dei palestinesi, stanchi delle illusioni della loro stessa leadership fallimentare, concordano oggi sul fatto che la soluzione a due Stati non sia realizzabile. E questo numero tende ad aumentare tanto velocemente quanto le massicce iniziative di colonizzazione illegale che costellano Gerusalemme e la Cisgiordania occupate.

Questo non è un argomento contro la soluzione a due Stati; quest’ultima è esistita semplicemente come espediente per tranquillizzare i palestinesi, prendere tempo e delimitare il conflitto ad un orizzonte politico illusorio. Se gli Stati Uniti fossero stati davvero interessati alla soluzione a due Stati, avrebbero tenacemente combattuto per realizzarla decenni fa.

Dire oggi che la soluzione a due Stati è superata, significa accettare l’illusione che sia mai stata possibile.

Ciò detto, conviene a tutti capire che la coesistenza, in uno Stato democratico, non è uno scenario oscuro che determinerebbe la fine per la regione.

E’ tempo di abbandonare illusioni irrealizzabili e concentrare tutte le energie per promuovere la coesistenza, basata sull’eguaglianza e la giustizia per tutti.

Infatti, ci può essere tra il fiume [Giordano] e il mare [mediterraneo], un unico Stato,che sia uno Stato democratico per tutta la sua popolazione, indipendentemente dall’etnia o dal credo religioso.

Ramzy Baroud è un editorialista internazionalmente riconosciuto, autore e il fondatore di Palestine Chronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre è stato un combattente per la libertà: la storia non detta di Gaza”(My FatherWas a Freedom Fighter: Gaza’sUntold Story)

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore stesso e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Ma’an News Agency.

(traduzione di Viviana Codemo)




Centinaia di persone in Israele e nei territori palestinesi occupati denunciano l’incursione mortale a Umm al-Hiran

19 gennaio 2017 Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – Mercoledì cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana e loro sostenitori sono scesi in strada in Israele e nei territori palestinesi occupati per protestare contro un attacco per espellere una comunità beduina nel Negev, che si è trasformato in omicida ieri nelle prime ore del giorno, con la morte in circostanze controverse di un cittadino palestinese con cittadinanza israeliana e di un ufficiale di polizia israeliano.

Centinaia di dimostranti si sono riuniti a Umm al-Hiran, dove il residente beduino Yaqoub Moussa Abu al-Qian, di 47 anni, è stato colpito a morte da un poliziotto israeliano, che ha sostenuto che l’insegnante di matematica stava perpetrando un attacco con l’auto che ha ucciso l’ufficiale di polizia Erez Levi, di 34 anni.

Tuttavia numerosi testimoni e dirigenti palestinesi con cittadinanza israeliana hanno messo in dubbio la versione dei fatti delle forze di sicurezza israeliane, sostenendo che i poliziotti hanno aperto il fuoco su Abu al-Qian benché non rappresentasse un pericolo, causando il fatto che abbia perso il controllo del veicolo e abbia disgraziatamente investito Levi. Il parlamentare della Knesset Ayman Odeh, capo della Lista Unitaria, che rappresenta partiti guidati da palestinesi con cittadinanza israeliana, è stato ferito alla testa e alla schiena durante l’incursione, benché ci siano versioni contrastanti tra testimoni e poliziotti su come sia rimasto ferito e da chi.

In seguito all’attacco mortale l’Alto Comitato di Controllo per i cittadini arabi di Israele, una commissione del parlamento israeliano, la Knesset, ha dichiarato tre giorni di lutto nelle cittadine e nei villaggi israeliani a maggioranza palestinese.

Il comitato ha anche fatto appello ai cittadini palestinesi di Israele per lanciare uno sciopero generale giovedì [19 gennaio], ed agli insegnanti per discutere dei recenti fatti di Umm al-Hiran con gli studenti.

Si sono tenute manifestazioni in altre città israeliane a maggioranza di popolazione palestinese, come Yaffa, Qalanswane, Shifa Amr, Baqa al-Gharbiya, Sakhnin e Umm al-Fahm, in cui i dimostranti sventolavano bandiere palestinesi e gridavano slogan contro quelle che denunciavano come politiche ‘razziste’ israeliane.

Il gruppo israeliano per i diritti umani Gush Shalom ha informato che ci sono state manifestazioni anche a Gerusalemme, Haifa e Acre, in cui risiedono folte comunità palestinesi, così come in numerose università.

Secondo Gush Shalom, durante un raduno a Tel Aviv il membro della Knesset e cittadino palestinese di Israele Issawi Freij ha condannato l’incremento di demolizioni di case e la violenza della polizia che prende di mira i cittadini palestinesi di Israele.

Freij ha sostenuto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incrementato queste politiche nel tentativo di distrarre l’opinione pubblica israeliana dalle continue indagini a suo carico per corruzione.

“Il primo ministro vuole individuare un nemico su cui i suoi elettori possano sfogare la loro rabbia,” ha detto Freij a centinaia di dimostranti. “Questo nemico che il primo ministro ha preso di mira e stigmatizzato sono io, un cittadino arabo dello Stato di Israele e membro del parlamento israeliano, insieme a tutti i miei concittadini arabi, un totale del 20% dei cittadini di Israele. Dobbiamo essere i capri espiatori!”

Gush Shalom ha riferito che a Tel Aviv i manifestanti hanno gridato slogan come “Ebrei e arabi rifiutano di essere nemici” e “Netanyahu è pericoloso, corrotto e razzista.”

La deputata della Knesset Aida Touma-Sleiman, citata dal “Times of Israel” [giornale israeliano senza indipendente online. Ndtr.], avrebbe detto che una protesta più ampia è stata organizzata davanti alla Knesset a Gerusalemme per lunedì [23 gennaio] mattina.

Nel contempo nella Striscia di Gaza assediata, il movimento Hamas ha organizzato un corteo nel campo di rifugiati di Jabaliya per condannare l’evacuazione forzata di Umm al-Hiran.

Il dirigente di Hamas Muhammad Abu Askar ha detto che il movimento solidarizza con tutto il popolo palestinese, compresi gli abitanti di Umm al-Hiran, nonostante tutti i problemi che attualmente sta affrontando la Striscia di Gaza. L’ agenzia di stampa Quds ha riferito che anche a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, i palestinesi sono scesi in strada per appoggiare Umm al-Hiran e per denunciare l’uccisione di Abu al-Qian.

Intanto giovedì i deputati della Lista Unitaria Ahmad Tibi e Usama Saadi hanno presentato alla Knesset un nuovo disegno di legge che propone il congelamento per dieci anni della demolizione di case costruite da palestinesi in Israele senza permessi rilasciati dal governo per organizzare un piano regolatore e di sviluppo complessivo.

“Non è un caso che ci siano decine di migliaia di case colpite da ordini di demolizione ” nelle comunità palestinesi di Israele, ha detto Tibi a Radio Israel. “Non è un fatto genetico. Non ci sono piani di sviluppo, né piani regolatori, nessuna crescita.”

Gruppi per i diritti hanno da lungo tempo sostenuto che le demolizioni nei villaggi beduini non riconosciuti da Israele sono una politica fondamentalmente tesa a togliere di mezzo la popolazione indigena palestinese dal Negev e a trasferirla in township [nome delle città per neri nel Sudafrica dell’apartheid. Ndtr.] definite dal governo per fare spazio all’espansione delle comunità di ebrei israeliani.

All’inizio del corrente mese, le forze israeliane hanno anche demolito 11 case di proprietà di cittadini palestinesi di Israele nella città di Qalansawe, nel centro di Israele, provocando scontri tra i palestinesi e la polizia israeliana, mentre Amnesty International Israele ha condannato possibili violazioni dei diritti umani ed ha accusato le forze israeliane di agire per “motivazioni politiche”.

Intanto mercoledì Netanyahu ha emesso un comunicato piangendo la morte del poliziotto israeliano, definendo l’incidente un “attacco con un veicolo” premeditato e parte di una “minaccia omicida”, in quanto la polizia israeliana ha affermato che Abu al-Qian era un sostenitore del cosiddetto Stato Islamico.

Il primo ministro ha scartato la possibilità di congelare le demolizioni nelle comunità palestinesi in Israele. “Lo Stato di Israele è, soprattutto, uno Stato di diritto, in cui ci sarà un’applicazione equa. Questo incidente non solo non ci fermerà, ma ci rafforzerà. Consoliderà la nostra determinazione ad applicare la legge ovunque,” ha affermato.

Con un’allusione appena velata ai parlamentari della Lista Unitaria, Netanyahu ha continuato esortando “chiunque, soprattutto se membro della Knesset, ad essere responsabile, a smetterla di alimentare l’animosità e di incitare alla violenza.”

Secondo il Jerusalem Post, mercoledì anche il ministro della Giustizia Ayelet Shaked [del partito di estrema destra “Casa Ebraica”. Ndtr.] ha accusato i deputati della Lista Unitaria di incitare alla violenza.

Tuttavia, gruppi per i diritti umani come “Coesistenza del Negev”, il “Forum per l’Uguaglianza Civile” e la “Coalizione delle Donne per la Pace”, che hanno contribuito ad organizzare le proteste di mercoledì in Israele, attribuiscono la responsabilità della violenza mortale direttamente al governo israeliano.

“La responsabilità diretta per l’odierna escalation pericolosa e per lo spargimento di sangue nel villaggio di Umm al-Hiran nel Negev ricade su coloro che hanno preso la decisione di distruggere un villaggio beduino esistito per decenni, raderlo totalmente al suolo e cancellarlo dalla faccia della terra, di espellere gli abitanti e creare una “comunità” ebraica al suo posto,” hanno affermato i gruppi, citati da Gush Shalom.

Sarah Leah Whitson, direttrice esecutiva del ramo per il Medio Oriente dell’ong Human Rights Watch (HRW) ha detto che gli avvenimenti di Umm al-Hiran hanno seguito “una modalità d’azione che prevede l’uso eccessivo della forza da parte della polizia israeliana.”

“Come in Cisgiordania, Israele discrimina i beduini e i palestinesi in generale all’interno dei propri confini nelle sue politiche di pianificazione, che intendono massimizzare il controllo della terra per le comunità ebraiche. Israele dovrebbe fare un’inchiesta sulle uccisioni, obbligare i responsabili a risponderne e rinunciare al progetto discriminatorio di radere al suolo Umm al-Hiran.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Alla conferenza di Parigi Trump era il convitato di pietra

Barak Ravid, 16 gennaio 2017 Haaretz

In molti dei discorsi dei ministri degli esteri era evidente il timore per quanto accadrà dopo l’ insediamento del presidente eletto: la domanda che aleggiava nell’aria era se questa sarà l’ultima conferenza di pace per i prossimi quattro anni.

PARIGI. Decine di ministri degli esteri partecipanti alla conferenza di pace di Parigi si sono avvicinati al Segretario di Stato John Kerry. Alcuni gli hanno stretto la mano, altri lo hanno abbracciato, alcuni hanno addirittura voluto essere fotografati con lui. L’evento è stato l’addio della comunità internazionale all’amministrazione Obama ed ha avuto la funzione di terapia di gruppo alla vigilia dell’ insediamento alla Casa Bianca del presidente eletto Donald Trump, venerdì prossimo.

Nella sala della conferenza Trump era il convitato di pietra. La paura per ciò che avrebbe comportato il 20 gennaio era evidente negli interventi di molti ministri degli esteri, specialmente in quelli degli ospiti francesi.

C’è incertezza sulla politica estera di Trump verso gran parte del mondo, ma soprattutto relativamente alla questione israelo-palestinese. La domanda che non è mai stata esplicitata direttamente, ma aleggiava nell’aria, era se la riunione di Parigi sarà l’ultima conferenza di pace per i prossimi quattro anni.

Le dichiarazioni di Trump e dei suoi consiglieri sul trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme; la nomina di David Friedman, sostenitore delle colonie, come ambasciatore in Israele; le risposte di Trump del mese scorso sia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu sulle colonie, sia al discorso di Kerry sul processo di pace; infine l’esultanza tra le fila dei politici di destra e degli attivisti delle colonie dopo la sua elezione – questi sono solo alcuni dei motivi per cui così tanti ministri degli esteri presenti alla conferenza erano preoccupati.

Sia il presidente francese Francois Hollande che il suo ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault hanno sottolineato che la conferenza intendeva inviare a Trump un messaggio riguardo al consenso internazionale sulla necessità di promuovere la pace tra Israele e Palestina ed una soluzione di due stati.

E avevano ragione. I ministri degli esteri europei erano presenti in forza; tutti gli stati arabi sunniti con cui il primo ministro Benyamin Netanyahu spera di migliorare i rapporti hanno inviato i propri ministri degli esteri; ed anche molti degli stati africani che Netanyahu ha corteggiato hanno inviato rappresentanti per dimostrare il loro sostegno alla creazione di uno stato palestinese.

Ma c’era consenso anche ad un livello più puntuale: attraverso l’opposizione del consesso al trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e il timore che ciò infiammerebbe il Medio Oriente.

Trump costituiva un fattore importante anche nelle considerazioni dei paesi che si sono opposti alla conferenza, incluso Israele. “Questi sono gli spasmi mortali del mondo di ieri”, ha detto Netanyahu, dando inizio alla riunione di governo di domenica. “Il futuro sarà diverso”.

Netanyahu ha fantasticato per settimane sul suo primo incontro allo studio ovale con Trump, che pare avrà luogo nella prima settimana di febbraio. Ha atteso per otto lunghi anni questo incontro.

Ma Trump spiega anche perché la Russia ed il Regno Unito avessero riserve rispetto alla conferenza di Parigi ed hanno inviato solo rappresentanti di basso livello. I russi sperano di sfruttare l’era Trump per realizzare il loro sogno di ospitare una conferenza di pace a Mosca – o almeno un summit tra Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas. I britannici, che adesso stanno programmando la loro uscita dall’Unione Europea, stanno facendo ogni sforzo per differenziarsi dalle politiche dell’amministrazione Obama ed allinearsi con ciò che immaginano sarà la politica di Trump.

Comunque, sia quelli che temono Trump sia quelli che lo attendono con impazienza potrebbero finire con l’essere in qualche modo delusi. Le audizioni di conferma [dei ministri nominati da Trump al Congresso americano per ottenerne l’approvazione, ndtr] del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis designati hanno chiarito che le politiche dell’amministrazione Trump sono, nel migliore dei casi, non del tutto definite e nel caso peggiore inesistenti su quasi tutte le questioni, compresa quella israelo-palestinese. Quindi lo scoramento degli europei e dei palestinesi e la soddisfazione di Netanyahu e dei coloni potrebbero entrambi rivelarsi prematuri.

Nelle ultime settimane Trump ed il suo staff hanno sottolineato che il processo di pace tra Israele e Palestina sarà in cima alle loro priorità. Presto scopriremo come pensano di fare. Per ora, non è chiaro neppure se lo sanno loro stessi.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La conferenza di pace di Parigi senza la pace

Mariam Barghouti – 16 gennaio 2017 Middle East Eye

I discorsi celebrativi della conferenza di Parigi, in previsione di un cambiamento positivo, sono stati un’assoluta parodia della giustizia.

Permane la stanchezza riguardo a queste conferenze, in quanto ripetono gli sforzi dei Parametri di Clinton nel 2000 e il documento per la Roadmap verso la pace del 2003 – solo che in modo contorto e regressivo, soprattutto nel caso dei rifugiati, di Gerusalemme e dei confini.

La spinta per una conferenza a Parigi, come in precedenza simili tentativi internazionali, non ha inteso affrontare la realtà palestinese e le radici del problema, ma piuttosto arginare l’ennesima turbolenza del Medio Oriente.

E’ l’approccio di una comunità internazionale alle prese con un problema scomodo piuttosto che un tentativo di rimediare all’ingiustizia messa in atto contro i palestinesi come popolo indigeno.

Il fatto [è] che la conferenza di Parigi ha deliberatamente scelto di ignorare le voci reali di chi affronta le conseguenze dell’oppressione, a riprova della continua inadeguatezza della comunità internazionale nell’essere in sintonia con la realtà sul terreno.

E’ un atteggiamento paternalistico che gli esponenti ufficiali palestinesi vedono come un passo in avanti, mentre ciò semplicemente cospira per togliere l’iniziativa all’opinione pubblica palestinese, dando impulso ad una soluzione dei due Stati virtualmente morta.

La lotta palestinese è quindi ridotta a una visione definita dalle potenze, secondo cui spetta a loro, più che a noi, decidere del nostro destino

Condizione perpetuamente simbolica

Come una specie di estenuante metafora in un romanzo tragico, la Palestina si è trovata in un immutabile stallo.

La tomba di Yasser Arafat, con una luce che la sera punta in direzione di Gerusalemme, è l’emblema delle nostre accanite speranze, senza lavorare per raggiungere le nostre aspirazioni.

Contemporaneamente, la dirigenza palestinese lavora contro l’originaria visione della lotta per la completa liberazione, dignità e giustizia per tutti i palestinesi.

Il pericolo della conferenza di Parigi, come le precedenti iniziative occidentali, è che non scava dentro i vari livelli del contesto del colonialismo di insediamento.

Il quadro e le leggi per i diritti dei palestinesi sono stati già ripresi nelle risoluzioni ONU, nelle leggi internazionali e persino nelle dichiarazioni di vari Stati. Il problema in questione non è la legittimità dell’autodeterminazione dei palestinesi, ma le esitazioni della comunità internazionale nell’imporre quello che riconosce in termini di diritti umani e nel non considerare Israele responsabile [delle violazioni a questo proposito].

E’ difficile credere nell’onestà di queste conferenze dopo gli infiniti fallimenti dei colloqui di pace bilaterali degli USA e l’incapacità dell’ONU di dare seguito alle proprie decisioni. Ancora una volta, è tutto pronto per la disfatta pubblica nel far rispettare ad Israele le leggi e le norme internazionali. L’unico che realmente concorderà con la conferenza di Parigi sarà Israele, mettendo ancora una volta in evidenza i limiti del mondo di fronte alle pressioni ed alla corruzione.

In modo simile a precedenti tentativi di pace, che si sia trattato degli accordi di Camp David del 1978 fino al tentativo dell’amministrazione Obama nel 2010 o della Roadmap del Quartetto, il coordinamento non è fatto dai veri soggetti interessati.

Inoltre queste conferenze che si succedono sono sostanzialmente un’ applicazione retroattiva della struttura dell’accordo di Camp David del 1978. Pertanto, 39 anni dopo, stare ancora a discutere i termini che erano praticamente già stati concordati è una beffa alla giustizia ed alle reali aspirazione di risolvere la questione palestinese.

Quella che è inquietante è la fugace euforia che i rappresentanti mostrano nell’ingannare se stessi pensando che stanno cambiando le cose, mentre poi permettono l’incessante espropriazione e sottomissione dei palestinesi a un potere dell’apartheid.

Giocare a dadi con la questione palestinese

Mentre è positivo che la richiesta palestinese di liberazione non sia stata abbandonata, la nostra lotta è sempre stata monopolizzata da altri per varie ragioni che non sono legate alla nostra lotta per il riconoscimento e per la dignità.

Dobbiamo subito contestualizzare ulteriormente il tentativo francese in rapporto all’ambito politico negli Stati Uniti e in Israele. Con il presidente eletto Donald Trump che si prepara ad assumere il potere, c’è già la sensazione di disperazione e di rabbia rispetto alla prospettiva di quello sta per accadere al Medio Oriente.

Avere il controllo sul contesto politico in Palestina/Israele significa guadagnarsi una presa più forte sul Medio Oriente. La nostra causa è continuamente stata utilizzata da Stati, individui e organizzazioni come un catalizzatore per il potere. Per la Francia prendere un’iniziativa di primo piano nel tentativo di risolvere il problema significa tentare di indebolire ulteriormente il caposaldo USA nella regione.

Tuttavia, i risultati della conferenza rimangono allineati con i tentativi di Trump. Sebbene più implicito dell’appoggio verbale di Trump a Israele, quello che è stato delineato a Parigi non affronta il concetto di giustizia e favorisce ulteriormente la lontananza dei palestinesi dalla loro auto-proclamata dirigenza.

La vera base della conferenza di Parigi non è la denuncia della scomoda e terrificante verità dell’occupazione e dell’apartheid, ma il gioco dei dadi nella speranza di porre fine all’incessante urlo e rumore.

Quello che Parigi significa per i palestinesi

Non è sorprendente che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia accolto positivamente la conferenza, nonostante il fatto che, in sostanza, si sia trattato di un atto di assoluzione sia di Israele che della comunità internazionale dal rendere conto delle proprie azioni.

E’ significativo ricordare che il 50% della popolazione palestinese è sparso al di fuori dei territori. La loro voce, così come la voce del milione e mezzo di palestinesi all’interno di Israele, è ignorata nelle discussioni della soluzione dei due Stati, che per loro è inutile.

Sul terreno, le voci palestinesi sono messe a tacere non solo da Israele, ma da organizzazioni politiche come l’Autorità Nazionale Palestinese ed Hamas, che eliminano anche loro i dissidenti palestinesi che non sono d’accordo con la loro visione della giustizia. C’è un enorme divario tra quelli che affermano di rappresentare i palestinesi e il resto delle masse.

In una sua parte il comunicato della conferenza afferma che “entrambe le parti” devono “ribadire il proprio impegno per la soluzione dei due Stati, dissociandosi quindi dalle voci che rifiutano questa soluzione.”

Quanto scritto ignora il fatto che molti palestinesi non chiedono la soluzione dei due Stati. Inoltre, con il continuo distacco dell’ANP dalle masse palestinesi, la promessa di destinarvi ancora più denaro è solo d’ostacolo per i palestinesi.

Anzi, si tratta di un effetto positivo per Israele, in quanto favorisce il solco tra l’ANP ed i palestinesi, garantendo che la lotta non proceda oltre. Di conseguenza, viene data la possibilità ad Israele di continuare a costruire colonie ed esercitare pressioni sulla comunità internazionale per ottenerne l’appoggio – soprattutto con l’arrivo al potere di Trump.

Insomma, i risultati della conferenza di Parigi sono destinati a riaffermare i limiti della comunità internazionale nel raggiungere una vera giustizia, in quanto sono slegati dalle aspirazioni dei palestinesi che soffrono le conseguenze quotidiane del colonialismo.

Questa riluttanza ad affrontare la questione palestinese come una situazione di colonialismo di insediamento in simili conferenze parla da sé, in quanto confonde insidiosamente l’oppressore con l’oppresso. Nessuna vera soluzione sarà raggiunta se dovesse essere mantenuta questa impostazione.

– Mariam Barghouti  è una scrittrice e commentatrice palestinese che vive a Ramallah. I suoi scritti sono apparsi sul New York Times, su Al-Jazeera in inglese, Huffington Post, Middle East Monitor, Mondoweiss, International Business Times e altri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Comunicato conclusivo integrale della conferenza di pace di Parigi

Haaretz – 15 gennaio 2017

Il documento completo è stato approvato all’unanimità dopo intensi negoziati ed è considerato meno duro di quello inizialmente previsto

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DELLA CONFERENZA DI PACE SUL MEDIO ORIENTE

I) Facendo seguito all’incontro ministeriale tenutosi a Parigi il 3 giugno 2016, i partecipanti si sono incontrati a Parigi il 15 gennaio 2017 per riaffermare il proprio appoggio ad una giusta, durevole e complessiva soluzione del conflitto israelo-palestinese. Riaffermano che una soluzione negoziata per due Stati, Israele e Palestina, che vivano vicini in pace ed in sicurezza, è l’unico modo per raggiungere una pace durevole.

Hanno sottolineato l’importanza per le parti di riconfermare il proprio impegno per questa soluzione, di fare passi urgenti per invertire l’attuale tendenza negativa sul terreno, comprese continue azioni di violenza e attività di colonizzazione, e di iniziare significativi negoziati diretti.

Hanno ripetuto che una soluzione negoziata per due Stati dovrebbe soddisfare le legittime aspirazioni delle due parti, compreso il diritto palestinese ad avere uno Stato e il potere sovrano, la fine completa dell’occupazione iniziata nel 1967, soddisfare le necessità di sicurezza di Israele e risolvere ogni questione relativa allo status permanente sulla base delle risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e anche altre risoluzioni importanti del Consiglio di Sicurezza citate.

Hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa di pace araba del 2002 come quadro complessivo per la soluzione del conflitto arabo-israeliano, contribuendo quindi alla pace ed alla sicurezza regionali.

Hanno apprezzato gli sforzi internazionali di promuovere la pace in Medio Oriente, compresa l’adozione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016, che condanna chiaramente le attività di colonizzazione, l’istigazione ed ogni atto di violenza e terrorismo e fa appello ad entrambe le parti perché facciano dei passi per far avanzare sul terreno la soluzione dei due stati; le raccomandazioni del 1 luglio 2016 del Quartetto; i principi del segretario di Stato USA sulla soluzione dei due Stati del 28 dicembre 2016.

Hanno evidenziato l’importanza di affrontare la terribile situazione umanitaria e della sicurezza nella Striscia di Gaza e hanno auspicato rapidi passi per migliorare la situazione. Hanno sottolineato l’importanza per israeliani e palestinesi di rispettare il diritto internazionale, compreso quello umanitario e dei diritti umani.

II) I partecipanti hanno messo in evidenza il potenziale di sicurezza, stabilità e prosperità per entrambe le parti che potrebbe risultare da un accordo di pace. Hanno espresso la propria disponibilità a esercitare gli sforzi necessari per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e a contribuire in modo sostanziale ad accordi per garantire la sostenibilità di un accordo di pace negoziato, in particolare nel campo di incentivi politici ed economici, nel consolidamento delle risorse di uno Stato palestinese e nel dialogo della società civile. Tra le altre cose, ciò potrebbe includere: – un partenariato privilegiato europeo; altri incentivi politici ed economici e un maggiore intervento del settore privato; appoggio ad ulteriori sforzi delle parti per migliorare la cooperazione economica; continuo appoggio finanziario all’Autorità Palestinese nella costruzione di infrastrutture per un’economia palestinese sostenibile; appoggio e rafforzamento dei passi palestinesi per esercitare le proprie responsabilità come Stato consolidando le loro istituzioni e l’efficienza istituzionale, anche per la fornitura di servizi;

– la convocazione di incontri della società civile israeliana e palestinese, per migliorare il dialogo tra le parti, rilanciare la discussione pubblica e rafforzare il ruolo della società civile di entrambe le parti.

III) Guardando al futuro i partecipanti:

– chiedono ad entrambe le parti di riconfermare ufficialmente il proprio impegno per una soluzione dei due Stati, dissociandosi quindi dalle voci che rifiutano questa soluzione;

– chiedono ad entrambe le parti di dimostrare in modo autonomo, attraverso politiche ed azioni, un sincero impegno per la soluzione dei due Stati e di evitare passi unilaterali che pregiudichino il risultato di negoziati sulle questioni dello status finale, compresi, tra gli altri, Gerusalemme, le frontiere, la sicurezza, i rifugiati e che essi [i partecipanti alla conferenza] non riconosceranno;

– accolgono positivamente la prospettiva di una più stretta collaborazione tra il Quartetto e i membri della Lega Araba ed altri importanti attori per portare avanti gli obiettivi di questa dichiarazione.

Come prosieguo della conferenza, i partecipanti coinvolti, esprimendo la propria disponibilità a verificare progressi, hanno deciso di ritrovarsi prima della fine dell’anno per appoggiare entrambe le parti nel far avanzare la soluzione dei due Stati attraverso negoziati.

La Francia informerà le parti sull’appoggio collettivo della comunità internazionale e sul contributo concreto alla soluzione dei due Stati contenuta in questa dichiarazione congiunta.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Quello che i soldati israeliani non dicono mai alle loro madri

Haaretz Gideon Levy, 15 gennaio 2017

Non c’è praticamente nessun servizio operativo nell’esercito israeliano che non comporti per i soldati il compiere missioni spregevoli come quella descritta qui di seguito.

Si sono radunati in una stretta via, in una notte fredda e scura. Erano tesi. Il grido di un lontano sciacallo ha rotto il silenzio. Per alcuni questa era la prima missione operativa. L’avevano sempre sognata ed erano stati a lungo addestrati. L’adrenalina scorreva, proprio come volevano. Era quello per cui si erano arruolati.

Prima di uscire hanno mandato messaggini ai propri familiari per dire loro di non preoccuparsi. Quando si è levato il sole e sono tornati in salvo alla base, li hanno nuovamente inviato dei messaggi. Le loro madri non hanno chiesto che cosa avevano fatto e loro non glielo hanno detto. Succede sempre così. I familiari sono orgogliosi di loro: sono dei soldati che combattono.

Quando si sono messi in riga prima di partire, i comandanti hanno controllato il loro equipaggiamento e munizioni ed impartito gli ultimi ordini. L’ufficiale di intelligence ha parlato loro dei due ricercati: devono essere trovati, ad ogni costo. Poi i soldati sono usciti nella notte. Trenta soldati. Sono saliti a piedi in cima alla collina.

Hanno raggiunto l’obiettivo poco dopo mezzanotte. Il villaggio era profondamente addormentato, i fari di sicurezza arancione della colonia di là dalla strada ammiccavano distanti. Ed è stato dato l’ordine: attaccare!

Si sono avventati contro la porta posteriore della casa e l’hanno scossa finché non è stata quasi scardinata. Dal secondo piano è uscita una luce fioca ed un uomo è sceso in pigiama, ancora mezzo addormentato, per aprire il cancello di metallo. Nessuno di loro si è chiesto che cosa ci facesse là. Forse questo accadrà quando saranno maturati ancora un po’.

I primi quattro sono entrati con i fucili spianati, i volti coperti da maschere nere; si vedevano solo gli occhi. Hanno spinto indietro lo sbalordito palestinese. Lui ha tentato di spiegare loro che i bambini stavano dormendo e non voleva che si svegliassero vedendo un soldato mascherato sopra il loro letto.

I soldati volevano Tariq. Ed anche Maliq. Hanno ordinato al palestinese di portarglieli. I due ricercati dormivano in una stanza tutta blu, comprese le lenzuola. I soldati li hanno svegliati con delle grida. I ricercati si sono destati nel panico.

I soldati gli hanno ordinato di alzarsi. Poi li hanno afferrati per le braccia, li hanno spinti in due stanze separate e chiusi dentro. Altri soldati hanno fatto irruzione nella casa, i cui abitanti nel frattempo si erano tutti svegliati. Mahmoud, di sei anni, ha incominciato a gridare: “Papà, papà!”

I soldati hanno ammonito i due di non osare partecipare ad altre manifestazioni. “La prossima volta vi spareremo o vi arresteremo”, hanno detto a Maliq. Lui è rimasto chiuso dentro per 40 minuti, finché i soldati non se ne sono andati. Andandosene, hanno lanciato delle granate stordenti nei cortili delle case cui passavano accanto – la ciliegina sulla torta.

Tutto questo è successo circa 10 giorni fa a Kafr Qaddum. Succede ogni notte in tutta la Cisgiordania.

I due ricercati avevano 11 e 13 anni. Tariq non ha ancora ripreso a parlare e Maliq ha un sorriso spaventato. Da quella notte dormiranno solo nel letto dei genitori. Mahmoud ha incominciato a bagnare il letto. Il grande spiegamento di soldati è arrivato a notte fonda solo per spaventarli e forse anche per tenere alta la tensione.

L’unità dei portavoce dell’esercito israeliano non si è vergognata di dire: “I soldati hanno parlato con dei giovani che avevano preso parte ad una regolare manifestazione a Qaddum.” Ecco che cosa fanno i soldati israeliani: tengono colloqui intimidatori di notte con dei bambini. Per questo si sono arruolati. Di questo vanno fieri.

Vale la pena notare che Kafr Qaddum è un luogo degno di rispetto. Ha lottato per circa cinque anni, con coraggio e determinazione, per riaprire la sua strada di accesso – che era bloccata a causa della colonia di Kedumim. La colonia era cresciuta proprio ai bordi della strada, provocando la sua chiusura.

Venerdì scorso Amos Harel ha parlato su Haaretz della drastica diminuzione del numero di giovani di buona famiglia che vogliono fare il servizio militare in unità di combattimento. La polizia di frontiera attualmente è l’unità più ambita e le sue porte sono prese d’assalto dalle frange più deboli della società, che Israele cinicamente istiga contro i palestinesi, al punto che tutti loro vogliono essere come il sergente Elor Azaria [condannato per aver ucciso un attentatore palestinese inerme, ndtr].

Forse è un bene che i benestanti abbandonino il servizio militare nei territori. O forse è un male, perché lasciano il posto ad altri. Oggi non c’è praticamente nessun servizio operativo nell’esercito israeliano che non comporti il compiere spregevoli missioni come l’operazione a Kafr Qaddum.

Questo venerdì, oppure il prossimo, Tariq e Maliq torneranno a manifestare in strada e forse tireranno anche pietre. Non dimenticheranno tanto velocemente il terrore di quella notte; quel terrore plasmerà la loro coscienza.

E i soldati? Continueranno ad essere degli eroi, ai propri occhi ed a quelli della loro gente.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Netanyahu mette in relazione l’attacco di Gerusalemme con l’ISIS. I media israeliani lo smascherano

Middle East Eye Redazione di MEE – 10 gennaio 2017

I giornalisti israeliani affermano che è l’occupazione della terra palestinese che sta guidando gli attacchi terroristici e che Israele non è la Francia o la Germania

Alcuni commentatori israeliani hanno condannato duramente Benjamin Netanyahu per aver messo in relazione con lo Stato Islamico un attacco a Gerusalemme, sostenendo che il primo ministro sta diffondendo una narrazione per inserire Israele nell’ondata di attacchi in Occidente e distogliendo l’attenzione dall’occupazione della terra palestinese.

Sabato un palestinese, Fadi al-Qunbar, ha lanciato un camion in mezzo a un gruppo di soldati israeliani nei pressi della Città Vecchia, uccidendone quattro. Subito dopo, Netanyahu ha affermato: “Conosciamo l’identità dell’aggressore, che, in base a tutti gli indizi, era un sostenitore dell’IS.”

Ma, scrivendo sul “Times of Israel” [giornale on line che si definisce “apolitico”. Ndtr.], l’esperto Avi Issacharoff afferma che non è “ancora chiaro cosa o chi lo abbia spinto a mettere in atto l’attacco” e che “non ci sono chiari indizi” che provino l’affermazione di Netanyahu.

“E’ possibile che la dichiarazione di Netanyahu possa spingere l’IS ha dichiarare la propria responsabilità per l’attacco, ma è dubbio se ci sia un qualche rapporto diretto tra il gruppo e Qunbar.”

“L’affermazione, comunque, è utile all’argomentazione di Netanyahu nei confronti dell’Occidente secondo cui “Lo Stato Islamico è qui”, e a quella del gruppo di avere una presenza nella “Palestina occupata”, sostiene.

Issacharoff avanza un’altra teoria: “Per il momento, pare che Qunbar abbia agito in base allo stesso modus operandi che abbiamo visto in precedenza a Gerusalemme: un terrorista senza un’affiliazione organizzativa, ispirato dai media informativi, da una moschea o dalle reti sociali, che ha condotto un attacco senza assistenza esterna.”

“In seguito, le organizzazioni terroristiche lo rivendicano come uno di loro per cavalcare l’onda del suo ‘successo’.”

Afferma che la “chiave della tensione” che guida questi attacchi non è la presunta presenza dell’IS, ma “la mancanza di qualunque prospettiva diplomatica, la costante frustrazione nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’odio verso Israele e i continui massicci incitamenti sulle reti sociali.”

“Tutto ciò crea un’atmosfera tesa, permeata di odio, che può portare in qualunque momento a ulteriori attacchi ‘spontanei'”, sostiene.

Su Haaretz, sotto il titolo “la teoria di un attacco dell’ISIS sta bene a Netanyahu, ma Gerusalemme non è Berlino”, l’editorialista Nir Hasson scrive: “Per quanto riguarda il primo ministro…la teoria dell’ISIS si addice al messaggio che cerca di diffondere – cioè che Gerusalemme, come Berlino e Nizza, è solo un’altra città occidentale che affronta un terrorismo brutale, irriducibile, messo in atto da membri dell’islamismo internazionale.”

“In base a questo messaggio, questa forza del male assoluto non ha motivazioni né ragioni e non ha niente a che vedere con l’occupazione o con qualunque altra politica israeliana.”

“Gerusalemme non è Nizza, Nizza non ha il 40% dei suoi abitanti che vivono senza diritti civili, sotto occupazione e in condizioni di vita umilianti.”

“A Nizza il primo ministro non annuncia la chiusura di un quartiere che ospita decine di migliaia di persone solo perché uno di loro è un terrorista.”

“Anche se l’attacco di domenica fosse stato ispirato dall’ISIS, ha comunque avuto origine a Gerusalemme ed è parte di un’infinita serie di attacchi di cui la città ha sofferto negli ultimi due anni e mezzo.”

Aggiunge che ogni potenziale spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme potrebbe solo gettare benzina sul fuoco.

“Non lontano dalla scena dell’attacco mortale c’è il luogo candidato ad ospitare la nuova ambasciata USA a Gerusalemme. Mentre il 20 gennaio [data dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Ndtr.] si avvicina, lo stesso avviene con la possibilità che l’ambasciata venga spostata lì,” afferma.

“Una simile iniziativa potrebbe benissimo aggiungere benzina sul fuoco che sta bruciando in città da oltre due anni e mezzo.”

Dan Cohen, un altro giornalista ebreo, su Twitter critica i media occidentali che ripetono pappagallescamente la narrazione di Netanyahu e sostiene che il primo ministro sta cercando di utilizzare l’attacco per promuovere politiche repressive contro i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




State attenti, giardinieri e commesse di Gaza

Il calvario di un onesto appaltatore di un’agenzia delle Nazioni Unite dimostra il potere che Israele esercita su chiunque a Gaza. La colpa è solo di Hamas

Amira Hass, 11 gennaio 2017 Haaretz

Waheed al-Bursh, un appaltatore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, tornerà a casa sua nella Striscia di Gaza giovedì, sette mesi dopo essere stato arrestato al checkpoint di Erez. E’ una sconfitta per il servizio di sicurezza dello Shin Bet, che ha tentato di incastrarlo con una serie di accuse di aver aiutato Hamas per anni.

E’ una situazione inbarazzante anche per l’accusa, che è uscita dall’immagine in cui lo Shin Bet l’ aveva dipinta ed ha raggiunto un patteggiamento con l’avvocato di Bursh, Lea Tsemel. Ed è un tacito ammonimento di come i media israeliani, che in agosto hanno tranquillamente pubblicato falsi rapporti basati su informazioni distorte, hanno condannato Bursh senza processo come terrorista o attivista di Hamas infiltrato nell’agenzia dell’ONU.

17 giorni di interrogatori da parte dello Shin Bet, interrogatori da parte della polizia, quattro o cinque giorni in una cella con degli informatori, collaboratori che si spacciavano per prigionieri per ragioni di sicurezza – nulla di tutto ciò ha potuto provare il giudizio emesso dallo Shin Bet e dai media.

Di tutte le accuse di “contatto con un agente straniero”, “aver fornito servizi ad un’organizzazione illegale” e “uso di materiale terroristico”, l’accusa ne ha mantenuta solo una: la seconda. Mercoledì scorso Bursh è stato condannato in base ad essa.

Il giudice Aharon Mishnayot della Corte distrettuale di Be’er Sheva ha detto che si trattava di un’accusa grave e lo stesso ha detto il rappresentante dell’accusa del distretto meridionale, Shuli Rothschild. Hanno dovuto dirlo per giustificare il clamore che ha preceduto il processo. Ma la sentenza, con pena già scontata, afferma il contrario: non è grave.

Allora di che cosa si trattava? Uno dei compiti del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite è di rimuovere e sistemare le macerie prodotte dai bombardamenti di Israele a Gaza nell’estate 2014 (un totale di circa 2 milioni di tonnellate). Bursh era responsabile del trasporto di questi detriti in luoghi predisposti dal Ministero dei Lavori Pubblici del governo di riconciliazione di Ramallah. All’inizio del 2015 gli venne richiesto da funzionari di quel ministero nella Striscia di trasportare parte delle macerie in un sito nel nord di Gaza.

Bursh spiegò che una tale richiesta doveva pervenire attraverso canali ufficiali e che lui non poteva decidere. Allora dal ministero di Ramallah arrivò una richiesta ufficiale al Programma di Sviluppo ONU di trasportare le macerie al porto peschiero a nord di Gaza, per evitare l’arretramento del litorale.

Bursh trasportò circa 300 tonnellate, che un anno dopo, appena prima del suo arresto nel luglio 2016, erano ancora ammassate lungo la strada. Lui non sapeva che Hamas intendeva chiudere quella parte della spiaggia.

Come molti funzionari nei ministeri del governo a Gaza, i due ufficiali del Ministero dei Lavori Pubblici che contattarono Bursh erano uomini di Hamas e noti membri della sua ala militare. Bursh è stato condannato per aver omesso di riferire ai suoi superiori che erano questi i due funzionari che lo avevano contattato, “chiudendo gli occhi sul favore che ciò costituiva per l’ala militare di Hamas”, come ha scritto Mishnayot.

Il giudice, un ex presidente della corte d’appello militare e residente della colonia di Efrat, avrebbe anche dovuto scrivere che il Programma di Sviluppo ed altre agenzie dell’ONU stanno fornendo un grande servizio ad Israele. Nelle impossibili condizioni di divieti e restrizioni imposte da Israele, queste agenzie evitano un disastro umanitario ancor peggiore a Gaza.

Israele ha definito Hamas un’organizzazione illegale. A Gaza Hamas è il governo de facto, che deve anche fornire servizi alla popolazione, e lo sta facendo. Attivisti delle componenti civile e militare di Hamas sono stati inseriti in diverse funzioni del settore pubblico.

Bursh aveva tutte le ragioni per credere che gli uomini che lo avevano contattato lo avevano fatto nel loro ruolo di funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici. Li ha considerati canali ufficiali – che Israele controlla. Questo gli è costato lo sconvolgimento della sua vita, sette mesi di prigione, duri interrogatori, danni alla sua salute, la separazione dalla sua famiglia e la preoccupazione per il suo futuro professionale e finanziario.

Quale è il messaggio? Quando vuole, Israele può condannare e distruggere la vita di qualunque giardiniere nel comune di Gaza, di ogni commessa di un negozio di abbigliamento o di qualunque venditore di falafel. La motivazione? “Fornire dei servizi ad un’organizzazione illegale.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)